di Manuela Macario
La Stampa, 28 maggio 2019
Nuovi attrezzi, pesi, cyclette e tapis roulant per i 215 detenuti del carcere di massima sicurezza di Quarto d'Asti che hanno una palestra completamente ristrutturata. È verde salvia ed è stata inaugurata il 27 maggio dal direttore, Francesca Daquino alla presenza di rappresentanti delle forze dell'ordine, polizia, guardia di finanza, carabinieri, del prefetto Alfonso Terribile e di alcuni amministratori e consiglieri comunali.
"La nuova sala - ha detto Daquino - è stata ristrutturata con il contributo della società civile, grazie al volontariato e al Comune di Asti". Tra le attività collaterali che svolgono i detenuti, invece, c'è la digitalizzazione, prima delle licenze di edilizia e oggi le delibere comunali, grazie all'associazione Effatà.
Prosegue il corso di teatro e la collaborazione con il festival Asti Teatro e sono in corso d'opera invece strumenti musicali creati con materiale di riciclo che, con l'associazione Aso, vengono distribuiti nelle scuole. Il direttore ha consegnato 15 attestati ad altrettanti detenuti che ora possono svolgere lavori di manutenzione all'interno della casa di reclusione.
camerepenali.it, 28 maggio 2019
Comunicato stampa dell'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali e della Camera Penale di Viterbo. Una struttura depotenziata dalla mancanza di risorse umane ed economiche, con un enorme contrasto tra la manutenzione degli Uffici e lo stato fatiscente dei luoghi in cui vivono i detenuti. Stanze con muri umidi e pareti scrostate, pochissime docce funzionanti in ambienti con muffa e muri sporchi. I detenuti lamentano la presenza di blatte e topi. I colloqui con il Magistrato di Sorveglianza, a mezzo video, sono tenuti alla presenza della Polizia Penitenziaria. Vietata la visita al reparto dove vi sono detenuti in regime di 41 bis.
L'istituto potrebbe essere un'eccellenza per gli ambienti in cui si svolge l'attività scolastica e lavorativa e per i grandi spazi all'aperto. Falegnameria e sartoria, ben attrezzate, dove si lavora per produrre beni per l'amministrazione penitenziaria, nessuna commessa esterna. Una potenzialità sprecata che dovrebbe essere meglio gestita. Duecento piante di ulivo. L'olio prodotto viene venduto allo spaccio ed il ricavato destinato all'Ente Assistenza del Personale dell'Amministrazione Penitenziaria. Due serre, per la coltivazione di semi e germogli. Solo sei detenuti impegnati per ciascuna attività, con tempi ridotti per mancanza di risorse economiche. Per la costante richiesta si svolgono turni, ma sono pochissimi i detenuti a cui è consentito tale attività.
Presenti 572, con una capienza regolamentare di 431 unità. Ma non è il sovraffollamento il male peggiore dell'istituto. Il passaggio dalla zona uffici e laboratori a quella detentiva è raccapricciante. Le piccolissime stanze che ospitano i detenuti sono in condizioni vergognose e le docce in comune, di cui solo la metà funzionanti, sono in uno stato inimmaginabile dove la muffa è dappertutto. Due detenuti per stanza, non vi sarebbe la possibilità di una terza presenza. Forse si raggiungono i 3 mq. di spazio a testa, ma comprendendo anche il mobilio. Alcuni detenuti lamentano la presenza di blatte e topi e per quello che è stato visto, vanno creduti. Materassi e cuscini di gommapiuma lercia e rotta. Stato igienico complessivo propedeutico per malattie infettive ed altro.
Possibilità per il Magistrato di Sorveglianza di avere il colloquio con il detenuto dal suo ufficio, a mezzo video, mentre l'interessato si trova in una stanza attrezzata per il collegamento. Sorprende che a tale attività assista personale della Polizia Penitenziaria. Preoccupante il divieto di visitare gli spazi di detenzione del reparto destinato al 41bis.
