Il Tempo, 12 febbraio 2015
Annullamento con rinvio dell'ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva disposto, nel giugno scorso, gli arresti domiciliari ad Annamaria Franzoni, condannata in via definitiva a 16 anni di reclusione per l'omicidio del figlioletto Samuele, avvenuto a Cogne il 30 gennaio 2002. Questo il verdetto emesso ieri sera dalla Prima sezione penale della Cassazione che ha accolto il ricorso presentato dalla procura di Bologna contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza.
La Suprema Corte ha disposto dunque un nuovo esame della questione da parte dei giudici bolognesi. Per Anna Maria Franzoni, la "mamma di Cogne" condannata nel 2008 a 16 anni di reclusione per l'omicidio del figlio Samuele, il sostituto procuratore generale della Cassazione, Francesco Salzano, aveva, invece, chiesto la conferma dei domiciliari e, in un parere scritto, aveva sollecitato il rigetto del ricorso della Procura di Bologna che chiede invece che la Franzoni torni in carcere.
In particolare, la Procura del capoluogo emiliano ha presentato ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale di sorveglianza di Bologna che, il 24 giugno 2014, ha concesso i domiciliari alla Franzoni. L'unico divieto è che non può tornare a Cogne. La Franzoni dal 2008 è stata detenuta nel carcere della Dozza; si trova ai domiciliari nella casa di Ripoli Santa Cristina dallo scorso 26 giugno. Secondo la Procura di Bologna può proseguire la psicoterapia anche in carcere. Da qui il ricorso in Cassazione.
Ansa, 12 febbraio 2015
Tra due mesi uno psichiatra, Costanzo Gala, primario dell'ospedale San Paolo di Milano, dovrà depositare una relazione sulle condizioni di salute di Fabrizio Corona. Lo hanno stabilito i giudici del Tribunale di Sorveglianza del capoluogo lombardo ai quali la difesa dell'ex "re dei paparazzi", nelle scorse settimane, ha presentato un'istanza di detenzione domiciliare. Oggi i giudici della Sorveglianza (presidente Marina Corti, relatrice Beatrice Crosti) hanno affidato l'incarico per la perizia psichiatrica a Gala, fissando un termine di due mesi (fino al 10 aprile) per il deposito della sua relazione.
In questo periodo lo psichiatra andrà nel carcere di Opera per visitare Corona, detenuto da circa due anni, e valutare le sue condizioni psicologiche e psichiatriche. Nelle scorse settimane, infatti, i legali dell'ex agente fotografico, gli avvocati Ivano Chiesa e Antonella Calcaterra, hanno chiesto alla Sorveglianza di far uscire Corona dal carcere, perché soffre di depressione, psicosi, ansia e attacchi di panico, e di mandarlo, sempre in regime detentivo, in una comunità (la Fondazione Exodus di Don Mazzi ha già dato la propria disponibilità).
Un'istanza, quella dei legali, che si basa su una relazione psichiatrica redatta da Riccardo Pettorossi, consulente dei difensori. E lo scorso 26 gennaio la Sorveglianza ha deciso di disporre una perizia psichiatrica d'ufficio. Dopo il deposito, la relazione di Gala verrà discussa nell'udienza fissata per il 23 aprile. E poi i giudici dovranno decidere se fare uscire o meno dal carcere Corona, che ha un cumulo di pene definitive di 13 anni. Pende ancora, infine, la richiesta di grazia parziale presentata dai difensori lo scorso dicembre all'allora presidente Giorgio Napolitano.
L'Unione Sarda, 12 febbraio 2015
Appena saranno completati, gli istituti di pena di Cagliari-Uta (nella parte riservata ai detenuti in regime di 41 bis) e Sassari potranno ospitare 200 capi mafia: sono i più sicuri perché garantiscono il totale isolamento rispetto agli altri penitenziari. Sono le parole del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, davanti alla Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi.
Consolo ha ricordato di aver sollecitato l'apertura di due istituti di pena in Sardegna, a Sassari e a Cagliari-Uta, "costati moltissimi soldi pubblici e che possono ospitare in totale quasi 200 detenuti in regime di 41 bis con strutture che garantiscono il totale isolamento. Quello di Sassari non può essere aperto perché non è stato attivato il sistema di multi conferenze - ha detto Consolo - ed ho fatto solleciti per l'attivazione. Quello di Cagliari è di pronta ultimazione, vanno accelerati i lavori". I detenuti sottoposti al regime di carcere duro sono 720 in Italia e le carceri che li ospitano sono 12. "Se si decongestionano questi siti portando quasi 200 detenuti in Sardegna, riusciamo a risolvere molti problemi e recuperare spazi per la detenzione comune".
