Aki, 8 aprile 2015
Altre due condanne a morte sono state eseguite in Pakistan dopo che il 10 marzo scorso le autorità di Islamabad hanno deciso la revoca totale della moratoria sulla pena di morte per tutti i reati per i quali è prevista. Le condanne, come riferisce Express News, sono state eseguite per impiccagione in due carceri del Punjab. Dalla revoca della moratoria in Pakistan sono stati impiccati più di 50 detenuti. Stamani un detenuto, condannato per aver ucciso due persone nel 1997, è stato messo a morte nella prigione centrale di Sahiwal. Un altro prigioniero è stato impiccato nel carcere Kot Lakhpat di Lahore dopo essere stato condannato per un omicidio commesso nel 2000.
Adnkronos, 8 aprile 2015
Per i sospetti estremisti detenzione senza procedimento giudiziario per un massimo di due anni. Approvata in Malaysia una controversa legge che consente alle autorità di tenere in prigione i sospettati di terrorismo senza processo per un massimo di due anni.
Settantanove i voti a favore, 60 i contrari. Secondo quanto riporta l'agenzia di stampa malese Bernama, la norma è stata approvata prima dell'alba dopo 12 ore di intenso dibattito e tra le obiezioni dell'opposizione che teme che possa essere utilizzata contro i critici e gli oppositori del governo. Secondo il vice direttore dell'Ong Human Rights Watch, Phil Robertson, l'approvazione della norma antiterrorismo è "un enorme passo indietro per i diritti umani in Malesia". Secondo il ministro dell'Interno malese, Ahmad Zahid Hamidi, la nuova legge deve essere vista invece come uno degli sforzi compiuti dal governo per affrontare la crescente minaccia dell'estremismo legato all'autoproclamato Stato Islamico.
Durante l'ultima ora di dibattito, Ahmad Zahid ha fornito al Parlamento i dettagli sull'arresto di un gruppo di 17 persone accusate di aver pianificato attacchi nella capitale Kuala Lumpur, nei confronti di polizia ed esercito, e accusate di voler rapire funzionari di alto profilo. Del gruppo facevano parte anche due foreign fighters tornati da poco dalla Siria.
Nei giorni scorsi il direttore dell'agenzia antiterrorismo, Ayub Khan Mydin, aveva denunciato il rischio di attacchi imminenti dell'Is in Malaysia. Sono almeno 63 i malesi che sono andati in Siria e in Iraq a combattere fra le fila dell'Is. Diverse altre decine sono state incriminate dallo scorso anno per aver cercato di partire.
Omnimilano, 7 aprile 2015
Il presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, Gabriele Dossena e il presidente dell'Ordine dei giornalisti del Veneto, Gianluca Amadori, esprimono solidarietà alla direttrice del giornale "Sosta Forzata", Carla Chiappini, "per l'improvvisa e immotivata sospensione delle pubblicazioni da parte della direzione della casa circondariale delle Novate di Piacenza. "Sosta Forzata" è uno dei giornali che ha ispirato la Carta di Milano (sui diritti dei detenuti), nata e promossa all'interno del Consiglio dei giornalisti della Lombardia e condivisa con altri Ordini regionali, tra cui quello del Veneto e dell'Emilia Romagna".
di Errico Novi
Il Garantista, 7 aprile 2015
Finito l'effetto della pronuncia sulla Fini-Giovanardi detenuti in aumento di oltre 1.000 unità rispetto a febbraio. La protesta di Rita Bernardini che (con Pannella) è in sciopero della fame per l'amnistia e l'indulto.
di Valerio Spigarelli (Unione Camere Penali)
Il Garantista, 7 aprile 2015
C'è qualcosa di cui si avverte la mancanza, di questi tempi, nel dibattito-non-dibattito sulla Giustizia. Qualcosa, o forse qualcuno, che riporti la questione alla sua altezza naturale nella scala dei valori costituzionali. A differenza di quel che si aspettavano alcuni osservatori, infatti, il rafforzamento politico di Renzi non ha prodotto alcun risultato su questo terreno.