I Responsabili dell'Osservatorio Carcere Ucpi: Avv.to Riccardo Polidoro, Avv.to Gian Paolo Catanzariti. I Responsabili per il Lazio: Avv.ti Roberta Giannini e Marco Russo. La Camera Penale di Viterbo: il Presidente, Avv.to Roberto Alabiso
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 maggio 2019
L'episodio raccontato al Garante nazionale dei detenuti, che lo ha denunciato all'autorità giudiziaria. Una pratica che sfiora la tortura sarebbe avvenuta nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo. Per un'ora intera, alcuni agenti penitenziari avrebbero utilizzato degli idranti contro un detenuto straniero recluso in cella di isolamento, allagando tutta la stanza e poi sarebbe stato lasciato lì, nell'acqua, per tutta la notte.
Un episodio che il detenuto stesso ha denunciato al Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, durante l'ultima visita a sorpresa nel carcere di Tolmezzo per constatare la vicenda degli internati al 41 bis, ma anche per verificare di persona proprio questo caso visto che gli erano giunte segnalazioni a tal proposito.
È il 21 maggio scorso quando il Garante trova il detenuto, un cittadino straniero in isolamento, in una cella completamente fradicia: cuscini, lenzuola, le mura, tutto ancora completamente bagnato. Il Garante ha chiesto spiegazioni e il detenuto ha riferito che gli agenti sarebbero intervenuti con gli idranti d'acqua nella cella attraverso lo spioncino e che lo avrebbero lasciato con l'acqua fino alle caviglie per tutta la notte.
Gli agenti avrebbero giustificato questa pratica con il fatto che il detenuto preso da una evidente esagitazione - aveva rotto il portellino dello spioncino e loro volevano che lui consegnasse il pezzo di ferro e il fornelletto che aveva in dotazione. Siccome lui non aveva eseguito l'ordine, gli agenti avrebbero aperto l'idrante, indirizzando il getto d'acqua in ogni angolo della cella.
Durante la visita, Mauro Palma aveva infatti notato - e fatto notare - che mancavano i bocchettoni degli idranti. L'episodio si sarebbe verificato solo due giorni prima della visita del Garante, e ciò ha reso possibile raccogliere elementi che, acquisiti, sono stati trasmessi con la denuncia in Procura. In occasione della comunicazione all'Autorità giudiziaria, il Garante ha precisato di voler essere considerato come parte offesa nel procedimento che sarebbe stato aperto, e di attendersi dunque di essere messo al corrente di ogni notizia spettante di diritto alla parte offesa dal reato.
L'utilizzo degli idranti è in parte giustificato per sedare, come già accaduto nel passato, le insurrezioni nelle carceri, oppure - come lecito - nelle ipotesi in cui i detenuti appiccano il fuoco. Una pratica di contenimento per colpire le rivolte, o spegnere incendi, ma non deve essere mai applicata sul singolo detenuto. Questo episodio, se verrà confermato attraverso le indagini delle autorità giudiziaria, potrebbe rendere ancora più credibile un'altra denuncia, riportata a gennaio da Il Dubbio su un altro presunto grave episodio nei confronti di un detenuto avvenuto sempre nel carcere di Tolmezzo.
Fu l'avvocato Giuseppe Annunziata del foro di Salerno a raccontare a Il Dubbio del presunto pestaggio avvenuto in cella di isolamento nei confronti del suo assistito, Domenico Tamarisco, detenuto nella sezione di alta sicurezza del carcere di Tolmezzo. Era andato a fargli visita e prima di vederlo, il comandante della polizia penitenziaria lo aveva messo al corrente che c'erano stati problemi con il suo cliente.
"Pensavo semplicemente che ci fosse stata una semplice tensione, ma appena ho visto Tamarisco al colloquio, sono rimasto scioccato per i lividi che presentava", ha raccontato l'avvocato. Ai suoi occhi il detenuto presentava evidenti ecchimosi al volto, in particolare l'occhio sinistro tumefatto, compreso altre tumefazioni alle orecchie ed ecchimosi alla gamba sinistra e al braccio destro. Cosa gli era accaduto? Il detenuto ha raccontato all'avvocato che sarebbe stato aggredito dal personale della polizia penitenziaria in due diverse occasioni, alla mattina e al pomeriggio, mentre era rinchiuso in cella di isolamento.
L'avvocato spiega che Tamarisco già da alcuni giorni aveva avuto delle discussioni accese con gli agenti, motivo per il quale aveva subito il provvedimento disciplinare dell'isolamento. L'avvocato per primo ha denunciato subito e con l'esposto ai carabinieri ha chiesto "l'immediata apertura di un provvedimento che possa chiarire quanto accaduto", ma soprattutto ha chiesto che "vengano accertate le condizioni di salute del signor Domenico Tamarisco attraverso la nomina di un medico".
