di Marco Belli
gnewsonline.it, 17 maggio 2019
L'ampliamento delle produzioni agroalimentari e del settore zootecnico, la vendita dei prodotti all'esterno con l'apertura di uno spazio fisso e continuativo, l'allargamento delle possibilità lavorative offerte ai detenuti e l'attivazione di contatti con enti e organizzazioni imprenditoriali del territorio. Il rilancio dell'azienda agricola della casa di reclusione di Castelfranco Emilia parte dalla determinazione del nuovo direttore dell'istituto penitenziario, Maria Martone, che ha intuito l'importanza di valorizzare le tante potenzialità presenti in un'azienda che si estende per 22 ettari di terreno e per la quale l'unica strada percorribile sembra quella di conferirle una dimensione imprenditoriale. Per questo la dirigente penitenziaria ha iniziato a tessere con certosina pazienza la rete di contatti utili allo scopo, partendo proprio dal coinvolgimento delle realtà pubbliche e private presenti sul territorio.
Nel frattempo, in attesa del salto di qualità, non è rimasta con le mani in mano e ha avviato tutta una serie di iniziative per il potenziamento dell'azienda agricola. Innanzitutto la vendita dei prodotti non è più limitata all'interno dell'istituto a beneficio del personale, ma si rivolge direttamente all'esterno. Per far conoscere la sua capacità produttiva è stata chiesta e ottenuta l'ammissione al mercato bio-solidale del Comune di Castelfranco: a partire da metà maggio, ogni sabato pomeriggio la piazza comunale ospiterà il gazebo dell'azienda agricola della casa di reclusione, destinato alla vendita di diversi prodotti e del miele. Ci si dedicheranno tre internati, già inseriti fra i lavoranti dell'azienda, che cureranno direttamente la vendita al pubblico.
Anche l'offerta lavorativa destinata ai detenuti è stata ampliata: dalle 8 unità presenti fino a qualche tempo fa, si è passati a 20 persone, per lo più internati, la cui attività è ora continuativa e quasi sempre accompagnata dalla presenza di un agronomo. A breve sarà anche indetto un interpello per l'assunzione di altri 10 detenuti per dare ancora maggiore impulso alla produttività. È stato inoltre di gran lunga allargato il ventaglio della produzione degli ortaggi di stagione, che da quest'anno prevede anche fragole e more e in futuro spazierà anche ad altri tipi di frutta. Novità anche dal settore zootecnico, che ora vede l'allevamento di suini e di galline ovaiole e che si sta pensando di arricchire con quello delle lumache.
A tutte queste iniziative avviate per aumentare la produttività dell'azienda seguono necessariamente altre che puntano ad allargare la platea dei potenziali clienti. In questo senso sono già in corso contatti con rappresentanti di alcune catene della grande distribuzione, per l'inserimento nei loro supermercati di banchi dedicati alla vendita dei prodotti del carcere. Presto, infine, il direttore dell'istituto incontrerà i responsabili di Confagricoltura di Modena e della Regione Emilia Romagna.
Ristretti Orizzonti, 17 maggio 2019
Il giorno 20 maggio alle ore 10,30 presso la Casa di Reclusione di Carinola ospiterà un evento culturale che ha già fatto tappa in più Istituti Penitenziari. L'iniziativa si compone di una serie di incontri nelle carceri, nelle comunità, negli ospedali e nelle scuole per coinvolgere gli allievi e gli operatori dei laboratori creativi ed utilizzare l'arte come strumento di riavvicinamento tra le persone.
In particolare, il progetto si rivolge agli ultimi, coloro i quali nella società moderna sono spesso relegati ai margini, mentre dovrebbero essere i primi in quanto, loro malgrado, sono testimoni di esperienze che la maggior parte delle persone non vivrà mai. L'iniziativa promossa dall'onorevole Raffaele Bruno è tesa ad avvicinare e sensibilizzare le istituzioni con il mondo dell'arte affinché si possano costruire processi virtuosi di riabilitazione dei detenuti.
