di Roberto Giovannini
La Stampa, 31 maggio 2019
Il clima generale, lo Zeitgeist, ormai è chiaro: si ritorna indietro. E dunque festeggia la Lega, con in testa Matteo Salvini, e festeggia tutto il fronte proibizionista, che vede nella cannabis light l'anticamera della droga, e la porta d'accesso alla degenerazione morale.
"Siamo contro qualsiasi tipo di droga, senza se e senza ma, e a favore del divertimento sano", dice il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Esprime "soddisfazione" anche il ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana, che nel verdetto degli ermellini vede una "conferma delle preoccupazioni che abbiamo sempre manifestato in relazione alla vendita di questo tipo di prodotti". A questo punto, dice Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d'Italia, il governo deve "dare seguito a questa sentenza e chiudere immediatamente i cannabis shop. Basta perdere tempo: no alla droga, senza se e senza ma".
Una tesi che piace ad Andrea Caroppo, eurodeputato della Lega al Sud: "ora occorre chiudere negozietti e rimuovere distributori automatici, cominciando da quelli malevolmente installati vicino alle scuole". Anche Forza Italia sembra compatta a favore della svolta indicata dalla Cassazione. "È una decisione importantissima - dice il senatore azzurro Maurizio Gasparri - che può cancellare un equivoco che sta avvelenando le nostre città".
In attesa delle motivazioni della sentenza, "questo primo annuncio dà ragione e forza a chi come me ha sempre combattuto la diffusione delle droghe, pesanti, leggere o leggerissime, in tutte le sue forme". Per Annagrazia Calabria, sempre di FI, "non si possono tollerare zone d'ombra che in qualche modo legittimino la subcultura dello sballo".
E anche nel Partito democratico c'è chi, come Stefano Pedica, plaude alla sentenza "che di fatto è uno stop alla vendita della cosiddetta cannabis light", perché "non ci sono droghe di serie A e B. Sono tutte pericolose". Concordano Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, che manifesta "grande soddisfazione", oltre che Toni Brandi e Jacopo Coghe, organizzatori del Congresso di Verona e presidente e vice presidente di Provita e Famiglia.
Un po' curiosamente, va detto, la maggior parte delle reazioni di chi critica la Cassazione non riguardano l'omologazione della cannabis (legale, anche in versione non light, in metà degli Usa e in tanti paesi Ue) con la droga. Tantomeno il fatto che sia legale la vendita di superalcolici, che lo Stato lucri sulla vendita di un prodotto mortale come le sigarette, o che il vicepremier con il rosario proponga di riaprire le case chiuse.
I più invece stigmatizzano il danno economico procurato dalla sentenza ai coltivatori e ai commercianti che hanno aperto i negozi. I Radicali esprimono così timore per "una sentenza "politica", in linea con il volere di un ministro che ha annunciato un'offensiva contro la cannabis light", e rilevano che si colpisce "uno dei più promettenti settori dell'agricoltura".
"Si cancella o si condanna al mercato nero un settore in espansione lungo tutta la filiera, dalla coltivazione alla commercializzazione; e in tutta la filiera si cancellano decine di migliaia di imprese e posti di lavoro regolari", afferma il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova. Sulla stessa linea c'è la maggioranza delle voci del Partito democratico: per il deputato Andrea Romano, la sentenza "rischia di rappresentare una pietra tombale per un settore in piena espansione".
Per l'altra deputata dem Giuditta Pini, con lo stop ai negozi "migliaia di giovani imprenditori che hanno investito i loro risparmi in aziende agricole e nel commercio rischierebbero la chiusura, migliaia di persone rischierebbero il posto di lavoro, e un mercato legale che stava sottraendo proventi alla criminalità organizzata diventerebbe illegale e invisibile".
Propone un'azione più incisiva invece il deputato radicale di +Europa Riccardo Magi. "All'Italia non serve una caccia alle streghe che allarga il mercato criminale. Serve una legge che legalizzi la cannabis e i suoi derivati. I numeri (senza "vincolo di mandato") ci sono. Bisogna subito costituire un intergruppo parlamentare. Da domani vediamo chi ci sta". Chi sa che faranno i Cinque Stelle: ieri sull'argomento cannabis solo un imbarazzato silenzio.
ternitoday.it, 31 maggio 2019
Misure alternative alla detenzione ed economia carceraria al Centro di Palmetta. Il primo giugno la città è invitata a conoscere il progetto Orto21 al Centro di Palmetta. Si terrà sabato 1 giugno presso il Centro di Palmetta la seconda giornata d'apertura di Orto21, l'iniziativa di agricoltura sociale promossa da Associazione Demetra in collaborazione con la Casa Circondariale di Terni. La giornata sarà l'occasione per presentare alla città i lavori svolti finora e per scoprire e approfondire insieme le tematiche legate all'economia carceraria e alle misure alternative alla detenzione.