Sì, perché il detenuto ha riferito all'avvocato di non essere stato sottoposto a una Tac o comunque a cure mediche dirette a verificare le sue condizioni di salute. A quel punto l'avvocato, dopo aver fatto un esposto ai carabinieri, si è recato in Procura per fare richiesta urgente di un medico per cristallizzare la situazione delle lesioni procurate. Cosa è accaduto per davvero nel carcere di Tolmezzo? Non possiamo saperlo. È sempre la magistratura che sta verificando cosa sia davvero successo e a cosa siano dovute le lesioni che presentava il detenuto.
Il carcere di Tolmezzo nasce il 30 gennaio del 1992. La Casa Circondariale venne destinata alla popolazione femminile e maschile appartenente al circuito della media sicurezza. Nel 1999 fu soppressa la sezione femminile. Dal 2014 l'istituto è destinato ai detenuti maschili appartenenti al circuito dell'alta sicurezza legati alla criminalità organizzata. Il carcere ha anche una sezione dedicata al 41bis dove ci sono anche otto persone non detenute, ma internate.
Parliamo di persone che avevano finito di scontare il carcere duro, ma che alla fine della pena sono stati raggiunti da una misura di sicurezza da espletare sempre al 41 bis e che hanno problemi per la mancanza di lavoro. Una situazione non facile al carcere di Tolmezzo, conosciuto per aver ospitato al 41bis persone come Massimo Carminati, e dove nel frattempo è recluso Salvatore Buzzi condannato al secondo grado per i fatti di "mafia capitale" e in attesa della sentenza della Cassazione.
di Salvatore Uccheddu
unicaradio.it, 28 maggio 2019
Un viaggio surreale, sorprendente e a tratti malinconico attraverso le carceri sarde: Giovanna Maria Boscani, artista sassarese, e Joe Perrino, musicista cagliaritano, a bordo di una vecchia Ape Piaggio, hanno raggiunto tutte le case circondariali dell'Isola. L'obiettivo? Incontrare i detenuti e farsi affidare storie, ambizioni e sogni sotto forma di ex-voto. Il documentario PGNR (Per Grazia Non Ricevuta) ora cerca fondi per la distribuzione tramite una campagna di crowdfounding.
Da Uta a Nuchis, da Bancali a Badu e Carros passando per Massama, Isili, Alghero e Is Arenas, l'Ape è diventata la casa per disegni, scritti, oggetti realizzati dai carcerati. Questo è il racconto di Per Grazia Non Ricevuta, film documentario attualmente in montaggio, per la regia di Davide Melis e prodotto dalla società cagliaritana Karel. Il film è alla ricerca di sostenitori che supportino la produzione e distribuzione: dal 1 aprile è partita la campagna di crowdfounding insieme a Banca Etica che ha selezionato Per Grazia Non Ricevuta sul bando "Impatto +", creato per progetti culturali.
L'obiettivo di Karel è raggiungere 15 mila euro: si potranno inviare donazioni diverse. Chi farà una donazione al film riceverà un premio come la locandina del documentario autografata dai protagonisti. Come ricompensa è possibile riceverà anche il dvd nel formato semplice o nel cofanetto speciale. Ma è disponibile anche il modello in scala dell'Ape Piaggio decorata a mano dall'artista Giovanna Maria Boscani.
Chi farà una donazione speciale sarà menzionato come produttore associato. "Per Grazia Non Ricevuta" è realizzato con il contributo della Regione Sardegna; e il supporto della Fondazione Sardegna Film Commission. Qui il link per la campagna crowdfounding https://www.produzionidalbasso.com/project/per-grazia-non-ricevuta-docufilm/
di Daniele Camilli
tusciaweb.eu, 28 maggio 2019
In scena all'istituto penitenziario uno dei capolavori dell'antichità grazie agli attori della compagnia "Disorganizzata" di Francesco Cerra. "I doni, credi a me, conquistano uomini e dei". Ovidio, le Metamorfosi. Opera messa in scena qualche giorno fa, davanti ai detenuti, dalla compagnia teatrale "Disorganizzata". Entrata però nella casa circondariale Mammagialla. Il carcere di Viterbo. Uno spettacolo frutto di un anno di laboratorio integrato. Regia, Francesco Cerra. Una compagnia fatta di professionisti, educatori, disabili e volontari del servizio disabile adulto della Asl, l'Uosdda.
