di Errico Novi
Il Garantista, 4 aprile 2015
La Segretaria Radicale pianta altra marijuana sul terrazzo: non la indagano per non far emergere lo scandalo della Fini-Giovanardi.
Perché arrestano i consumatori di hashish e con Rita Bernardini non lo fanno? "Ecco, perché non lo fanno? Perché vogliono continuare ad arrestare gli altri. Perché se finissi in galera anch'io, che coltivo cannabis e semino cinquanta piante di marijuana alla volta sul terrazzo di casa, verrebbe fuori l'ignobile condizione di chi sconta ancora le vecchie pene della Fini-Giovanardi". E verrebbe fuori la follia di carceri zeppe di persone trovate con un po' di hashish o un po' di marijuana.
E poiché lo Stato - l'autorità giudiziaria così come il governo - trova scomodo ammettere la propria follia, continua a fare finta di niente solo con la segretaria di Radicali italiani. L'ultimo episodio risale al primo aprile e non è uno scherzo. Sul suo terrazzo di casa, appunto, Bernardini procede alla semina di 50 piante di marijuana terapeutica. Lo fa con un "compagno di disobbedienza civile", Andrea Trisciuoglio, malato di sclerosi multipla.
Trisciuoglio ha a sua volta "precedenti", uguali e contrari a quelli dei pannelliani: il giorno prima della semina a casa Bernardini, è stato fermato dai carabinieri a Foggia, e si è visto sequestrare il suo medicinale a base di cannabis, il "Bedrocan". Di lui, che della marijuana ha bisogno per questioni mediche, se ne accorgono eccome. Comunque mercoledì la Bernardini e Trisciuoglio l'hanno "fatta grossa": "È stata una semina faticosa, ci sono voluti 500 chili di terra". Il tutto filmato da Radio radicale e disponibile sul sito. Flagranza di reato. Perché i carabinieri, magari quelli di Foggia, non vanno ad arrestare Bernardini e il suo complice, già noto ai (loro) uffici? E perché, e qui siamo al punto, non c'è un-pm-uno che iscriva Pannella, Bernardini, Arconti e tutti gli altri nel registro degli indagati?
"Ho sempre chiesto, per le mie ventennali disobbedienze civili sulla legalizzazione dei derivati della cannabis, di essere trattata come tutti quelli che sono quotidianamente arrestati e sottoposti a dure sanzioni amministrative". Tanto per essere chiari: in carcere ci sono ancora detenuti che, come spiega la segretaria di Radicali italiani, dovrebbero vedersi applicate le nuove pene edittali previste per i reati relativi al possesso di droghe leggere: da 2 a 6 anni. Sono in galera a farsi invece ancora gli anni della vecchia Fini-Giovanardi: 6 anni di minima e 20 di massima: "Una pena illegale: dovrebbero stare fuori, ma la maggior parte di loro non ha soldi per pagarsi l'avvocato che presenti l'istanza per ridimensionare l'esagerata pena prevista dalla famigerata legge".
Potrebbe pensarci il legislatore, come chiesto dalla Consulta. Ma il legislatore se ne frega. Se Bernardini finisse in galera lo scandalo scoppierebbe. Il suo caso potrebbe finalmente proiettare una luce sulla condizione di tutti quei detenuti che scontano appunto pene illegali. Pm ciechi, Renzi pure. Di questi tempi, questo governo, e questo premier, possono mai farsi dire che "hanno messo in libertà migliaia di piccoli spacciatori"?
Evidentemente Renzi ha troppo affetto per i sondaggi e una concessione del genere non la farà mai. Vinca l'urlo forcaiolo anche in questo caso. Eppure qualcosa il governo avrebbe l'obbligo di farla subito: chiedersi perché nessun magistrato indaga Bernardini e la fa arrestare. Nessun pm. Visto che al ministero della Giustizia non se lo chiedono, la domanda arriva finalmente sotto forma di un'interrogazione a risposta scritta. A presentarla è Tancredi Turco, un deputato veronese, appena quarantenne, eletto con i cinquestelle e poi confluito con altri nel gruppo parlamentare "Autonomia libera". Nell'atto, depositato due giorni fa, Turco ripercorre tutta la "carriera criminale" di Bernardini: dalla prima "cessione a titolo gratuito" di hashish fino alle 50 piante del primo aprile.
