di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 15 luglio 2019
Braccio di ferro giudiziario sul futuro dell'eritreo ingiustamente scambiato per un trafficante di uomini. La sentenza prevede la sua espulsione, il Viminale lo detiene in un centro per i rimpatri, ma lui ha presentato richiesta di asilo e non può essere rimandato nel suo paese dove rischierebbe la vita.
Il trafficante non è lui, e questo - almeno per il momento - lo ha accertato la Corte d'assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto. Ma adesso sul futuro di Medhanie Tesfamariam Behre, così si chiama il falegname eritreo che, per più di tre anni è rimasto in carcere in Italia scambiato con Mered Medhanie Yedhego, capo di una potente organizzazione di trafficanti di uomini, si gioca un nuovo braccio di ferro tra ministero dell'Interno e la difesa del giovane eritreo.
Dopo la scarcerazione decisa dalla Corte che comunque lo ha condannato a cinque anni di carcere per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, Medhanie - per il tramite del suo avvocato Michele Calantropo - ha subito presentato una richiesta di protezione internazionale. Ma l'uomo è stato immediatamente portato al Centro per i rimpatri di Caltanissetta dove, secondo il decreto sicurezza, è possibile trattenere gli immigrati irregolari prima di una eventuale espulsione.
La nuova contesa è tutta in punto di diritto. L'espulsione di Medhanie Tesfamariam Behre è contenuta nello stesso dispositivo della sentenza che lo ha assolto dall'accusa di essere il capo dei trafficanti ma lo ha condannato per favoreggiamento. L'espulsione, che deve essere convalidata dal giudice monocratico di Caltanissetta in un'udienza già fissata per domani, però è stata prevista prima della presentazione della richiesta d'asilo. Che, a questo punto, potrebbe bloccare tutto l'iter.
In linea teorica, spiegano fonti del Viminale, una condanna è pregiudizievole per la concessione di un permesso di protezione internazionale, ma è pur vero che Medhanie è eritreo ed è fuor di dubbio che, se tornasse nel suo paese, la sua vita sarebbe a rischio. E questa circostanza, per il diritto internazionale e per la Costituzione italiana, è prevalente. Sembra escluso dunque che il giudice possa convalidare un'espulsione verso l'Eritrea o verso il Sudan, Paese in cui l'uomo è stato ammanettato, a conclusione di una indagine condotta dalla polizia sudanese con la collaborazione dei servizi segreti inglesi, ed estradato in Italia.
Una situazione paradossale e senza precedenti che vede il falegname vittima di un incredibile scambio di persona al quale, nonostante le testimonianze e gli esami del Dna la Procura di Palermo non si è mai voluta arrendere, ancora privato della libertà dopo quasi tre anni e mezzo passati in carcere. Piuttosto che correre il rischio di essere perseguitato o ucciso se fosse riportato in Eritrea o in Sudan, Medhanie è costretto a chiedere asilo in Italia, Paese dove si trova ovviamente da irregolare ma dove non è venuto volontariamente e dove, ovviamente, non ha alcun interesse a rimanere visto l'incredibile errore giudiziario di cui è stato vittima.
di Antonio Ricchio
Gazzetta del Sud, 15 luglio 2019
Può definirsi civile un Paese che non riesce a garantire condizioni umane e dignitosi a chi si trova in carcere per scontare una pena? Domanda retorica e anche un po' banale, ma sempre attuale in riferimento all'Italia.
Il sovraffollamento delle carceri è un problema irrisolto - come riporta la Gazzetta del Sud oggi in edicola -, ciclicamente portato alla ribalta, ma mai seriamente affrontato. Un trend negativo, che tocca da vicino anche la Calabria. Secondo gli ultimi dati diffusi dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - datati 30 giugno 2019 - nelle carceri calabresi sono ospitate 2.869 persone a fronte di una capienza di 2.734 posti.
Sulle dodici case circondariali presenti in Calabria solo due sono frequentate da meno detenuti rispetto alla capienza massima: si tratta del carcere di Palmi e di quello di Vibo Valentia. Tutti gli altri penitenziari presentano numeri superiori agli standard regolamentari. Le situazioni più critiche sono quelle che riguardano le strutture di Castrovillari, Cosenza, Locri, Reggio-Arghillà e Corigliano Rossano.
Gazzetta del Mezzogiorno, 15 luglio 2019
Dal Consiglio 75mila euro destinati ai minori e al terzo settore Il Consiglio regionale della Puglia rafforza l'attività dei garanti regionali e riorganizza le strutture amministrative per affrontare le fragilità sociali. È quanto ha annunciato il presidente dell'Assemblea, Mario Loizzo, nel presentare i primi due di una serie di avvisi pubblici: uno favorisce l'incontro dei figli minori coi detenuti, l'altro istituisce l'albo fornitori "per un consumo etico e consapevole". Con il presidente, sono intervenuti alla conferenza stampa il Garante dei detenuti, Piero Rossi, e il Garante dei minori, Ludovico Abbaticchio.