Da ottobre a giugno, ogni anno, si incontrano al centro diurno comunale di piazza San Carluccio. Poi la pausa estiva. A maggio lo spettacolo. Dopo un anno di lavoro. Quest'anno al carcere di Viterbo, al centro, nei mesi scorsi di diverse polemiche sulle condizioni di vita denunciate da alcuni detenuti attraverso lettere spedite all'associazione Antigone e poi alla stampa. Al centro, infine, di una manifestazione organizzata da gruppi anarchici che lo scorso fine settimana sono andati sotto le mura dell'istituto penitenziario a portare la loro solidarietà ai carcerati. Come succedeva quarant'anni fa. In tutt'altri clima e temperie.
"Il progetto - racconta il regista Cerra - nasce grazie a una consolidata rete territoriale costituita dalla Asl di Viterbo, le politiche sociali del comune, le cooperative sociali Gli anni in tasca e Universale 2000 (Consorzio Il Mosaico), La Compagnia Tetraedro e l'associazione Eta Beta". Metamorfosi, storie di uomini, piante dei e animali. Mutano forma e natura. Affreschi senza tempo uniti dal tema portante della trasformazione. Ovidio, "gentile maestro in fatto di amore", come lo definì il drammaturgo e commediografo francese Louis-Benoît Picard.
Nello spettacolo portato in carcere dalla compagnia "disorganizzata" tutti gli episodi sono trattati come origine delle cinque grandi forze motrici del mondo antico. Amore, ira, invidia, paura e aletheia, la ricerca che svela. In trasformazione continua. La metamorfosi dove sia le azioni degli uomini che degli dei sono spinte da motori invisibili. "Corpi dissolti dalle fiamme del rogo - come li definisce Cerra - o dai guasti del tempo. Anime che si insediano in un nuovo corpo e così continuano a vivere. Tutto si evolve, senza che nulla si distrugga". Il teatro disorganizzato delle metamorfosi.
Redattore Sociale, 28 maggio 2019
Coordinati dalla giornalista Cecilia Marzotti, un gruppo di reclusi del penitenziario senese hanno sperimentato per la prima volta in un carcere il metodo della scrittura industriale collettiva ideato da Vanni Santoni. Si chiama "Fuori dal buio" ed è un racconto breve scritto a più mani da un gruppo di detenuti della Casa Circondariale di Siena coordinati dalla giornalista Cecilia Marzotti. Il libro è nato dall'idea di sperimentare per la prima volta in un carcere il metodo della scrittura industriale collettiva (SIC), ideato da Vanni Santoni, noto al grande pubblico per aver scritto una serie di romanzi di successo, e Gregorio Magini.
Il principio sul quale si fonda il metodo è che tutti gli scrittori, coordinati da una sorta di "direttore artistico", redigono tutte le parti del racconto/romanzo. La creazione del testo avviene attraverso la compilazione, da parte di ciascun autore, di schede, ognuna delle quali riguarda un aspetto della produzione (un personaggio, un luogo, una scena, ecc.).
La scrittura industriale collettiva non consiste, dunque, in una semplice divisione del lavoro, ma, attraverso un'innovativa modalità di composizione, genera una vera e propria rete di scrittori.
L'utilizzo di tale metodo narrativo, che sinora ha prodotto in Italia diversi racconti e un romanzo a ben 230 mani, conferisce pertanto un tocco di originalità a "Fuori dal buio", che rappresenta un primo, valido esperimento di scrittura condivisa da parte di detenuti. Con "Fuori dal buio" i principi della stesura partecipata di un testo hanno trovato concreta applicazione grazie alla appassionata supervisione della giornalista Cecilia Marzotti che, senza alterare l'originalità dei contributi individuali e delle illustrazioni che fanno da corredo al testo, ha coordinato gli scrittori in erba nella redazione dell'elaborato finale.
