di Guido Moltedo
Il Manifesto, 3 ottobre 2015
"Siamo l'unica nazione al mondo - ha detto il presidente democratico- che non ha leggi ragionevoli sulle armi. Sono stati uccisi più americani in queste sparatorie che negli attacchi terroristici". L'Oregon, tra la California e lo stato di Washington, fa pensare alle foreste che lambiscono il Pacifico, al verde sereno di grandi spazi incontaminati punteggiati da comunità tolleranti e progressiste. Niente di più lontano dal far west che giovedì si è scatenato nelle aule dell'Umpqua Community College di Roseburg. Ma la guerra civile americana non conosce confini, si combatte anche nei campus, anche in quelli come l'Umpqua Community, che è gun free zone, un'area dove sono vietate pure le pistole ad acqua.
Guerra civile? Come altro definire l'interminabile, quotidiano, conflitto che si combatte dappertutto, all'interno degli Usa? Chi ricorda le centinaia di migliaia di morti - solo per parlare degli ultimi due decenni - morti innocenti proprio come i nove studenti di Roseburg?
C'è un monumento per commemorare i caduti del Vietnam, a Washington, ma non sono anch'essi caduti, come in guerra, i diecimila cittadini americani uccisi da un proiettile, da un'arma da fuoco? In una sparatoria, in una strage? Diecimila morti nel corso dei mesi di quest'anno.
Oltre quattromila nei quattro mesi dal discorso pronunciato da Barack Obama dopo l'uccisione di nove fedeli in preghiera in una chiesa africano-americana di Charleston. Già, quel discorso, molto bello, poteva rappresentare un primo forte argine al fenomeno delle armi, anche armi da guerra, che puoi portare dappertutto, e che uccidono - quando c'è una sola vittima o due non fa neppure notizia - e che fanno massacri.
"Siamo l'unico paese moderno al mondo che vede questo tipo di sparatorie quasi ogni mese. Sono diventate una routine", ha detto due giorni fa, a caldo, Obama. E l'editoriale del sito progressista blue?na?tion?re?view?.com arriva all'amara conclusione, dopo Roseburg, che "noi, come nazione, abbiamo deciso che le sparatorie di massa, per quanto tristi possano essere, sono parte dell'American life".
Sì, è un fenomeno che rischia, se non lo è già, di essere banalizzato. Come i morti sulle strade. In fondo, le cifre annuali sono pressoché identiche in America. Quasi fossero, l'uccisione del vicino, la strage in una scuola elementare, in un college - alla stregua degli incidenti stradali - tributi da pagare alla società del benessere (!?).
Ma la guerra civile americana si combatte anche sui terreni della politica e della cultura. Obama, dopo un inizio riluttante, nel primo mandato, ha preso di petto la National Rifle Association (Nra), la lobby dei possessori di armi da fuoco, considerata il gruppo di interessi e di pressione più potente, più ricco e meglio organizzato a Washington e nelle capitali degli stati, un modello per le altre lobby. E il suo tono, le sue parole, sono state particolarmente dure, dopo la notizia di Roseburg.
D'altra parte, il suo, era il quindicesimo discorso seguito a un massacro. Un discorso politico, di fronte all'ultimo di una catena di eventi che è frutto di una scelta politica, ha scandito il presidente, quella di non far nulla perché accadano e si ripetano. Attaccare la Nra è, di fatto, attaccare un pezzo di quello che il presidente Dwight Eisenhower definì il complesso militare-industriale, definizione appropriata per mettere in guardia la nazione, uscita dalla guerra, dall'eccesso di potere acquisito dall'industria bellica e dall'apparato militare. La produzione, il commercio, la diffusione delle armi da fuoco - la Nra, dunque - non sono forse parte di quel mondo lì, che gioca e fa profitti con la morte?
