di Mauro Gatti
riforma.it, 18 luglio 2019
Dal 2018 un progetto pilota finanziato dall'Otto per mille della Chiesa Battista per sostenere gli agenti di Polizia penitenziaria e prevenire il rischio di "burnout". Le persone che operano nel Corpo di Polizia Penitenziaria sono esposte quotidianamente a un così forte ed evidente disagio psicologico tanto che l'opinione pubblica ne è informata costantemente. Infatti spesso si hanno notizie di eventi drammatici che coinvolgono queste persone che operano a contatto con situazioni di sicurezza sociale e di controllo della devianza.
Prima del 15 dicembre 1990 questo organismo deputato alla sicurezza, aveva la denominazione di Corpo degli Agenti di Custodia. Da questa data il Corpo venne smilitarizzato assumendo la odierna denominazione di Corpo di Polizia Penitenziaria. La custodia ha tuttavia radici di fondazione già nel lontano 1817, ma si strutturò definitivamente nel 1873.
Forse non è azzardato dire che, nella storia, l'uomo deve sempre aver vigilato su un altro uomo ritenuto dannoso per altri uomini affinché pagasse per il suo comportamento in un regime di controllo. Chi controlla altri uomini è soggetto a tensioni, stress, pensieri, in grado, nel tempo, di incidere sul suo tono dell'umore come sulla condizione psichica più ampia che comprenda dunque l'emozione e il comportamento vero e proprio come risultato del substrato emotivo.
Nella interpretazione psicologica della totalità dell'uomo, ogni comportamento è la conseguenza della emozione. Le persone dedicate alla sicurezza sociale, dunque, sono esposte più di altre a situazioni psicologiche difficili da gestire, in quanto essere vicino costantemente ad individui con un disagio sociale, che porta alla violenza e alla mancanza di rispetto delle regole, determina una sorta di onda emotiva di tale intensità e profondità, capace, nel tempo, di investire e disorientare la personalità dell'operatore al punto da fargli perdere significato esistenziale e lucidità. È chiamata sindrome di burnout. Le conseguenze di stare vicino al disagio degli altri provoca, dunque, uno stress talmente forte da creare nel tempo nella persona un tale disorientamento che può produrre conseguenze drammatiche.
In base alla triste realtà sociale dei suicidi degli Agenti di Polizia Penitenziaria conseguenti alla sindrome di burnout, nel 2018 e nel 2019 la Chiesa battista di Civitavecchia ha voluto proporre e realizzare, con un finanziamento dell'otto per mille battista, un Progetto Pilota di sostegno psicologico specialistico per gli Agenti di Polizia Penitenziaria che operano nelle carceri. Finalità del progetto è stata operare nella prevenzione e nella anticipazione delle dinamiche di disagio, andando nella direzione di un aiuto concreto per gli agenti attraverso un professionista che conoscesse già le complesse dinamiche psicologiche della carcerazione per avvicinare e sostenere, con deontologia professionale e una competenza psicoterapeutica diretta e specifica, il complesso lavoro trattamentale dell'agente. Metodologia del progetto sono stati i colloqui e le tecniche di autocontrollo con tempo di durata di sei mesi. In alcune specifiche circostanze, si è ravvisata l'opportunità che dei colloqui con gli agenti venissero svolti insieme a direttori e commissari, per favorire quanto più possibile e con la massima sinergia di competenze, il senso di appartenenza al Corpo.
Riguardo la necessità di incoraggiare negli agenti questo senso di appartenenza, non può non essere ricordato che già nel 2014 era stata prevista dal Ministero della Giustizia in ogni Istituto di Pena la figura del facilitatore, una figura autorevole e con spiccate abilità relazionali, individuata in un dipendente ministeriale dell'Istituto, che, resosi disponibile e volontario, avrebbe dovuto facilitare i rapporti tra personale e istituzioni.
Purtroppo, la figura del facilitatore non ha avuto seguito e continuità. Per una attività di dedizione così significativa e specialistica alla persona-agente, è consigliabile una presenza dedicata, meglio con una professionalità specifica e con competenze psicoterapeutiche, in quanto, le problematiche di chi svolge attività lavorativa nelle carceri sono profonde, spesso subdole e latenti, in grado di cambiare e modificare il tono dell'umore curvandolo verso il nervosismo, la perdita di lucidità, la demotivazione come la depressione.
