di Beatrice Migliorini
Italia Oggi, 11 febbraio 2015
Riforma della giustizia al giro di boa. E si riparte dal rafforzamento del Tribunale delle imprese, dall'istituzione del tribunale della famiglia e dei diritti delle persone e dalla tipizzazione dei motivi di ricorso in Appello e in Cassazione.
Ieri, infatti, il Consiglio dei ministri ha approvato il ddl delega per l'efficienza del processo civile, un testo che va a completare il quadro dei provvedimenti legislativi di riforma della giustizia presentati dal governo il 29 agosto scorso per un totale di sei ddl e un dl.
Il testo approvato integra il dl sull'arretrato civile, già approvato dal parlamento, arricchisce le norme contenute nella disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati, al vaglio della camera per il voto finale e si inserisce nel quadro della riforma organica della magistratura onoraria (al senato).
Tribunale delle imprese. Valorizzazione dei risultati positivi raggiunti dalle sezioni specializzate in materia di impresa. Questo uno degli obiettivi che il governo punta a raggiungere con l'approvazione del ddl. "La delega, infatti", ha spiegato il guardasigilli Andrea Orlando, "mantiene inalterato il loro numero, ne cambia la denominazione in sezioni specializzate per l'impresa e il mercato e, soprattutto, amplia l'ambito di loro competenza alle controversie in materia di concorrenza sleale, anche se non interferenti con l'esercizio dei diritti di proprietà industriale e intellettuale, a quelle in materia di pubblicità ingannevole, alle azioni di classe a tutela dei consumatori prevista dal codice del consumo".
Saranno, inoltre, competenti anche relativamente alle controversie per accordi di collaborazione nella produzione e nello scambio di beni o servizi e relativi a società interamente possedute dai partecipanti all'accordo. Senza contare, poi, le controversie societarie relative a società di persone, a quelle in materia di contratti pubblici di lavori, servizi o forniture, rientranti nella giurisdizione del giudice ordinario.
Tribunale della famiglia e dei diritti delle persone. Iniziano a delinearsi i confini entro cui si muoverà la sezione specializzata per la famiglia. "La sezione", ha sottolineato il Guardasigilli, "avrà competenza su tutti gli affari relativi alla famiglia, anche non fondata sul matrimonio, e su tutti i procedimenti attualmente non rientranti nella competenza del Tribunale per i minorenni in materia civile". In tal modo, il vigente assetto di competenza del Tribunale per i minorenni viene integrato dalle competenze specializzate del tribunale ordinario in materia di famiglia e della persona.
Riforma processo civile. Riduzione dei tempi processuali in primo grado, in appello ed in Cassazione, in modo da fare della durata del processo e della sentenza esiti assolutamente naturali e prevedibili. "Per quanto riguarda i processi di primo grado, la riforma prevede una revisione della fase di trattazione e discussione, anticipando gli scambi di memorie per consentire di avere il quadro completo della lite alla prima udienza. Viene, poi", ha chiarito Orlando, "fissato un principio di delega per razionalizzare i termini processuali e semplificare i riti processuali mediante la omogeneizzazione dei termini degli atti introduttivi. In merito al processo d'appello, invece, sarà potenziato il carattere impugnatorio anche attraverso l'assestamento normativo e la stabilizzazione dei recenti orientamenti giurisprudenziali e tramite una maggiore chiusura per le nuove domande, le eccezioni e prove.
Previsti, inoltre, interventi sul rito davanti alla Corte di cassazione, nel segno di un uso più diffuso del rito camerale e nella prospettiva, possibile, di una riforma costituzionale che veda inseriti in un organo giudiziario supremo giudici oggi appartenenti ad altre magistrature, ovvero che veda attribuire ad una corte riformata controversie oggi regolate sulla base della doppia giurisdizione. In tale prospettiva, si potrebbe individuare un modello pressoché unico di processo civile supremo.
