di Antonio Polito
Corriere della Sera, 2 giugno 2019
Lo psicoanalista: "È in crisi l'asse centrale della famiglia: fare figli e allevarli. Noi umani siamo
dotati di un sistema che serve a prendersi cura dei piccoli, è un fatto biologico".
Professore Massimo Ammaniti, ci aiuti. Qui c'è bisogno di uno psicanalista. Che sta succedendo nelle famiglie italiane? Un tempo, neanche troppo tempo fa, eravamo campioni mondiali di familismo, la famiglia era al centro di tutto, nel bene dell'accudimento amorevole che dura una vita, dei legami di solidarietà e di affetto; e anche nel male del familismo amorale, del nepotismo, del paternalismo. Oggi invece della famiglia si parla solo in campagna elettorale e nella cronaca nera, perché dalle famiglie provengono alcune tra le storie più dolorose e ripugnanti.
"È andato in sofferenza l'asse centrale e cruciale della istituzione-famiglia, la sua legge fondamentale: la scelta della procreazione, l'impegno che comporta l'allevamento, le rinunce e i sacrifici, sembrano sempre più ostacoli alla ricerca della felicità individuale, alla cultura del narcisismo, che mette al centro della vita la soddisfazione dei propri desideri. Abbiamo visto, nel giro di poche settimane, nella periferia di Milano, nella provincia piemontese, in un paese del Frusinate, tre vicende di maltrattamenti e abusi nei confronti dei figli piccoli da parte di genitori in condizioni di grave marginalità sociale, con storie di droga e alcol, padri e madri irascibili e violenti o acquiescenti e complici, che hanno preso a botte i figli fino a farli morire.
E perché? Perché piangevano, si lamentavano, davano fastidio, impedivano il sonno o l'intimità dei genitori. Avrà notato che si tratta sempre di bambini intorno ai due anni. È il momento in cui un neonato, che va solo nutrito e pulito, diventa un essere umano che si muove, cammina, ha caldo e freddo, fa richieste continue. Alla prima prova con il duro mestiere di genitore, queste persone non hanno retto. Sono solo la punta dell'iceberg. I dati sugli abusi nei confronti dei minori ci dicono che otto casi su dieci si verificano in famiglia. È lì che vive l'orco delle favole".
Questa è la patologia dell'abbandono, della deprivazione. Ma la normalità? A me pare che il problema più grande delle famiglie italiane è che di figli ne fanno ormai davvero pochi. E chi se ne lamenta, segnalandolo come il problema principe della nostra comunità, viene subito trattato come un reazionario, un tradizionalista, un cripto-fondamentalista.
"La laicissima Francia ha preso di petto il problema della natalità, e ha messo in campo negli anni delle politiche di aiuto alle famiglie che hanno avuto ottimi risultati, tanto che oggi la natalità è più o meno sul tasso di rimpiazzo demografico, due figli per ogni donna in età fertile; mentre noi siamo a 1,32, praticamente il Paese dell'Occidente dove si fanno meno bambini. E - sono d'accordo - non è solo un problema sociale o economico. Anche se occupazione femminile, sgravi fiscali, asili nido, tempo parziale, contributi per il baby sitting, sono fattori decisivi per consentire a chi vuole generare di provarci. Ma poi ci sono anche quelli che non vogliono figli perché trovano più bella una vita senza, o li vogliono il più tardi possibile, e spesso è troppo tardi. E questo è un fatto culturale. I figli sono considerati problemi, impegni, condizionamenti, in conflitto con la realizzazione dei propri desideri. L'ha scritto anche il Papa nell'esortazione Amoris laetitia, e secondo me ha ragione, che c'è in giro troppo individualismo. Nel rapporto 2016 l'Istat calcola che il 34% delle famiglie italiane non ha figli. E del rimanente 66% con prole, il 46 per cento ha un solo figlio. È scomparso un mondo, quello dei fratelli e delle sorelle. Un mondo che consentiva ai ragazzi di non essere adultizzati fin dalla nascita, di avere un'infanzia. Se non partiamo da questo epocale cambiamento non comprendiamo niente. Una società che non fa figli si spegne".
Con la denatalità muoiono anche idee e valori del passato. Come si fa a spiegare la "fraternità" a una generazione di figli unici?
"Inoltre un bambino che cresce solo con gli adulti è spesso vittima di una iperstimolazione, che è l'altra faccia dell'abbandono, ma ha effetti negativi sullo sviluppo infantile. Li ha visti tutti questi bambini tenuti al ristorante fino a ora tarda? E tutte quelle che io chiamo le protesi educative? Il tablet già nel passeggino, il video per i viaggi in treno, YouTube a colazione, come se avessimo assunto una balia elettronica per essere un po' lasciati in pace. Ci sono ricerche che dicono che già a otto mesi un bimbo cui vengano offerti un pupazzo e uno schermo rivolge la sua attenzione allo schermo. Così si mettono le basi per forme patologiche di dipendenza dal video. Un bambino che va a letto con la storia letta dai genitori invece ne trae un vantaggio non solo in termini di sviluppo del linguaggio, ma anche di abilità sociale, perché impara il gioco dei significati del comportamento umano, il codice della crescita".
Prima parlavamo dei dati Istat. Ma secondo lei è "famiglia" anche un nucleo senza figli? Gli inglesi dicono "household" che è un termine più neutro e generale, indica i gruppi umani che vivono insieme, non necessariamente legati da rapporti di sangue.
"Dal punto di vista statistico, in Italia vengono definite famiglie anche i nuclei composti da una sola persona, cioè i single. E non voglio certo discutere qui dello stile di vita che ciascuno si sceglie. Ma è un fatto indiscutibile che noi umani siamo dotati di un apposito sistema di care-giving predisposto dall'evoluzione nella corteccia orbito-frontale, e che serve a prendersi cura dei piccoli della specie. È una esigenza, diciamo così, biologica. Dal punto di vista sociale, poi, dobbiamo sapere che in una famiglia con figli è più agevole l'acquisizione di quella caratteristica cruciale dell'essere umano, il suo vero successo evolutivo, che chiamiamo "mentalizzazione", e cioè la capacità di vedere il punto di vista degli altri, di capire che il comportamento dei simili nasce da stati d'animo simili ai nostri. Vale per i ragazzi, che se non fanno questa esperienza in famiglia poi arriveranno senza maturità all'incontro con il gruppo dei coetanei; ma vale anche per gli adulti, che diventando genitori imparano a vedere il mondo attraverso gli occhi dei figli, una singolare e travolgente esperienza di trasformazione. E la "mentalizzazione" è contagiosa, è una scuola di educazione al vivere in società".