Raramente, difficilmente, un politico osa criticare la Nra e il grumo d'interessi che rappresenta. Per dire, Jeb Bush, che è l'ala moderata dei repubblicani, in un tweet per commentare Roseburg, si è guardato bene dal solo scrivere o appena pronunciare la parola gun, come se i nove giovani fossero morti chissà perché, chissà come. Ma c'è anche un dogma/tabù, che la sparatoria di Roseburg colpisce, quello costruito dalla "narrazione" dominante dopo l'11 settembre, secondo cui l'unica vera grande minaccia alla national security americana e all'American way of life proviene dal terrorismo, islamico, ovviamente. Il nemico esterno. Finora immaginario o immaginato. E intanto, il nemico vero, quello interno, non solo non era e non è fronteggiato ma era ed è tutelato e coccolato.
"Siamo l'unica nazione al mondo - ha detto il presidente democratico- che non ha leggi ragionevoli sulle armi. Sono stati uccisi più americani in queste sparatorie che negli attacchi terroristici". E poi: "Spendiamo oltre un trilione di dollari e approviamo innumerevoli leggi, e dedichiamo intere agenzie alla prevenzione di attacchi terroristici sul nostro suolo, e facciamo bene. Eppure, abbiamo un Congresso che esplicitamente ci impedisce perfino di raccogliere dati su come poter potenzialmente ridurre le morti da armi da fuoco. Com'è possibile?".
Obama ha confessato la sua amarezza e la sua impotenza: da solo non posso affrontare una sfida così. Eppure s'impegnerà su questo fronte, sapendo che non dovrà essere rieletto e che dunque potrà sfidare la lobby delle armi come non ha voluto o non ha potuto fare nel primo mandato. C'è da aspettarselo, anche se, egli stesso ha detto, si deve muovere soprattutto il Congresso. Un Congresso dominato dal Partito repubblicano, nel quale è egemone la destra oltranzista. È chiaro che farà di tutto, come ha fatto finora, per bloccare la sia pur minima misura restrittiva, a livello federale, nell'acquisto e nel possesso delle armi.
Se alla maggioranza repubblicana al senato e alla camera si aggiungerà, nel novembre 2016, un presidente dello stesso partito, la litania delle stragi continuerà nella totale indifferenza. Tutti i candidati del Grand Old Party sono lautamente finanziati dalla Nra e dai gruppi a essa legati. Addirittura il beniamino del tea party, Ted Cruz, ha avviato la sua campagna per la nomination repubblicana con un video nel quale si fa ritrarre mentre spara un paio di caricatori con un fucile d'assalto. Intorno alla canna del fucile ha avvolto fette di bacon, poi ricoperte con stagnola, che dopo la sparatoria sono cotte e croccanti. Ecco come cuociamo noi il bacon in Texas, ride dopo la sua bravata, con una faccia cretina e cattiva. Capito? Capito che tipi sono in corsa per la Casa Bianca? E potrebbero perfino conquistarla?
di Marina Catucci
Il Manifesto, 3 ottobre 2015
Nel periodo 2004-2013, sono 316.545 le persone morte da arma da fuoco sul suolo americano.
Utilizzando numeri del Centers for Disease Control and Prevention, nel periodo 2004-2013, sono 316.545 le persone morte da arma da fuoco sul suolo americano (il 2013 è l'anno più recente dei dati disponibili). Questo dato comprende tutte le morti, includendo i casi di omicidio, di incidente e di suicidio volontario. Secondo il Dipartimento di stato degli Stati uniti, il numero di cittadini americani uccisi all'estero in conseguenza a fenomeni di terrorismo dal 2004 al 2013 è di 277.
Gli episodi di terrorismo all'interno degli Usa negli stessi otto anni hanno procurato la morte di 36 persone. Questo porta il totale a 313 morti per terrorismo. Dall'inizio della sua presidenza Barack Obama ha commentato 15 episodi di omicidi di massa, uno di questi avvenuto mentre stava tenendo un discorso sull'opportunità di varare leggi più restrittive sul possesso di armi.
La frequenza di sparatorie nelle scuole nel 2015 è stata di un episodio alla settimana, con giorni in cui si è verificata più di una sparatoria in città diverse.
