rai.it, 23 giugno 2019
Con Rai Ragazzi la musica arriva oltre le sbarre. Un carcere pieno di musica e canzoni, dedicate ai figli e alle famiglie dei detenuti: è accaduto oggi pomeriggio - sabato 22 giugno - tra le mura di della Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino, nel concerto organizzato da Rai Ragazzi con il Sermig - Arsenale della Pace, l'Unicef e la Direzione della Casa Circondariale di Torino in occasione della Giornata Internazionale della Musica.
Ospiti d'onore, una sessantina di bambini - tra i 2 e i 14 anni - figli dei detenuti, e le loro famiglie. L'incontro, nell'auditorium del carcere, è stato scandito dai brani eseguiti dall'Orchestra e Coro del Laboratorio del Suono del Sermig, diretti da Mauro Tabasso e presentati da uno dei volti più noti di Rai Ragazzi, dalla Melevisione a Happy Dance: Lorenzo Branchetti.
"Un modo diverso per passare un poco di tempo insieme: andare a trovare il proprio papà in carcere ed assistere ad un concerto con lui. Rai Ragazzi - dice Mussi Bollini, vicedirettore di Rai Ragazzi - oltre all'impegno nel produrre, acquistare e trasmettere programmi di qualità, cerca di essere presente sul territorio con eventi che coinvolgono le diverse realtà torinesi o nazionali, in un impegno costante per una cultura dell'infanzia che deve essere sempre più incentrata sui reali bisogni dei bambini e dei ragazzi".
In scaletta, applauditissime, alcune sigle e canzoni storiche di Rai Yoyo: "Ninna Nanna Bumbi" e "Il bassotto e la giraffa" dal programma "Bumbi"; "La rabbia va in vacanza", "Sulle ali del coraggio" e "Amici!" da "L'albero azzurro", ma non mancheranno altri brani come tre movimenti dalla Kindersinfonie (la "Sinfonia dei giocattoli") di Angerer-Mozart-Haydn, "Song of Hope" di Susanna Lindmark, "The final countdown" degli Europe e "Viva la vida" dei Coldplay.
"Oggi grazie a Rai Ragazzi e all'Orchestra e Coro dell'Arsenale della Pace del Sermig - aggiunge Antonio Sgroi Presidente provinciale per l'Unicef di Torino - possiamo affermare di aver adempiuto a quanto previsto dalla Convenzione dei diritti dell'infanzia, di cui quest'anno ricorre il trentennale, agevolando il consolidamento di rapporti personali e contatti diretti con i genitori. Promuovere il mantenimento di relazioni familiari di qualità incide positivamente non solo sul genitore recluso, ma soprattutto sullo sviluppo del bambino
Corriere Veneto, 23 giugno 2019
Per festeggiare il primo posto nel campionato di terza categoria della Polisportiva Pallalpiede, la squadra dei detenuti, ieri il terreno di gioco della Casa di Reclusione Due Palazzi ha ospitato una partita tra la squadra allenata da Fernando Badon e una rappresentativa di giornalisti e consiglieri comunali, guidati dall'assessore allo Sport, Diego Bonavina. Nell'occasione, quest'ultimo ha consegnato una targa ai giocatori e ai dirigenti della Polisportiva Pallalpiede.
Redattore Sociale, 23 giugno 2019
Un dvd interattivo a fumetti aprirà le porte del carcere agli studenti delle scuole superiori di Bologna. Cinque storie di detenuti, donne e uomini, italiani e stranieri, video-testimonianze, testi, giochi, quiz e immagini, aiuteranno gli studenti a conoscere il mondo dietro le sbarre ed a formarsi una propria opinione al riguardo.