Alla scoperta dell'orto sinergico e di progetti virtuosi di economia carceraria - Si inizierà alle ore 17:00 con un confronto sulle misure alternative alla detenzione alla presenza -tra gli altri-di Stefano Anastasia, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà per l'Umbria e il Lazio.
Il programma prosegue poi con una passeggiata insieme ai beneficiari del progetto Orto21 alla scoperta dell'orto sinergico e con la presentazione delle "buone pratiche" di economia carceraria, dove saranno ospiti l'Azienda Agricola Capanne, la Cooperativa le Lazzarelle e il birrificio Vale la Pena, tutti esempi di realtà di successo in grado di offrire nuove opportunità di vita e lavorative ai detenuti attraverso l'avvio di progetti imprenditoriali virtuosi.
Infine, grazie alla collaborazione con "Blob pratiche di evasione" e al "Csa Cimarelli", sarà presentato per la prima volta a Terni "L'Organizzazione", ultima fatica nonché primo romanzo di Cannibali e Re, collettivo che si pone l'obiettivo di rilanciare l'interesse, la partecipazione, l'amore per la Storia attraverso il proprio progetto narrativo.
Il network di Orto21 - Il Progetto Orto 21 è finanziato dalla Chiesa Evangelica Valdese, dalla Regione Umbria e da alcuni donatori privati. Partner e sostenitori del progetto sono la Casa Circondariale di Terni, Ass. Ora d'Aria, Associazione Culturale Zoe, Associazione San Martino, Mercato Brado, Cmt Cooperativa Mobilità Trasporti Soc. Coop., Baronci srl, General Montaggi srl, Iosa srl, Secur3Level e alcune aziende agricole locali.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 31 maggio 2019
Corte di cassazione - Sentenza 30 maggio 2019 n. 24141. L'usurpazione del "modello comunitario" da parte di una azienda di abbigliamento è perseguibile d'ufficio. Quindi, la remissione della querela da parte della azienda che deteneva la proprietà del "titolo industriale" non blocca l'azione. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza n. 24141 di ieri, segnalata per il "massimario". È stato così respinto il ricorso degli amministratori delegati di due società: la prima, italiana, attiva nella vendita all'ingrosso di calzature; la seconda, greca, utilizzata per l'importazione delle calzature. Entrambi erano stati condannati a 2 mesi e 15 gg di reclusione, oltre a 1.200 euro di multa ciascuno, per aver, al fine di trarre profitto, prima introdotto nel territorio italiano e poi venduto calzature in gomma "realizzate usurpando il modello di scarpe comunitario n. 00812698-0006, registrato regolarmente il 22 ottobre 2007" da un'altra azienda. Proposto ricorso, i due manager avevano sollecitato la dichiarazione di estinzione del reato per remissione di querela. Ma la Cassazione l'ha respinto.
La Suprema corte ricorda che la querela è prevista soltanto per la fattispecie regolata dal 1° comma del 517-ter (rubricato "Fabbricazione e commercio di beni realizzati usurpando titoli di proprietà industriale"). Vale a dire, il caso di "fabbricazione" o "utilizzo industriale" di beni realizzati mediante "l'usurpazione o comunque la violazione di un titolo di proprietà industriale". Ma non per la fattispecie di cui al comma 2 che, con riguardo ai "medesimi beni", sanziona le differenti condotte della "introduzione nello Stato, della detenzione per la vendita, o comunque del porre in vendita" la merce, richiedendo inoltre anche il "fine di trarne profitto".
Le due fattispecie dunque "risultano accomunate dall'oggetto materiale del reato, individuato nei beni realizzati usurpando un titolo di proprietà industria e o in violazione di esso, ma differiscono per il comportamento materiale dell'agente". Un altro elemento comune, precisa la Corte, è ravvisabile nel trattamento sanzionatorio. Le due fattispecie, però, differiscono "per il regime della procedibilità".
Soltanto il 1° comma infatti dispone che il reato sia procedibile a querela della persona offesa, "mentre un'analoga specificazione non si rinviene nel comma 2". "Né - conclude la decisione - può sostenersi che la procedibilità a querela sancita dal comma 1 si estenda implicitamente al comma 2, dovendosi evidenziare che di regola l'azione penale è esercitata d'ufficio, qualora non sia necessaria una condizione di procedibilità, cioè la querela, la richiesta, l'istanza o l'autorizzazione a procedere".
di Andrea Gianni
Il Giorno, 31 maggio 2019
Per 24 ore alla settimana lavorano fuori dal carcere di Opera, maneggiando carichi di paraffina che poi viene utilizzata nella "tecnologia del vetrino". Cercano di lasciarsi alle spalle un passato violento. Trascorsi criminali, sangue e dolore provocato, anni di reclusione. Carlo Sbona, "imprenditore-scout" milanese, ha scelto di offrire un'occasione di riscatto a detenuti in "articolo 21", assegnati al lavoro esterno nella cooperativa sociale Trasgressione.net fondata dallo psicologo Angelo Aparo. Li accoglie nell'azienda dove vengono prodotti strumenti per l'anatomia patologica, fondata nel 1977 in via San Faustino, quartiere Ortica.
