di Marisa Marraffino
Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2018
Cassazione 34800/2016. La "vanità" nella rete non perdona e può costare caro. Fingere di essere un'altra persona, spacciarsi per single quando si è invece sposati, usare come fotografia del proprio profilo sui social network quella di un'altra persona, magari nota. Sono alcuni esempi delle nuove falsificazioni digitali che negli ultimi anni sono finite sotto la lente dei giudici, dando vita a una giurisprudenza fatta di fake, finti status e identità inesistenti. L'obiettivo degli autori è quello di avere più visibilità, ingannare gli utenti o estorcere denaro. Il reato presupposto è sempre lo stesso: la sostituzione di persona, punita con la reclusione fino a un anno e procedibile d'ufficio.
Eppure, gli autori sembrano non temere le conseguenze delle attività ingannatorie online, soprattutto se si muovono con un nickname o usano falsi account. Tutti accorgimenti che, da soli, non scongiurano l'eventualità di un processo penale.
L'attribuirsi uno status fittizio - Per la Corte di cassazione è reato anche spacciarsi per single quando si è sposati. Lo ha stabilito con la pronuncia 34800 del 15 giugno 2016, che mette in guardia gli utenti dall'uso di falsi status sui social network. Così come integra il reato anche soltanto utilizzare come foto del proprio profilo Facebook l'immagine di un'altra persona, come ha stabilito la Suprema Corte con la sentenza 4413 del 10 ottobre 2017.
Si tratta di un reato contro la fede pubblica: a essere tutelata è la fiducia che gli altri utenti della rete devono poter riporre nelle identità altrui. A pesare sono non soltanto le falsificazioni delle identità ma anche le false attribuzioni di qualità alle quali la legge attribuisce effetti giuridici, come lo stato civile o l'età. Già da tempo, poi, i giudici avevano sottolineato che la finalità non deve essere necessariamente economica: il vantaggio descritto dalla norma può essere dato anche semplicemente dalla visibilità, nuovo patrimonio degli utenti della rete. Per la legge, il profilo digitale costituisce oggi una proiezione di diritti della personalità nella comunità virtuale.
Il nickname altrui - Non salva nemmeno usare un nickname o un fake di un personaggio famoso. Ad avviso dei giudici, anche gli pseudonimi utilizzati in rete hanno una dimensione concreta, in grado da sola di produrre effetti reali nella sfera giuridica altrui. Per questo, quando non ci sono dubbi sulla riconducibilità del nickname a una persona fisica, questo ha natura di "contrassegno identificativo" e può condurre a una responsabilità penale.
La falsa identità per truffe - Più spesso le falsificazioni delle identità passano attraverso la commissione di altri reati, come la truffa. È il caso di chi crea falsi account per accedere al car sharing (e poi si tradisce usando un'utenza realmente nella sua disponibilità) oppure per godere di un buon rating online per ottenere un credito da privati, il cosiddetto peer landing.
È pacifica ormai la giurisprudenza delle sostituzioni di persona che si aggiungono alle estorsioni. L'autore si finge un'altra persona per attirare a sé virtualmente un possibile partner al quale chiede fotografie o video erotici per poi ricattarlo se si rifiuta di pagare una certa somma di denaro. La tecnologia ha poi modificato le possibili modalità esecutive del reato, ad esempio in tutti i casi in cui l'autenticazione dell'interessato avvenga attraverso tecniche biometriche o di identificazione facciale.
L'identità digitale è ormai espressamente tutelata dalla legge 119/2003, che ha inserito nell'articolo 640-ter del Codice penale l'aggravante per l'ipotesi in cui il fatto sia commesso "con furto o indebito utilizzo dell'identità digitale". Il nuovo Regolamento europeo sulla privacy (2016/679) ha, tra gli obiettivi, anche quello di rendere meno attaccabili i database e, di conseguenza, ridurre la possibilità di sostituzioni di persona e accessi abusivi in generale.
di Ciro Formisano
Metropolis, 30 luglio 2018
Il 34enne Michele Chierchia ritrovato cadavere in carcere. Era stato condannato a 6 anni di reclusione nel processo ai pusher torresi. È stato trovato morto in carcere, a Poggioreale, nella sua cella del padiglione Avellino, sabato mattina. Dalle prime indagini pare che si tratti di un suicidio.
Una tesi ribadita anche dal Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria che ieri ha diramato un comunicato ufficiale sulla vicenda. La tragedia sarebbe avvenuta, sempre secondo la ricostruzione degli agenti, durante l'ora d'aria all'interno della struttura penitenziaria nel braccio di alta sicurezza. Approfittando dell'assenza dei compagni di cella - usciti nel cortile - Chierchia si sarebbe tolto la vita. Il suo corpo è stato ritrovato diverso tempo dopo il decesso.
La Procura della Repubblica di Napoli ha avviato subito un'inchiesta per far luce sulla vicenda. Nelle prossime ore potrebbe essere disposta l'autopsia e verranno ascoltati anche alcuni detenuti. Pochi giorni fa un altro detenuto si è suicidato, sempre all'interno del penitenziario napoletano. Si trattava di un pregiudicato originario dell'area nolana.
Il personaggio - Chierchia stava scontando una condanna non definitiva a 6 anni di reclusione per spaccio di droga. Il 34enne, nel gennaio del 2015, fu uno degli indagati coinvolti nel maxi-blitz "Free Tower", la mega-inchiesta che ha decapitato il sistema spaccio tra Torre del Greco e Torre Annunziata. In tutto 54 arresti. In primo grado Chierchia è stato condannato a 7 anni di reclusione. Pena poi ridotta, il 28 novembre del 2017, dalla Corte d'Appello di Napoli.
