di Gianluca Abate
Corriere del Mezzogiorno, 27 aprile 2015
Il protagonista sarà Fortunato Cerlino, il boss Savastano della serie "Gomorra". Sarà Fortunato Cerlino - l'attore che impersona il boss Pietro Savastano nella serie di Sky Gomorra - il protagonista del film su Gelsomina Verde, torturata e bruciata durante la fida di Scampia alle 00.35 del 22 novembre 2004 dagli uomini del clan Di Lauro che volevano sapere da lei dove si nascondesse uno Scissionista.
Il progetto cinematografico, ideato da Gianluca Arcopinto e diretto da Massimiliano Pacifico, è del Collettivo Mina, il laboratorio nato a Scampia che vede impegnati i ragazzi delle Vele. La vittima di quella barbarie sarà interpretata da Maddalena Stornaiuolo. La tragica fine di Mina fu raccontata anche in due episodi di Gomorra la serie. Molti, in quell'occasione, si chiesero se fosse una vicenda vera o inventata. E, per questo, il 5 giugno 2014 decidemmo di raccontarla un'altra volta. La ripubblichiamo qui sotto. Per non dimenticare.
L'idea di (ri)scrivere la storia di Gelsomina Verde, la ragazza torturata e bruciata durante la faida di Scampia, m'e venuta guardando le due puntate della serie Gomorra dedicate al suo caso. Anzi, ad essere più precisi, m'è venuta leggendo le decine di tweet di chi chiede se la vicenda è vera, quali sono i dettagli, che fine ha fatto il processo. Ho pensato, leggendo quei messaggi, che molti, troppi, questa storia non la conoscono o non la ricordano. E, dunque, che è giusto raccontarla di nuovo. Ché quello di Mina non è un semplice omicidio di camorra. È un manifesto della barbarie. E non va dimenticato. Mai.
Serviva un mostro, per uccidere Mina. E, non a caso, "mostro" era il soprannome che a Scampia avevano affibbiato a Ugo De Lucia, killer del clan allora guidato da Cosimo Di Lauro, "uno che fa paura solo a guardarlo", lo Stachanov del delitto capace di commettere tre omicidi in appena 14 ore e 20 minuti. Il primo alle 10.15, l'ultimo alle 00.35. Ricordatela, quest'ora. È quella in cui Mina sarà bruciata. È il 22 novembre. Il lunedì è appena iniziato. Corre l'anno di camorra 2004. Mina è (era) Gelsomina Verde. Ha ventidue anni, i capelli neri lisci, un sorriso che mette in mostra i denti candidi e una passione per i cerchi, quei grandi orecchini che conserva in una scatola nella sua stanza. Lavora in una fabbrica di pelletteria. Ed è una ragazza "a posto".
Forse è per questo che, dopo un po', interrompe la sua relazione con Gennaro Notturno. L'ha amato, Mina. Ma poi lui è entrato nel Sistema, ha fatto un paio di lavoretti, qualche viaggio, ha scalato la gerarchia. E così la storia è finita, anche perché la situazione sentimentale di Gennaro è complicata. Ora Gelsomina, quando finisce il turno, non corre più da lui. Si dedica al volontariato, piuttosto. E aiuta anche gli ex detenuti. Uno di loro, Pietro Esposito, sarà proprio quello che la tradirà. Lo chiamano Kojak, ché ha il cranio rasato come l'attore del telefilm. Ha trentott'anni, e fa il criminale da quando ne aveva sedici.
Tentato omicidio, spaccio di droga, furto, ricettazione, detenzione di armi, rapina. Roba da stare in cella a lungo, e infatti Pietro Esposito in carcere ci sta. Solo che poi, il 19 novembre, esce. Scarcerato grazie all'indultino, sperando che fili dritto. Lui, invece, fila dritto dai suoi vecchi complici. Rientra nel Sistema. E, due giorni dopo, il clan gli affida una missione. Sarà l'ultima. Deve attirare Mina in trappola, Pietro Esposito. Ché lui è uomo fedele al clan Di Lauro, e quel clan ora vuole sapere dove si sia andato a nascondere Gennaro Notturno, uno che con il fratello Vincenzo è passato dalla parte di quelli che chiamano Scissionisti o Spagnoli, perché il loro capo s'è rifugiato in Spagna.