Con la delega vengono, infine, introdotti il principio di sinteticità degli atti di parte e del giudice e il criterio di adeguamento delle norme processuali al processo civile telematico "con cui", ha concluso il numero uno di via Arenula, "abbiamo già risparmiato 44 milioni di euro grazie all'invio in formato elettronico di 12 milioni e 615 mila comunicazioni e grazie al quale si è verificato un miglioramento significativo dei tempi per i decreti ingiuntivi, una tendenza di meno 60% a Roma, di meno 43% a Milano e sostanzialmente analoga in tutta Italia".
Il Manifesto, 11 febbraio 2015
Sarà possibili oscurare i siti che inneggiano al terrore. Carcere per chi decide di andare a combattere nelle file dell'Is, ma anche per chi arruola i jihadisti e per i lupi solitari, i terroristi isolati che si addestrano da soli. 1.800 soldati in più destinati all'operazione Strade sicure con i compito di sorvegliare obiettivi sensibili.
E ancora: verrà stilata una black list dei siti web che inneggiano al terrorismo internazionale e che potranno essere oscurati dall'autorità giudiziaria, mentre per i prefetti sarà più facile espellere coloro che sono ritenuti possibili terroristi. Infine ritiro del passaporto e dei documenti validi per l'espatrio a quanti sono sospettati di volersi recare all'estero per combattere insieme ai jihadisti. Infine non ci sarà nessuna procura nazionale antiterrorismo, ma come già annunciato le competenze spetteranno alla procura nazionale antimafia diretta dal procuratore Franco Roberti.
Dopo averlo più volte annunciato ma poi sempre rimandato, ieri sera il consiglio dei ministri ha approvato il nuovo pacchetto di misure contro il terrorismo internazionale. Si tratta di provvedimenti "studiati per rendere l'Italia un posto sicuro e sereno dove vivere", ha detto il ministro degli Interni Angelino Alfano presentando le nuove misure.
"Abbiamo anche previsto l'arresto per coloro i quali detengono materiale esplosivo che serve a preparare le armi o per quelli che omettono di denunciare il furto di questi stessi materiali", ha proseguito Alfano.
In particolare il pacchetto prevede l'istituzione di un nuovo reato per quanti decidono di recarsi a combattere in uno dei teatri di guerra in cui opera l'Is. Per questi è prevista la reclusione da tre a sei anni, stessa pena per chi supporta i foreign fighters e da 5 a 10 anni per i lupi solitari. Prevista un'aggravante di pena per chi si addestra su web.
Nel pacchetto sono inserite anche misure per i nostri 007. "Abbiamo previsto - ha spiegato Alfano - norme che riguardano al possibilità per il personale dei servizi di poter deporre nei processi mantenendo segreta la reale identità personale. E sarà loro consentito con autorizzazione dell'autorità giudiziaria, di effettuare fino a gennaio 2016 colloqui con soggetti detenuti o internati". Ultima novità è l'introduzione di un coordinamento centrale presso la Procura nazionale antimafia per le inchieste che riguardano il terrorismo. "Un risultato molto importante - ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando, con un soggetto in grado di avere un quadro complessivo di tutto ciò che si muove in quest'ambito. Era atteso da anni da chi indaga su questo fronte".
Corriere della Sera, 11 febbraio 2015
Nel giro di 24 ore il gip di Bergamo Ezia Maccora ha detto no alla nuova richiesta dell'avvocato Salvagni, che puntava sui dubbi emersi dal Dna. Il giudice delle indagini preliminari Ezia Maccora ha bocciato oggi, nel giro di 24 ore, la nuova istanza di scarcerazione presentata dall'avvocato di Massimo Bossetti, Claudio Salvagni.
Il legale, presentandosi lunedì mattina in tribunale, aveva depositato l'istanza puntando dritto contro il pilastro dell'inchiesta, il Dna, riferendosi alla relazione di Carlo Previderè, il consulente del pm Letizia Ruggeri. È stato Previderè a trovare la corrispondenza tra il Dna (nucleare) di Ignoto 1 e quello di Bossetti, che ha fatto scattare le manette lo scorso 16 giugno.
