www.informazione.it, 18 febbraio 2015
Prosegue l'attività di Cisproject-Leggere Libera-Mente che, dopo l'incontro di febbraio, porterà a marzo altri ragazzi delle scuole medie all'interno della casa di reclusione di Opera per assistere al film documentario "Levarsi la cispa dagli occhi".
Emozione, riflessione, commozione, comprensione, felicità e tristezza allo stesso tempo. Sono queste alcune delle reazioni dei circa 150 studenti milanesi, che mercoledì 4 febbraio hanno incontrato altri studenti e i corsisti del carcere di Opera del progetto "Leggere Libera-Mente".
In questa occasione è stato proiettato il film documentario "Levarsi la cispa dagli occhi", che narra la nascita e lo sviluppo di un progetto formativo e di recupero, basato sulla lettura e la scrittura, attivato all'interno del carcere di Milano-Opera. Il dibattito è iniziato con la lettura della poesia di un corsista, scritta in occasione della visita. È seguito un dibattito di grande intensità emotiva e rispetto.
Dopo questa esperienza toccante, molti studenti hanno dichiarato di essersi messi nei panni delle persone detenute e di aver ascoltato con partecipazione i loro racconti di come, grazie ai laboratori di lettura, siano riusciti ad affrontare la detenzione in maniera diversa.
I giovani hanno inoltre espresso soddisfazione per aver interagito con le persone detenute e per essere riusciti a capire come si svolge la loro vita e cosa provano dopo tanti anni di sofferenza. L'ispettrice Maria Visentini - che ha portato i saluti della direzione del carcere - ha sottolineato l'importanza di queste iniziative.
"Siamo molto soddisfatti di come si è svolto l'incontro e delle reazioni positive degli studenti - spiega Barbara Rossi di Cisproject-Leggere-Libera-Mente, associazione che si occupa di biblioterapia con le persone detenute attraverso la lettura, la scrittura creativa, poetica, autobiografica e giornalistica - Siamo convinti che il confronto tra i giovani e le persone detenute sia un'occasione importante di crescita per entrambi. E in considerazione dei risultati ottenuti ripeteremo ora l'esperienza a marzo con altri studenti".
Il prossimo incontro di Cisproject- Leggere-Libera-Mente, che rientra nell'ambito degli eventi di BookCity per le scuole organizzati dal Comune di Milano, si svolgerà mercoledì 18 marzo, sempre all'interno del carcere di Milano-Opera. Per prenotare scrivere a:
Ansa, 18 febbraio 2015
Restituire dignità ai detenuti, a partire dal lavoro, impiegandoli in lavori di pubblica utilità anche nel carcere Lorusso e Cutugno: è quanto chiede una mozione presentata da Pd e Sel, che oggi con i capigruppo della Sala Rossa hanno visitato l'istituto penitenziario torinese.
"Con questa mozione si concretizza un disegno socialmente utile - spiegano le presidenti delle commissioni Servizi sociali e Pari Opportunità, Lucia Centillo e Domenica Genisio - dare la possibilità ai detenuti di sentirsi a pieno titolo appartenenti alla vita della città. Dobbiamo riconoscere e tutelare la dignità della persona in carcere e possiamo farlo a partire dal lavoro e dalla riqualificazione della struttura dove risiedono". Durante la visita, infatti, si è considerato di convertire un'area inutilizzata in uno spazio dedicato all'incontro tra i detenuti e i loro famigliari.
Ansa, 18 febbraio 2015
Dopo una tappa nel segno della ricostruzione e del gioco di squadra, a L'Aquila, il 15 febbraio, il "Diritti al futuro tour" voluto del Garante per l'infanzia e l'adolescenza, Vincenzo Spadafora, approderà giovedì 19 a Nisida per incontrare i ragazzi ospiti dell'Istituto penale per i minorenni. "Un altro momento - si legge in una nota - per ascoltare i giovani e chi lavora con loro, in una realtà che a buon diritto è annoverata fra "le buone pratiche", cioè quelle formule pensate per supportare i più giovani, per aiutarli a uscire da situazioni di disagio e per ripartire credendo nel futuro, nelle regole, nel senso del collettivo.
