di Marco Lignana
La Repubblica, 18 luglio 2019
I pasti dei migranti erano frattaglie, cibo per animali: "Cuore, polmone... costa un euro, un euro e mezzo al chilo, meno del pollo. E loro lo mangiano". Ma quelle persone, quegli ultimi sbarcati in Italia fra speranza e disperazione, non solo venivano malnutriti. Pure sottomessi, umiliati: "L'ho preso per i capelli, gli ho tirato un calcio nelle giunture delle gambe, si è inginocchiato da solo... vai a cambiarti va!
Che adesso ti faccio diventare bianco, dai il bianco ai muri!". Le intercettazioni in mano a Guardia di finanza di Sanremo e procura di Imperia raccontano il più bieco e meschino degli sfruttamenti: quattro arrestati per truffa ai danni dello Stato, tre indagati a piede libero fra i quali l'attuale capo di gabinetto della Prefettura di Torino, Alessandra Lazzari.
L'indagine in mano alla pm Maria Grazia Pradella ha messo a nudo quanto commesso da soci e consulenti della cooperativa di Cuneo "Caribù", che fino a ieri gestiva due centri di accoglienza temporanea nel ponente ligure, a Sanremo e Vallecrosia. Secondo il gip che ha ordinato le quattro custodie in carcere, i migranti venivano "trattati come animali".
E nel frattempo gli indagati intascavano soldi sporchi. Fino a un milione e 300mila euro. Del resto, raccontavano, "centoventi migranti per 30, vuol dire che fanno 3.600 euro al giorno... per 31 giorni sono 111mila euro al mese". Il "guadagno" avveniva usando una minima parte dei fondi ricevuti, o facendosi rimborsare dalla prefettura fino a sette volte la stessa fattura, o ancora dichiarando molti più migranti di quelli presenti.
di Massimo Calandri
La Repubblica, 18 luglio 2019
Mentone, gli stranieri detenuti illegalmente in prefabbricati di 15 metri quadrati senza cibo né acqua. La denuncia di Amnesty, Msf e altre Ong: "La polizia falsifica i documenti per riportare in Italia anche i minori" I due container in alluminio, di un giallo screpolato dal sole, sono stati sistemati dai francesi accanto alla loro caserma di polizia, subito dopo il confine di Ventimiglia: 3 metri per 5, una minuscola finestra, all'interno nessun arredo - neppure una branda - a parte un paio di vecchie sedie di plastica.
Da inizio anno ci sono passati migliaia di migranti, detenuti illegalmente prima di essere rispediti in Italia. Esseri umani fermati dai gendarmi transalpini e trattati senza alcun rispetto per la legge e l'umanità: niente medico, avvocato, interprete. Niente.
"Vengono dall'Italia, in Italia devono tornare". Ma dal momento che i nostri poliziotti della caserma di Ponte San Luigi, poche centinaia di metri più a est, non accettano i respingimenti dalle 19 alle 9 del mattino, ecco che i "clandestini" fermati al tramonto da qualche parte vanno rinchiusi. Non al centro di identificazione di Nizza, no. Prigionieri a forza, illegalmente: nei container. Uomini e donne, bambini di pochi mesi, e guai a ribellarsi.
Che importa, se quasi un migliaio di minori avrebbe dovuto invece essere assistito e ospitato - lo dice sempre il codice - dalla Francia: gli agenti hanno rispedito anche loro il mattino dopo, magari dopo aver strappato sotto i loro occhi i documenti d'identità e falsificato i dati trascritti sul Refus d'Entrée, il foglio che viene messo loro in mano prima di spingerli via. Allez, vite! Amnesty International France, Anafé, La Cimade, Médecins du Monde, Médecins sans frontières, Secours catholique Caritas France.
Sei associazioni francesi - più altre due di avvocati per la difesa dei diritti dell'uomo - hanno sottoscritto un documento che rafforza 13 denunce presentate alla procura di Nizza e a Felipe Gonzales Morales, inviato speciale delle Nazioni Unite, per altrettanti casi di "privazione illegale della libertà" nei confronti di migranti, costretti in quei container giallo screpolato di marca Agelco. Ma basta passare qualche ora nella terra di nessuno sul ponte che scavalca il rio San Luigi, in mezzo alle due caserme, per raccogliere altre terribili testimonianze dai respinti.