www.linkiesta.it, 7 aprile 2015
Nel 2004 il Sisde cercò di avvicinare 8 boss al 41 bis. Il Copasir: "Un'operazione poco trasparente". Nel 2004 alcuni agenti dei servizi segreti italiani cercarono di entrare in contatto con esponenti di spicco della criminalità organizzata. Un'azione di intelligence, gestita assieme ai responsabili del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, per ottenere informazioni da alcuni capimafia detenuti e sottoposti al 41bis. Nome in codice, operazione Farfalla.
di Fabrizio Gentile
www.interris.it, 7 aprile 2015
Ha lasciato il mondo della finanza, il suo posto da dirigente di banca, le sicurezza che 22 anni di servizio le davano e il prestigio di aver contribuito a creare il primo modello di banca virtuale. E ha deciso di regalare il suo tempo alle detenute.
di Laura Arconti (Direzione di Radicali Italiani)
Il Garantista, 7 aprile 2015
I titoli di un quotidiano, secondo una opinione corrente, hanno il compito di attirare interesse: in parole più modeste, il compito di vendere un maggior numero di copie del giornale. È opinione molto diffusa, che io non condivido. Un giornale piace e viene comprato per i contenuti, per la chiarezza e la attendibilità delle informazioni, per la scelta dei temi; meglio se ha anche belle fotografie e si occupa di temi trascurati da altri quotidiani.
Queste scelte appartengono ai direttori dei giornali, così come le scelte dell'impaginazione destinate a mettere in evidenza gli argomenti più importanti sono compito suo, del suo caporedattore e dei più stretti collaboratori, che non a caso si riuniscono ogni giorno per decidere l'impostazione del giornale prima di consegnarlo alle macchine. E allora perché affidarsi al titolista, alla sua capacità di trovare la formula "pour épater le bourgeois", la battuta furba, l'aggancio della similitudine sillabica, il richiamo alla visceralità del lettore, quando non addirittura al bisogno di compiacere l'editore, spesso contraddicendo i contenuti stessi del pezzo da titolare?
Il giornale è figlio di coloro che lo scrivono, e sono loro che dovrebbero apporre il titolo destinato a mettere in evidenza ciò che scrivono: in tal modo anche il titolo farebbe corpo unico con l'articolo, contribuendo a valorizzarne i contenuti. Il giornale, come strumento di informazione, è nutrimento della vita quotidiana non soltanto dell'homo politicus, ma anche del cittadino responsabile, conscio di non essere un suddito. Se i mezzi di informazione nascondono le notizie relative a determinate persone, deprivano il cittadino del suo diritto a conoscere, a confrontare, a giudicare e decidere.
Quando illustravo ai miei giovani colleghi in formazione i principi dell'analisi transazionale codificata negli anni Cinquanta da Eric Berne, per addestrarli a riflettere sui comportamenti da tenersi nel dialogo con qualunque interlocutore, iniziavo la prima lezione chiedendo quale fosse, secondo loro, il "bisogno primario" assolutamente prioritario su tutti. Stupefacenti risposte fornivano molte informazioni sul carattere e sulle abitudini degli allievi, ma nessuno -mai nessuno in decine di Corsi tenuti attraverso gli anni - rispose che il bisogno assolutamente prioritario è "respirare".
Nessuno, infatti, riconosce il respirare come bisogno primario, se non colui che ha problemi all'apparato respiratorio: colui che riconosce nel respiro la vita stessa. Perché ho citato la lezione sui bisogni primari, che apparentemente non ha a che vedere col discorso iniziale sul come e perché un giornale viene letto e stimato, e sul come e perché una trasmissione televisiva viene vista ed apprezzata? C'è un motivo ben preciso: neppure la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, nei suoi trenta articoli che esaminano nei minimi particolari tutto ciò che rappresenta la vita di una persona, parla di "diritto all'informazione, diritto a conoscere la verità". Nessuno ci ha pensato, finché il grande visionario del nostro tempo, l'uomo che vede lontano nel futuro -intendo Marco Pannella - non ha indicato questo "nuovo" diritto come primario nella vita politica e sociale delle persone.