Ammonta a 75mila euro l'impegno di spesa complessivo iniziale, 60mila per il primo avviso e 15mila per il secondo (già pubblicati sul Burp, il Bollettino ufficiale della Regione). Il bando rivolto al sistema no profit di accoglienza riguarda i figli minori in visita a genitori reclusi. Saranno sostenuti, fino a un massimo di 15mila euro, progetti in grado di favorire l'incontro, facilitarlo materialmente, intrattenere i bambini, aiutare gli adulti a rielaborare la consapevolezza della genitorialità.
L'altro avviso crea un albo fornitori dei garanti per assicurare l'acquisto di beni, prodotti e servizi preferibilmente da imprese sociali impegnate nell'inclusione di soggetti deboli attraverso il lavoro (produzioni realizzate negli istituti di pena o da disabili) e dal commercio equo e solidale. "Sperimentiamo modelli di attività che intervengono sui bisogni, sosteniamo le organizzazioni del terzo settore che cercano seriamente di risolvere i problemi" ha detto Rossi.
Con le iniziative previste nei due avvisi un Garante entra nelle materie dell'altro:"si tratta di una prima esperienza di condivisione dei nostri compiti - ha sottolineato Abbaticchio - inauguriamo un metodo di lavoro di squadra e allo stesso tempo lanciamo un messaggio, augurandoci che queste esperienze possano allargarsi a Comuni e Asl, integrando così le risorse".
Corriere della Calabria, 15 luglio 2019
Il Comune di Reggio è il primo della Calabria che ha risposto all'appello che nel novembre scorso Mario Nasone e Giovanna Cusumano, rispettivamente coordinatore e vice coordinatore dell'osservatorio regionale sulla violenza di genere, avevano rivolto ai Comuni calabresi evidenziando come quello abitativo è un problema molto sentito dalle donne vittime di maltrattamenti, che spesso avvengono proprio in ambito domestico.
Donne che sono costrette a lasciare la propria casa insieme ai figli ed a chiedere ospitalità e sostegno alle case rifugio ed alle altre strutture di accoglienza operanti in regione che spesso non hanno posti disponibili.
"Nell'appello - si legge in una nota - i referenti dell'osservatorio citavano la legge regionale numero 20 del 2007 che espressamente prevede che i Comuni, al fine di garantire adeguata assistenza alloggiativa alle donne, unitamente ai loro figli minori, che vengono a trovarsi nella necessità, adeguatamente documentata dagli operatori dei Centri antiviolenza e/o dagli operatori comunali, di abbandonare il proprio ambiente hanno diritto all'assegnazione di un alloggio nelle disponibilità del patrimonio edilizio dell'ente Locale".
"Normativa - continua la nota - che in Calabria continua a non essere rispettata nonostante le numerose segnalazioni fatte da centri anti violenza e servizi sociali comunali di situazioni anche gravi in cui si ravvisano dei pericoli di vita per le donne ed i figli coinvolti. A questo appello una prima risposta l'ha data il Comune di Reggio grazie all'iniziativa della consigliera delegata ai beni confiscati Nancy Iachino ed al Dirigente Daniele Piccione che sono riusciti a definire l'iter che ha portato all'assegnazione di due appartamenti confiscati alla mafia a due donne vittime di violenza con figli minori.
Un primo segnale concreto di assunzione di responsabilità da parte di un Comune calabrese che l'osservatorio auspica che sia da esempio per altri Enti Locali". "Per questo sarebbe cosa utile - scrivono Nasone e Cusumano - che l'Anci Calabria sottoscrivesse il protocollo che l'osservatorio aveva proposto da tempo proprio per favorire l'applicazione della legge 20 del 2007, parimenti sarebbe importante che il consiglio regionale approvasse il progetto di legge 285 fermo in terza commissione che preveda tutta una serie d'interventi importanti anche di tipo economico e lavorativo per le donne che vivono con i loro figli questa condizione di precarietà e di sofferenza e che chiedono concreta protezione e accompagnamento.
Purtroppo il bisogno di soluzioni abitative per queste donne cresce ogni giorno, grazie anche al lavoro delle forze dell'ordine - come quello della Questura di Reggio che con il programma Liana sta portando molte donne a denunciare - aumentando però le richieste di accoglienza che non sempre la rete dei centri di accoglienza riesce a soddisfare. I beni confiscati che i vari comuni stanno acquisendo, compresa la Città metropolitana di Reggio Calabria, potrebbero essere destinati anche a progetti di semi autonomia, già sperimentati in altre regioni, per tutte quelle donne accolte nella case rifugio o seguite dai centri anti violenza che dopo il periodo di emergenza potrebbero, sapendo di potere usufruire di un alloggio e del sostegno di associazioni di volontariato e di cooperative sociali, iniziare un percorso di inserimento lavorativo e sociale. Una scelta di politica sociale che permetterebbe tra l'altro di liberare posti di accoglienza nelle strutture spesso sature e soprattutto di alleviare i costi psicologi e sociali che le donne che fanno queste scelte dolorose devono affrontare".
di Veronica Forcella
Il Messaggero, 15 luglio 2019
Intervista al Commissario europeo Dimitris Avramopoulos. "Dubbi su richieste d'asilo fatte fuori dalla propria nazione". "Rimpatri per chi non ha diritto di venire in Europa. Intanto gli arrivi sono crollati".
