di Massimo Nava
Corriere della Sera, 4 giugno 2019
È nato un Paese, ma la pace per albanesi e serbi non è vinta. "Era la peggiore delle soluzioni, escluse tutte le altre". All'alba del 10 giugno 1999, il battaglione gurkha oltrepassava il confine del Kosovo. I soldati delle ex colonie britanniche, erano l'avanguardia delle truppe Nato. Nella notte, erano arrivati a Pristina i primi reparti russi, per evitare un confronto diretto con le truppe serbe in ritirata. Nella vallata al confine della Macedonia, decine di migliaia di profughi kosovari speravano di rientrare nella loro terra e ricostruire case distrutte dalle bombe della Nato e dalla repressione serba. Cominciava il controesodo dei serbi del Kosovo per sfuggire a prevedibili vendette, ripetendo così il circolo infernale delle guerre balcaniche in cui i serbi hanno recitato la parte del carnefice e della vittima. Carichi di masserie, ammassati in pullman e su carretti, si lasciavano alle spalle un deserto di macerie e i loro monasteri, la culla della religiosità ortodossa e della storia serba, usati come clave dal presidente Slobodan Milosevic che sui germi del nazionalismo populista avrebbe costruito il suo decennale potere, fino alla disfatta finale.
Questo era il Kosovo alla fine di 78 giorni di bombardamenti che avevano piegato la resistenza di Milosevic e legittimato il sogno indipendentista dei kosovari, la minoranza albanese/musulmana repressa e discriminata dai tempi della Jugoslavia di Tito. Un sogno realizzato prima con la resistenza pacifica di un personaggio carismatico, Ibrahim Rugova, e poi perseguito con attentati e guerriglia fino alla formazione di un esercito di guerriglieri, l'Uck, definito, a fasi alterne e seconda dei punti di vista, di liberazione o terroristico. L'ambiguità di giudizio é proseguita nel corso degli anni, come si evince dalle biografie di alcuni ufficiali, accusati di crimini di guerra e al tempo stesso ai vertici dello Stato kosovaro dopo la proclamazione dell'indipendenza.
Sono passati vent'anni. Il Kosovo é rimasto un limbo instabile, protetto e sostenuto da organizzazioni internazionali, crocevia di traffici criminali e corridoio d'immigrazione clandestina. I monasteri sono sorvegliati e circondati. La minoranza serba, sempre più esigua, si è rintanata nell'enclave di Mitrovica, la porzione al confine con la Serbia. Gli albanesi del Kosovo sono rimasti i paria d'Europa. Hanno conquistato con sofferenze e migliaia di morti il loro Stato riconosciuto dalla comunità internazionale, ma si sono ritagliati un futuro di precarietà.
Per serbi e kosovari l'unica prospettiva sarebbe l'avvicinamento alla Ue, ma soltanto a patto di una definitiva composizione del conflitto che appare ancora lontana. Al contrario, ogni volta che si prospettano accordi di collaborazione sia pure parziali, quantomeno per garantire flussi commerciali, governabilità e rispetto delle identità linguistiche ed etniche, puntualmente la tensione risale, come sta avvenendo anche in questi giorni, nell'imminenza delle celebrazioni per la fine della guerra. Scontri, arresti, provocazioni, qualche omicidio eccellente, vendette si ripetono. E da vari punti di vista non potrebbe essere diversamente. Il potere a Belgrado si regge su delfini e politicanti riciclati dall'epoca di Milosevic (il presidente Vucic era il portavoce di Slobo), contestati dai giovani e dalla borghesia urbana ma ancora solidi quando si tratta di gestire affari e parlare alla pancia del Paese, lasciando che le micce dell'odio etnico continuino a bruciare. Il potere in Kosovo si regge sulla spartizione di affari e meriti di guerra e non fa decollare una giovane classe media che avrebbe titoli e qualità per costruire un futuro migliore. I gruppi di potere parlano di scambi di territori con Belgrado, qualcuno rispolvera il vecchio sogno di annessione all'Albania.