Gelsomina, con Gennaro, non c'entra più nulla. Non lo frequenta, non lo vede, non lo sente. I boss, però, sono convinti che sappia dove si trova. E decidono di farla parlare. Il problema, per loro, è che "Mina ha paura di Ugo De Lucia anche se lo vede da lontano", e allora per aggirare l'ostacolo chiamano Kojak. La conosce, sono amici. Così, quando la chiama e le dice che è appena uscito dal carcere, Gelsomina accetta subito di vederlo. Lui, a quell'appuntamento, la "intrattiene". Poi va via. Quello che segue è lavoro per Ugo De Lucia. Il mostro.
La tortura per ore, il killer del clan Di Lauro. Vuole sapere chi è questo Gennaro Notturno, uno che a Scampia è arrivato da Barra, e quelli della paranza neppure sanno che faccia ha. E poi vuole un indirizzo, un quartiere, un luogo. Mina, però, dov'è il suo ex fidanzato non lo sa. O forse lo sa ma non lo vuole dire, ché lei e Gennaro non s'ameranno più, ma condannarlo a morte no. Resiste a tutto. I calci, i pugni, le sevizie.
È una tortura che immaginare è impossibile. E, se siete tra quelli che hanno parlato di "pugno nello stomaco" dopo aver visto le due puntate di Gomorra su Sky, bè allora sappiate che il pm che indagò sul delitto le definisce "edulcorate". La storia di Mina, quella vera, è la cronaca di un martirio. E si conclude con un colpo di pistola alla nuca. Gli altri, quelli non li sentirà. E non saprà mai neppure che il mostro dopo la infila in una Fiat Seicento e brucia il suo cadavere all'interno dell'auto per cancellare le tracce dello scempio. Se la storia non fosse già schifosa di suo, bisognerebbe aggiungere anche che Gelsomina ha accudito i figli dell'uomo che l'ha tradita (Esposito) e ha fatto da baby sitter al nipote del suo carnefice (De Lucia).
Quattro giorni dopo, il 26 novembre 2004, i carabinieri fanno irruzione a via Parascandolo, rione Perrone, Scampia. C'è la casa di Pietro Esposito, lì. E l'arrestano. Kojak, seduto davanti al pm Giovanni Corona, tenta l'ultima difesa: "Io con questa storia non c'entro nulla". È una balla che non regge. Dopo cinque giorni, il direttore del carcere di Poggioreale Salvatore Acerra telefona al magistrato. È mezzanotte e mezzo. E, per la prima volta, gli dà del tu: "Giovanni vieni, Esposito si è pentito".
Mezz'ora dopo - quando entra nel penitenziario illuminato a giorno - Corona passa tra due ali di agenti della polizia penitenziaria. Applaudono, ché la storia di Mina è roba dura da mandar giù anche per chi con l'orrore ci convive per lavoro. Pietro Esposito, nella sala degli interrogatori, aspetta il pm. "Io sono solo un mariuolo, non un camorrista". Racconta tutto, il pentito. Solo che, quando il 7 dicembre polizia e carabinieri vanno a arrestare Ugo De Lucia, non lo trovano più. È fuggito, prima che dalla giustizia, dalla vendetta degli Scissionisti.
S'è rifugiato in Slovacchia. E lì, il 23 febbraio, lo scova la polizia. Lo fermano mentre rientra in albergo a Poprad, un posto sbagliato per andare a parlare di morte e cadaveri tra i turisti dell'Est. Ha ventisei anni, capelli rasati, jeans e giubbotto di pelle nera e lo sguardo perso nel vuoto. Non grida, il mostro. Lui che, invece, dopo ogni omicidio amava urlare "ho fatto un altro pezzo". I pezzi sono i nemici eliminati. Sono persone. Il pezzo è anche Gelsomina Verde.
Il resto, è storia giudiziaria. Il 4 aprile 2006 Ugo De Lucia viene condannato all'ergastolo, Pietro Esposito a 7 anni e 4 mesi (poi ridotti a 6 in appello) perché "non voleva uccidere la ragazza". Il 12 dicembre 2008 condannano all'ergastolo anche Cosimo Di Lauro, accusato di essere il mandante dell'omicidio, e lo stesso Di Lauro risarcisce con 300.000 euro la famiglia di Gelsomina. La sentenza, però, viene ribaltata in appello, e il 12 aprile 2012 il boss viene definitivamente assolto.