Il consulente Previderè ha anche indicato, però, un'anomalia: il Dna mitocondriale è di difficile interpretazione, quindi non si può dire che sia di Bossetti. Un elemento decisivo, utile per chiedere nuovamente la scarcerazione (già bocciata), secondo l'avvocato Salvagni.
Un elemento che invece non sposta una virgola, secondo la Procura della Repubblica di Bergamo, che si è opposta alla scarcerazione. Anche il gip non ha avuto dubbi. Anzi, rispondendo all'avvocato Claudio Salvagni, spiega che "si è ampliata la gravità indiziaria nei confronti dell'indagato", alla luce del materiale depositato dal pubblico ministero Letizia Ruggeri per opporsi alla scarcerazione.
di Giorgio Galimberti
www.gonews.it, 11 febbraio 2015
È prevista il 31 marzo la chiusura dell'ospedale psichiatrico di Montelupo Fiorentino. Dopo che la scadenza era stata rimandati di due anni, la struttura sarà svestita del suo ruolo per tornare a disposizione della collettività e dei cittadini montelupini.
Non è d'accordo però Marco Cordone, vice-segretario regionale della Lega Nord, ma anche figlio di una vittima di un assassino detenuto proprio nella struttura di detenzione: "Mio padre, Antonio, è stato ucciso a Firenze nel 1989 da un colpo di pistola sparato da Sergio Cosimini. Adesso questo serial killer, colpevole anche della morte di due carabinieri che lo avevano fermato per un semplice controllo, sta scontando la sua pena proprio nell'Opg di Montelupo".
Cordone nel 1998 ha anche fondato un comitato dal nome 'Dalla parte di Abelè, proprio in favore dei familiari delle vittime degli assassini detenuti nell'ospedale psichiatrico e proprio secondo lui nel progetto di chiusura delle strutture c'è stato un errore: "Gli ospedali psichiatrici non dovevano essere affidati alle Regioni che non hanno competenza in ambito giudiziario. Dopo anni di rinvii ho il sospetto, e voglio essere smentito, che il presidente Rossi abbia approvato il documento in vista delle elezioni. Da anni studio le leggi penali e, probabilmente, in questa materia ne so qualcosa in più di chi ci amministra".
Se l'Opg chiudesse i battenti i detenuti dovrebbero essere trasferiti nelle Rems, ma secondo il consigliere comunale di Gambassi Terme, Marco Cordone non è la soluzione giusta: "Nel progetto le Rems sono solamente un'ipotesi teorica e, a differenza dell'ospedale psichiatrico, sono strutture che non garantiscono un adeguato livello di sicurezza per quelli che sono a tutti gli effetti dei criminali. Non si è nemmeno discusso della sorte dei circa 100 agenti della polizia penitenziaria che operano nell'ospedale psichiatrico".
Infine Cordone lancia un appello: "Chiedo al presidente Renzi, al ministro della giustizia Orlando, a Enrico Rossi e al sindaco di Montelupo Paolo Masetti, di non chiudere l'Opg senza una valida alternativa. Anche io sarei felice se la struttura potesse tornare alla comunità però bisogna pensare anche ai familiari delle vittime di quei criminali che non chiedono vendetta, ma solo giustizia".
www.gonews.it, 11 febbraio 2015
Lunedì 23 febbraio prossimo, a partire dalle ore 9, si svolgerà il convegno "Il paziente autore di reato in misura di sicurezza: caratteristiche cliniche e prospettive" nell'aula magna "Alessandro Reggiani" dell'Agenzia per la formazione, in via Oberdan a Sovigliana di Vinci.
Nel corso del convegno verranno presentati i risultati ottenuti nell'ambito del progetto "Valutazione dei pazienti ricoverati negli Opg" coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità con tutti gli Opg del territorio nazionale. Inoltre, l'evento è finalizzato a fare il punto sullo stato del processo di superamento degli Opg e sull'allestimento delle strutture previste dalla legge, nonché a illustrare le esperienze e buone prassi in uso in altri Paesi europei.