Da qualche mese sono al fianco dei 52 dipendenti Alessandro Crisafulli e Roberto Cannavò. Il primo - tra gli anni '80 e '90 controllava le piazze dello spaccio milanesi - sta scontando una condanna all'ergastolo per due omicidi e altri reati. Cannavò l'8 giugno 1992, per un regolamento di conti uccise a colpi di pistola un venditore ambulante, Agatino Razzano, al mercato di Moncalieri, alle porte di Torino. "L'esperienza finora è stata molto positiva - racconta Sbona - i detenuti hanno voglia di mettersi in gioco e li impieghiamo a turno in un magazzino dove vengono stoccati e lavorati grossi carichi di paraffina che arriva dalla Germania. È un vantaggio anche per noi, perché non è facile trovare qualcuno che voglia fare un lavoro manuale e ripetitivo. Nella nostra ditta lavorano persone provenienti da tutto il mondo, dal Pakistan, dal Senegal o dalle Filippine. Crisafulli e Cannavò forse sono gli unici italiani".
Presto l'esperienza potrebbe andare oltre perché Carlo Sbona, da decenni impegnato nel sociale con gli scout Agesci e Libera, si è reso disponibile ad affidare tutto il "ciclo della paraffina" alla coop Trasgressione.net, intenzionata ad aprire un'officina esterna per lavorazioni conto terzi. L'area è già stata individuata, uno stabile in viale Abruzzi a Peschiera Borromeo che verrebbe concesso dal Comune. "Il lavoro è solo una parte del nostro progetto perché il laboratorio, assieme all'attività di vendita di frutta e verdura che già svolgiamo, ci permetterebbe di sostenerci economicamente", spiega Aparo, da oltre vent'anni in prima linea per il recupero dei detenuti nelle carceri di Opera, Bollate e San Vittore con il Gruppo della trasgressione, che ha visto tra i primi partecipanti il manager Sergio Cusani, quando era in cella per la maxi-tangente Enimont.
"A Peschiera Borromeo vogliamo lanciare un progetto per la prevenzione del degrado - racconta - aprendo nello stesso stabile un centro per sviluppare la creatività dei giovani. I detenuti, che girano già nelle scuole lombarde, si spenderebbero contro bullismo, tossicodipendenza e criminalità".
Un sogno che, però, rischia di scontrarsi con la realtà. Il vecchio furgone a gasolio che la coop usa per trasportare frutta e verdura nei mercati e nei ristoranti milanesi presto non potrà più circolare nella nuova Ztl Area C: servono 40mila euro per acquistare un nuovo mezzo, indispensabile per il "braccio economico" del Gruppo della trasgressione.
"Ho trascorso 25 anni della mia vita in carcere - racconta Crisafulli - e adesso, all'età di 54 anni, mi trovo senza competenze, anche se a Opera ho studiato e mi sono avvicinato alla cultura. È difficile ricostruirsi una vita. Il male che abbiamo fatto non si cancella, ma vogliamo provare a migliorare il nostro futuro e aiutare i ragazzi a non seguire strade sbagliate".
di Antonio Giordano
livesicilia.it, 31 maggio 2019
A lanciare la denuncia l'Osservatorio per i diritti umani e l'Onlus "Sicilia Risvegli". Un piantone li blocca, i familiari non possono vedere un parente finito al pronto soccorso. Il giorno dopo la scoperta: l'uomo, detenuto al carcere di Floridia, è in coma da dieci giorni e li ha passati chiuso in una cella con un altro detenuto. La denuncia arriva dall'Osservatorio per i diritti umani e da Sicilia risvegli, che parlano di un caso accaduto a un catanese di cinquant'anni. L'appello delle onlus: "Lotta tra la vita e la morte, scarcerare immediatamente".
A raccontare la vicenda è Alessio Di Carlo, avvocato che si occupa della vicenda per conto di Sicilia risvegli e Oidu: "Nella seconda settimana di maggio i familiari hanno avuto notizia che il loro parente non stava bene e lo hanno raggiunto al pronto soccorso di Siracusa, ma qui si sono trovati davanti un agente che non li ha fatti entrare". Il giorno seguente i parenti sono tornati e solo allora, prosegue il racconto di Di Carlo, "hanno saputo che era ricoverato in terapia intensiva, perché nei dieci giorni precedenti stato colpito da un ictus".