Richiedere asilo da parte di un migrante non nel suo Paese d'origine ma mentre si trova in un paese terzo solleva molte questioni legali". Il Commissario europeo per i migranti, Dimitris Avramopoulos, è perplesso sulle proposte del ministro degli Esteri italiano Enzo Moavero. "Il reinsediamento è l'unica alternativa praticabile", sottolinea. Per quanto riguarda poi arrivi irregolari e rimpatri, il Commissario non ha dubbi: "Bisogna rafforzare la cooperazione con i paesi terzi".
Commissario, ieri in un'intervista al Corriere il Ministro degli Esteri, Enzo Moavero, ha anticipato una proposta per gestire più compiutamente a livello europeo la questione dei migranti. La trova d'accordo?
"Dobbiamo assolutamente investire di più tutti insieme nell'aprire vie legali e sicure affinché i rifugiati giungano in modo ordinato e non debbano ricorrere a trafficanti senza scrupoli e a viaggi pericolosi. Richiedere asilo al di fuori dell'Ue in un paese terzo, solleva molte questioni legali. Il reinse diamento è l'unica alternativa praticabile, con la collaborazione dell'UNHCR".
Sulla questione degli arrivi irregolari e dei rimpatri, invece?
"Rafforzare la nostra cooperazione con i paesi terzi è essenziale se vogliamo ridurre gli arrivi irregolari e garantire rimpatri effettivi per coloro che non hanno il diritto di rimanere. Dobbiamo continuare sulla strada che abbiamo già intrapreso, gli arrivi irregolari sono già stati drasticamente ridotti. Chi non ha il diritto di venire o restare deve essere rimpatriato il prima possibile. Chi ha bisogno di protezione può continuare a contare sull'Ue come rifugio, perché questo è un principio a cui non possiamo rinunciare. Su tutte queste questioni il ruolo dell'Italia è della massima importanza".
Nel frattempo però, tra la Sea Watch 3, la Alan Kurdi e gli "sbarchi fantasma", anche questa estate in Italia sembra tornare l'emergenza migranti...
"La situazione non è neanche lontanamente paragonabile a quella di pochi anni fa. Ovviamente, c'è ancora bisogno di un attento monitoraggio e interventi continui. Devo ammettere che sono cautamente ottimista".
Grazie a cosa?
"Gli arrivi irregolari sono diminuiti drasticamente. Dall'inizio di quest'anno, solo 3.200 immigrati irregolari sono arrivati in Italia, 1'83% in meno rispetto a un anno fa. E quelli che non vengono rilevati in mare sono molto limitati. Inoltre, mentre la scorsa estate o a gennaio di quest'anno ci sono volute diverse settimane per concordare la redistribuire dei migranti salvati, nelle ultime settimane le stesse situazioni sono state risolte in pochi giorni".
Rimane però aperta la questione della solidarietà tra i diversi Stati...
"Anche qui sono fiducioso perché sento voci sempre più esplicite di alcuni Stati membri che vogliono progredire verso l'istituzione di un accordo più strutturale su come redistribuire i migranti soccorsi dopo lo sbarco".
Dopo le minacce dei mesi scorsi, al-Sarraj ha ordinato di liberare 350 profughi rinchiusi nei centri di detenzione libici. Teme ci possa essere un esodo verso le coste italiane?
"Vediamo positivamente la liberazione dei migranti nei centri di detenzione in Libia, poiché le loro condizioni non erano accettabili. Ma questo non significa che verranno tutti in Europa. Dipende se hanno bisogno di protezione o se possono essere aiutati a tornare volontariamente nei loro paesi d'origine".
Non sarebbe il caso di organizzare dei corridoi umanitari?
"È quello che stiamo già facendo. E chiaro che l'attuale situazione in Libia non è sicura per i migranti. Con l'IOM abbiamo già aiutato oltre 40.000 persone a lasciare la Libia e ritornare volontariamente nei paesi d'origine. Allo stesso tempo, con 1'UNHCR e alcuni Stati membri, abbiamo anche sostenuto l'evacuazione dalla Libia al Niger o direttamente in Europa di quasi 4.000 migranti bisognosi di protezione internazionale".
Il Ministro dell'Interno Matteo Salvini vuole introdurre norme più stringenti per colpire le Ong. È d'accordo?
"Non è competenza della Commissione decidere dove far sbarcare le persone soccorse in mare. È una decisione che spetta alle autorità nazionali, in linea con il diritto internazionale del mare. Le imbarcazioni delle Ong, come qualsiasi altra imbarcazione, devono rispettare le regole nazionali e internazionali. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare l'importante lavoro svolto da molte di queste navi nel salvare vite umane".
Crede ci sia un legame tra la sua fine dell'operazione Sophia e l'aumento delle operazioni delle Ong?