Adesso che me lo dice capisco che cosa è che non va nei "social": mancano persone disposte a mettersi nei panni dell'altro, per vedere le ragioni altrui, che è poi la condizione sine qua non della società aperta e della discussione pubblica. Ma che succede a un adolescente se in famiglia non riesce ad apprendere questa skill della "mentalizzazione"?
"Succede quello che è successo a Manduria, o a quel gruppo di giovani della periferia romana che hanno preso a sassate un rider di colore che si pagava l'università consegnando la pizza. Succede che alla logica della società, che è inclusiva, si sostituisce quella del gruppo, o peggio del branco, che è esclusiva. Sempre più spesso anche il social network è un branco. In quella logica si è inclusi se si esclude il fragile, il goffo, il timido, il malato, il disabile, il nero, chiunque sia in una condizione di vulnerabilità. L'Unicef calcola al 37% la percentuale dei ragazzi che sono stati in un modo o nell'altro vittima di episodi di bullismo. Perché i deboli, a quella età, sono tanti. E la socializzazione malata, priva della educazione che avviene in famiglia, è spietata nel rifiutare la debolezza".
Se ho capito bene lei sta dicendo che gli adolescenti narcisisti di oggi sono la prima generazione di bambini cresciuti in famiglie narcisiste?
"Esattamente. Escludere l'altro per sentirsi incluso. Questo è il contrario della socializzazione, è la tribù. L'esperienza del rifiuto è poi drammatica per chi la subisce. Ha conseguenze serie sullo sviluppo del carattere e genera stati d'ansia e di depressione. Io osservo nella mia esperienza che questo meccanismo è ormai prassi nelle scuole superiori; anche, e forse perfino di più, nei migliori licei delle grandi città, dove i professori sembrano disarmati, e i genitori distratti. E guardi che ciò che succede nelle discoteche dei quartieri borghesi di Roma, dove di recente è stata violentata una ragazza etiope da tre giovanissimi, alcol, sostanze, pasticche, viene sempre più spesso iscritto alla categoria dello "sballo", come se fosse una forma naturale, e solo un po' più esuberante, di divertimento. Arancia meccanica di Kubrick era la storia di un gruppo di psicopatici. Ma quanto profetico è stato quel film nello svelare il sottile piacere della sopraffazione, della intimidazione e della violenza che dorme in ciascuno di noi, e che solo quella raffinatissima forma di educazione che è la cultura può dominare. Ciò che è successo a Manduria a quel povero sessantenne, morto al culmine di un calvario di cattiveria gratuita e di sevizie, è l'arancia meccanica dei giorni nostri".
Cosa ci può salvare? Cosa è rimasto di buono nella famiglia italiana? Cosa dovremmo fare, oltre che fare più figli, stare di più con loro, saper correre il rischio educativo?
"Ci può salvare l'impegno. L'etica della responsabilità. Un bene comune da perseguire. Ci sono milioni di volontari in Italia. Quella è la cura. Ci sono 150.000 scout, quella è la palestra. Ma l'impegno civile potrebbe vivere in mille altri modi. Le racconto un episodio che ho vissuto di persona, e non dimentico. Dopo il terremoto dell'Aquila, un gruppo di università italiane pensò di replicare ciò che l'ateneo di Harvard aveva fatto in Giappone, a Kobe, dopo il terribile sisma che l'aveva colpita. Proponemmo al ministero dell'Istruzione un progetto per coinvolgere i ragazzi delle scuole nella ricostruzione, dedicandovi due pomeriggi alla settimana in cambio di un piccolo salario. L'esperienza di Kobe aveva dimostrato che un impegno collettivo poteva aiutare a combattere quei fenomeni di spaesamento, depressione, isolamento sociale, che spesso si accompagnano alle catastrofi nel comportamento dei giovani. Ci risposero che erano troppo giovani per quel tipo di cose, che i ragazzi andavano piuttosto tirati su di morale, che nelle scuole avrebbero invece mandato i clown. Ecco che cosa intendo: non li prendiamo mai sul serio, non crediamo che possano diventare adulti, forse perché noi genitori rifiutiamo di esserlo, e ormai siamo già cinquantenni quando loro diventano adolescenti, e così si somma la nostra crisi di invecchiamento alla loro di crescita. Ci capita addirittura di entrare in competizione, quasi invidiandone la gioventù. Si formano così famiglie liquide, un magma dove le generazioni non si distinguono più, e nelle quali inevitabilmente l'autorità deperisce e svanisce, perché nessuno se la sente più di incarnarla".
Ma esercitare la propria autorità con i figli è diventato pericoloso. Chi prova a mettere regole in casa si trova di fronte alla contestazione classica: ma gli altri lo fanno. Se resisti sull'acquisto del telefonino ti mostrano i compagni che ce l'hanno. Abbiamo paura di essere odiati dai figli, di non essere buoni genitori...
"E invece i genitori questo devono fare, se sono adulti e non adultescenti. Un genitore buono è un genitore finito, che ha rinunciato al suo compito di educatore. Le regole non possono più essere certamente imposte come accadeva quando eravamo ragazzi noi. Non è più il tempo per padri padroni, ma questo non vuol dire che non ci sia bisogno di regole. Discusse, frutto di mediazioni, costruite per quanto possibile con il consenso, ma servono. Sono gli stessi ragazzi, inconsciamente, a chiederci una guida. Altrimenti, senza una leadership, neanche la ribellione è possibile, e invece è la cosa più sana che possa succedere a quella età".
Un tempo i ragazzi avevano fretta di crescere e di andarsene, proprio per emanciparsi dall'autorità paterna, fare di testa propria, costruirsi la libertà e l'intimità di cui un adulto ha bisogno. Oggi questa fretta non c'è anche perché i genitori non esercitano più tanta autorità, li trattano come fratelli e li proteggono come se ne fossero i sindacalisti?