In questi sei mesi di attività professionale dedicata esclusivamente al Corpo di Polizia penitenziaria, sono emerse alcune considerazioni riguardo un modello di intervento specifico. È opportuno svolgere un preciso e attento lavoro di squadra in cui partecipino, oltre gli agenti, anche i commissari e gli ispettori al fine di realizzare una attività capillare che consenta di mettere l'agente al centro di un processo di coinvolgimento e che quindi favorisca il terapeutico senso di appartenenza.
Infatti, è proprio il senso di appartenenza che consente di arginare la perdita di senso, quella triste condizione psichica che spesso attanaglia chi svolge lavori di difesa sociale a stretto e continuo contatto con la popolazione detenuta assorbendone le relative complesse e insidiose dinamiche di adattamento al regime carcerario. È altresì necessario precisare che la finalità del progetto pilota, non era rivolto solo agli agenti, ma, dove richiesto e necessario e previa necessaria autorizzazione del Commissario, anche per i loro familiari allo scopo di svolgere un servizio psicologico che proponesse linee guida comportamentali.
Spesso i familiari subiscono - più o meno consciamente - le dinamiche e i disagi che gli agenti assorbono nel loro lavoro. In conclusione, il tipo di lavoro realizzato in questo progetto ha avuto la caratteristica di andare verso la persona con una modalità che ha previsto, tuttavia, un necessario accordo con le varie competenze di Polizia Penitenziaria che operano nel carcere. Tale modalità sinergica ha permesso di individuare gli agenti più a rischio di burnout, quindi incontrarli per spiegare il significato dell'aiuto e successivamente sostenerli con specifiche tecniche psicoterapeutiche previste dal professionista, fuori dall'orario lavorativo. Una sinergia di lavoro di squadra si considera fondamentale per un sostegno completo ed efficace.
Senza un metodo così strutturato, il progetto non avrebbe avuto gli stessi apprezzati riconoscimenti dalle figure che ne hanno usufruito, pur nella sua breve durata e che ha prodotto un benessere sufficiente da migliorare il contatto comunicativo con i detenuti a vantaggio di una gestione più adeguata e professionale delle dinamiche relazionali detentive.
ilsicilia.it, 18 luglio 2019
Antigone ha lanciato una campagna per far sì che l'articolo 67 del regolamento dell'Amministrazione Penitenziaria, che stabilisce le autorità che possono avere libero accesso nelle carceri, possa prevedere anche i sindaci delle città dove sorgono queste strutture. "È una esigenza che impegna i sindaci a collaborare, dove possibile e per le proprie competenze, con le strutture carcerarie per servizi ai detenuti o alle loro famiglie. A volte basta un bus o una pensilina all'ingresso di un carcere per alleviare le sofferenze anche fisiche dei familiari che visitano i ristretti - ha detto Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia.
Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando ha accettato di partecipare ad una prima visita all'Ucciardone, autorizzata dal ministero della Giustizia, mercoledì 17 alle ore 15, insieme ad una delegazione dell'Osservatorio Nazionale per le carceri di Antigone, guidata da Pino Apprendi presidente di Antigone Sicilia. "Peraltro il sindaco Orlando non ha mai negato la sua presenza all'Ucciardone essendo stato lui stesso promotore di diversi progetti", conclude Apprendi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 luglio 2019
Protesta per avere i documenti necessari ad accedere ai benefici. Dal 25 giugno alcuni detenuti della sezione di alta sicurezza del carcere di Cosenza hanno iniziato lo sciopero della fame perché ci sarebbe stata la mancata chiusura della relazione di sintesi da parte dell'area rieducativa, documenti che dovevano essere redatte già da diversi mesi, e in assenza delle quali è impossibile poter accedere ai benefici penitenziari. A renderlo noto è l'associazione calabrese Yairaiha Onlus, la quale ha ricevuto la lettera da parte di un detenuto in sciopero della fame.