Nisida è un esempio virtuoso: un istituto pieno di risorse, costruite nel tempo con uno scambio proficuo e costante con la città di Napoli. Oltre la scuola, i ragazzi possono seguire sport, corsi di formazione professionale, laboratori artistici di ceramica, recitazione e scrittura. Particolarmente originale è il "Laboratorio della politica", dove le ragazze e i ragazzi detenuti hanno la possibilità di confrontarsi con persone esterne, che spesso sono personalità di rilievo come l'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano".
Il sottotitolo del tour - Una piccola grande Italia da raccontare - "spiega il senso profondo dell'iniziativa che vuole mettere in rete quanti si impegnano". Oltre che su garanteinfanzia.org, il tour potrà essere seguito su Facebook e altri social.
www.trcgiornale.it, 18 febbraio 2015
Ancora un'aggressione al personale della Polizia Penitenziaria all'interno del carcere di Borgata Aurelia. A denunciarla è stato il segretario responsabile della Fns-Cisl Lazio Francesco Ciocci che racconta come a farne le spese questa volta sia stato l'assistente capo B.E., aggredito da un detenuto italiano nella giornata di domenica. Alla base dell'aggressione il fatto che il detenuto pretendesse una dose superiore di farmaci rispetto a quanto prescritto dal medico.
Per l'agente della Polizia Penitenziaria dieci giorni di prognosi a causa delle numerose percosse subite dal detenuto. "Purtroppo detto evento critico è dovuto ad assenza di misure di sicurezze del personale - il commento di Ciocci - soprattutto da quanto è stata istituita la vigilanza dinamica anche all'interno del carcere. Carcere che occorre ricordare ha un sovraffollamento di circa 90 detenuti".
Ansa, 18 febbraio 2015
Cerca di portare droga al compagno in carcere a Monza, ma viene fermata ed arrestata. L'episodio si è verificato ieri pomeriggio all'interno della casa circondariale di San Quirico, durante un colloquio tra un detenuto di origine peruviana condannato per omicidio e la sua convivente. La polizia penitenziaria ha sequestrato un pacco portato dalla donna, contenente cinquanta pasticche di stupefacente (che verranno ora analizzate) e l'ha arrestata per detenzione di droga ai fini dello spaccio.
A riferire l'accaduto è il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria. "Questi episodi confermano le elevate doti professionali del Personale di Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Monza e impongono oggi più che mai una seria riflessione sul bilanciamento tra necessità di sicurezza e bisogno di trattamento dei detenuti.
Tutti possono immaginare quali e quante conseguenze avrebbe potuto causare l'introduzione di droga in un carcere - dichiara il segretario generale del Sappe Donato Capece - nel 2014 a Monza sono stati sventati 13 tentati suicidi, 125 episodi di autolesionismo, 1 suicidio, 71 ferimenti, 22 colluttazioni. Questo deve fare comprendere quali e quanti disagi quotidiani caratterizza il lavoro quotidiano dei Baschi Azzurri di Monza".
Adnkronos, 18 febbraio 2015
Gli agenti della Polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Uta (Ca), e precisamente gli addetti ai colloqui dei detenuti con i familiari hanno trovato 16 grammi di hashish addosso ad un detenuto, F.A. di 41 anni, che è stato denunciato all'Autorità Giudiziaria. Ne da notizia il Segretario Generale Aggiunto della Fns Cisl Sardegna, Giovanni Villa.
"Ottimo lavoro dei poliziotti penitenziari addetti al servizio colloqui familiari del nuovo complesso penitenziario di Uta", dice Villa. A far insospettire i colleghi il comportamento anomalo del detenuto che assumeva movenze strane. Come da prassi è quindi scattata la perquisizione personale con il ritrovamento della droga. "Il lavoro meticoloso e professionale degli agenti merita la giusta attenzione da parte dell'amministrazione - dice Villa - che ci auguriamo abbia il giusto riconoscimento".
www.lavocedeltrentino.it, 18 febbraio 2015
Si inaugura mercoledì 18 febbraio alle 17.30 a Le Gallerie di Piedicastello (Trento) la mostra "Via Antonio Pilati 6", cinquanta scatti del fotografo Nicola Eccher sull'ex carcere di Trento. Assieme ad Eccher saranno presenti all'inaugurazione Tiziano Mellarini, assessore alla cultura della Provincia autonoma di Trento, Andrea Robol, assessore alla cultura del Comune di Trento e Giuseppe Ferrandi, direttore della Fondazione Museo storico del Trentino.