(Post scriptum. Marco D'Amore, in tv, ha vestito i panni del carnefice di Mina, che in "Gomorra" è Manu. Fa l'attore, è il suo lavoro. Ma, questa volta, è stato più difficile del solito. "Ho sofferto profondamente a girare quella scena". Ché, per certe storie, non basta un telecomando a spegnere il ricordo dell'orrore).
di Gianni Riotta
La Stampa, 27 aprile 2015
Migliaia di studenti tedeschi marciano a Berlino chiedendo solidarietà e giustizia per immigranti e rifugiati. Lo striscione del pacifico corteo annuncia "Oggi Lezione di Diritto Politico" e, figli dell'era globale e social, i ragazzi intonano in inglese "Canta forte e sostenuto, il rifugiato è benvenuto". A 70 anni dalla fine della guerra mondiale, grazie a loro, la Germania torna leader spirituale d'Europa, un giorno di Romanticismo.
Gli studenti di Berlino ripropongono la domanda del Santo Padre: "Che fare?", davanti alla biblica ondata di migrazione, due-tre milioni di esseri umani, che guerre, carestie, clima, sogno di vita migliore, spingono da Africa e Medio Oriente al largo nel Mediterraneo. Se accendete un talk show o un sito web, gli slogan, fast food del pensiero, sono serviti: Bombardare, Blocco navale, Tolleranza zero per gli illegali, Accogliere tutti, Schiudere le frontiere, Compassione contro profitti.
Nella realtà, invece, non esiste soluzione unica, diretta, solo piani complessi e difficili. Il "blocco navale militare", per esempio, sarebbe illegale, impossibile da attuare e innescherebbe ammutinamenti nella Marina davanti all'ordine di sparare contro la legge del mare. La dimensione tragica deve restare punto di partenza, nel 2014 3000 annegati, nel 2015 almeno 1500, in 16 mesi tre Titanic naufragati sulle nostre coste. L'Europa insiste "il controllo delle frontiere è responsabilità nazionale" e bissa la squallida performance degli Anni Novanta con la guerra nei Balcani. Ogni Paese fece i propri interessi, lasciando marcire le deportazioni, finché gli Usa non intervennero.
Le carte, gli appelli, la retorica dell'Unione, grondano compassione, solidarietà, benevolenza. Gli intellettuali, a destra e sinistra, sono lesti a condannare gli americani per il muro nel deserto messicano e i milioni di clandestini, ma dimenticano la realtà. 41,3 milioni di emigranti vivono in America, record storico; un emigrante su cinque al mondo, il 20%del totale, sbarca negli Usa che hanno solo il 5% degli abitanti della Terra; gli emigranti sono 13% dei 316 milioni di cittadini Usa, con i figli arrivano a 80 milioni, 25% della popolazione.
Gli Usa si dilaniano sul tema, la riforma dell'emigrazione è campo di battaglia nella corsa alla Casa Bianca 2016, l'Europa è inerte Ponzio Pilato. Spera, come davanti a Milosevic, al fondamentalismo islamico, a ogni emergenza, che anche la tragedia emigrazione venga infine assorbita da una pubblica opinione estenuata da anni di crisi economica. Contro quest'inerzia, politica e morale, protestano i ragazzi di Berlino, avanguardia della generazione Erasmus, pur consapevoli che la Germania accoglie più rifugiati di tutti nell'Unione. Una strategia geopolitica è indispensabile contro la calamità geopolitica che mette in marcia quelli che un tempo Frantz Fanon chiamava "Dannati della Terra".
Per disegnarla servono lo sforzo congiunto, la fantasia, di politici, urbanisti, economisti, diplomatici, Difesa, uomini di fede. Servono sì azioni militari, sul modello della campagna che ha ridimensionato i pirati del Corno d'Africa, raid contro il racket, contro le milizie che li proteggono, contro i banditi-guerriglieri-terroristi che li scortano nel deserto, contro i porti del traffico, anche con droni, per dare il senso che l'Ue fa serio. Ma in parallelo serve un Piano Marshall, dal respiro decennale, in cui coinvolgere altre potenze - per esempio la Abi, Banca di sviluppo asiatico promossa dalla Cina che può intervenire nel Medio Oriente - dando alternative alla rotta disperata dei gommoni.
Gli Usa destinarono al Piano Marshall il 4% del loro Pil: noi quanta ricchezza siamo disposti a investire per la pace del Mediterraneo? Si mette in mare il ceto medio africano, depauperando la classe dirigente locale e rallentando la positiva crescita del continente che, non dimenticatelo, il Fondo monetario calcola nei Paesi del sub Sahara al 5% nel 2014 e 5,75% nel 2015. Blitz e piani di crescita non fermeranno però le ondate e lì l'Europa deve stimare gli ingressi, razionalmente, senza alzare i già rabbiosi umori populisti. Illudersi che siano l'Onu o gli americani a risolvere per noi il dilemma è ipocrita.