Il numero di americani uccisi in America dai propri concittadini è 297 volte superiore a quello del Giappone, 49 volte più alto che in Francia e 33 volte che in Israele. Tra i 46 senatori che avevano votato contro maggiori controlli per il possesso delle armi, 43 avevano ricevuto soldi dalla lobby delle armi nei dieci anni precedenti. La Nra ha vinto in diverse occasioni: facendo approvare la norma sulla reciprocità, per cui un'arma posseduta in uno Stato può essere portata legalmente in un altro Stato se esistono accordi tra le due amministrazioni; ha invece bocciato la legge per la diminuzione del numero legale di armi che si possono tenere in magazzino e il bando per la vendita dei fucili d'assalto. Non solo repubblicani difendono la lobby, con numeri decisamente minori anche tra i democratici ci sono difensori delle armi che hanno come finanziatori la Nra, come l'ex leader del senato Harry Reid.
di Noemi Matteucci
www.umbria24.it, 28 aprile 2015
Soddisfazione del parlamentare di Ncd: "La gestione della struttura la allontana dall'area del malessere. Necessario differenziare tra custodia cautelare e detenuti con sentenze". Una visita da parte di un parlamentare presso una casa circondariale è un diritto, ma anche un dovere: per queste ragioni, nella mattinata di lunedì 27 aprile il senatore di Nuovo Centro Destra Luigi Compagna, insieme a Luigi Mazzotta, presidente dell'associazione Per La Grande Napoli (Radicali italiani), hanno effettuato una visita ispettiva presso le carceri di Vocabolo Sabbione.
Detenuti da diverse realtà Terni è vicina a Roma e il carcere umbro è "interessante e articolato per la composizione dei suoi ospiti".
Così ha esordito il senatore Compagna parlando dei risultati, molto positivi, della visita effettuata. "La provenienza dei detenuti -ha spiegato il parlamentare- non è quella del malessere sociale e della delinquenza umbri, ma questi arrivano da altre realtà, anche lontane: in particolare, sono stato colpito dal fatto che Nicola Cosentino fosse stato trasferito a Terni e ho reputato giusto effettuare un incontro con la direttrice della struttura, Chiara Pellegrini, e il comandante della Polizia penitenziaria, Fabio Gallo".
Condizioni soddisfacenti Come ha spiegato Compagna, le condizioni della struttura sono molto soddisfacenti, perché "si allontanano dall'area del malessere". Fra i detenuti, nonostante la presenza di un 10% di stranieri, non si creano condizioni di insofferenza razziale. La logistica è buona, così come lo sono le condizioni in cui gli stessi detenuti vivono in cella: tra di essi, molti alloggiano da soli, mentre altri arrivano a un massimo di tre individui. Lo stesso è stato rilevato per la situazione sanitaria interna al carcere, che grazie "all'impegno e alla solerzia degli operatori funziona in modo pronto ed efficiente".
"Forno solidale" e personale Due sono state le sottolineature del senatore Campagna: in primis, un appello alla Regione per l'investimento di maggiori risorse per portare a termine il progetto della panetteria solidale, facendo così "veri passi in avanti in tema di diritto al lavoro", quindi un auspicio, quello di poter vedere in futuro aumentate le unità di personale, al fine di garantire un funzionamento ancor più organizzato del carcere, specialmente con una migliore distribuzione fra gli addetti alle custodie cautelari e a chi è detenuto dopo l'emanazione di una sentenza.
Ansa, 28 aprile 2015
Riforma della giustizia, ambiente e legalità, mafia, corruzione: saranno questi alcuni dei temi al centro del quinto Salone della giustizia che si apre oggi a Roma, nel Salone delle Fontane all'Eur. Alla tre giorni ricca di dibattiti, convegni e seminari, in cui la politica, le istituzioni e le professioni si confronteranno, il Capo della Stato, Sergio Mattarella, ha concesso l'Alto patronato. L'ingresso all'iniziativa, diretta soprattutto ai giovani, è gratuito.
