di Ermes Antonucci
Il Foglio, 1 giugno 2019
Così le riforme gialloverdi hanno cambiato i connotati del sistema giudiziario. A un anno esatto dall'insediamento del nuovo governo gialloverde (1° giugno 2018), la giustizia italiana si ritrova stravolta.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 1 giugno 2019
Ancora una volta occorre occuparsi di corruzione nella magistratura. Che i fatti che vengono riportati siano proprio come appaiono e che tutti costituiscano reato e non generico malcostume, si vedrà più in là. Lo diranno i giudici di Perugia. Ma questa volta non si tratta del caso, drammatico ma semplice, della corruzione di un magistrato, di cui si occupa la magistratura penale nella sua ordinaria competenza.
di Luciano Violante
Il Foglio, 1 giugno 2019
Le correnti della magistratura penalizzano il merito e favoriscono i conflitti. La vicenda relativa alla magistratura romana, fermo il rispetto per le persone che appaiono coinvolte, mette in luce una questione di fondo. Come si designano ai vertici degli uffici giudiziari i magistrati che decidono della nostra reputazione, della nostra libertà e dei nostri beni? Oggi nella grande maggioranza dei casi quelle responsabilità vengono attribuite sulla base di un criterio "politico".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 1 giugno 2019
Inchiesta sulle toghe a Roma. L'Anm si attiva e chiede gli atti per una "preliminare istruzione dei probiviri". Il guardasigilli Alfonso Bonafede ha attivato gli ispettori per "accertamenti, valutazioni e proposte" sul caso che sta agitando le procure italiane: l'indagine dei pm di Perugia a carico del magistrato in forza a Roma Luca Palamara (accusato di corruzione), che ha finito per coinvolgere i colleghi Stefano Fava e Luigi Spina (per rivelazione di segreto d'ufficio). Anche l'Anm si è attivata chiedendo gli atti per poi "consentire una preliminare istruzione dei probiviri".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 giugno 2019
Ora è in coma e ancora agli arresti. Un detenuto ha avuto un ictus ischemico in carcere, ma solo dopo dieci giorni sarebbe stato portato in ospedale. A denunciarlo è "Sicilia Risvegli", un'associazione nazionale di famiglie unite insieme, per lottare in favore dei comatosi, post comatosi, stati vegetativi, con gravissime cerebrolesioni, locked-in syndrome, sla, ed altre estreme disabilità.
L'associazione, interpellata dai familiari, si sta occupando, appunto, di questo caso gravissimo che sarebbe avvenuto nel carcere di Siracusa. M. F., 57enne, durante la detenzione è stato colpito da un ictus ischemico il 30 aprile 2019. Dalle informazioni ricevute, pare che, nonostante le gravissime ed estreme condizioni di salute, sia stato portato in ospedale dopo 10 giorni.
Il detenuto sarebbe stato tenuto in una cella con un altro detenuto, e in queste condizioni sarebbe caduto dal letto rompendosi un dito. Nella seconda settimana di maggio i familiari hanno avuto notizia che il loro parente non stava bene e lo hanno raggiunto al pronto soccorso di Siracusa, ma qui si sono trovati davanti un agente che non li avrebbe fatti entrare. Da quando è ricoverato, è tenuto in coma farmacologico, una condizione che negli ultimi giorni sarebbe peggiorata.
Sul perché di questo ritardo nei soccorsi e sull'inerzia della magistratura competente, l'associazione si sta impegnando affinché vengano fatti gli opportuni accertamenti e verificate eventuali responsabilità. "A tutt'oggi - scrive l'associazione "Sicilia Risvegli" - si sta gravemente pregiudicando e offendendo la dignità di un essere umano, che ancora oggi risulta detenuto nonostante versi in uno stato assolutamente incompatibile con la detenzione". Nel comunicato aggiunge altri particolari. "In questa situazione - si legge - ci viene negata financo la possibilità di visionare le relazioni cliniche e quindi l'opportunità di attivare cure ed assistenza ad hoc, dato che il primario della rianimazione, asserisce che potrebbe essere trasferito in un centro riabilitativo, oppure in altre strutture simili, addirittura ove fosse possibile per i familiari, anche a domicilio". L'associazione sottolinea che "le condizioni attuali di M. sono gravissime, si trova in stato vegetativo persistente, con minima risposta, completamente paralizzato, con tracheotomia, peg, catetere vescicale ecc., con respiro autonomo".