Il patrimonio edilizio carcerario in forte deterioramento, la mancanza di spazi, che finora ha costretto l'amministrazione penitenziaria a tenere alcuni detenuti in 3 metri quadri, l'eccessiva vicinanza di alcuni carcerati in regime di 41 bis (carcere duro) che potrebbero avere la possibilità di comunicare e il rischio back out nel supercarcere di Parma, dove sono reclusi detenuti del calibro di Massimo Carminati e Totò Riina. Su tutti questi e su altri aspetti si è soffermato ancora il nuovo capo del Dap. Sull'ipotesi che Carminati possa essere spostato in un penitenziario in Sardegna, in un prossimo futuro, il capo del Dap ha risposto che "questo dipenderà da quel che decideranno le autorità giudiziarie competenti".
Pili (Unidos): no a trasferimento 200 detenuti del 41bis in Sardegna
"La volontà del ministero della giustizia annunciata stamane in commissione antimafia di trasferire in Sardegna 200 capimafia è una follia inaudita e gravissima". Immediata presa di posizione del deputato di Unidos Mauro Pili dopo le dichiarazioni del capo del dap in commissione Antimafia. Il parlamentare chiede con un'interrogazione al ministro della Giustizia di "imporre un stop immediato al piano" del Dap che "rischia di diventare devastante" per il pericolo di infiltrazioni mafiose o camorristiche "in un territorio ancora sano ma oggi piuttosto debole".
di Roberto Galullo
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2015
Fine 2014 e inizio d'anno scoppiettante in Sicilia, regione nella quale la cultura della legalità passa anche attraverso il ricordo dell'informazione con la schiena dritta e il recupero, costituzionalmente previsto, di chi espia o ha espiato una pena.
Il 26 gennaio a Siracusa è stato inaugurato un giardino botanico di circa 3.000 metri quadrati intitolato al giornalista siracusano del Giornale di Sicilia Mario Francese, ucciso 36 anni fa da Cosa nostra. L'iniziativa è dell'amministrazione comunale, su decisione del sindaco Giancarlo Garozzo. Per il delitto sono stati condannati in via definitiva alcuni componenti della cupola di Cosa nostra dell'epoca (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Raffaele Ganci e Francesco Madonia) e l'esecutore materiale, Leoluca Bagarella. Il giardino botanico "Mario Francese", approvato dalla soprintendenza ai beni culturali e ambientali, riqualifica una vasta area attorno alla biglietteria del parco archeologico, un passaggio obbligato per i turisti italiani e stranieri. Sono state impiantate, oltre al prato, più di 40 specie fra arbusti, piante erbacee perenni, stagionali, rampicanti, officinali e aromatiche. Inoltre, è in fase di completamento una vasca per le piante acquatiche.
In altre parole, quel che non è stato ancora del tutto possibile a Palermo, con un ampio parco della memoria a ricordo delle stragi che colpirono l'isola negli anni Novanta, a Siracusa è stato realizzato per chi, attraverso una penna e non per mezzo di una toga o di una divisa, combatteva la cultura e i disvalori mafiosi.
Molte anche le iniziative all'interno dei beni confiscati a Cosa nostra e nelle carceri tra ottobre e novembre 2014.
Ad Altavilla Milicia (Palermo) il 24 novembre, nel centro culturale polivalente "Cambio rotta", bene confiscato alla mafia, sono partiti i corsi della Scuola di cucina del Mediterraneo ma a tenere banco sono stato gli istituti penitenziari.
Diciassette detenuti di età compresa tra i 18 ed i 21 anni del carcere minorile di Bicocca (Catania), hanno cominciato nell'Ente scuole edile un corso di formazione tecnico-pratico per effettuare interventi di riqualificazione nel quartiere di San Berillo Vecchio. L'iniziativa, resa possibile da un protocollo d'intesa firmato poche settimane prima da Comune, Ente scuola edile ed Accademia di Belle arti, rientra nell'ambito di un piano, approvato dal ministero della Giustizia, di reinserimento sociale di giovani che hanno subìto una condanna penale e sono detenuti o in regime di semilibertà. "Un momento di straordinaria importanza per Catania - ha commentato il sindaco Enzo Bianco - perché con questo intervento coniughiamo il recupero di energie giovanili, che vanno canalizzate nelle legalità e nel vivere civile, con i concreti interventi di ripristino di un quartiere storico di particolare rilevanza che da decenni attende di essere valorizzato".