Il convegno è rivolto a medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e educatori professionali dei dipartimenti salute mentale della Regione Toscana.
Per iscriversi è necessario compilare on line, entro il 19 febbraio prossimo, la scheda di iscrizione reperibile sul sito www.usl11.toscana.it, nello spazio dedicato all'Agenzia per la Formazione, alla pagina "Eventi". Per ulteriori informazioni: segreteria organizzativa dell'Agenzia per la formazione dell'Asl 11 tel. 0571 704326, fax 0571.704339, mail:
La Repubblica, 11 febbraio 2015
Un uomo di 50 anni, detenuto nell'istituto Gozzini (Solliccianino), è morto lunedì notte a Careggi, dopo si trovava per una crisi respiratoria. La morte sarebbe stata provocata da alcune complicazioni legate a una forma di cirrosi epatica.
Per chiarire le cause sono stati disposti ulteriori accertamenti. "Si tratta di una persona che da tempo aveva chiesto di essere spostata ai domiciliari, per i suoi problemi di salute - commenta il garante dei detenuti di Firenze, Eros Cruccolini. Quando ci sono patologie così gravi serve maggiore flessibilità. Il problema era stato infatti segnalato da tempo". "Le persone malate non possono stare in carcere - aggiunge il garante dei detenuti della Toscana, Franco Corleone - questo stillicidio deve essere fermato".
di Claudia Procentese
Il Mattino, 11 febbraio 2015
Il dramma di un uomo che ha scontato la pena nell'Opg di Secondigliano Internato per 30 anni, nessuno lo vuole M. faceva il fotografo, poi la confusione mentale lo ha gettato in un ospedale psichiatrico giudiziario. A 23 anni finisce all'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, M. si macchia di un delitto che gli varrà il soprannome di "cava occhi": tenta di estirpare i bulbi oculari ad un altro internato. Poi uccide il suo compagno di cella.
La condanna a trent'anni vissuti in totale isolamento, scelto perché M. non vuole più avere contatti con il mondo di fuori e subito per la paura di tutti di stargli accanto. Trasferito nell'86 nell'Opg di Reggio Emilia, vi resta fino al 2008 quando ritorna in Campania, in quello di Secondigliano. M. il mese prossimo è un cittadino libero.
Dopo trent'anni da recluso vivo, gran parte trascorsi nei due ospedali psichiatrici giudiziari della Campania, potrà riacquistare la libertà. Fine pena. Ma per lui, la libertà sarà l'anticamera di una nuova sofferenza: una volta uscito dall'Opg, non troverà nessuno ad accoglierlo. Libero sì, ma senza méta di vita. M. ora ha cinquantatré anni, è recluso dal 1985 e solo da qualche anno dorme su un materasso. Prima lo strappava per infilarsi dentro, spesso senza vestiti, come in una sorta di guscio protettivo.
Faceva il fotografo M., e, giovanissimo, filtrava la realtà attraverso il vetro sottile dell'obiettivo fino a quando, un giorno del marzo di trent'anni fa, tentò di uccidere a colpi di forbici un amico. Gli occhi per scoprire il mondo da quel momento furono la vista sull'inferno dell'ospedale psichiatrico giudiziario. Divenne, cosi, un "mostro", con un'etichetta appiccicata ad un destino che non ci si può scrollare più di dosso.
La storia di M. inizia dove nasce, in un paese all'estremo sud della Campania, a pochi chilometri dalla Basilicata, al confine con la Calabria. È qui che, dopo il servizio militare, lavora nel ristorante di famiglia con i genitori ed altri sei fratelli. Si appassiona alla fotografia, quasi con il desiderio spasmodico di conservare emozioni e pensieri nel ripostiglio di una memoria artificiale, quella che, lui sa, non lo tradisce.
Ha 21 anni quando si manifestano i primi segni di un disturbo psichico e per questo viene seguito dal Centro di salute mentale di zona, nelle sue prime organizzazioni sul territorio. Due anni dopo, il ragazzo si scaglia contro un amico del padre, colpendolo alla testa con un paio di forbici. Viene arrestato dai carabinieri e, nell'atto di ribellarsi, aggredisce uno di loro. Lesioni personali, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale le accuse.