Con questo intento nasce "Wunderkammer - La Camera delle Meraviglie", dvd interattivo sul tema dell'esecuzione della pena e della fase post-penitenziaria, frutto di un percorso di collaborazione iniziato nel 2001 tra Comune di Bologna, Istituto di ricerca e formazione Iress, e associazione Gruppo Elettrogeno. Stampato in 1.000 copie, Wunderkammer verrà inviato a tutte le scuole superiori bolognesi, e presentato a giugno ai presidi, che da settembre prossimo potranno inserirlo nei percorsi formativi, integrando così le attività che gli ideatori del progetto svolgono già negli Istituti. Il dvd riassume infatti in un unico supporto multimediale le varie esperienze che Iress ha realizzato nel corso degli anni in classe, centri sociali, sedi di Quartiere e altri luoghi di aggregazione sociale della città.
Grazie al nuovo strumento, le scuole potranno quindi formare autonomamente gli studenti sul tema del carcere e della detenzione, al fine di portare i ragazzi a "costruirsi un proprio pensiero, una propria formazione", spiega Elena Di Gioia, di Gruppo Elettrogeno, oggi a Palazzo D'Accursio per presentare il dvd. Iress e Gruppo Elettrogeno, mettono inoltre a disposizione delle scuole i propri operatori, per una presentazione accompagnata del dvd, una vera e propria conferenza spettacolo con attori che recitano la parte dei cinque carcerati.
Wunderkammer renderà dunque più accessibile il complesso argomento della detenzione, non solo fornendo informazioni sulla storia ed i significati della pena e del carcere e sulle figure e le istituzioni ad essi collegate, ma consentirà anche di visualizzarne alcuni degli aspetti più significativi, a partire da personaggi, racconti, opinioni e punti di vista.
Gli studenti impareranno ad esempio cosa si può portare in cella, quali sono le strutture di detenzione a Bologna, ma anche quelle di sostegno, i progetti e le aziende che si attivano dopo che si è scontata la pena. Focus anche su tutti i numeri sulla giustizia bolognese, anche quella minorile.
Per Massimo Ziccone, responsabile Area pedagogica della Dozza, è molto importante "sensibilizzare la città, perché il carcere è sempre più visto come un luogo dove depositare i rifiuti della società".
Per Ziccone invece "una società matura deve essere capace non di espellere ma di integrare; solo con il recupero sociale infatti si possono risolvere i problemi, se li continuiamo ad espellere ritornano moltiplicati: un detenuto che esce senza ricevere aiuto è destinato a commettere altri reati". Il dvd verrà presentato domani al Teatro S. Martino: a momenti di rappresentazione teatrale si alterneranno brani video estratti da Wundrkammer.
Sempre al Teatro S. Martino, dal 28 al 31 maggio, Gruppo Elettrogeno presenta il secondo appuntamento con Il Teatro delle Necessità: verrà proiettato "Il Decalogo delle Donne", video realizzato nella sezione femminile della Dozza. Giovedì e venerdì verrà proiettato in anteprima "Storie di Montesole, ovvero l'incredibile": racconta per immagini l'esperienza del concerto "Canzoni e canzonette", a Monte Sole, nata dal laboratorio di musica condotto nella sezione penale maschile della Dozza, che ha coinvolto detenuti e non.
di Elisabetta Reale
Gazzetta del Sud, 23 giugno 2019
Un incontro di note, parole, sogni ed emozioni per la pace e contro ogni pregiudizio. Condivisione in musica, ieri mattina, alla casa circondariale di Gazzi che, in occasione della Festa europea della Musica e nel giorno del solstizio d'estate, ha accolto un evento pensato per regalare speranza e libertà, grazie al potere dell'arte che abbatte le barriere e unisce i cuori.
"Un mare di libertà in musica", il nome dell'evento, voluto fortemente dal direttore del carcere, Angela Sciavicco, dal comandante della polizia penitenziaria Antonella Machì e dal direttore artistico del "Piccolo Shakespeare" Daniela Ursino, che hanno illustrato le finalità dell'evento svoltosi nel campo da calcio dell'istituto, spazio teatrale "sotto le stelle" che raccoglie la potenza del Piccolo Shakespeare, il teatro del carcere. Musica e versi per un appuntamento che è stato subito sposato e sostenuto da molteplici realtà del territorio, civili e militari, per un sempre più fruttuoso dialogo col carcere.