Quando rileggiamo, nel 2015 le memorie 1945 di padri e nonni, vediamo amaro il ricordo "di chi restava a guardare", davanti ai treni piombati verso i lager, ai rastrellamenti, ai comizi dei dittatori, alla raccolta delle vittime. Indignarsi è facile per noi nel tinello del XXI secolo, opporsi a mani nude alla violenza richiede coraggio fuori dal comune. I libri che diamo in lettura agli scolari deprecano gli ignavi di allora: e noi? L'Europa decida quel che vuole, per calcolo elettorale, convenienza del momento, paura di agire, egoismi.
Ma tutti saremo giudicati con la stessa severità con cui Primo Levi inchiodava "la zona grigia" dei lager tra vittime e oppressori. Il prossimo Titanic che scomparirà nelle acque delle vacanze, mentre ci commuoviamo cambiando canale senza far poi nulla, ci renderà "zona grigia". Non aspettiamoci dunque pietà da chi ci giudicherà.
di Tiziana Krasna
Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2015
La sezione II-quater del Tar Lazio, con sentenza 15 aprile 2015 n. 5617, si è pronunciata sulla possibilità - regolamentata dall'articolo 35 del Dlgs n. 286 del 1998 - di ricevere, pur se non in regola col permesso di soggiorno, nei presidi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia e infortunio, osservando che l'articolo 35 del Testo unico si limita a contemplare la somministrazione di cure mediche urgenti anche a favore dello straniero che si trova in posizione irregolare, ma non impone il rilascio di un permesso di soggiorno (cfr. Consiglio di Stato, n. 8055 del 15 novembre 2010).
Come ha evidenziato anche la giurisprudenza civile, chiamata a pronunciarsi sulla garanzia della temporanea inespellibilità delineata dall'articolo 35 del Testo unico (si vedano Cassazione, n. 7615 del 4 aprile 2011 nonché n. 1531 del 24 gennaio 2008), inoltre, la norma in esame copre solo quegli interventi che, successivi alla somministrazione immediata di farmaci essenziali per la vita, siano indispensabili al completamento del primi o al conseguimento della loro efficacia, nel mentre restano esclusi quei trattamenti di mantenimento o di controllo che, se pur indispensabili ad assicurare una spes vitae per il paziente, fuoriescono dalla correlazione strumentale con l'efficacia immediata, dell'intervento sanitario indifferibile ed urgente.
Ed invero, ha aggiunto la Suprema corte, non si tratta di escludere dall'area degli obblighi costituzionali della Repubblica - nel campo della salute - prestazioni o controlli altrettanto necessari ma destinati alla indeterminata reiterazione perché assicurino effetti quoad vitam: si tratta di distinguere tra (articolo 35) interventi indifferibili (anche se di consistenza temporale non irrilevante) che rendono inespellibile lo straniero irregolare che di essi necessiti ed interventi sanitari che qualunque straniero può fruire in Italia ove chieda ed ottenga, previa valutazione dell'autorità amministrativa, il previsto permesso di soggiorno per cure mediche (Testo unico, articolo 36).
Il caso. Nella specie, nell'ambito di una vicenda che lo stesso organo giudicante non esita a definire complessa, si controverteva, in particolare, in ordine al rigetto dell'istanza - avanzata da un cittadino dello Zimbabwe - volta al rilascio di un titolo di soggiorno per cure mediche.
Argomenti, spunti e considerazioni. La conclusione del Tribunale amministrativo regionale per il Lazio persuade. I giudici amministrativi laziali hanno infatti colto e sviluppato la distinzione, già fatta propria dalla Corte di cassazione, fra gli interventi indifferibili (anche se, eventualmente, di consistenza temporale non irrilevante) che rendono inespellibile lo straniero irregolare che di essi necessiti (articolo 35 citato) e gli interventi sanitari che qualunque straniero può fruire in Italia ove chieda ed ottenga, previa valutazione dell'autorità amministrativa, il previsto permesso di soggiorno per cure mediche di cui all'articolo 36 del decreto legislativo n. 286 del 1998 (in tal caso, più esattamente, una volta ottenuto uno specifico visto di ingresso per ricevere tali cure in Italia, si può ottenere il relativo permesso di soggiorno).