Il detenuto, secondo quanto riferisce l'avvocato, sarebbe caduto in coma ma sarebbe stato tenuto dentro una cella insieme a un altro detenuto, e in queste condizioni sarebbe caduto dal letto rompendosi un dito. Da quando è ricoverato, è tenuto in coma farmacologico, una condizione che negli ultimi giorni, secondo quanto riferito dal legale, sarebbe peggiorata. "Sarà importante capire cosa è successo - dice Di Carlo - sappiamo che in passato il detenuto aveva avuto problemi simili ma si deve capire il motivo per cui in quei dieci giorni è stato tenuto in cella".
"Si sta gravemente pregiudicando e offendendo la dignità di un essere umano", Sicilia Risvegli, una delle Onlus che hanno sollevato il caso, scrive in un comunicato che "dalle informazioni ricevute pare che nonostante le gravissime ed estreme condizioni di salute il detenuto sia stato portato in ospedale dopo dieci giorni.
Sul perché di questo ritardo nei soccorsi - si legge ancora nel comunicato - ci impegneremo affinché verranno fatti gli opportuni accertamenti e verificate eventuali responsabilità". L'associazione prosegue scrivendo che "si sta gravemente pregiudicando e offendendo la dignità di un essere umano, che ancora oggi risulta detenuto nonostante versi in uno stato assolutamente incompatibile con la detenzione.
Le sue condizioni attuali - prosegue il comunicato - sono gravissime, si trova in stato vegetativo persistente, con minima risposta. Sicilia Risvegli Onlus lancia un immediato appello al magistrato di sorveglianza competente per scarcerarlo immediatamente senza perdere altro tempo".
riminitoday.it, 31 maggio 2019
L'ufficio istituito dal Comune per promuovere iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani e dell'umanizzazione delle pene. Con l'ultimo giorno del mese di maggio scade il mandato triennale a Ilaria Pruccoli, il "Garante per i diritti delle persone private della libertà personale", che, nel marzo del 2016, era stata nominata con una Delibera del Consiglio Comunale che l'aveva votata con la maggioranza assoluta. Quelle del "Garante per i diritti delle persone private della libertà personale", sono funzioni specifiche previste da un regolamento approvato nel 2014, che ne disciplina l'esercizio delle funzioni, i requisiti, le modalità per l'elezione ed i profili operativi inerenti la sua attività.
Funzioni diverse che hanno consentito a Ilaria Pruccoli, in questi ultimi tre anni, di lavorare per migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale delle persone private della libertà, detenute sul territorio del Comune di Rimini. In particolare il lavoro svolto è stato orientato a garantire i diritti delle persone presenti presso la Casa Circondariale di Rimini, mediante la promozione di iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani e dell'umanizzazione delle pene.
Un lavoro svolto in accordo con l'Amministrazione comunale, finalizzato ad affermare il pieno esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile, in collaborazione con le associazioni e gli organismi operanti per la tutela dei diritti della persona, per diffondere la cultura della legalità anche e soprattutto attraverso la sensibilizzazione del tema carcere e delle sue problematiche.
"Ci tengo a ringraziare in modo particolare Ilaria Pruccoli per il prezioso lavoro che ha svolto in questi anni - ha dichiarato la vicesindaco Gloria Lisi - Un impegno importante, portato avanti con serietà, insieme all'Amministrazione, che ha consentito di realizzare progetti e servizi a beneficio non solo dei detenuti ma, più in generale, di tutta la comunità riminese.
Sono tante le attività culturali ed educative promosse anche dalle associazioni di volontariato, che si occupano di dare informazioni oppure di mettere in campo attività formative e professionali rivolte ai detenuti. Credo che la realtà del carcere, con tutte le sue problematiche e le sue opportunità, non debba essere considerata come una dimensione avulsa dal resto della città, ma una parte di essa che va conosciuta e considerata. In questo senso le funzioni del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale, sono fondamentali. Un ruolo, istituito nel Comune di Rimini nel 2014 che, con il Consiglio Comunale, provvederemo a rinominare come prevede il regolamento".
di Roberto Saviano
La Repubblica, 31 maggio 2019
Finora la Marina militare aveva sempre risposto alle chiamate di naufraghi in difficoltà. Oggi le cose in Italia non sono facili e quindi è proprio oggi che dobbiamo amare il nostro Paese, rispettarlo, dobbiamo dialogare, confrontarci, litigare sapendo che il suolo che calpestiamo ci restituirà solo ciò che avremo seminato e curato.
Ogni parola è un seme, ogni ragionamento è un seme e noi italiani restiamo quello che siamo sempre stati: persone fatte di terra e mare. Conosciamo il mare, gabbia e occasione, limite e infinito, siamo uomini e donne di mare. Ecco perché, quando già l'Europa trattava l'immigrazione come un problema, l'Italia continuava a salvare vite in mare. E le salvava perché un uomo, una donna, un bambino che dall'Africa prendono il mare per venire in Italia, se in pericolo, non sono migranti, ma naufraghi. È la legge eterna del mare: ogni naufrago va tratto in salvo. Sempre.