Una sentenza della quale non sono ancora state depositate le motivazioni, come confermato da alcuni dei legali del collegio difensivo. Anche se quasi tutti gli imputati hanno già annunciato ricorso in Cassazione. Secondo quanto riferito dal Sappe, Chierchia sarebbe tornato un uomo libero nel 2024.
L'allarme - Una vicenda che - aspettando i risvolti delle indagini - riaccende i riflettori sulle condizioni di disagio con cui sono costretti a fare i conti i detenuti nelle carceri italiane. Secondo il Sappe, nel primo semestre del 2018 ci sono stati 5.157 atti di autolesionismo, 46 morti per cause naturali, 24 suicidi e 585 tentativi di suicidio sventati in tempo. Solamente in Campania i suicidi sventati sono stati 48 in sei mesi. "Da tempo - secondo Donato Capece, segretario generale Sappe - la sicurezza interna delle carceri è stata annientata da provvedimenti scellerati". Nell'ultimo anno, sempre in Campania, sono 5 i suicidi accertati e 77 i tentativi di suicidio evitati dagli uomini della polizia penitenziaria.
Il precedente - Una vicenda che comunque riporta alla mente la tragedia del febbraio del 2017. Quando, sempre nel carcere di Poggioreale, venne ritrovato il corpo senza vita di un altro pregiudicato di Torre del Greco. Si chiamava Vincenzo Panariello, 38 anni.
Anche in quella circostanza il cadavere dell'uomo venne ritrovato all'interno della sua cella. L'uomo, arrestato perché considerato organico a un'organizzazione a delinquere finalizzata allo spaccio di droga, aveva chiesto, poco prima, il trasferimento in un diverso padiglione del penitenziario napoletano.
Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2018
Impugnazioni penali - Provvedimenti impugnabili - Provvedimento di natura interlocutoria - Controversia su proprietà beni sequestrati - Inoppugnabilità. In tema di inoppugnabilità del provvedimento con il quale il giudice penale rimette le parti innanzi al giudice civile per la risoluzione della controversia sulla proprietà delle cose poste sotto sequestro, in assenza di una previsione espressa di legge e dunque al di fuori dell'ambito delineato dall'articolo 568, comma 1, c.p.p., per stabilire se i controlli impugnatori siano oggetto di tacita previsione, occorre fare riferimento alla natura dell'atto e alla sua capacità di incidere sui diritti, e, in generale, sulle posizioni soggettive delle parti. Gli atti meramente ordinatori, che non provvedono sulle pretese delle parti e che si limitano a collocare secondo un diverso ordine processuale il momento di valutazione e quindi di decisione delle richieste, non sono impugnabili.
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 9 luglio 2018 n. 31088.
Prove - Mezzi di ricerca della prova - Sequestri - Restituzione - Procedimento - Controversia sulla proprietà delle cose sequestrate - Provvedimento di rimessione al giudice civile - Impugnabilità - Esclusione - Fattispecie. È inoppugnabile il provvedimento con cui il giudice penale (nella specie il Tribunale del Riesame), investito della richiesta di restituzione di beni sequestrati, rimette le parti dinanzi al giudice civile per la risoluzione della questione sulla proprietà, in quanto esso non ha contenuto decisorio, né formale, né sostanziale, ma ha natura interlocutoria e non pregiudica i diritti delle parti che possono essere fatti valere nel giudizio civile.
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 13 agosto 2014 n. 35665.
Prove - Mezzi di ricerca della prova - Sequestri - Restituzione - Procedimento - Controversia sulla proprietà delle cose sequestrate - Provvedimento di rimessione al giudice civile - Impugnabilità - Esclusione. Il provvedimento con il quale il giudice penale, investito della richiesta di restituzione di beni sequestrati, rimette le parti davanti al giudice civile per la risoluzione della questione sulla proprietà, non ha contenuto decisorio, né formale né sostanziale, ma ha natura interlocutoria e, non pregiudicando l'interesse delle parti che potranno far valere le loro ragioni davanti a giudice civile, è inoppugnabile. Per identità di ratio, deve ritenersi inoppugnabile il provvedimento con il quale il predetto provvedimento di rimessione sia stato emesso in sede riesame, in primis per il principio di tassatività delle impugnazioni - non essendone espressamente prevista l'impugnabilità, e comunque per il suo carattere meramente interlocutorio, che lo rende non assimilabile al provvedimento che abbia deciso in ordine ad una richiesta di riesame.
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 18 giugno 2010 n. 23662.
Esecuzione - Impugnazioni - Provvedimenti giurisdizionali - Aventi contenuto ordinatorio e non decisorio - Impugnabilità - Esclusione. Poiché le conseguenze pregiudizievoli del provvedimento giurisdizionale, la necessità della cui eliminazione integra il requisito indefettibile dell'impugnazione costituito dall'interesse ad impugnare, possono scaturire solo dai provvedimenti che abbiano un contenuto decisorio - e cioè che incidano sui diritti di libertà o patrimoniali, ovvero sulla pretesa punitiva della Stato - esulano dall'ambito dell'impugnazione tutti quei provvedimenti che in vario modo non presentano sul piano formale e sostanziale tale contenuto, ma assumono una veste meramente interlocutoria o rinviano ad altro momento processuale o ad altra sede la decisione sul "petitum", sì da non determinare di per sé soli alcun effetto sulle posizioni soggettive delle parti. (Nella specie la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso avverso la decisione del giudice dell'esecuzione il quale, investito della richiesta di restituzione di beni sequestrati, rilevata la possibilità di una controversia sulla loro proprietà, aveva rimesso le parti dinanzi al giudice civile ai sensi dell'articolo 676, comma secondo, cod. proc. pen.).