Nella specie, superata la condizione di emergenza sanitaria verificatasi nel 2012, l'autore stesso dell'istanza affermava di seguire regolarmente la terapia e di doversi sottoporsi a visite di controllo destinate a durare per tutta la vita o per buona parte della stessa, collocando di conseguenza la fattispecie al di fuori dei confini propri della situazione di cui al citato Testo unico, articolo 35, come sopra inteso dalle corti giudicanti.
Ansa, 27 aprile 2015
Ignorando la pressione della comunità internazionale, l'esecuzione di nove stranieri - tra cui un francese e due australiani - condannati per spaccio di droga in Indonesia avverrà entro i prossimi tre giorni. Lo hanno annunciato le autorità di Giakarta, consegnando ai prigionieri la notifica "delle 72 ore" dalla fucilazione. Delle procedure d'appello presentate rimane in piedi solo quella del francese Serge Atlaoui sulla quale domani si pronuncerà la Corte Suprema. La Francia che ha minacciato conseguenze diplomatiche.
I detenuti - tre nigeriani, due australiani, una donna filippina, un brasiliano, un francese, un ghanese e un indonesiano - sono stati condannati negli ultimi dieci anni per traffico di stupefacenti in Indonesia, dove per tale reato è prevista la pena di morte. Il caso ha complicato le relazioni diplomatiche in particolare con Parigi, Canberra e Manila, dopo che in gennaio la fucilazione di altri cinque detenuti stranieri aveva provocato reazioni diplomatiche da parte dell'Olanda e del Brasile. La linea dura sul traffico di droga è stata decisa dal nuovo presidente indonesiano Joko Widodo, dopo che per anni l'Indonesia non aveva portato a termine nessuna esecuzione. Widodo ha definito la questione della droga "un'emergenza nazionale", citando statistiche secondo cui ogni giorno nel Paese 40 indonesiani muoiono per le conseguenze del consumo di stupefacenti.
di Alessandra Coppola e Michele Farina
Corriere della Sera, 27 aprile 2015
"Dolce vita": è il marchio di certe camicie che si vendono in Eritrea. A produrle è una ditta italiana. Dà lavoro a oltre 500 persone. Fabbrica ad Asmara, capitale della nostra ex colonia da cui scappano duemila persone al mese, secondo le stime dell'Alto commissariato Onu per i Rifugiati. Una settantina al giorno. Non c'è luogo al mondo che non sia in guerra e che registri un esodo così massiccio e continuato.
Sei milioni di abitanti. Il 20 per cento è già partito. Ma non sempre è arrivato. In 350 sono morti solo nell'ultimo naufragio. Descriverla come una prigione a cielo aperto, la Nord Corea africana del dittatore un tempo marxista Isaias Afewerki, è un luogo comune. Così comune che diventa normale dimenticarselo. Roma è la capitale che, tra mille difficoltà, vanta i migliori rapporti diplomatici con la linda Asmara dove i palazzi ricordano Latina e nei bar ti versano ancora il Punt e Mes in versione africana.
Ragioni storiche, culturali. Il popolo eritreo è meraviglioso. Ma in Eritrea la dolce vita è soltanto il marchio di una camicia. Per questo Almas, 29 anni, è scappata con la figlia. Ha lasciato la sua terra coi genitori quando era piccola. È cresciuta in Sudan, alla periferia di Khartum, ha sposato un connazionale. Quando lui è morto, non sapeva come sfamare la bimba. Girava voce che in Libia si trovasse lavoro. Non sapeva che c'era il caos? "No, non lo sapevo - dice al Corriere. Non avevo scelta".
Il 15 novembre scorso, tratta con dei passeur e parte. "Quando ho superato il confine ho capito che c'era la guerra". I trafficanti la portano ad Agedabia, in Cirenaica. Ma poi le dicono le strada è chiusa, impraticabile: deve andare a Tripoli. Lì trova lavoro come badante: "Ma non si poteva vivere, bombe e spari ovunque, faceva paura". Gli 800 dinari guadagnati li usa, allora, per pagarsi un passaggio in mare, assieme alla figlia. Almas dice che "i veri trafficanti non si vedono", le persone con le quali ha trattato erano "aiutanti", parlavano il tigrigno, forse erano pure eritrei. In mare, racconta, è stata fortunata, un giorno e mezzo di navigazione soltanto, a bordo di un gommone stipato di 200 africani, fino all'Italia, pochi giorni fa. Cosa volete che sia, restare pigiati su un barcone, per chi magari ha sofferto la tortura dell'otto.