"Sia chiaro, non è stata una mia decisione o della Commissione quella di limitare l'operazione Sophia, ma degli Stati membri. Per questo crediamo che debba continuare nel suo pieno mandato. Non penso ci sia una relazione: le imbarcazioni delle Ong sono attive nel Mediterraneo da anni, lo erano anche quando l'operazione Sophia aveva un mandato pieno".
Il neopresidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha sottolineato la necessità di riformare il Regolamento di Dublino. Si capirà che i confini dell'Italia sono i confini dell'Europa?
"Sono lieto che il nuovo Presidente del Parlamento europeo dia la priorità alla Riforma del sistema europeo comune di asilo, compreso il Regolamento di Dublino. Lasciare questa impresa incompiuta sarebbe dannoso per il futuro dell'Europa. Conto anche sulla Presidenza finlandese per contribuire a guidare le discussioni con gli Stati membri nei prossimi mesi. Adottare questa riforma è sempre stata la mia priorità".
La settimana scorsa si è votato in Grecia. Che cosa significa la vittoria di Kyriakos Mitsotakis, e la sconfitta di Tsipras nel suo paese?
"La vittoria di Mitsotakis segna la sconfitta del populismo e manda un forte segnale anti populista in tutta Europa. È l'inizio di una nuova era di progresso, riabilitazione istituzionale e importanza geopolitica nel garantire la stabilità regionale per tutto il nostro vicinato. Ho piena fiducia nella leadership visionaria di Mitsotakis, nelle sue capacità di riforma e nella sua sincera determinazione e ambizione di raggiungere questi obiettivi in nome della Grecia e dei suoi cittadini, rimanendo fermamente impegnati e attaccati all'Europa e ai suoi valori. Sono con lui dall'inizio e continuerò a stargli vicino".
La Repubblica, 15 luglio 2019
Un film ambientato nell'isola australiana di Christmas vince a Palermo la rassegna organizzata dall'associazione "Sole Luna - un ponte tra le culture".
Si è chiusa a Palermo la rassegna internazionale di cinema documentario organizzata dall'associazione "Sole Luna - un ponte tra le culture" che per sette giorni ha trasformato il Complesso di Santa Maria dello Spasimo di Palermo in un'isola del Cinema del reale con 68 proiezioni di cui 20 anteprime e 24 film in concorso. "La cifra stilistica dei film premiati quest'anno - dicono gli organizzatori - è la poesia con cui vengono raccontati temi attuali come la migrazione, la vecchiaia, la disabilità, il rapporto uomo-natura".
Il premio della giuria internazionale come miglior film documentario in concorso offerto dalla Fondazione Sicilia, è andato ad Island of the hungry Ghosts. Un film ambientato nell'isola australiana di Christmas, in mezzo all'oceano Indiano, che racconta la migrazione parallela di una specie protetta di granchi assistiti da un gruppo di ambientalisti durante il loro cammino e dei tanti rifugiati politici che qui vengono relegati in una struttura di alta sicurezza senza nessuna possibilità di integrazione reale. Il tema dell'accoglienza a cui tutto l'Occidente è chiamato e "l'alto livello artistico di tutti gli elementi cinematografici" del racconto della regista Gabrielle Brady, hanno conquistato la giuria composta da dal regista romano Giorgio Treves, dalla documentarista sudafricana Aliki Saragas (vincitrice della scorsa edizione del Festival), dall'attore palestinese Mohamad Bakri, dalla regista Costanza Quatriglio (dal 2019 direttore artistico e coordinatore didattico del CSC di Palermo), e dalla scrittrice e critica Tiziana Lo Porto. "Un film - si legge nella motivazione - che evidenzia attraverso la crisi di un'assistente sociale, l'ipocrisia di una società che ecologicamente protegge con grande impegno la stagionale migrazione di milioni di granchi e contemporaneamente segrega esseri umani disperati e privi di permesso di soggiorno". Il film si aggiudica anche il premio del pubblico.
Il premio al miglior cortometraggio della sezione Short docs, offerto dal Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino, è stato assegnato a Born in Gambia di Natxo Leuza Fernandez. Un film che racconta della difficoltà di crescere in Gambia dove credenze, malattie e superstizioni condizionano l'esistenza di bambini e donne. Questa la motivazione: "In modo semplice racconta in profondità il luogo e la gente. Cinematograficamente e artisticamente è molto ben realizzato, mettendo insieme voci e suoni con immagini e musica". Il film si è aggiudicato altri due premi, quello della Giuria Nuovi Italiani come "miglior corto" perché "fa riflettere sulla responsabilità sociale, sulla violazione dei diritti umani che questi bambini subiscono ogni giorno, e sulle difficoltà che essi affrontano per sopravvivere e conquistare la loro dignità", e il premio Sole Luna-un ponte tra le culture "... per il messaggio profondo che il piccolo Hassan ci trasmette con la sua storia: una storia di sofferenza in un paese dove credenze tradizionali condizionano l'esistenza. Hassan rappresenta la voce di un futuro diverso possibile".
