di Roberto Longoni
Gazzetta di Parma, 7 febbraio 2015
Li ha saldati tutti, i suoi debiti con la giustizia: anno dopo anno. "Quelli dovuti per colpa mia, e quelli che mi sono stati appioppati ingiustamente". Ora dalla parte del creditore c'è lui, un 56enne pugliese che nel 1981, durante un tentativo di rapina, fu centrato alla schiena da un colpo di pistola. Quel proiettile gli procurò una paraparesi agli arti inferiori. Cure adeguate avrebbero potuto permettergli di continuare a camminare.
"Cure che mai ricevette durante il periodo in cui fu tenuto in carcere" sottolinea l'avvocato Claudio De Filippi, che in questa causa ha trascinato alla sbarra lo Stato. I giudici hanno dato ragione al legale ("Una sentenza eclatante, che ribadisce il diritto alla salute di tutti i cittadini: speriamo possa migliorare le condizioni di tanti") e all'ex detenuto, condannando il ministero della Giustizia a pagare 473.394,07 euro, oltre a saldare le spese processuali e 22.500 euro per onorari.
"Nessuno mi ridarà le mie gambe, ma almeno giustizia è fatta" commenta Antonio (il nome è di fantasia), che ora cammina con le stampelle, dopo aver condotto per anni una vita quasi normale, prima che tra lui e la sua riabilitazione (fisioterapica) si mettessero di mezzo le sbarre di via Burla. "Avevo ripreso a guidare il mio camion carico di prodotti ortofrutticoli pugliesi tra il sud e il nord-ricorda lui. Riuscivo a fare palestra e rieducazione: zoppicavo, d'accordo, ma camminavo".
Antonio, le sue colpe le ammette. Aveva 23 anni, nel 1981, quando con alcuni complici assaltò una gioielleria a Taranto. Non sparò un colpo: quel giorno fu lui, mentre stava fuggendo, a essere ferito dal proiettile esploso da un vigile urbano. La pallottola lo centrò alla schiena, procurandogli una lesione midollare. "Caddi a terra e capii subito di aver perso le gambe. Dopo un mese e mezzo di ospedale, in sedia a rotelle fui portato in tribunale, dove venni giudicato per rito abbreviato. Fui condannato a due anni e mezzo".
Alle spalle il giovane aveva un'altra tentata rapina. Non ci mise molto a capire di non essere tagliato per quella vita. "Mio unico scopo divenne quello di guarire: di rimettermi in piedi, in tutti i sensi". Trenta mesi di fisiokinesiterapia, in particolare dì idrokinesiterapia, gli restituirono più della speranza. "Nel 1983 cominciai a recuperare l'uso delle gambe. Poi, ripresi il lavoro di camionista, pur continuando a eseguire cicli di idromassaggi". Continuò così fino al 1990. Vita massacrante, chilometri su chilometri, salite e discese dalla cabina del camion, rientri a casa. "Mi muovevo da solo, senza problemi". Ma la sua vita stava dì nuovo deragliando. "Questa volta senza che fosse colpa mia - sottolinea.
Nel febbraio del 1990 venni arrestato, con l'accusa di essere un trafficante dì droga. Un'accusa ingiusta che mi offende, perché io non ho mai avuto niente a che vedere con quella porcheria". Se le cose stanno come dice Antonio, si trattò di una doppia ingiustizia. perché gli portò ria non solo vent'anni di vita (la condanna a 26 anni fu abbreviata dai tre anni di indulto e da altrettanti di scarcerazione anticipata), ma anche la possibilità di camminare. "Entrai in carcere sulle mie gambe, pur se claudicante, ma ben presto le mie condizioni precipitarono a causa dell'interruzione dei cicli di idrokinesiterapia".
E infatti nel 1991 gli venne concesso l'uso della sedia a rotelle, dopo che il centro clinico del carcere di Bari lo aveva dichiarato minorato fisico. "Difficile spiegare quanto mi amareggi pensare che tutto questo potesse essere evitato. Ho provato in tutti i modi ad attirare l'attenzione sul mio caso: scrivendo lettere su lettere, facendo anche uno sciopero della fame che mi ridusse pelle e ossa". Fu nel 1993 che Antonio venne trasferito per la prima volta nel carcere di via Burla, dove in teoria avrebbe potuto usufruire dell'idrokinesiterapia.