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 13 ottobre 1995 n. 3724.
di Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 30 luglio 2018
Il sociologo aveva fondato la comunità "Borgo di Dio" per promuovere manifestazioni e digiuni per combattere le resistenze della tradizione feudale. Si può purtroppo commentare come uno dei tanti casi di razzismo, ma l'episodio di Partinico ha un retrogusto particolare. Perché Partinico è il paese tra Palermo e Trapani in cui dal 1954 si impegnò il sociologo, scrittore, poeta, attivista della non violenza Danilo Dolci, che a Trappeto aveva fondato una comunità chiamata "Borgo di Dio" pronta a promuovere manifestazioni e digiuni per combattere sul campo le resistenze della tradizione feudale e del potere.
Oltre all'animazione sociale e al lavoro sul fronte educativo in una zona culturalmente depressa, sarebbero state le denunce contro la pesca di frodo attuata dal banditismo a rendere sempre più sgradito il "sovversivo" Dolci alle istituzioni: specie quando la popolazione si mobilitò per uno "sciopero alla rovescia" con centinaia di disoccupati impegnati a riattivare le strade comunali abbandonate. Da quell'esperienza, nel novembre 1955, sarebbe uscito per Laterza un libro eccezionale, "Banditi a Partinico" (riproposto nel 2009 da Sellerio), che fece conoscere anche fuori dai confini italiani le pietose (e illegali) condizioni di vita in certe zone della Sicilia.
Le prime trenta pagine sono un referto sociologico sulla comunità (le scuole, le parrocchie, il lavoro dei braccianti, lo stato della sanità, il "luridume", la vigilanza) con la proposta di soluzioni pratiche quali, per esempio, la costruzione di una diga sul fiume Jato per avere un'"acqua democratica". Segue un corpo centrale in cui i racconti "bruti" in prima persona dei poveri di Partinico si alternano con le considerazioni crude dell'autore: i "banditi" non sono solo i fuorilegge dei "motopescherecci" ma sono anche i "vinti" messi al bando dallo Stato.
Nella prefazione, Norberto Bobbio illustrava la "rivoluzione dal di dentro" di Dolci, rendendo omaggio al combattente che denunciava la fame, la follia e la protervia in un angolo d'Italia non ancora sfiorato dal boom economico. In prima edizione, il volume avrebbe dovuto contenere le fotografie di Enzo Sellerio, che per un problema tecnico-editoriale furono eliminate. L'uscita del libro-inchiesta colpì intellettuali stranieri, come Sartre, l'Abbé Pierre e Bertrand Russel, ma la lotta di Dolci culminò nell'arresto e nel rinvio a giudizio degli altri organizzatori.
Il recente episodio di razzismo non può che rimandare a quella battaglia non violenta di Dolci e della sua comunità intesa a debellare il sopruso e la povertà. Sessant'anni dopo scopriamo che gli stessi strumenti evocati allora, istruzione e autocoscienza civile, sarebbero indispensabili oggi per garantire convivenza e armonia sociale. Non meraviglia che oggi sono gli immigrati africani a subire la violenza degli eredi diretti di quei disgraziati che Dolci voleva "salvare" dall'emarginazione. Colpisce eccome, invece, che il giovane cameriere senegalese aggredito abbia usato parole che sembrano suggerite da Danilo Dolci: "Non ho reagito perché non alzo le mani, mi potevo difendere ma gli educatori della comunità mi hanno insegnato che non si alzano le mani".
di Andrea Alberizia
ravennaedintorni.it, 30 luglio 2018
Più di ottanta detenuti, metà stranieri, età media circa 35 anni. Celle aperte 10 ore al giorno, una telefonata da 10 minuti a settimana. Spaccio e rapine i reati più frequenti. Per aprire il cancello ci vuole una chiave lunga così, che sta appesa alla bacheca della piccola guardiola, talmente grossa che non abbisogna di portachiavi: l'agente di turno la fa girare nella toppa e il rumore metallico è proprio quello che hai in testa se hai visto almeno un film con una scena in carcere. Siamo entrati nella casa circondariale di Port'Aurea il 20 luglio scorso, accolti da Carmela De Lorenzo, direttrice dal 2009 dopo otto anni nelle vesti di vice.
Spaccio e rapine. Il giorno della nostra visita erano detenuti 85 uomini (in Romagna l'unica sezione femminile è a Forlì) di cui 57 stranieri (67 percento) suddivisi nella quasi totalità fra albanesi, tunisini e marocchini. "Il totale dei carcerati, la percentuale di stranieri e le loro nazionalità sono in buona sostanza delle costanti da ormai qualche anno", spiega De Lorenzo. Sono lontani i tempi in cui, nella stessa struttura, le presenze sfioravano quasi il doppio mettendo tre detenuti per cella invece dei due di oggi. La suddivisione in base alle pendenze con la giustizia dice che 46 sono imputati in attesa di giudizio, 19 stanno scontando una pena definitiva (droga, rapine e furti) e gli altri sono nel mezzo. Circa la metà ha o ha avuto problemi di abuso di stupefacenti.
Il nonno di tutti. Ad alzare l'età media attorno ai 35 anni c'è sicuramente quello che ormai è diventato il nonno di tutti, un 85enne che tre anni fa a Lugo uccise la moglie. Per lui fine pena nel 2021. Vista l'età potrebbe beneficiare immediatamente della detenzione domiciliare a casa di un familiare o di una struttura di accoglienza: nel primo caso non c'è nessuno disponibile e nel secondo è l'uomo a non voler andare. E così ha trovato la sua dimensione in cella.