O per ascoltare la versione degli agenti italiani, che in un surreale balletto a loro volta restituiscono ai colleghi stranieri i minori che non potevano essere espulsi, confessando: "I francesi ci guardano dall'alto in basso, fanno i prepotenti". "Mi hanno chiuso in quella prigione per più di 10 ore con molti adulti, la notte del 27 maggio". Alpha è un ragazzo nigeriano di 17 anni. "Gli ho detto che ero minorenne, non gli importava. "Zitto, o è peggio per te".
Non potevamo usare i bagni. È stato orribile". La sua e molte altre storie ("Persone maltrattate cui viene rifiutata la visita medica, promiscuità, documenti strappati") le raccontano i responsabili di due associazioni italiane, We World e Iris, che con Anafé e Oxfam hanno presentato le denunce in procura. L'altra notte nei container c'era anche una famiglia eritrea: papà, mamma e un bimbo di 4 mesi che ha pianto tutta la notte.
Ha avuto un po' di latte in polvere solo ieri mattina, nel campo della Croce Rossa a Ventimiglia. Jacopo Colomba lavora al confine per We World, una delle associazioni in prima linea per i diritti degli ultimi. "Durante la settimana sono 40-50 al giorno le persone che ricevono il Refus d'Entrée e vengono riconsegnate alla polizia italiana. Nel fine settimana 50-70 casi almeno". Quasi 8.000 da inizio anno.
"E buona parte di loro trascorre la notte nei container". I minori? "Mediamente, il 10 per cento. Forse di più". Un migliaio di ragazzi. Solo una parte viene restituita dai poliziotti italiani ai colleghi francesi, come prevede la legge. È successo anche ieri pomeriggio. Un ragazzino di origine yemenita, un altro bengalese ("Perché adesso i migranti passano dalla rotta balcanica: anche i nordafricani, che raggiungono la Turchia con un visto e poi risalgono l'Europa. Una strada lunga, ma meno rischiosa", spiega Colomba).
Due agenti della nostra polizia di frontiera li accompagnano verso la caserma transalpina: entrano tutti e 4 negli uffici, i poliziotti risalgono qualche minuto dopo. Soli. "Glieli abbiamo lasciati, anche se i francesi non sembravano molto d'accordo: i minori erano stati identificati in Italia qualche mese fa, ma i nostri colleghi stranieri si erano "sbagliati" nel compilare le schede. Però le impronte non mentono. E insomma, se li devono tenere".
Che assurdità, tutto questo andare e tornare. Parliamo di due sedicenni. "I francesi è come se si sentissero più forti di noi", spiega l'agente. "Ma sapete che se ci prendiamo quei due ragazzini commettiamo un reato?". Lunedì Gérald Darmanin, ministro francese dell'Azione e dei Conti pubblici, era nella vicina Cannes, dove ha perorato la causa della lotta ai prodotti di marca falsificati: borsette, orologi, vestiti. "Ho chiesto il rinforzo della collaborazione con le autorità straniere, in particolare italiana. Siamo tutti d'accordo". Quando si tratta di merci - non di uomini - nessun problema.
di Alessandro Di Bussolo
vaticannews.va, 18 luglio 2019
Si è celebrata ieri la Giornata della Giustizia penale internazionale, in occasione del 21.mo anniversario della creazione, a Roma, del Tribunale che giudica sui crimini di guerra, genocidio, contro l'umanità e aggressione. Amnesty International: "Se a volte il Tribunale non ha processato, è per il blocco degli Stati più potenti"
La Giornata della Giustizia penale internazionale unisce tutti coloro che desiderano sostenere la giustizia, promuovere i diritti delle vittime e aiutare a prevenire i reati che minacciano la pace, la sicurezza e il benessere del mondo. È stata proclamata nel corso della prima conferenza di revisione dello statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (Cpi-Icc), che si è tenuta nel giugno 2010 a Kampala, in Uganda. La data scelta è quella dell'adozione, nel 1998, dello statuto, presso la sede romana della Fao, con 120 voti a favore, sette contrari e 21 astensioni. Ad oggi sono 123 i Paesi che ne fanno parte, ben più della metà dei 193 Stati membri dell'Onu. Alcuni hanno firmato il trattato, ma non l'hanno ratificato, come Stati Uniti, Israele e Sudan. Tra i non firmatari anche Russia e Cina, che pure, con Usa, Francia e Gran Bretagna fanno parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu.