Negli appuntamenti in programma il ministro Andrea Orlando affronterà il tema della riforma della giustizia, il ministro Marianna Madia quello della Pubblica amministrazione. Federica Guidi, ministro dello Sviluppo economico, che si è detta "molto lieta di partecipare al Salone, il più grande evento sulla giustizia italiana", tratterà insieme al collega Pier Carlo Padoan, ministro dell'Economia, il rapporto scottante tra giustizia e impresa (in Italia occorrono in media 608 giorni per avere una sentenza di primo grado in campo civile; in Lussemburgo ne bastano 53). Angelino Alfano, ministro dell' Interno, discuterà di criminalità organizzata, mentre i temi del disagio giovanile, della medicina difensiva, della tutela della salute e del risparmio saranno affrontati dagli specialisti del settore in workshop collaterali.
Al Salone saranno presenti come sempre rappresentanze della Corte costituzionale, del Consiglio superiore della magistratura, del Consiglio di Stato, dell'Anm, del notariato, dei commercialisti, dei giornalisti e degli avvocati.
Tra le personalità presenti, John Philips, ambasciatore Usa in Italia; Alessandro Pansa, capo della Polizia; monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia; Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm; Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari costituzionali; Filippo Marvasi, presidente del Tribunale delle imprese; Guido Alpa, presidente del comitato scientifico di questa rassegna. Grazie a un accordo con il Gruppo 24 Ore, i convegni principali saranno trasmessi in diretta sia su www.ilsole24ore.com sia su www.iuschannel.tv mentre l'Ansa, media partner ufficiale, diffonderà in tempo reale le principali notizie di questa quinta edizione su www.ansa.it.
di Angela Balenzano
Corriere del Mezzogiorno, 28 aprile 2015
Lettera di monsignor Ravasi alla direttrice del carcere. Il viaggio con il "treno dei bambini" fino alla stazione ferroviaria della Città del Vaticano.
Papa Francesco incontrerà i figli dei detenuti e delle detenute del carcere di Bari. Un treno speciale con centinaia di bimbi a bordo (di età compresa tra 0 e 12 anni) partirà il prossimo 30 maggio dalla stazione centrale di Bari per arrivare direttamente nella piccola stazione del Vaticano. Si chiamerà il "Treno dei bambini" e sarà messo a disposizione da Trenitalia. È un evento unico e speciale. Il primo al Sud e fortemente voluto dal Papa. Il 14 aprile scorso il cardinale Gianfranco Ravasi ha inviato una lunga lettera alla direttrice della casa circondariale di Bari, Lidia De Leonardis per ufficializzare l'iniziativa e l'invito del Papa.
"Il Cortile dei Gentili (si tratta di uno spazio di incontro e dialogo nella città del Vaticano, un'immagine che rinvia all'antico Tempio di Gerusalemme, ndr) ha accolto l'invito di Sua Santità Papa Francesco - scrive il cardinale - a impegnarsi nelle situazioni più disagiate. Quest'anno abbiamo pensato di progettare un'iniziativa per i bambini che vivono con le loro madri una quotidianità fatta di carcere e allontanamento dagli altri fratelli e a quelli che vivono la separazione dalla loro mamma perché si trova in un penitenziario. Tramite un percorso di "pedagogia culturale" si cercherà di trasmettere messaggi umani e spirituali ai bambini che ne sono completamente privi". Una realtà con la quale la direzione del carcere di Bari e lo staff dell'area educativa si scontrano ogni giorno. Nei colloqui frequenti con i detenuti e con i loro familiari. Scrive ancora il cardinale: "Oltre ai bambini sarebbe importante avere con loro il numero più grande possibile di mamme detenute".
In Vaticano andranno però solo i bimbi accompagnati dal genitore libero o comunque da un accompagnatore da individuare tra i familiari più stretti. Bari sarà l'unica città del Sud a partecipare alla speciale giornata con il Papa. Insieme alla case circondariali di Roma, Civitavecchia e Latina. Il progetto è stato organizzato dal cappellano della casa circondariale di Rebibbia, Don Pier Sandro Spriano con il coordinamento del Provveditorato pugliese. "Siamo molto onorati di partecipare a questa lodevole ed emozionante iniziativa - spiega la direttrice del carcere di Bari, Lidia De Leonardis - cercheremo di coinvolgere il maggior numero di bambini anche dagli istituti di Turi e Altamura. Ora siamo in piena fase organizzativa".