"Una performance - ha sottolineato Daniela Ursino -, molto particolare grazie all'impegno di tanti, per lanciare, attraverso la suggestione della musica, un messaggio di rispetto, riscatto, senso del dovere, libertà, unione, sacrificio, fratellanza. La musica unisce e ci aiuta a sintetizzare il concetto del non giudicare l'altro. Anche verso chi ha sbagliato va tesa una mano per aiutarlo a risollevarsi". Questo lo spirito che ha animato i tanti protagonisti dell'evento, applaudito da detenuti e detenute di alta e media sicurezza. Spazio a parole di libertà e speranza, arrivate dalla voce dell'attore della compagnia della Fortezza Pippo Venuto, poi l'inno d'Italia eseguito dalla Banda della Brigata Meccanizzata Aosta diretta dal maestro Fedele De Caro che si è esibita insieme al coro "Note Colorate" diretto dal maestro Giovanni Mundo.
Musica e parole della tradizione grazie ai versi di Maria Costa, in collaborazione col centro Studio dedicato alla poetessa, presieduto da Lillo Alessandro. Versi dedicati al mare dello Stretto, alla terra di Sicilia e a Messina, tanto amata dalla poetessa, recitati dagli attori della "Libera Compagnia del Teatro per Sognare" e da altre voci d'eccezione, "attori per un giorno" scelti tra il personale del Corpo della Polizia penitenziaria, di Marina militare e Arma dei carabinieri.
A preparare gli attori l'aiuto regia del Progetto "Il Teatro per Sognare", l'attore messinese, Antonio Previti, a seguire l'allestimento Francesca Cannavò, tecnico luci Dino Privitera. Cresce la forza aggregativa di un progetto che vede la collaborazione del ministero della Giustizia, Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Provveditorato regionale, Tribunale di sorveglianza e la presenza costante e il sostegno di Curia, Caritas diocesana (presenti ieri l'arcivescovo Giovanni Accolla e il direttore Nino Basile). Intervenuti, tra gli altri, il generale di corpo d'armata Luigi Robusto, il comandante distaccamento Brigata Aosta colonnello Luigi Lisciandro, il capitano di vascello Giuseppe Catapano, il capitano di fregata Antonio Ciacio D'Arrigo.
pisatoday.it, 23 giugno 2019
A conclusione del corso di educazione musicale organizzato da Il Mosaico, eccezionale concerto del Coro e dell'Orchestra dell'Università di Pisa diretti dal Maestro Manfred Giampietro per gli operatori e i detenuti.
Aderendo alle sollecitazioni del Ministero della Giustizia per la celebrazione in tutti gli istituti di pena italiani della Festa della Musica, promossa dal Ministero dei Beni Culturali, l'Associazione Culturale Il Mosaico, a conclusione della VII edizione del Progetto Musica Dentro, organizza presso il carcere "Don Bosco" un concerto straordinario del Coro e dell'Orchestra dell'Università di Pisa diretti dal Maestro Manfred Giampietro.
Si tratta di una giovane e importante realtà cittadina che fa parte del Centro per la diffusione della cultura e della pratica musicale dell'Università di Pisa, coordinato dalla prof.ssa Maria Antonella Galanti, con un repertorio che spazia dal barocco alla musica moderna e, al fine di esplorare altre esperienze musicali, include anche musiche per film e videogiochi: molto acclamati sono stati il concerto Fantasy (k)night, tenutosi nel maggio 2018 e tratto dalla fortunata serie di videogiochi Final Fantasy, e i due concerti di colonne sonore Le note degli Oscar.
Per questa eccezionale celebrazione della Festa della Musica, che si svolgerà il prossimo 25 giugno 2019 per oltre 120 persone, tra invitati e detenuti, nel cortile della Casa Circondariale "Don Bosco", sarà eseguita una speciale selezione dalla serie videoludica "Zelda". Il Progetto Musica Dentro è il corso di educazione musicale dedicato ad alcuni reclusi della casa circondariale di Pisa svolto dai docenti Marialuisa Pepi, Linda Scaramelli e Marco Mustaro, grazie al generoso finanziamento della Fondazione Pisa e della Società della Salute Pisana.