Lo scopo degli Stati firmatari era quello di creare una giurisdizione competente su presunti colpevoli di crimini contro l'umanità, genocidio e crimini di guerra, e dal dicembre 2017 anche di aggressione. Quando è stata raggiunta la sessantesima ratifica, il 1 luglio 2002, lo statuto della Corte è entrato in vigore, e da quell'anno a L'Aia, nei Paesi Bassi, sede della Corte, sono iniziati i lavori per "metter fine all'impunità per i peggiori crimini ancora commessi in tutto il mondo" come dicevano gli slogan delle Organizzazioni non-governative che quel processo avevano accompagnato per anni e che ancora oggi seguono da vicino.
Nello statuto della Corte si legge che la Cpi ha giurisdizione sovranazionale e può processare individui (non Stati) responsabili di crimini di guerra, genocidio, crimini contro l'umanità, crimine di aggressione, commessi sul territorio e/o da parte di uno o più residenti di uno Stato parte, nel caso in cui lo Stato in questione non abbia le capacità o la volontà di procedere in base alle leggi di quello Stato e in armonia con il diritto internazionale.
La giurisdizione della Corte si esercita nel caso di crimini commessi sul territorio di uno Stato parte o da un cittadino di uno Stato parte alla Corte. Ne consegue che anche i crimini commessi sul territorio di uno Stato parte, da parte di un cittadino di uno Stato non parte, rientrano nella giurisdizione della Corte. Uno Stato non parte non è tenuto a estradare i propri cittadini che abbiano commesso tali crimini in un Paese parte e al giorno d'oggi non esistono mezzi di coercizione internazionali per spingere gli Stati non parte a cedere alle richieste della Corte internazionale. Il problema, tuttora aperto, è semmai l'esistenza di trattati internazionali (detti Sofa) che attribuiscono immunità a soldati di uno Stato non parte quando sono sul territorio di uno Stato parte.
In questi 17 anni di vita, la Corte penale internazionale (dati del 2018, n.d.r.) ha avviato indagini in 11 "situazioni": in Burundi; due nella Repubblica Centrafricana; in Costa d'Avorio; in Darfur; Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo; in Georgia, in Kenya; in Libia; in Mali; e in Uganda (le prime in ordine cronologico). L'Ufficio del procuratore sta inoltre studiando in fase preliminare altre 11 "situazioni" in Afghanistan; Colombia; Gabon; Guinea; Iraq; Regno Unito; Nigeria; Palestina; le Filippine relativamente a navi battenti bandiera delle Comore, Grecia e Cambogia; Ucraina e Venezuela. Sono state incriminate 42 persone e messi mandati di arresto per 34, richieste citazioni per altre otto. Otto sono anche i detenuti all'Aia.
La Corte penale internazionale non è un organo dell'Onu e non va confusa con la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite, anch'essa con sede all'Aia, più nota come Tribunale internazionale dell'Aia (Cig-Icj).
Istituita nel 1945, la Cig ha il compito di dirimere le dispute fra Stati membri delle Nazioni Unite che hanno accettato la sua giurisdizione. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha poi il potere, attraverso una risoluzione, di istituire tribunali penali ad hoc, come è accaduto di recente per l'ex-Jugoslavia, dal 1993 al 2017 e per il Ruanda, dal 1994 al 2015, per per giudicare eventi avvenuti in differenti conflitti. La Cpi ha però alcuni legami con le Nazioni Unite: ad esempio il Consiglio di sicurezza ha il potere di deferire alla Corte situazioni che altrimenti non sarebbero sotto la sua giurisdizione.
Noury (Amnesty): è il meglio che abbiamo, deve funzionare
Sul significato di questa Giornata e sullo stato di salute della giustizia penale internazionale, ecco l' opinione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.