Il libro, la cui trama si snoda tra realtà e finzione, narra la storia di quattro uomini che si incontrano per caso in una località di villeggiatura e incrociano sulla loro strada un personaggio losco che li condurrà a varcare i cancelli di un carcere; tutti, simultaneamente, paiono essere vittime di un ineluttabile destino, ma alla fine riescono a prevalere sulla malasorte e si ritrovano "fuori dal buio", animati dalla prospettiva di un futuro più roseo.
"La scrittura in carcere - ha detto il direttore del carcere Sergio La Montagna - assume una valenza, a mio parere, terapeutica, oserei dire catartica: attraverso di essa i detenuti hanno l'opportunità di raccontare, ma soprattutto di raccontarsi. Spesso lo fanno per rimuovere il loro passato, per chiuderlo in un cassetto e nel contempo per dar voce alle proprie ragioni.
Anche in carcere è quindi possibile creare un tempo ed uno spazio in cui prendere la parola e coscienza della propria esistenza. Iniziative come quella del carcere da me diretto e che fioriscono in tanti istituti della pena della Repubblica hanno lo scopo precipuo di fare luce su una realtà troppo spesso dimenticata; servono a ridare dignità a persone che si avvalgono anche della scrittura per dare un senso al tempo della pena. Perché come dice Tabucchi "La letteratura può essere il mezzo per caricare di senso una cosa di per sé insensata come l'esistenza".
food-lifestyle.it, 28 maggio 2019
Imparare a cucinare per il reinserimento sociale. È questa la nuova scommessa di MasterChef Italia che, in collaborazione con la Cooperativa Sociale Liberamensa, ha ideato un progetto che è stato sviluppato nella Casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. Protagonisti i detenuti, sotto la direzione del vincitore di MasterChef All Stars Michele Cannistraro che li ha affiancati per insegnare loro a creare i menù di street food gourmet.
Come riportato da AdnKronos, una selezione di 16 creazioni tra focacce, panini, pizze e patate farcite sarà distribuito e commercializzato nei diversi punti di ristori gestiti da Liberamensa nel capoluogo piemontese, tra cui la caffetteria del tribunale, quella del museo Egizio, il bar agenti della casa circondariale e una nuova locazione alla periferia nord del capoluogo piemontese. Le ricette sono sia estive che invernali, e prevedono piatti anche piatti vegetariani. Si tratta di un'iniziativa il cui obiettivo è la possibilità di dare un impiego ai detenuti che escono dal carcere nei settori ristorazione e panificazione.
Soddisfazione da parte dello chef, Michele Cannistraro, che ha commentato così questa esperienza social: "Realizzare questo menu è stata un'esperienza bellissima che mi ha dato l'opportunità di lavorare con quattro ragazzi molto motivati. Come a me, dopo essere arrivato ottavo alla terza edizione di Masterchef è stata data una seconda possibilità con la partecipazione a Masterchef All Star, e credo sia importante poter dare una seconda opportunità anche a chi ha sbagliato e sta pagando per gli errori commessi".
Scontare una pena deve avere una meta da raggiungere, che è appunto quello del reinserimento sociale. E l'unica via per poter rendere concreta questa possibilità, è dare un obiettivo ben preciso. "Creare occasioni di inserimento lavorativo - ha sottolineato il direttore del carcere, Domenico Minervini - è importante e utile per gli stessi detenuti, che quando verranno scarcerati avranno una continuità lavorativa e il settore del food è uno dei settori su cui siamo impegnati".
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 28 maggio 2019
Accuse alla Guardia Nazionale di aver provocato l'incendio per stroncare la protesta in atto contro le condizioni di vita estreme nel penitenziario. La protesta dei detenuti del carcere di Odessa N.51, iniziata già cinque giorni fa per denunciare le condizioni di vita nel penitenziario, si è trasformata da ieri pomeriggio in vera e propria ribellione.
Secondo quanto riporta l'agenzia moscovita Interfax "la protesta avrebbe assunto un carattere di insorgenza quando sono stati rapite tre guardie carcerarie e tre paramedici". Secondo quanto è trapelato anche quattro secondini sarebbero stati feriti con armi rudimentali. Subito dopo, secondo il capo del servizio penitenziario statale ucraino Sergey Starenky, i rivoltosi avrebbero appiccato degli incendi nelle celle e costruito delle barricate.
