veronasera.it, 29 luglio 2018
"Un evento che punta ad accrescere l'attenzione - ha sottolineato l'assessore agli Affari legali Edi Maria Neri - sulle problematiche relative alla vita in carcere e sulle effettive possibilità di reinserimento lavorativo dei detenuti al termine della loro reclusione".
L'assessore agli Affari legali Edi Maria Neri ha partecipato ieri mattina all'evento "Open-Day: il carcere al lavoro" alla Casa Circondariale di Montorio. L'iniziativa, finalizzata alla sensibilizzazione dell'imprenditoria locale sul tema del carcere-lavoro tramite visite guidate alla struttura penitenziaria, è stata organizzata dal Comune in collaborazione con la Camera Penale Veronese. Grazie a questo progetto, attraverso la collaborazione con le aziende, i detenuti potranno dedicarsi alla produzione di articoli di vario genere, dalla pelletteria ai gadget; per le imprese che aderiscono all'iniziativa sono inoltre previsti sgravi fiscali e contributivi.
"Un evento che punta ad accrescere l'attenzione - ha sottolineato l'assessore Neri - sulle problematiche relative alla vita in carcere e sulle effettive possibilità di reinserimento lavorativo dei detenuti al termine della loro reclusione. Il lavoro rappresenta un mezzo fondamentale per ridare dignità ai reclusi e per farli allontanare da future scelte di vita sbagliate".
"Le statistiche dimostrano che il carcerato che lavora è meno propenso a commettere ulteriori reati una volta scontata la pena. - ha quindi concluso l'assessore Neri - Per questo consideriamo estremamente importante un intervento di questo tipo, che facilita la rieducazione ed il reintegro nella società del condannato attraverso misure concrete e definitive".
Ansa, 29 luglio 2018
Un italiano quarantaduenne è morto ieri sera a Torino negli ufficio del Commissariato Barriera Milano, dove si trovava per accertamenti. Lo rende noto la Questura di Torino. L'uomo è stato colto da un improvviso malore. L'intervento del 118, con un medico, è stato immediato ma per lui non c'è stato nulla da fare. Sul luogo è intervenuto anche il medico legale. I primi accertamenti svolti dalla polizia, riferisce la Questura, "inducono a ritenere che il decesso sia riconducibile alla pregressa assunzione di cocaina da parte del deceduto".
larivieraonline.com, 29 luglio 2018
La Pro Loco per Marina di Gioiosa Jonica oltre ad occuparsi di valorizzare il territorio, di gastronomia e di enogastronomia, si occupa anche di cultura e di arte. Infatti dal 30 luglio al 5 agosto ha organizzato una mostra collettiva di pittura dal titolo "Marina in Arte" nei locali del centro sociale "Egidio Gennaro", ex sala del Consiglio Comunale, Via dei Mille. La Mostra sarà inaugurata lunedì 30 luglio alle ore 18,00 e rimarrà aperta tutti i giorni dalle ore 18,00 alle ore 24,00.
Esporranno di versi artisti nostrani tra cui Corrado Armocida, Mariella Larona, Tiziana Zimbalatti, Domenico Lupis, Assunta Ierace e Natalia Albanese. È una mostra molto importante anche perché ha per tema "La Donna", la donna vista sotto diversi aspetti nella sua naturalezza e nella sua interiorità. Uno spazio particolare è dedicato ai dipinti realizzati dai detenuti nel laboratorio artistico della Casa Circondariale di Locri nell'ambito del progetto "Terre di Ginestre - Quando l'Arte scardina i preconcetti" ideato e coordinato dall'Associazione Culturale Zefiroart di Carmela Salvatore di concerto con la Direttrice del Carcere Dott.ssa Patrizia e patrocinato dal Comune di Gioiosa Jonica. Di questi lavori inediti siamo particolarmente orgogliosi anche perché è molto importante dare a tutti un'altra possibilità, e l'arte può essere anche una via di sbocco, un modo per realizzarsi, un modo per farsi conoscere.