"In teoria, già: la piscina per le cure esiste davvero, ma io non l'ho mai vista in funzione. Dallo stesso carcere venivano spediti fax su fax nei quali si sottolineava come fosse necessario che venissi trasferito in una struttura sanitaria vera e propria. Accadeva che mi mandassero i periti, che mi dessero i domiciliari. Ma ben presto quello che recuperavo tornavo a perderlo in carcere, tra Taranto e Parma". Fu nell'agosto del 2000 che i medici dissero che non si poteva fare più niente per il recupero dell'uso delle gambe del detenuto.
"In piedi ero un pezzo di legno, tremavo: le gambe mi bruciavano e la sinistra mi si era accorciata di due centimetri e mezzo rispetto all'altra". Terminato di scontare la pena nel 2010, Antonio, quattro volte padre e cinque nonno, vive con 740 euro al mese dì pensione di invalidità. Ora questo risarcimento. "Soldi che hanno comunque un fondo amaro. Spero di riuscire a vivere per vederli".
di Manuela Galletta
Cronache di Napoli, 7 febbraio 2015
A ottobre era stato disposto il ricovero ospedaliero, ma il provvedimento non è mai stato eseguito. Il diritto alla salute deve essere garantito. Anche se chi sta male e un detenuto. Nel caso di Ciro Mauriello, indicato dalla Antimafia come esponente di spicco degli Amato-Pagano e attualmente sotto processo per duplice omicidio, questo diritto è stato violato.
Lo gridano forte i parenti di Mauriello e il suo legale. Ma lo grida forte miche la dodicesima Sezione penale del Tribunale di Napoli (presidente Luigi Esposito) che in un duro provvedimento ha disposto l'apertura di un'indagine penale per verificare se ci siano state responsabilità nelle mancate cure che vanno assicurate al 47enne di Melito.
Accogliendo un'istanza dell'avvocato Maria Grazia Padula, che dallo scorso ottobre sta lottando affinché Mauriello venga trasferito in ospedale (in stato di arresto) come disposto ad ottobre, i giudici hanno rinnovato l'immediato ricovero del detenuto, ed hanno trasmesso gli alti in procura affinché vengano avviali degli accertamenti sull'amministrazione sanitaria del carcere di Secondigliano dove il detenuto è ristretto e sul II Policlinico dì Napoli, che da quattro mesi non apre le porte della struttura a Ciro Mauriello. La storia è semplice: il 24 ottobre i giudici della dodicesima sezione penale del Tribunale del Riesame di Napoli dispongono gli arresti ospedalieri per
Mauriello. riconoscendo - sulla scorta di una copiosi documentazione medica -che il 47eene necessità di cure che il carcere di Secondigliano non era in grado di assicurargli. Quel provvedimento. tuttavia, non è mai stato eseguilo. Di qui una dura battaglia dell'avvocato Maria Grazia Padula che presenta numerosi solleciti affinché il suo assistito venga trasferito in ospedale. Nessuno però sembra ascoltare le pretese, legittime. del legale. Neppure i giudici della Corte d'Assise di Napoli, dinanzi ai quali Mauriello e imputalo per il duplice omicidio di Fulvio Montanino e Claudio Salierno si mostrano sensibili alla situazione del detenuto: il 3 dicembre. infatti, rigettano una nuova istanza della difesa di concedere gli arresti ospedalieri all'affiliato agli Amato-Pagano.
A fronte del "no" della Corte l'avvocato Padula presenta ricorso al Riesame ed espone, dinanzi alla dodicesima sezione penale le difficoltà nell'applicazione di un provvedimento chiaro e perentorio. Si arriva cosi al 28 gennaio, quando il Riesame - il caso vuole che sia la stessa sezione cha già il 24 ottobre si era pronunciala sulla storia di Mannello - suona la sveglia e ribadisce il concetto già espresso quattro mesi fa: "Si dispone l'immediato ricovero provvisorio di Ciro Mauriello, fermo restando il presidio cautelare carcerario in atto, presso il II Policlinico di Napoli, ai fini delio stretto monitoraggi dei valori pressori da parte dei sanitari del relativo Centro per l'ipertensione, ove verranno effettuati approfondimenti diagnostici ed eventuali modifiche terapeutiche e verrà valutata l'opportunità di sottoporre l'imputato a denegazione renale".
