di Valerio Sofia
Il Dubbio, 15 maggio 2019
Il presidente ha i numeri per cambiare la costituzione. Il controverso presidente filippino Rodrigo Duterte ha superato la prova delle elezioni di midterm e ora se i risultati saranno confermati punta a incrementare la sua durissima lotta alla criminalità introducendo la pena di morte. I risultati ufficiali del voto che si è tenuto lunedì saranno comunicati solo domani, ma quanto si è visto finora - con il 94% dei voti contati, i candidati di Duterte si sarebbero aggiudicati nove dei dodici seggi in palio al Senato (su 24 complessivi). Nel complesso delle elezioni anche amministrative si profila una netta vittoria per Duterte e i suoi alleati. Ottenere la maggioranza al Senato, come sembra, permetterebbe al presidente di avere una strada semplificata verso le riforme che ha in mente, compresa quella della Costituzione, con la quale intende trasformare le Filippine in una Repubblica federale, cosa che, secondo gli osservatori, servirebbe a consentirgli di restare al potere, sia pure indirettamente, ben oltre la fine del suo mandato. E poi vuole intervenire sui temi a lui più cari, quelli della sicurezza imposta con il pugno più duro: Duterte intende abbassare da 15 a 12 anni l'età della responsabilità penale, e vuole ripristinare la pena di morte per i reati di droga, accelerando ulteriormente la sua guerra personale al narcotraffico.
Tra i neosenatori alleati di Duterte c'è anche l'ex capo della polizia Ronald de la Rosa, che ha diretto la sanguinosa "guerra alla droga" lanciata dal leader di Manila, e che secondo le organizzazioni per i diritti umani ha causato migliaia di morti in esecuzioni sommarie. Duterte inoltre ha più volte evocato la prospettiva di una legge marziale e la possibilità della rimozione del limite di mandati consecutivi (il suo scade tra tre anni).
Ma proprio questa linea dura, spesso spietata, che si contrappone non solo ai trafficanti e ai guerriglieri, ma anche alla Chiesa e alle organizzazioni umanitarie, e che non si pone limiti nell'utilizzare un linguaggio molto duro e spesso anche volgare persino nei confronti dei maggiori leader stranieri, sembra piacere ai filippini: i sondaggi danno il gradimento di Duterte all' 80 per cento, e il voto che da molti è stato visto come un referendum su di lui ha confermato questa tendenza positiva. Sono stati ben 61 i milioni di cittadini che si sono registrati per andare a votare per rinnovare metà del Senato, la Camera bassa e diverse amministrazioni locali. L'opposizione e diversi difensori dei diritti umani sono meno entusiasti di Duterte, e denunciano leggi e misure troppo severe, uccisioni e arresti arbitrari che non risparmiano i minori, e il rischio di una svolta sempre più autoritaria del governo di Manila.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 15 maggio 2019
Dopo gli attentati di Pasqua che uccisero 250 cristiani, scatenati i gruppi identitari buddisti e i razzisti, anche contro i profughi. Appello congiunto del cardinale Malcolm Ranjith e del venerabile monaco Ittapane Dhammalankara: "Fermiamo la mano politica invisibile che sta dietro le violenze". Kiniyama, Chilaw, Kuliyapitiya, Hettipola, Minuwangoda. Sono i nomi delle cittadine srilankesi che lunedi hanno visto un'ondata di violenze anti musulmane senza precedenti che ha costretto ieri il governo a imporre nuovamente il coprifuoco. Lunedi la misura escludeva altre aree del Paese ma da ieri sera coinvolge tutta l'isola e non solo il Nord Ovest, la provincia centro occidentale a Nord di Colombo al centro dei pogrom anti islamici di inizio settimana.
Questa volta non si è trattato di una fiammata estemporanea o di qualche reazione emotiva troppo violenta come in altri episodi recenti quando un banale incidente - come accaduto una settimana fa a Negombo - aveva dato la stura a una sorta di caccia al musulmano. Il coprifuoco ha orari diversi nelle varie province. Nel Nord Ovest è il più lungo: dalle sei di sera alle sei del mattino, in sostanza dal calar del sole all'alba.