La struttura. Le camere detentive - dicitura ufficiale per le celle - sono distribuite su tre piani, ognuna di 13-14 mq con due letti a castello, due armadietti, un tavolino, una tv e un lavandino con water separati da una porticina. Ogni piano ha quattro postazioni doccia. "Per legge le porte delle celle devono restare aperte non meno di otto ore al giorno - dice la direttrice -. A Ravenna si aprono alle 8.30 e si chiudono alle 18.30, durante le dieci ore i detenuti possono muoversi all'interno della propria sezione. E dalle 9 alle 11.30 e dalle 13 alle 15.30 possono occupare gli spazi esterni di passeggio". Le porte delle celle vengono chiuse nei momenti di distribuzione pasti e al cambio di ogni turno degli agenti di polizia penitenziaria quando si svolgono le procedure di conta e battitura: vengono contati i presenti e si fa sbattere un oggetto metallico sulle sbarre per verificarne l'integrità.
La macchina organizzativa. Per mandare avanti la struttura sono impiegate circa ottanta persone: una cinquantina di agenti di polizia penitenziaria per coprire tre turni giornalieri, una decina tra amministrazione e contabilità, otto fra medici e infermieri dipendenti dell'Ausl per l'assistenza sanitaria interna (a cui si aggiungono gli specialisti psicologo, psichiatra, dermatologo, infettivologo che intervengono solo con cadenze fissate).
Un conto corrente per ogni carcerato. Chi viene arrestato e portato in carcere viene perquisito e lascia tutti gli effetti personali in custodia, varcando il cancello solo con i propri abiti. Nessuna divisa uguale per tutti: "Cose da film", dice la direttrice. Poi visita medica immediata (una seconda viene fatta entro le 24 ore) e colloquio con uno dei due educatori: "Serve per raccogliere informazioni sulla persona e sulle sue esigenze - spiega De Lorenzo - e al tempo stesso gli viene spiegato il regolamento interno e viene assistito se vuole compilare la domanda per l'attività domestica: per lo più si tratta di attività di manutenzione ordinaria del fabbricato, cucina e pulizie. Mansioni che vengono retribuite". Anche per questo motivo per ogni detenuto viene aperto un conto corrente: "Viene usato per accreditare le retribuzioni dei lavori oppure le famiglie possono versare soldi che servono al detenuto per fare la spesa facendo gli ordini nei giorni stabiliti o pagare le telefonate".
Se telefonando. Il telefono è sempre a disposizione dei detenuti ma ognuno ha una tessera magnetica con il proprio numero di matricola su cui viene caricato il credito e permette di chiamare un solo unico numero per raggiungere un familiare per una chiamata a settimana di al massimo dieci minuti e poi la linea cade. Ogni detenuto ha poi diritto a sei ore di colloquio al mese: "Abbiamo una sala con sette postazioni sorvegliate da un agente. Gli incontri di un'ora vanno prenotati al telefono dall'esterno. Nel periodo estivo abbiamo allestito un piccolo spazio all'aperto con un gazebo. In entrambi i contesti abbiamo anche un piccolo angolo con qualche gioco per i genitori che vogliono incontrare i figli".
Casa circondariale: pene fino a 5 anni - Il carcere, o istituto penitenziario, nell'ordinamento giuridico italiano, è la sede in cui sono detenuti i condannati ad una pena detentiva (ergastolo, reclusione o arresto), nonché i destinatari di misure cautelari personali coercitive (custodia cautelare in carcere) o di misure pre-cautelari (arresto in flagranza di reato). Si può distinguere tra: casa circondariale (come quella di Ravenna), in cui sono detenute le persone in attesa di giudizio e quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni, o con un residuo di pena inferiore ai cinque anni; casa di reclusione, in cui sono detenuti coloro che abbiano riportato una condanna definitivi ad una pena non inferiore ai cinque anni; carcere speciale, in cui sono reclusi i condannati per delitti di criminalità organizzata.
di Federico Capurso e Franco Grignetti
La Stampa, 30 luglio 2018
Il ministro dell'Interno velocizza le procedure. La sindaca di Roma: garantire alternative. È un problema che si trascina da tempo e che rischia di diventare deflgrante: in Italia si stima che ci siano 48mila appartamenti occupati abusivamente (restando alle case popolari). A volte c'è dietro la criminalità, altre volte semplici furbetti. Ora il ministro Matteo Salvini annuncia un'accelerazione degli sgomberi: "La proprietà privata è un diritto intangibile".
E anche se il tema era già nel contratto del governo gialloverde ("È necessario velocizzare le procedure di sgombero attraverso l'azione ferma e tempestiva qualora non sussistano le condizioni di necessità certificate"), si rischia di innescare l'ennesima frizione con i grillini, specie l'ala più di sinistra.
Già si sentono i primi scricchiolii. Dal Campidoglio, ad esempio, emerge la posizione della sindaca Raggi: il Comune è per la legalità, ma sia componente maggioritaria nella decisione i diritti umani e le fragilità. "Dobbiamo evitare uno sgombero senza che ci sia una alternativa abitativa. Piuttosto meglio aspettare". Per evitare che ci sia un bis dello sgombero violento di piazza Indipendenza, si cercherà sempre più il coordinamento con la prefettura.
Gli effetti - Già questa settimana si dovrebbero vedere i primi effetti delle direttive politiche di Salvini con una circolare alle prefetture. Marco Minniti aveva voluto subordinare il pugno duro allo spirito solidaristico (in pratica, non si sgombera se prima un Comune non è in grado di garantire un alloggio alternativo). Salvini, invece, forte della sentenza della Corte europea dei diritti sui rom del camping occupato, proprio quella che tanto lo aveva irritato, è pronto a inserire la frasetta "ove possibile" davanti all'obbligo di assistenza. E quindi, "ove possibile" si darà un letto agli sgomberati. E se si farà uno sforzo in più per i casi più vulnerabili, cioè per donne e bambini, gli altri si arrangino.