Per questo motivo "Sicilia Risvegli" lancia un appello al magistrato di sorveglianza competente, di scarcerare immediatamente, il catanese M. F., attualmente nel limbo, tra la vita e la morte. Sì, perché anche se ora è ricoverato, rimane pur sempre in stato di detenzione, con tutte le restrizioni del caso, visite dei famigliari compresi. Il diritto alla salute è sancito dalla nostra Costituzione ed è valido per tutti, ovviamente anche per le persone ristrette e non può essere compresso dalla pena carceraria.
Come non può, come in questo caso ancora da accertare, un detenuto essere lasciato in cella dopo aver contratto una ischemia. E se lo stato di salute è incompatibile con il carcere, il detenuto ha il diritto ad una misura alternativa. Infatti l'ordinamento giuridico predispone essenzialmente due diverse tipologie di strumenti giuridici, idonei, ciascuno in maniera differente, ad accordare tutela alla figura del detenuto che presenta una grave patologia, a maggior ragione se ricoverato in stato comatoso: si tratta del rinvio dell'esecuzione della pena, disciplinato dagli artt. 146 e 147 c. p., e della misura alternativa della detenzione domiciliare.
Differenza fondamentale fra gli strumenti giuridici richiamati è quella derivante dal fatto che, mediante il rinvio dell'esecuzione l'ordinamento crea una parentesi temporanea nell'applicazione della pena detentiva, la quale riprenderà ad essere attuata nei confronti del soggetto interessato non appena saranno cessate le condizioni mediche - assistenziali che hanno giustificato la sua postergazione nel tempo.
D'altra parte, invece, la detenzione domiciliare costituisce un diverso modus di esecuzione della pena detentiva, modellato in modo tale da risultare il meno afflittivo possibile; le istanze trattamentali connesse alla misura in parola sono estremamente ridotte, l'obbligo imposto al detenuto è fondamentalmente quello di non allontanarsi dal luogo di custodia, e parallelamente nessun onere grava sull'amministrazione penitenziaria rispetto al mantenimento, la cura e l'assistenza medica dello stesso.
Tra le misure alternative alla detenzione, il regime domiciliare è quello che prevede la compressione più tenue della libertà personale, in modo tale da garantire lo spazio più ampio possibile alla tutela dei valori fondamentali della salute e delle relazioni familiari, prese in considerazione quali interessi meritevoli di beneficiare di misure di favore.
di Pasquale Colarieti
erottonove.it, 1 giugno 2019
Intesa sottoscritta tra Comune, Icatt e cooperativa Amanuel per attività di formazione e di inclusione sociale dei detenuti. Comune di Eboli, Istituto a Custodia Attenuata per il Trattamento delle Tossicodipendenze (Icatt) e Cooperativa Amanuel hanno sottoscritto un protocollo d'intesa che punta alla cooperazione in materia di interventi di inclusione sociale ed occupazionale. L'obiettivo è la creazione di un percorso di rieducazione dei detenuti, con la prospettiva di raggiungere l'indipendenza lavorativa e professionale anche grazie alle competenze apprese nel loro percorso formativo. L'intesa è stata sottoscritta alla presenza del capogruppo consiliare Filomena Rosamilia e del presidente di commissione Cosimo Naponiello.
"Il Comune di Eboli si impegna a promuovere le attività e le produzioni che nascono nell'Istituto in un'ottica istruttiva e formativa e mirata alla promozione della cittadinanza attiva -, illustra il sindaco, Massimo Cariello -. Un progetto di inclusione importante, per il quale ringrazio la direttrice dell'Icatt, Concetta Felaco, ed il presidente della cooperativa Amanuel, Antonio Vecchio".
La cooperativa Amanuel si occuperà di progettare ed implementare percorsi formativi per l'avviamento dei detenuti al lavoro, anche nel settore della manutenzione delle aree verdi del territorio. "Il progetto offrirà strumenti utili a contrastare disagio sociale e degrado ambientale - spiega Filomena Rosamilia, consigliera comunale delegata - perché il recupero sociale può coesistere con le esigenze strutturali ed organiche di una città moderna".