Alla fine del lungo excursus, pieno di disobbedienze civili ignorate, il deputato di Alternativa libera chiede "se sussistano i presupposti di fatto e di diritto per un'iniziativa ispettiva presso gli organi giudiziari che non hanno esperito l'azione penale nei casi indicati in premessa". Ecco, alla faccia dell'obbligatorietà dell'azione penale, di questo patetico feticcio costituzionale. Succederà qualcosa? Il ministro Orlando riconoscerà che i pm non arrestano Bernardini per non dare giustizia a chi sconta pene illegali? Si vedrà.
Intanto il caso del complice Trisciuoglio, presidente dell'unico "Cannabis Social club" d'Italia, intitolato "La piantiamo" e aperto a Racale, nel Leccese, finisce in un'altra interrogazione, stavolta firmata dal vicepresidente della Camera Roberto Giachetti. Bernardini e Pannella, infine, sono al ventottesimo giorno di sciopero della fame, contro le carceri inumane e contro le detenzioni illegali. Ve ne serve ancora?
di Michela Rostan (Commissione Giustizia della Camera)
www.huffingtonpost.it, 4 aprile 2015
Un italiano, Enrico Forti, per gli amici Chico, è detenuto da quasi 15 anni negli Stati Uniti e sta scontando la pena per una condanna pesantissima che una Corte americana gli ha inflitto. Chico Forti grida, da sempre, la propria innocenza e, sin dall'inizio della sua vicenda processuale ha denunciato al mondo intero di essere stato vittima di un complotto, di un clamoroso errore giudiziario. Non so davvero come ci si possa sentire a trascorrere un giorno in carcere, con la convinzione di stare subendo un'ingiustizia perché si è coscienti di essere innocenti. Non oso pensare quanto pesino quindici anni trascorsi in questa condizione di restrizione della propria libertà personale, in un altro paese, lontano dalla propria patria, dai propri figli, dagli affetti. Non so davvero come si potrà, se mai sarà rivisto il verdetto che ha condannato Chico Forti, risarcire quest'uomo.
La richiesta di Chico Forti di essere sottoposto ad un processo giusto, approfondito, nel quale poter esercitare in pieno il proprio diritto di difesa, è semplicemente giusta, umanamente e costituzionalmente ineccepibile, che noi, cittadini italiani, dovremmo in modo fermo e convinto sostenere. Ne va, a mio avviso, della credibilità della nostra stessa democrazia, di ciò che resta del nostro sistema-paese, della certezza stessa del nostro diritto e dei principi fondanti sui quali esso si basa e trova quotidiana applicazione.
In gioco non c'è solo la vita di un uomo. In gioco c'è l'affermazione di un principio universale, quello del giusto processo, tanto bene articolato dall'art. 111 della nostra Costituzione che, a dire di molti, è la più bella del mondo. Un principio, quello del giusto processo, intimamente connesso alla pienezza del diritto di difesa che deve essere assicurato a tutti i cittadini dinanzi alla legge. Un diritto di difesa che presuppone l'idea che lo Stato possa condannare una donna o un uomo soltanto quando potranno essere definiti colpevoli "al di là di ogni ragionevole dubbio".
In nome di questi valori e principi, il nostro paese ha speso quasi otto anni di processi, gradi di giudizio, perizie, verifiche per, alla fine, giudicare innocenti Amanda Knox e Raffaele Sollecito ai quali, nei giorni scorsi, la Corte di Cassazione ha restituito la pienezza dell'innocenza. Proprio alla luce di quest'ultimo precedente, intriso di analogie con il caso Forti, pongo un interrogativo: e se Raffaele Sollecito ed Amanda Knox fossero stati condannati all'ergastolo per l'omicidio di Meredith Kercher in soli 25 giorni di processo ed in virtù di un quadro probatorio lacunoso e carente, il nostro paese e gli Stati Uniti come avrebbero reagito?
Il punto è esattamente questo: non intendo, personalmente, né lo intendono tutti coloro i quali supportano Chico, affermare l'innocenza di Forti; con convinzione, tuttavia, sostengo e sosteniamo l'idea che Chico Forti questa sua presunta innocenza non abbiamo potuto dimostrarla e che la sua vita, al momento, risulta sacrificata non in un nome di un sacrosanto bisogno di giustizia bensì sull'altare di un colpevolismo asfittico, processualmente e strumentalmente non adeguato e sicuramente in contrasto con quanto, dall'altra parte, proprio il caso di Amanda Knox e Raffaele Sollecito ci ha dimostrato, ovvero che una condanna, forte e rigorosa, tanto è più giusta e raggiunge l'obiettivo allorquando viene inflitta "al di là di ogni ragionevole dubbio".