Ma nel provvedimento firmato dal presidente Luigi Esposito e dai giudici a latere Stefania Amodeo e Daria Valletta c'è di più: c'è spazio per un intervento a gamba tesa nei confronti di chi sino ad oggi non ha ottemperato ad un procedimento dell'autorità giudiziaria. venendo così meno all'obbligo di rispettare il diritto alla salute di un cittadino. anche se questi è detenuto. "Si dispone - scrive il Riesame - la trasmissione degli atti al pm per le sue valutazioni in ordine ad eventuali responsabilità penali connesse alla mancata attuazione del ricovero disposto con provvedimento emesso da questo Tribunale il 24 ottobre". Chissà se adesso Mauriello riuscirà a beneficiare delle cure di cui necessita.
Ansa, 7 febbraio 2015
Il carcere di Iglesias è stato chiuso ieri sera per il freddo. Lo ha rivelato il deputato di Unidos Mauro Pili, che definisce "gravissima" la decisione presa dal Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap). Per l'ex governatore si tratta di "una vergognosa messa in scena legata al mancato funzionamento dei riscaldamenti del penitenziario iglesiente.
Una giustificazione che conferma l'incapacità totale del Dap Sardegna di governare il sistema carcerario sardo a partire dalle più elementari esigenze". Per Pili la decisione è "scellerata, irrazionale e grave", da qui l'appello al ministro della Giustizia. "Fermi questa decisione che costituisce - spiega - un errore tecnico sostanziale, proprio per la tipologia di reati che si scontano in quella struttura. Si tratta di un danno erariale gravissimo proprio perché resterebbe inutilizzata una struttura costata miliardi di lire funzionale alle esigenze del territorio e delle politiche di rieducazione dei detenuti".
Il parlamentare ricorda che nel carcere di Iglesias "sono ospitati prevalentemente detenuti protetti" ed è uno dei pochi istituti sardi "dove ai detenuti sono garantite condizioni di vivibilità consone ad un essere umano, come previsto Consiglio d'Europa".
Per Pili la chiusura della casa circondariale cittadina è "un danno economico" che "andrà ad incidere sull'economia" del Sulcis Iglesiente. "Per questo motivo - conclude - il ministro deve revocare il provvedimento di chiusura del carcere di Iglesias per evidenti incongruenze gestionali, organizzative ed economiche e predisporre un nuovo piano gestionale che preveda la salvaguardia di quelle strutture efficienti e necessarie a garantire una gestione razionale del sistema carcerario sardo".
di Denise Compagnone
Il Messaggero, 7 febbraio 2015
La Rems di Ceccano? Nascerà in viale Fabrateria Vetus, lì dove fa bella mostra di sé quello scheletro che negli anni 70 doveva diventare il nuovo ospedale. La precisazione è arrivata ieri dalla Asl di Frosinone, tramite il dirigente del Dipartimento disagio, devianza e dipendenze Fernando Ferrauti. Parliamo delle Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza che dal 31 marzo sostituiranno gli ospedali psichiatrici giudiziari, chiusi per legge.
Una di queste Rems, come anticipato dal Messaggero, sarà proprio a Ceccano, non nell'ala Mosconi, bensì in viale Fabrateria Vetus. Quello scheletro - ruderi oggi in preda al degrado e all'incuria - verrà abbattuto e al suo posto sorgerà la Rems: due reparti da 20 posti letto ognuno che si estenderanno su 3.000 mq complessivi e 2.000 di giardino.
La notizia, tirata fuori qualche giorno fa dall'ex consigliere comunale Angelino Stella, ha determinato molto sconcerto in città, soprattutto perché in molti parlavano con allarme carcere psichiatrico e di manicomio criminale. A far chiarezza su questo, ieri è intervenuto il dottor Ferrauti. Cosa sono esattamente le Rems?