Il progetto "Terre di Ginestre" realizzato con la collaborazione dell'Associazione Culturale Zefiroart di Carmela Salvatore, ha coinvolto 41 detenuti della Casa Circoscrizionale di Locri, impegnati in questi corsi di ceramica e di pittura. Questi dipinti sono un messaggio preciso che gli autori hanno voluto lanciare. È il "no" alla violenza sulle donne e questo ci tengo a dirlo perché con questi quadri loro hanno voluto manifestare il "no" forte alla violenza sulle donne.
Alcuni dipinti sono veramente notevoli, ma quello che di più mi ha colpito sono le considerazioni, le motivazioni del dipinto. Ci sono delle cose che mi hanno veramente commosso. Queste attività artistiche riescono a far emergere la parte buona dell'individuo, ma in questi dipinti c'è qualcosa in più che va oltre il "no alla violenza sulle donne": qui c'è quella passione, quel benessere interiore, quella parte buona dell'uomo, ciò quasi in un forma di "emenda" di voler rivedere i propri schemi di vita intatti. E avere sbagliato, essere stato condannato da un tribunale della Repubblica non vuole dire essere feccia, essere irrecuperabili, assolutamente no. Ecco perché rivolgo un grande apprezzamento a chi organizza queste mostre perché fanno vedere la parte buona dell'essere umano".
estense.com, 29 luglio 2018
Il 5 e 6 ottobre previsti una mostra, un incontro con i redattori del giornalino dei detenuti e uno spettacolo teatrale. Con l'arrivo del festival di Internazionale a Ferrara si apriranno al pubblico anche le porte del carcere di via Arginone, perché "in condizione ristretta si trovano anche persone dalle potenzialità inespresse, abilità e sensibilità che per ragione sovente del tutto fortuite non sono riuscite ad esprimersi a pieno".
È in quest'ottica infatti che il 5 e il 6 ottobre si terrà l'iniziativa "La città incontra il carcere" il cui scopo è quello di far conoscere alcune delle attività formative che vengono svolte all'interno del penitenziario estense e che per quest'anno ha organizzato una mostra con incontro con la redazione del giornale intramurario 'Astrolabio' e uno spettacolo della compagnia dei detenuti attori.
"Di quanto avviene all'interno delle mura delle carceri sappiamo poco: per larga parte della società libera, il carcere rappresenta semplicemente un deterrente e in pochi vedono la finalità trattamentale di questo luogo, le opportunità che può offrire a chi vi è destinato", scrivono gli organizzatori dell'iniziativa rimarcando come "l'ottica con cui ci si volge a queste persone è per lo più assistenziale, di supporto, legata in qualche modo ad un senso di carità", mentre cambiare punto di vista "significa per la società iniziare a riappropriarsi di risorse umane utili per il suo funzionamento. Il benessere dei detenuti serve innanzitutto a chi sta fuori".
E così, venerdì 5 ottobre, il pubblico sarà accompagnato a partire dalle 18 alla mostra di pittura e fotografica il cui materiale è stato prodotto dai detenuti stessi - alcuni dei quali presenti all'iniziativa - per poi partecipare ad un incontro con il cdr di Astrolabio, composto di detenuti e curatori, per discutere di comunicazione.
Per sabato 6 ottobre invece l'appuntamento è alle 20.30 con "Ascesa e caduta degli UBU", spettacolo della compagnia detenuti attori che dopo l'esperienza fatta al teatro Comunale si rifà "con nuovi attori ed una scenografia tagliata su misura, oltre ad aumentate consapevolezze, proponendo grazie alla giocata in casa un rapporto più stretto con lo spettatore, ritagliando all'interno dell'istituto di pena una stanza che per un'ora vivrà in un altro tempo ed in un altro spazio".