"La realizzazione della VII edizione di Musica Dentro" afferma Riccardo Buscemi, Presidente de Il Mosaico "è stata possibile grazie alla disponibilità del Direttore del carcere Francesco Ruello, che ha autorizzato e incoraggiato la nostra iniziativa, e accolto con entusiasmo la proposta di celebrare la Festa della Musica con l'eccezionale presenza ed esecuzione della prestigiosa realtà musicale dell'Università di Pisa. Ringrazio il Magnifico Rettore Prof. Paolo Maria Mancarella, la Professoressa Maria Antonella Galanti, il Maestro Manfred Giampietro e tutti i musicisti che aderendo senza esitazione all'idea di un concerto in carcere, celebreranno quest'anno in una maniera davvero "speciale" la Festa della Musica".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 23 giugno 2019
Le analogie con la vicenda che per nove anni ha perseguitato Asia Bibi sono tante: una vendetta privata all'origine di tutto, medesimo reato, stesso avvocato, identico clima ostile. In Pakistan la sezione 295-C del codice penale, che punisce la blasfemia, continua ad arrecare enormi danni alle minoranze religiose. La storia la racconta il portale Asianews, da sempre impegnato nella denuncia delle persecuzioni ai danni dei cristiani. Nel luglio 2013 un uomo, Muhammad Hussain, denuncia di aver ricevuto - mentre era in preghiera in una moschea - un sms contenente offese al Profeta Maometto. I presunti autori del messaggio, Shagufta Kausar e Shafqat Masih, vengono condannati a morte il 4 aprile dell'anno successivo.
Dopo oltre cinque anni, il 25 giugno presso l'Alta corte di Lahore si terrà il processo d'appello. Qui, Kausar e Masih - difesi da Saiful Malook, il coraggioso avvocato di Asia Bibi tornato appositamente dall'esilio cui era riparato per sfuggire alle minacce di morte - spiegheranno nuovamente al giudice che all'origine della denuncia per blasfemia non c'era altro che un banale alterco tra i figli della coppia e quelli dei vicini.
agi.it, 23 giugno 2019
Neanche dormire per terra in celle sovraffollate violerebbe "standard igienico-sanitari" accettabili. Lo rivela Newsweek facendo scattare l'indignazione per la tesi sostenuta dall'amministrazione Trump. Per il governo Usa i bambini migranti detenuti al confine tra Stati Uniti e Messico non hanno bisogno di prodotti fondamentali per l'igiene, come per esempio sapone e spazzolini da denti. E anche dormire "a basse temperature su pavimenti di cemento in celle affollate" non contraddice l'esigenza di mantenerli in condizioni "sicure" e secondo standard sanitario-igienici accettabili.
Se non altro, come rivela il settimanale Newsweek, è quanto l'amministrazione Trump ha sostenuto questa settimana davanti ad un tribunale del nono distretto a San Francisco: davanti ai giudici federali il governo di Washington ha affermato di non aver violato la legge secondo il precedente stabilito da una class action del 1985, che decretò delle linee guida per quello che concerne le condizioni che devono essere garantite ai minori detenuti in strutture federali destinati ai migranti.
È da quel caso - Jenny Lisette Flores versus Edwin Meese - che furono formulate le regole sulla tempistica del riaffidamento dei minori ai loro parenti e sull'esigenza di mantenere i minori in strutture "sicure e igieniche". Alcuni giorni fa l'argomento su cui si è basata la difesa del Dipartimento di Giustizia era che quelle regole non implicano automaticamente che i piccoli debbano usare "spazzolini da denti" o "asciugamani" perché si possa parlare di condizioni sicure e coerenti dal punto di vista sanitario e igienico.
Lo stesso vale per quanto riguarda il dormire per terra. "Voi seriamente state sostenendo che essere messi in grado di dormire non è una questione di un trattamento sicuro e igienico", ha chiesto la giudice Marsha Berzon ai funzionari del dipartimento. Anche altri membri della corte hanno espresso il loro sdegno, rileva il settimanale americano: "Trovo inconcepibile che il governo sostenga che stare tutta la notte al freddo dormendo su un pavimento di cemento, con le luci sempre accese e solo una carta stagnola come lenzuolo, sia sicuro e igienico", ha aggiunto il giudice William Fletcher.