"Una via di mezzo tra gli ex Spdc e le comunità terapeutiche attualmente esistenti. Non sono carceri, non ci sono camminamenti, non ci sono grate, né Polizia penitenziaria". I pazienti sono detenuti? "No, sono pazienti, persone che devono effettuare un percorso di cura prima di essere reintegrati nella società. Quelli che arriveranno a Ceccano sono ex detenuti, quelli che una nostra equipe tecnica ha già visitato più volte e dichiarato dimissibili. Ne curiamo tantissimi già da anni in provincia di Frosinone. La sola differenza è che dal 31 marzo avranno una struttura dedicata". Chi sono questi pazienti?
"Una trentina sono, perché vale il principio della prossimità delle cure". E coloro che sono dichiarati non dimissibili? "Saranno trasferiti nelle carceri di Rebibbia, Civitavecchia, Regina Coeli e Velletri, in aree a loro dedicate". Perché è stata scelta Ceccano? "Per due motivi: per eliminare lo scempio urbanistico che esiste da decenni in viale Fabrateria Vetus e per la decennale storia di grande accoglienza sul territorio nei confronti delle malattie psichiatriche". Questa sarà la Rems definitiva, che verrà realizzata entro 18 mesi dal prossimo 31 marzo. Ma il 31 marzo che succede? A Ceccano e Pontecorvo verranno realizzate due Rems provvisorie che ospiteranno rispettivamente 20 uomini e 11 donne (a Ceccano nell'attuale comunità terapeutica Priori che nel frattempo sarà trasferita a Frosinone e a Pontecorvo nell'ex Spdc).
Quali vantaggi? "Tre: aumenta la nostra offerta di cura, e Frosinone ha già la migliore assistenza sanitaria per la salute mentale del Lazio; creiamo circa 120 posti di lavoro e riqualifichiamo il territorio creando un indotto virtuoso per l'economia locale". Per questi scopi lo Stato ha destinato alla Asl di Frosinone 9 milioni di euro (di cui 1,5 per le strutture provvisorie). E l'Ala Mosconi, il rudere dietro l'ex ospedale Santa Maria della Pietà? "Anche quella - conclude Ferrauti - sarà ristrutturata con un apposito finanziamento e ospiterà la futura Casa della Salute, in particolare l'assistenza infermieristica".
di Chiara Capezzuoli
Il Tirreno, 7 febbraio 2015
Si chiama "Fuori area" il progetto promosso da Multicons e Asev al fine di reinserire i detenuti delle carceri in un contesto sociale lavorativo. I detenuti in questione saranno 12 tra uomini e donne che gli assistenti sociali sceglieranno nelle strutture circondariali Valdorme di Empoli e Gozzini di Firenze per consentire a queste persone un reinserimento sociale partendo dalle loro capacità lavorative pregresse.
"Siamo soddisfatti della realizzazione di questo progetto e crediamo possa davvero essere utile al reinserimento nel tessuto sociale e lavorativo di queste persone - commenta il presidente dell'Asev Stefano Mancini - l'Asev fornirà i corsi di formazione per le varie categorie lavorative".
Elettricista, fabbro, facchino, falegname: sono molti i lavori proposti dal consorzio di cooperative Multicons per i detenuti e tutti ovviamente retribuiti. "Area Fuori" è nato da due esigenze ben distinte che si sono unite in quest'unica risposta: da un lato il sovraffollamento delle carceri e dall'altro la necessità da parte delle pubbliche amministrazioni di svolgere la manutenzione ordinaria del proprio territorio a costi ridotti.
Grazie a questo progetto le amministrazioni comunali dell'Empolese Valdelsa potranno usufruire di manodopera a basso costo e rappresentare per questi detenuti e per la popolazione in generale motivo di soddisfazione e rivalutazione sociale. Purtroppo si sentono spesso frasi del tipo "i detenuti vivono a spese nostre e non fanno niente" con questo progetto il detenuto può ritenersi parte integrante della società e aver modo, quando la pena sarà scontata, di poter praticare professionalmente ciò che ha imparato a fare.