Tra le attività contemplate rientrano interventi di bonifica, manutenzione, ripristino ed adeguamento di giardini, parchi, sentieri, viali, spiagge e le aree verdi di proprietà del Comune, le aree urbane di interesse storico, gli edifici pubblici e le loro pertinenze.
agenpress.it, 1 giugno 2019
In una lettera indirizzata a Gnewsonline, il quotidiano d'informazione del Ministero della Giustizia, Irene Iannucci, direttore della Casa circondariale di Tolmezzo, replica a un articolo uscito nei giorni scorsi sul quotidiano "Il dubbio" nei giorni scorsi dal titolo "Tolmezzo, per un'ora sotto gli idranti e lasciato una notte nella cella allagata"
Con riferimento all'articolo "Tolmezzo, per un'ora sotto gli idranti e lasciato una notte nella cella allagata", pubblicato il 28 maggio scorso a pagina 9 del quotidiano "Il Dubbio", è doveroso e necessario da parte mia rappresentare quanto segue.
In primo luogo, "il cittadino straniero" protagonista dell'episodio richiamato nel pezzo è Saber Hmidi, detenuto per reati di terrorismo internazionale, appartenente al gruppo islamico Ansar Al Sharia, collegato all'Isis e sottoposto da 2 anni e mezzo al regime detentivo di cui all'art. 14 bis per i gravi e reiterati comportamenti posti in essere in vari istituti italiani, dove ha gravemente e seriamente danneggiato sia le camere detentive sia i sistemi tecnici e tecnologici, tanto da essere periodicamente trasferito per evidenti difficoltà nella sua gestione.
Per temporanea assegnazione del Dap, il soggetto è giunto in data 1.12.2018 alla Casa circondariale di Tolmezzo e fin da subito ha posto in essere gravi comportamenti disciplinarmente e penalmente rilevanti, per i quali è stato sanzionato e deferito alla Procura della Repubblica e per i quali si è reso necessario prorogare il suddetto regime speciale.
Passati i primi giorni e fino alla fine di aprile scorso il detenuto ha mantenuto una condotta relativamente regolare, non incorrendo in alcun comportamento disciplinarmente rilevante: per questo sono state autorizzate delle "aperture" nei suoi confronti, anche in considerazione del periodo di Ramadan, al fine di consentirgli la regolare fruizione del mese di culto. Tuttavia già sul finire di aprile egli riproponeva atteggiamenti disciplinarmente e penalmente rilevanti per i quali veniva nuovamente sanzionato e denunciato all'AG. Atteggiamenti che si sono ripetuti con cadenza quasi quotidiana e che, la sera del 19 maggio scorso, hanno raggiunto livelli particolarmente gravi e pericolosi per la sicurezza dell'Istituto.
Nel dettaglio: a seguito della mancata autorizzazione a passare ad altro detenuto il fornelletto (che gli era stato autorizzato esclusivamente nel mese del Ramadan e soltanto per il tempo strettamente necessario alla cena), Hmidi ha iniziato con inaudita violenza a sbattere contro il muro la porta blindata della propria camera, per circa mezz'ora, senza sosta. Tale comportamento gli consentiva di danneggiare la serratura del blindato, staccare il pesantissimo spioncino e usarlo come ariete sulla serratura del cancello, danneggiandola seriamente. Nel contempo iniziava a utilizzare il fornello per scaldare qualcosa di non meglio definito, ma che si ritiene improbabile, visto il ripetuto disordine creato, che avesse a che fare col cibo.
In tale situazione non può non apparire evidente - almeno a chi guardi con occhio privo di preconcetti e a chi conosca la quotidianità del carcere - il grave rischio per l'ordine e la sicurezza, oltre che per la incolumità di tutti i presenti, anche perché una eventuale uscita del detenuto dalla camera avrebbe potuto determinare conseguenze altamente pericolose. Altrettanto pericolosa avrebbe potuto risultare l'eventuale manomissione della serratura e l'impossibilità di apertura della camera nel caso si fosse reso necessario intervenire urgentemente, in quanto dall'interno iniziava a provenire un forte odore di gas.
Pertanto, ottenute le necessarie autorizzazioni e messo in sicurezza l'ambiente operativo, il personale dopo essersi dotato dei dispositivi di protezione è ricorso all'utilizzo dell'idrante. Dalla visione delle telecamere si evince chiaramente che, diversamente da quanto rappresentato nell'articolo, nel tempo intercorrente tra l'inizio (ore 20:15) e la fine dell'intervento degli agenti (ore 21:45), l'idrante è stato utilizzato soltanto ad intervalli, ciascuno della durata di qualche minuto, per un totale di circa 15 minuti non continuativi. L'intervento si concludeva con la consegna da parte del detenuto di tutti gli oggetti contundenti e pericolosi nella sua disponibilità e soltanto quando si ha avuta la certezza che non vi sarebbero stati ulteriori pericoli.