La mostra sarà visitabile fino al 2 giugno 2015. Via Pilati numero 6 è l'indirizzo dell'ormai ex-carcere di Trento. Si tratta di un luogo importante per la città e per le tante storie che lo hanno abitato. La Fondazione Museo storico del Trentino ha accolto l'idea di trasformare in una mostra fotografica il lavoro di Nicola Eccher.
Si tratta di un reportage fotografico che ha fissato nelle immagini in bianco e nero una serie di microstorie. Un racconto ricco di particolari, dove vi è un'esplosione di soggettività, di vissuti, di memorie. Per il Museo si tratta di un primo tassello di un progetto più ambizioso, che riguarda la storia delle istituzioni carcerarie in Trentino. Si parte da Via Pilati, che sicuramente non è il più antico luogo di prigionia, ma possiede una grande forza evocativa in virtù della sua recentissima storia. L'appuntamento con l'inaugurazione della mostra Via Antonio Pilati 6 è per mercoledì 18 febbraio ad ore 17.30 a Le Gallerie di Piedicastello.
Assieme a Nicola Eccher interverranno Tiziano Mellarini, assessore alla cultura, cooperazione, sport e protezione civile della Provincia autonoma di Trento, Andrea Robol, assessore alla cultura, turismo e giovani del Comune di Trento e Giuseppe Ferrandi, direttore della Fondazione Museo storico del Trentino.
Nicola Eccher si occupa da oltre un ventennio in modo professionale di fotografia. Un destino tracciato, in quanto, fin da piccolo, in casa sua si è sempre respirata "aria di fotografia", una passione paterna geneticamente tramandatasi al figlio. Ha iniziato il suo percorso seguendo il padre nelle sue avventure professionali, imparando le tecniche della fotografia tradizionale e i trucchi del mestiere. Ha collaborato con vari musei (tra cui il Mart di Rovereto), gallerie d'arte e artisti di spicco nel panorama culturale moderno. Dopo varie sperimentazioni, attualmente si avventura in realizzazioni più artistiche e creative toccando con estrema sensibilità temi sociali importanti, documentando realtà dimenticate all'occhio umano.
Nelle sue fotografie vengono raffigurati con una particolare sensibilità artistica temi complessi che lasciano ad ogni scatto molteplici "chiavi di lettura": la fotografia si lega quindi indissolubilmente con la ricerca delle emozioni che vengono trasmesse allo spettatore.
Adnkronos, 18 febbraio 2015
A "Chi l'ha visto?", in onda questa sera 21.05 su Rai3, parla il supertestimone del processo per l'omicidio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell'operatore della Rai Miran Hrovatin. L'uomo, Ahmed Ali Rage, soprannominato Jelle, irreperibile per l'Italia, ha raccontato all'inviata di "Chi l'ha visto?" che gli italiani avevano fretta di chiudere il caso e gli hanno promesso denaro in cambio di una sua testimonianza: doveva accusare un somalo del duplice omicidio. Jelle indicò il giovane Omar Hashi Hassan al pm Ionta durante un interrogatorio, ma poi non si presentò a deporre al processo e fuggì all'estero.
Per la sua testimonianza il giovane Hashi fu arrestato e condannato all'ergastolo. Le rivelazioni di Jelle confermerebbero quello che da anni la famiglia Alpi e molti giornalisti sostengono e cioè che in carcere ci sarebbe non il colpevole ma un capro espiatorio. Gravissimi despistaggi avrebbero inquinato le inchieste. In studio con Federica Sciarelli la mamma della giornalista del TG3, che ha sempre sostenuto che l'uomo in carcere è innocente.
"Chi l'ha visto?" si occuperà anche del Sanremo più triste della storia del festival, quello della morte di Luigi Tenco: un colpo di pistola nella stanza d'albergo, si disse suicidio, ma la pistola nella stanza non c'era, spuntò fuori successivamente. Un mistero non ancora chiarito. Luigi Tenco è stato "suicidato"?