Un problema enorme. Clamoroso è il caso delle occupazioni di Ostia, guidate dal clan Spada. A Milano, il racket controlla le case di Niguarda. A Palermo, sono occupati abusivamente 4000 appartamenti al quartiere Zen. Migliaia le occupazioni abusive anche a Napoli. Il sintomo di un enorme disagio sociale, un segno della crescente povertà, ma anche l'effetto della poderosa spallata dell'immigrazione clandestina. Per questi ultimi, il programma del governo non lascia adito a speranze. "Gli occupanti abusivi stranieri irregolari vanno rimpatriati".
Finora invece aveva prevalso la politica del rinvio. "Un grande rimpallo di competenze, al limite dello scaricabarile", protesta Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia. "Forse ora si cambia marcia. Noi ci speriamo".
Le sentenze. A cambiare la carte in tavola, il tribunale civile di Roma ha appena condannato il ministero a risarcire un privato per 28 milioni di euro, effetto dei danni di una lunga occupazione. Un altro caso è del dicembre scorso: altri 15 milioni di euro da sborsare. Sentenze che rischiano di dissanguare le casse del ministero.
qdmnotizie.it, 30 luglio 2018
Uno scritto può permettere di uscire dalle proprie "quattro mura" per incontrarsi. Questo è il progetto realizzato da alcuni detenuti del carcere di Montacuto di Ancona con gli alunni delle classi prime della scuola secondaria di primo grado Lorenzini e le classi quinte delle primarie Cappannini e Collodi dell'Istituto Comprensivo San Francesco di Jesi.
"Sono architetture - dichiarano le insegnanti - che abbattono virtualmente le loro barriere e diventano luoghi per scambiarsi idee, per conoscere l'altro, per arricchire e sviluppare nuovi modi di relazione, per accettare il diverso e crescere proiettandosi avanti liberi nelle idee e sgombri da pregiudizi"
Un carcere e una scuola, luoghi che insegnano e segnano la vita. Uomini reclusi che scrivono un libro, "Fiabe in libertà" in cui raccontano di un lupo bianco che liberano dalla sua vita accidentata. Bambini che, con l'aiuto delle loro insegnanti, leggono la fiaba, la modificano facendola propria, cambiando i sentieri che il lupo percorre, che cade e poi si rialza.
Un viaggio, quello del lupo, che rappresenta un'esperienza di vita reale che si trasforma in un percorso di crescita. L'errore e la stessa pena possono e devono essere superati e non stigmatizzati, il tragitto non è sempre semplice, ma ci si rialza aiutandosi e aiutando.
Le porte si sono aperte il 17 giugno quando alcune insegnanti coinvolte nel progetto sono state ricevute dalla direttrice del carcere, Santa Lebboroni e da alcuni suoi collaboratori presso la sede di Montacuto. L'occasione è stata il momento per un confronto, per presentare i lavori realizzati dai bambini e dai ragazzi all'interno dei Progetti di Lettura e Continuità, poi raccolti in un libro che è stato donato alla direttrice che ha espresso grande soddisfazione per l'attività svolta.
di Luca Ricolfi*
Il Mattino, 30 luglio 2018
A giudicare dalla crisi di "appellite" in corso da qualche tempo, sembrano possibili due sole posizioni. L'"appellite" è quella che da qualche tempo ha colto diversi personaggi pubblici, con particolare veemenza nel mondo degli scrittori (Veronesi, Saviano, finalisti Strega). E sembrerebbe, appunto, che in Italia siano possibili solo due posizioni.
Da una parte i sinceri democratici, preoccupati dell'involuzione "autoritaria, xenofoba e razzista" degli italiani, nonché decisi a schierarsi dalla parte del Bene. Dall'altra parte tutti gli altri, che ignorano gli appelli dei maestri di virtù per viltà, ignavia, opportunismo, o semplicemente in quanto popolo rozzo e insensibile, stregato dalla propaganda leghista. Eppure, a quanti non hanno deciso di rinunciare completamente a usare la ragione, dovrebbe essere chiaro che, per chi deve governare l'Italia, non ci sono - in materia di immigrazione - due sole opzioni, di cui una feroce e l'altra umana.
No, purtroppo per chi deve decidere, ieri come oggi, ci sono solo alternative tragiche. La scelta non è fra il bene e il male, ma fra due (e forse anche più di due) differenti specie di male. Ecco perché, a mio modo di vedere, il primo dovere di chi studia e di chi informa non è quello di schierarsi risolutamente a favore di uno dei due mali, ma quello di raccontare il lato oscuro di ogni scelta, quel lato che, proprio perché occulta una tragedia, i politici si ostinano a non vedere, ma soprattutto a non dire. Oggi quel lato oscuro è innanzitutto l'inferno libico. I morti nella traversata nel deserto, di cui non si saprà mai il numero.
Le decine di migliaia di persone detenute in campi legali (sotto l'autorità del governo libico), in condizioni disumane. Ma, ancora più terribile, le decine di migliaia di persone ammassate in campi illegali per ottenere un riscatto in denaro o per essere vendute e rivendute come schiavi. E poi c'è l'altro lato oscuro (ma forse è solo la punta dell'iceberg), le migliaia di morti in mare per raggiungere l'Europa, fra traversie e drammi di cui pochi sanno.