"Approfittando della confusione 15 detenuti, tra cui alcuni reclusi per reati politici, sarebbero riusciti a evadere" ha aggiunto il funzionario. Secondo alcuni testimoni oculari sarebbero circa un centinaio i detenuti barricati nell'edificio. Il giornale odessita Dumskaya informa inoltre che autopompe mobili e ambulanze sono state già rese operative al fine di spegnere l'incendio e portare in salvo eventuali feriti.
La protesta dei detenuti era iniziata la scorsa settimana in modo pacifico. I reclusi intendevano protestare per lo stato di abbandono delle celle e la cattiva qualità del vitto. Secondo il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti che ha visitato le carceri ucraine nel 2018, la situazione al loro interno sarebbe "drammatica". Per il Comitato il numero delle accuse per maltrattamenti rimane allarmante.
La situazione della maggior parte delle strutture "è in costante deterioramento" mentre il sovraffollamento delle celle renderebbe "inumana" la vita dei detenuti. Che "continuano a essere tenuti in stanze comuni dove non esiste alcuno spazio privato e la dignità umana è calpestata", si legge nel rapporto. In serata è stato reso noto che la Guardia nazionale dopo aver circondato l'edificio lo avrebbe assaltato liberando gli ostaggi e ponendo fine alla rivolta. Secondo il giornale ucraino Strana tra i detenuti ci sarebbe almeno un morto e molti feriti.
Gli avvocati difensori di alcuni degli insorti accusano ora la Guardia Nazionale di aver provocato criminalmente essa stessa l'incendio per poi poter adire a una prova di forza contro i rivoltosi. Secondo i legali un detenuto sarebbe morto dopo essersi tagliato le vene in segno di protesta, al momento dell'assalto delle forze speciali.
di Massimo Sideri
Corriere della Sera, 28 maggio 2019
Per l'Europa pur in ritardo sulla tecnologia rispetto a Usa e Cina, la possibilità di definire le regole del gioco della vita online rimane, comunque, un grande risultato. Sabato, prima del voto e delle analisi che in queste ore stanno tentando di decifrare politicamente i risultati delle urne, l'Europa a suo modo, con uno stile fin troppo sobrio, aveva già vinto: il 25 maggio è stato l'anniversario dell'entrata in vigore della Gdpr, il regolamento europeo sulla privacy dei dati.
Il 25 maggio del 2018 era esploso da poche settimane lo scandalo di Cambridge Analytica che aveva coinvolto Facebook. I due eventi erano stati così vicini che ancora oggi rimane il legittimo sospetto di una sorta di caso esploso ad orologeria per evitare conseguenze peggiori proprio con l'entrata in vigore della Gdpr che prevede sanzioni fino al 4 per cento del fatturato mondiale delle società. Di fatto, con quasi mezzo milione di cittadini coinvolti, abbiamo assistito al più grande test di difesa delle informazioni online dell'era moderna. E se un anno fa l'ingresso della regolamentazione era stato visto come un ulteriore obbligo burocratico oggi possiamo parlare di scuola europea. Come ha ricordato il garante Ue della privacy al Corriere pochi giorni fa, il magistrato Giovanni Buttarelli, anche gli Stati Uniti hanno iniziato a comprenderne l'importanza.
L'autoregolamentazione sta fallendo: le società online, spesso monopoliste, si comportano come nuovi leviatani onnivori che assorbono tutto, anche al di là delle singole volontà manageriali. E così anche campioni del liberismo come Mark Zuckerberg di Facebook e Tim Cook di Apple, quest'ultimo grazie all'intercessione dello stesso Buttarelli, hanno chiesto una Gdpr made in Usa. Per l'Europa spesso maltrattata dai sovranisti e dimenticata da tutti gli altri è una soddisfazione non solo morale: pur in ritardo sulla tecnologia rispetto a Usa e Cina, la possibilità di definire le regole del gioco della vita online rimane, comunque, un grande risultato. Tanto da lasciare intravedere un suo ruolo stabile nella geopolitica dell'innovazione.
di Sergio Valzania
Il Dubbio, 28 maggio 2019
Bergoglio nella Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. È stato presentato ieri mattina il messaggio del Santo Padre Messaggio a quanti parteciperanno alla Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2019, che si celebrerà il prossimo 29 settembre, il cui tema sarà "Non si tratta solo di migranti".