"I genitori devono fare il possibile perché i figli conquistino la loro autonomia e vadano via di casa, a cominciare la loro vita. Attenzione ai falsi sentimentalismi. Troppo spesso li tratteniamo dicendo a noi stessi che sono loro a voler restare. Convivenze eccessivamente lunghe tra generazioni diverse sono innaturali. Io scolpirei sullo stipite di ogni porta, in ogni casa, una frase di Erik Erikson, lo psichiatra che negli anni 60 studiò il tema della identità: "Se i genitori non accettano la propria morte, i figli non potranno entrare nella vita". Il più delle volte sbagliamo proprio per questa paura inconscia. Oscuramente avvertiamo che la loro crescita si accompagna alla nostra fine. E proviamo a impedire entrambe. Perché l'uomo del Duemila, nel suo delirio di onnipotenza, pretende di vivere come se fosse immortale".
di Michele Bocci
La Repubblica, 2 giugno 2019
Così i dati del Centro europeo per prevenzione e controllo delle malattie e l'Istituto superiore di sanità smentiscono il vicepremier, che lo aveva affermato replicando al direttore della pediatria di urgenza del Sant'Orsola di Bologna secondo cui certe malattie "non sono causate dai migranti, come qualcuno vuole far credere, ma dall'aumento della povertà".
La tubercolosi è una malattia infettiva entrata spesso nel dibattito politico negli ultimi anni perché colpisce molti migranti. Anche oggi il ministro dell'interno leghista Matteo Salvini ha ribadito, dopo aver detto che tutti hanno il diritto alle cure, che "agli immigrati purtroppo va il record di tbc e scabbia". Il vicepremier ha risposto a Marcello Lanari, direttore della pediatria di urgenza del Sant'Orsola di Bologna, che al congresso dei medici dei bambini aveva detto che certe malattie "non sono causate dai migranti, come qualcuno vuole far credere, ma dall'aumento della povertà".
Ecco come stanno le cose. I dati sulla tubercolosi li raccoglie Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Nel 2017 in Italia i casi segnalati sono stati 3.944, cioè 6,5 ogni 100.000 abitanti. Tra i malati, gli immigrati sono circa i due terzi, cioè 2.600. Va chiarito che il numero di casi negli ultimi anni non è cresciuto, anzi, a partire dal 2010, quando le notifiche erano circa 7,8 ogni 100.000 abitanti, c'è stata una continua decrescita, fino al 2015, quando sono risalite per poi scendere di nuovo, appunto, nel 2017. Dunque, dal punto di vista sanitario non c'è alcun allarme e comunque il numero assoluto di casi (all'interno del quale comunque cresce la quota di migranti) resta contenuto in un Paese da 60milioni di abitanti come il nostro.
E del resto, in Europa, l'Italia è tra i Paesi dove l'incidenza è più bassa. Nei Paesi dell'Unione infatti la media è di 10,7 per 100.000 abitanti in quelli europei fuori dall'Unione si sale a 56,3. Per fare alcuni esempi, hanno più casi dell'Italia il Belgio (8,6), la Croazia (8,9), la Francia (7,7), la Germania (6,6), l'Ungheria (7), la Polonia (15,2), il Portogallo (17,5), la Spagna (9,8), il Regno Unito (8,5). La situazione è peggiore nei Paesi dell'Est, con la Russia che arriva al 79,3.
Giovanni Rezza, responsabile delle Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità spiega che "La tbc è una malattia della povertà insieme a Hiv e Malaria, come ha detto l'Oms. Non è però diffusa solo in Paesi poveri. Ci sono moltissimi casi anche nell'Europa dell'Est, ad esempio". Riguardo all'ipotesi che sia portata dagli immigrati, Rezza dice: "Ci sono due categorie di cui tenere conto. Intanto tra gli italiani la maggior parte dei casi riguardano anziani, che magari erano stati infettati da giovani. La malattia si latentizza e non dà segni di sé finché il microbatterio si sveglia a causa di una immunosoppressione, anche dovuta a altre patologie. L'altra categoria è quella degli immigrati, in genere più giovani. Si tratta di persone che magari vengono da Paesi dove c'è una grande diffusione della malattia.
L'infezione se la portano dietro e poi in una certa percentuale di casi la sviluppano anche per le condizioni di vita precarie e in generale povere in cui si trovano in Italia". Il contagio comunque non è facile. "Il fatto che il numero dei casi sia stabile negli ultimi anni ci dice che tanti contagi non ci sono. Per trasmettere la malattia ci vuole un contatto abbastanza stretto e prolungato, non basta andare sullo stesso autobus". L'ultimo focolaio di malattia scoppiato nel nostro Paese, tra l'altro, è partito da un'italiana. Nell'aprile scorso nel trevigiano si sono contati una sessantina di casi, partiti da una maestra che non si è fatta controllare dal medico malgrado avesse i sintomi di un problema respiratorio perché temeva di avere un tumore. Riguardo alle terapie, "in un Paese avanzato come il nostro - dice Rezza - la tbc è curabile. Le forme pericolose, quelle multi-resistenti ai farmaci, da noi si vedono poco". Discorso assai diverso vale per la scabbia. "Quello è un problema banale. Si tratta di una parassitosi cutanea, non mette a rischio la vita - chiude Rezza - Si cura facilmente con i farmaci. Di certo è un altro mondo rispetto alla tubercolosi".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 2 giugno 2019
La nave della ong tedesca era stata sequestrata dopo aver salvato 47 naufraghi poi sbarcati a Lampedusa nonostante il niet di Salvini. "La Sea Watch è libera": con un post sui social l'Ong tedesca ieri ha annunciato il dissequestro della nave da parte della procura di Agrigento per "cessate esigenze probatorie". Il blocco era arrivato dopo il salvataggio di 47 naufraghi, sbarcati il 18 maggio a Lampedusa. I pm hanno aperto un fascicolo per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ma è orami una routine. Unico indagato il comandante della nave, Arturo Centore.
Se la procura ha lasciato l'imbarcazione libera di proseguire la sua missione è perché nulla di rilevante è stato appurato. I volontari potranno lasciare il porto di Licata e riprendere le attività di ricerca e soccorso. "Speriamo che ciò valga a interrompere una campagna diffamatoria nei confronti della Sea Watch di cui si è reso responsabile, in più occasioni, il ministro dell'Interno italiano", il commento degli avvocati Alessandro Gamberini e Leonardo Marino. "Il dissequestro conferma la correttezza dell'operazione di salvataggio operata dall'equipaggio della Ong", sottolineano ancora i due legali.