Chi volesse avere un'idea vivida di tutto ciò può leggere Non lasciamoli soli, un bellissimo libro di testimonianze che Francesco Viviano e Alessandra Ziniti hanno da poco pubblicato con Chiarelettere. E con questo lato oscuro che ogni politica migratoria, quale che sia il suo orientamento, si trova a fare i conti. Può cercare di occultarlo, e spesso ci riesce anche, ma non può cancellarlo. Vale per le politiche di chiusura, ma anche per quelle di apertura. Prendiamo, ad esempio, la linea Minniti-Salvini. So benissimo che fra Minniti e Salvini ci sono differenze, che la visione del problema migratorio è radicalmente diversa ma, nel breve periodo e sul piano concreto, i capisaldi sono sostanzialmente i medesimi. Ostacolare le partenze, con l'aiuto della guardia costiera libica. Frenare il flusso dal Niger alla Libia meridionale, con l'aiuto delle tribù locali.
Aumentare i controlli dei campi legali da parte dell'Onu. Aprire corridoi umanitari direttamente dall'Africa. Incentivare i rimpatri assistiti di chi non ha diritto alla protezione internazionale. Il prezzo è che migliaia di migranti che cercano di entrare in Europa via mare restano intrappolati nell'inferno libico, o vi vengono riportati dalle vedette libiche. Secondo le mie stime, negli ultimi mesi quasi metà dei partenti vengono intercettati e riportati indietro dalla guardia costiera libica. E, anche se è vero che ad attenderli c'è "personale internazionale con le pettorine azzurre", resta il fatto che la destinazione sono i campi di detenzione governativi, controllati da militari non di rado corrotti e in combutta con i trafficanti di uomini.
Questo è il lato imbarazzante della linea dura, inaugurata dal governo Gentiloni (con Minniti) e sostanzialmente confermata dal governo Conte (con Salvini). Vediamo l'alternativa, ovvero la linea seguita dai governi di Letta e Renzi (ricordo che è stato Enrico Letta a lanciare l'operazione Mare nostrum). Questa linea non si preoccupava né di frenare gli ingressi dal Niger alla Libia, né di imporre la presenza delle organizzazioni internazionali in Libia, né di aprire canali umanitari in Africa, né di rafforzare la guardia costiera libica.
Il nucleo era: lasciamoli partire, e aiutiamoli a non morire in mare. I benefici sono sempre stati chiari, e ampiamente sottolineati: centinaia di migliaia di persone hanno avuto la possibilità di entrare in Europa, perlopiù sbarcando in Italia. Ma i costi? Vediamoli. Il primo, il più evidente, è stato di moltiplicare i morti in mare. Nel biennio 2012-2013, ovvero subito prima di Mare nostrum, il numero di morti in mare era relativamente basso, negli anni dell'apertura (2014-2016) è quasi decuplicato. Oggi torna a scendere, ma solo perché è crollato il numero delle partenze (la rischiosità dei viaggi sta invece aumentando).
È il dramma della linea dell'apertura: riesce a portare più persone in Europa, ma moltiplica anche i morti. Ed è terribile che, in tutti gli anni del regno di Renzi, non una sola riflessione si sia sentita su questo prezzo dell'apertura. C'è però anche un altro lato oscuro della linea dell'apertura, ed è il tributo che, senza volerlo, essa paga ai sequestri di persona e allo schiavismo: più persone si mettono in viaggio, più persone attraversano il confine meridionale della Libia. Lì la norma è essere catturati, rinchiusi in un campo illegale gestito da miliziani senza scrupoli, essere umiliati, torturati, stuprati, finché le famiglie (informate via telefono dalle urla strazianti dei prigionieri) non pagano il riscatto richiesto; altrimenti il destino è essere venduti come schiavi, o uccisi perché ormai invendibili come schiavi. Questo business, forse, è ancora più redditizio di quello dei trasferimenti via mare in Europa.
La linea dell'apertura verosimilmente lo alimenta, perché il tam-tam corre veloce e, se si sa che ci sono buone possibilità di partire via mare, più persone tentano di raggiungere la Libia dall'Africa centrale, per la gioia dei trafficanti di uomini che controllano buona parte del territorio libico. Ecco perché dicevo che, purtroppo, la scelta che sta di fronte alla politica non è fra il bene e il male, ma fra due mali diversi. Perché le azioni hanno conseguenze, e spesso le conseguenze sono diverse dalle finalità che si perseguono.
Anche se volessimo ignorare del tutto il punto di vista dei ceti popolari, convinti da anni di accoglienza anarchica che in Italia non c'è più posto, e volessimo invece preoccuparci solo del bene dei migranti, il dilemma resterebbe. Non è evidente che il male che facciamo chiudendo sia più grande di quello che facciamo aprendo; così come non è evidente il contrario.
Per questo le scelte della politica, almeno finché l'Europa resterà ignava come ha fatto fin qui, non possono che essere tragiche. Non c'è modo di perseguire il bene senza provocare il male. Per chi non vuole auto-accecarsi, come fece Edipo, non c'è "la cosa giusta" da fare, ma solo la scelta fra due corsi d'azione entrambi tragici nelle catene di conseguenze che mettono in moto.
E precisamente per questo gli appelli accorati al nostro "lato umano" mi sembrano quanto meno fuori bersaglio, un logoro esercizio di ostentazione etica, forse buono per rassicurare qualche coscienza, ma incapace di farci fare un solo passo nella comprensione del dramma dei migranti.
*Fondazione Hume
di Paolo Falconi
Il Tirreno, 30 luglio 2018
È il sogno del regista Armando Punzo per concretizzare il lungo e paziente lavoro col gruppo di detenuti del Maschio di Volterra che ha "rivoluzionato" il carcere. Trent'anni fa Armando Punzo ha concepito e battezzato una rivoluzione culturale e sociale: trasformare il carcere di Volterra in luogo di cultura.