Altro nome italiano, come dolce vita. Nella posizione dell'otto, il torturato in Eritrea viene messo a faccia in giù sotto il sole cocente, mani e piedi legati dietro la schiena. Lo racconta al Corriere Mike Smith, al telefono da Sidney. Veterano della diplomazia australiana, ha guidato la commissione d'inchiesta Onu sull'Eritrea istituita dal Human Rights Council: 400 fuggiaschi (gli ultimi scappati dall'Eritrea a febbraio), 140 testimonianze scritte, rapporto finale presentato a Ginevra due mesi fa. La storia che gli è rimasta più impressa è quella di un giovane di 32 anni, che chiameremo Issa, incontrato in un campo profughi in Africa.
"Un giorno i militari sono andati a prenderlo nel suo villaggio". Quel giorno è entrato nel meccanismo infernale del "servizio militare" permanente. Una specialità eritrea per tutti i ragazzi e le ragazze dai 16 anni in su. La generazione dei warsai, cresciuti nell'Eritrea indipendente. Ma non libera. Entri nei campi militari e ne esci vecchio. Prima l'addestramento, poi lavori forzati secondo i voleri degli ufficiali. Agricoltura, infrastrutture Issa ha fatto il bracciante, 7 giorni su 7. Per 10 anni. La sua gioventù, la sua dolce vita.
Una volta ogni quattro anni gli permettevano di tornare a casa. Guadagnava 500 nafka, meno di 10 euro. Finché riceve la lettera della sorella: "Hanno arrestato tuo fratello, torna". Lui va al villaggio, cerca di capire dov'è il ragazzo, perché l'hanno preso. Gli ordinano di tornare al suo posto, se non vuole farsi arrestare. Al campo viene punito. Cinque giorni la tortura dell'otto, un paio di volte al dì gli slegano un braccio per un sorso e un boccone.
Un giorno che è di turno alla frontiera, prova a scappare. Gli va bene. Non gli sparano come succede ad altri. Entra nella schiera infinita dei Segre-dob, "coloro che attraversano il confine". "Quell'uomo è il simbolo dell'Eritrea - dice Smith. Alla fine mi ha chiesto cosa avremmo fatto per lui, ho risposto che potevamo almeno far conoscere la sua storia. "Per me sarebbe già molto", ha sorriso prima di scomparire nella polvere del campo".
Cosa volete che sia, per i Segre-dob come Issa, sopportare i trafficanti di uomini fino alle coste libiche. Lui con "gli schiavisti" è cresciuto a casa sua. Non ha soldi per proseguire l'odissea. Un posto su un barcone forse sarebbe già un miraggio. Un miraggio anche per le 400 persone prigioniere a Misurata, in Libia, da mesi. Soprattutto eritrei. Lo denuncia don Mussie Zerai, riferimento in Europa di tutti i Segre-dob. In 60 viaggiavano verso Tripoli, avevano già pagato 1.600 dollari a testa per arrivare al porto. Scortati dai trafficanti sono stati fermati da un'altra banda, c'è stata una sparatoria (tre eritrei morti).
Gli assalitori si sono accaparrati la "merce umana", portandola in una "prigione" di Misurata. Lì c'è una donna libica che convoca i migranti uno alla volta: se vogliono essere liberati devono pagare altri 2.000 dollari, devono chiamare familiari o amici ai quali vengono date indicazioni su dove spedire il "riscatto". Cinquanta donne sono state portate via e non si sa che fine abbiano fatto. Eccola, la dolce vita degli eritrei prima di incontrare il Mediterraneo. Mario Giro, sottosegretario agli Esteri, dice che il governo italiano fa della questione dei diritti umani una questione centrale nel dialogo con Afwerki. Il regime ha annunciato che ridurrà il servizio nazionale a 18 mesi. La gente non si fida, dice Smith. Asmara dovrebbe fare un gesto concreto, forte, come per esempio cominciare a liberare una parte dei 10 mila prigionieri politici.
www.globalvoicesonline.org, 27 aprile 2015
Trovare i detenuti della prigione di Kerava, in Finlandia, è semplice, basta seguire il sentiero alberato e aprire la porta della serra. "È abbastanza rilassante vivere qui" mi racconta Hannu Kallio, un trafficante di droga, detenuto a Kerava. "Abbiamo anche i coniglietti".
70 sono i detenuti di questa prigione che, ogni giorno, vanno a lavorare nella serra. Oggi invasano delle piantine, in vista della grande vendita di primavera. E sì, c'è un recinto pieno di coniglietti: ci passano il tempo e se ne prendono cura. Ci sono anche le pecore.