Il premio Soundrivemotion al miglior sound design e colonna sonora ideato da Giovanni Schievano (autore anche della musica del trailer della 14 edizione del festival) è andato invece a Dark waters di Stéphanie Regnier. La motivazione: "Le voci della natura dialogano con le immagini restituendo un'idea di cinema capace di varcare la soglia del visibile ed esplorare, così, il mistero del mondo".
Il premio della giuria degli Studenti liceali è stato attribuito a Stronger than a bullet di Maryam Ebrahimi come miglior documentario della sezione "Diritti umani" "per aver mostrato che è possibile affrontare il passato scomodo di un singolo e di un popolo intero utilizzando uno sguardo critico, lucido, mai autoindulgente, mettendo a nudo l'atroce incubo della guerra e la sua pesante eredità sulle vite presenti....". Come miglior documentario sezione "Il viaggio" la giuria degli studenti ha scelto invece Beloved di Yasser Talebi. "Attraverso la superba fotografia - si legge nella motivazione - l'opera riesce a immortalare i differenti paesaggi e le diverse tonalità di luce che esaltano la bellezza del nostro pianeta e sa cogliere la profonda umanità che emerge dal volto della protagonista".
Infine, le menzioni speciali: Miglior Montaggio a Stronger than a bullet di Maryam Ebrahimi; Migliore fotografia al film Beloved di Yasser Talebi; Miglior regia a Congo Lucha di Marlene Rabaud; menzione al miglior cortometraggio a Light, shade, life di Shahriar Pourseyedian.
di Daniela Galiè
dinamopress.it, 15 luglio 2019
Tra il 7 e l'8 luglio viene ritrovato il corpo senza vita di un uomo. È un migrante di origine bengalese, in stato di trattenimento presso il Centro di permanenza e rimpatrio (Cpr) di Torino.
Un uomo di origine bengalese, Faisal Hossai, di 32 anni, è deceduto ieri presso il Cpr di Torino. Secondo quanto riportato da alcune testimonianze, l'uomo era stato posto in isolamento per ragioni non ancora chiarite, nonostante tale disposizione punitiva non sia prevista all'interno di queste tipologie di strutture.
Alla notizia della morte del compagno del centro, di cui ancora erano ignote le cause, alcuni migranti hanno iniziato una protesta che ha causato piccoli incendi in alcuni moduli della struttura. A svolgere le indagini sono state la squadra mobile della questura di Torino e la procura, al termine delle quali è stata esclusa qualsiasi ipotesi delittuosa e il decesso è stato associato a un arresto cardiaco.
Dalle prime ore di lunedì 8 luglio, i reclusi del centro hanno messo a fuoco materassi e mobili, mentre in serata attorno alle mura del CPR si sono raccolti numerosi solidali. Da dentro arrivavano forti le voci delle persone rinchiuse e il grido "libertà" ha accompagnato lo svolgersi del presidio. La polizia ha risposto sparando lacrimogeni dentro al CPR e al tentativo di blocco da parte dei manifestanti di una delle strade adiacenti sono partite delle violente cariche. Il giorno successivo i manifestanti erano più numerosi e dopo aver bloccato la strada sono partiti in corteo attorno al quartiere per poi tornare di fronte al CPR e protestare contro le condizioni tristemente note di queste strutture di detenzione.
Gli abusi e le violenze all'interno dei CPR non sono storia nuova e da anni vengono denunciate da chi le subisce o da chi ne è testimone. Ma il trattamento dei reclusi, le continue violazioni e storie tragiche che si sono consumate all'interno di questi luoghi rappresentano una contraddizione talmente netta con lo stato di diritto che spesso sono state ignorate dalla politica istituzionale. Di fronte al vergognoso silenzio delle istituzioni competenti le persone trattenute nel CPR di Corso Brunelleschi stanno portando avanti dal mese di giugno tentativi per mettere in luce il volto oppressivo e violento che contraddistingue queste strutture, figlie di un sistema che con lo scorso decreto legge Minniti-Orlando e con l'attuale decreto Salvini ha posto le basi normative per estendersi in tutte le regioni italiane e che ha visto aumentare il periodo di trattenimento fino a 180 giorni.
Il CPR è di fatto un luogo di confinamento per migranti sprovvisti di regolare titolo di soggiorno, che si trovano al loro interno con lo status di trattenuti o di "ospiti". La loro presenza corrisponde sotto innumerevoli aspetti a una vera e propria detenzione: la privazione della libertà personale e un trattamento coercitivo sono la cifra di questa permanenza forzata. A tutto questo si aggiunge il senso di segregazione e reclusione che comincia molto prima della misura punitiva dell'isolamento nei casi in cui il soggetto vada punito o "protetto", in quanto alle persone è proibito ricevere visite e il diritto alla difesa legale viene reso sempre più arduo. La situazione degli ospiti verte in situazioni preoccupanti, sia dal punto di vista della vita quotidiana, che scorre senza alcuna attività che impegni le ore della giornata, il che comporta delle evidenti ripercussioni sulla salute psicofisica di quanti vi dimorano anche oltre sei mesi, sia per quanto riguarda le condizioni materiali degli ambienti, lasciati in condizioni di deterioramento strutturale e igienico.