Lo spettacolo sarà costruito insieme ad altri volontari che sono già presenti in Istituto e che organizzano laboratori teatrali in una interessante sinergia tra varie realtà. È gradita la presenza della stampa e si rammenta che i giornalisti devono presentarsi con il tesserino di iscrizione all'ordine.
La Direzione
termolionline.it, 17 maggio 2019
Si è concluso ieri con la vista presso il carcere di Larino il progetto (Lettere dal carcere) realizzato con l'istituto superiore di Serracapriola, un progetto che ha visto coinvolti studenti, docenti e detenuti in una corrispondenza epistolare. Oggi i ragazzi hanno potuto conoscere il detenuto con il quale si sono scambiati la corrispondenza. Momento di forte emozione e di crescita. Progetto realizzato dall'associazione Ilmuroinvisibile onlus.
Il progetto è iniziato il 28 novembre con una conferenza che ha visto come relatori,il direttore del carcere Rosa la Ginestra, il cappello Don Marco Colonna, l'educatrice Brigida Finelli il preside dell'istituto Tommaso Leccisotti, il prof. La Medica, l'assessore ai servizi sociali di Serracapriola Annarosa de Iudicibus, il sindaco d'Onofrio e la testimonianza di Francesco Luigi Frasca detenuto.
La conferenze aveva come titolo "giustizia, legalità e mondo giovanile". Dopo questa conferenza che ha aperto un nuovo mondo ai ragazzi è nata l'idea del progetto "lettere dal carcere" questa corrispondenza tra alunni e detenuti che si sono scambiati una corrispondenza epistolare senza mai vedersi. Durante l'anno alcuni volontari hanno continuato a tenere incontri sul mondo carcerario all'interno dell'istituto superiore di Serracapriola. Oggi il progetto si è conclusa facendo incontrare i detenuti e gli alunni che in questi mesi si sono scambiati la corrispondenza. È stato un momento forte di conoscenza, scambio di idee e crescita.
ottopagine.it, 17 maggio 2019
Ciambriello: bisogna implementare il circuito di attività a supporto della struttura. Si è concluso oggi presso l'Icam (Istituto di custodia attenuata per madri e minori accompagnati) di Lauro il progetto "Il dentro ed il fuori per un modello innovativo di Istituto Penitenziario" bandito dal Garante Campano dei detenuti e realizzato dalla associazione senza scopo di lucro Onlus Nuovo Avvenire.
L'iniziativa finale del progetto ha visto la partecipazione del Garante della regione Campania Samuele Ciambriello, del Presidente di "Nuovo Avvenire" Stefano Pisaniello e del Direttore dell'Istituto Paolo Pastena, nonché delle operatrici sociali, psicologhe ed educatrici che hanno seguito l'attività progettuale sin dal suo inizio.
"Questa struttura, nel suo complesso, non dà l'idea di un carcere, ma di una comunità alloggio 'allargata'", ha sottolineato il Presidente della associazione Pisaniello. "Abbiamo svolto settimanalmente come associazione incontri di ascolto, una sorta di segretariato sociale, una "antenna" della solidarietà. Continueremo in questo percorso virtuoso avviato in sinergia con il Garante Ciambriello affinché il ruolo sociale che svolgiamo risulti sempre più efficace".
"Abbiamo bisogno - ha sottolineato il Prof. Ciambriello - di implementare il circuito esterno a questa struttura, attraverso comunità alloggio alternative per detenute madri che, una volta in permesso, all'esterno non trovano strutture sociali alternative adeguate ad accoglierle. Dietro le sbarre ci sono bambini, con gravi conseguenze per il loro sviluppo psico-fisico e relazionale. Per certi versi sono anche in condizioni che aggravano i loro diritti: educativi, scolastici, affettivi.
È successo da poco, inoltre, che ai minori di tre anni non è stata data più la possibilità di frequentare l'asilo paritario, per una questione di carenza di trasporto pubblico. Abbiamo bisogno di implementare percorsi di avvicinamento di strutture esterne al carcere. Così come vi è bisogno di corsi di aggiornamento da destinare agli agenti, visto che non operano in una struttura "tradizionale" e di aumentare la presenza di figure sociali (assistenti sociali, educatori, osa, etc..) che fungano da pinte con l'esterno (asilo, scuole, asl)".