Il treno speciale partirà da Bari alle 6 del 30 maggio e raggiungerà la stazione del Vaticano intorno alle 10.40. La ferrovia vaticana è tra le più brevi del mondo: è lunga poco più di un chilometro di cui solo 200 metri sono in territorio Vaticano. I piccoli con i loro accompagnatori raggiungeranno la sala "Nervi" dove a mezzogiorno in punto accoglieranno Papa Francesco con tanti aquiloni colorati. Dopo l'incontro ci sarà un pranzo al sacco che potranno consumare nei giardini dell'area vaticana. Il treno speciale ripartirà nel pomeriggio per essere di ritorno a Bari in serata. Il tema della giornata è legato al "Volo" spiega ancora il cardinale nella sua lettera "come simbolo dei possibili passaggi tra l'interno del carcere, dove vivono le mamme e l'esterno dove stanno i figli".
"L'iniziativa proposta dal Santo Padre - spiega Tommaso Minervini, responsabile dell'area educativa della casa circondariale di Bari - è nel solco del significato più profondo di questo momento storico: l'incontro e l'opportunità del cambiamento. Oltre agli aspetti puramente organizzativi, proveremo ad approfondire, sul piano pedagogico questa grande e originale opportunità. È una grande possibilità di riflessione profonda attraverso l'incontro con i bambini".
di Ambra Notari
Redattor Sociale, 28 aprile 2015
L'autore è Gazmend Kullav, albanese, che nell'istituto penitenziario della Dozza (Bologna) ha scoperto la passione per la cucina. Il libro sarà presentato domani nell'ambito dell'evento di chiusura di "Fuori e dentro".
"La dolce evasione: ricette dal carcere" è un libro di ricette e racconti, legati le une agli altri. L'autore è Gazmend Kullav, autore della rubrica di cucina del settimanale 'Ne vale la penà del carcere bolognese. Gaz ha 43 anni, viene dall'Albania. È un detenuto della Dozza e il suo fine pena si sta avvicinando. Gaz, oggi, è uno dei cuochi del carcere: stando in istituto ha scoperto una passione, quella per la cucina, una passione che prima non conosceva.
"Adesso che si avvicina la libertà, sa per certo che vuole continuare a fare il cuoco - spiega Valentina Rizzo, volontaria del Poggeschi per il Carcere, ma è ben cosciente di quante difficoltà lo aspettano. Ha cominciato a cucinare per i compagni di cella, poi per la sezione. Adesso lo fa per tutto il carcere". Così nasce l'idea di raccogliere alcune sue ricette in un libro, che sarà presentato mercoledì 29 aprile alle 20 all'Ortica di via Mascarella: l'occasione sarà la giornata conclusiva della rassegna "Fuori e Dentro. Un altro sguardo sul carcere" organizzata da una rete di associazioni legate al volontariato penitenziario, guidate da VolaBo (Centro servizi per il volontariato di Bologna). All'appuntamento sarà presente anche Matteo Guidi, studioso e autore del libro "Cucinare in massima sicurezza". "Gaz sarà presente, ha accumulato un sacco di permessi", conferma Valentina.
"Dal libro di Gaz si percepisce un gran senso di sacrificio - continua: quello di cucinare in spazi angusti, con strumenti spesso non adeguati, considerato ciò che non si può portare in carcere. Ma c'è anche una grandissima inventiva: per esempio, inventarsi un forno per far lievitare i dolci con la carta stagnola e uno sgabello". Ogni ricetta è accompagnata da un breve racconto, che la contestualizza e ne spiega il significato.
I dolci di Gaz, spiega, sono zuccherosissimi, fatti e decorati con sciroppi e miele: "Anche dalla scelta degli ingredienti si capisce molto sulla sensibilità di Gaz, sempre alla ricerca della convivialità. Fa l'impossibile per mettersi a disposizione degli altri".