In questo carcere non ci sono cancelli, serrature o uniformi: è un carcere aperto. Tutti i detenuti hanno fatto domanda per venirci. Ricevono 8$ l'ora, hanno il cellulare, fanno la spesa in città e hanno diritto a tre giorni di riposo ogni due mesi. Pagano l'affitto, possono scegliere di andare all'università in città piuttosto che lavorare e ricevere il contributo di sussistenza. A volte, con i supervisori, vanno in campeggio o a pescare.
I detenuti sanno che non è difficile scappare: "Puoi andare, se vuoi" dice Kallio "però se scappi, torni in galera. Allora meglio stare qui". Ogni primavera, centinaia di persone vengono alla prigione di Kerava per fare dei picnic, per passeggiare con gli animali e per comprare le piante coltivate dai detenuti.
Le prigioni all'aperto in Finlandia esistono dagli anni trenta. All'epoca erano più che altro dei campi di lavoro. Oggi sono considerate l'ultimo passo della pena prima del ritorno alla vita civile. "Non vogliamo sbattere in galera le persone per il resto della loro vita," dice Tapio Lappi-Seppälä, capo dell'Istituto di Criminologia dell'università di Helsinki, "perché, in quel caso, si dovrebbe investire molto ed essere certi che esista una reale possibilità di riabilitazione."
Non è sempre stato così. Fino a pochi decenni fa la Finlandia aveva uno dei più alti tassi di reclusione in Europa. Poi, negli anni sessanta, alcune ricercatori scandinavi hanno studiato la relazione tra l'efficacia della pena detentiva e la relativa riduzione del tasso di crimine. La conclusione dimostra che la pena detentiva non aiuta a diminuire i crimini. "Per la prima volta un'analisi critica ha dimostrato che le pene detentive non funzionano realmente" sostiene Lappi-Seppälä.
Durante i successivi trent'anni, la Finlandia ha a poco a poco rimodellato la politica detentiva. Al termine di questo periodo di "decarcerazione" la Finlandia aveva il più basso tasso di detenzione in Europa. Lappi-Seppälä aggiunge inoltre che i reati non sono aumentati. Ed è sempre lui a sostenere che: "L'esperimento in Finlandia ha dimostrato che è assolutamente possibile interrompere la reclusione per i due terzi della popolazione carceraria, senza influire sull'andamento dei reati del paese". Il graduale reinserimento nella vita normale, offerto dalle carceri aperte, ha davvero funzionato. Se, stando ai dati dell'Agenzia delle Sanzioni Criminali, un terzo dei detenuti in Finlandia è rinchiuso in carceri di questo tipo, è anche vero che questi ultimi difficilmente ritornano sulla cattiva strada. Il tasso di recidività è infatti sceso del 20% circa.
Le carceri aperte costano meno. Esa Vesterbacka, capo dell'Agenzia delle Sanzioni Criminali, sostiene che eliminando i costi dei sofisticati sistemi di sicurezza e del personale (mettendoli in strutture che sono essenzialmente dormitori) il costo per detenuto scende di almeno un terzo. Ovviamente, non è il risparmio la ragione principale di questo tipo di carceri, ma come dice Vesterbacka : "Oggi se si può risparmiare è meglio". Tra le principali attrazioni turistiche di Helsinki c'è persino un carcere aperto sull'isola di Suomelinna.
L'isola fa parte del Patrimonio Mondiale Unesco e brulica di turisti in estate. E c'è solo una staccionata a separare la prigione dalla zona con appartamenti residenziali e musei. I detenuti del carcere di Suomelinna vivono in un dormitorio di colore blu che assomiglia ad una casa. Solo una staccionata separa la prigione dal resto dell'isola, già popolare destinazione turistica.
"Non capisci davvero che stai camminando nel bel mezzo di un carcere," dice Lappi-Seppälä.
"Non ci pensa nessuno e non credo che neanche i turisti americani trovino la cosa pericolosa". Anche la popolazione locale sembra essere d'accordo. Parlando dell'argomento con i residenti di Kerava e Suomelinna, soprattutto riguardo al pericolo di condividere la città con dei detenuti, la maggior parte di loro rimane perplessa. Alcuni rispondono che addirittura i detenuti contribuiscono a migliorare la vita della comunità restaurando dimore storiche o pulendo spazi pubblici.