"L'Icam non dà l'idea di un istituto penitenziario - ha chiosato il Direttore Paolo Pastena - Gli agenti non sono in divisa, non portano con sé armi e finanche i sistemi di videosorveglianza non sono visibili ai bambini, il tutto a tutela della serenità degli stessi. In questo carcere, che ospita 14 detenute madri e 15 bambini, di cui 6 di età inferiore ai 6 anni, conta 34 agenti di cui solo 8 donne. Un numero troppo esiguo quest'ultimo da implementare assolutamente.
Ringrazio personalmente il Garante Campano Samuele Ciambriello per le progettualità sinora avviate in questo istituto e mi auguro che anche le associazioni del territorio possano fare rete per mettere in campo progetti a supporto delle detenute e dei loro bambini".
Al termine dell'incontro si è tenuto un pranzo conviviale offerto dal Garante che ha previsto il seguente menù: prosciutto e mozzarella, fritturine in pastella, spaghetti vongole e lupini, frittura di pesce, hamburger e patate fritte, insalata, bibite e dolci. Gli avvocati Milazzo e Romano, poi, hanno donato ai bambini vestiti nuovi.
di Andrea Carotenuto
Il Secolo XIX, 17 maggio 2019
Oltre 70 detenuti hanno partecipato all'ottava edizione della corsa Vivicittà - Porte aperte" che apre letteralmente i portoni di accesso al carcere di Marassi per consentire l'ingresso e l'uscita della competizione sportiva che vede correre insieme atleti delle associazioni sportive Uisp genovesi e gli "atleti interni", come sono stati ribattezzati gli sportivi detenuti nell'istituto penitenziario.
Una manifestazione sportiva che si ripete quest'anno in ben 23 carceri italiane e che rappresenta un "ponte" ideale tra sportivi di ogni nazionalità e condizione. Anche quest'anno sul tracciato di 3 chilometri, sia all'interno che all'esterno delle mura della casa circondariale genovese, si sono affrontati con determinazione e gran voglia di vincere i partecipanti, suddivisi in due gruppi. I migliori piazzamenti delle due batterie si sono poi contesi la vittoria finale con un ulteriore doppio giro delle mura del carcere di Marassi.
Un'uscita al di fuori della cinta muraria, sotto la scrupolosa supervisione del personale di sorveglianza, che è "simbolica" per detenuti che hanno la possibilità di oltrepassare quei muri e quei portoni blindati che da tempo sbarrano la strada. L'occasione anche per un incontro inaspettato come è successo per Carlos, detenuto di origini sudamericane, che ha trovato ad attenderlo fuori dal portone principale il figlioletto di appena due anni che gli correva incontro gridando "forza Papà" e che ha finito per strappare un imprevisto abbraccio sotto lo sguardo attento ma garbato degli agenti di sorveglianza.
Un piccolo gesto che ha strappato qualche lacrima alle persone presenti prima che l'atleta riprendesse la sua corsa. Contemporaneamente, sul campo interno, si è disputato un torneo di calcio fra i detenuti partecipanti alle attività dei progetti di "Sportpertutti", una rappresentativa esterna e una squadra della Polizia Penitenziaria.
L'obiettivo della manifestazione è stato creare "un collegamento" tra l'interno e l'esterno delle mura, così come avviene da anni nell'ambito delle azioni del progetto "Ponte", realizzato con il contributo della Regione Liguria Vivicittà è la "corsa più grande del mondo" che l'Unione Italiana Sport Per tutti organizza da ben trentacinque anni in decine di città italiane e nel mondo, capace di unire lo sport ad importanti temi di solidarietà e promozione di diritti.
di Massimiliano Castellani
Avvenire, 17 maggio 2019
Mister Achini e la "Forti Dentro": la squadra di calcio del carcere minorile, ieri in visita speciale all'Inter. "Allora ragazzi, oggi si esce: si va in trasferta... Ad Appiano Gentile! L'Inter ci sta aspettando". Nello spogliatoio del Carcere minorile Beccaria di Milano, l'annuncio, "a sorpresa" del "mister" Massimo Achini, ai suoi undici, "quasi tutti italiani figli di stranieri", i ragazzi della "Forti Dentro", è accolto con lo stesso boato di San Siro dopo un gol di Mauro Icardi.