Per partecipare alle serate è necessario registrarsi entro il 5 settembre specificando nome, cognome, luogo e data di nascita ed allegando una scansione della carta d'identità. Per la visita alla mostra e per l'incontro con i redattori di Astrolabio l'email con i dati va spedita all'indirizzo
di Alessandro Agostinelli
globalist.it, 29 luglio 2018
Da 30 anni Armando Punzo, creatore, animatore e regista della Compagnia della Fortezza, porta la sua arte tra i detenuti dietro le sbarre. Quest anno con uno spettacolo bellissimo dedicato a Borges. "Beata solitudo, sola beatitudo", scriveva quello che io chiamo Sua Lungimiranza, cioè Lucio Anneo Seneca. Vuol dire che la felice solitudine è la sola beatitudine. Chissà se lo sanno quelli della Compagnia della Fortezza, quelli che ci ostiniamo a chiamare attori-detenuti, per far capire a chi non conosce ancora questa storia, cosa accade ogni anno nel carcere di Volterra.
Accade che dopo un lavoro lungo tutto l'anno, fatto di incontri, ginnastiche fisiche e mentali, libri e poesie mandate a memoria, litigi col regista, scazzi tra un caffè e una sigaretta, un gruppo di persone si raduna in una stanzuccia del Mastio volterrano con un pazzo (che io conosco dal 1992) che si chiama Armando Punzo. E in un pomeriggio estivo, un pomeriggio fatto così e così, si dicono: "anche quest'anno si va in scena".
Lavorano tutti i giorni, da trent'anni e passa, tra celle aperte, doppi maglioni invernali, ciabatte infradito estive, docce e dialetti di tutto il Mediterraneo, quello di sopra e quello di sotto. E ogni anno, quando noi profani saliamo la ripida ascesa al paradiso del teatro (che per un caso fortuito si trova dentro un carcere), li vorremmo maledire tutti quanti per la loro dedizione alla scena - che se anche noi avessimo la loro costanza avremmo senz'altro fatto qualcosa di meglio e in più nella nostra esistenza. E poi li vorremmo abbracciare tutti per le emozioni che sulla scena sanno dare e dire, in tante lingue del mondo, con tanti gesti di gioia e dolore mescolati assieme.
E ancora oggi, che sto uscendo da questa prigione, dopo aver ripreso il mio smartphone e lo zaino con dentro le cose che mi serviranno a scrivere questo articolo, è come se fosse la prima volta. Non perché ci sia particolare emozione a entrare ancora una volta qui, per l'ennesima volta, vale a dire in un carcere, ma soltanto perché i miei occhi hanno visto ancora il mistero dell'andare in scena per dire tante verità una appresso all'altra che quel pazzo di regista e attore e divinità tra le sbarre chiamato Armando, sa tirare fuori (la primizia di un contatto, l'accensione di una scintilla) da queste perle di attori, che navigano ogni giorno tra le spesse muraglie e le rigide e solide sbarre di questa Fortezza cinquecentesca che loro fanno diventare a volte tuono, a volte fulmine, a volte mare, a volte giaciglio e culla.
Si badi bene, non c'è in me nessuna giustificazione per il detenuto, e neppure alcuna volontà di fare la retorica contro-culturale di un mondo migliore senza carceri: la nostra vita è fatta anche di violenza, la nostra vita è fatta anche di pena e responsabilità.
Piuttosto mi affascina ancora oggi quello che Armando forse sa da tanto tempo e che io ho sempre intuito, ma non sono mai riuscito a dirmi e a raccontare nelle tante volte che ho scritto di Carte Blanche. E Armando lo dice bene in questo spettacolo che si intitola "Beatitudo":
"Queste mura, a loro modo, mi proteggono da me stesso, dalla stanchezza e dagli allori. Qui ho sempre a disposizione la realtà, al massimo della sua espressione, violenta, limpida e inequivocabile".
La scena di "Beatitudo" è una confessione costruita nel cortile principale della Fortezza, ed è già da sola un terzo dello spettacolo, del fatto che questo funzioni per tutta la durata delle sue due ore (a parte un po' troppo lungo monologo in inglese). C'è una piscina, c'è un musicista che suona seduto davanti a un pianoforte verticale, ci sono quattro tra batteristi e percussionisti, ci sono i soldati di un esercito con i costumi da battaglia orientali, con in mano della lunghissime aste di bambù, ci sono il regista in scena e un bambino al suo fianco, entrambi con i piedi nell'acqua della piscina.