C'è "il dolce del permesso" fatto con le mandorle e le noci, pensato il giorno del permesso - appunto - di fare volontariato in una comunità; c'è la "torta Cristina" dedicata alla professoressa vegana di inglese, con lo sciroppo alla pera e quello alla fragola; c'è "l'amicizia in carcere", con la frutta secca e la crema pasticcera; c'è la "torta alle noci per la festa del papà": "Quando Gaz la prepara, il pensiero corre a suo figlio, in Albania. Si sveglia la mattina, e pensa a quanto gli manca, a quanto è bello, ogni tanto, ricevere una sua lettera. In carcere, soprattutto in occasioni di ricorrenze e feste comandate, si respira una grande nostalgia: perché la detenzione la scontano anche le famiglie, soprattutto i figli. Così, quando cucina la torta per il papà, è per tutti un momento di riflessione: tutti pensiamo ai nostri padri, e molti anche ai propri figli".
All'evento del 29 sarà possibile acquistare "La dolce evasione: ricette dal carcere" (offerta libera): tutto il ricavato sarà reinvestito nelle attività della redazione di "Ne vale la pena": "Magari, potremo fare stampare anche qualche copia in più da distribuire in carcere. Ne sarebbero orgogliosissimi".
di Daniela Casciola
Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2015
Si svolgerà il prossimo 7 maggio un vertice, convocato dal ministro Alfano con le Regioni e l'Anci per fare il punto sull'emergenza profughi. Lo ha annunciato il sindaco di Torino e presidente dell'Anci, Piero Fassino, che ha visitato il Centro Fenoglio di Settimo Torinese, dove sono ospitati dalla Croce Rossa circa 180 profughi. La convocazione del vertice segue la richiesta di una cabina di regia, avanzata la scorsa settimana dal sindaco Fassino e dal presidente della Regione Piemonte, e della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino (si veda il Quotidiano degli enti locali e Pa del 22 aprile 2015). Nel corso dell'incontro verrà fatto il punto sulla proposta di utilizzare le caserme dismesse per ospitare i profughi e dei fondi necessari per consentire agli enti locali di far fronte all'emergenza.
Al termine della visita al centro Fenoglio, Fassino ha ribadito la necessità di creare degli "hub di accoglienza", le caserme dismesse appunto, come "luoghi di passaggio durante la fase intermedia tra lo sbarco e la destinazione finale nei Comuni per fare un primo screening e smistare poi i profughi in centri più piccoli". Fassino, ha aggiunto che, a questo scopo, possono essere utilizzati anche ospedali dismessi oppure scuole non più utilizzate.
Tre step per la prima accoglienza (sbarco, caserma, comune); la formazione per garantire "prospettive esistenziali" sia per chi resta sia per chi andrà via; una spinta alla macchina burocratica; risorse adeguate: è questo il piano per l'immigrazione dell'Anci che Fassino porterà al Governo il 7 maggio. Tutto questo sarà valutato dalla cabina di regia che dovrà guidare gli interventi in modo coordinato. In primo piano, il nodo delle risorse: "magari venissero dalla Ue, noi siamo più che favorevoli. Il Governo si sta battendo per questo".
"È finito il tempo di interventi sporadici e di programmi europei ad hoc. Il problema deve essere risolto con un approccio europeo e con il coinvolgimento degli enti locali", lo ha detto Carla Rey, Segretario generale dell'Aiccre (Associazione italiana per Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa) che insieme ad Emilio Verrengia, Segretario generale aggiunto, ha partecipato all'incontro dei Segretari generali delle Sezioni nazionali che si è svolto a Vienna nei giorni scorsi (21 e 22 aprile).
Da Vienna, dove si è tenuta anche la riunione delle Città capitali, è stata espressa solidarietà all'Italia ed è partita forte la richiesta di non lasciare soli gli enti locali, che sono i primi a dover gestire l'emergenza migrazione. Il tutto si concretizzerà tra l'altro, con un Comitato direttivo specifico sulla questione migrazione ed accoglienza. L'appuntamento è a Monaco i prossimi 24 e 25 giugno.