Finisce dritto nell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, un lager che in quegli anni si regge sulla logica del letto di contenzione per arginare il disagio mentale, e dove Massimo si macchia di un ulteriore delitto che gli varrà il soprannome di "cava occhi".
Passano, infatti, solo sei mesi e tenta di estirpare i bulbi oculari ad un altro internato. Non gli riesce, ritenta un anno dopo. È febbraio del 1986, sono quasi le otto di mattina, nella mente di M. arriva di nuovo la notte. Uccide a sangue freddo il suo compagno di cella. In nessuna cartella si dice come, ma nasce il "mito criminale" di M. che a mani nude, con una manovra impensabile anche a qualsiasi chirurgo, cava gli occhi a chi gli sta vicino. Gli occhi, le foto, un filo conduttore che tiene insieme i suoi deliri, diranno gli psichiatri.
Si narra che addirittura, anni dopo, un regista americano si sia interessato al caso per farne un film. Ma è solo la leggenda che alimenta se stessa. Scatta la condanna a trent'anni vissuti in totale isolamento. M. non vuole più avere contatti con il mondo di fuori, scatta la paura di tutti di stargli accanto, è la pena senza la possibilità di un punto e a capo. È nel suo mondo di dentro che M. si rifugia, in quell'ergastolo bianco vissuto nel sistema degli Opg.
Nessun perdono umano, nessuna assoluzione terrena, nessun indulto o amnistia. M. viene trasferito nel 1986 nell'Opg di Reggio Emilia, vi resta fino al 2008 quando ritorna in Campania, in quello di Secondigliano. Un riavvicinamento dettato da motivi pratici di reinserimento nel luogo d'origine, visto che M. dal mese prossimo è un cittadino libero.
È "arrivato al massimo edittale", si dice in gergo giudiziario, ha pagato il suo debito con uno Stato che ora lo dimentica. La chiusura dei sei Opg a livello nazionale è dietro l'angolo, come previsto dalla legge numero 81 del 30 maggio 2014. Ï ministro della Giustizia Orlando è stato categorico: nessuna proroga, ultima scadenza 31 marzo 2015. Al loro posto a Rems, articolazioni sanitarie in carcere e Dipartimenti della salute mentale potenziati.
Questo sulla carta. Ma le Rems di Caserta ed Avellino non so no ancora in funzione, forte è il ritardo da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale nei programmi individuali per la presa in carico dei loro pazienti, e spesso assenza di strutture territoriali idonee e disponibili ad accoglierli. Chi si prenderà adesso cura di M.?
La legge prevede che M. venga preso in carico dell'Asl di appartenenza, quella di Salerno, che sconterebbe ritardi rispetto alla tabella di marcia prevista dalla legge. La famiglia non rivuole più questo 53 anni di cui ha ormai paura.
"Noi siamo pronti - dichiara Antonella Guida, direttrice sanitaria dell'Asl Napoli 1 Centro - Stiamo mettendo m campo le risorse di personale che servono per i progetti riabilitativi individuali destinati ai nostri 18 pazienti. Non abbiamo grosse difficoltà, resta però il problema di tenere m gestione pazienti che non sono della nostra Asl, tutto graverà su di noi a meno che l'amministrazione penitenziaria non voglia assumere decisioni diverse, ad esempio con trasferimenti verso altri opg ancora non in dismissione. Finché avremo persone da assistere faremo il nostro dovere, anche se non ci toccherebbe".
Libero M. ma non dal suo disagio. Farfuglia qualche parola incomprensibile, vive come in una tana, non socializza, non chiede più nemmeno le sigarette, non è più aggressivo, non è capace di badare a se stesso, si affida ai medici e agli operatori che lo assistono perché ha imparato a conoscerli.