Ancora oggi la cavalca senza scendere a patti, fermamente intenzionato a non lasciarsi distrarre da chi è incapace di andare oltre quello che vede con gli occhi e a non lasciarsi tentare da strade più facili. Così quella fortezza sulla sommità del colle etrusco è divenuto meno chiusa almeno per qualche pomeriggio di luglio di ogni anno. Con i detenuti della Compagnia della Fortezza che diventano attori e deliziano il pubblico (circa 200 persone) che hanno avuto l'autorizzazione a varcare i cancelli della casa di reclusione. È un piacere vedere questo gruppo, è un piacere veder muovere e recitare gli ospiti del Maschio, con un passato non esemplare (errare è umano... ecc.) dediti a una passione a cui mai, prima, avevano pensato.
Senza mai accontentarsi di quello già fatto, senza badare a premi e riconoscimenti, senza cedere alle lusinghe, il carcere di Volterra è per il regista Armando Punzo la sua casa, per quello che è un esilio volontario, un ergastolo voluto, una scelta di vita. Con tutte le sue energie, sta oggi lavorando per realizzare un sogno: creare il primo Teatro Stabile in un carcere. Sogno e necessità, lucida follia e concretizzazione di un'altra impossibilità: quello che da sempre ha segnato la storia di Armando Punzo.
Il traguardo dei trent'anni della Compagnia della Fortezza è quello di un percorso di crescita e affermazione che ai più sembrava utopia, oggi felicemente realizzata. E, allo stesso tempo, è uno spartiacque, occasione di celebrazione e riflessione per una esperienza che ha fatto tanto, ma che ha ancora tanto da dire. È il 1988 quando Punzo entra in carcere per condurre un breve laboratorio teatrale. Ritrova in esso il sud del mondo.
Rimane folgorato e non va più via. Comincia così una lunga storia di passione teatrale fatta di momenti entusiasmanti, di sfrenata creatività e rigorosa ricerca ma costellata da difficoltà e ostacoli in apparenza insormontabili, che solo la tenacia, la caparbietà e l'assoluta e quotidiana dedizione di Punzo riescono giorno dopo giorno ad abbattere. È così che ha avuto inizio l'avventura di Punzo in carcere con la Compagnia della Fortezza.
C'era ben poco da scommettere: un carcere tra i più duri d'Italia, nell'isolamento di Volterra e nell'invivibilità del quotidiano per via dei continui episodi di violenza tra i detenuti. Un carcere come tanti altri allora, come tanti altri nell'immaginario dell'uomo qualunque. Che senso poteva avere fare teatro in un luogo così lontano da ogni prospettiva culturale?
Che pretesa quella di lavorare con gente che aveva ben altri immaginari sociali e prospettive. Una vera sfida, in cui si lanciarono Armando Punzo, l'allora illuminato direttore del carcere Renzo Graziani e gli agenti di polizia penitenziaria (prima dubbiosi e poi divenuti i più strenui sostenitori) e che oggi è già storia: più di trenta spettacoli in trent'anni di vita; migliaia di persone che ogni anno chiedono di poter assistere alle repliche estive degli spettacoli in carcere; dal 2003 anni la possibilità di fare lo spettacolo (grazie all'applicazione dell'art. 21 dell'ordinamento penitenziario) nei maggiori teatri, festival e rassegne di tutta Italia.
Washington Post, 30 luglio 2018
In tutta Europa, le prigioni sono l'ultimo campo di battaglia nella lotta in evoluzione contro il terrorismo islamico. A partire da cinque anni fa, i paesi occidentali hanno visto migrare migliaia di cittadini in Iraq e in Siria per unirsi allo Stato islamico o ad altri gruppi islamici.
Dal 2016 ne sono tornate centinaia, ma traumatizzati da attacchi terroristici i paesi europei dal 2016 attuano una linea dura nei confronti dei rimpatriati. Per chiunque si sia recato in Medio Oriente o abbia cercato di sostenere gruppi islamici all'estero sono previste accuse pesanti, arresti e pene detentive. E da quando sono scattati gli arresti dei foreign fighter, l'Europa ha visto un minor numero di morti per attacchi terroristici.
Ma ora i funzionari europei sono alle prese con un nuovo problema: come impedire che le prigioni diventino centri di addestramento e di reclutamento per i futuri terroristi? Dal Belgio e dai Paesi Bassi alla Germania e alla Francia, i funzionari delle forze dell'ordine stanno sperimentando approcci molto diversi al problema, compresi i programmi di rieducazione e l'isolamento quasi totale dei detenuti più radicalizzati. Gli sforzi sono una corsa contro il tempo, poiché molti dei rimpatriati in carcere riacquisteranno la loro libertà in meno di due anni. "Arrivano alla fine della loro pena e non abbiamo altra scelta che rilasciarli", ha detto un funzionario belga che aiuta a sorvegliare il trattamento dei detenuti islamici nelle prigioni più grandi del paese. "Alcuni di loro", ha aggiunto il funzionario, "potrebbero essere bombe umane". Citazioni e parole come "Ben-Laden", "Jihad", "AK-47" e "Allahu Akbar" sono scritte sulla finestra di una stanza isolata vicino alla sezione DeRadex della prigione di Ittre a sud-ovest di Bruxelles.
Ittre, un carcere di massima sicurezza a sud-ovest di Bruxelles, è conosciuta come una delle due prigioni belghe con speciali unità di isolamento per trattare con i più radicali islamisti carcerati. Chiamato DeRadex, l'unità ospita uomini ritenuti particolarmente pericolosi. I detenuti nella sezione sono autorizzati a socializzare con gli altri all'interno dell'unità di isolamento solo durante determinate ore e sotto stretta supervisione. In Belgio l'isolamento è, infatti, l'ingrediente essenziale del nuovo approccio per trattare con i prigionieri radicalizzati: sebbene possano non essere in grado di separare i detenuti dalle loro idee estremiste, i funzionari della prigione possono almeno impedire loro di contaminare gli altri.