La violenza scatta lunedì un po' in tutta la provincia e a Kurunegala - specifica un quotidiano locale - un uomo di 42 anni resta vittima di uno dei tanti pogrom. Lo portano in ospedale ma Mohammed Ameer Mohammed Sally non ce la fa. Aveva ferite d'arma da fuoco. Il resto si fa con bastoni, coltelli e taniche di benzina. Fuoco alle moschee, ai testi sacri, ai negozi dei musulmani. La lista è lunga: a Kiniyama, centinaia di persone prendono d'assalto una moschea, distruggendo porte e finestre e dando alle fiamme il Corano. A Chilaw, negozi e moschee di proprietà musulmana vengono attaccati dopo una disputa via Facebook. Incidenti a Hettipola.
L'incendio di un pastifico a Minuwangoda senza che, dice il proprietario, la polizia intervenga. Ce n'è anche per i rifugiati: Sadaf, un dodicenne afghano, deve cercare rifugio dalla polizia, racconta Deutsche Welle. Gli era già successo dopo la Pasqua di sangue quando attentatori suicidi hanno ucciso oltre 250 cattolici. Lui e altri 150 ospiti di un campo profughi avevano cercato riparo in un commissariato. Gli arresti sono oltre una settantina e i social vengono di nuovo bloccati. Tra gli ammanettati ci sono leader di organizzazioni come Namal Kumara dell'Anti-Corruption Force Operations o Amith Weerasinghe di Mahasohon Balakaya, un gruppo suprematista già visto in azione nel marzo scorso quando - alleato a gruppi di buddisti estremisti del Bodu Bala Sena - organizzava un pogrom anti musulmano a Kandy, Sri Lanka centrale. In manette anche Suresh Priyasad a capo di Nawa Sinhala, altro gruppo estremista singalese.
La Chiesa cattolica locale cerca di gettare acqua sul fuoco anche perché in alcune cittadine, Chilaw ad esempio, la maggioranza dei residenti è cattolica. Lo fa con una conferenza stampa congiunta dove accanto all'arcivescovo di Colombo, cardinal Malcolm Ranjith, siede anche il venerabile Ittapane Dhammalankara, uno dei leader religiosi anziani col titolo di Mahanayaka thera, monaci che hanno il compito di regolare il clero buddista nella tradizione Theravada dello Sri Lanka. C'è una "mano invisibile con motivazioni politiche dietro alle violenze", dice il venerabile che aggiunge: "Le persone hanno agito con moderazione dopo le esplosioni delle bombe nella domenica di Pasqua. Sono rimasti calmi per circa due settimane dopo l'incidente del 21 aprile. L'improvvisa eruzione della violenza - conclude - rende chiaro che c'è una mano invisibile che inganna la gente". Il cardinale ha puntato l'indice sui quei leader politici che hanno fomentato le violenze e distribuito liquori per surriscaldare gli animi. Entrambi hanno accusato gli apparati di sicurezza di non aver dato loro retta quando avevano chiesto una maggior attenzione preventiva nelle aree a rischio.
di Massimo A. Alberizzi
Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2019
Gli ex "janjaweed" sostenitori di Bashir seminano il terrore, alta tensione fra dimostranti e ufficiali al potere. Almeno sette dimostranti, che partecipavano in piazza a Khartoum al sit-in contro i militari, e un ufficiale dell'esercito, sono stati ammazzati domenica a tarda notte a sangue freddo, poche ore dopo l'annuncio di un accordo per nominare un governo di transizione misto. Diversi militanti sono stati feriti assieme a due soldati.
Non è ancora ben chiaro a chi appartenga la mano omicida. I manifestanti accusano le autorità, i soldati hanno addossato la colpa a elementi estranei "infiltrati nella protesta". Sembra proprio però che l'attacco al cuore della piazza miri a fare deragliare il processo di pace, il cui obbiettivo è quello di varare un governo di transizione a partecipazione comune, civili-militari, per arrivare a elezioni democratiche e a una nuova leadership.