Il comandante ha fornito una piena collaborazione alla polizia giudiziaria consegnando mail, documenti fotografici e audio, mentre i medici della Ong hanno confermato le condizioni precarie dei migranti a bordo e l'assoluta necessità di procedere allo sbarco a Lampedusa, nonostante l'iniziale divieto delle autorità: in molti a bordo avevano minacciato il suicidio. "Nei giorni scorsi sono state numerose le notizie di persone in difficoltà - ha spiegato la portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi. Alcune hanno atteso ore per essere soccorse, altre sono ancora ostaggio in mare senza indicazione di un porto sicuro. Le persone continuano a partire, auspichiamo di tornare presto nel Mediterraneo centrale con le altre Ong insieme agli assetti militari, che prima di noi hanno soccorso vite in mare.
Speriamo possa essere fatto ancora e non osteggiato dal governo, che deve astenersi da diffamazioni senza alcuna base legale".
Attraccherà invece stamattina a Genova il pattugliatore della Marina militare Cigala Fulgosi, che giovedì scorso ha soccorso un gommone, al largo delle coste libiche, che aveva a bordo cento migranti (23 i minori). In 20 hanno bisogno di cure mediche. I migranti non rimarranno in Liguria: "Nessuno sarà a carico degli italiani - ha annunciato Salvini.
Grazie alle nostre buone relazioni, una parte sarà accolta in cinque paesi europei mentre tutti gli altri saranno ospitati dal Vaticano". Il salvataggio della Fulgosi aveva sollevato le proteste delle Ong perché la posizione del gommone, sgonfio e con il motore fermo, era stata comunicata ai Centri di coordinamento già il giorno precedente. Il soccorso è avvenuto solo dopo che si era diffusa la notizia, poi smentita, di una vittima di 5 anni a bordo.
"Queste persone sono in pericolo da ore. Ci stiamo rifiutando di vederle", avevano denunciato Sea Watch e Alarm Phone. Una volta intervenuta la Marina, il Viminale ha deciso di dirottare il pattugliatore dalla Sicilia a Genova. Salvini ieri ha spiegato: "Ho detto: datemi tempo, andate a Genova, per avere accordi con paesi europei e con il Vaticano. Spero che non ci sia qualche magistrato pronto a indagarmi per questo. Però li vedo molto impegnati a indagarsi tra di loro". In serata ha aggiunto: "Non mi stupirebbe l'apertura di un procedimento penale a mio carico da parte del tribunale dei ministri di Catania".
di Antonello Mangano ed Elisa Oddone
L'Espresso, 2 giugno 2019
I riti vodoo per terrorizzare, i debiti del viaggio, i figli da mantenere in patria, le piazzole controllate dalla malavita, la polizia. Tre ragazze straniere raccontano perché sono finite a vendersi in Italia. E come provano a sfuggire. La sera del 15 novembre, ogni anno, le unità dei servizi sociali anti-tratta scendono in strada in contemporanea in 63 città italiane. Da Asti a Catania, centinaia di operatori raccolgono elementi per disegnare una mappa nazionale del fenomeno. Durante l'ultima uscita hanno incrociato più di 2.800 persone che si prostituivano in strada. Tra loro ci sono rom bulgare che scendono ad aspettare clienti di fronte al portone di casa; signore cinesi di mezza età nelle vie di Mestre e Milano; minorenni nigeriane sulle strade provinciali piemontesi. Vengono dalle zone più povere dei rispettivi paesi: i villaggi rurali del Liaoning, Edo State, le città a cavallo tra Bulgaria e Romania. Sono vittime. Ma anche protagoniste di una guerra privata per l'emancipazione.
"Mi avevano detto di tagliarmi un dito per la cerimonia ma ho rifiutato e allora hanno usato un fantoccio di sabbia con le sembianze di una testa umana", racconta Loveth all'Espresso. "Mi hanno fatto giurare di ripagare il debito e che, se non lo avessi fatto, non sarei mai riuscita ad arrivare in Italia".
Loveth è una ragazza di 23 anni. Viene da Uromi, una città a cento chilometri da Benin City. Era una studentessa di Scienze che sognava di diventare infermiera. Non potendo continuare gli studi per mancanza di denaro, ha deciso di lasciare la Nigeria per lavorare in Italia come parrucchiera. Per raggiungere l'Europa ha affrontato un percorso drammatico tra Niger, Libia e Mediterraneo. Per il viaggio le hanno chiesto 20 mila euro. Un debito garantito dal rituale del juju.
Poco più di un anno fa Ewuare II, Oba di Benin City, ha convocato i "native doctors", i sacerdoti del voodoo. Nel corso di una cerimonia ufficiale, ha annullato tutti i giuramenti passati e futuri fatti dalle vittime di tratta. L'Oba è, nella cultura del popolo Edo, un capo religioso tradizionale e un re, sovrano dell'antico regno del Benin. La sua autorità è riconosciuta in ambito religioso e culturale. "L'Oba ha emesso l'editto perché è un uomo moderno, che conosce bene la tratta, ha studiato a Londra e nel New Jersey, è stato in Italia come ambasciatore", spiega un documento dell'associazione antitratta Piam di Asti, la stessa che ha accolto Loveth dopo la fuga dai suoi aguzzini.
"Ho lasciato la strada e la mia prigionia prima dell'editto dell'Oba ma con molta paura per il mio futuro e la mia vita in quanto avevo fatto il giuramento juju", ricorda la ragazza. "Poco dopo, ho saputo dell'editto. Il mio cuore si è sollevato tantissimo. Dobbiamo far conoscere l'editto il più possibile perché in questo modo tante ragazze lascerebbero le loro aguzzine. Se credo che serva? Ne sono certa".
Sembra però che l'editto abbia avuto più effetto in Africa che in Italia. "C'è stata una enorme riduzione della tratta nell'Edo State", ci spiega Stella Odife, presidente dell'ong di Abuja Wogi (Women's Organization for Gender Issues). "Ora siamo al livello più basso di sempre, non siamo più un terreno fertile per i trafficanti, che però si sono spostati nel Delta State, il distretto confinante".
Ancora sospesa tra liberazione e schiavitù, Loveth rivive il percorso per l'Europa. "Se nella foresta in Niger cadi dalla moto che va all'impazzata con altre due persone a bordo, non si fermano a raccoglierti", racconta. "Ho fatto il viaggio a occhi chiusi, stringendo forte la persona in sella di fronte a me. Sono stata nel deserto per tre mesi con i trafficanti aspettando il momento propizio per entrare in Libia. Lì le donne nigeriane devono stare molto attente. Ci mettevamo un niqab che lasciava solo scoperti gli occhi perché altrimenti gli uomini ci avrebbero rapito e violentato. Non siamo nulla per loro".