R. - La Giornata può servire a spronare non tanto il Tribunale penale internazionale quanto gli Stati che lo compongono, lo sorreggono, i quali dovrebbero collaborare a fare di più, perché quell'organo di giustizia è la migliore cosa che abbiamo e deve funzionare bene. E se ha funzionato in maniera non perfetta, se ha mancato di indagare, processare potenziali gravi criminali, non è per colpa dei suoi giudici, ma perché non ha avuto la collaborazione necessaria. Quindi sì, occorre valorizzare di più questo compito che da venti anni è assolto e assunto dal Tribunale penale internazionale.
Combattere attraverso la Corte penale internazionale i crimini contro l'umanità, di genocidio, di guerra e - l'ultimo che è stato aggiunto - di aggressione, può fare davvero da deterrente perché nuovi conflitti non comincino e nuovi genocidi non avvengano?
R. - Mettiamola così: se non ci fosse la Corte, sicuramente non ci sarebbe un potenziale deterrente. Credo che questo deterrente ci sia perché avere il presagio che i crimini che stanno per essere commessi o che verranno commessi non resteranno impuniti può fermare qualcuno dal farli. Certo, occorre poi che l'impunità trovi contrasto anche sul piano interno, perché se penso a quello che è successo ultimamente ... Per fare un esempio pratico: non appena la procuratrice generale del Tribunale penale internazionale avvia un'indagine sulla cosiddetta guerra alla droga del presidente delle Filippine Duterte che ha fatto migliaia e migliaia di morti tra i più poveri della popolazione filippina, le Filippine decidono di ritirarsi dalla Corte, ecco che il potere giudiziario non è stato affatto deterrente, ma è stato soltanto qualcosa a cui si ha risposto con un insulto.
Quali sono le sfide più attuali per la giustizia penale internazionale, che costituiscono anche un grave ostacolo per la sua vera efficacia?
R. - Credo in primo luogo i conflitti o i post conflitti e anche i conflitti in corso. Direi che Siria, Yemen, Myanmar sono i casi più evidente di conflitti che sono in corso e che stanno per chiudere o che addirittura si trovano in una situazione paradossale in cui la ricostruzione è già iniziata - come nel caso della Siria - a conflitto ancora non terminato. Se la ricostruzione è iniziata è perché poi al tavolo dove si inizia a ricostruire ci sono persone che invece dovrebbero stare sul banco degli imputati del Tribunale internazionale. Quindi togliere l'impunità, garantire giustizia ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime dei conflitti è la priorità numero uno.
Dobbiamo riconoscere che se c'è questa Corte penale internazionale, un grande ruolo è stato anche quello svolto dall'Italia. Infatti lo statuto è stato firmato qui a Roma, grazie anche allo stimolo che veniva dal governo italiano...
R. - Sì, è vero. C'eravamo anche noi di Amnesty International. Lo sforzo che ha fatto l'Italia, che hanno fatto alcuni parlamentari - e Non c'è pace senza giustizia, tra i movimenti insieme a noi - è uno sforzo che va riconosciuto e verrà riconosciuto per sempre. Bisogna essere all'altezza di tutti quegli auspici. Però dire - ed è un po' un luogo comune - che il Tribunale penale internazionale esercita la giustizia dei vincitori, che guarda soltanto all'Africa, non è esatto né nel presente né in prospettiva. Il Tribunale penale internazionale fa quello che può. Quando non fa qualcosa è perché Stati grandi e potenti lo bloccano e lo boicottano probabilmente temendo che rischierebbero o di finire a loro volta sul banco degli imputati.
di Leonardo Martinelli
La Stampa, 18 luglio 2019
Nel pieno della crisi con la Ue, un'inglese e una francese nelle mani di Teheran: sono spie. Due donne con la doppia nazionalità, europea e iraniana, in manette nel pieno delle tensioni tra Teheran e Occidente. Nelle cancellerie europee circola il sospetto che non sia una coincidenza. Nelle mani degli Ayatollah ci sono l'anglo-iraniana Nazanin Zaghari-Ratcliffe, 40 anni, e la franco-iraniana Fariba Abdelkhah, che ne ha sessanta.