Il tempo di fare entrare nel piazzale dell'istituto penitenziario il pullman che li trasporterà alla Pinetina, che la squadra incomincia a sognare ad occhi aperti. Non sta nella pelle Renato ("juventino, il bomber, quando vuole...", dice mister Achini) peruviano, il più grande del gruppo con i suoi 19 anni, siede in fondo al bus assieme ai compagni. Sorrisi raggianti, il sole splende sotto i cappellini da rapper, come quello dell'ecuadoriano Alex, che con Carlos, salvadoregno, e Renato, formano il "tridente dei lavoratori".
"Qua dentro, oltre a trovare una squadra di calcio, ho imparato un mestiere, faccio quadri elettrici", dice Renato. Alex è un giardiniere e attore teatrale, ha da poco recitato al Piccolo. Carlos invece lavora come panettiere all'interno del forno del carcere e da due anni a questa parte "è maturato tanto", dicono gli educatori, "è diventato papà". Un ragazzo padre di 18 anni, che tratta con fare paterno, come un po' tutti, la mascotte della squadra, il piccolo Omar. "Un numero "10" naturale: fuori, giocava nell'Accademia del Como".
Ed è dalle scorribande del lago, che Omar - madre italiana e padre tunisino - fisico esile alla Giovinco ("era denutrito il giorno che ce l'hanno portato") è finito qui. Arrestato, "da un blitz dei Carabinieri, per qualcosa che è meglio non dire" sussurra - assieme a Maykel, stanco e assonnato "perché è la prima volta che esco" e Bilal che con la maglia dell'Inter ricorda tanto il giovane Adriano, l'"Imperatore": "Vero? Me lo dicono tutti che gli somiglio".
In fondo al pullman si intonano, ognuno per conto proprio, le canzoni dei rapper latinoamericani, e Alex "il cantante", su un foglio butta giù di getto un testo. È la lettera da consegnare "all'altro "mister", Luciano Spalletti". È un viaggio lampo, così è stata anche la loro infanzia, bruciata in fretta, come l'ultima cicca fumata durante l'ora d'aria. È ossigeno puro questa giornata di libertà vigilata, una gita speciale che gli educatori come Donatella Maggi, da trent'anni al servizio dei minori a rischio, definiscono "un'impresa".
Ed è grazie all'impegno del nuovo direttore del Beccaria, Cosima Buccoliero, è stato possibile compiere l'impresa. "Ci sono voluti sei mesi per convincere una decina di magistrati di sorveglianza, uno per ogni ragazzo, a sensibilizzarli sull'importanza di questa trasferta e soprattutto del valore umano e educativo che ha assunto la nostra squadra", spiega mister Achini che, fiero, indossa sopra alla camicia la t-shirt dei "Forti Dentro". È un debutto esterno assoluto per la formazione, "nata due anni fa". Una squadra di calcio a 5 creata all'interno del Progetto Carceri del Csi (Centro sportivo italiano, di cui Achini è anche il presidente della sezione di Milano). Innocenti evasioni, finalmente, per una nuova sfida.
Una sfida quotidiana che comincia dai 41 ragazzi condannati per reati, "spesso pesanti", che passa per gli educatori e arriva fino agli agenti della Polizia penitenziaria (una sessantina in servizio). Ragazzi anche loro, sono "l'altra squadra", gli agenti in borghese, a cui sovrintende il comandante Marco Casella. Il comandante, a bordo dell'Alfa della Polizia, scorta questa carovana scanzonata che per un giorno mette da parte le paure e i traumi di vite sempre al margine, le macchie dei piccoli e grandi crimini che hanno sporcato la fedina penale ma soprattutto la coscienza di chi ha un disperato bisogno di rimettersi in gioco.