A Torino, Loveth trova il suo contatto, una connazionale. "All'inizio era gentile, mi dava cibo, ospitalità, poi al momento in cui pensavo di lasciarla per iniziare a cercare lavoro come parrucchiera, mi ha detto: "Dove stai andando?". Da quel momento ha iniziato a seguirmi, a chiudermi in casa. E poi a mettermi in strada per ripagare il debito".
Il lavoro in strada è terribile. Si sta in un "joint", una piazzola di sosta lungo le provinciali. Ogni joint è strettamente controllato dall'organizzazione criminale. "Lavoravo tutte le notti offrendo prestazioni tra i dieci e venti euro", dice Loveth. "Questo incubo è andato avanti fino a quando l'anno scorso la mia sfruttatrice si è allontanata per andare ad una festa. Sono scappata: ho finto di andare a lavorare come al solito e, per evitare sospetti, ho portato con me solo una piccola borsa, lasciando tutti i miei beni nel suo appartamento".
Quando Maria ha lasciato Vidin, una città al confine tra Romania, Bulgaria e Serbia, pensava al nome del suo quartiere: "New Path". Una definizione ironica per quell'enorme insediamento di baracche e grandi palazzi grigi dell'era comunista, dove le tubature dell'acqua esplodono periodicamente accentuando il degrado tra pozze e cumuli di spazzatura. Con la scusa di proteggere i bambini dagli incidenti ferroviari, anni fa hanno costruito un enorme muro blu che circonda il ghetto.
Secondo il censimento dell'Istituto nazionale di statistica bulgaro, risalente al 2011, ci sono 325.343 rom nel paese, pari al 4,9 per cento della popolazione. Il Consiglio europeo invece stima circa 750.000 persone. La forbice si comprende considerando che essere rom è soprattutto uno status sociale basato sulla discriminazione e sulla segregazione. È rom chi vive nei ghetti. Un circolo vizioso tra disoccupazione, povertà e, molte volte, disprezzo.
Dopo aver perso un lavoro da sarta, Maria ha deciso di partire. Il tasso di disoccupazione in Bulgaria è alle stelle e per i rom è ancora più alto. I figli sono rimasti in patria. Vuole che frequentino la scuola privata perché nella pubblica possono essere discriminati. È il suo obiettivo principale. Adesso lavora sotto casa, a Marghera. Venezia è a due passi ma la zona è divisa tra un quartiere residenziale, un porto commerciale e la zona industriale. Si organizza come se avesse un orario d'ufficio, dalle 15 alle 20, mai di domenica, mai di notte. È pericoloso comunque, ma almeno è protetta dai mariti delle sue amiche. Sono loro che l'hanno introdotta al lavoro in strada.
Le donne dell'Est sono tipicamente circondate da una rete di parenti, amici e fidanzati. "Le dinamiche tra loro sono molto complesse e non dettate solo dalla costrizione", ci spiega Elsa Lila, cantante albanese che vive da anni in Italia. "Il legame può essere un accordo d'affari così come l'innamoramento".
Il viaggio, almeno, è stato semplice. Il suo fidanzato di Vidin l'ha accompagnata alla stazione degli autobus di Sofia, dove partono le linee internazionali. Poi circa venti ore per arrivare in Italia. Qui ha ritrovato le sue amiche, quelle del quartiere. Adesso vive in un appartamento a Marghera, 400 euro divisi tra cinque persone. Con i soldi guadagnati Maria mantiene tutta la famiglia: il compagno in Italia, i tre figli in Bulgaria tutti avuti dal suo ex marito, la sorella più piccola, i genitori che si occupano dei figli e i genitori dell'ex.
Come può uscirne? "Nessuno stipendio è in grado di competere con quello che guadagna, il benessere che può assicurare ai propri figli in Bulgaria non può raggiungerlo con nessun lavoro "normale", per cui rinuncia al nostro aiuto", spiega Gianfranco Della Valle del Numero verde antitratta. "Le storie delle rom bulgare a volte sono paradossali, sembrano quasi vicende di emancipazione sociale. Sui loro profili Facebook mostrano le foto delle vacanze oppure le loro nuove abitazioni in costruzione".
Nonostante le difficoltà, il modello italiano di intervento anti-tratta è considerato un'eccellenza a livello europeo. L'articolo 18 si basa sulla concessione del permesso di soggiorno per chi denuncia gli sfruttatori, a cui segue un programma di inserimento. Le donne comunitarie però non possono accedere a nessun "premio" particolare, come il permesso di soggiorno, quindi difficilmente vengono intercettate dai programmi di reinserimento. E, come abbiamo visto, per loro la denuncia è più difficile: si tratterebbe di mettersi contro la famiglia, gli amici o il fidanzato.
Yuyuan è una signora di mezz'età molto curata, parla un italiano migliore delle altre sue connazionali che lavorano nello stesso tratto di strada in via Paganini, a due passi da Piazzale Loreto. Vive a Milano da vent'anni. "Ho lavorato in una fabbrica e poi come cameriera. È passato solo un anno da quando ho iniziato a stare in strada", racconta. Sta comprando casa, altri due anni per pagare il mutuo e poi pensa di fare ancora la cameriera. "È un lavoro più tranquillo. Ho una figlia di dieci anni in Cina. Va a scuola e vive con la nonna. Non voglio portarla qui. La Cina è meglio dell'Italia adesso. L'economia italiana è diventata pessima".
Il percorso di Yuyuan è quello di tante cinesi. "In fabbrica ci si ammala di stanchezza. Salvo rare eccezioni le operaie dormono e mangiano all'interno della fabbrica. Allora la prostituzione in appartamento o in strada diventa una seconda possibilità". Martina Bristot, esperta di Cina ed ex-ricercatrice presso l'Università di Hong Kong. "Le donne con cui ho parlato non pensavano che avrebbero fatto le prostitute", ci dice. Ma quando chiedi il perché, rispondono che "almeno quello è un lavoro".
Nonostante siano quasi sempre vittime di doppio sfruttamento, lavorativo e sessuale, le donne cinesi rimangono fuori dal circuito dell'accoglienza e spesso passano dalla reclusione delle fabbriche a quella dei Cpr, i Centri di permanenza per il rimpatrio. Si tratta di strutture pensate per espellere gli stranieri senza documenti. Ma, nella maggior parte dei casi, al termine di sei mesi di detenzione, viene semplicemente consegnato un foglio di via.