Almeno sette bambini migranti, ricorda ancora Newsweek, sono morti mentre erano detenuti dalle autorità statunitensi sin dalla fine del 2018, da quando cioè è stata avviata la pratica di separarli dalle rispettive famiglie. A detta di John Sanders, commissario responsabile delle autorità di frontiera, la sua agenzia avrebbe bisogno di altri 4,6 milioni di dollari per prevenire ulteriori morti. Il numero esatto di bambini deceduti mentre erano in mano alle strutture del governo federale non è certo, afferma Newsweek, "a causa di una legge che non obbliga le diverse agenzie responsabile di far registrarne i casi".
Circa 15.500 bambini e giovani migranti sono stati registrati dalle autorità messicane per la migrazione nei primi quattro mesi dell'anno, 130 al giorno. Sono queste le cifre riportate dall'Unicef che cita le ultime stime dell'Istituto Nazionale per le Migrazioni. Si tratta di un aumento di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. La maggior parte dei minori provengono da Honduras, Guatemala ed El Salvador, Paesi dove il tasso di omicidi adolescenziali è tra i più alti al mondo. Il Messico è stato per decenni un Paese di origine, di transito e di destinazione per le famiglie in fuga dalla povertà, dalla violenza delle bande, dall'estorsione e dalle minacce di morte. Da tempo anche i migranti che sono stati rimpatriati dagli Stati Uniti e questi ritorni continueranno.
di Tahar Ben Jelloun*
La Stampa, 23 giugno 2019
Non accade tutti i giorni che un ex presidente della Repubblica, Mohamed Morsi, capo dei Fratelli musulmani, muoia a 67 anni in tribunale durante il processo. L'Egitto è lacerato dalla scomparsa del primo capo di Stato democraticamente eletto il 30 giugno 2012 e rovesciato il 3 luglio 2013 dal suo ministro della Difesa, all'epoca semplice generale, Abdel Fattah al-Sisi, poi autoproclamatosi Feldmaresciallo.
Da presidente della Repubblica egiziana, il suo primo atto fu quello di mettere il suo predecessore in prigione e accusarlo di spionaggio a favore del nemico. Questa morte, da alcuni considerata sospetta, è un brutto incidente di percorso per un regime autoritario che reprime ogni opposizione con rara severità. Ecco perché le Nazioni Unite, Human Rights Watch e Amnesty International hanno chiesto un'indagine indipendente e obiettiva sulle circostanze che hanno portato alla malattia e poi alla morte di Morsi.
Accusato di spionaggio, è stato rinchiuso in carcere, dove è stato isolato e lasciato senza cure. Secondo il suo avvocato, a causa del lungo periodo trascorso al buio, sarebbe diventato cieco. Il Qatar (che ha sempre sostenuto i Fratelli musulmani) e il capo dello Stato turco Recep Tayyip Erdogan ne hanno denunciato la morte. Erdogan ha persino parlato di martirio: "Possa Dio concedere la sua misericordia al nostro martire, al nostro fratello Morsi".
Il figlio ha rivelato che le autorità del Cairo rifiutano di concedere alla famiglia il permesso di seppellirlo nella tomba di famiglia. Vogliono impedire che diventi un luogo di pellegrinaggio per i suoi seguaci politici. Le circostanze del decesso Il contesto in cui è avvenuta questa morte è importante. È noto che l'esercito egiziano sta affrontando un'insurrezione islamista nel Sinai, diventato il punto di riferimento di un terrorismo ancora attivo. Dal 1952, l'Egitto ha conosciuto solo dittature. Questo popolo ha una lunga tradizione di lotta.