Sulla tribuna azzurra di Appiano Gentile, i "Forti Dentro" e gli agenti siedono fianco a fianco. Non è la classica asfissiante marcatura a uomo, ma un semplice "controllo umano", come il dialogo che si instaura tutti i giorni nei corridoi del carcere, dietro le sbarre, e che oggi sconfina sul campo dei loro idoli della domenica. Di rigore oggi non ci sono le celle, qualcuno di loro è rimasto in isolamento, qualcun altro è stato trasferito nelle carceri degli adulti, altri "purtroppo entreranno" e magari anche nella squadra, "perché da noi succede come a voi al calciomercato", scrivono a Spalletti. C'è anche chi esce ma per entrare nella comunità di recupero, alla Kairos di don Claudio Burgio, nume tutelare del Beccaria, come lo storico cappellano don Gino Rigoldi che alla domenica nel carcere officia la Santa Messa alla quale i ragazzi della squadra accorrono puntuali, come fanno agli allenamenti, ogni venerdì pomeriggio.
E in religioso silenzio assistono all'allenamento dei ragazzi di Spalletti. Rubano, ma solo con gli occhi, gli schemi e i movimenti di Ranocchia "grande amico, viene a trovarci spesso", le giocate rapide di Perisic e Lautaro Martinez, le "legnate" da fuori area e la collezione di tatuaggi di Nainggolan e Icardi. Tutti i i nerazzurri alla fine della partitella passano a salutare e autografare maglie e gagliardetti ai ragazzi del Beccaria. E mister Spalletti impartisce la tattica per il futuro.
"Le avete viste le ultime semifinali di Champions? Hanno confermato una cosa, che non bisogna mai perdere la speranza, nemmeno quando tutto sembra compromesso. Il vostro è un gol preso nei primi minuti... c'è ancora tutto il tempo per ribaltare il risultato e vincere la partita della vostra vita!". Lezione recepita e ricambiata con la lettera all'Inter in cui hanno scritto: "Abbiamo capito quanto bisogna impegnarsi per realizzare i propri sogni, sogni che ognuno di noi ha, solo che deve imparare a capire, e a ha bisogno di capire come coltivarli".
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 17 maggio 2019
Ottima iniziativa quella tenutasi ieri a Roma presso la Federazione della stampa su "Diritto all'informazione plurale e diffusa, al servizio dei cittadini", organizzata dal sindacato dei lavoratori della comunicazione (Slc) della Cgil (alla presidenza Flavia Greco e ospite-ospitante Nino Baseotto della segreteria di corso d'Italia).
Protagoniste la Web radio della confederazione "Articolo 1" e Radio radicale. Hanno introdotto il dibattito i direttori Altero Frigerio e Alessio Falconio. Fino alle conclusioni di Giovanna Reanda. Intervenuta la storica leader Emma Bonino. Il convegno non è stato rituale, perché, rispetto a pur importanti scadenze omologhe di questi giorni, ha messo in scena un'unità non scontata tra emittenti diverse e soggetti nel tempo talvolta distanti.
Hanno preso la parola, finalmente, anche coloro che non stanno ai microfoni o in video, bensì in regia o nella delicata cura dei microfoni, o nella tenuta del formidabile archivio della stazione radicale. lavoro vivo, che rischia di vedersi compromesso dalla scelta gravissima del governo di chiudere la convenzione originata da una gara del 1994 e stabilizzata dalla legge 224 del 1998. Hanno preso la parola esponenti dei sindacati delle emittenti, raccontando il clima di angoscia che cresce ad ogni esternazione del sottosegretario Crimi.
E così ha raccontato Matteo Bartocci de II manifesto - in maglietta arancione della campagna "io rompo"- che pure diverse testate su cui pesa il taglio del "fondo per il pluralismo" potrebbero avviarsi ad un tragico finale di partita. Senza il genio teatrale di Beckett, ma con la grigia attitudine censoria dell'attuale maggioranza.