Qualcuno mi dirà, non possiamo salvarli tutti noi. Se nessun altro li salva, vi rispondo, allora li salveremo noi! Esistono le Zone Sar (Search and Rescue, ovvero "ricerca e salvataggio") di competenza dei diversi paesi, perché dovremmo farci carico di recuperare i naufraghi anche laddove non sarebbe di nostra competenza? Perché per prima cosa dobbiamo rispettare la vita umana, è una regola universale alla quale se ci sottraiamo iniziamo a modificarci. Lasciare che una persona anneghi significa perdere qualsiasi cosa abbiamo raggiunto. Empatia, leggi, diritti, morale, convivenza. Perdiamo tutto. Non è sentimentalismo, è misura di ciò che sta accadendo. Non possiamo sottrarci dal salvare le persone in mare perché ogni vita perduta, quando poteva essere salvata, è sofferenza che si moltiplica, è odio. E l'odio diventa rancore, e il rancore vendetta.
Ma non possiamo accoglierli tutti, mi direte. Manca il lavoro per noi, come possiamo farci carico di centinaia di migliaia di persone in cerca di un futuro migliore? Ma noi non dobbiamo accoglierli tutti: noi dobbiamo salvarli tutti, è nostro dovere farlo. Non facciamoci fregare dalla propaganda: salvare e accogliere sono due cose diverse, due momenti diversi che possono e devono essere gestiti in maniera diversa. Il salvataggio risponde a una necessità immediata, non c'è tempo per la strategia. L'accoglienza viene dopo e su quella si può discutere e cambiare passo, ma senza mettere in dubbio la necessità di salvare. Anzi, direi, senza mettere in discussione il diritto che noi italiani abbiamo, il privilegio che viviamo nel salvare vite umane. Salvare vite è come donare vita, come è accaduto che lo abbiamo dimenticato? Qualcuno oggi pensa di poter girare la faccia davanti a queste storie, pensa che tutto sommato la quotidianità sia già così difficile che non serve complicarsi la vita con questo strazio; non invidio queste persone perché per loro il risveglio sarà ancora più duro. E non le invidio perché non sanno quanto l'Italia abbia fatto la differenza, perché non sanno che l'Italia non ha mai girato le spalle a chi, in pericolo, chiedeva aiuto.
Mi sono sentito orgoglioso di essere italiano quando ho visto il lavoro titanico che la Marina militare italiana ha sempre fatto, prima da sola, poi con l'Europa ma da capofila, poi insieme alle Ong, poi di nuovo da sola. Sono orgoglioso dei pescatori italiani che, nonostante andassero incontro a sanzioni gravose e al sequestro delle loro imbarcazioni che sono per loro sopravvivenza stessa, hanno sempre obbedito alla legge del mare, quella legge che impone di prestare soccorso a chiunque si trovi in pericolo tra le onde, a qualunque costo e senza pensare alle conseguenze. "Noi gente in mare non l'abbiamo lassata mai!": questo era il principio dei pescatori lampedusani e a questo principio non si sono sottratti; se l'avessero fatto, avrebbero negato ogni singola parte della loro vita.
Ma le cose sono cambiate ora, dirà qualcuno tra voi. Oggi la Marina sta agendo diversamente, direte. Sappiamo che il 23 maggio scorso, e lo sappiamo dagli unici testimoni rimasti nel Mediterraneo a darci queste informazioni, ovvero le Ong, un uomo è morto durante un'operazione di salvataggio, anzi, prima ancora che l'operazione iniziasse. Nel video girato da un velivolo della Sea-Watch si vede un gommone in avaria che sta imbarcando velocemente acqua. La Sea-Watch contatta prima la Guardia costiera libica che non risponde e poi la nave della Marina militare italiana Bettica, che si trova a meno di trenta miglia dal gommone.
Improvvisamente e per quasi un'ora le comunicazioni tra la Marina militare italiana e la Sea-Watch si interrompono, quando riprendono la Bettica avverte che la Guardia costiera libica si sta recando sul posto. È prassi che la Guardia costiera libica non risponda alle richieste di soccorso. È prassi che i salvataggi siano fatti all'unico scopo di riportare i migranti nei campi di prigionia libici dove ricomincia il loro calvario, dove vengono torturati e dove viene estorto loro denaro: ogni migrante preso dalla Guardia costiera libica è guadagno doppio per i trafficanti (che, detto per inciso, non sono le Ong ma la guardia costiera libica finanziata dall'Italia e dall'Europa) che li lasceranno tornare nel loro paese solo in cambio di denaro.