Nei giorni scorsi, dopo mozioni parlamentari, lettere, corrispondenze con il Governo italiano e quello americano, con i corpi diplomatici ed i familiari di Chico, abbiamo, assieme ad altri deputati, indirizzato una lettera al presidente Mattarella. L'auspicio di tutti noi è quello di sensibilizzare le opinioni pubbliche dei due paesi, al fine di stimolare una "moral suasion" delle istituzioni giudiziarie americane ad accogliere l'ormai ultima ed imminente istanza di revisione del processo che Chico andrà a formalizzare.
di Pavlos Nerantzis
Il Manifesto, 4 aprile 2015
Ventidue detenuti politici che fanno lo sciopero della fame - oggi è il 34 esimo giorno - per l'abolizione delle carceri speciali e di un insieme di misure di emergenza rischiano la morte, mettendo a dura prova il governo di Alexis Tsipras. Sparsi in vari ospedali, cinque di loro, secondo i medici, sono in fase di de-regolarizzazione definitiva delle loro funzioni organiche, uno ha già avuto due infarti, mentre la vicenda, poco prima della pasqua ortodossa, sta offuscando la cronaca sulle trattative tra Atene e i creditori internazionali.
Tutto è cominciato il 2 marzo, quando una trentina di detenuti accusati o condannati per rapine, attentati terroristici, tutti considerati "pericolosi" dallo stato ellenico, hanno deciso lo sciopero della fame per protestare contro la "crociata antiterrorismo" degli ultimi anni, che prevede tra l' altro la detenzione dei familiari dei presunti terroristi.
In un comunicato firmato da Dimitris Koufontinas, membro dell'organizzazione 17 novembre, e Kostas Gournas, membro di Lotta Rivoluzionaria, ambedue prigionieri nel carcere speciale di Domokos, si legge che i detenuti lottano per "l'abolizione di alcuni articoli del codice penale che si riferiscono alle organizzazioni criminali e terroristiche, per la revoca della legge di emergenza che prevede misure speciali, l'abolizione dei tribunali speciali e delle prigioni di tipo Gamma, simbolo dello stato d'eccezione dei prigionieri politici".
La creazione delle carceri speciali, da parte del vecchio governo, fu la goccia che fece traboccare il vaso della protesta contro un sistema penitenziario anacronistico e repressivo. Maltrattamenti, pestaggi, torture sono all'ordine del giorno nelle prigioni greche, tra le più sovraffollati d'Europa. Non solo: la mancanza del personale medico, la sporcizia nelle celle e negli spazi comuni - non a caso epatite e altre malattie sono molto diffuse - ma soprattutto il regolamento disciplinare, che si fa sempre più rigido, danno l'immagine di un vero e proprio inferno, non degno né della storia né della civiltà ellenica. Non a caso ogni anno non sono pochi i detenuti che decidono di mettere fine alla loro vita. L'ultimo è stato un pakistano che si è impiccato il 24 marzo proprio nello stesso carcere dove sono rinchiusi Koufontinas e Gournas.
Centinaia sono in attesa del processo, visto che secondo la legislatura greca, una persona può essere detenuta fino a 18 mesi prima di essere processata. Che la situazione sia disumana lo dimostrano i frequenti scioperi della fame, le rivolte, le fughe, ma pure le statistiche e le condanne della Grecia da parte della Corte europea dei diritti umani.
Nel 2014 i reclusi nelle prigioni greche, che al massimo possono ospitare 9 mila persone, erano 2700. Più della metà sono extracomunitari e la maggioranza è arrestata perché ha tentato di entrare clandestinamente in territorio ellenico oppure per delitti legati all'uso di droga. In condizioni di lusso, invece, vivono i detenuti neonazisti di Alba Dorata e personaggi politici condannati per corruzione.
Il governo di Antonis Samaras non solo non ha fatto nulla per migliorare la situazione, ma ha creato le carceri speciali. Il pretesto è stato l'evasione, nel 2014, di Christodoulos Xiros, membro del 17 novembre, condannato a sei ergastoli e in carcere dal 2003. La sua scomparsa dopo un permesso premio per le feste di Natale (Xiros è stato arrestato di nuovo pochi mesi fa) aveva provocato dure reazioni tra i conservatori e i socialisti, finché Samaras aveva deciso di costruire il primo carcere speciale, detto Gamma, a Domokos, una cittadina a una trentina di chilometri a nord di Lamia.