La musica suona mentre il pubblico entra e prende posto sulla tribuna o seduto su cuscini di fronte alla piscina, e si interrompe solo a spettacolo finito: è un tappeto sonoro continuo che segna il ritmo e la melodia emotiva dello spettatore. La musica è il secondo terzo dello spettacolo.
Poi ci sono le parole di Armando e quelle di Jorge Luis Borges, potenti, piene, parole che attraversano il mondo, quello di oggi e quello di ieri, le religioni quelle primitive e quelle monoteiste, le filosofie, la storia, i movimenti degli insetti e quelli delle fronde del bosco, gli eserciti che danzano e l'artista che beve la creatività dell'umanità intera, il principio e quel che c'è dopo la fine, perché alla fine forse non c'è il nulla, ma ancora - mi piace pensarlo - le parole che parlano del tutto e dell'uno di Borges, appunto. E insieme a queste parole che costruiscono il Mondo, ci sono i corpi e i costumi, i movimenti e le smorfie di sorriso degli attori, la loro presenza in scena, il loro solido icastico esserci, stare sul fronte della scena come sul ciglio di un baratro che non sappiamo quanto profondo sia, né noi né loro - possiamo solo intuirlo con le emozioni. E queste due cose sono il terzo terzo dello spettacolo.
C'è il padre in croce e Gesù Cristo (una vera prova fisica d'attore), c'è Armando-ora e Armando-ieri, ci sono gli altri registi che nuotano nel mare del senso senza conoscere il non-senso della realtà irreale del carcere, cioè senza conoscere la rappresentazione della rappresentazione irrapresentata. Ci sono le donne e ci sono i libri che sono anche gli spettacoli di trent'anni, ci sono le forme e i direttori, l'esercito degli attori e quello dei piccioni che continuano a far parte di tutti gli spettacoli, alzandosi in volo di quando in quando. E ci sono pure le bizze di qualche detenuto che non ha il permesso di uscire dalla cella e starnazza proprio quando c'è più silenzio. Ma tutto questo è spettacolo, tutto sta dentro a questo utero fluido e ricorrente di "Beatitudo".
A chi vedesse questo lavoro pensando di assistere a uno spettacolo teatrale dico subito che questo non è uno spettacolo teatrale, o almeno non solo. È cinema, è arte contemporanea, è musica e concerto, è lettura e poesia. È Wagner e Sorrentino, è lampo e brezza. È la solitudine di tante solitudini incarcerate che il lavoro del teatro mette insieme ed erutta in un momento, come immediata percezione di bellezza.
Era il 1985. In una gelida sera di dicembre, quello che per me è un Nobel della letteratura, Jorge Luis Borges, salì le strade che lo separavano dall'inclita città di Volterra. Due giorni dopo se ne andò e poi morì. Durante la cerimonia del Premio Etruria che lo incensava, disse: "Volterra è viva e segreta, presente e lontana, fatta di pietre e respiri. Mi è parso di udire dei passi, delle voci, e dunque qualcosa di inafferrabile perdura nella città: un parlottio misterioso, un arcano trascorrere di forme, un paesaggio d'ombre".
Per decenni, da qualche parte qui, è rimasto il suo fantasma, per resuscitare alla vita, per brulicare dentro questa beatitudine della Compagnia della Fortezza.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 29 luglio 2018
Ora le sentenze passano al gran muftì. In uno dei tanti processi di massa post-golpe, gli imputati accusati di proteste dopo la deposizione dell'islamista Morsi. Ieri la Corte penale del Cairo ha condannato a morte 75 persone, ritenute colpevoli di proteste contro il golpe dell'allora generale al-Sisi nei giorni e le settimane successive al 3 luglio 2013. Tra i condannati ci sono figure di spicco dei Fratelli Musulmani, coinvolti nelle manifestazioni a piazza Rabaa, dove nell'agosto di cinque anni fa il neonato regime massacrò circa mille dimostranti.