La storia di H., tratta dal rapporto "Interrotte", è esemplare. Il 23 febbraio, giorno del capodanno cinese, va a festeggiare con gli amici. "Abbiamo bevuto molto e la polizia ci ha fermati. Era la prima volta che mi controllavano, ero sempre chiusa in fabbrica, non uscivo mai". La portano alla questura di Prato, nessuno le spiega nulla. Dopo 36 ore la rinchiudono a Ponte Galeria, il Cpr nei pressi di Roma. "Le donne cinesi vivono la reclusione come un'ingiustizia e un torto inflitto dallo Stato italiano", dicono le attiviste di BeFree. La testimonianza è stata raccolta nel 2015, ma la situazione rimane identica. La Prefettura di Roma, tuttavia, ci ha negato la possibilità di visitare il centro, con la seguente motivazione: "Dietro conforme parere del ministero dell'Interno, non si ritiene opportuno, per il momento, consentire visite".
*I nomi sono stati cambiati per proteggere l'identità delle donne
di Valentina Arcovio
Il Messaggero, 2 giugno 2019
I commercianti si stanno organizzando per rispondere alla sentenza della Cassazione sulla cannabis light. Intanto però sono partite le operazioni delle forze dell'ordine su alcuni negozi sparsi per l'Italia. Come ad Avellino, dove la Guardia di Finanza ha sequestrato 72 confezioni di infiorescenze essiccate di cannabis light poste in vendita da un distributore automatico nei pressi di un istituto scolastico del capoluogo irpino. Il prodotto, pari a 221 grammi, è stato sequestrato insieme a cartine e accendini. Il proprietario è stato denunciato a piede libero alla Procura di Avellino sulla scorta della recente sentenza delle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione.
Stessa operazione a Caserta. Tre negozi che vendevano cannabis sono stati sequestrati dai carabinieri che hanno eseguito un decreto d'urgenza di perquisizione e sequestro preventivo emesso dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). I titolari dei negozi sono stati denunciati perché "detenevano ed esponevano per la vendita infiorescenze, foglie, resina e olio ottenuti dalla coltivazione di una varietà di cannabis" che non rientra tra quelle ritenute "legali".
E ancora a Reggio Calabria. Qui alcuni esercizi sono stati sottoposti a controllo nel corso di un'operazione interforze che ha visto il coinvolgimento di Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di finanza. Nel corso dei controlli sono state repertati 59 campioni delle sostanze commercializzate, poi inviati al Gabinetto regionale di Polizia scientifica della Calabria ed al Reparto investigazioni scientifiche di Messina, perché vengano effettuati gli esami volti a stabilirne l'efficacia drogante.
L'operazione, riferisce la Questura, "è stata disposta dopo la decisione delle Sezioni unite penali della Corte di Cassazione, pubblicata con informazione provvisoria n.15 del 30 maggio, ove è stabilito che commercializzare i prodotti derivati dalla Cannabis light è reato". Su input del Ministro dell'Interno, in sede di Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica diretto dal prefetto di Reggio Calabria Massimo Mariani, già il 22 maggio scorso era stato deciso l'avvio di un'attività di ricognizione degli esercizi commerciali interessati per "monitorare il fenomeno della libera vendita dei prodotti".
Sequestri e denunce rientrano anche nella-linea del questore di Macerata Antonio Pignataro, secondo il quale i cannabis shop non chiuderanno per legge, ma dovranno rinunciare "a vendere infiorescenze, oli, resine, foglie" per non essere accusati di detenzione a scopo di spaccio di sostanze stupefacenti.
Dal canto loro le associazioni di categoria, commercianti e agricoltori sperano che le motivazioni della sentenza della Suprema Corte lascino più margine di interpretazione a favore della vendita dei "derivati", anche perché negli ultimi anni hanno investito molto sul business della canapa. Secondo la Coldiretti, i terreni coltivati a cannabis sativa sono aumentati: dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4.000 per il 2018 nelle campagne da Nord a Sud.
Per questo Lello Ciampolillo del M5S ha annunciato la presentazione di un disegno di legge già domani mattina. "Bisogna dare una risposta immediata alle migliaia di imprese che hanno investito nella cannabis light", sottolinea. Più secca la posizione di Maurizio Gasparri (Fi), secondo il quale "la sentenza della Cassazione impone l'immediato stop al commercio di sostanze dannose".
di Luca Celada
Il Manifesto, 2 giugno 2019
Il "Salt Lake Tribune", un giornale americano in edicola da 148 anni, strappa le regole del mercato e chiede a lettori e fondazioni di sostenere la trasformazione in azienda senza fini di lucro. Come per musei o cattedre universitarie, si pensa che l'informazione sia un bene pubblico utile in sé, che non può essere messo a rischio da logiche puramente economiche. Sullo sfondo di una crisi costituzionale in questi giorni sempre più profonda e di avvenimenti che per gravità giustificano un parallelo lecito con il Watergate, la crisi del giornalismo americano non conosce fine.
La stampa che nell'impeachment di Nixon ebbe il momento di più fulgida gloria ricoprirebbe un ruolo quasi costituzionale nella patria del primo emendamento (a garanzia della libertà d'espressione) e fu invocata direttamente dai padri fondatori come un meccanismo ausiliare ma essenziale per completare l'equilibrio dei poteri politici della repubblica e garantire il pubblico scrutinio dei potenti. Nell'attuale contingenza i pronunciamenti jeffersoniani sul ruolo della libera stampa rischiano però di diventare poco più che accademici anacronismi.
Non è forse casuale che l'involuzione delle democrazie occidentali, l'avvento delle bufalocrazie e i revival terrapiattisti, le amnesie storiche e le fortune politiche costruite sull'offuscamento e la disinformazione stiano coincidendo con la crisi della stampa. E che alla crisi fisiologica prodotta dalla diffusione di contenuti digitali e dal vuoto pubblicitario determinato dal monopolio delle piattaforme, si sommi l'assalto frontale del trumpismo ai giornalisti "nemici della patria".
Un tentativo di trovare una soluzione ad entrambi i problemi - la solvibilità dei giornali e la tutela dell'informazione come bene pubblico - è quello del Salt Lake Tribune, che ha annunciato di volersi reinventare come entità non profit. La svolta del giornale pubblicato da ben 148 anni nella capitale dello Utah, è il primo tentativo di un quotidiano tradizionale Usa di abbandonare il mondo del mercato tout court per abbracciare la sfera giuridica della "pubblica utilità" (un'operazione che necessita tuttavia del benestare preventivo dell'agenzia delle entrate, l'Irs).