"Io l'ho incontrato almeno tre volte in un lungo arco di tempo, oltre dieci anni, nelle visite realizzate negli Opg di Aversa e Napoli, - racconta Dario Stefano Dell'Aquila, autore di ricerche e inchieste sui manicomi e componente dell'Osservatorio nazionale sulla detenzione - L'ho sempre trovato in una cella liscia, priva di suppellettili, senza arredi, tavolo o televisione. Il suo caso dimostra come il manicomio produce violenza e rende violente le persone, quando sono trattate come animali. Lo stigma con cui è stato marchiato ha impedito qualunque ipotesi di intervento sociale e di reinserimento.
Il rifiuto a farsene carico, anche a pena scontata, conferma l'incapacità, non di un singolo operatore, ma di un intero sistema pubblico a farsi carico dei sofferenti psichici, specie di quelli per i quali gli ospedali psichiatrici giudiziari sono stati un luogo in cui essere parcheggiati e dimenticati". Solo di recente ha balbettato la parola "mare". Voleva vedere il mare, come quello del suo paese natale. E i medici che lo seguono l'hanno portato a Mergellina. Una pizza sugli scogli fissando la distesa d'acqua oltre il molo, senza lasciare trasparire alcuna emozione all'esterno, a quel mondo che lo ha lasciato solo.
Il Garantista, 11 febbraio 2015
Il blog "Urla dal silenzio" che da anni pubblica regolarmente le lettere dei detenuti, ci ha gentilmente segnalalo questa lettera di denuncia che noi pubblichiamo integralmente. La lettera è di Vincenzo Longobardi, detenuto al carcere di Frosinone. Soffre di varie problematiche di salute - alcune particolarmente drammatiche come il danneggiamento della colonna vertebrale - che non vengono curate. Inoltre denuncia l'enorme abuso di psicofarmaci e il ruolo del dentista che non cura i denti, ma fa solo ricette.
"Il sottoscritto Longobardi Vincenzo, nato a Napoli il 4 gennaio 1970, attualmente sono detenuto in questo carcere (Frosinone) dal 05.12.2008. So ed ho vissuto fatti e misfatti che succedono da anni. Ho varie patologie ed avrei bisogno di cure di un centro clinico. Ve ne cito alcune. Tali patologie sono tutte scritte nel diario clinico. Soffro di apnea notturna; ho bisogno di un intervento all'occhio sinistro che non ci vedo; tale patologia mi sta danneggiando anche quello destro; ho problemi alla colonna vertebrale, dicono da anni che ho bisogno di un intervento. Sono seguito da psicologi e psichiatra che raccontano le solite cose aumentandomi solo di psicofarmaci. In concreto mi stanno rovinando solo di più. Per i dolori che mi comportano le patologie mi somministrano solo iniezioni di anti dolorifici, toradol. Ho problemi anche d'udito.
Veniamo al reparto infermeria. Il dirigente sanitario, prima di tale mansione, svolgeva da dentista con studio anche all'esterno. Preso il posto di dirigente, viene un bravo dentista figlio di un'infermiera che lavora qui. Questo viene mandato via, non si conoscono le vere ragioni ma le cose si sentono. Chi viene come dentista? Colui che lavorava nello stesso studio del dirigente sanitario (si vociferava tra gli addetti soci).
Non cura un dente, fa solo ricette a gogò, firmate dal dirigente fa solo estrazioni se ti va bene per rifare un'altra ricetta alla prossima visita. L'infermeria è come se fosse un mercatino rionale. Nel mentre parli col dirigente nemmeno ti sente perché sta giocando con qualche guardia dì altre cose. Basta che ti fa quel sorriso di venditore di mercato che sei forte come un leone, ma tale razza non sta finendo in via di estinzione? Eppure c'è chi li sta proteggendo; a noi detenuti, chi ci protegge? Fogli di cartelle cliniche che scompaiono, altre che trovi nella tua che nemmeno sai. Mi domando e chiedo: chi controlla tutto questo? Non ti danno copie della propria patologia, anche se c'è
l'autorizzazione del magistrato, perché tutto questo? Siamo anche noi esseri umani, anche se abbiamo sbagliato. I medicinali non ci sono, chi è più fortunato riesce a comprarseli, molte volte te le devi far comprare da qualche compagno. C'è qualche dottare che ha bisogno di essere curato perché è in servizio? Forse per la pensione? Gli infermieri, se gli chiedi una bustina di aulin, ti rispondono "domani vai dal dirigente sanitario". Il dolore ce l'ho stasera, viene domani il sanitario che dirige! Adesso andiamo alla parte del funzionamento dell'istituto. Se chiedi una posizione giuridica non ripeterlo la seconda volta, molti del personale penitenziario sono arroganti, chi fa il proprio dovere viene chiamato accamosciato.