È ormai appurato che la Libia non è un porto sicuro. E allora perché la nave della Marina militare italiana Bettica non è intervenuta? Perché si infanga l'onore (che bella parola quando porta con sé il rispetto per la vita umana) dei militari della Marina che hanno sempre, secondo coscienza, risposto prima ancora che alle convenzioni internazionali, che pure stabiliscono il dovere di salvare vite, alla superiore e universale legge del mare? Oggi possiamo dividerci su tutto, ma non sulla necessità e sul dovere di salvare vite. Quando un uomo, una donna o un bambino sono in pericolo in mare, noi abbiamo il dovere di salvarli e se l'alternativa è la Libia, dobbiamo essere consapevoli che li stiamo condannando all'inferno. Per sfuggire a questo ragionamento, la propaganda inventa scorciatoie ridicole ma funzionanti: parole da buonista, parli bene dall'attico a Manhattan; si bersaglia chi racconta, non il racconto, perché quello è oggettivo e non può essere messo in discussione. Ma quell'uomo che annega è vita reale, non la finzione spacciata per realtà sui social.
Facile dire la solita balla buonista parli tu dall'attico a Manhattan... no, parlo da meridionale, nato e cresciuto nelle terre più martoriate d'Italia, più saccheggiate, terre dimenticate da Dio e dagli uomini, ma non dai politici avvoltoi e sciacalli. Quelli, di noi meridionali, non si dimenticano mai. Promettono acqua agli assetati e intanto condannano le nostre anime per l'eternità. Parlo da uomo che non può accettare che il confine tra la vita e la morte sia una linea convenzionale e invisibile tracciata nel mare. Ciò che resta, alla fine di tutto, è l'onore. L'onore riscattato dal significato abusivo che ne danno le mafie per indicare nell'uomo d'onore l'affiliato. Onore inteso come rispetto dei nostri principi umani più profondi al di là delle conseguenze, nonostante le conseguenze.
Onore è ciò che permette ancora di guardarci l'un l'altro e di sapere che io mi posso fidare di te perché tu ti puoi fidare di me, qualunque sia la tua condizione sociale, qualunque sia il luogo da cui provieni, il tuo quartiere, la tua religione e il colore della tua pelle, la tua condizione sociale, il tuo lavoro, il tuo conto in banca, la scuola che frequenta tuo figlio, il lavoro che fai. È facile: se mentre tu soffri e muori io giro lo sguardo dall'altra parte, se io soffrirò e rischierò di morire mi ripagherai con la stessa moneta. Salvare per essere salvati. Salvare per salvarsi: nel nostro mare, se smettiamo di salvare, finiremo annegati noi.
La Repubblica, 31 maggio 2019
Oggi l'Università di Parma è entrata in carcere, con un Open Day dedicato ai detenuti. Obiettivo dell'incontro, che si è svolto questa mattina agli Istituti penitenziari di via Burla, era di informare le persone detenute sulla possibilità di iscriversi all'Università di Parma, scegliendo tra i tanti corsi di studio proposti grazie al supporto che lo stesso Ateneo offre.
Dopo i saluti istituzionali da parte di Sara Rainieri, Pro Rettrice alla Didattica, Brunella Marchione e Sara Cametti della U.O. Comunicazione Istituzionale hanno illustrato agli oltre 50 detenuti presenti l'organizzazione dell'Università di Parma e l'ampia offerta formativa. A seguire, docenti di diverse aree hanno presentato i propri ambiti di insegnamento con brevi Seminari in pillola.
L'incontro, cui ha partecipato il Direttore reggente degli Istituti penitenziari di Parma, dott.ssa Lucia Monastero, è stato organizzato anche grazie al coordinamento della dott.ssa Annalisa Andreetti, Responsabile amministrativa dell'Ateneo per le attività negli Istituti Penitenziari. L'intento di fondo dell'Open Day non è stato solo quello di fornire informazioni tecniche su quali lauree e quali corsi si possano seguire, ma soprattutto di sensibilizzare le persone detenute sull'importanza dello studio, per un possibile lavoro futuro e più in generale per migliorare il proprio percorso personale, dotandosi di strumenti culturali e coltivando i propri interessi.
I Seminari in pillola, tenuti da docenti di materie molto diverse, dalla zoologia alla filosofia, dalla biologia alla letteratura, oltre a sollecitare grande interesse da parte dell'uditorio, hanno mostrato come ogni tipo di conoscenza serva per rispondere a questioni che riguardano la vita di ogni giorno, e ciò che tocca le persone in prima persona e da vicino.