Pristina, la capitale, è lo specchio di queste contraddizioni. Sulle macerie sono sorti grandi alberghi, un nuovo aeroporto, shopping center, palazzi residenziali. I flussi commerciali sono aperti a tutti, serbi compresi. Cultura popolare e istruzione continuano a trasmettere una storia che non può essere uguale per tutti. I giovani si affollano in bar e locali notturni, popolando una malinconica movida in attesa di un visto per l'Europa. La normalità non appartiene a questa generazione, ma ci sta provando, specularmente ai coetanei di Belgrado, stanchi di propaganda e disgustati dal potere.
Nella storia di questi vent'anni in Kosovo si specchia una storia universale che, a partire dalla caduta del Muro di Berlino, ha visto prevalere il principio dell'autodeterminazione dei popoli sul diritto e sulla sovranità degli Stati. Dalla ex Jugoslavia a Timor Est (giusto pochi mesi dopo il Kosovo), dalle Repubbliche ex sovietiche al Sud Sudan, le minoranze hanno fatto valere omogeneità etnica, linguistica, religiosa, anche se poi il principio dell'autodeterminazione non si è fatto strada in modo coerente o compatibile con gli standard di democrazia del contesto. Improponibile in Catalogna, represso in Tibet, applicato in Crimea con ritorsioni e sanzioni contro Mosca, terreno di nuovi conflitti in Sudan. La comunità internazionale ha provato a codificarne l'applicazione persino con le armi, in relazione appunto al livello di repressione di una minoranza. Il "bombardamento umanitario" ha incentivato speranze, ma spesso la scorciatoia militare ha provocato disastri. L'ultimo esempio è la Libia. Per questo, il Kosovo è attualissima materia di studio. In alternativa a processi democratici inevitabilmente più lenti, vale ancora una battuta balcanica, "la peggiore delle soluzioni, escludendo tutte le altre".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 4 giugno 2019
Nuovo esposto all'Aja contro l'Italia e l'Ue: "I politici responsabili di crimini contro l'umanità". La denuncia di un esperto di diritto internazionale e di un giornalista. "I Paesi europei tentano di aggirare il diritto affidando i respingimenti ai libici". Un testimone: "Così la guardia costiera libica è collusa coi trafficanti".
I primi ministri italiani Matteo Renzi, Paolo Gentiloni. Il ministro dell'Interno Marco Minniti. E poi Matteo Salvini. Ma anche il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Sono questi i nomi che compaiono nelle 250 pagine che compongono l'esposto che verrà presentato alla Corte Penale internazionale dell'Aja dall'esperto di diritto internazionale dell'Istituto di studi politici di Parigi, l'israeliano Omer Shatz, e dal giornalista franco-spagnolo Juan Branco, consigliere di WikiLeaks. L'accusa è di crimini contro l'umanità a seguito delle politiche migratorie dell'UE nel Mediterraneo centrale. In particolare - si legge nella denuncia di cui il Corriere ha avuto il testo in anteprima -"esternalizzando le pratiche di respingimento dei migranti in fuga dalla Libia alla Guardia costiera libica, pur conoscendo le conseguenze letali di queste deportazioni diffuse e sistematiche (40 mila respingimenti in 3 anni), gli agenti italiani e dell'UE si sono resi complici degli atroci crimini commessi contro nei campi di detenzione in Libia".
Il periodo preso in esame è dal 2014 ad oggi mentre le accuse riguardano, le morti in mare, i respingimenti e "crimini di deportazione, omicidio, carcere, riduzione in schiavitù, tortura, stupro, persecuzione e altri atti disumani". Secondo l'analisi, dopo la caduta di Gheddafi nel 2011 l'Unione europea ha cambiato linea politica lasciando i migranti in difficoltà in mare, "al fine di dissuadere altri in simili situazione dalla ricerca di un rifugio sicuro in Europa". Questa scelta ha trasformato "il Mediterraneo centrale nella rotta migratoria più letale del mondo, dove tra il 1 ° gennaio 2014 e la fine di luglio 2017, sono morte oltre 14.500 persone".