"Purtroppo ci sono sempre meno soldi da spendere in ogni amministrazione pubblica - dice il sindaco di Montaione e delegato dell'Unione dei Comuni al Sociale Paolo Pomponi - ma non dobbiamo perdere di vista il valore politiche o sociale delle nostre iniziative. Per tanto tutti i comuni dell'Unione, per quanto possibile, si impegneranno a far parte del progetto di rinserimento sociale dei detenuti".
A seconda del tipo di lavoro assegnatogli ogni detenuto avrà un tutor di riferimento e potrà lavorare da solo o in gruppo svolgendo un normale orario di lavoro dalle 8 alle 18 ed essendo prelevato e riportato al carcere dalla cooperativa sociale. "I lavori che i detenuti svolgono all'interno delle carceri non sono molto qualificanti - sostiene Margherita Michelini direttrice del carcere Gozzini di Firenze - per questo motivo sono molto contenta dell'opportunità che questo progetto dà ai detenuti e spero che ci siano sempre più possibilità di assumere e formare detenuti che abbiano poi sbocchi lavorativi a conclusione della loro pena".
Il progetto "Fuori area" può dunque essere un'ottima soluzione a due problemi che attanagliano l'Italia intera: il sovraffollamento delle carceri che di anno in anno è in continuo aumento e i costi di manutenzione ordinaria dei territori comunali che stanno diventando sempre più onerosi per le pubbliche amministrazioni.
di Sara Svolacchia
www.infooggi.it, 7 febbraio 2015
Aiutava i detenuti mafiosi del carcere di Siano a comunicare tra loro: così l'agente penitenziario Luigi Struzza, di 53 anni, guadagnava soldi e favori. L'uomo è stato arrestato qieri mattina grazie all'intervento della squadra mobile di Catanzaro e al momento si trova in carcere a Vibo Valentia con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata dalla finalità mafiosa. Non erano solo i detenuti del carcere a beneficiare dell'intervento dell'agente: Luigi Struzza permetteva anche le comunicazioni con l'esterno, agevolando lo scambio di informazioni tra gli uomini in cella e gli altri membri del clan Giampà di Lamezia Terme che continuavano a operare sul territorio.
A incastrare l'uomo, due diverse circostanze: le attività investigative svolte dalla squadra mobile, coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, e la confessione arrivata proprio da parte di uno dei membri del clan, Giuseppe Giampà. Questi, accompagnato dalla moglie Francesca Teresa Meliadò, nipote di Luigi Struzza, ha denunciato le attività illecite dell'agente all'interno del carcere, spiegando come l'uomo fosse principalmente incaricato di fare di trasportare le comunicazioni scritte dai boss da e verso l'interno del penitenziario.
www.primapaginaonline.it, 7 febbraio 2015
Le telecamere del programma "L'Arca di Noè" in onda su Canale5 hanno filmato il lavoro svolto dalle insegnanti di Pet Therapy che mettono in contatto animali e detenuti. Una troupe del programma televisivo di Canale 5 "L'arca di Noè", condotto da Maria Luisa Cocozza, ha realizzato un servizio nel supercarcere di Marino del Tronto. Protagonisti i detenuti e i cuccioli del corso di Pet Therapy diretto da Chezia Carlini.
Lo speciale, che andrà in onda domenica all'interno del programma, dopo il Tg5 delle 13, è stato ambientato in parte nella sala conferenze della casa circondariale e in parte nel campo di calcio dell'istituto. Al microfono del giornalista Alessio Fusco, l'insegnante Chezia Carlini, che due anni fa ha portato per la prima volta nel carcere di Marino del Tronto il corso con i cuccioli, la sua collaboratrice, Valentina Irmici, proprietaria del Collie che partecipa alle lezioni, e i detenuti del giudiziario che seguono la Pet Therapy. Davanti alle telecamere, insieme al Collie, anche un cucciolo di coniglio.