Nel corso della mattinata è stata presentata la possibilità offerta dall'Ateneo di approfondire tanti tipi di discipline (dalle scienze naturali a quelle sociali, dalle lettere alle arti) con modalità diverse: dalla normale iscrizione ai corsi triennali, per conseguire la laurea, sino alla fruizione di singoli insegnamenti universitari, per arricchire il proprio curriculum anche senza arrivare a una laurea. Dopo la stipula dell'accordo con gli Istituti penitenziari di Parma presentato il 4 dicembre 2018, l'Università di Parma sta lavorando alla costituzione di un vero e proprio Polo Universitario Penitenziario, che prevede lo sviluppo di diverse modalità di supporto agli studenti detenuti: dal tutoraggio in carcere ai colloqui con docenti, dai seminari con studenti iscritti alle facilitazioni per il pagamento delle tasse.
cn24tv.it, 31 maggio 2019
Il rispetto verso le attività di studio, veicolo di crescita personale e sociale, si manifesta anche attraverso la cura dei luoghi in cui queste attività si svolgono. Nel carcere di Catanzaro la mattina del 29 maggio è stato inaugurato il reparto scolastico e trattamentale Alta sicurezza. "Un evento che è il frutto del lavoro dei detenuti, i quali con la loro attività hanno reso possibile la fruizione di luoghi non utilizzati per anni" ha spiegato il direttore Angela Paravati, consegnando a ciascuno dei ristretti un encomio, che sarà inviato alla magistratura di sorveglianza quale elemento di valutazione, ed una nota di apprezzamento al coordinatore del reparto, l'ispettore Giacinto Longo.
"Abbellire e ripulire l'ambiente è un'attività che può accompagnare la pulizia dell'anima" ha commentato il vescovo di Catanzaro Vincenzo Bertolone, che ha proceduto al taglio del nastro e benedetto i nuovi luoghi di formazione allestiti presso la Casa Circondariale: aule scolastiche per la scuola primaria e secondaria, ma anche laboratori di sartoria, musica, informatica ed una palestra. Presenti anche il vicedirettore Emilia Boccagna, il personale di polizia penitenziaria ed il personale educativo, i magistrati di sorveglianza Laura Antonini e Angela Cerra, il preside del Centro provinciale per l'istruzione degli adulti Giancarlo Caroleo, il direttore dell'ufficio detenuti del Provveditorato regionale Giuseppa Irrera e l'ingegnere Rosario Focà, dell'ufficio tecnico.
La mattina si è conclusa con l'offerta di un buffet realizzato dal laboratorio di pasticceria gestito all'interno del carcere dai detenuti ed il finale dell'evento è stato allietato dalla musica dell'oboe di un detenuto. Realizzare queste aule è stata una concreta manifestazione dell'impegno da parte dei detenuti a partecipare al percorso trattamentale: chi studia, lavora, cucina, suona uno strumento musicale ha una possibilità in più di avere già "dentro" una vita diversa.
di Alessandro Fulloni e Annalisa Grandi
Corriere della Sera, 31 maggio 2019
L'allerta lanciata da diverse associazioni: "A bordo è morta una bimba". Ma dopo il soccorso, la Marina precisa: "Nessuna vittima a bordo". E Saving Humans corregge il tiro: "Si rischiava l'ennesima strage". Trenta: "Le nostre navi non si tirano indietro".
Una "cronaca" in diretta che finisce passate le tredici, quando al termine del soccorso al gommone in difficoltà - con 100 migranti a bordo - nel canale di Sicilia la Ong Saving Humans twitta queste parole: "Apprendiamo con gioia che non ci sarebbe nessuna vittima a seguito della situazione di pericolo che da ieri era segnalata e che rischiava di diventare l'ennesima strage. Siamo grati all'equipaggio e al comandante della nave della Marina militare P490 Cigala Fulgosi per aver operato il soccorso".
Dopo il ringraziamento però arriva il rilancio delle accuse, sia pure "smorzate" rispetto a poche ore prima. "Non comprendiamo - aggiunge la Ong in un altro tweet - perché si sia aspettato tanto, mettendo in grave pericolo queste persone. Chiediamo ora che vengano sbarcate in un porto sicuro, e protette. Vengono dall'inferno libico, hanno già patito abbastanza".
Parole che arrivano ibn conclusione di una mattinata che ha visto una polemica rovente attorno agli orari del soccorso condotto dal pattugliatore Cigala Fulgosi. Saving Humans - forte anche di alcuni tweet di "Alarm Phone", il "centralino" di emergenza delle Ong - sosteneva che sul gommone fosse morta una bimba di cinque anni.
Ma la Marina, terminato l'intervento, è stata netta. "Non risulta alcuna persona deceduta a bordo" sono le parole tranchant di un comunicato ufficiale al termine dell'operazione in acque internazionali, a circa 90 miglia a Sud di Lampedusa, che ha portato al salvataggio di 100 persone, tra cui 17 donne e 23 minori, salite sulla nave Cigala Fulgosi. Nel pomeriggio il Viminale ha indicato Genova come porto di approdo dei naufraghi.