La denuncia si basa in parte su documenti interni di Frontex, l'organizzazione dell'Ue incaricata di proteggere le frontiere esterne e che, secondo gli avvocati, avrebbe avvertito che abbandonare la missione di salvataggio italiana Mare Nostrum avrebbe portato a un "più alto numero di vittime". I legali non individuano nel loro documento responsabilità specifiche di singoli politici o funzionari ma citano messaggi diplomatici e commenti di leader nazionali, tra cui Angela Merkel e Emmanuel Macron.
Sempre in modo consapevole, l'Ue avrebbe deciso di espellere le Ong dal Mediterraneo decidendo di collaborare con la guardia costiera libica, "diventato un attore chiave nell'intercettazione e nel respingimento illegale dei migranti". Il meccanismo si aggrava proprio a causa di quest'ultimo provvedimento. "Attraverso un complesso mix di atti legislativi, decisioni amministrative e formali accordi, l'UE e i suoi Stati membri hanno fornito alla guardia costiera libica sostegno materiale e strategico, incluso ma non limitato a navi, addestramento e capacità di comando e controllo". Una decisione che avrebbe permesso agli Stati membri di aggirare il diritto marittimo e internazionale.
Se il riferimento è alla creazione di una Sar Zone libica, confermata dall'Imo (organizzazione marittima internazionale) il giugno scorso, a dimostrazione dell'impianto accusatorio, viene allegata la testimonianza di un migrante, proveniente dal Darfur settentrionale che proverebbe la collusione della Guardia costiera libica con i trafficanti. "Eravamo 86 migranti, tutti sudanesi. La barca era troppo pesante. Abdelbasit (uno dei trafficanti, ndr) si è messo alla guida del barcone mentre un piccolo scafo guidato da Fakri (l'altro trafficante, ndr) faceva ricognizione", racconta. Una volta che i trafficanti se vanno, il barcone viene avvicinato da un'altra imbarcazione. "C'erano otto uomini in uniforme, con un mitragliatrice, che hanno speronato la nostra barca", spiega ancora l'uomo. Secondo il testimone, i militari dopo essersi fatti dare il numero di telefono dai migranti avrebbero telefonato uno dei trafficanti, Abdelbasit. "Are you Ammo?", hanno detto. Ma poi lui ha spento il telefono". A quel punto il barcone viene riportato indietro verso la Libia. "Sulla via del ritorno, hanno intercettato altre 4 barche. Al mattino presto, quando abbiamo raggiunto Zawiya, ne erano rimaste solo tre. Le altre due barche erano state rilasciate perché avevano raggiunto un accordo con la guardia costiera libica". Una volta riportati a terra, i migranti vengono trasferiti in una prigione. "Le guardie ci hanno detto: "Ognuno di voi deve pagare 2000 dinari, e noi poi vi riporteremo al punto in cui sarete salvati. Paga o se non hai soldi telefona, chiama la tua famiglia in modo che ci mandino dei soldi. Un agente può riscuotere denaro a Tripoli. Chiunque non riesca a pagare, lo trasferiremo nella prigione di Osama (noto anche come Al-Nasr detention center, ndr)"".