La formazione dei giovani detenuti nella prima fase è avvenuta negli uffici dell'Ente scuola edile con un cantiere simulato nel boschetto della Plaia, per poi passare dal 16 dicembre all'istituzione di un cantiere di lavoro nel quartiere principalmente per il rifacimento di intonaci esterni.
Ad ottobre, invece, 30 detenuti del carcere di Enna hanno partecipato ad un corso di "addetto alimentarista" organizzato per il secondo anno consecutivo nella struttura dalla Confartigianato. Il corso è stato organizzato in collaborazione con l'associazione Spiragli, che da anni collabora con il carcere di Enna. "Il lavoro non è un'ulteriore pena da espiare - ha detto il segretario provinciale delle Imprese di Confartigianato Enna Rosa Zarba - ma un trattamento rieducativo e di reinserimento sociale. Ecco perché bisogna favorire la partecipazione dei detenuti ai corsi professionali, che risultano indispensabili per l'acquisizione di qualifiche spendibili anche dopo la scarcerazione".
Il corso è stato rivolto agli addetti alla manipolazione degli alimenti, cioè a tutti coloro che hanno a che fare con cibi e bevande e nello specifico ai detenuti impegnati nella casa circondariale come cuoco, aiuto cuoco e inserviente di cucina, che subiscono spesso una rotazione. Tra gli esperti impegnati nel progetto il dirigente sanitario del Siam dell'Asp di Enna Giuseppe Stella, il biologo Rosario Velardita, la responsabile settore ambiente e sicurezza della Confartigianato Eloisa Tamburella e la responsabile del settore ambiente e sicurezza della Confartigianato Rosa Zarba, coadiuvati dai volontari dell'associazione Spiragli.
Tempo anche di consuntivi. Il centro operativo della Dia di Palermo, con le sezioni di Agrigento e Trapani, nel corso del 2014, nell'ambito dell'attività finalizzata all'aggressione dei patrimoni illecitamente accumulati dalla mafia, ha proceduto al sequestro di beni mobili, immobili, aziendali, quote e capitali societari, autoveicoli e imbarcazioni, per un valore di oltre 2 miliardi e 46 milioni. Sono stati confiscati beni per oltre 18 milioni.
Askanews, 12 febbraio 2015
Oggi alle ore 14, nella Sala Livatino del ministero della Giustizia, si firma un protocollo operativo tra Ministero, Regione Piemonte, Anci Piemonte, Tribunale di Sorveglianza di Torino e Garante Regionale dei detenuti in tema di reinserimento delle persone in esecuzione penale.
È l'undicesimo protocollo di tale tipo sottoscritto dal ministro Andrea Orlando e segue alle intese con le Regioni Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Umbria, Puglia, Sicilia, Lombardia, Abruzzo e Molise. In precedenza, erano stati firmati analoghi protocolli con Emilia Romagna e Toscana.
Alla firma del protocollo d'intesa intervengono il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, il presidente del tribunale di sorveglianza di Torino Marco Viglino e il presidente di Anci Piemonte Andrea Ballarè, il Garante Regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà Bruno Mellano, il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo e il provveditore regionale del Piemonte Enrico Sbriglia.
di Chiara Fabrizi
www.umbria24.it, 12 febbraio 2015
Il Sappe fotografa i 4 istituti nel 2014, presenti 1.360 reclusi e capienza a 1.324. Tensione alta nelle sezioni, carenza personale 14%. Reclusi stranieri in Umbria 28%, solo 22% lavora. Il sovraffollamento, almeno per ora, è un'emergenza che le quattro carceri umbre non soffrono più. Ma a pesare è ancora il deficit di organico della polizia penitenziari che si aggira intorno a quota 14%.
In numeri assoluti tra le case di reclusione di Perugia, Terni, Spoleto e Orvieto mancano circa 135 uomini a fronte di una previsione segnata in pianta organica di 1.022 unità. E in questo senso allarma il livello di eventi critici (autolesionismo, tentati suicidi, colluttazioni e ferimenti) registrati nel 2014, anno durante il quale si è fronteggiato un episodio ogni 28 ore.
E per ora margini per assistere all'assegnazione di nuovi agenti in Umbria non sembrano essercene. I dati sono stati fornito dal Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria, che ha fotografato al 31 dicembre 2014 la situazioni nelle carceri umbre, partendo dai dati forniti dal Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria).