Lo stringer del Fatto Quotidiano, sentito al telefono a Khartoum, non ha avuto dubbi: "Responsabili del massacro sono i paramilitari della Rapid Support Forces, gli ex janjaweed, i diavoli a cavallo che negli anni scorsi terrorizzavano le popolazioni del Darfur. Attaccavano i villaggi indifesi, massacravano gli uomini, violentavano le donne, rapivano i bambini e bruciavano le capanne. Sono paramilitari che sostengono il presidente Omar Al Bashir, cacciato un mese fa dalle proteste di piazza e ricercato dal Tribunale Penale Internazionale, proprio per quei crimini contro l'umanità perpetrati delle province occidentali del Paese".
Insomma milizie formate da criminali, cui il governo sudanese ha affidato il controllo delle frontiere settentrionali per bloccare il passaggio dei migranti, un compito finanziato - ufficialmente, con forniture logistiche, camionette, fuori strada, carburante e attrezzature diverse, ma non con denaro - dall'Unione Europea, con il concorso dell'Italia, ai tempi dell'amministrazione Gentiloni. Certamente i gravi episodi di ieri avvalorano la tesi che una parte dell'élite militare del Paese non intende lasciare il potere.
La piazza ha dato segni in insofferenza quando pochi giorni fa portavoce dell'amministrazione transitoria dei militari è stato nominato il generale Shams al-Din Kabashi. Trent'anni fa, 30 giugno 1989, quando Omar Al Bashirprese il potere e comparve in televisione per annunciare il successo del suo colpo di Stato, alle sue spalle c'era proprio Kabashi.
Ovvio il nervosismo della folla che protesta da118 dicembre dello scorso anno e in questi mesi ha sempre chiesto la rimozione di tutti gli ufficiali compromessi con il regime di Al Bashir. Per altro Kabashi, in una conferenza stampa tenuta nella notte, ha tenuto a dichiarare che i soldati hanno l'ordine di non sparare sui civili e "mai spareranno".
L'attacco di ieri segue di qualche ora l'annuncio del procuratore generale secondo cui l'ex presidente è stato incriminato per gli omicidi di manifestanti l'11 aprile scorso. Una notizia accolta con tripudio e giubilo dai dimostranti accampati da mesi davanti al quartier generale delle forze armate a Khartoum.
di Manuela Perrone
Il Sole 24 Ore., 14 maggio 2019
La violenza contro le donne "è una questione critica e cronica del nostro Paese. Le donne che denunciano vanno ascoltate subito per evitare le cifre che la cronaca ci consegna: un femminicidio ogni tre giorni".
di Antonio Bevere*
rassegna.it., 14 maggio 2019
La nuove norme sulla legittima difesa danno il via alla privatizzazione dell'ordine in favore dei potenti e dei cittadini abbienti, che suppliscono la protezione delle pubbliche istituzioni in una particolare versione violenta del populismo. Con l'approvazione della legge sulla legittima difesa, che entrerà in vigore dal prossimo 18 maggio, la maggioranza parlamentare apparentemente mostra di concedere fiducia alla giustizia "democratica", o meglio al potere immediatamente punitivo della vittima di un reato.
di Francesco Cerisano
Italia Oggi., 14 maggio 2019
Giro di vite sui reati contro le forze dell'ordine. Rischierà il carcere fino a tre anni chi durante una manifestazione si opponga a un pubblico ufficiale utilizzando scudi o altri oggetti di protezione oppure materiali imbrattanti, anche senza commettere violenza, minaccia, resistenza e oltraggio.
di Claudio Cerasa
Il Foglio., 14 maggio 2019
Sono tempi difficili e complicati per i garantisti. Facili in realtà non lo sono mai stati, la difesa delle garanzie personali e dei princìpi della civiltà giuridica racchiusa in un comma dell'articolo 27 della Costituzione è sempre stata roba per pochi intimi.