Ha denunciato lo stato delle cose il segretario della Fnsi Raffaele Lorusso, seguito da Vittorio Di Trapani dell'UsigRai (il sindacato dei giornalisti del servizio pubblico). E ha ribadito la critica il presidente dell'Ordine dei giornalisti Carlo Verna. Mentre Silvia Garambois di "Giulia" (Giornaliste unite, libere e unite) ha stigmatizzato il ruolo spesso marginale delle donne, nonché la ritrovata fortuna del "panino" nei telegiornali: governo-opposizione-maggioranza in un eterno "due a uno".
Tuttavia, un raggio di sole si è appalesato. la Lega ha depositato un emendamento al decreto sulla crescita alla camera dei deputati per la proroga della convenzione, mentre dalle varie forze politiche si sono levate altrettante pronunce formali: per radio radicale (105.000 adesioni all'appello, in costante aumento) e per una moratoria del taglio dell'editoria. Quest'ultima ipotesi è stata ribadita da Lorusso e dall'Alleanza delle cooperative cui si riferiscono le testate cooperative e di opinione coinvolte.
Voci "di dentro", arrivate nella serata, segnalano qualche novità dal versante della disponibilità del Movimento 5 Stelle. Clamoroso? Del resto, ora o mai più. Morti e feriti non possono discutere. Nel frattempo il digiuno di Maurizio Bolognetti è all'ottantesimo giorno. Cui si aggiungono il sacrificio di Rita Bernardini e in queste ore lo sciopero della sete di Robero Giachetti. Se non passano gli emendamenti un intero mondo è pronto scendere in lotta, senza benevolenze.
Corriere della Sera, 17 maggio 2019
La Bahri Yanbu, che batte bandiera saudita, dovrebbe arrivare in Liguria sabato. La rivolta di sindacati portuali, politici e associazioni umanitari. Una nave dovrebbe arrivare nel porto di Genova sabato, al massimo domenica. Ma un nutrito "cartello" composto da diverse associazioni umanitarie (su tutte Amnesty International), da esponenti politici e sindacati dei portuali si sta mobilitando per impedirne l'accesso. La nave in questione batte bandiera saudita, si chiama Bahri Yanbua, ed è invisa perché porterebbe con sé un grosso carico di armi.
Amnesty denuncia: "La nave saudita sta cercando di attraccare nei porti europei per caricare armamenti destinati alle forze armate della monarchia assoluta saudita". E si chiede: "Porti aperti alle navi che trasportano bombe?". La presa di posizione dell'associazione no n governativa che chiede ai Governi di Francia, Spagna e Italia di chiudere i propri porti ai sauditi, è sostenuta anche da sindacati, esponenti della politica italiana e dell'associazionismo. Non è ancora chiaro se e dove attraccherà la nave (secondo indiscrezioni al terminal Gmt di Sampierdarena) e se lo scalo è solo tecnico ma le reazioni per ora sono state nette. Cgil e Filt (nazionale locale) assieme alla Camera del lavoro si dicono pronti al boicottaggio. Annuncia iniziative anche il collettivo autonomo dei lavoratori portuali. Favorevoli alla chiusura del porto alla nave anche i presidenti nazionali e locali dell'Arci, Francesca Chiavacci e Stefano Kovac: "Alla nave cargo con armi da guerra va vietato l'attracco, così come previsto dai trattati internazionali sottoscritti dal nostro Paese in tema di diritti umani e contro i conflitti armati. Si chiuda il porto alle armi, non solo ai disperati. Si impedisca che si utilizzino i nostri porti per alimentare guerre".