La prima, in realtà, venne arrestata già il 3 aprile 2016. Project manager presso la Thomson Reuters Foundation, Ong finanziata dall'agenzia di stampa, era venuta a Teheran per visitare la sua famiglia, accompagnata dalla figlia Gabriella, che aveva allora 22 mesi. Arrestata all'aeroporto, mentre stava ritornando a Londra, dove viveva, è stata condannata nel frattempo a cinque anni di prigione per spionaggio. La piccola vive con i nonni materni, nell'impossibilità di raggiungere il padre e marito della donna, Richard Ratcliffe.
Ebbene, ieri è venuto fuori che Nazanin è stata appena trasferita dalla prigione di Evin, nel nord di Teheran, al reparto psichiatrico dell'ospedale Imam Khomeini. È stata lì accompagnata da un gruppo di temibili Guardie della rivoluzione, la milizia dalla matrice fortemente ideologica, che sempre si era opposta all'accordo sul nucleare e sembrerebbe ora rafforzata dalle nuove tensioni internazionali.
Il sospetto della famiglia è che si voglia costringere Zaghari-Ratcliffe, con le buone o con le cattive, a confessare il tradimento del suo Paese d'origine, che mai ha voluto ammettere. La scorsa settimana Londra aveva reso noto che la marina iraniana ha tentato di "impedire il passaggio" attraverso lo stretto di Hormuz di una petroliera britannica, rendendo necessario l'intervento della Hms Montrose, fregata della Royal Navy, presente in zona.
Intanto martedì è emersa un'altra novità a Teheran. Nella stessa prigione di Evin, dove era incarcerata Nazanin, si trova anche una franco-iraniana, Fariba Abdelkhah, antropologa e ricercatrice del Ceri, il Centro di ricerche internazionali di Sciences-Po a Parigi. Esperta di sciismo duodecimano, trascorre abitualmente lunghi periodi in Iran. Ma dallo scorso 5 giugno se ne erano perse le tracce. Anche lei è accusata di spionaggio.
La donna è molto apprezzata nell'ambito degli studi sull'Iran in Europa. Jean-Frangois Bayart, ex direttore del Ceri, ha ricordato che Abdelkhah "aveva sempre rifiutato di condannare il regime della Repubblica islamica e questo le è costato talvolta di non essere capita dalla diaspora iraniana in Francia". Proprio la scorsa settimana Emmanuel Macron aveva inviato a Teheran un suo emissario, per sondare il presidente Hassan Rohani. Ma i giochi politici sembrano ormai svolgersi su un altro piano.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 18 luglio 2019
Dall'Iran arrivano in questi giorni notizie estremamente preoccupanti per quanto riguarda la situazione dei diritti umani. Lunedì scorso è stata trasferita nel reparto psichiatrico dell'ospedale Imam Khomeini la prigioniera anglo-iraniana Nazanin Zaghari-Ratcliffe, detenuta da oltre tre anni per l'assurda accusa di spionaggio.
Lo stesso giorno è finita in carcere, per accuse al momento ignote, la ricercatrice franco-iraniana Fariba Adelkhah. Sempre lunedì 15 è stata arrestata la giornalista Moolod Hajizadeh. Poco più di un giorno dopo è stata rilasciata su cauzione come avvenuto quattro mesi prima, quando aveva preso parte a una manifestazione di donne di fronte al ministero del Lavoro per chiedere l'uguaglianza di genere e la fine dell'obbligo d'indossare il velo.
La campagna contro l'obbligo del velo continua a essere un nervo scoperto per le autorità iraniane, che la ritengono un'invenzione pubblicitaria statunitense. Dalle ricerche di Amnesty International è emerso che, dal mese di aprile, in almeno sei casi attiviste della campagna sono state poste in isolamento, private di ogni rapporto con l'esterno, minacciate di ripercussioni contro le loro famiglie se non avessero "confessato" di fronte a una telecamera di provare rincrescimento e pentimento per essersi piegate al volere di "agenti dell'opposizione anti-rivoluzionaria all'estero", ossia la campagna dei cosiddetti Mercoledì bianchi.