Ovviamente, lui lo ha individuato proprio perché egli stesso e il suo partito radicale, come ogni altro cittadino, vengono privati di questo diritto: se il diritto a conoscere per poter consciamente deliberare (di proposito echeggio le parole del grande presidente Luigi Einaudi) è un diritto primario, i Radicali appunto, ignorati ed espulsi dalla grande comunicazione, sono persone cui manca quel respiro vitale che viene dall'essere conosciuti per quello che sono in realtà, per le loro idee e per i loro metodi di vita e di lavoro politico. E la vera vittima di questa espulsione è il cittadino, privato di un suo diritto primario. In questo momento, mentre scrivo (il giorno successivo alla Pasqua 2015) Marco Pannella ha lasciato da poco il carcere di Regina Coeli, dove con alcuni Radicali ha portato un saluto fraterno ai detenuti e al personale dell'Istituto di pena: antica tradizione radicale a Natale, a Pasqua, a Ferragosto, i giorni in cui tutti gli altri fanno festa. Era con lui Rita Bernardini, segretario nazionale del movimento "Radicali Italiani".
Rita è in sciopero della fame da trentatré giorni e non ha mancato di emettere comunicati precisi illustrando i motivi della sua azione nonviolenta. Con le sole eccezioni dei siti radicali, di Radio Radicale e del Garantista, nessun giornale, nessuna televisione, nessuna radio ha pubblicato la notizia. Ovviamente non è importante il fatto che Rita Bernardini non mangi: è importante che l'opinione pubblica sappia perché lo fa.
Con il suo corpo sottile, smagrito dal digiuno, vuol ricordare che la legalità stessa del nostro Paese è tradita da coloro che dovrebbero averne cura. Vuol ricordare che il solenne messaggio alle Camere dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato disatteso e schernito dal Parlamento; vuol accendere un faro sulla rovina della giustizia italiana, sull'ingorgo processuale, sui tempi assurdamente lunghi dei procedimenti.
E ancora sulla connivenza degli organi di informazione principali, sulle notizie esplosive che vengono nascoste all'opinione pubblica. Quali notizie? Per esempio due, recenti: la prima, che la Direzione Nazionale Antimafia ha pubblicato la propria Relazione annuale in cui si pronuncia con decisione per la depenalizzazione della cannabis, mentre tuttora sono in carcere persone condannate in base alla legge Fini Giovanardi dichiarata incostituzionale dalla Consulta. La seconda, che il Governo ha lasciato decadere un provvedimento delegato che prevedeva la detenzione domiciliare come pena principale per i reati meno gravi.
Vogliamo parlarne più diffusamente? Se il Garantista vuole, lo faremo. Ma, attenzione: bisogna che tutti coloro che credono nel Diritto e nella legalità, e giustamente pretendono una informazione corretta e completa, si diano da fare: abbonandosi al Garantista, insistendo con il loro edicolante perché si faccia parte diligente e tenga in edicola il giornale, girando varie edicole per ripetere la richiesta. Se il nostro amico "Cronache del Garantista" diventerà un giornale a più ampia tiratura, sarà tutelato quel nostro diritto all'informazione che è un diritto primario: è l'aria che occorre per respirare.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 7 aprile 2015
"Onorevoli, il vero bavaglio è quello che la dittatura delle intercettazioni vuole mettere alla democrazia". Cari colleghi, onorevoli giornalisti, amici elettori, gentili intercettati. Ho passato queste ore di festa a pensare a molte cose e in particolare a quello che è successo nel nostro paese negli ultimi giorni - e mi verrebbe da dire negli ultimi anni - e che credo sia arrivato il momento di fermare e di sanare una volta per tutte.
Non ci possono più essere sfumature e non ci possono più essere ambiguità e lo dico nel modo più chiaro possibile: non possiamo più accettare che chi governa questo paese, a livello nazionale e a livello locale, a livello politico e a livello imprenditoriale, sia costretto a fare i conti ancora a lungo con l'unico vero regime che esiste oggi in Italia: la dittatura delle intercettazioni. Sorrido di gusto quando ascolto i campioni della difesa della democrazia, i fenomeni dell'indignazione in servizio permanente, ribellarsi di fronte a un governo che starebbe trasformando l'Italia in una succursale della tirannica repubblica delle banane.