L'ammonizione: "Non si tratta solo di migranti" ricorre martellante nel documento. Papa Francesco non si stanca di ricordarci che è impossibile vivere un cristianesimo destrutturato, del quale si accoglie quello che piace e si scarta ciò che pesa, che appare difficile, che mette alla prova. La cultura dello scarto è il rovescio dell'antropologia cristiana, fondata sull'incontro, sulla condivisione e sulla ricchezza delle identità, che arrivano ad essere fungibili.
La parabola del Buon Samaritano è raccontata da Gesù per spiegare chi sia il prossimo. Si conclude con una domanda "Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?" Soccorso e soccorritore si confondono nel rapporto d'amore, di dare e ricevere. Nel suo messaggio Papa Francesco propone quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere, integrare e avverte che non vanno riferiti solo ai migranti.
Questi ultimi sono solo un caso particolare, di evidenza estrema, dell'esclusione e dello scarto degli ultimi, atteggiamenti che sono posti alla base di una concezione errata, ma diffusa, della società umana. Proprio perché più prossimi, i migranti ci interrogano con maggiore intensità, parlandoci di loro quanto di noi, del nostro egoismo e della nostra indisponibilità a fare quello che con ogni evidenza appare giusto.
Il vero motto del cristiano è "prima gli ultimi!", ricorda papa Francesco. La riflessione del pontefice si allarga e abbraccia le problematiche che determinano l'emigrazione e quindi la presenza dei migranti, buona parte delle quali si annidano negli egoismi internazionali, nell'esportazione della guerra e nella vendita di armi a paesi ai quali viene negata in questo modo la possibilità stessa dello sviluppo. "Non si tratta solo di migranti" rifiuta quindi di essere un invito a sviluppare atteggiamenti superficiali di accettazione. Richiede per prima cosa di riconoscere le nostre responsabilità negli squilibri esistenti nel sistema delle relazioni internazionali e rifiuta come non cristiana ogni concezione che tenda a immaginare un'umanità divisa in entità statuali antagoniste e conflittuali.
Nella visione cristiana il destino dell'umanità è chiaro, si tratta della salvezza raggiunta in comune, in quanto popolo di Dio, all'interno del quale non sono concepibili distinzioni fra essere umano ed essere umano. Il valore di ciascuno dei figli di Dio è infinito. In riferimento ai piccoli, in ogni senso, Papa Francesco ha voluto inserire nel testo del messaggio una citazione evangelica di delicatezza poetica "Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli" (Mt 18,10) E si sa quanto sia importante il volto di Dio, il parlare con lui faccia a faccia nella tradizione profetica.
Alcuni vogliono vedere nella decisione di presentare oggi il documento pontificio un distinguo per l'atteggiamento disinvolto nei confronti della cultura e della tradizione cattoliche che ha caratterizzato alcuni comportamenti messi in atto durante la campagna elettorale. Certo papa Francesco non intende polemizzare con chi ha convocato i santi e la stessa Madonna nei ranghi dei propri sostenitori durante un comizio.
Scrivendo in chiusura che attraverso i migranti "il Signore ci invita a riappropriarci della nostra vita cristiana nella sua interezza e a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione, alla costruzione di un mondo sempre più rispondente al progetto di Dio" il pontefice ha fatto un discorso più ampio e complesso.
Sarebbe ingiusto e sbagliato riferire ad altri un monito che convoca tutti, ciascuno per la propria parte. Con il giusto desiderio di essere compresi nella benedizione conclusiva del messaggio, offerta in questi termini "per intercessione della Vergine Maria, Madonna della Strada, abbondanti benedizioni su tutti i migranti e i rifugiati del mondo e su coloro che si fanno loro compagni di viaggio".'
- Iraq. Lo spettro di un nuovo Camp Bucca
- Turchia. Concluso sciopero della fame dei detenuti contro isolamento di Ocalan
- Argentina. "Basta grilletti facili di Stato", nelle piazze esplode la rabbia
- Brasile. Guerra tra gang in carcere, 15 vittime in Amazzonia
- Venezuela. Amnesty: accertare cause morte di 30 detenuti nel carcere di Acarigua