"Da oggi, 25 giugno siamo in sciopero della fame per la chiusura della sintesi da parte dell'area educativa. Io sono ammissibile ai permessi già da febbraio 2019 - ha sottolineato - e siamo in 10 con reati comuni, tutti nella stessa situazione, e non ci viene chiusa la sintesi né ci vengono riconosciuti i permessi". Il detenuto ha annunciato che porteranno avanti lo sciopero della fame fino a che non gli verrà fatta la sintesi. "Siamo persone non animali - scrive ancora nella lettera rivolta a Yairaiha Onlus. Non chiediamo delle grazie ma una seconda possibilità per una vita normale. Qui non abbiamo nessuna possibilità di essere reinseriti. Io ho solo una madre di 74 anni che vive con la pensione e ne spende metà per venire fino a qua".
Queste, in realtà, sono problematiche già emerse durante l'ispezione che fece lo scorso aprile l'on. Anna Laura Orrico del Movimento 5 Stelle con un esponente dell'associazione Yairaiha Onlus, ed erano state segnalate nell'interrogazione del 29 maggio scorso che la stessa ha presentato al ministro della Giustizia e che, ad oggi, non ha ricevuto ancora alcuna risposta. Oltre al mancato accesso ai benefici e ai ritardi delle risposte da parte della magistratura di sorveglianza, la parlamentare ha evidenziato numerose criticità strutturali e gestionali che, ad avviso dell'interrogante, "non possono che rendere pressoché solo afflittiva, e non rieducativa, la funzione della pena, nonché estremamente difficoltoso il lavoro del personale in servizio che segnala, fra l'altro, un sottodimensionamento dell'organico".
Al momento della visita, secondo l'onorevole Orrico, il carcere "versava in una grave condizione di sovraffollamento, considerata la presenza di 262 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 218 posti letto suddivisi nel modo seguente: 102 in AS3, 117 in media sicurezza, 3 semiliberi e 37 al padiglione ex femminile". Poi c'è il discorso dell'area sanitaria dell'istituto di pena, che sempre secondo l'interrogante "presenterebbe notevoli carenze quanto all'assistenza dei detenuti in merito a numerose patologie, anche gravi; l'acqua corrente sarebbe disponibile solo in alcune fasce orarie, mentre per quanto concerne i generi alimentari ammessi e il prezzo del sopravvitto, sono state segnalate notevoli difformità".
Alcune strutture riservate alla socialità, alle attività ricreative e lavorative, secondo la parlamentare "non sono agibili, in tal modo determinando una permanenza dei detenuti in cella per 22 ore giornaliere". Inoltre risulterebbero "scarse le possibilità di reinserimento effettivo dei detenuti, soprattutto quanto all'inserimento lavorativo, ad eccezione del lavoro intramurario turnato".
andriaviva.it, 18 luglio 2019
Sarà donata sabato la prima opera. Si tratta di uno scatto di Dobici, il fotografo di Baglioni. La prima opera esposta sarà questa del fotografo di fama internazionale Alessandro Dobici che ha interpretato il progetto di don Riccardo Agresti e don Vincenzo Giannelli con uno scatto che rappresenta la visione della condizione umana del detenuto.
Un museo dedicato all'arte contemporanea nascerà nel carcere Senza Sbarre, la masseria nelle campagne di Andria dove i detenuti imparano un lavoro per reinserirsi nella società. Il sogno dei due sacerdoti andriesi coltivato per anni si è concretizzato il 4 maggio scorso con l'inaugurazione della masseria e del pastificio a mani libere in cui lavorano i detenuti che diventa un ponte tra il carcere e il mondo.
Il curatore del progetto, prodotto da "Wit Media Comunicazione", è Stefano Del Bravo che ha coinvolto nella sua idea grandi maestri per "lasciare una testimonianza concreta e tangibile che superi il tempo e resti per sempre a memoria delle continue battaglie di un sacerdote di frontiera che ha dimostrato più volte in tutti questi anni di saper resistere ai venti contrari che non hanno mai fermato la sua corsa", spiega Del Bravo.
Dopo l'esposizione di 20 anni del suo lavoro a Cuba e la mostra nel Chiostro del Bramante a Roma, Dobici, appassionato anche di musica, decide nel 1996 di mettersi in contatto con Claudio Baglioni. Diventa così il suo fotografo ufficiale, sabato sarà a San Vittore per donare personalmente la sua opera, la prima del Museo di Senza Sbarre.