Tutti sono capi, ma il commissario e il direttore sanno queste cose? Se fai un'istanza alla sorveglianza (giudice intendo) le risposte forse te le danno quando sei fuori. No di testa, libero. Questo carcere ha un padiglione nuovo e finito, non va in funzione perché sta sotto inchiesta.
Prego i signori cui sto scrivendo che mettano a conoscenza i radicali, il garante dei detenuti, le procure di competenza, il Dap, i media. Non è possibile, aiutateci. Il ministero sa tutto questo, sta a pochi chilometri da qui".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 11 febbraio 2015
La direzione sanitaria del penitenziario di Pisa non ha mai avviato la riabilitazione né previsto un'operazione: perché? C'è un detenuto gravemente malato al carcere di Pisa e il senatore Luigi Manconi porta il caso in parlamento.
Si chiama Federico Berlioz, 53 anni di Latina, ed è stato condannato per un omicidio commesso nel 1995 ai danni di Cabassi, un giovane naziskin detto El Tiger. Berlioz nel frattempo era diventato un collaboratore di giustizia e lanciò pesanti accuse nei confronti della malavita di Latina, ma il processo si chiuse con tante assoluzioni e scarse condanne, mentre Berlioz è stato con condannato all'ergastolo.
Sono passati più di vent'anni da quando ha varcato la soglia del carcere e la sua salute si aggrava sempre di più. A descrivere il suo stato fisico ci ha pensato Luigi Manconi nell'interrogazione parlamentare a risposta scritta. Dice testualmente che "il signor Berlioz presenta un quadro clinico molto complesso, in quanto soffre di differenti patologie, tutte molto gravi; in particolare, soffre di crisi ipertensive e di una marcata ipotrofia e deficit sensitivo motorio dell'arto superiore sinistro, oltre ad essere soggetto mono rene e celiaco dalla nascita".
Manconi poi denuncia che "nonostante le numerosissime istanze e richieste avanzate negli ultimi 3 anni alla direzione sanitaria del carcere, il signor B. lamenta di non essere mai stato sottoposto alle cure di cui necessita tanto da aver perso quasi completamente l'utilizzo del braccio sinistro; in passato (2004-2011), a causa della gravità di questa patologia, il signor B. ha avuto la possibilità di curare il braccio grazie al beneficio della detenzione domiciliare".
E aggiunge che "il percorso di cure intrapreso è stato poi interrotto, nonostante lo specialista avesse sottolineato la necessità "che il livello metabolico e strutturale dell'intera muscolatura dell'arto superiore sinistro venga ripristinato presso la struttura dell'Usl 5 di Pisa (...) per non inficiare il buon livello di recupero raggiunto, in seguito agli interventi cui ho sottoposto il sig. B. in questi anni". Manconi, sempre nella sua interrogazione parlamentare, quindi denuncia che "dall'anno 2011 ad oggi, pertanto, nonostante queste prescrizioni siano state confermate anche dal personale medico del carcere, nessuno degli interventi necessari per non vanificare il recupero raggiunto sarebbe stato realizzato; la direzione sanitaria del carcere, infatti, non avrebbe mai avviato un trattamento riabilitativo specifico per il recupero funzionale del braccio sinistro, non avrebbe attivato la procedura per un nuovo intervento chirurgico, né tantomeno si sarebbe adoperata nella maniera adeguata, al fine di far indossare al signor B. un tutore di tipo "omo-train". Il senatore Manconi rivela che queste omissioni sono state rivelate anche dalla stessa magistratura di sorveglianza che "con decreto n. 68 del 10 gennaio 2014 del magistrato di sorveglianza di Pisa e con decreto n. 2856 del 13 febbraio 2013 del magistrato di Milano ove è evidenziato che la terapia riabilitativa al braccio sinistro costituisce "l'aspetto di maggiore criticità", ordinando alla direzione del carcere di "inviare il soggetto presso un centro specializzato, al fine di non precludere la possibilità di recupero funzionale"; con ordinanza n. 1269 del 13 marzo 2014 del Tribunale di sorveglianza di Firenze ove è evidenziato che "le cure trattamentali e fisioterapiche apprestate e apprestabili presso la Casa Circondariale di Pisa (...) e gli eventuali interventi chirurgici autorizzabili presso centri sanitari esterni, assicurano la tutela delle condizioni di salute del condannato".