Bahri Yanbua avrebbe superato da poco lo stretto di Gibilterra. La nave è partita dagli Stati Uniti ad aprile. Passando per il Canada è arrivata in Europa. Il quattro maggio ha attraccato nel porto di Anversa dove, secondo la stampa belga, avrebbe caricato sei container di munizioni. L'arrivo a Gedda è fissato per il 25 maggio. Due deputate del Pd (Paita e Quartapelle) tirano in ballo Salvini. "Tra un comizio e l'altro potrebbe per una volta chiudere un porto e avere il nostro consenso". È stato un sito francese, Disclose, a dare notizia del carico di armi presente sulla nave. Una volta scoppiato il caso la mobilitazione di diverse associazioni umanitarie francesi ha impedito che la nave facesse scalo a Le Havre, dove pare avrebbe dovuto caricare otto cannoni semoventi Caesar.
La tappa genovese, dicono fonti interne alla guardia di finanza interpellate dal quotidiano IL Secolo XIX, servirebbe solo come scalo tecnico logistico. Il cargo saudita non dovrebbe caricare altre armi. Ma per Amnesty International "esiste il fondato pericolo che i porti italiani accolgano gli operatori marittimi che trasferiscono sistemi di armi e munizioni destinati a paesi in conflitto. Bombe che alimentano le guerre che a loro volta alimentano le migrazioni che, a parole, tutti vorrebbero prevenire aiutando le popolazioni "a casa loro".
Dalla capitaneria di porto tuttavia fanno sapere che la Bahri Yanbu è già stata altre volte a Genova "e nessuno ha detto nulla". Amnesty ricorda che assieme ad altre associazioni ha "ripetutamente chiesto ai precedenti Governi e all'attuale Governo Conte di sospendere l'invio di sistemi militari all'Arabia Saudita ed in particolare le forniture di bombe aeree MK80 prodotte dalla Rwm Italia che vengono sicuramente utilizzate dall'aeronautica saudita nei bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile in Yemen". Esportazioni "in aperta violazione della legge 185/1990 e del Trattato internazionale sul commercio delle armi ratificato dal nostro Paese".
di Michela Marzano
La Repubblica, 17 maggio 2019
Prevista una multa per le navi che salvano i migranti: come se l'uomo fosse ancora merce. La vita umana ha un prezzo? La si può misurare, pesare, quantificare e valutare come qualunque altra merce, un "tanto al chilo" sulla base di un certo numero di parametri? Secondo quanto emerge dall'ultima bozza del "decreto sicurezza bis" voluto da Matteo Salvini - e che, nonostante i continui litigi tra Lega e M5S, dovrebbe essere discusso lunedì prossimo in Consiglio dei ministri - sembrerebbe proprio di sì.
Visto che tra le nuove misure presenti nel decreto sono comparse anche salate multe per chi soccorre in mare i migranti: una somma forfettaria compresa tra i 20mila e i 50mila euro per ogni "carico umano", come se si stesse discutendo, appunto, di merci. Dimenticando così che coloro che vengono tratti in salvo sono persone, che la tutela delle persone in mare è un dovere, che il sistema di "ricerca e salvataggio" ("search and rescue") è codificato nel diritto internazionale sulla base di un'antica consuetudine, e che questa consuetudine si fonda (e si giustifica) sul riconoscimento del valore intrinseco di ogni essere umano.
Ma a Matteo Salvini, a quanto pare, tutto ciò non interessa. Per motivi puramente elettorali, e indipendentemente dall'efficacia delle norme, a lui basta fare propaganda alimentando la paura della gente (anche se gli sbarchi sono molto diminuiti), prendendosela con gli "scafisti" (anche se le navi che trasportano migranti sono delle Ong), e designando gli stranieri come nemici della patria (indipendentemente dalla violenza simbolica delle parole utilizzate).
Ci pensa mai, il nostro vicepremier, a cosa significhi suggerire l'idea che si possa forfettariamente prezzare un "carico umano"? Ha riflettuto anche solo un istante al fatto che, nel passato, è proprio sulle navi che sono stati stipati e trasportati milioni di esseri umani prima di essere messi all'asta? "Stavano così stretti che al minimo movimento si urtavano a vicenda", scrive Alex Haley nel libro Radici - che consiglio a Matteo Salvini di rileggere. "Kunta ascoltò le grida e i lamenti che gli risuonavano intorno" si legge qualche riga dopo.