Ansa, 18 febbraio 2015
Ermies lo descrivono "basso e robusto": in tanti lo hanno visto impartire ordini nella "mezrea", la fattoria nelle campagne di Tripoli dove i migranti attendono di salire sui barconi diretti in Italia. John è invece considerato "affidabile", a differenza di Teferi e Shumay, che costringono le persone a partire contro la loro volontà.
Poi c'è Abdelrezak, che negli ultimi tempi si è fatto vedere poco sulle spiagge libiche: due viaggi organizzati a maggio e giugno scorsi sono andati a finire male e 300 migranti sono morti annegati. "Si è un po' defilato ma è sempre attivo".
I mercanti di uomini che operano in Libia non arrivano alla dozzina e quasi nessuno è libico: sono etiopi, sudanesi, egiziani, che investigatori e 007 italiani conoscono al punto da sapere che, durante Mare Nostrum, applicavano ai prezzi dei viaggi uno sconto del 50%, visto che le navi italiane si avvicinavano fino a poche miglia dalla Libia. Ma prenderli e disarticolare le loro organizzazioni, che si avvalgono di decine di persone, è tutt'altra storia.
"Non si sa più con chi parlare, non c'è nessuno che comanda, un accordo preso può diventare carta straccia il giorno dopo", ti dicono. E così Ermies e gli altri continuano a fare i loro interessi indisturbati. "Il nostro lavoro è il contrabbando di migranti, quindi possono sorgere degli imprevisti" dice al telefono, intercettato, Ermies. E sono proprio le intercettazioni a rivelare i nomi e le storie di chi gestisce i traffici. John Maray, ad esempio, è un sudanese. Il suo quartier generale è a Khartoum ma spesso si sposta in Libia.
È "uno dei principali organizzatori dei trasferimenti dei migranti dal centro Africa alle coste della Libia" dicono le inchieste aperte dalle procure siciliane. Ha uomini nelle carceri locali e tutti lo conoscono come un personaggio affidabile.
"Per organizzare i viaggi - dice John al telefono ad un altro trafficante - vanno rispettati determinati fattori" e cioè che "le partenze non devono avvenire con il mare in tempesta e non bisogna dare adito alle lamentele dei migranti". John è in contatto con Ermies (o Ermias) Ghermay, un 40enne etiope da anni in Libia. Di lui gli investigatori sanno quasi tutto: abita nel quartiere di Abu Sa a Tripoli, si sposta spesso nei porti di Zuwara, Zawia, Garabulli e gestisce una fattoria dove nasconde fino a 600 migranti alla volta, ai quali chiede tra i 1.200 e i 1.600 dollari a testa per partire. Al telefono parla di contatti con la "polizia libica" e di un "capo" che viaggia spesso in Arabia Saudita.
"Quanto i viaggi li organizzo io, i viaggiatori partono tutti. Se non riesco ad imbarcarli in un viaggio ce ne sarà un altro pronto a partire l'indomani o tra qualche ora". Si troverebbe invece in Turchia, dopo la stretta delle autorità egiziane, Ahmed Mohamed Hanafi Farrag, considerato uno dei capi delle organizzazioni che operano in Egitto.
Aveva auto e camion per il trasporto di migranti, case, imbarcazioni di vario genere, tra cui due navi madre che gli sono state sequestrate in Italia. E lui al telefono chiedeva al capitano di fargli sapere dove doveva mandare l'avvocato. Dalle informazioni sul terreno sembrerebbe che siano ancora loro ad avere in mano la gestione della tratta di esseri umani, ma l'arrivo dei miliziani in nero potrebbe cambiare le cose.
Già il fatto che i migranti vengono buttati in mare con qualsiasi condizione meteo e con barche fatiscenti è il segnale che si vuole alzare la pressione. E chi ha davvero interesse a farlo? Secondo il presidente del Copasir Giacomo Stucchi è poi "concreto" il rischio che dei terroristi possano nascondersi tra i migranti.