Sul sovraffollamento, però, dati più aggiornati sono disponibili sul sito del ministero della Giustizia che al 31 gennaio scorso rileva la presenza di 1.360 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1.324, con un leggero sovraffollamento che come confermano dal sindaco si registra soltanto nel carcere di Capanne (Perugia).
Tuttavia la tensione all'interno delle sezioni degli istituti umbri resta elevata. Secondo i dati del Dap elaborati dal Sappe, nel corso del 2014 si sono registrati 309 eventi critici, praticamente uno ogni 28 ore. In particolare, all'ordine di giorno ci sono stati episodi di autolesionismo (193) equamente ripartiti tra Terni (46), Perugia (41) e Spoleto (44), più calma la situazione a Orvieto (8). Elevato anche il numero dei ferimenti (70) con una concentrazione più elevata a Terni (27) e Spoleto (23), mentre sono 29 le colluttazioni gestite dagli agenti concentrate soprattutto tra a Perugia (15) e Terni (12). Infine, nel corso del 2014 gli uomini della penitenziaria in servizio in Umbria hanno sventato 18 tentati suicidi.
Tra i detenuti presenti nei quattro istituti della regione il 18.9% risulta affetto da tossicodipendenza, a fronte di un dato nazionale che si attesta a 22.3%. Inferiore alla media nazionale anche la presenza di reclusi stranieri che in Umbria si ferma in media a quota 28.5%, anche se a Perugia e Orvieto si è oltre il 50%, rispetto al dato nazionale che si aggira intorno al 32%. Sempre al di sotto della media italiana, la percentuale regionale dei detenuti che lavorano, pari al 21.8% contro il 24.3%. Oltre ai 1.360 detenuti, va detto, si contano anche 440 soggetti sottoposti a misure alternative, di sicurezza e sanzioni sostitutive.
www.corsoitalianews.it, 12 febbraio 2015
Flora Beneduce, dopo un colloquio con il direttore generale dell'Asl Napoli 1, ha ottenuto risultati importanti sul fronte della sanità penitenziaria. A breve, ci saranno avvisi pubblici per l'impiego di medici specialisti. Intanto arriveranno ecografo e apparecchio per la Tac a Poggiorale. "Più salute equivale a più diritti, soprattutto in carcere. Ieri ho ottenuto un importante risultato nel confronto con il direttore generale dell'Asl Napoli 1, Ernesto Esposito, che mi ha assicurato misure immediate per risolvere i problemi della sanità penitenziaria". È soddisfatta Flora Beneduce, consigliere regionale della Campania e vice presidente della commissione permanete che si occupa di Affari istituzionali.
"Ho richiesto risorse umane e nuove strumentazioni per le case circondariali che ho visitato nel mio tour istituzionale - spiega l'onorevole Beneduce. Entrambe le istanze sono state accolte. Al fine di garantire stabilità al personale medico, a breve partiranno avvisi pubblici per l'assegnazione di medici specialisti per patologie importanti, che possano prestare cure adeguate ai malati e seguirli, in modo competente. Inoltre, saranno avviati dei contratti annuali per la Guardia medica in modo tale da garantire la continuità assistenziale. Un risultato importante è stato conseguito anche sul fronte della diagnostica per immagine. Il carcere di Poggioreale avrà un ecografo e un apparecchio per la Tac. Le gare sono già state attivate".
A fronte di uno stanziamento di 165,424 milioni da parte del governo centrale per il comparto della sanità penitenziaria in varie regioni italiane, Flora Beneduce, componente della commissione Sanità e Sicurezza sociale, ha portato all'attenzione della direzione generale dell'Asl Na 1 criticità, carenze e urgenze, da sanare al più presto. "Le misure che saranno adottate a breve rappresentano un segnale decisivo per l'affermazione del diritto alla salute in luoghi spesso ritenuti ostili, sia dai detenuti che dal personale impiegato - conclude l'onorevole Flora Beneduce. Il prossimo impegno è quello di stabilizzare anche il personale infermieristico, che, in un contesto già gravoso sul piano psicologico, ad oggi, lavora ancora con contratti con partita Iva. Ciò testimonia che c'è ancora tanto da ottenere. E io sono abituata a combattere fino in fondo le buone battaglie".
di Lodovica Bulian
Messaggero Veneto, 12 febbraio 2015
Ritorna critico il livello di sovraffollamento nel carcere di Udine. Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero della Giustizia aggiornati al 31 gennaio 2015, ci sono 173 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 100 posti. Dopo una lieve flessione registrata a dicembre - su scala nazionale si fotografa una riduzione del sovraffollamento del 14 per cento - ora siamo a una nuova inversione di tendenza. A riempire le celle di via Spalato ci sono per lo più stranieri, 73 secondo il monitoraggio effettuato nell'ultimo mese. Spiccano marocchini, rumeni, albanesi, tunisini, nigeriani. Una peculiarità della regione, porta di ingresso nel Paese dalla rotta balcanica: su 619 detenuti totali nei cinque istituti in regione, 244 sono stranieri.