Ora la sentenza di pena capitale sarà trasferita al gran muftì, la più alta autorità legale islamica, che dovrà dare il suo parere in merito. Il parere non è vincolante ma generalmente è ascoltato dalla magistratura (è stato il muftì a salvare Mohamed Badie, leader della Fratellanza Musulmana egiziana e suo ideologo, più volte condannato a morte dal 2013 a oggi). Il verdetto finale sulle sentenze emesse ieri è atteso per il prossimo 8 settembre. Non c'è Shawkan: per il fotoreporter anche lui imputato nelle stesso processo di massa l'udienza è di nuovo rinviata al 9 settembre.
Sentenze emesse nell'ennesimo processo di massa, ormai la normalità nel sistema giudiziario egiziano, strumento utilizzato per i casi aperti contro gli oppositori (molto spesso infilandoci dentro soggetti politicamente lontani, da giornalisti ad attivisti di sinistra fino agli islamisti). Di per sé simili processi violano il diritto internazionale e quelli dei singoli imputati che, come raccontano gli egiziani che ci sono passati, sono privati di una difesa efficace ed effettiva: gli imputati non vedono i propri legali (e se ne hanno occasione sono tenuti d'occhio da poliziotti o funzionari del carcere), seguono le udienze in gabbie di vetro, non hanno accesso ai file sul proprio caso.
E poi c'è la pena di morte. Se tra il 2007 e il 2013 (dagli ultimi anni dell'era Mubarak al golpe di al-Sisi) sono state condannate a morte 12 persone, dal 2014 il numero è schizzato alle stelle: secondo Reprieve, tra il gennaio 2014 e il febbraio 2018 sono state comminate 2.159 condanne a morte, di cui 83 già eseguite. Più alti i numeri di Amnesty International: dal gennaio 2014 al 25 luglio 2018 sono stati giustiziati almeno 128 prigionieri.
di Giovanni Stinco
Il Manifesto, 29 luglio 2018
"Con i nuovi acquisti di cannabis medica annunciati dal Ministero della sanità possiamo tirare un sospiro di sollievo fino a settembre, forse ottobre. Le farmacie saranno rifornite ma il problema resta apertissimo, ci sono tante questione ancora non affrontate". Leonardo Fiorentini è da anni impegnato sul tema cannabis, è autore del libro La cannabis fa bene alla politica (Ed. Reality Book) ed è il direttore del sito di informazione sulle droghe Fuoriluogo.it.
Sulla cannabis terapeutica molti pazienti lamentano di doversi pagare le cure, cosa sta succedendo?
Quel che bisogna capire da subito è che si potrebbe fare già tantissimo con gli strumenti che già ci sono. Il Ministero dovrebbe coordinarsi con tutte le Regioni e rendere così effettivo quanto per ora scritto sulla carta, e cioè che la cannabis terapeutica deve essere a carico del sistema sanitario nazionale. Invece ogni Regione è un caso a se stante, con regole diverse e a volte disattese. Purtroppo da molti punti di vista siamo ancora in pieno Far West.
Eppure la legge italiana parla di terapie a carico del sistema sanitario nazionale.
Intanto premetto che l'attenzione sul tema della ministra Grillo è qualcosa da non dare per scontato, visto l'atteggiamento del suo predecessore Lorenzin che di fronte alle proteste dei malati si era limitata a dire che le piantine avevano bisogno di tempo per crescere. Resta però ancora tantissimo lavoro da fare sul piano culturale, sia tra i politici che tra i medici. Ad esempio sempre la legge prevedrebbe l'organizzazione di corsi destinati ai medici sul tema cannabis medica. Non mi risulta che stia avvenendo. La verità è che in Italia sono ancora pochissimi i medici, di base e non, con un'adeguata conoscenza professionale sulla questione. Se questa è la situazione chiaramente anche la politica arranca. Ma ripeto, la ministra Grillo sembra attenta alla questione. Resta da vedere quali passi avanti saranno concretamente fatti.
Quanti sono i pazienti che in Italia fanno uso di cannabis medica?