Il racconto del migrante prosegue. "Siamo stati detenuti per 15 giorni, io e mia moglie eravamo separati. Non voglio parlare di cosa è successo a lei. Alla fine, mia moglie è riuscita a chiamare i suoi fratelli che hanno mandato i soldi per tirarci fuori. Sono stati giorni molto difficili. Abbiamo bevuto una tazza d'acqua al giorno. Anche il cibo era disgustoso". Dopo 15 giorni "ci hanno rimesso in mare, siamo stati mandati sulla stessa barca di legno, con altri due gommoni. La barca che ci ha scortato era la stessa barca della guardia costiera libica che ci ha intercettato la prima volta. Gli uomini armati che erano sulla barca delle Guardie costiere libiche erano gli stessi uomini armati che erano sulla barca quando siamo stati intercettati la prima volta. Ci hanno scortato per due o tre ore, finché la luce della città non è diventata sbiadita". Superata la piattaforma petrolifera di fronte Sabratha gli uomini se ne vanno. "Le onde erano così alte e la gente ha iniziato a farsi prendere dal panico. Eravamo 87 sulla nostra barca - gli stessi passeggeri che erano con noi quando siamo stati intercettati per la prima volta, tranne quattro persone che non potevano pagare. Al mattino abbiamo scoperto che erano stati sostituiti da cinque libici che erano sulla barca. Poi siamo stati avvistati e salvati da una barca che ci ha portato a Trapani".
L'ufficio della procura dell'Aja dovrà decidere ora se acquisire la denuncia, un passaggio che non garantisce automaticamente l'avvio di un'inchiesta, ma è comunque evidentemente il primo passo che può portare ad essa. A gennaio è stata acquisita le denuncia di razzismo fatta contro il governo italiano dal "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo.
di Rachele Gonnelli
Il Manifesto, 4 giugno 2019
Sono passati due mesi oggi dal lancio dell'offensiva del generale Haftar sulla capitale della Libia e nello stesso giorno termina anche il mese sacro del Ramadan, ma il feldmaresciallo di Bengasi, nonostante la sua retorica che mischia richiami religiosi e proclami guerreschi, non è riuscito a "riconquistare" la sua "Mecca", Tripoli.
La battaglia va avanti com'era partita, confinata nei sobborghi meridionali senza sostanziali progressi né da una parte né dall'altra. Avanza solo il conto dei morti (607 di cui 40 civili, dati Oms) con scontri particolarmente cruenti negli ultimi giorni soprattutto nell'area di Ein Zara e Wadi Rabie, oltre che lungo l'asse viario di Salah al Din in direzione del vecchio aeroporto non più funzionante. Nel fine settimana ci sono stati in queste zone oltre 50 morti.
Nelle zone centrali della città, ancora non toccate dai combattimenti, la vita dei civili va avanti in modo strano. Domenica voci incontrollate su una interruzione delle forniture di benzina hanno creato il caos, con file di ore alle pompe e traffico impazzito, fin quando la società Brega non ha rassicurato sulla normalità degli approvvigionamenti.
In un servizio di Al Jazeera - la tv qatariota è apertamente a favore del governo Serraj - si vedono i giovanissimi di Tripoli nel loro principale svago dopo il tramonto: partecipare ad adrenaliniche gare di auto, tra testa-coda e slittamenti sull'asfalto spolverato di sabbia, stile James Dean in Gioventù Bruciata. "Sì, è pericoloso, ma è un modo per dimenticarci della guerra", spiegava un adolescente all'intervistatore.
Nell'oasi di Al Fuqha, nel distretto di Jufra al centro del Paese, all'alba un nuovo blitz di miliziani dell'Isis a bordo di jeep contro il battaglione 128 dell'Lna, l'autoproclamato "esercito nazionale libico" di Haftar, è andato a vuoto. A Derna in Cirenaica due autobombe piazzate sotto due caserme dell'Lna - per le quali l'Lna accusa le milizie di Tripoli - hanno invece provocato 18 feriti. E un capo dell'Isis è stato arrestato anche dalle forze di Misurata.