Gli eventi di Piazza Tahrir nel 2011 sono stati straordinari e hanno offerto al mondo l'immagine della fiera resistenza di un popolo oppresso e represso senza misericordia. Al Sisi pratica il vecchio metodo della totale repressione e soprattutto della tortura, per estorcere confessioni, la cui credibilità è più che sospetta. La pena di morte per impiccagione è un fatto quotidiano. La giustizia è succube del potere e chi si oppone viene arrestato e condannato, anche se non ha commesso alcun reato. Pensare, obiettare, opporsi anche in via teorica è un crimine che può essere punito con la morte.
Questo è ciò che affermano Human Rights Watch e Amnesty International. I loro rapporti sono accuse schiaccianti per questo regime sicuro di sé e prepotente, che continua a essere benvoluto dagli Stati Uniti e da Israele, nonché dai Paesi europei che gli vendono armi. Stabilità e crescita La morale e il commercio non hanno nulla da spartire. Durante la sua visita nel 2018, Macron non ha detto una parola sulle atrocità subite da migliaia di cittadini egiziani, la cui sola colpa è stata quella di sfidare una spietata dittatura.
L'America di Trump continua il suo programma di aiuti; e miracolosamente, l'economia egiziana è in buona salute, al punto che l'Fmi si è congratulato con il regime. Una buona crescita. Una stabilità apprezzata dall'Occidente. E si chiudono gli occhi di fronte al modo in cui il regime regola i conti con l'opposizione.
Ho visto anch'io, come tanti, il video in cui l'oppositore Mahmoud al Ahmadi rivendica la sua innocenza e denuncia le torture a cui è stato sottoposto con la corrente elettrica. Faceva parte di un gruppo di nove giovani, accusati di aver ucciso un pubblico ministero nel 2015. Il 20 febbraio 2019, sono stati giustiziati. Alcuni giorni prima altri tre condannati erano stati impiccati ad Alessandria.
Nel settembre del 2018 sono stati processati 740 Fratelli Musulmani e 75 sono stati condannati a morte. Eletti con oltre il 97% dei voti Il 19 marzo, Alaa El Aswany, autore del bestseller mondiale "The Yacoubian Building", che vive e insegna negli Stati Uniti, è stato citato in giudizio dallo Stato per "aver insultato il presidente, le forze armate e le istituzioni giudiziarie egiziane".
Membro fondatore di "Kifaya" (Basta) (2005), non può tornare nel suo Paese. L'avvocato Mohamed Ramadan è stato imprigionato per aver pubblicato sulla sua pagina Facebook una sua immagine in gilet giallo. Secondo Reporter senza frontiere, l'Egitto è al 161° posto su 179 in termini di libertà di stampa. Intanto, Abdel Fattah al Sisi propone al Parlamento una riforma della Costituzione per un terzo mandato. In Egitto, a parte il caso di Mohamed Morsi, si è eletti con oltre il 97%. Questa è la percentuale di voti che al-Sisi ha ottenuto nel 2018.
La morte di Morsi è considerata dagli osservatori rivelatrice delle condizioni di detenzione degli oppositori. È probabile che al-Sisi dovrà rispondere, direttamente o indirettamente, della diffusa violazione dei diritti umani in questo Egitto, dove il popolo non ha più paura di uscire allo scoperto mostrando la propria rabbia e il proprio rifiuto della dittatura. Come dice lo slogan del movimento di El Aswany "Kifaya!", "Basta!".
di Franco Giubilei
La Stampa, 23 giugno 2019
No ai sequestri preventivi di cannabis light, salvo che sia stato accertato in precedenza un livello di Thc superiore allo 0,5%. La decisone del tribunale del riesame di Genova stabilisce un precedente importante e riapre la questione della legittimità della vendita dei derivati della canapa nostrana, quella coltivata e poi distribuita nei grow shop, caratterizzata dal basso contenuto di principio attivo: di fatto, è un via libera alla commercializzazione della canapa leggera, purché non superi la concentrazione di Thc di cui si diceva.
La sentenza della Corte di Cassazione dello scorso 30 maggio aveva invece equiparato oli e infiorescenze agli stupefacenti veri e propri, a meno che questi prodotti fossero "privi di efficacia drogante". Una pronuncia che sembrava assecondare gli interventi di magistrati e questori che, come quello di Macerata, avevano mandato la polizia nei negozi a sequestrare la canapa light.