Un dato spesso all'origine di disordini, risse e fenomeni di autolesionismo. L'integrazione, infatti, diventa difficile, soprattutto quando a dividere la cella sono persone di nazionalità differenti, spiega il segretario regionale della Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Giovanni Altomare: "Gli italiani tendono a mantenere un comportamento corretto nella struttura, nella speranza di una possibile riduzione della pena; gli stranieri, invece, hanno una cultura profondamente diversa, e per protestare utilizzano l'autolesionismo: a una semplice richiesta negata accade che reagiscano tagliandosi con le lamette da barba".
Tenere sotto controllo questa bomba a orologeria è difficile, soprattutto con organici sottodimensionati e strumenti di sorveglianza inadeguati a gestire le emergenze. Secondo il report dell'Osservatorio Antigone, la polizia penitenziaria di via Spalato, composta da circa 120-125 unità, è "carente" rispetto a una pianta organica che ne richiederebbe almeno 136. Il cosiddetto regime "a celle aperte", che permette la libera circolazione durante il giorno all'interno dei piani, unito all'alta percentuale di stranieri, può innescare ulteriori spirali negative, secondo Altomare.
"Le sezioni a volte diventano ghetti, dove si creano sodalizi rivoltosi. Qui a Udine, fortunatamente, non si verificano eventi critici di particolare importanza, ma l'allerta resta alta". I provvedimenti legislativi svuota carceri finora sono stati dei "palliativi a porte scorrevoli" rincara il segretario: "Entrano ed escono sempre gli stessi". Al 31 gennaio 2015, sono 236 le persone uscite grazie alla legge 199/2010, di cui 72 stranieri. Se le emergenze individuali restano contenute - l'ultimo suicidio è del 2012 - a via Spalato resta la maglia nera del sovraffollamento in Fvg. A Trieste, per una capienza regolamentare di 155 posti, sono rinchiusi di media tra i 180 e i 190 detenuti; a Tolmezzo di stranieri non ce ne sono, ma su una capienza di 149 persone se ne contano fino a 181. Segue Pordenone, con 71 detenuti su 41 posti regolamentari, e Gorizia, dove di detenuti ce ne sono solo 13, a fronte di 55 posti.
di Lodovica Bulian
Messaggero Veneto, 12 febbraio 2015
La denuncia dell'ex sottosegretario: non c'è opportunità di reintegro. Su molti pende l'incognita della revisione della pena per le legge Fini-Giovanardi. Nonostante a livello nazionale si registri un allentamento del sovraffollamento nelle carceri, la situazione a Udine, ma anche in tutto il Friuli Venezia Giulia, "resta molto pesante".
L'avvertimento è di Franco Corleone, sottosegretario alla Giustizia tra il 1996 e il 2001, ed ex consigliere provinciale a Udine. Oggi ricopre l'incarico di Garante dei diritti dei detenuti della Regione Toscana.
Se il carcere di Pordenone è "indecente", quello di Gorizia è "in stato comatoso" e quello di Tolmezzo è "avulso dal territorio", il giudizio di Corleone su via Spalato non è migliore: così come Trieste, la struttura "ha dei limiti molto forti e va assolutamente ripensata".
Urgente, per l'esperto, introdurre nuovi criteri di vivibilità: "Non esiste uno spazio verde, dove i detenuti possano trascorrere delle ore ricreative, non c'è un campo per giocare a pallone. Sì, è vero, ci sono le biblioteche: ma non sono altro che depositi di libri, non esistono aree di lettura o di studio. Se vogliamo che il carcere sia un'occasione, bisogna rivedere l'intero sistema".