Gli "ospiti" della sezione DeRadex sono stati condannati per accuse di terrorismo o per violenze. Ma sono conosciuti e temuti soprattutto per le loro personalità carismatiche e la capacità di attirare altri alla causa radicale islamista. In diverse celle, i detenuti hanno graffiato i graffiti islamici su muri e finestre, compreso il nome "Bel Kacem", un riferimento a Fouad Belkacem, fondatore dell'organizzazione estremista Sharia Belgium che ha reclutato e inviato in Siria numerosi combattenti dello Stato Islamico. Alcuni detenuti prendono lezioni di botanica in un giardino nella prigione. "Ogni volta che li mettiamo con il resto dei detenuti, si impegnano in attività di reclutamento", ha detto Valérie Lebrun, una criminologa belga di 49 anni Diettrice di Ittre.
I funzionari offrono consulenza sulla nonviolenza, ma non fanno nessuno sforzo per cambiare l'estremismo dei prigionieri e le loro opinioni sulla religione. Osservano cambiamenti nel comportamento che suggeriscono che la radicalizzazione è in corso, come quando i detenuti modificano le loro uniformi carcerarie in stile jihadista, o insistono a indossare biancheria intima quando fanno la doccia, un riflesso delle opinioni islamiste conservatrici sulla copertura del corpo. In tali casi, i funzionari incoraggiano i detenuti a incontrare imam moderati e consiglieri che lavorano con le prigioni su base volontaria. Ma la nonviolenza, non la deradicalizzazione, rimane l'obiettivo primario, ha affermato Valérie Lebrun.
Alcuni in Belgio sostengono che i funzionari della prigione semplicemente non fanno abbastanza. "Le prigioni stanno cercando di mettere in quarantena il virus, ma in realtà non affrontano il problema ", sostiene Ilyas Zarhoni, un imam di Bruxelles che gestisce programmi comunitari che cercano di contrastare l'ideologia estremista. "Abbiamo bisogno di esperti in ideologia, esperti in psicologia. I costi saranno alti, ma non è nulla in confronto a quello che potremmo avere quando usciranno queste persone".
Diverso il contesto tedesco. In Germania, l'JVA l'istituto di pena a poche ore di auto a sud-est di Francoforte i funzionari del penitenziario dello Stato tedesco centrale dell'Assia stanno provando un approccio, una sorta di esperimento di modificazione del comportamento che si sta svolgendo in tempo reale. A JVA Frankfurt, non ci sono unità di isolamento dove gli estremisti sono tenuti insieme. Invece, tutti i prigionieri condividono lo stesso spazio, sotto un regime di sorveglianza e di intervento ravvicinati da parte di un gruppo di guardie appena addestrate a individuare i segni di radicalizzazione. I funzionari tedeschi, dotati di bilanci più grandi e di personale professionale più ampio rispetto ai loro colleghi del Belgio, stanno cercando di neutralizzare la minaccia di radicalizzazione di un detenuto alla volta, con una gestione intensa - e talvolta aggressiva - di ciascun caso. Le guardie vengono colgono segnali di avvertimento nell'aspetto, nel comportamento e negli oggetti personali dei detenuti.
Ispezionando la sacca da viaggio di un prigioniero, un ufficiale ha messo da parte un filo di rosari e una stuoia - entrambi considerati come oggetti accettabili per un musulmano praticante - ma poi si è soffermato ad esaminare una copia del Corano. "Un Corano, normalmente non è affatto un problema"- dice l'ufficiale -"tuttavia, questa è una edizione di Lies Stiftung, che è stata bandita e non possiamo quindi permetterlo. I corani di Lies Stiftung contengono commenti associati al salafismo, una forma conservatrice di islam sunnita abbracciata da membri dello Stato islamico. "Questo suggerisce che il prigioniero potrebbe essere stato radicalizzato", spiega l'ufficiale. "Dobbiamo osservarlo attentamente - i suoi contatti, quello che legge - e cercare di ottenere quante più informazioni possibili su di lui".
Il programma dell'Assia, chiamato Network for Deradicalization in the Penal System, o NeDiS, cerca di cambiare il pensiero dei detenuti. Coloro che sono etichettati come radicali - siano essi islamisti o membri di gruppi estremisti di destra - si trovano sotto un attento esame. Sono offerti diversi tipi di consulenza o terapia, compresi incontri con un imam o cappellano mentre sono in prigione, e programmi di sensibilizzazione dopo il loro rilascio. "Ogni detenuto islamico radicale sarà prima o poi rilasciato " spiega Eva Kühne-Hörmann, Ministro della giustizia dell'Assia - "se non usiamo il periodo della detenzione per influenzarli attuando contromisure e promuovendo la deradicalizzazione, corriamo il rischio di rilasciare nella società tedesca islamisti radicali, che sono privi di qualsiasi prospettiva personale".
"Siamo agli inizi", ammette la guardia Stefan Schürmann. I funzionari carcerari riconoscono che alcuni detenuti rimarranno radicalizzati e il meglio che possono sperare è di impedire loro di diffondere messaggi di odio agli altri. Nessuno degli approcci può fare la differenza? In tutta Europa, i funzionari della giustizia penale riconoscono che stanno cercando di progettare soluzioni a un problema per il quale non ci sono dati scientifici e nessuna garanzia di successo. Ciò che è noto è che gli approcci precedenti sono falliti, disastrosamente. E la portata del problema negli ultimi anni è peggiorata. Dalla fondazione dello Stato islamico nel 2014, molti dei maggiori attacchi terroristici in Europa sono stati guidati da ex detenuti, alcuni dei quali sono diventati radicali dietro le sbarre.