"La commercializzazione di foglie, infiorescenze, olio e resina non rientra nell'ambito di applicazione" della legge 242 del 2016, cioè della norma che disciplina la coltivazione della canapa, aveva scritto la Suprema Corte sollevando le proteste di centinaia di attività che operano nel settore. In realtà, avevano osservato i legali dei negozianti, l'espressione "privi di efficacia drogante" lasciava aperta la strada a un'interpretazione molto meno restrittiva di quanto sembrasse.
Un'osservazione che trova ora conferma nella pronuncia del riesame di Genova: il tribunale è intervenuto dopo un sequestro di infiorescenze, flaconcini di oli, confezioni di tisane e foglie di canapa sativa (la canapa nostrana, ndr) in un negozio di Rapallo. Il commerciante, difeso dal legale Salvatore Bottiglieri, si è opposto al provvedimento e i giudici gli hanno dato ragione, disponendo la restituzione.
I magistrati genovesi osservano che manca una norma che stabilisca la percentuale di principio attivo per cui una sostanza possa essere definita psicotropa. Al momento, l'unico riferimento è contenuto in una circolare del ministero dell'Interno, interpretativa della legge 242, che fissa il limite dello 0,5% di Thc, oltre il quale si rientra fra gli stupefacenti: "Questo resta l'unico parametro per la potenziale efficacia psicotropa", osserva il Riesame. Ecco perché il pm non può sequestrare tutta la merce, ma deve limitarsi al prelievo di singoli campioni. Nel caso l'analisi evidenzi uno sforamento, si procederà al sequestro.
di Filippo Femia
La Stampa, 23 giugno 2019
Sebastian è seduto su uno sgabello in plastica. Gli occhi, un abisso di paura, fissano il vuoto. Poi si scuote e fa un cenno con la testa verso il braccio sinistro, cancellato a colpi di machete. "Sono stati i dissidenti delle Farc: dicevano che ero un "sapo", una spia dell'esercito. Ma io sono solo un contadino".
Quel moncherino è il simbolo della pace tradita in Colombia. L'agguato è avvenuto a marzo 2018, un anno e mezzo dopo gli accordi firmati tra i guerriglieri delle Farc e il governo di Bogotà. "La pace? Un miraggio, qui non è mai arrivata", sussurra Sebastian, 54 anni, che per timore non rivela il suo vero nome.
"Qui" è il Putumayo, dipartimento sud-occidentale. L'ex roccaforte delle Farc - il fiume San Miguel, al confine con l'Ecuador, era considerato l'ultima retroguardia - è lo specchio della nuova ondata di violenza che insanguina la Colombia. La disputa per la coca "La pace è stata firmata, ora va costruita", aveva avvisato l'allora presidente Juan Manuel Santos. Ma lo Stato è ancora invisibile in molte zone abbandonate dai guerriglieri, come il Putumayo. Il vuoto di potere ha innescato una lotta spietata per controllare un corridoio strategico per i narcos e nei fiumi sono tornati ad apparire cadaveri a decine, come ai tempi della guerra.
I dissidenti delle Farc che non hanno consegnato le armi, i paramilitari e i cartelli della droga si disputano oggi il territorio. La guerra, ufficialmente, è finita. Ma il copione si ripete identico. Il detonante è il controllo dei territori, l'innesco la coltivazione della coca. Dei dieci municipi colombiani con il maggior numero di piantagioni, quattro si trovano in Putumayo. Le vittime, al solito, sono i civili, che hanno già messo il 90% dei morti ammazzati in 52 anni di guerra (260 mila vittime in totale).
Vivono nel terrore, ostaggi di gruppi armati che dettano legge. Letteralmente. Invadono i villaggi e convocano gli abitanti con minacce e fucili in vista. Poi elencano il "manual de convivencia", una serie di norme da rispettare - coprifuoco dopo le 18, un solo cellulare permesso a famiglia, divieto di lasciare il paese senza permesso - per sopravvivere. "Con le Farc si poteva dialogare - racconta Rodrigo Rivera, sindaco di Puerto Guzmán, da un anno sotto scorta per le minacce ricevute.