Mi verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. E se non ci fosse da ricordare, con urgenza, che se in Italia esiste un potere che si comporta come un regime dittatoriale quel potere, cari colleghi, onorevoli giornalisti, amici elettori, gentili intercettati, coincide con le forze - politiche, giudiziarie e mediatiche - che hanno permesso indisturbate che la nostra democrazia diventasse schiava di uno schizzo di fango. Dicevo le intercettazioni, sì. È ovvio, non sono scemo: so perfettamente che le urgenze dell'Italia sono altre, che le riforme che dovrei fare sono molte, che le priorità oggi sono legate all'economia, al lavoro, alla spesa pubblica, alle tasse e alla necessaria crescita del nostro paese, che è ancora insufficiente e che chissà se ci permetterà mai di spiccare il volo.
Ma quello che è successo negli ultimi tempi, prima con l'ex ministro Maurizio Lupi poi con l'enologo Massimo D'Alema, mi ha fatto riflettere molto. E mi ha fatto capire che in passato, su questo tema, ho sbagliato anche io, e che forse è ora di rimediare. Vedete, il mio ragionamento è semplice: non esiste una democrazia che possa avere la certezza di governare con tranquillità se dietro quella democrazia esiste un meccanismo di potere, perché di potere si tratta, che utilizza alcune armi improprie come le intercettazioni per decidere il destino di un politico, di un ministro, di un sindaco, di una giunta e persino di un governo.
La meccanica di quello che succede mi sembra evidente e volendola ridurre all'osso la potremmo mettere giù così: c'è un'inchiesta, quell'inchiesta permette l'uso di intercettazioni, le intercettazioni a volte pescano informazioni non solo sulle persone indagate ma anche su quelle non indagate, spesso e volentieri le informazioni che riguardano le persone non indagate finiscono mescolate con le informazioni che riguardano le persone indagate e mescolando tutto in un grande frullatore succede quello che abbiamo visto tutti negli ultimi anni: più le persone intercettate senza essere indagate sono importanti e più quelle informazioni verranno inserite in un fascicolo giudiziario solo ed esclusivamente per alimentare quel mostro che è diventato il processo mediatico.
Il principio è generale ma ha un'accezione particolare nel mondo della politica per una ragione che vi illustro rapidamente. Un politico intercettato e non indagato - e pronto per essere sputtanato - è un politico che nelle telefonate può aver detto anche le cose più oscene del mondo ma, al fondo, è un soggetto ostaggio del processo mediatico e in qualche misura è dunque un soggetto ricattato. È vero. Anche a me è successo in diverse occasioni, penso al caso Lupi e penso al caso Cancellieri, di aver utilizzato per questioni politiche che mi potevano tornare utili delle intercettazioni che riguardavano miei avversari, e da cui ho tratto un giovamento (sono diventato premier, prima, ho preso un ministero, poi).
Il passato però è passato e, complice la riflessione di questi giorni santi, ho deciso che bisogna attrezzarsi per il futuro. E proprio pensando al futuro, al futuro del paese e anche al futuro dei nostri figli, mi sono reso conto che continuare a essere ostaggi di questa dittatura è un rischio troppo grande per la nostra nazione.
Intendiamoci: io non credo che la magistratura sia politicizzata. Io credo però che la magistratura sia prigioniera di una serie di magistrati fuori controllo, convinti che compito della magistratura sia combattere non solo l'illegalità ma anche l'immoralità, e che in nome di questo principio si sentano in dovere di dover uscire fuori dalle righe, di utilizzare mezzi di lotta all'illegalità quasi illegali e che, sempre in nome di questo principio, si possano sentire nel giusto quando infilano il nome di qualcuno estraneo alle indagini nel frullatore del processo mediatico, quando non stracciano intercettazioni che andavano stracciate e quando, è successo negli ultimi giorni, fanno arrivare ai giornalisti non solo intercettazioni ma testi di interrogatori che fino a prova contraria dovrebbero essere segreti e secretati.