Il caso più recente riguarda Saba Kordafshari, 22 anni, arrestata il 1° giugno. Per i primi 11 giorni è stata tenuta in isolamento nel centro di detenzione Vozara della capitale Teheran. Qui, hanno provato invano a farla "video-confessare". Poi è stata trasferita nella prigione di Shar-e Ray, dove ha ricevuto altre pressioni. Il 2 luglio è scomparsa, per ricomparire in carcere 12 giorni dopo. Nel frattempo, il 10 luglio è stata arrestata anche la madre, Raheleh Ahmadi.
Gli altri casi sono descritti qui. Spicca la pessima figura, alla faccia della deontologia professionale giornalistica, del personale della Islamic Republic of Iran Broadcasting (Irib), che filma interviste forzate senza il minimo consenso. Come nel caso di Yasaman Aryani e di sua madre Monireh Arabshahi, arrestate il 10 e l'11 aprile, e di Zarrin Badpa, l'anziana madre di Masih Alinejad, giornalista iraniana residente negli Usa e ideatrice della campagna dei Mercoledì bianchi. Ricordiamo che per aver difeso le attiviste della campagna è in carcere, condannata a un totale di 33 anni e 148 frustate, poi ridotti a 12 anni per il divieto di cumulo, l'avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh.
sicurezzainternazionale.luiss.it, 18 luglio 2019
Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha espresso la propria preoccupazione per le condizioni delle prigioni egiziane, ed ha affermato che Washington continuerà a collaborare con le autorità egiziane in tale ambito. Tale questione fa riferimento alla risposta del segretario di Stato americano al Gruppo di Lavoro sull'Egitto, ovvero un gruppo di esperti di politica internazionale costituito nel 2010. Questo aveva sottolineato, in una lettera datata 20 giugno 2019, che la morte dell'ex presidente egiziano Mohammad Morsi, del 17 giugno scorso, avrebbe dovuto rappresentare una scintilla in grado di richiamare l'attenzione a livello internazionale sulla condizione dei prigionieri detenuti nelle carceri egiziane, i quali vivono in condizioni rischiose e dovrebbero essere salvati.
Da parte sua, Mike Pompeo, ha condiviso lo stato di preoccupazione del Gruppo di Lavoro ed ha espresso la propria opposizione verso ogni forma di arresto arbitrario o maltrattamento contro qualsiasi persona, a prescindere dalla nazionalità o dalle accuse riportate. Pertanto, il segretario di Stato ha affermato di aver discusso la questione nell'ambito degli incontri sui rapporti annuali sulla situazione delle prigioni e sul rispetto dei diritti umani ed ha altresì sottolineato che continuerà a lavorare con le autorità egiziane dei più alti livelli in tal senso.
Il Gruppo di Lavoro sull'Egitto ha parlato, nella propria lettera, di condizioni terribili per i prigionieri detenuti in Egitto. La lista comprende violazioni dei diritti fondamentali, uso sistematico della scomparsa forzata, isolamento, mancata assistenza medica, detenzione arbitraria, processo ingiustificato, torture, abusi sessuali. Le autorità avrebbero altresì cacciato fuori i detenuti, uccidendoli a sangue freddo, e mostrando la loro uccisione come se si trattasse di raid contro cellule terroristiche. Questo è stato il destino di più di 450 uomini egiziani dal 2015, come sottolineato altresì da un rapporto di Reuters.
Di fronte a tale scenario e considerato che vi sono diversi cittadini americani detenuti in Egitto, gli Stati Uniti sono stati invitati a prendere in esame la questione e a supportare alcune mosse significative. In particolare, alcune organizzazioni egiziane per i diritti umani hanno richiesto l'accesso da parte del Comitato Internazionale della Croce Rossa alle prigioni e di formulare rapporti e suggerimenti per migliorarne le condizioni. L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha, invece, chiesto di avviare indagini indipendenti sulle circostanze relative alla morte di Morsi, incluse quelle riguardanti il periodo di detenzione. Tale invito è stato altresì assecondato da Human Rights Watch e Amnesty International.