I detenuti sorvegliati dai reparti delle forze speciali della polizia e da militari armati fino al collo, senza permessi di libertà, con ore d' aria quasi inesistenti, senza la possibilità di comunicare con il mondo esterno, con videocamere, porte blindate e finestre antiproiettile, vivono isolati in un carcere tutto nuovo ma medioevale, diventato il simbolo della repressione. Erano seguite proteste contro la riforma del sistema penitenziario da parte di migliaia di detenuti, mobilitazioni organizzate da gruppi anarchici e attivisti della sinistra, ma Samaras era rimasto fermo.
Nel tentativo di raccogliere voti, poco prima delle elezioni del gennaio scorso, il suo governo aveva puntato sulla sicurezza, mentre Syriza aveva promesso la chiusura immediata del carcere di tipo Gamma. Ieri il ministro della Giustizia Nikos Paraskevopoulos ha presentato un progetto di legge che prevede, tra l'altro, l'abolizione delle carceri speciali. Per alcuni detenuti politici e simpatizzanti della lotta armata non è sufficiente. Lo stesso pensano alcuni gruppi anarchici - che ieri hanno rischiato di scontrarsi con la polizia nel quartiere ateniese di Exarchia - per i quali Syriza "è sempre espressione del potere" e "nemico di classe".
Poche settimane fa gli anarchici, in segno di solidarietà ai detenuti in sciopero della fame, hanno occupato per alcune ore la sede centrale di Syriza ad Atene. Mercoledì scorso una ventina di attivisti, sono entrati nel "sagrato" del Parlamento, dove non ci sono più le barriere metalliche, per esprimere la loro solidarietà ai "compagni incarcerati in lotta".
Una protesta del tutto pacifica che ha provocato una marea di reazioni. Per Nd e Pasok "lo Stato è stato travolto", mentre nel governo ci sono due linee di pensiero: c'è chi, come il portavoce e il rappresentante parlamentare di Syriza, considera l'atto "provocatorio e incomprensibile", mentre per la Presidente del Parlamento Zoi Konstantopoulou "non c'è stata alcuna invasione".
www.contropiano.org, 4 aprile 2015
L'attivista per i diritti umani Nabeel Rajab è stato arrestato ieri in Bahrein - paese alleato dell'Arabia Saudita - per aver pubblicato alcuni tweet nei quali denunciava le pratiche di tortura utilizzate contro i prigionieri reclusi nelle carceri della piccola petro-monarchia. La moglie di Nabeel, Sumaya Rajab, ha dichiarato che venti auto della polizia si sono presentate davanti alla loro abitazione per portare l'attivista in carcere.
Rajab, che ha fondato il centro per i diritti umani del Bahrein nel 2002, era stato arrestato già a settembre quando aveva descritto su Twitter i servizi di sicurezza nel paese come "incubatore ideologico" per jihadisti. L'attivista, accusato di aver insultato le istituzioni pubbliche e l'esercito, era stato rilasciato su cauzione in attesa del processo previsto per il 14 aprile.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 3 aprile 2015
Non mi stancherò mai di denunciare come e quanto il governo Renzi si sia arreso alla magistratura in vario modo e soprattutto in modo inaspettato. Innanzitutto, ormai di prescrizione non si può più parlare, essendo stato di fatto l'istituto abolito dal governo. Infatti, l'effetto di due modifiche legislative è proprio questo: da un lato, si sono introdotte pause di sospensione del tempo deputato alla prescrizione; dall'altro, invece, aumentando a dismisura le pene previste per alcuni reati, dal momento che la prescrizione è agganciata alla previsione della pena edittale (cioè prevista dal testo di legge), la si è allungata oltre ogni immaginazione.
di Luigi Manconi
Il Foglio, 3 aprile 2015
Mercoledì scorso, nell'aula del Senato, intorno a mezzodì, un brivido ha percorso molte auguste schiene. È stato quando ha fatto irruzione rumorosamente la formula "agente provocatore". Non era la riproposizione, esausta se non folclorica, di un classico della feroce rissosità terzinternazionalista: "Taci, nemico del popolo!", "Taci tu, agente provocatore!". Niente di ciò.
di Alessandro Mantovani
Il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2015
Più ombre che luci nel testo approvato dal senato, dalla propaganda governativa a soluzioni che non convincono i pm impegnati sul campo sbattere contro il muro del Pd. di Alessandro Mantovani L'aumento delle pene per mafia, corruzione e altri reati contro la pubblica amministrazione è un ottimo spot per i tweet del "rottamatore" che fu. "Approvata legge # anticorruzione: stretta sui reati di mafia, falso in bilancio, aumentano pene per corruzione Pa # lavoltabuona", cinguettava martedì Matteo Renzi dopo il voto del Senato.