L'Aiccre ha ribadito l'urgenza di progettare piani di pace e di assistenza allo sviluppo per il Medio Oriente e l'Africa. La normalizzazione politica e la stabilizzazione economica permetterebbero di porre sotto controllo i flussi migratori e offrirebbero, tra l'altro, una grande leva di crescita per l'Europa, con la partecipazione a progetti educativi, infrastrutturali, energetici, agroalimentari e industriali concordati con le autorità locali. Gli Enti locali, infine, "devono essere coinvolti anche costituendo dei partenariati per la migrazione e l'integrazione tra città e regioni dei paesi di origine e di destinazione, al fine di assicurare una gestione più decentrata delle migrazioni".
Adnkronos, 28 aprile 2015
Gonnella, legge ingiusta e disumana, va cambiata subito. Un giovane romano di 25 anni ha subito una condanna a un anno di carcere per avere coltivato marijuana per finalità terapeutica. Alla madre, affetta da gravi patologie, il medico aveva infatti prescritto derivati cannabinoidi. Non essendo riuscito a ottenerli per vie legali, il giovane ha deciso di produrli da solo, coltivando 4 piante di marijuana.
A denunciare il caso è Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, che parla di "ingiustizia e disumanità dell'attuale legge sulle droghe", chiedendo immediati interventi di modifica. "In totale buona fede il giovane ha palesato in rete i suoi disagi nell'approvvigionamento del farmaco - riferisce Gonnella.
Ha messo su poche piantine per curare, somministrare la cura alla madre ed è stato condannato perché ritenuto spacciatore di professione. Nonostante sia stata prodotta copiosa documentazione in ordine alle circostanze sopra descritte, a partire dalla prescrizione medica dei derivati cannabinoidi e dall'avvio della procedura di importazione, è giunta la condanna. Così all'ingiustizia di una donna che non può curarsi si aggiunge quella del figlio condannato". "Nelle motivazioni seppur succintamente si ammette che vi siano nobili motivi della detenzione di marijuana autoprodotta per provvedere a procurare la sostanza stupefacente necessaria alla madre", ricorda il presidente di Antigone che ribadisce il suo appello: "La legge sulle droghe va radicalmente cambiata. Non è possibile in un solo colpo rovinare due vite nel nome di un proibizionismo violento cieco e sordo".
Adnkronos, 28 aprile 2015
Sulla pena di morte Giacarta va avanti per la sua strada. Mentre cresce la pressione internazionale per fermare le esecuzioni dei nove detenuti condannati per reati di droga, otto dei quali stranieri, le autorità indonesiane hanno già preparato le bare. Lo riferisce un fotografo locale raccontando che nove casse avvolte in un panno bianco sono state portate da una chiesa locale alla stazione di polizia di Cilacap, presso l'isola prigione di Nusakambangan, dove i detenuti verranno giustiziati. L'ufficio del procuratore generale ha detto che ai prigionieri e alle loro famiglie è stata annunciata l'imminente esecuzione, ma ha rifiutato di fornire una data. Secondo l'avvocato della filippina Mary Jane Veloso, l'esecuzione avverrà domani. Sul caso il presidente delle Filippine Benigno Aquino ha detto che il presidente indonesiano Joko Widodo è stato "comprensivo" quando ha sollevato il caso in una breve chiacchierata al vertice dei leader dell'Asean a Kuala Lumpur e che avrebbe consultato il procuratore generale sulle questioni giuridiche.
Nel frattempo, si moltiplicano gli appelli nazionali e internazionali per una sospensione del verdetto. Una petizione online chiede a Joko di mostrare misericordia per Veloso ha raccolto quasi 8.500 firme. Mentre il profilo Twitter del presidente indonesiano è stato inondato di messaggi di connazionali e stranieri che implorano clemenza. Tra i detenuti di fronte al plotone di esecuzione ci sono anche due australiani, la cui esecuzione imminente ha provocato uno scontro diplomatico tra Giacarta e Canberra.