Le insegnanti hanno spiegato come si svolgono le lezioni e quali risultati si ottengono dal contatto tra gli animali; i detenuti, infatti, sono impegnati a confrontarsi con regole da rispettare e da trasmettere e i ragazzi del circondariale hanno raccontato l'esperienza soffermandosi sulle emozioni e sul calore che i cuccioli sono in grado di offrire. Il servizio è stato realizzato grazie alla disponibilità della direttrice dell'istituto, Lucia Di Feliciantonio, del corpo di Polizia Penitenziaria e alla collaborazione di Teresa Valiani, direttrice di Io e Caino, il giornale dell'istituto.
www.gonews.it, 7 febbraio 2015
Prosegue la collaborazione l'Uisp Comitato di Firenze, Il Comune di Firenze, l'Azienda Sanitaria di Frienze , il Coni Toscano e la Direzioni Educative della Casa Circondariale di Sollicciano e dell'Istituto Mario Gozzini. Anche quest'anno sono previsti progetti mirati al coinvolgimento e al benessere psico-fisico degli ospiti della Casa Circondariale di Sollicciano e Mario Gozzini.
Grazie al progetto "Sport in Libertà" e il progetto "Sport in Carcere" l'Uisp prova a rispondere alle numerose difficoltà e criticità dell'ambiente detentivo, calibrando e modellando le varie proposte motorio-sportive nella maniera più attenta possibile cercando di proporre e attivare percorsi che stimolino la partecipazione, il movimento e la riattivazione di corpo e mente.
Sono previsti interventi di attività sportiva più o meno intensa rivolti a donne e a uomini, in singolo o di gruppo come momenti formativi ed educativi. È in fase di definizione Un programma ludico-motorio ricco e vario con le seguenti attività: Bodybuilding: attività di palestra con istruttori (per l'intero anno, incontri di 2h. dal lunedì al venerdì); Squadra calcio: formazione squadra calcio di detenuti seguita allenatori (per l'intero anno, incontri di 2 h ogni sabato); Danza-Terapia: laboratorio di danza rivolto alle detenute ospiti della Casa di Cura e Custodia (O.p.g. Femminile) tenuto da volontarie esperte (da gennaio a giugno, incontri 2h. ogni martedì); Danza-Movimento: laboratorio di danza e movimento rivolto alle donne della sezione femminile con una operatrice (da gennaio a giugno, incontri di 2h., ogni lunedì); Calcio - Torneo interno tra sezioni: torneo di calcio tra tutte le sezioni con la presenza di arbitri e operatori (da gennaio a giungo, ogni sabato); Vivicittà: corsa campestre per donne uomini dentro le mura del carcere con operatori e istruttori della disciplina (9 maggio 2015); Scacchi: corso di avviamento e perfezionamento agli scacchi rivolto ai detenuti della sezione 8 (tossicodipendenze), 11 e 12 tenuto da maestri (da gennaio a giugno, incontri di 2h., ogni mercoledì); Ping-Pong - Torneo interno tra sezioni : torneo di calcio tra le sezioni seguito da operatori e animatori. (da gennaio a giugno, 2 incontri di 2h., ogni martedì e giovedì).
A settembre, inoltre, è prevista l'organizzazione di ancora altre iniziative come Mini-olimpiade: corsa veloce, staffetta, salto in alto e lancio del peso; Corso arbitri di calcio; Attività di Circo-Teatro.
Gli obiettivi alla base dei progetti dell'Area Diritti Sociali sono: Creare momenti di aggregazione tra i detenuti, con i volontari, gli operatori e gli agenti di custodia coinvolti attraverso la realizzazione di attività sportive socializzanti; Stimolare il mantenimento ed il recupero psicofisico dei detenuti e rafforzare le abilità di base; Contribuire al recupero di autostima e consapevolezza; Promuovere l'attività sportiva come strumento di reinserimento sociale per permettere l'interiorizzazione di regole da rispettare quale esempio reale di regole sociali; Concedere gli strumenti per l'acquisizione di responsabilità e autonomia; Realizzare iniziative che mettano in contatto l'ambiente esterno con la realtà carceraria favorendo il superamento della reciproca diffidenza e la creazione di un rapporto solidale tra società e detenuti; Sollecitare ad adottare le occasioni formative, anche in ambito sportivo, come strumento di collegamento, inizialmente virtuale ma successivamente pratico, con l'associazionismo, il mondo del lavoro e la quotidianità della vita normale; Creare di un modello d'intervento replicabile. Oggi, sabato 7 febbraio partiamo con il Torneo di calcio tra le sezioni che proseguirà per 5 mesi.
www.tranilive.it, 7 febbraio 2015
Appello dei due sacerdoti andriesi a tutti coloro che prendono a cuore i problemi degli altri. "Nella consueta visita ai fratelli detenuti nella Casa Circondariale di Trani abbiamo recepito un bisogno: creare un Laboratorio Musicale. L'impegno ad accogliere nelle nostre comunità detenuti ed ex detenuti, che prestano servizio di volontariato in oratorio e in parrocchia, ha evidenziato la necessità di dare vita a laboratori creativi".