A sua volta, il CPR è solo uno dei luoghi preposti al trattenimento, identificazione e smistamento dei migranti. La storia tormentata dell'accoglienza in Italia si infoltisce di sigle vecchie e nuove: alle prime procedure d'identificazione e smistamento effettuate negli hotspot, si passa alla prima accoglienza nei Cara (centri d'accoglienza per i richiedenti asilo), Cpa (centri di prima accoglienza) e Cpsa (centri di primo soccorso e accoglienza). L'alternativa a quest'ultimi, nello specifico per coloro i cui requisiti non permettono di fare domanda di protezione, i cosiddetti clandestini, gli irregolari, è il CPR, un tempo CPT (centri di permanenza temporanea), poi CIE (centri di identificazione ed espulsione), in attesa del rimpatrio.
I Centri di trattenimento, con le loro varie ridenominazioni, realizzano in Italia lo stato della detenzione amministrativa, sottoponendo a regime di privazione della libertà personale individui che hanno violato una disposizione amministrativa, come quella del necessario possesso di permesso di soggiorno. Il CPR si delinea pertanto come deposito umano dove vengono ammassati tutti coloro la cui mobilità viene interrotta da una categorizzazione artificiale che stabilisce chi sia meritevole di migrare e chi rappresenta, per la sua stessa esistenza in territorio italiano, il nemico perseguitabile di una guerra ormai dichiarata contro lo straniero.
I casi di torture e maltrattamenti nelle varie strutture destinate ai migranti dopo l'approdo in Italia sono numerosi e spesso denunciati da organizzazioni solidali, non governative, o dagli stessi ospiti. A loro volta tali torture assumono varie forme, alcune convenzionali e collaudate, altre meno appariscenti e subdole: dal mancato soccorso in caso di malattia o malessere, alle varie forme di proibizione arbitraria o vessazioni. La cultura della violenza tipica delle strutture detentive non vive quindi solo di norme ma di pratiche che ledono la dignità umana. La stessa storia di Faisal ci riporta un caso emblematico in cui le necessità di una persona vengono trattate secondo una logica punitiva e discriminatoria. Secondo alcune fonti giornalistiche, era stata diffusa la notizia che Faisal fosse stato vittima di uno stupro e successivamente costretto all'isolamento nella piccola struttura dell'Ospedaletto. Un episodio a sua volta realmente accaduto, ma che coinvolge un'altra persona trattenuta nel CPR e che forse, senza la morte di Faisal, sarebbe rimasta sepolta tra le mura asfissianti delle celle. Sta di fatto che, in maniera illegittima, Faisal viene posto in isolamento, dove verrà lasciato per più di due settimane. La cella d'isolamento è da sempre il luogo dove viene scontata la sanzione disciplinare per eccellenza, dove vengono rinchiuse le persone difficili o i detenuti più a rischio. È proprio in questi spazi vuoti e disadorni che l'essere umano si trova in un "secondo carcere", dove la propria psiche subisce la privazione definitiva attraverso l'allontanamento da stimoli e socialità.
Là dove la privazione della libertà non è ufficializzata o riconoscibile, tutto tace. A restituire dignità a quanti vengono abbandonati nei luoghi di reclusione sono quanti continuano a denunciare questi abusi. Dall'8 al 9 luglio presidi e proteste si sono susseguiti sotto il CPR, sedati poi dall'intervento delle forze dell'ordine. Non è però un caso isolato. L'estate scorsa, il centro era stato danneggiato da un incendio doloso. Alcune delle persone recluse nel Cpr sono salite sui tetti, in segno di protesta per le condizioni nelle quali erano costrette a vivere. In seguito alcuni moduli abitativi vennero dati alle fiamme da ragazzi maghrebini reclusi da oltre un mese e mezzo nel centro. Qualche mese fa, l'avvocato Cristiano Prestinenzi ha definito la situazione nel CPR "una grave violazione di diritti inalienabili dell'individuo riconosciuti dalla Costituzione, dai trattati internazionali e, più in generale, dai principi basilari su cui si regge uno stato democratico". Il riferimento era ad un uomo ospite del centro, trattenuto da oltre un mese al CPR, che non riusciva ad avere la documentazione sanitaria che lo riguardava.
Questo fatto di cronaca è un indicatore di un problema politico che coinvolge molti aspetti della nostra quotidianità, a partire dalla capacità di decodificare la realtà e declinare il conflitto oltre l'istintività o l'addomesticazione mediatica. Simili episodi racchiudono sempre un insieme di segnali interpretativi: la storia di Faisal si iscrive in un contesto che vorrebbe definirsi come la normalità del percorso del migrante dentro i confini nazionali, un percorso studiato a norma per irrobustire barriere fisiche e simboliche, determinare spazi d'esclusione e rafforzare linguaggi accusatori.