Ristretti Orizzonti, 18 luglio 2019
Previsto per le ore 15.00 del 19 luglio 2019. Dodici giurati, un giovane ragazzo accusato di parricidio, certezze e dubbi di colpevolezza sono gli ingredienti dello spettacolo teatrale che verrà portato in scena dai detenuti della Casa di Reclusione "G. B. Novelli" di Carinola, presso la sala teatro dell'istituto penitenziario, il 19 luglio 2019 alle ore 15:00.
Lo spettacolo "La parola ai giurati", tratto dall'omonimo film del 1957 è un'occasione per condividere il messaggio rieducativo, che cerca attraverso la forza del volontariato, di arricchire il tempo detentivo, attraverso l'arte, la creatività e messaggi positivi. Sono stati invitati alla rappresentazione il Vescovo di Sessa aurunca, i Magistrati del Tribunale di Sorveglianza dell'Ufficio di Santa Maria Capua Vetere, i Sindaci dei Comuni che condividono, con la Casa Reclusione di Carinola, progetti di reinserimento sociale dei detenuti. Presenzieranno anche i volontari che operano nell'istituto penitenziario ed i familiari dei detenuti protagonisti dello spettacolo teatrale.
I volontari che con il loro grande impegno hanno reso possibile la realizzazione di questo spettacolo sono Filippo Ianniello e Giovanni Maliziano, i quali, da alcuni mesi, conducono, a titolo gratuito, un laboratorio teatrale a favore della popolazione detenuta di Carinola.
Un tema, quello trattato dalla rappresentazione teatrale, sicuramente impegnativo, dai toni serrati, acuti, che lascia spazio ad importanti riflessioni, condivise e rievocate con impegno dai detenuti. Il reinserimento sociale ha più probabilità di riuscire se i detenuti hanno l'opportunità di incontrare durante il proprio percorso qualcuno che li rinforzi nella capacità di autodeterminazione, nella possibilità di non ricadere più, di avere accanto persone che collaborano con il carcere e contro gli effetti desocializzanti.
I Funzionari Giuridici Pedagogici
24live.it, 18 luglio 2019
Parla l'organizzatrice Angela Gitto. "Ho coronato un mio sogno": così dichiara Angela Gitto, imprenditrice della moda, che con forza e determinazione ha organizzato un evento unico per il Centrosud, come la sfilata di moda all'interno della casa circondariale Madia di Barcellona.
Nel reparto femminile della struttura oggi pomeriggio dalle 19 sarà allestita una passerella su cui sfileranno 24 modelle per un giorno, tra cui alcune detenute che hanno accolto con entusiasmo la proposta dell'organizzazione, capace di ottenere tutte le autorizzazioni per un'iniziativa così unica nel suo genere.
Al fianco delle 9 detenute, ci saranno tante donne comuni, che sfideranno la passerella, con la presenza di un magistrato di sorveglianza e di rappresentanti della politica e delle istituzioni del territorio. Al fianco di Angela Gitto, titolare dei negozi di abbigliamento "Le Sorelle Inglesi" ed al club Soroptimist di Spadafora, ci saranno anche il Lions Club, l'associazione Frida Onlus, il circolo delle lucertole e l'edizione Smasher, che proporranno alcuni intermezzi con letture e interventi sulle donne.
"L'idea - racconta Angela Gitto - è nata da un evento organizzato nel negozio di via Dante. Era presente anche la responsabile del reparto femminile del carcere di Barcellona, che mi ha proposto quasi per scherzo questo progetto. Ho subito sposato l'iniziativa e l'ho fatta mia, forte anche della mia passione per la criminologia, messa da parte per quella ancor più forte verso la moda. Il gruppo di ragazze coinvolte si trova nel reparto psichiatrico del carcere e ciò ha reso ancora più titanica questa impresa.