Ghassam Salamé, l'inviato speciale Onu sulla Libia, intervistato dal canale "France 24" la scorsa settimana ha spiegato che senza un efficace monitoraggio in Libia sul rispetto dell'embargo Onu sull'importazione di armamenti, con sanzioni comminate dal Consiglio di Sicurezza tanto a chi vende che a chi compra armi, la guerra civile non può che trascinarsi, con il rischio che si creino nuove roccaforti del terrorismo jihadista alle porte dell'Europa. Negli ultimi giorni sono stati abbattuti due droni - armi di nuova generazione, post embargo - sugli opposti fronti: uno di fabbricazione turca a Gharyam nei raid di Misurata e l'altro "made in Uae", quindi proveniente dagli Emirati arabi uniti, in uso dall'aviazione di Haftar.
agensir.it, 4 giugno 2019
Suor Pfaller (Pastorale carceraria) al Sir, "luoghi infernali, nessun rispetto per i diritti umani". "I presidi carcerari brasiliani sono veri e propri luoghi infernali. Luoghi violenti, sporchi, affollati, nei quali l'unica attitudine è la repressione. Luoghi dove a essere penalizzati sono soprattutto le persone povere e di colore". L'accusa, rivolta attraverso il Sir, è di suor Petra Silvia Pfaller, coordinatrice nazionale della Pastorale carceraria brasiliana, al termine di una delle settimane più drammatiche per le carceri brasiliane, in seguito agli scontri che hanno provocato la morte di 57 detenuti in quattro distinti istituti penali nello Stato di Amazonas.
Proprio al termine di questa settimana una delegazione della Pastorale carceraria si è recata a Manaus, capitale dell'Amazzonia brasiliana, per capire meglio cosa è accaduto. Prosegue la coordinatrice nazionale: "La situazione delle carceri è precaria in tutto il Paese, ma è particolarmente grave nel Nord, soprattutto nello Stato di Amazonas, dove gran parte delle carceri è privatizzata". Di conseguenza, l'attenzione di chi gestisce queste carceri è di guadagnare e di limitare al massimo le spese, con l'assenza di progetti di reinserimento. Il risultato è quello di "carceri violente, con frequenti scontri, come quelli accaduti in questi giorni, ma non è certo la prima volta. La Pastorale carceraria cerca di intervenire e anche in questi giorni sta appoggiando e accompagnando i familiari dei detenuti e in particolare delle vittime".
di luigi la spina
La Stampa, 3 giugno 2019
Neanche la festa più solenne del nostro Stato, la festa della Repubblica, è passata indenne da una becera polemica propagandistica, perché definirla politica offenderebbe quella attività umana che Aristotele riteneva più nobile.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 3 giugno 2019
Come concordato nel documento sottoscritto a Città del Messico dai delegati di Italia, Messico e Nazioni Unite il 12 aprile scorso, nell'ultimo giorno della Conferenza internazionale dedicata alle buone prassi per il reinserimento dei detenuti attraverso il lavoro, una delegazione formata da rappresentanti del sistema penitenziario del Messico e da funzionari dell'Ufficio messicano delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e al crimine sarà in Italia da lunedì prossimo per partecipare al Seminario internazionale "Il rinnovamento penitenziario negli Stati Uniti del Messico e il progetto Mi riscatto per Roma", organizzato dal 3 al 7 giugno dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 3 giugno 2019
Intervista a Pasquale Grasso, presidente dell'Anm: "Il Csm è un organo misto, gli incontri con chi ha pendenze penali sono comunque inappropriati". Pasquale Grasso è il presidente della Associazione nazionale magistrati e per lui sono giorni incandescenti. Dice: "Il mio dovere, nei confronti dei magistrati e prima ancora dei cittadini, è difendere da attacchi impropri, dal sapore autolesionistico, il bene comune costituito dall'indipendenza della magistratura".
camerepenali.it, 3 giugno 2019
La risposta dell'Unione delle Camere Penali, con il proprio Osservatorio Carcere, alle recenti e sorprendenti prese di posizione del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Le affermazioni rese dal Direttore Generale dei detenuti e del trattamento del DAP, Dott. Calogero Piscitello, innanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia, avvenuta il 29 maggio scorso, suscitano particolare allarme.