Difficile dirlo con esattezza. Dati ufficiali non ne abbiamo, alcune regioni lo comunicano, altre no. Possiamo dire, ma si parla di stime, che siano 20 mila le persone che in Italia fanno uso di cannabis medica con regolare prescrizione. Attenzione, però, è solo la punta dell'iceberg. Molti altri potrebbero beneficiare della cannabis terapeutica, ad esempio nelle terapie contro il dolore. Ma il problema è che ne ignorano l'esistenza perché i loro medici, a loro volta, non sono formati sul tema. C'è ancora chi è costretto a informarsi su internet o col passa parola. Non va bene, perché girano leggende metropolitane che parlano di cannabis capace di curare il cancro. Non c'è nessuna ricerca che lo provi, eppure molti pazienti si scambiano l'informazione. Anche qui, come detto, siamo nel Far West.
Se lo Stato si facesse carico dei costi, cosa succederebbe?
Attenzione anche qui, non è assolutamente detto che lo Stato vada a spendere di più di quanto già spende, visto che spesso la cannabis medica è una terapia che ne sostituisce altre. Negli Stati Uniti ad esempio, dove va detto che la cultura degli oppiacei è molto "diffusa" nella medicina, diversi studi hanno dimostrato che i programmi di cannabis terapeutica sono stati in grado di generare risparmi per il servizio sanitario.
di Giovanni Stinco
Il Manifesto, 29 luglio 2018
L'era voglio. La denuncia del Comitato dei pazienti. La ministra Grillo (5Stelle) annuncia acquisti dall'Olanda. Ma per la Lega è "l'erba della morte". La legge prevede che sia fornita dal sistema sanitario, ma in molte regioni manca del tutto. "La cannabis medica tornerà in tutte le farmacie? Bene, i malati di tutta Italia saranno felici certo, ma tanto io i soldi per comprarla non ce li ho". Ugo, 40 anni, è uno dei tanti pazienti che non possono accedere alle cure a base di cannabis terapeutica.
Il motivo è molto semplice: non tutte le Regioni garantiscono a chi ne ha bisogno le cure gratuite. E così, dopo la soddisfazione dovuta ai recenti annunci della ministra della sanità Giulia Grillo ("compreremo altri 250 kg di prodotto dai Paesi Bassi"), tutti sono ritornati con i piedi per terra. Perché se è vero che con gli sforzi del Ministero le farmacie dovrebbero evitare nel futuro di non poter rifornire i malati armati di regolare ricetta - come successo a gennaio e nel 2017 -, è anche vero che sono centinaia in Italia le persone che, anche con la prescrizione del medico in mano, alla tanto agognata cannabis terapeutica non potrebbero comunque mai arrivarci. Perché, molto semplicemente, non possono permettersela.
Capita al signor Ugo, con una grave patologia circolatoria, e così a tanti altri. C'è chi si espone, e sono pochi, tanti altri per pudore e dignità non vogliono esporsi. Chi ci mette la faccia racconta sempre la stessa storia, dal Trentino alla Sicilia.
"Ho una fibromilagia che mi impedisce di lavorare e per tenere sotto controllo i sintomi tra cui il dolore acuto avrei bisogno della cannabis, ma per avere la cannabis dovrei lavorare. È un cane che si morde la coda", spiega la signora Debora Minutella, 49 anni della provincia di Trento. Situazione simile per Simona Pagano, trentenne messinese con una diagnosi di artrite psoriasica. Simona per seguire la terapia a base di cannabis medica dovrebbe spendere circa 400 euro al mese. "In famiglia abbiamo un solo stipendio e dobbiamo mantenere nostra figlia", spiega. Il risultato, spesso, sono terapie interrotte, il dolore che si rifà sotto e con lui la stanchezza, l'insonnia e la mancanza di appetito. Oppure la cannabis medica che dovrebbe durare un mese la si fa durare un mese e mezzo, o due, a seconda dei soldi disponibili per l'acquisto e della capacità di sopportazione del dolore.