Il primo ministro australiano durante il fine settimana ha anche scritto nuovamente al presidente indonesiano implorando clemenza per i due connazionali condannati. Mentre il ministro degli Esteri australiano Julie Bishop si è detta "profondamente costernata" dal fatto che l'Indonesia ha ignorato la richiesta di rinviare l'esecuzione della coppia perché in coincidenza con le celebrazioni dell'Anzac day, in onore dei caduti australiani e neozelandesi della I guerra mondiale.
Gli altri sono quattro nigeriani, un indonesiano e un brasiliano che, secondo la famiglia, è malato di mente. Il francese Serge Atlaoui ha invece ottenuto una momentanea sospensione della sentenza in attesa dell'esito della sua ultima richiesta di appello. Domenica scorsa, il presidente Joko si è rifiutato di rispondere alle domande circa le esecuzioni previste, dicendo tutti i quesiti devono essere indirizzati all'ufficio del procuratore generale. Secondo Amnesty International le esecuzioni pregiudicherebbero seriamente la credibilità dell'Indonesia sul tema dei diritti umani a livello regionale e globale.
"Nonostante la disperazione di questa situazione, l'esperienza passata ci mostra c'è ancora tempo per fermare le esecuzioni e porre fine alla pena di morte in Indonesia e altrove", ha detto Amnesty. Mentre il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha esortato Giacarta a prendere in considerazione una moratoria sulla pena di morte, spiegando che i reati legati alla droga in genere non sono considerati "crimini molto gravi". "Secondo il diritto internazionale, se alla fine si fa ricorso alla pena di morte, dovrebbe essere comminata solo per i crimini più gravi, in particolare quelli che riguardano l'omicidio volontario, e solo con le adeguate garanzie", ha detto un portavoce delle Nazioni Unite.
Nozze per un australiano in attesa di fucilazione
Uno dei due contrabbandieri di droga australiani in attesa di esecuzione in Indonesia, Andrew Chan, si è sposato ieri in una cerimonia privata organizzata nel carcere di Nusakambangan, dove potrebbe essere fucilato entro domani assieme ad oltre otto detenuti di cui sette stranieri.
Chan, 31 anni, si è unito in matrimonio con la fidanzata Febyanti Herewila, alla presenza della famiglia e degli amici più cari. I suoi famigliari e quelli dell'altro australiano, Myuran Sukumaran, sono stati assediati dai reporter al loro arrivo al carcere di massima sicurezza, dove hanno rinnovato gli appelli alla clemenza del presidente indonesiano Joko Widodo.
Le autorità hanno consegnato domenica la notifica "delle 72 ore" dall'esecuzione a nove dei dieci trafficanti di droga in lista di esecuzione, esentando il francese Serge Atlaoui per concedergli un'altra udienza di appello. Nonostante le proteste della comunità internazionale, e in particolare delle minacce francesi, australiane e filippine di conseguenze diplomatiche, l'Indonesia non ha mostrato finora segni di ripensamento circa la fucilazione dei condannati, arrestati in diversi casi di contrabbando di droga negli ultimi dieci anni.
Ansa, 28 aprile 2015
Circa cento prigionieri sostenitori dell'Isis sono in sciopero della fame nel carcere giordano di massima sicurezza di Mowaqer per protestare contro le condizioni di detenzione, secondo quanto riferito da attivisti e avvocati. "I detenuti descrivono le loro condizioni come disumane e accusano le autorità di regolari soprusi e di mettere alcuni di loro in isolamento", ha detto l'avvocato Abdul Kader al Khatib.
Il carcere di Mowaqer si trova a Est di Amman ai margini del deserto. Alcuni attivisti hanno riferito che secondo i detenuti le guardie impediscono le regolari visite dei familiari e le ore d'aria. I prigionieri lamentano anche che le celle sono estremamente fredde d'inverno e calde d'estate. La maggior parte dei prigionieri sono stati arrestati dopo avere manifestato pubblicamente sostegno allo Stato islamico o avere combattuto nelle sue file in Siria. Le autorità in Giordania sono spesso accusate di maltrattamenti sui detenuti, ma il governo afferma di rispettare gli standard internazionali.
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