Considerate la violenza reiterata e continuativa del soggetto e la sua pericolosità, non si è potuto procedere all'apertura immediata della camera, la cui serratura era comunque danneggiata; né allo spostamento in altra camera, poiché non vi erano le condizioni minime di sicurezza e neppure un numero adeguato di agenti in servizio per affrontare una nuova emergenza, considerata anche l'imprevedibilità del soggetto.
Così si decideva di consegnare al detenuto una maglietta, una maglia pesante e una coperta. La mattina successiva il soggetto veniva momentaneamente spostato in altra stanza, così da consentire al personale della Mof di risistemare la serratura e lo spioncino della camera di pernottamento. Successivamente questi faceva rientro nella propria stanza, dalla quale non ha comunque voluto spostarsi, nonostante gli fosse stato più volte proposto.
Tutto ciò considerato, non posso non evidenziare come sia quanto meno semplicistico minimizzare i comportamenti del detenuto, quasi a renderli insignificanti, come riportato nell'articolo.
Inoltre, se il giornalista avesse interpellato la Direzione dell'istituto per cercare spiegazioni ufficiali su quanto gli era stato riportato, avrebbe saputo che tutti gli interventi effettuati dal personale, così come le immagini raccolte dalle telecamere, sono stati opportunamente relazionati e prontamente inviati alla Procura della Repubblica competente. Così come avrebbe saputo che lo stesso è stato fatto per l'altro episodio di cui si parla nell'articolo, accaduto nel mese di gennaio e relativo ad altro detenuto.
Mi piacerebbe far capire che delegittimare con ricostruzioni incomplete e superficiali l'operato di una istituzione penitenziaria può risultare estremamente pericoloso, soprattutto a fronte delle criticità e difficoltà che ogni giorno, con spirito di abnegazione e senso del dovere, il personale deve affrontare. E specialmente quando, nonostante le circostanze rischiose, devono essere (e lo sono state) garantite tanto la sicurezza, quanto l'incolumità di tutti, personale e detenuti.
Irene Iannucci, direttore della Casa circondariale di Tolmezzo
retesei.com, 1 giugno 2019
Dinanzi al Gup del Tribunale di Frosinone, Antonello Bracaglia Morante, ha avuto inizio il processo a carico di Daniele Cestra, accusato di una serie di omicidi commessi all'interno del Carcere di Frosinone, dove Cestra si trovava detenuto, tra il 2015 ed il 2016. In particolare secondo l'impianto accusatorio l'imputato, difeso dall'avvocato penalista Angelo Palmieri, si proponeva come "piantone", ossia come una sorta di badante, a vantaggio di alcuni detenuti, ritenuti non autosufficienti e bisognevoli di aiuto.
Ottenuto l'incarico ed il trasferimento nella cella dei predetti detenuti non autosufficienti, il Cestra portava a compimento il suo folle piano omicidiario, soffocando i malcapitati, i quali venivano trovati morti nelle proprie brande. In alcuni casi il Cestra simulava addirittura il suicidio mediante impiccagione dei suoi compagni di cella. Tali "coincidenze" non sono però passate inosservate, tanto che la Procura di Frosinone, con il Sostituto Procuratore Misiti, apriva un fascicolo a carico del predetto accusato di plurimi omicidi aggravati.
Veniva disposta anche la riesumazione delle salme il cui esame autoptico veniva affidato alla Dott.ssa Daniela Lucidi la quale confermava, all'esito dell'elaborato peritale, la morte per soffocamento delle persone rinvenute decedute nella cella che dividevano con il Cestra. Tra queste anche il sessantenne B.P., di origini irpine ma da anni trasferitosi in Puglia. B.P. dopo aver trascorso un periodo di detenzione nel carcere di Avellino era stato trasferito nella Casa Circondariale di Frosinone. Quivi iniziava ad avere gravi problemi di salute, in particolare alla vista, divenendo quasi ceco.
Per tale ragione gli veniva affidato come compagno di cella proprio il Cestra Daniele. La mattina del 24 Marzo 2015 B.P. veniva trovato, in stato di incoscienza, con un lenzuolo stretto al collo legato ad una estremità alla grata della finestra. Immediati i soccorsi ed il ricovero presso l'ospedale di Frosinone ove B.P., entrato in stato di coma, moriva in data 15 Giugno 2015. Anche per lui la perizia della dott.ssa Lucidi ha confermato la morte come conseguenza del subito soffocamento, escludendo il suicidio mediante impiccagione.