La storia di Faisal si pone nella lunga lista di persone costrette in un regime migratorio devastante che ridimensiona la narrazione dell'esistenza e della morte, mostrandosi come parabola dell'invisibilità a cui molti soggetti migranti sono destinati e determinando quell'immagine di "doppia assenza" (dalla propria società d'origine e da quella d'arrivo) descritta dal sociologo Abdelmalek Sayad. L'approccio allo straniero, meritevole all'accoglienza o clandestino irregolare, dissimula, attraverso un complesso di disposizioni normative, la definizione arbitraria del concetto d'accoglienza, caratterizzato da modalità predominanti basate sul concetto di ordine e di produttività, che spesso si risolvono in meccanismi d'esclusione, mercificazione e negazione della soggettività politica delle persone migranti.
Le proteste che da anni interessano i CIE di tutta Italia e che spesso scaturiscono da episodi isolati non sono mai casi circoscritti. Le rivendicazioni hanno un obiettivo più generale che attacca l'approccio costrittivo e il clima di disciplinamento di queste strutture. Ci troviamo davanti all'applicazione di una precisa logica che traduce il diritto a migrare in una colpa da espiare con il carcere, per cui dopo la prima selezione di chi è assimilabile a un'ideale di normalità e produttività, verrà estratto chi invece deve essere punito, respinto ed espulso.
di Beatrice Raspa
Il Giorno, 15 luglio 2019
Era stato accusato di stupro da un'anziana. Ma la donna ha inventato tutto. Un'anziana accusa il vicino del piano di sopra, un romeno incensurato, di averla stuprata nel cuore della notte dopo essersi introdotto nella sua abitazione. Seguono ondate di sdegno collettivo in mezza Italia. L'uomo viene arrestato, ma dopo qualche settimana c'è un colpo di scena: si scopre che Angela Betella, classe 1929, di Castelcovati, si è inventata tutto con un complice per fare pagare allo straniero cattivi rapporti di vicinato, spiega la Procura. Nel frattempo però, Saint Petrisor, muratore 35enne, ha trascorso quaranta giorni in carcere. È tornato in libertà solo grazie alla prova del dna che lo ha scagionato, ma per l'ingiusta detenzione il finto mostro non otterrà alcun indennizzo.
Motivo: "La Corte d'appello ha rigettato l'istanza di risarcimento ritenendo che il mio assistito non si sia subito fatto trovare quando i carabinieri lo cercavano per arrestarlo - spiega l'avvocato Cristian Mongodi, che lo difende -. In realtà non era irreperibile, si era semplicemente trasferito da un cugino. Tre giorni dopo è andato a lavorare normalmente, dunque non intendeva affatto nascondersi o scappare. Per i giudici pero' con questo piccolo ritardo ha rallentato le indagini".
Petrisor aveva quantificato l'indennizzo in 25mila euro - il massimo previsto per legge è 516.450 - commisurando la cifra alle giornate di privazione della libertà. Un periodo limitato, che tuttavia gli aveva causato la perdita del posto lavoro in una fabbrica di calcio, nella Bergamasca, e il successivo rientro in patria con moglie e figli. Ha rinunciato a impugnare in Cassazione l'ordinanza di rigetto della richiesta di ristoro, e non è tornato dalla Romania nemmeno per costituirsi parte civile al processo per calunnia aggravata contro la novantenne e un altro vicino, Pietro Preti, 72 anni, stando all'accusa l'amante della calunniatrice. Il dramma, poi virato in commedia, iniziò il primo ottobre 2016. La signora si recò dai carabinieri per raccontare che Petrisor nel cuore della notte si era intrufolato in casa sua, aveva afferrato un coltellaccio in cucina, si era diretto verso la sua camera, l'aveva sorpresa nel sonno e, puntandole la lama alla gola, l'aveva violentata.
di Giovanna Mezzana
Il Tirreno, 15 luglio 2019
L'ex caserma Barbetti verrà acquisita a settembre dal ministero di giustizia E nell'area potrebbero essere ospitate imprese e coop che assumano detenuti. Emergono nuovi dettagli del percorso che porterà Grosseto ad avere un nuovo carcere in sostituzione della casa circondariale di via Saffi, ospitata in uno storico edificio di fine '800 adibito alla funzione di istituto penitenziario. Come è noto, il nuovo carcere non sorgerà in un immobile che verrà costruito ex novo bensì nell'area della ex caserma Barbetti - o Ansaldo - lungo la via Senese. Ed è qui che una quota di capannoni (che già ci sono) potrebbe essere riservata a imprese e cooperative grossetane che volessero delocalizzare la propria attività all'interno della cittadella penitenziaria in cambio dell'assunzione di detenuti.
Ebbene, lungo questo percorso c'è una prima tappa per la fine dell'estate. A settembre, confermano dagli uffici della Prefettura di Grosseto, la caserma Barbetti e l'area verranno traghettate in seno al ministero della giustizia perché attualmente sono sotto l'egida del dicastero della difesa; tale passaggio - fondamentale perché si possano avviare i lavori di riconversione - è già stato previsto all'interno di un accordo quadro che è stato firmato il 13 luglio dai due ministri. Della tappa settembrina si è parlato in un incontro che si è svolto di recente nel Palazzo del Governo, presieduto dalla prefetta di Grosseto Cinzia Torraco e al quale ha preso parte il provveditore dell'Amministrazione penitenziaria Toscana-Umbria Antonio Fullone.