"Dovevano esserci molti uomini con lui nell'oscurità: alcuni vicini, altri un po' più lontani, ma tutti in un'unica stanza, se era una stanza". Sono le prime parole che mi sono venute in mente dopo aver appreso delle somme forfettarie previste per questi "carichi umani". Durante le rotte dei cargo negrieri, molti schiavi si ammalavano e morivano, molti si suicidavano buttandosi in mare, molti arrivavano esausti e il loro "prezzo" variava in base alle condizioni di salute, valutati, appunto, in ragione di un valore puramente strumentale, e mai intrinseco.
Ci sono voluti secoli prima che lo statuto di ogni persona venisse considerato come assolutamente non comparabile a quello delle cose, e prima che si vietasse di attribuire un prezzo agli esseri umani, proprio perché, a differenza delle cose che hanno un prezzo, le persone hanno sempre e solo una dignità. Ci si può, oggi, anche solo permettere di suggerire il contrario?
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 17 maggio 2019
Partita all'inizio di aprile dal porto di Corpus Christi, Usa, per poi arrivare a Sunny Point, il più grande terminal militare del mondo, all'inizio di maggio il cargo "Bahri Yanbu" (nella foto di Pasaje Seguro) è entrato nei mari europei. La "Bahri Yanbu" appartiene alla maggiore compagnia di shipping saudita, la Bahri, già nota come National Shipping Company of Saudi Arabia, società controllata dal governo saudita, e dal 2014 gestisce in monopolio la logistica militare del regno. Il porto di destinazione è Gedda, sul mar Rosso. Ovviamente, Arabia Saudita.
Il 4 maggio la "Bahri Yanbu" ha attraccato nel porto belga di Anversa, dove ha caricato - secondo alcune organizzazioni della società civile locale - sei container di munizioni. L'8 maggio avrebbe dovuto entrare nel porto francese di Le Havre per caricare otto cannoni semoventi Caesar da 155 mm prodotti da Nexter, ma ha dovuto rinunciarvi per la mobilitazione dei gruppi locali per i diritti umani. Dopo uno scalo tecnico nel porto spagnolo di Sandander, la "Bahri Yanbu" ha fatto rotta verso Genova, con arrivo previsto domenica o, più probabilmente, lunedì mattina (secondo notizie non confermate di ieri sera, potrebbe esserci anche uno scalo a Cagliari).
Qui l'attendono i "camalli", i portuali genovesi, con la Camera del Lavoro e la Filt Cgil di Genova, che hanno raccolto l'appello di Amnesty International Italia, Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari Italia, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo e Save the Children Italia: quella nave va bloccata. La richiesta fa parte di quella più generale che le associazioni stanno facendo da tre anni alle istituzioni italiane: cessare di inviare armi all'Arabia Saudita.
Nonostante il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo scorso 28 dicembre abbia affermato che "il governo italiano è contrario alla vendita di armi all'Arabia Saudita per il ruolo che sta svolgendo nella guerra in Yemen", nessuna sospensione è stata ancora definita e le forniture di bombe e sistemi militari sono continuate anche in questi mesi ammontando a un controvalore di 108 milioni di euro nel solo 2018 (come risultante dai dati ufficiali governativi elaborati dall'Osservatorio Opal di Brescia).
Sospendere l'invio di sistemi militari all'Arabia Saudita e in particolare le forniture di bombe aeree MK80 prodotte dalla RWM Italia, che vengono sicuramente utilizzate dall'aeronautica saudita nei bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile dello Yemen, è l'unico modo per rispettare la legge 185/1990 e il Trattato internazionale sul commercio delle armi, ratificato dall'Italia. Il Trattato impone a tutti i paesi coinvolti nel trasferimento di attrezzature militari (cioè anche nel transito e nel trasbordo) verso paesi coinvolti in conflitti armati di verificare (art. 6.3) se le armi trasferite possano essere impiegate per commettere crimini di guerra o violazioni dei diritti umani e di conseguenza di sospendere le forniture (art. 7).