"E dire che c'è una legge nazionale chiara, purtroppo per il momento nessuna Regione la sta applicando davvero", dice Simonetta Biavati, portavoce del Comitato pazienti cannabis medica. La legge a cui fa riferimento Biavati è la n. 172 del 4 dicembre 2017 con il suo articolo 18 quater, una sorta di miraggio per i malati italiani. Al comma 6 si dice chiaramente che per "la terapia contro il dolore" e per una serie di altri casi "la cannabis sarà a carico del Servizio Sanitario Nazionale". Ma al momento nessuna Regione si è preoccupata di reagire alle indicazioni nazionali e così la situazione resta a macchia di leopardo.
Ci sono le Regioni che hanno approvato un proprio testo (Puglia, Toscana, Veneto, Liguria, Marche, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Sicilia, Umbria, Emilia-Romagna e Lombardia), ma le varie leggi sono disomogenee e a volte con lacune e gravi problemi, e così ogni paziente ha diritti e possibilità differenti a seconda della sua residenza. Non va benissimo in Lombardia (che con i suoi 10 milioni di abitanti fa da sola un sesto della popolazione italiana), senza una legge che permetta di curarsi gratuitamente se non passando prima dagli ospedali. Situazione simile in Sicilia. Il Comitato Pazienti Cannabis Medica segnala grandi difficoltà per i pazienti di Marche, Abruzzo e Veneto. In Emilia-Romagna, invece, le cose sembrano funzionare bene.
Claudia Facchinetti ha 50 anni ed è di Bologna. Per anni ha dovuto affrontare la sclerosi multipla (e altre patologie) con terapie a base di farmaci tradizionali. Nulla di risolutivo, un calvario di dolore durato tre anni. "Poi con l'aiuto di uno specialista e del mio medico di base che si è informato assieme a me - racconta - ho iniziato una terapia a base di cannabis terapeutica e ora posso vivere degnamente". Il che vuol dire, per persone a volte costrette dal dolore a rimanere per giorni a letto, mangiare e dormire quanto più normalmente possibile, e la possibilità magari di cercare di nuovo un lavoro.
Per Claudia, la decisione della ministro Grillo di comprare altri quantitativi di cannabis medica dall'Olanda è un'ottima notizia perché, spiega, "in Emilia-Romagna la Regione ha già provveduto tempo fa con una sua legge, non devo pagare nulla e mi devo solo preoccupare di trovare una farmacia con il prodotto". Cosa non semplice visto che nelle farmacie dell'Emilia-Romagna l'anno scorso si sono visti pellegrinaggi da un po' tutta Italia.
Uno dei problemi, segnalano i pazienti, è proprio la produzione interna che lo Stato ha affidato all'Istituto chimico farmaceutico militare di Firenze e che, al momento, non è assolutamente in grado di fare fronte alle crescenti richieste. Da qui l'esigenza di acquistare all'estero.
Ma non ci sono solo questioni legate all'armonizzazione delle varie legislazioni regionali. All'orizzonte c'è un problema politico pronto ad esplodere da un momento all'altro. Se l'anima pentastellata del governo è favorevole alle esigenze dei malati, e la Ministra Grillo nei giorni scorsi lo ha dimostrato scrivendo direttamente al Comitato dei pazienti, a preparare le barricate è la Lega di Salvini. Non c'è solo il ministro Lorenzo Fontana, che si occuperà di cannabis ma dal punto di vista repressivo. Sono tanti i segnali che dicono che tra i salviniani la cannabis è vista come una droga alla stregua dell'eroina. Lunedì a Piacenza lo ha dimostrato un'iniziativa a trazione leghista, più che un convegno una fake news dal titolo "L'erba della morte, la cannabis".
A partecipare anche il senatore del Carroccio Simone Pillon, capogruppo in Commissione giustizia. Le argomentazioni proibizioniste sono state contestate da 200 persone e da un sit-in, ma Pillon ha messo le cose in chiaro: "I profeti sinistri - ha scritto il senatore - vorrebbero chiudere i nostri giovani nei cessi dei centri sociali a fumarsi le canne. Noi vogliamo che i ragazzi e le ragazze tornino a godersi le nostre splendide città".