di Beniamino Migliucci*
Il Tempo, 3 giugno 2019
La proposta di iniziativa popolare dell'Unione delle Camere penali è stata sottoscritta da 72 mila cittadini. La recente sentenza della Corte di Giustizia dell'Ue del 27.05.2019 (C508/18) sembra aver ridato fiato, senza alcuna ragione, a chi avversa la proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti.
di Riccardo Mazzoni
Il Tempo, 3 giugno 2019
L'anno di governo gialloverde, appena celebrato nel caos più assoluto, è stato anche - e forse soprattutto - un anno di populismo giudiziario che ha letteralmente stravolto il sistema di garanzie scritto nella Costituzione e basato sul principio della presunzione d'innocenza.
La politica si è così definitivamente consegnata nelle mani della magistratura, per la quale già una volta, con l'allora procuratore di Milano Borrelli, era stata teorizzata una del tutto impropria funzione di "supplenza".
Questo nonostante che da anni sia calata in modo esponenziale la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario, fiducia che sembra destinata a diminuire ancora dopo le ultime vicende che stanno delineando uno scenario inquietante di veleni, degenerazioni correntizie, guerre incrociate e rapporti obliqui, tanto che se i magistrati indagati fossero stati uomini politici, per loro sarebbero sicuramente già scattate richieste di arresto e autorizzazioni concesse seduta stante dalla Camera di appartenenza.
Uno scenario che fa tornare alla mente il clima infuocato in cui il presidente Cossiga mandò i carabinieri a Palazzo dei Marescialli arrivando addirittura a definire il Csm "fuorilegge" per le sue intromissioni nella politica. Oggi la situazione è molto diversa, non perché giustizia e politica siano diventate due parallele che non s'incontrano mai, tutt'altro, ma perché c'è un Guardasigilli totalmente succube delle toghe e che sta riscrivendo la politica giudiziaria sotto dettatura prima degli istinti primordiali del blog pentastellato, e poi dell'ala più giustizialista della magistratura.
Sembra quasi paradossale che lo scandalo della presunta corruzione togata sia esploso proprio ora, ma se per la prima volta nella storia del Csm si è dimesso un giudice togato, e spunta addirittura l'ipotesi di scioglimento dell'organo di autogoverno dei magistrati, significa che il livello di guardia è stato ampiamente superato.
Salvini, assurto dopo le elezioni al ruolo di premier virtuale, ora dice che la riforma della giustizia è un'emergenza assoluta. In verità è una tesi che sostiene da tempo, ma nei fatti non ha mai mosso un dito per contrastare la deriva che ha portato a una vera e propria controriforma giacobina della giustizia, che ha parificato la corruzione alla mafia, ha abolito la prescrizione, inasprito la disciplina delle intercettazioni, alzato indiscriminatamente le pene, introdotto l'agente provocatore sotto copertura e sta per approvare il referendum propositivo in materia penale, che sarebbe il trionfo finale del populismo giudiziario.
Tanto per fare un esempio: con la riforma del voto di scambio si rischia una reclusione da 10 a 15 anni, stessa pena prevista per l'associazione mafiosa. E in cantiere c'è anche la riforma del processo penale che dovrebbe essere approvata entro l'anno, ma di cui (fortunatamente) ancora non si conoscono i contorni. Questo il triste stato dell'arte, con l'aggravante del vecchio vizio della politica di servirsi delle inchieste per eliminare gli avversari attraverso la scorciatoia giudiziaria, un uso improprio della giustizia che risale agli anni di Tangentopoli che non è stato mai dismesso e che, anzi, ha ripreso vigore con i populisti al governo che hanno introdotto quest'arma impropria per regolare i conti all'interno della stessa maggioranza. Un imbarbarimento che dalla politica ora si è allargato anche alle lotte interne alla magistratura, delineando un quadro semplicemente inquietante.
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