di Andrea R. Castaldo
Il Sole 24 Ore, 3 aprile 2015
Del famoso programma di Ferdinando II di Borbone "Feste, farina e forca", il Governo dimentica i primi due e applica l'ultimo. È quanto emerge dal Ddl licenziato al Senato e in viaggio alla Camera per la definitiva approvazione. Infatti, l'insieme di disposizioni in tema di reati contro la pubblica amministrazione, le associazioni mafiose e il falso in bilancio trova il denominatore comune nel generalizzato aumento delle pene e nella complessiva severità repressiva. L'equazione tra inasprimento delle pene e diminuzione dei reati è però tutt'altro che certa e comunque non automatica come si vorrebbe far credere. Del resto, fin quando la riforma delle leggi penali consisterà nell'inseguire gli umori dell'opinione pubblica, sedandoli con l'illusione del diritto penale come panacea di ogni male, i nodi che asfissiano la legalità quotidiana saranno impossibili da sciogliere. Beccaria già ammoniva sull'illusoria efficacia general-preventiva della pena, se limitata alla sola fase della minaccia e non alla sua applicazione concreta. E uno degli aspetti critici del nostro sistema penale è la tensione dialettica tra due poli contrapposti, che si elidono a vicenda: da un lato, la finalità rieducativa della pena, costituzionalmente imposta, e dunque un diritto penitenziario a essa informato, che ha reso meno afflittiva la sanzione detentiva e incerta nella reale durata; dall'altro, l'implementazione del catalogo dei reati, alcuni dal dubbio sapore offensivo e il generalizzato ricorso al carcere, specie in occasione di emergenze sociali.
di Maria Antonietta Calabrò
Corriere della Sera, 3 aprile 2015
Soro: selezionare le notizie da pubblicare. Gratteri: utili ma va trascritto solo il necessario. "Di fronte al fenomeno, sempre più diffuso, del processo mediatico, emerge con forza l'esigenza di un' adeguata selezione delle notizie da diffondere", in modo che si eviti che finiscano in pasto all'opinione pubblica "spaccati di vita privata (delle parti ma soprattutto dei terzi) del tutto estranei al tema della prova". È il Garante della privacy, Antonello Soro, a scriverlo in una lettera al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in cui chiede che vengano adottate le necessarie misure per "evitare la "pesca a strascico" nella vita degli altri".
di Domenico Cacopardo
Italia Oggi, 3 aprile 2015
Un segnale s'era avuto con l'articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere, una rimasticatura di tutti i luoghi comuni da tempo in circolazione su Massimo D'Alema. Sembrava un attacco gratuito, ma, nei fatti, era una sorta di anticipazione di ciò che sarebbe venuto dopo una settimana: il caso Cpl Concordia-Ischia. Se all'Isola del Giglio naufragò la nave Concordia, a Ischia deraglia, infatti, la cooperativa Cpl Concordia, uno dei colossi emiliani, presente in tutt'Italia e, apprendiamo ora, anche a New York.
Una questione di appalti (la metanizzazione) all'interno di un intenso rapporto corruttivo, per il momento presunto, e, quindi, oggetto di un atto di accusa (e cattura del sindaco Ferrandino). Il tutto inizia con la denuncia presentata (2013) dal presidente del consiglio comunale di Cava dè Tirreni, Antonio Barbuti che ha firma un esposto contro l'aggiudicazione di un lavoro simile alla Cooperativa Cpl Concordia. È facile immaginare che l'attività d'indagine sia consistita nell'intercettazione a tappeto di tutti coloro che operavano nella Concordia e che con la Concordia avevano rapporti.
Attraverso questo metodo è balzato agli occhi dei pubblici ministeri di Napoli quanto era accaduto e stava accadendo tra l'appaltatore e il sindaco Ferrandino. L'ordinanza con la quale la Gip Amelia Primavera dà il via alla fase attuale del procedimento (con varie restrizioni in carcere), mette in rilievo gli elementi di reato e sottolinea, tra l'altro, che "per comprendere fino in fondo e per delineare in maniera completa il sistema affaristico organizzato e gestito dalla Cpl Concordia, appare rilevante soffermarsi sui rapporti intrattenuti tra i vertici della cooperativa e l'esponente politico che è stato per anni il leader dello schieramento politico di riferimento per la stessa Cpl Concordia, che è tra le più antiche cosiddette "cooperative rosse", ovvero l'onorevole Massimo D'Alema".