Insieme alle Soroptimist di Spadafora abbiamo coinvolto donne della società civile e del mondo politico provenienti da tutta la provincia. Questo evento, che coinvolgerà una platea limitata di 100 persone, non sarà fine a stesso, ma rappresenta un punto di partenza per altre iniziative a sostegno delle donne detenute, che vivono una condizione di grave disagio".
agensir.it, 18 luglio 2019
"Noi non ci dimentichiamo di voi". Lo ha detto Alessandro, uno dei rappresentanti della Comunità di Sant'Egidio che oggi pomeriggio, insieme ad altri volontari, ha visitato i detenuti del Carcere Regina Coeli di Roma. L'incontro è avvenuto in uno degli spazi comuni del penitenziario capitolino, circa un centinaio i reclusi che alle 16 hanno lasciato le loro sezioni per spezzare la monotonia della giornata con un momento di condivisione e di incontro. L'iniziativa nasce in seguito a un più che ventennale servizio di Sant'Egidio all'interno di questa realtà: "Negli anni - racconta Fabio - abbiamo visto che l'esperienza iniziata nel carcere con i pranzi o le cene di Natale è stata contagiosa e in tanti, tra associazioni e parrocchie, hanno accolto questo servizio. Col tempo ci siamo accorti che l'estate è un momento critico in cui i reclusi sono più esposti alla solitudine, per questo abbiamo pensato ad un momento di solidarietà come la Cocomerata".
Ci troviamo nella Casa Circondariale principale di Roma, conosciuta per le condizioni di sovraffollamento, 1.020 detenuti per una capienza effettiva di circa 870 persone. La Comunità di Sant'Egidio, sostenuta dalla generosità del Centro Agroalimentare di Roma, è riuscita a raccogliere una tonnellata di cocomeri, suddivisi tra Rebibbia e Regina Coeli.
L'idea, in entrambi i penitenziari, è quella di raggiungere in più giornate tutti i detenuti, attraverso incontri di condivisone in cui il gioco a quiz tra squadre di reclusi diventa un momento di leggerezza e uno spazio di umanizzazione.
"Sono le armi semplici del gioco" prosegue Fabio, che nella sua esperienza di volontariato tra i detenuti, ricorda come questo sia proprio lo spirito cui tanto è affezionato Papa Francesco. "A mio avviso l'aspetto più prezioso del dono è che è circolare - dice Doriana del Centro Agroalimentare di Roma rivolta ai detenuti - non siamo noi che abbiamo regalato qualcosa a voi con questi cocomeri, la verità è che voi ci avete fatto il dono della vostra presenza e di questo momento".
Redattore Sociale, 18 luglio 2019
La storia di Dulo Embaló dice molto su chi decide di ritornare nel proprio Paese: 28 anni, partito con la speranza di raggiungere l'Italia, alla fine Dulo è tornato in Guinea Bissau ascoltando le promesse dell'Oim. Che però, dopo 2 anni, non ha ancora mantenuto l'impegno. La storia di Dulo Embaló dice molto su chi lascia il proprio paese africano e dopo vari, disperati, tentavi decide di ritornare. Ventotto anni d'età, partito con la speranza di raggiungere l'Italia, alla fine Dulo è tornato in Guinea Bissau ascoltando le promesse dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Che però, a distanza di due anni, non ha ancora mantenuto l'impegno.
Impossibile viaggiare "in regola". Il giovane decise di viaggiare con tutti i documenti necessari, ma questo sogno naufragò presto: dopo aver pagato tra carta d'identità, passaporto e "compensi" a funzionari vari un totale di 130 euro, si scontrò con la realtà: per ottenere il visto, rilasciato di rado, avrebbe dovuto pagare una mazzetta sui 1.500 euro. Una situazione strettamente legata alle regole dei paesi Ue, che hanno chiuso sempre più le maglie degli ingressi. E così Dulo si rassegnò a partire come tutti.
Il viaggio. La rotta seguita dal giovane, come da tutti quelli che partono dalla Guinea-Bissau, prevedeva il passaggio di Senegal, Mali, Burkina-Faso, Niger e Libia. Un viaggio che, nel suo caso, durò un mese. "Capita spesso che ti perquisiscano e ti rubino tutto, che siano i trafficanti o la polizia non importa", dice. Dulo ricorda bene il viaggio nel deserto, durato sei giorni. "Eravamo più di 30 persone stipate nel retro del pick up, durante il viaggio qualcuno è caduto, ma la macchina non si è fermata: sono rimasti lì, in mezzo al nulla, a morire".