Questa mattina il difensore degli eredi di B.P., l'Avvocato Rolando Iorio, nel corso dell'udienza preliminare tenutasi dinanzi al Gup del Tribunale di Frosinone, Dott. Bracaglia Morante, ha chiesto ed ottenuto per i suoi assistiti la citazione in giudizio quale responsabile civile del Ministero della Giustizia e dell'Amministrazione Penitenziaria, ritenuti corresponsabili di quanto accaduto.
Ciò consentirà ai parenti delle vittime, in caso di condanna del Cestra, quanto meno di ricevere un risarcimento economico da parte dello Stato. L'udienza è stata quindi rinviata al prossimo 13 Settembre 2019 allorquando il Ministero della Giustizia, attraverso l'Avvocatura dello Stato, siederà in aula di fianco all'imputato. Soddisfazione è stata manifestata da parte dell'avvocato dei parenti delle vittime, il penalista Rolando Iorio, il quale ha evidenziato come tali richieste di citazione in giudizio del responsabile civile non sempre vengono accolte
di Ferdinando Bocchetti
Il Mattino, 1 giugno 2019
"Pestato brutalmente in carcere dagli agenti della Polizia penitenziaria". A riferirlo la madre di un detenuto, G.L., residente a Marano e recluso da qualche tempo in un carcere calabrese. L'uomo, secondo quanto riferito dai suoi familiari ai carabinieri di Marano, presso la cui caserma è stata sporta formale denuncia, sarebbe stato minacciato da un compagno di cella, che lo avrebbe invitato ad aggredire una guardia penitenziaria. Al suo rifiuto, il detenuto sarebbe stato aggredito alle spalle dall'altro recluso che avrebbe tentato di soffocarlo. Le guardie penitenziarie sarebbero intervenute, riuscendo ad evitare il peggio.
G.L., portato in isolamento, sarebbe stato successivamente aggredito da alcuni agenti che indossavano - secondo quanto riportato nella denuncia - "guanti imbottiti al cui interno vi era qualche oggetto pesante". La madre del detenuto - che aveva ricevuta una telefonata dal figlio che l'avvertiva dell'accaduto - si è recata ieri presso il carcere calabrese. I familiari di G.L. hanno sporto denuncia ai carabinieri di Marano, sua città di residenza, e scritto ai giudici del tribunale di sorveglianza. "Abbiamo paura per la sua incolumità - dicono i familiari di G.L. - ci ha raccontato di avere persino paura di scendere in cortile".
gazzettadilivorno.it, 1 giugno 2019
A siglarlo Cgil, Casa circondariale e Garante. Tra i servizi previsti la consulenza sui diritti assistenziali e la formazione sul diritto del lavoro. Consulenza sui diritti assistenziali e previdenziali, assistenza fiscale e tributaria, formazione sul diritto del lavoro: questi i servizi a beneficio dei detenuti previsti dal protocollo d'intesa sottoscritto dalla Casa circondariale di Livorno, dalla Cgil provincia di Livorno e dal Garante per i diritti dei detenuti.
Il documento è stato sottoscritto alla Casa circondariale Le Sughere dal direttore Carlo Alberto Mazzerbo, da Nicola Triolo (segretario organizzativo Cgil provincia di Livorno) e Giovanni De Peppo (garante per i diritti dei detenuti del Comune di Livorno). Presente al momento della firma anche Stefano Turbati, dipendente della Casa circondariale.
"Le parti - si legge nel testo - si impegnano a programmare congiuntamente incontri di informazione e formazione sul diritto del lavoro, attività di consulenza e patrocinio del patronato Inca a tutela dei diritti assistenziali e previdenziali dei detenuti, attività di assistenza fiscale e tributaria a cura del Caaf Cgil e altre attività di consulenza a cura del sistema servizi Cgil e delle singole categorie".
L'obiettivo condiviso è quello di offrire ai detenuti maggiori opportunità di conoscenza e tutela dei propri diritti in ambito lavorativo, assistenziale e previdenziale. Le attività saranno allestite alla casa circondariale di Livorno e alla sezione distaccata di Gorgona. L'intesa sarà rinnovabile di anno in anno a seguito di verifica e valutazione degli obiettivi raggiunti. Le parti esprimono soddisfazione per l'accordo raggiunto: "Un altro passo in avanti per rendere meno distante il mondo del carcere dal territorio. È inoltre sempre più importante che i detenuti siano consapevoli dei loro diritti".
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