Secondo quanto sottolineato, l'amministrazione americana attuale, con il presidente Donald Trump, sta svolgendo un ruolo rilevante nel sostenere le richieste dei manifestanti in Sudan e Algeria circa i propri diritti. Pertanto, anche le richieste da parte dei politici prigionieri in Egitto dovrebbero essere prese in considerazione da parte americana, visto altresì l'aiuto dimostrato per più di 40 anni.
di Andrea Cottone
tempi.it, 17 luglio 2019
Pubblichiamo la rettifica di Andrea Cottone, capo Ufficio stampa del ministero della Giustizia, al nostro articolo "Cose buone dal carcere". Egregio Direttore, nell'ultimo numero di Tempi è contenuto l'articolo "Cose buone dal carcere", firmato da Pietro Piccinini, nel quale sono riportate alcune affermazioni palesemente false che ledono l'immagine dell'Amministrazione Penitenziaria.
giustizianews24.it, 17 luglio 2019
Rafforzamento del personale di Polizia Penitenziaria in servizio negli istituti di pena italiani. È quanto prevede il piano di mobilità collegato alle prime assegnazioni dei neo agenti del 175esimo corso. Sulla base di quanto previsto dal piano di mobilità, la Direzione generale del personale e delle risorse del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria adotterà i provvedimenti di trasferimento del personale che si è collocato in posizione utile nella graduatoria definitiva dell'interpello nazionale per il 2018. Delle assegnazioni e dei trasferimenti beneficeranno tutti gli ambiti territoriali del Paese.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 luglio 2019
Il carcere continua a mietere vittime, detenuti ma anche agenti penitenziari. Una escalation senza fine quella dei suicidi. L'ultimo, in ordine cronologico, è avvenuto nel carcere campano di Secondigliano. Domenica pomeriggio, Giovanni Pontillo, un 59enne di Capodrise (Ce), si è impiccato nella sua cella del carcere napoletano. Era detenuto nel reparto Ionio, alta sicurezza del carcere, dove stava scontando una condanna in primo grado a 20 anni per spaccio internazionale di droga e associazione a delinquere.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 17 luglio 2019
Più che raddoppiate, le segnalazioni di whistleblowing: nel mirino soprattutto le irregolarità negli appalti. Nel 2018 l'Anac, come emerge dal quarto rapporto, ha ricevuto 783 notizie di comportamenti illegittimi, 65 al mese, a fronte delle 364 del 2017. Un trend in crescita confermato anche per i primi sei mesi del 2019: sono giunte all'Anac 439 notizie di comportamenti illegittimi (73 al mese) con una media di due "indicazioni" al giorno.
A sollevare il velo su presunte irregolarità è soprattutto il Sud che, con le isole, fa totalizzare il 41% delle segnalazioni per il 2018, che salgono al 51,7% al 30 giugno 2019. "Al sud il livello di problemi è elevato - afferma il presidente dell'Anac Raffaele Cantone - e restano prioritarie le segnalazioni sugli appalti". In crescita, e in questo caso, il dato non è positivo, le segnalazioni anonime che - specifica Cantone - possono essere prese in considerazione, per approfondimenti, solo se particolarmente circostanziate.
Ma per il presidente dell'Anticorruzione il rapporto fornisce comunque il quadro confortante di un istituto che sta prendendo piede. Al primo posto tra gli autori delle segnalazioni i dipendenti pubblici : 55,5%, seguiti con netto distacco (14%) dai lavoratori delle imprese che svolgono servizi per la Pa o di società partecipate.
Monitorate non solo le segnalazioni Anac ma anche quelle degli enti locali pubblici o nazionali. Quattro, per il 2018, quelle che riguardano Roma Capitale arrivate all'ufficio interno del Campidoglio: disapplicazione di leggi o regolamenti per il commercio su aree private, comportamenti illegittimi in un concorso pubblico, irregolarità nello svolgimento di un interpello per affidare un restauro e un abuso d'ufficio. Sale anche il numero di segnalazioni che l'Anac ha inviato per approfondimenti di natura penale o contabile: 20 nel 2018 alla Procura della Repubblica e 19 alla Corte dei Conti. Nei primi 6 mesi del 2019 gli invii alla Procura sono già stati 33 e 29 Corte dei Conti sono 29.