L'idea in sostanza è quella di aggirare il problema della sopravvivenza economica e della concorrenza "impossibile" delle piattaforme social situando l'attività giornalistica al di fuori delle forze di mercato. Implica insomma un riavvicinamento alla concezione "fondante" dell'informazione come sfera di speciale interesse pubblico.
"Il Tribune è un bene comunitario cruciale, ed è giusto che diventi di pubblica proprietà", ha affermato Paul Hunstman, il facoltoso editore che ha acquistato la testata nel 2016, trovandosi immediatamente ad affrontare i problemi di ogni giornale: riduzione degli abbonamenti e collasso degli introiti pubblicitari.
Solo lo scorso anno il Tribune aveva licenziato un terzo dei redattori (oggi il giornale impiega 60 giornalisti, nel 2011 erano 148). Huntsman ha affermato di avere preso la decisione dopo avere analizzato assieme ad esperti le migliori opzioni per mantenere in vita il giornale. "In tutta sincerità - ha proseguito - non ho mai preso in considerazione la prospettiva di chiudere. Non è per questo che ho comprato il giornale".
L'ordinamento fiscale americano consente la possibilità di costituire associazioni o aziende non a scopo di lucro nell'ambito di "fini caritatevoli, religiosi, scientifici, educativi, letterari, legati alla pubblica sicurezza, allo sport o altrimenti filantropici". La petizione del Salt Lake Tribune si baserà prevedibilmente sulla funzione "educativa" dell'informazione.
Altri giornali hanno parzialmente sperimentato modelli non profit - il Guardian ad esempio ha affidato a una fondazione la gestione del proprio archivio. Negli Stati uniti il Tampa Bay Times è in parte di proprietà del Poynter Institute, un ente dedito alla formazione e all'aggiornamento giornalistico. Il Philadelphia Enquirer opera ancora come giornale commerciale ma è tecnicamente anch'esso di proprietà del Lenfest Institute for Journalism, una fondazione dedita allo "sviluppo di modelli sostenibili di giornalismo locale".
Se verrà approvato dall'Irs, il modello Tribune potrebbe essere un primo esempio di trasformazione integrale, attuabile forse anche da altri giornali. "Ho sempre pensato al Tribune come a un istituzione vitale per il nostro stato - sostiene Huntsman - simile alle biblioteche, agli ospedali e alle organizzazioni artistiche e culturali che arricchiscono le nostre vite e rispecchiano i comuni valori civici". "È imperativo che riusciamo a sopravvivere - aggiunge la direttrice Jennifer Napier-Pierce - la società in cui operiamo risulterebbe gravemente impoverita dalla scomparsa nostra e del giornalismo indipendente". L'unico altro giornale pubblicato in Utah è il Deseret News, di proprietà della chiesa mormone.
Se riuscirà, l'operazione avvicinerebbe il giornale al modello Americano di finanziamento dell'arte o della scienza: sovvenzioni private provenienti in gran parte da fondazioni non profit a volte coordinate da enti pubblici (per esempio National Endowment for the Arts, National Institutes of Health, etc). Il Tribune potrebbe inoltre accettare finanziamenti per specifiche posizioni di redattori per un dato periodo di tempo, simile a ciò che avviene con gli endowment (sovvenzioni) privati per le cattedre accademiche.
In ambito giornalistico il modello per ora più simile è probabilmente quello delle radio non commerciali che operano grazie alla Corporation for Public Broadcasting che amministra sia i modesti contributi federali che le donazioni private. Ma il grosso dei bilanci delle radio pubbliche proviene dalle sottoscrizioni degli ascoltatori. Il successo del modello non profit presuppone dunque sia l'esistenza di una rete di fondazioni che di una diffusa cultura della sottoscrizione diretta da parte degli utenti. Sono ancora molte insomma le incognite, fra cui i potenziali conflitti di interesse, che potrebbero emergere.
È prassi dei giornali americani ad esempio appoggiare candidati politici mediante endorsement elettorali ma le regole fiscali vieterebbero esplicitamente l'attività politica da parte di chi beneficia di sgravi fiscali ("la nostra linea editoriale non sarà mai in vendita a potenziali sostenitori", assicura Huntsman). Si tratta a ogni modo di un esperimento interessante sullo sfondo di un modello di mercato che per i giornali sembra definitivamente inceppato. E l'indicazione di una necessaria evoluzione di pensiero sul problema di editoria e informazione e della strategie di sopravvivenza democratica in era digitale.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 2 giugno 2019
Trent'anni dopo la strage un libro svela le trascrizioni dei discorsi dei leader del partito a seguito dell'intervento militare contro i manifestanti: "Siamo tutti d'accordo". "Bisogna uccidere coloro che debbono essere uccisi, condannare coloro che debbono essere condannati", disse il vecchio rivoluzionario e vicepresidente Wang Zhen nella sala di una palazzina in stile imperiale di Zhongnanhai, a poche decine di metri da Piazza Tienanmen.
La strage era già stata compiuta e i dirigenti del Partito stavano discutendo la linea da tenere. Tutto fu deciso dietro le mura color rosso vermiglio che chiudono alla vista Zhongnanhai, il quartier generale del potere comunista, un tempo giardino imperiale accanto alla Città Proibita. Deng Xiaoping era lì con i suoi compagni dirigenti quando a metà aprile del 1989 i primi gruppi di cittadini cominciarono ad affluire in Piazza Tienanmen per accumulare sotto il Monumento per gli eroi del popolo fiori e poesie in memoria di Hu Yaobang, l'ex segretario del Partito estromesso per liberalismo e morto per un attacco di cuore il 15 aprile.
Fu a Zhongnanhai che fu decretata la legge marziale il 18 maggio, quando il movimento ormai chiedeva riforme, la fine della corruzione e della censura e l'uscita di scena dei "vecchi" aggrappati al potere anche dopo la pensione. Fu da Zhongnanhai che fu dato l'ordine ai soldati di "ripulire" la piazza nella notte tra il 3 e il 4 giugno: la strage con mitragliatrici e carri armati. E fu ancora dietro quelle mura rosse che si riunirono tra il 19 e il 21 giugno i mandanti della repressione. Trent'anni dopo, la censura continua a cancellare ogni tentativo di commemorazione a Pechino. Ma a Hong Kong, che mantiene la sua autonomia semi-democratica, è appena stato pubblicato un libro con le trascrizioni finora segrete dei discorsi tenuti dai membri del Politburo in quei giorni per valutare l'esito dell'azione e le mosse seguenti.