Cannabis a uso ricreativo quella presa di mira da Pillon, diversa da quella medica della ministra della salute M5s Giulia Grillo. Ma come possano coesistere sotto lo stesso governo due approcci così differenti sul tema, resta davvero difficile da capire.
Corriere della Sera, 29 luglio 2018
L'artista napoletano stava realizzando sul muro che separa Israele dalla Cisgiordania l'immagine della giovane diventata simbolo della resistenza. Appello di de Magistris per la liberazione. "Siamo stati arrestati a Betlemme dall'esercito israeliano. Chi può aiutarci per favore lo faccia". Lo scrive sul suo profilo Facebook lo street artist napoletano, Jorit Agoch. Da una settimana sta lavorando a quel volto alto quanto il muro grigio che corre lungo le strade di Betlemme e separa gli israeliani dai palestinesi. Jorit Agoch è un graffitaro napoletano di origini olandesi, nella sua città ha ricoperto le facciate dei palazzi anche con il sorriso malinconico di Massimo Troisi. A Betlemme ha scelto di raffigurare Ahed Tamimi, la ragazza palestinese condannata a otto mesi di carcere per aver schiaffeggiato due soldati e che viene rilasciata oggi.
E il consolato generale a Gerusalemme e l'Ambasciata d'Italia a Tel Aviv, in stretto raccordo con la Farnesina, seguono con la massima attenzione il caso dei due italiani fermati a Betlemme ai quali stanno fin d'ora prestando ogni possibile assistenza, in contatto con le autorità locali e le famiglie. "Jorit deve tornare subito a Napoli. La sua libertà è questione di democrazia, riguarda tutti. Lo aspetto anche perché abbiamo del lavoro programmato da portare a termine a San Giovanni a Teduccio": è l'appello del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, perché sia liberato l'artista partenopeo arrestato a Betlemme.
Il murale simbolo - Il muro che separa la Cisgiordania da Israele è ricoperto di graffiti che sostengono la causa palestinese. Accanto all'immagine di Ahed, c'è il volto di un'altra donna, la giovane dottoressa con il velo rosso uccisa a giugno dall'esercito israeliano durante gli ultimi giorni di proteste della Marcia del ritorno. Tamimi, 17 anni, è diventata il simbolo della protesta anti-israeliana dei palestinesi quando a dicembre era stata filmata dalla madre mentre prendeva a calci e pugni, insieme a sua cugina, due soldati israeliani per allontanarli dalla sua abitazione. Il video era diventato virale. Tamimi era stata arrestata il 19 dicembre 2017 e condannata a otto mesi di reclusione da una Corte militare israeliana.
Per il suo rilascio, si sono battute associazioni e difensori dei diritti umani. La ragazza, secondo quanto dichiarato dal padre all'agenzia di stampa turca Anadolu, potrebbe uscire dal carcere domenica 29 luglio, nonostante la data prevista di scarcerazione sia il 19 agosto. "Le autorità israeliane non informano il detenuto o la sua famiglia sulla data del rilascio ma penso che sarà presa una decisione" per ridurre la detenzione di 21 giorni, ha detto il padre Bassem Tamimi.
di Maria Brucale*
Il Dubbio, 28 luglio 2018
La Commissione per l'Ordinamento penitenziario minorile aveva elaborato un testo coerente. Dopo 40 anni di silenzio legislativo c'era l'esigenza di rispondere alle condotte criminose con strumenti che traducano la tensione punitiva in aspirazione educativa e di recupero. La riforma dell'ordinamento penitenziario è morta.
- Occhetta (La Civiltà Cattolica): "48.000 detenuti potrebbero avere pene alternative"
- Paola Severino: "solo la giustizia economica batte le diseguaglianze"
- Corte Costituzionale: gli avvocati dei detenuti non possono più scioperare
- Milano: 25 anni dalla strage di via Palestro, letture e testimonianze per non dimenticare
- Gli untori dei nostri giorni