Inferno Libia. Giunto in Libia, il giovane lavorò come fabbro per racimolare i soldi necessari a partire. Ma in tre occasioni fu fermato dalla guardia costiera libica. "Sono stato rinchiuso nei centri di detenzione: due volte sono riuscito a scappare, un'altra volta ho dovuto corrompere le guardie pagando perché mi facessero uscire. Poi, disperato, mi sono spostato in Algeria, ma anche lì mi hanno arrestato e trasferito in Niger".
Il rientro. Alla fine Dulo si rassegnò e accettò la proposta di rientro volontario assistito dell'Oim. "Il fatto che i ritorni volontari siano cresciuti non significa che i flussi migratori siano in aumento, tutt'altro. Questa tendenza è indicativa invece di una linea politica dei governi europei. Il messaggio che viene mandato è semplice: l'accoglienza è finita, è il momento di rimandare le persone a casa", dice Laura Amadori, responsabile Oim in Guinea-Bissau.
Le promesse dell'Oim. L'organizzazione dà circa 100 euro a chi decide di rientrare, oltre a supporto legale, assistenza medica e psicosociale. Poi dovrebbe cominciare il programma di reintegrazione, con aiuti per piccole attività imprenditoriale. "La fase di avviamento delle start-up dovrebbe partire entro due mesi dal rimpatrio, ma i ritardi si stanno accumulando", ammette Amadori. E così su 520 rientri assistiti da maggio 2017 a oggi, appena 135 hanno avviato uno di questi progetti. Mentre gli altri, tra cui Dulo, sono ancora in attesa.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 18 luglio 2019
La grandissima parte degli italiani ignora chi sia Elisa Signori Rocchelli, e continuerà tranquillamente a ignorarlo. E tuttavia la grandissima parte degli italiani deve un po' di riconoscenza alla professoressa Signori, docente di Storia contemporanea al l'Università di Pavia. Suo figlio Andrea, fotoreporter di guerra, ha trovato la morte a trent'anni nel distretto di Slov'jans'k in Ucraina.
Durante il conflitto del Donbass, nel maggio 2014, Rocchelli, il traduttore Adrei Mironov, l'inviato francese William Roguelon e un autista locale furono oggetto di un attacco mirato, a colpi di mortaio, da parte di un gruppo di miliziani della Guardia nazionale ucraina. Oltre a Rocchelli, morì Mironov, mentre Roguelon rimaneva gravemente ferito.
Il capo di quei miliziani, Vitaly Markiv, arrestato in Italia nel giugno del 2017, è stato condannato lo scorso 11 luglio a 24 anni di reclusione per concorso in omicidio. Così un atroce episodio, che sembrava destinato a finire negli archivi anonimi delle tante "guerre sporche", ha cominciato a rivelare la sua natura e il suo intento: cancellare le testimonianze e i testimoni delle stragi di civili che accompagnano quelle guerre.
Con la condanna di Markiv, quel progetto non è più un mistero: ed è probabile che, senza la determinazione e l'intelligenza di Elisa Signori, della figlia Lucia e della nuora Maria Chiara, questo non sarebbe accaduto. Fateci caso, in una ininterrotta sequenza di vicende tragiche, che tuttavia riescono a strappare interamente o parzialmente il velo che nasconde verità messe a tacere, compaiono sempre un volto e un nome femminili.
Per limitarci all'ultimo mezzo secolo di storia italiana e ai casi più noti, ricordiamo Rossella Simone, compagna di Giuliano Naria, assolto con formula piena dopo nove anni di carcere, le cosiddette "mamme del Leoncavallo", riunitesi in associazione dopo l'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci e poi via via Daria Bonfietti, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime di Ustica, e tanti altri nomi, ognuno dei quali richiama una storia rimasta insoluta o la cui soluzione fa emergere responsabilità istituzionali.
In altre parole a un certo numero di figure femminili di intenso impatto emotivo e simbolico corrispondono altrettante questioni di rilievo pubblico. Penso a Patrizia Moretti Aldrovandi, Lucia Uva, Ilaria e Rita Cucchi, Grazia Serra Mastrogiovanni, Claudia Budroni, Domenica Ferulli, Elena Guerra, Flora ed Emilia Bifolco, Maddalena Lorusso, Giuliana Rasman, Paola Regeni (e con lei Alessandra Ballerini, legale anche della famiglia Rocchelli).