The Last Secret: the final documents from the June Fourth crackdown si basa su trascrizioni degli interventi conservate e fatte filtrare ora da un funzionario di Partito presente alla discussione. Non si sa quanti fossero i partecipanti a quella riunione del Politburo, allargata agli "anziani ex dirigenti" che ancora manovravano il potere dietro le quinte, quelli che gli studenti avevano sperato di far uscire di scena per sempre. Sono 17 le voci registrate nelle minute. Tutti, prendendo la parola, cominciarono proclamando: "Sono completamente d'accordo", "Sostengo assolutamente" la decisione del compagno Deng Xiaoping di mobilitare l'esercito "per porre fine ai tumulti anti-partito e agli atti controrivoluzionari".
Wang, che chiedeva condanne ed esecuzioni capitali, fu appoggiato da Xu Xiangqian, ex grande maresciallo dell'Esercito popolare di liberazione: "I fatti hanno provato che la confusione e i tumulti di queste settimane, sviluppatisi in disordini controrivoluzionari, sono stati dovuti al collegamento tra forze interne e straniere, sono stati il frutto del rifiorire della borghesia che aveva come obiettivo il rovesciamento della nostra Repubblica popolare cinese e l'instaurazione di un regime anticomunista, antisocialista e vassallo di potenze occidentali". Il milione di studenti e cittadini che erano stati in Piazza Tienanmen per cinquanta giorni furono bollati da Peng Zhen, ex presidente del Comitato centrale del Congresso del Popolo come "piccolo gruppo di persone che collaborando con forze straniere ostili volevano abbattere le pietre angolari del nostro Paese".
Il tema della trama straniera fu ripreso da molti, con riferimenti all'inizio della Guerra Fredda e ai piani degli Stati Uniti: "Quarant'anni fa il segretario di stato americano Dulles disse che la speranza di restaurare il capitalismo in Cina era riposta nella terza e quarta generazione nata dopo la nostra Rivoluzione. E ora lo stato dell'ideologia politica in una parte della nostra gioventù è spaventoso: non dobbiamo permettere che la profezia americana si avveri". Dalle trascrizioni emerge la grande paura nel Partito per quei giorni nei quali il loro potere sembrava sul punto di crollare: "Per settimane il Partito si è ridotto ad essere clandestino, anche il nostro governo si era ridotto alla clandestinità, eravamo sotto attacco in tutto il Paese, circondati", disse Chen Xitong, il sindaco di Pechino, "concordando pienamente" con la decisione di Deng di far sparare sul popolo.
italiastarmagazine.it, 2 giugno 2019
Appello al regime di Maduro della famiglia del vice di Guaidò, Edgar Zambrano, in carcere dall'8 maggio. "Violati i diritti costituzionali, non sappiamo più nulla di lui". Ma i grillini italiani restano "neutrali". In cella 17 parlamentari. Sobella Mejía, leader di Acción Democrática (Ad), e moglie di Edgar Zambrano, ha dichiarato che sono stati violati i diritti costituzionali del parlamentare, perché finora non gli è stato permesso di ricevere visite dai suoi parenti o dal suo avvocato.
"L'informazione che abbiamo è che si trova a Fuerte Tiuna (Caracas), ma né la famiglia né l'avvocato hanno avuto accesso al vice Édgar Zambrano", ha detto Mejía. "La Costituzione stabilisce il giusto processo che ogni cittadino deve poter vedere i propri avvocati, i parenti e i loro cari", ha ricordato, invocando l'articolo 44 della Magna Carta, che stabilisce che la libertà personale è inviolabile. "È già stato nominato un gruppo di avvocati che stanno aspettando un segnale dal regime. Ci saranno negoziati nelle organizzazioni internazionali", ha detto la moglie del leader.
L'arresto di Zambrano risale l'8 maggio, dopo che la sua immunità parlamentare è stata revocata dall'Assemblea Nazionale Costituente (Anc). Il 2 maggio, il tribunale della Corte Suprema di Giustizia gli aveva inviato la sua sentenza in cui è responsabile di aver partecipato agli eventi del 30 aprile. Il tribunale a seguito del caso ha annunciato che l'indagine contro il deputato Edgar Zambrano continuerà la sua procedura ordinaria.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 giugno 2019
Dopo mille insistenze dei medici, a maggio la difensora dei diritti umani iraniana Narges Mohammadi è stata autorizzata al ricovero ed è stata sottoposta a un intervento di urgenza per asportarle l'utero. Nel 2012 Narges Mohammadi era stata condannata a sei anni di carcere ma era stata presto rilasciata a causa delle sue condizioni di salute. Proprio per questo motivo, non avrebbe mai dovuto trascorrere un giorno in più in carcere. Invece, nel 2016 le è stata inflitta un'altra condanna, stavolta a 16 anni.
La "colpa" di Narges Mohammadi è di aver invocato l'abolizione della pena di morte, aver parlato di diritti umani con rappresentanti di istituzioni internazionali e aver preso parte a manifestazioni pacifiche per i diritti delle donne, in un periodo in cui erano frequenti gli attacchi con l'acido nei loro confronti.
I suoi familiari chiedono ora che sia scarcerata per motivi di salute o, almeno, che possa trascorrere in ospedale tutto il periodo post-operatorio necessario. La situazione di Narges Mohammadi ricorda quella di Ahmadreza Djalali, scienziato esperto in Medicina dei disastri, condannato alla pena capitale e che rischia di morire in carcere a causa del rapido deterioramento delle condizioni di salute. Sua moglie Vida Mehrannia lancerà da Roma dopodomani un appello per la sua scarcerazione.
di Pieremilio Sammarco*
Il Tempo, 1 giugno 2019
L'Europa per facilitare la cooperazione giudiziaria tra gli Stati membri ha introdotto un sistema semplificato ed efficace di consegna delle persone condannate o sospettate di aver violato la legge penale, basato sulla fiducia che deve esistere tra gli Stati membri, conformemente al principio di riconoscimento reciproco.
- Un anno di forca. Retorica giustizialista, manette e populismo penale
- Se il fango arriva al Csm è in gioco la credibilità delle toghe
- Un'idea di sorteggio per il Csm: è in gioco la libertà
- Caso Csm, Bonafede invia gli ispettori. Palamara: "Mai presi quei soldi"
- Siracusa: colpito un ictus ischemico in carcere, ricoverato dopo 10 giorni