Questi i fatti. Erano circa le 9 di giovedì mattina quando la Cigala Fulgosi è intervenuta in soccorso dei migranti. L'intervento è stato deciso perché le condizioni meteo erano in peggioramento; l'imbarcazione inoltre si trovava senza motore ed era in precarie condizioni di galleggiamento. A bordo soltanto "una decina di persone - è ancora il comunicato della Marina - era provvista di salvagente individuale".
"Alarm Phone" - che da mercoledì pomeriggio aveva segnalato l'emergenza - ha parlato di una bambina che sarebbe morta. "Sappiamo chi poteva salvarla e non l'ha fatto" è stato il durissimo tweet di Saving Humans. Alla Ong però ha ribattuto il ministro dell'Interno Salvini: si tratta di "accuse infondate e diffamatorie contro i nostri uomini e donne della Marina" che "hanno soccorso chiunque fosse a rischio".
"Le persone sono in grave pericolo - aveva scritto nella mattinata di giovedì su Twitter Alarm Phone, che era in contatto con i migranti a bordo - e sono ancora abbandonate in mare. Non c'è alcun soccorso in vista anche se da bordo vedono un elicottero. Alle 23,47 ci hanno detto che un lato del gommone si è sgonfiato e sta entrando acqua. Non hanno più carburante e sono alla deriva". Ma poi, come detto, la nave della Marina ha prestato il soccorso.
Tra mercoledì notte e giovedì mattina le Ong avevano ripetuto: "Le persone a bordo sono in grave pericolo - si leggeva sul Twitter di Alarm Phone - ci sono 15 bambini, il più piccolo di nove mesi. Temono possono morire di ipotermia". "Chi è a bordo ci ha contattato di nuovo - si leggeva ancora in un tweet delle prime ore del mattino - Vedono un elicottero volare intorno a loro ma non vedono alcuna imbarcazione. Ci chiedono se siamo a conoscenza di una possibile operazione di soccorso in arrivo, ma anche noi non sappiamo nulla". E ancora, sempre Alarm Phone: "I #migranti riferiscono che una bambina di 5 anni è morta a bordo. Alle 8.25h ci hanno detto che l'elicottero era ancora lì e di poter stabilire che la nave è un'imbarcazione militare. Siamo quasi certi che sia la P490 dell'ItalianNavy. Deve prestare soccorso immediato!".
A proposito della morte della bimba, la Ong Mediterranea Saving Humans twittato a metà mattinata: "A 24h da prima segnalazione, dopo appelli della società civile, @ItalianNavy sembra operare soccorso. La nave P490 Cigala Fulgosi è sempre stata a poca distanza, ma ha aspettato. Se confermata morte di bimba di 5 anni tra naufraghi, sappiamo chi poteva salvarla e non l'ha fatto". Ma infine, appunto, è arrivato il comunicato della Marina per la quale a bordo non ci sono vittime.
"Non permetto a nessuno di dire che la nostra Marina Militare abbia ignorato il soccorso di persone in pericolo di vita. A nessuno, sia molto chiaro! E lo dico perché oggi qualche quotidiano e una Ong hanno alluso a questo, lasciando intendere che una nave militare italiana non sia intervenuta per salvare un barcone di migranti diretto verso le coste italiane". Lo ha scritto su Facebook il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta.
"È - ha aggiunto - del tutto falso e strumentale! Quando è arrivato l'allarme ai nostri uomini, la nave italiana si trovava a 80 chilometri di distanza, praticamente 2 ore di navigazione dal barcone, localizzato invece in acque di responsabilità libica. Si è deciso di inviare dunque, immediatamente, un elicottero, perché quando c'è da salvare vite umane i nostri non si sono mai tirati indietro. Anzi".
La Guardia costiera libica aveva tentato di salvare il gommone alla deriva ma una sua motovedetta ha avuto un guasto e ha dovuto delegare il compito alla Marina italiana. Lo ha riferito il portavoce della Marina libica, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem. "Avevamo ricevuto richieste di soccorso ieri mattina", ha detto Ghasem all'Ansa. "Una motovedetta della Guardia costiera libica è uscita immediatamente per salvare i migranti ma è andata in panne prima di raggiungerli e abbiamo informato la parte italiana della situazione affinché agisse", ha aggiunto il portavoce della Marina, da cui in Libia dipende la Guardia costiera.
"Ci coordiniamo con la controparte italiana e abbiamo seguito con loro le operazioni di soccorso che hanno avuto luogo stamattina", ha detto ancora Ghasem al telefono. "La parte italiana è al corrente del guasto che ha avuto la nostra motovedetta", ha detto l'ammiraglio sottolineando che "ci sono accordi con gli italiani" per la "riparazione delle motovedette" libiche, "che sono vecchie".
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