Tutto questo, tutto questo lento trasformarsi della nostra Repubblica democratica in una Repubblica giudiziaria, sono convinto che sia un danno per la nostra vita e penso che non sia più accettabile che questa piccola minoranza impazzita di magistrati fuori controllo sia autorizzata con un clic a rovinare per sempre e senza ragione la vita di un politico e di un governo. Cari colleghi, onorevoli giornalisti. Io capisco bene quando i direttori dei giornali dicono che se una notizia arriva a un giornale, a prescindere da come quella notizia sia arrivata, compito di un giornale è, per l'appunto, dare le notizie.
E mi è chiaro che se arriva un'intercettazione di un politico che dice qualcosa di moralmente non impeccabile per un giornalista è davvero dura non pubblicare quella notizia. Si tratta sempre di una scelta, però, non è un dovere, non esiste l'obbligatorietà della pubblicazione dell'azione penale, si potrebbe sempre decidere, volendo, di privilegiare, come succede in America, il diritto alla privacy sul diritto di cronaca. Ma comunque il tema, così posto, non è inquadrato bene. Il problema non è "se" pubblicare.
E perderci nei dettagli rischia di farci perdere il punto vero della questione. E il punto è evidente: non è tanto che un giornalista non deve pubblicare un'intercettazione malandrina ma è che quel giornalista l'intercettazione malandrina non dovrebbe riceverla. Per il semplice fatto che quell'intercettazione, se riguarda persone terze, non indagate, non dovrebbe finire in un fascicolo giudiziario. E invece non funziona così. La discrezionalità con cui un magistrato o un giudice inserisce in un fascicolo giudiziario, a disposizione delle parti e anche dei giornali, un'intercettazione malandrina è infatti pressoché totale.
Le regole ci sono ma non vengono rispettate. E ogni politico che parla al telefono, oggi, è un politico che può essere ricattato. Perché si può essere sputtanati per una telefonata innocua o per una chiacchiera come un'altra. E oggi può capitare, come forse sta già capitando, che ci siano procure che hanno deciso di mettere in vivavoce un governo. Onorevoli colleghi. Sono cresciuto osservando con dolore governi caduti e mi verrebbe da dire abbattuti per via giudiziaria. Sono cresciuto, come uomo e come politico, osservando con dispiacere e con rabbia il modo in cui il nostro paese non è riuscito a far sua la lezione di Montesquieu, quella dell'equilibrio dei poteri, del potere giudiziario che deve esimersi dall'essere potere legislativo e dal potere legislativo che deve esimersi dall'essere potere giudiziario.
Oggi però l'emergenza è forte, e per riequilibrare questo squilibrio il potere legislativo non può che intervenire in una certa misura nel potere giudiziario, come stiamo provando a fare anche al Csm, dove non a caso abbiamo scelto come vicepresidente un ex esponente del nostro governo. Siamo in una fase di grandi anomalie e per combattere alcune anomalie a volte bisogna mettere sul campo altre anomalie. Il mondo della giustizia va riformato nel suo insieme. Ma senza partire dall'Abc e senza capire oggi quali sono i terreni sui quali si gioca la nostra vita democratica non si va da nessuna parte.
Vedete. Io non ho nulla da nascondere e neanche chi lavora per me lo ha, ma rimanere ostaggio di un contropotere che con un clic può decidere la vita dei ministri e dei governanti è inaccettabile. E per questo ho deciso di presentare nel prossimo Consiglio dei ministri un decreto urgente per porre fine a questo sciacallaggio. So che qualche testata un po' pigra che ha dato prova in più occasioni di confondere il giornalismo d'inchiesta con la pubblicazione di veline di un magistrato urlerà le solite parole, sventaglierà il solito "bavaglio" e riempirà le sue pagine di post-it.