Sarebbe interessante chiedersi come questo sistema possa funzionare in altri paesi. In particolare, negli Usa che hanno il numero più alto di detenuti al mondo. Heather Thompson, un professore di storia della Temple University, studioso della carcerazione di massa e della vita dei detenuti, sostiene che sia difficile da immaginare, in quanto gli Usa non ne stanno proprio parlando. "Abbiamo appena realizzato che c'è un problema di sovraffollamento nelle carceri. Dovremmo ancora capire quali siano le attuali condizioni di reclusione, la reale esperienza di vita delle persone nelle carceri così che queste possano tornare alla fine della loro pena ad essere degli esseri umani".
Quando ho parlato con Hannu Kallio nel carcere aperto di Kerava, stava per scontare gli ultimi mesi di carcere a casa, lavorava per un'azienda di riciclo e viveva con sua moglie, le sue figlie e un Jack Russell terrier. Un uomo di nome Juha (non ha voluto dirmi il suo cognome) è in attesa del suo primogenito. Sta scontando l'ergastolo, ma per la maggior parte delle volte, questa pena in Finlandia si tramuta in un totale di 10-15 anni di reclusione. "È una cosa importante, quella che mi sta accadendo" mi racconta Juha, "ma non so quando uscirò. Praticamente, sarà la madre a crescerlo". Juha non è sicuro quando potrà tornare a casa dalla sua famiglia, ma sa che alla fine tornerà. E per uno che è stato condannato all'ergastolo in un carcere di massima sicurezza, è tanto.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 26 aprile 2015
Si può immaginare una prova di egoismo e di miope inettitudine più clamorosa di quella mostrata dall'Unione Europea riunita giovedì a Bruxelles per discutere il da farsi rispetto all'ondata migratoria che sta rovesciandosi sulle coste meridionali del nostro continente?
Posta davanti a una sfida geopolitica di carattere epocale, davanti alle sciagure e ai problemi di ogni tipo che questa produce, la sola cosa, infatti, che l'Unione si è saputa inventare è stata quella di mandare qualche altra nave nel Mediterraneo e di destinare una manciata in più di quattrini all'operazione Triton.
di Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2015
Per tutto ciò che sto per dire contro il Paese carogna che sembra diventato in questi giorni l'Italia, ci sono tre eccezioni: Emma Bonino che ha detto da sola le sole cose che una persona adulta (prima ancora che politica) avrebbe dovuto dire davanti alla tragedia delle centinaia di morti in mare. Walter Veltroni che - giudica - telo come volete - ha fatto un film buono e di sentimenti normali, in mezzo a un vortice di furore cattivo e stupido. E poi il Papa che come accade sempre, è solo nel tentare di far tornare un minimo di buon senso, se non di fraternità nella testa e nel cuore di chi lo ascolta. Questo è un Paese spaccato su tutto, dunque anche sul film di Veltroni I bambini sanno, fra chi lo approva anche solo perché i bambini sono carini, e chi ne dice male anche solo perché è un film di Veltroni. Ma il film ha fatto centro (come le parole della Bonino e del Papa) in un momento strano e stravolto della vita italiana. In poche ore è accaduto qualcosa che ha cambiato l'umore del Paese. Una tremenda disgrazia in mare (errore dello scafista? Errore del mercantile accorso, una vampata di panico dei disperati migranti stipati nel barcone, in parte storditi dal freddo sul ponte, in parte abbattuti dal caldo nauseante della stiva?), la barca da soccorrere si è rovesciata e quasi tutti (forse 800, uomini e donne, e c'erano anche 50 bambini) sono scivolati in fondo al mare, dove è impossibile trovare persino i corpi. In quel momento è esplosa in Italia una rabbia feroce, una cattiveria che ha perso ogni appartenenza politica e ogni limite.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 26 aprile 2015
Anche i detenuti sono diminuiti, ma le condizioni generali non sono comunque migliorate. "Il sistema carcere in Italia costa 3 miliardi di euro all'anno e ha una recidiva tra le più alte d'Europa". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, intervenendo all'incontro "Per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio", organizzato a Roma da una serie di cooperative italiane sociali impegnate nel recupero dei detenuti.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 26 aprile 2015
Meno detenuti nelle carceri e nello stesso tempo calano i reati in Italia, risultando uno dei Paesi più sicuri al mondo nonostante la percezione contraria e la propaganda emergenziali sta. L'associazione Antigone conferma le parole di Orlando sul fatto che i detenuti siano diminuiti, ma ha precisato che le condizioni del carcere non sono comunque migliorate.
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