Intanto prende forma anche un'ipotesi "di massima" che - se andasse in porto - rappresenterebbe un'opportunità sia per detenuti che vogliono darsi una chance di futuro che per imprese e cooperative locali. L'area ex Ansaldo di via Senese consta di capannoni: alcuni potrebbero essere opzionati da imprese grossetane che volessero delocalizzare lì la propria attività: lavanderie, sartorie, falegnamerie, per esempio; tale opportunità potrebbe essere prevista anche per cooperative che nascessero ad hoc per lavorare all'interno dell'area carcere; in cambio imprese e/o cooperative riserverebbero a loro volta ai detenuti una quota di forza lavoro, di assunzioni. "Si tratta di un modello - spiega Francesco Sansone, segretario territoriale di Uilpa-polizia penitenziaria - che è già operativo in altre realtà carcerarie: per esempio, a Milano Bollate i detenuti producono pezzi per le biciclette Atala". Non solo: anche nei lavori di ristrutturazione dell'area dell'ex caserma Barbetti potrebbero essere impiegati detenuti, secondo una modalità già consolidata.
La Uilpa - Polizia Penitenziaria esprime soddisfazione per l'incontro che si è svolto in Prefettura. "La Uilpa - Polizia Penitenziaria ma anche la Confederazione della camera sindacale Grossetana - nota Sansone - ravvisano che solo attuando politiche di costruzione di nuovi istituti penitenziari nella Regione Toscana si possano affermare condizioni dignitose sia per i lavoratori che per la popolazione detenuta. Possiamo dire di aver svolto - conclude Sansone - un lavoro di concertazione affinché restasse un presidio di sicurezza come il carcere nel sud della Toscana".
quicosenza.it, 15 luglio 2019
Venerdì 19 luglio al Teatro Rendano, per il Festival delle Invasioni, lo spettacolo "Redemption Day" di Adolfo Adamo, terzo capitolo del progetto "Amore sbarrato". "È possibile pensare ad una vita rinnovata? Ebbene sì! Perché tutti commettiamo errori. È quello che accade in "Redemption day", atto unico liberamente ispirato al Moby Dick di Herman Melville. Sconfiggendo la "balena bianca" che altro non è che la paura dell'ignoto, il perdersi nel bianco, in quel colore non colore, gli attori/personaggi si riappropriano del significato di una parola faro, per tutti indistintamente: autostima, consapevolezza per reinserirsi ed essere pronti ad una vita nuova".
È racchiuso in queste brevi note di regia, dell'attore e regista cosentino Adolfo Adamo, il senso dello spettacolo "Redemption Day" che andrà in scena venerdì 19 luglio, alle ore 18,00, al Teatro "Rendano" (ingresso gratuito), nell'ambito del Festival delle Invasioni, a conclusione del laboratorio teatrale che per il terzo anno Adamo ha diretto alla Casa circondariale "Sergio Cosmai" di Cosenza.
Un laboratorio cui hanno partecipato quest'anno 8 detenuti che il 19 luglio saliranno sul palcoscenico del "Rendano" e che saranno protagonisti del terzo capitolo di "Amore sbarrato - Il Ritorno", questo il titolo del progetto giunto in dirittura d'arrivo grazie alla rinnovata sinergia e collaborazione tra il Comune di Cosenza e Casa circondariale "Sergio Cosmai" diretta dalla dottoressa Maria Luisa Mendicino. La finalità del progetto ed ora dello spettacolo è nota: abbattere lo stato di invisibilità dei detenuti, accorciando le distanze tra il mondo esterno e l'universo carcerario e favorendo quei percorsi rieducativi e riabilitativi che devono riguardare le persone private della libertà personale.
"Questa terza fase del meritorio lavoro di Adolfo Adamo - sottolinea l'Assessore alla comunicazione Rosaria Succurro che ha seguito il progetto sin dalla sua prima edizione- è ancora una volta particolarmente delicata e dimostra una notevole sensibilità che ci rafforza nella nostra convinzione di attribuire al teatro quella funzione sociale che aiuta i detenuti a compiere quel percorso rieducativo previsto dal sistema penitenziario durante il periodo in cui sono privati della libertà personale".
L'intuizione di Adolfo Adamo che ora si sostanzia nel nuovo capitolo di "Amore sbarrato" è stata non solo felice, ma ha prodotto importanti risultati. Non era una novità in senso assoluto che alcuni detenuti recitassero, all'interno del perimetro della casa circondariale di Cosenza, ma che lo facessero andando oltre le sbarre e rappresentando degli spettacoli fuori dal carcere, peraltro nel teatro più importante della città, questa sì che è stata una assoluta novità.
"Il teatro - dice ancora Adolfo Adamo - è solo un pretesto per andare a vedere cosa accade dentro e oltre quelle mura. Per me era interessante conoscere le loro vite e le loro ombre, ma in maniera discreta e non invadente. E, insieme, capire il senso della libertà e la conquista della parole. Credo molto nel teatro dal punto di vista catartico". E sarà così anche con questa rilettura del "Moby Dick" di Herman Melville.
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