Ma se c'è un bavaglio in questo paese, cari colleghi, onorevoli giornalisti, amici elettori, gentili intercettati, quel bavaglio è quello che la dittatura delle intercettazioni vuole mettere alla democrazia. Così non si può più andare avanti. E so che forse i giornali non saranno d'accordo con me ma il paese vedrete che lo sarà. E per questo ho deciso di agire. Di fermare questa gogna. E vi giuro che lo farò. Grazie a tutti.
di Davide Giacalone
Libero, 7 aprile 2015
Parole e fatti hanno divorziato, in tema di giustizia. Le prime volano a caso, mentre i secondi sprofondano nel nulla. Eppure, volendo, c'è il modo per risolvere la questione delle intercettazioni telefoniche. Tenendo assieme le ragioni della riservatezza, della decenza, della prevenzione e della giustizia. Volendo.
Discettare su come disciplinarle è un gioco di società, che si vuole non finisca mai. Immaginare punizioni per chi le diffonde è un gioco fesso assai, dato che è già proibito e chi se ne infischia viene premiato. La più stupida delle idee è puntare sull'autodisciplina degli intercettatori (le procure), o su quella dei pubblicatoli (i giornalisti).
Mentre è oltraggiosa del diritto l'idea, esposta da Giovanni Legnini, vice presidente del Csm, secondo cui "si deve tutelare chi non è indagato". Avvertite questo signore che il diritto esiste anche per tutelare gli indagati, che non sono dei colpevoli, non, almeno, fin quando non prevale quel frullato d'inquisizione e soviet che gli gira per la testa.
La soluzione c'è: mai le intercettazioni negli atti processuali, mai nei mandati di cattura, mai a disposizione delle parti, quindi mai alibi per la loro pubblicità, perché, come nel sistema inglese, devono essere strumenti d'indagine e praticamente mai prove da esibire. Così si tiene in equilibrio la prevenzione dei reati e la riservatezza delle comunicazioni.
Qualcuno di noi ha qualche cosa in contrario a che siano ascoltate le conversazioni di soggetti o gruppi che si suppone si stiano preparando a commettere reati gravi?
Che siano potenziali integralisti assassini o pedo-fili alla ricerca di minorenni di cui abusare, no, non ho alcunché da obiettare. S'intercetti pure. Una volta colto un indizio, che può condurre a un ipotetico reato, il compito degli inquirenti consiste nel trovare prove che possano essere esibite in un processo. Se due o più soggetti ne parlano offrono elementi a chi indaga. È questo il modo per far convivere la repressione con il diritto. Non altro. Considerare le intercettazioni, in sé, come elementi adducibili alla richiesta di custodia cautelare, quindi da depositare in atti giudiziari, porta a due conseguenze corruttive. Da una parte imbastardisce le indagini e degrada il lavoro delle procure. Dall'altra trasforma i giornalisti in copisti servili. Leggo che un magistrato di valore, come Carlo Nordio ha idee simili alle nostre. Me ne compiaccio. Ma questa roba deve trovarsi nella legge, non nella presunta bontà d'animo o nella morigeratezza di chi maneggia quel materiale. La soluzione è semplice e può essere immediata.
Se non la si adotta è patetico lamentarsi di un male di cui si è la causa. Matteo Renzi, che promette interventi ma non chiarisce quali, ha detto che sta leggendo il libro di Mario Rossetti (con Sergio Luciano: "Io non avevo l'avvocato"). Lettura utile a dimostrare che in più di venti anni s'è straparlato, nulla è cambiato, semmai peggiorato. Dice Renzi che non si deve essere giustizialisti. Bravo, ma aumentare le pene e allungare la prescrizione (come sta facendo) è la quintessenza del giustizialismo. Quella è la resa del diritto alla retorica della severità farlocca.
La resa del processo all'accusa eterna. Più che giustizialismo: è dispotismo. L'idea che i diritti individuali siano subordinati alle verità sociali. L'accoppiata "ignoranza & viltà" socia di quella "chiacchiere e inutilità". Una quadriglia che prova a fermare la divulgazione delle intercettazioni dando sempre più potere a chi se lo conquista divulgando. Galattica bischerata.
- Giustizia: Garante della privacy "le intercettazioni irrilevanti rovinano la vita della gente"
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