Quelli dei nuovi gruppi armati sono bestie. Prima si coltivava la coca ma era proibito consumarla. Ora vedi ragazzini di 12 anni vendere droga ai compagni di scuola". Per comprendere le ragioni della pace fallita bisogna partire da Puerto Asís, la capitale commerciale del Putumayo, e percorrere la strada che conduce al capoluogo Mocoa.
Nel tragitto, punteggiato da banani e fiori tropicali, Aura Mosquera indica a destra: "Laggiù, qualche chilometro dentro la giungla, c'è un laboratorio di coca dei paramilitari. Quell'altro lato, invece, è controllato dal fronte 38 dei dissidenti Farc".
Aura è la coordinatrice di "Accion contra el hambre", ong finanziata dal Dipartimento della protezione civile e degli aiuti umanitari della Commissione europea, che lo scorso anno ha investito 10 milioni di euro in Colombia. Ex guerriglieri nel mirino Tutte le associazioni sono concordi: un anno dopo la firma degli accordi di pace la situazione è precipitata.
Il dramma degli sfollati è la prova più evidente: 250 mila persone sono state costrette a fuggire dagli scontri armati e dal terrore di perdere i figli, vittime dei reclutamenti forzati da parte di paramilitari e altri gruppi armati. Carlos (nome di fantasia) faceva il professore. Spesso nel tragitto da casa a scuola incontrava cadaveri: "C'erano tre o quattro funerali al giorno", ricorda. Gli studenti lo minacciavano per ottenere voti alti: "Avevano pistole, ma non mi piegavo. Ho iniziato a ricevere visite di genitori armati. Poi i figli di una collega sono stati accoltellati: ho deciso di fuggire per salvare i miei bimbi". Basta sfogliare in modo sommario le 300 pagine degli accordi di pace per capire che buona parte è rimasta lettera morta.
Le Farc sono entrate in politica - stesso acronimo: Forza alternativa rivoluzionaria del comune - con 10 seggi assicurati fino al 2026. Ma gli ex combattenti, riuniti in zone per il reinserimento civile, sono finiti nel mirino dei gruppi armati illegali: in due anni e mezzo ne sono stati assassinati 128. E circa tremila (il 40% degli smobilitati), hanno imbracciato nuovamente le armi. "È il governo che provoca queste diserzioni violando le promesse ", accusa Ruben Dario Montoya, 38 anni di lotta armata ed ex comandante Farc.
"Lo Stato non ci protegge. "Per farsi ammazzare, meglio farlo difendendosi con le armi", pensano molti". Si sentono traditi dallo Stato anche i contadini che hanno sradicato le piantagioni di coca: "Ma gli indennizzi previsti dal programma di sostituzione volontaria non sono più arrivati", denunciano. Record di attivisti assassinati L'altra emergenza riguarda i leader sociali e gli attivisti per i diritti umani, dichiarati obiettivi militari dagli squadroni della morte. Dal 2016 oltre 500 sono stati assassinati.
La "colpa"? Aver alzato la voce a difesa delle comunità contro le piantagioni di coca, la sottrazione violenta di terre e le attività minerarie illegali. "Questo è l'accordo di pace più ambizioso di sempre, per questo ci sono numerosi ostacoli - spiega di Patricia Llombart Cussac, ambasciatrice dell'Ue in Colombia - Ma in questi due anni e mezzo sono state salvate tante vite, gli ex guerriglieri sono stati reintegrati e aree prima inaccessibili sono state aperte al turismo. Scommettiamo ancora sulla pace". Paula, leader di una comunità contadina minacciata dai paramilitari, è meno ottimista: "Con le Farc si girava liberi. Ora è un inferno, con tanti gruppi armati che non riesci a distinguere. Forse sarebbe stato meglio non firmare quegli accordi di pace".
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- S'avanza il giudice del popolo