scrivolibero.it., 14 maggio 2019
Continuano gli scioperi previsti per il mese di maggio di avvocati penalisti, giudici di pace, vice procuratori onorari e giudici onorari di tribunale. Dopo lo "stop" delle camere penali, è ora iniziato lo sciopero dei magistrati onorari aderenti che si fermeranno fino al prossimo 17 maggio.
ottopagine.it., 14 maggio 2019
Promosso dal garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello. Si terrà mercoledì prossimo alle 11, presso la sezione femminile del carcere di Capodimonte a Benevento, il report dello dell'iniziativa "Genitori Dentro", promosso dal garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello e realizzato dalla cooperativa Il Melograno.
Il Progetto, iniziato nel mese di gennaio 2019 e conclusosi in questi giorni, ha riscosso grande successo nelle partecipanti, ovvero un gruppo di donne madri detenute, appartenenti sia alla sezione protette sia alla sezione comune. Lo stesso si è posto l'obiettivo di rilevare le problematiche di carattere socio-assistenziale delle detenute afferenti alla Casa Circondariale di Capodimonte.
All'incontro parteciperanno il garante Samuele Ciambriello, il direttore del carcere, Gianfranco Marcello, il presidente della cooperativa il Melograno Angelo Moretti e il direttore della Caritas di Benevento don Nicola De Blasio. Il Melograno è una cooperativa sociale che, sul territorio di Benevento e provincia (e su alcune province del comune di Avellino), ha una storia di impegno sociale: si propone di accogliere, integrare, ospitare, generare valore per il territorio, con la supervisione ed il sostegno etico della Caritas Diocesana di Benevento. Nella realtà gestita dalla Cooperativa afferiscono e lavorano persone fragili, migranti, soggetti in misura alternativa alla detenzione, detenuti ed ex detenuti.
askanews.it., 14 maggio 2019
Firmata intesa "Mi riscatto per Siena" tra Dap e sindaco De Mossi. Incrementare le opportunità di lavoro e formazione lavorativa di detenuti e internati, stimolare l'avvio di progetti che coinvolgano la popolazione ristretta nella corretta gestione dei rifiuti e nella raccolta differenziata all'interno delle carceri, favorire le attività di protezione civile, compreso il piano neve, e promuovere criteri omogenei di applicazione della tassa sui rifiuti agli istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale. Sono queste le finalità del protocollo d'intesa "Mi riscatto per Siena", firmato oggi nel Municipio della città toscana dal sindaco Luigi De Mossi, dal Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini e dal magistrato di sorveglianza di Siena Maria Pia Savino.
L'accordo prevede la promozione e l'attuazione di un programma sperimentale per lo svolgimento di attività lavorative a favore della collettività, svolte gratuitamente da detenuti selezionati per caratteristiche personali e culturali, nonché per tipologia di reato commesso, e appositamente formati allo svolgimento di tali attività. Queste si svolgeranno fuori dalle mura del carcere e riguarderanno la protezione ambientale e il recupero del decoro di spazi pubblici ed aree verdi della città, nonché gli interventi connessi alla raccolta dei rifiuti e alla protezione civile. Inoltre saranno promossi modelli locali di gestione dei rifiuti nelle comunità penitenziarie territoriali ispirati al principio della cosiddetta "gerarchia dei rifiuti", prevista da una apposita direttiva del Parlamento Europeo del 2008.
Il monitoraggio dell'andamento dell'operatività del protocollo sarà cura di una Unità paritetica di gestione costituita da Comune di Siena e Dap, che si occuperà di fornire anche supporto e linee guida per l'attuazione delle attività previste dall'intesa. L'intesa, che avrà la durata di tre anni e potrà essere tacitamente rinnovata, nasce come ennesima applicazione del modello di lavoro di pubblica utilità "Mi riscatto per?", varato per la prima volta a Roma nell'agosto dello scorso anno e che presto sarà esportato in Messico sotto l'egida delle Nazioni Unite.
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