E c'è un altro elemento che preoccupa gli esperti ed è quello evidenziato dalla Rivista italiana difesa: gli uomini dell'Isis potrebbero ripetere nel canale di Sicilia quel che da 10 anni accade nel tratto di mare tra la Somalia e Aden, attaccando pescherecci, piccoli mercantili e anche i mezzi di soccorso, con l'obiettivo di prendere ostaggi. Ma c'è un altro scenario ipotizzato, ancora più inquietante: i terroristi potrebbero trasformare i barconi in trappole esplosive da far saltare in aria contro le navi e le motovedette italiane o di Frontex impegnate nei soccorsi ai migranti.
di Francesco Muser
Il Manifesto, 18 febbraio 2015
Un diritto per essere tale deve essere esigibile, tanto più se si tratta di un diritto legato alla salute. Ebbene, in Italia la canapa ad uso terapeutico è per molti malati ancora un miraggio. Occorre affrontare un percorso a ostacoli per ottenere una prestazione resa legittima da due decreti ministeriali.
Il primo del 18 aprile 2007 che inseriva nella Tabella II, sezione B, della legge sugli stupefacenti fra le sostanze ad uso terapeutico il Delta-9-tetraidrocannabinolo e il Dronabinolo, consentendo la vendita di prodotti sintetici come il Sativex; l'altro del ministro Balduzzi, del febbraio 2013, che aggiungeva i medicinali a base di cannabis di origine vegetale.
Molte regioni hanno approvato leggi per tradurre queste novità legislative in linee operative, ma le resistenze degli apparati burocratici che devono predisporre i regolamenti attuativi, i ritardi delle Asl motivati con la preoccupazione dei costi da sopportare (e non ultimo i boicottaggi per ragioni ideologiche) hanno fino ad oggi frenato l'accesso a questi farmaci, ben al di sotto del target di pazienti potenzialmente interessati.
La Regione Toscana si è mossa per sbloccare l'impasse. L'11 febbraio scorso, il consiglio regionale ha votato alcune modifiche importanti alla legge di tre anni fa, proposte dalla consigliera Monica Sgherri. La cannabis potrà essere prescritta prescrizione anche dai medici di base, con oneri a carico del Servizio sanitario regionale, sulla base di un piano terapeutico redatto da uno specialista. I farmaci potranno essere somministrati a domicilio e saranno forniti dalla farmacia ospedaliera.
Per ridurre il costo dei farmaci importati dall'estero, si è dato incarico alla giunta regionale di avviare azioni sperimentali o specifici progetti pilota per la produzione dei farmaci stessi. Quest'ultima disposizione dovrebbe accelerare l'avvio della produzione di medicinali cannabinoidi da parte dell'Istituto chimico militare di Firenze, già individuato allo scopo dalle ministre Pinotti e Lorenzin.
Sono di particolare interesse i risultati di uno studio condotto dall'Azienda Ospedaliera di Pisa sui pazienti trattati con cannabis terapeutica nella terapia del dolore nell'ospedale di S. Anna, nei tre anni successivi all'approvazione della legge toscana. I dati sono stati presentati dal dottor Paolo Poli, direttore dell'unità operativa competente, in sede di audizione di esperti presso la Commissione sanità del Consiglio regionale della Toscana.
Innanzitutto, lo studio ha evidenziato l'esistenza di critiche e resistenze di parte del mondo sanitario all'utilizzo di cannabinoidi nella cura del dolore cronico, oncologico e non. Emerge anche che il materiale vegetale presenta notevoli vantaggi rispetto al Thc sintetico. Non solo le infiorescenze prodotte in Olanda (utilizzate nello studio) derivano da piante con profilo genetico stabile, per cui forniscono un prodotto con un contenuto di principio attivo costante; rispetto ai farmaci a base di Thc sintetico, "l'infiorescenza secca permette di sfruttare le proprietà terapeutiche di un intero fito-complesso, di cui il Thc è solo uno dei costituenti", si è detto nell'audizione. Ben 327 pazienti sono stati trattati e monitorati: dopo tre mesi di trattamento, si constata un buon risultato sul dolore, un miglioramento della qualità del sonno rispetto agli effetti delle benzodiazepine e si riscontrano minimi effetti collaterali. L'unico aspetto negativo è il costo della terapia, che nella prima versione della legge regionale era ancora a carico del paziente. È uno studio importante, che avvalora le proprietà benefiche della cannabis e mina i miti del terrorismo anti cannabis. Con buona pace dei buchi nel cervello!
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