Emerge qualcosa di importante, in genere trascurato. Si può dire che la rilevanza del legame di sangue, quello primario e connaturale, è determinante nel fare di queste madri, figlie, sorelle, il "fattore umano" decisivo in tante battaglie civili.
La particolare determinazione nel perseguire verità e giustizia ha la sua radice proprio nell'elemento simbiotico tra congiunti, nel tessuto di "carne e ossa" che rappresenta il vincolo più tenace e che sembra avere nell'identità femminile il suo nucleo essenziale. Intorno a quel nucleo si forma l'aggregazione familiare-parentale-amicale che diventa protagonista della mobilitazione nel nome della vittima. E qui si verifica qualcosa di profondo.
I familiari rinunciano all'insopprimibile bisogno di vivere ed elaborare il proprio lutto nell'intimità della sfera affettiva. Una parte di quel dolore viene affidato alla società perché diventi questione pubblica, tema di mobilitazione collettiva, materia di conflitto. Il lutto viene "esposto" cosicché la vittima (di un'ingiustizia, un abuso di Stato, una colpa istituzionale) diventi interesse pubblico.
Molti hanno creduto di vedere, in quelle figure femminili, l'incarnazione contemporanea dell'Antigone di Sofocle. La suggestione è forte, ma la comparazione è impropria: le donne citate non simboleggiano le ragioni del cuore in conflitto con la ragion di Stato. No. Qui e oggi le ragioni di quelle donne sono le stesse dello Stato di diritto e del sistema democratico, violate e negate dagli interessi particolari di corporazioni e apparati statuali.
Pur tra le mille differenze, così è stato per la tragedia di Ustica, come per la morte del diciottenne Federico Aldrovandi sotto i colpi di quattro poliziotti (condannati in via definitiva). Queste vicende rimandano ancora a un'altra dimensione: quella filosofica, dove si pensano le grandi categorie che orientano la conoscenza umana.
In uno bel libro "L'uomo che deve rimanere. La smoralizzazione del mondo" (Quodlibet 2017) Eugenio Mazzarella, riprendendo Hegel, spiega come la legge del cuore sia in effetti la legge di tutti i cuori, abbia cioè una portata comunitaria e universale. E sottolinea come nell'eroina di Sofocle questa "legge di tutti i cuori" sia il diritto di resistenza in ultima istanza dell'umano in quanto umano alla sua negazione, da dove che venga: l'altro uomo, il popolo, lo Stato. In definitiva, al di là di ogni schematismo, c'è una "Antigone eterna" che ci parla ancora.
amnesty.it, 18 luglio 2019
"Non c'è una sola ragione al mondo per cui al cittadino eritreo Medhanie Tesfamariam Behre, arrestato nel 2016 in Sudan e per tre anni erroneamente ritenuto un importante trafficante di esseri umani, debba essere negato l'asilo politico", ha dichiarato Amnesty International Italia. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, non solo l'accoglimento della richiesta d'asilo, su cui si pronuncerà venerdì 19 luglio la commissione per l'esame nel Cpr di Caltanissetta, suonerebbe come un risarcimento per tre anni di carcere passati in Italia per un mero errore di persona: un errore portato alla luce grazie soprattutto alle inchieste giornalistiche del quotidiano britannico "Guardian".
Soprattutto, negare l'asilo a Medhanie Tesfamariam Behre costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale dei rifugiati. Espellerlo verso il Sudan, dove venne arbitrariamente arrestato nel 2016, lo porrebbe di fronte al rischio di un nuovo arresto, in un contesto nel quale le autorità di transizione che hanno preso il potere dopo la fine del dominio di Omar al-Bashir non danno ancora la minima garanzia di rispetto dei diritti umani.
Se dal Sudan venisse trasferito nel suo paese di origine, l'Eritrea, Medhanie Tesfamariam Behre rischierebbe l'imprigionamento per diserzione (dalla leva obbligatoria) e uscita illegale dal paese e con ogni probabilità una lunga condanna e la tortura. Sorte riservata da anni a chi, in Eritrea, critica il regime, professa una fede non consentita o cerca di fuggire al servizio militare obbligatorio e a tempo indeterminato. Una situazione che la raggiunta pace con l'Etiopia, nel 2018, non ha purtroppo modificato.
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