Non basta aprire le celle, dunque, se i detenuti "vengono lasciati a bighellonare tutto il giorno". Meglio sarebbe che frequentassero corsi di musica, di studio, attività intellettuali, "solo così si potrebbe pensare a un possibile reintegro in società". Il carcere di San Vito al Tagliamento, a oggi, accusa Corleone, è "un'occasione persa". Persa per costruire "una sperimentazione originale e nuova della vita all'interno dell'istituto penitenziario, e per realizzare un carcere dei diritti".
Le ragioni del perdurare del sovraffollamento in regione, secondo l'esperto, sono molteplici: il fattore immigrazione, in primis, ma anche la "dolorosa contraddizione della Fini-Giovanardi, per cui migliaia di detenuti stanno scontando una pena illegittima, e su cui il 26 febbraio si riuniranno le sezioni unite della Cassazione per trovare una sintesi condivisa su una revisione della pena". Ma il vero nodo, avverte l'ex sottosegretario, non sono i 73 immigrati detenuti in via Spalato. È "l'assenza dello Stato, la mancanza di una vera politica dell'immigrazione, che si riflette anche nella vita all'interno delle Case circondariali.
Perché il carcere non può essere solo un luogo di reclusione e di contraddizione sociale, dove le persone scontano la pena e poi vengono riconsegnate alla clandestinità". I soldi ci sono, chiarisce Corleone, ma andrebbero spesi diversamente. Per esempio, attraverso una progettualità che favorisca, perché no, "un rimpatrio assistito nei loro paesi di provenienza". Poco può fare, altrimenti, la legge svuota carceri 199/2010 per quegli immigrati che non hanno un domicilio, né una residenza dove finire di scontare la pena.
"Non si può mica scaricare tutto su don Di Piazza" dice Corleone riferendosi al centro di accoglienza Balducci di Zugliano, rifugio di profughi e di senza tetto.
Quel che è certo, infine, è che "non si può pensare di soffocare i disordini chiudendo i detenuti in gabbia. Così facendo, li si sottopone a un incattivimento che si riversa sulla società quando poi escono. E avremo sempre il problema delle recidive - fa notare Corleone. O il carcere diventa un'occasione di vita, anche con l'accompagnamento al rimpatrio, o sarà sempre un treno perso". Se ne parlerà, auspica l'esperto, con il Ministro della Giustizia Andrea Orlando agli Stati generali del carcere, in via di convocazione tra aprile e maggio.
di Francesco Alimena e Michele Rizzuti
www.zmedia.it, 12 febbraio 2015
Proprio l'altro ieri l'On. Enza Bruno Bossio ha presentato una interrogazione ai Ministri della Giustizia e della Salute riguardante il decesso, in circostanze poco chiare, del sig. Roberto Jerinò, 60 anni, detenuto in custodia cautelare presso la Casa Circondariale "Arghillà" di Reggio Calabria.
Questione sulla quale sta indagando anche la competente Procura della Repubblica. Parteno nel sottolineare i tempestivi interventi della Bruno Bossio a difesa dei diritti dei detenuti, specialmente nel nostro territorio, ci preme evidenziare quanto la sistematica violazione del rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone recluse sia ben lungi dall'essere in via di risoluzione.
Operatori penitenziari e volontari denunciano continuamente i decessi, i suicidi, il sovraffollamento oramai strutturale (in Italia più del 40% dei reclusi sono detenuti in attesa di giudizio) delle nostre case di reclusione. La mancanza di opportunità di lavoro e formazione che per legge dovrebbero essere obbligatorie per tutti i detenuti condannati come elemento fondamentale per costruire il reinserimento sociale alla fine della pena, è un ulteriore elemento da condannare. Se dallo stato delle carceri si misura la civiltà di un Paese, saldo sarà il nostro impegno nell'intraprendere iniziative concrete di vicinanza alla popolazione carceraria.
In quest'ottica sappiamo quanto sia necessaria una modifica alla legislazione sugli stupefacenti - che tanta carcerazione inutile produce sul nostro territorio e tra i nostri concittadini - pertanto chiediamo il sostegno di tutti i cittadini alla campagna #10proposteGD, dove appunto una delle quali chiede la depenalizzazione del consumo di droghe leggere e la riduzione, quindi, dell'impatto penale.
È il prossimo passo da compiere specialmente ora che la vergognosa legge Fini-Giovanardi è stata archiviata. Come giovani democratici della federazione provinciale di Cosenza saremo nelle piazze delle nostre cittadine con questa battaglia, con le nostre proposte insieme a tante altre tematiche come Lavoro, Diritti e Green-Economy che fanno del nostro modo di vivere la politica una bella narrazione di sinistra.
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