Certo, si afferma subito che D'Alema è estraneo alle indagini, ma questo non è un "favore" concesso all'uomo politico, ma un deciso e inoppugnabile "disfavore", giacché è la coda avvelenata di un'altra questione a cui è sicuramente estraneo, la metanizzazione di Ischia. Lo definiamo un "disfavore" per le ragioni che sono sotto gli occhi di tutti. I media si sono impadroniti delle intercettazioni che lo riguardavano: conversazioni alle quali non ha mai partecipato, svoltesi tra altri soggetti, nelle quali si faceva il suo nome con riferimento a tre azioni della cooperativa, tre contributi annuali da 20.000 euro alla Fondazione Italiani- Europei, l'acquisto di alcune copie di un suo libro "Non solo euro", l'acquisto di 2000 bottiglie di vino prodotte dall'azienda che gestisce con la moglie.
Non c'è difesa nei confronti di questo metodo: non sei imputato e non puoi difenderti in nessuna sede giudiziaria e non hai strumenti legali di difesa nei confronti di coloro che ricevono l'indiscrezione e la pubblicano, la diffondono e la commentano. Coloro, infatti, che ne scrivono sui giornali e ne parlano sui media esercitano il diritto di cronaca e non c'è barba di giudice in Italia che abbia voglia di intervenire a tutela del "terzo" estraneo al procedimento in corso contro i responsabili della Concordia e il sindaco di Ischia. È inutile soffermarsi sulle distorsioni che provoca il mero metodo delle intercettazioni: finché il parlamento non deciderà di adottare una nuova legge organica che, senza impedire l'uso dello strumento, disciplini le posizioni "estranee", i pubblici ministeri ne dispongono legittimamente e ne disporranno.
Certo, se in alcuni nasce il sospetto che tutto sia stato voluto e che in realtà, la presenza nelle intercettazioni di un nome grosso come quello di D'Alema abbia potuto ingolosire gli inquirenti in vista del clamore mediatico del suo coinvolgimento, questo sospetto va respinto con decisione, insieme a ogni riferimento al curriculum lucano del pm Woodcock, contitolare dell'inchiesta. La questione è un'altra ed è quella posta sul tappeto.
Quello che sembra difficile accettare, è la supina, acritica funzione esercitata dai media, pronti a ripetere e ampliare le scarne (si fa per dire) informazioni diffuse, senza alcuna capacità critica o di riflessione. Per esempio la diffusione dell'istituto della fondazione, come strumento di dibattito e formazione politica, al quale contribuiscono ampiamente, nel mondo, imprenditori più o meno illuminati, più o meno interessati alle evoluzioni del clima politico, più o meno disposti ad aiutare, anche economicamente, coloro che portano avanti idee accettabili e gradite. La valutazione che l'ordinanza della Gip Primavera fa balenare è che il "sistema" (una brutta parola generica che significa tutto e il contrario di tutto, abusata in passato per la costruzione di teoremi, talora confermati, talora crollati) di sostegno a D'Alema e alla fondazione da lui presieduta fosse finalizzato all'ottenimento di aiuti illeciti.
Una tesi tutta da provare, naturalmente. Ma la semplice illazione, per la voce da cui proviene, ha una micidiale sostanza accusatoria, nei confronti della quale non c'è difesa. Gli altri due elementi, l'acquisto del libro e dei vini, sono parvità di materia, "piccolezze" direbbe un osservatore neutrale, sui quali non sembra necessario soffermarsi anche se si sono rivelate utili "ad colorandum".
Intanto, dal palazzo di giustizia partenopeo, filtra l'indiscrezione di un imminente interrogatorio di D'Alema per chiarimenti sul "sistema" e sui benefici che ne avrebbe tratto. Certo come "persona informata sui fatti", ma ciò non attenuerà, anzi accentuerà il "battage" mediatico. Una barbarie per un giurista di scuola anglosassone, difensore dei diritti del cittadino, fra i quali spicca quello alla propria onorabilità. L'assordante silenzio del Pd (e dei vari titolari di fondazioni politico-culturali) in materia non è nuovo e reitera quello del passato. Nessuno che pensi di poter cadere nella medesima inevitabile trappola. Accadrà. Accadrà.
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