Manconi denuncia che attualmente il detenuto riversa in condizioni fisiche inaccettabili. Risulta infatti che "soffre di gravi crisi ipertensive, accompagnate talvolta da forti cefalee e conati di vomito, come risulta dal diario clinico degli ultimi 3 anni, da cui si evince che lo stesso raggiunge spesso elevati picchi di ipertensione (240/140 e 180/120), che lo espongono in molti casi a un serio rischio di infarto del miocardio o di ischemia cerebrale; a causa di questa patologia, il signor B. dovrebbe essere seguito costantemente da un medico cardiologo e seguire un trattamento farmacologico specifico, così come anche confermato in più occasioni dai medici del carcere e dal medico di fiducia".
E aggiunge che c'è stato un grave atto di omissione perché " alla relazione medica del 20 marzo 2013, risulta che lo schema terapeutico somministrato è "incongruente" e che non è stata prescritta la terapia a base di acido folico per contrastare l'iperomocisteinemia". Luigi Manconi, conclude la sua interrogazione esortando il Governo nel prendere degli immediati provvedimenti, affinché sia pienamente tutelato il diritto alla salute del signor Berlioz.
Corriere della Sera, 11 febbraio 2015
Con una lettera al ministro della giustizia Orlando e al direttore dell'Asl Na1 si chiede un'indagine. C'è già una denuncia per omissione in atti di ufficio e lesioni colpose. "In una delle mie tante visite al carcere di Poggioreale ho conosciuto Elio Femiano, napoletano di 34 anni, sposato, con una figlia, detenuto dal 12 maggio 2014, in attesa di giudizio.
Il detenuto lamentava forti dolori all'addome, e aveva inscenato uno sciopero della fame per ottenere un semplice esame ecografico all'addome, peraltro più volte sollecitato dai medici in servizio a Poggioreale. Dalla competente struttura Asl 1, però, da cui dipendono le sorti della salute dei detenuti, non arriva la autorizzazione all'ecografia, gli hanno invece solo somministrato soltanto medicinali antidolorifici e antispastici". Lo denuncia il consigliere regionale Corrado Gabriele, capogruppo socialista in Campania.
Spiega ancora Gabriele: "Solo a distanza di sei mesi, il 24 dicembre scorso, viene ricoverato d'urgenza per una perdita di sangue e alla visita al Pronto soccorso gli riscontrano una grande massa tumorale rene e una metastasi estesa al fegato ed altri organi vitali, a seguito del ricovero riesce ad ottenere dal Tribunale di Sorveglianza la commutazione della pena detentiva in obbligo di dimora per potersi sottoporre a cura chemioterapica".
In una lettera al ministro di Giustizia Andrea Orlando e al direttore generale dell'Asl Na 1 Ernesto Esposito il capogruppo del Psi Corrado Gabriele chiede di avviare una indagine interna per conoscere le cause di tale grave condotta omissiva, mentre il legale di Elio Femiano, avvocato Carmela Perone, ha presentato una denuncia per omissione in atti di ufficio e lesioni colpose gravissime.
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