"Negli ultimi anni - proseguono Don Riccardo e Don Vincenzo - abbiamo intensificato la nostra azione per coloro che vogliono "davvero cambiare vita", tagliare i ponti con il passato, dare una sterzata alla strada che stavano percorrendo. Molti sono riusciti a redimersi, qualche altro magari no. Ma anche il Signore "ha lasciato le novantanove pecore per cercare quella smarrita".
"Nell'ambito delle iniziative atte a promuovere interesse e coinvolgimento dei detenuti della Casa Circondariale di Trani, vogliamo avviare un laboratorio musicale che impegni, coloro che si lasciano coinvolgere dal progetto, in un'avventura che li porterà a mettere a frutto le loro capacità artistiche e ad esprimere al meglio i loro talenti musicali.
La proposta nasce dal desiderio di stanare i detenuti dalle loro celle per vivere momenti di aggregazione e di utilizzo del tempo in un progetto formativo: stare insieme, interpretare insieme gli spartiti musicali, andare a tempo, aspettare il momento opportuno per entrare armonicamente con il proprio strumento nell'esibizione, ecc."
"Per vincere la noia o il dolce far niente, e perché la vita non sia un trascinarsi o un annaspare negli stagni della monotonia quotidiana, l'ispettore Giusto, che crede fortemente nella riabilitazione dei detenuti, mette a disposizione le sue competenze artistico-musicali per portare avanti il laboratorio musicale.
Sosteniamo la realizzazione di questo sogno! Servono però gli "strumenti" per concretizzare il progetto. Eccoli: n. 1 Clarinetto piccolo Mib; n. 6 Clarinetti SIb; n. 1 Clarinetto basso; n. 2 Sax contralto Mib; n. 2 Sax tenore SIb; n. 1 Sax baritono Mib; Grancassa per banda; Piatti per banda; Rullante per banda; n. 15 leggii; n. 30 bocchini. Quindi coloro che vogliono darci una mano a concretizzare il progetto o recuperando strumenti da amici e parenti o dando un aiuto economico per l'acquisto degli stessi, possono fare riferimento a don Riccardo Agresti (cell.: 347.2760787) oppure a don Vincenzo Giannelli (cell.: 339.3810514).
www.today.it, 7 febbraio 2015
Tragedia nella tragedia nella città britannica di Hull. John Heald, 53 anni, si è ucciso la notta prima della sentenza: era accusato di omicidio e stupro.
Era atteso in aula per partecipare al processo che lo vede accusato dell'omicidio della proprietaria di una "casa vacanze" e dello stupro di un'altra donna. Ma in aula, stamattina, John Heald, 53 anni, non ci è mai arrivato. L'uomo si è infatti suicidato nella sua cella all'interno del carcere di Hull. John Heald era sotto processo davanti alla corte di Hull per l'omicidio di Bei Carter e lo stupro di un'altra donna. La giuria era da nove giorni chiusa in un hotel nell'attesa di pronunciarsi sulla condanna dell'uomo. Oggi era atteso il verdetto ma Heald non è mai arrivato al cospetto della corte.
Ad annunciare la morte dell'imputato è stato, questa mattina, il giudice Richardson che ha salutato i dodici membri della corta annunciando la chiusura anticipata del processo: "L'imputato si è ucciso questa notte nella sua cella. Questa mattina mi hanno portato le fotografie scattate all'interno del carcere che provano la sua morte. Vedo dalle vostre facce che questa notizia vi ha sconvolto. Posso dirvi che anch'io, stamattina, non volevo crederci. Ora sarà Dio a giudicarlo".
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