agensir.it, 28 luglio 2018
"Nei 195 istituti penitenziari italiani, a metà del 2018 erano presenti circa 58.000 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 50.069. Un detenuto costa circa 200 euro al giorno, ma lo Stato spende solo 95 centesimi per la rieducazione".
di Francesca Sforza
La Stampa, 28 luglio 2018
Parla l'ex Guardasigilli: se c'è rispetto della legalità, c'è anche più crescita. Combattere le diseguaglianze, questa è la sfida che si sta giocando in Occidente, dall'America che ha votato Donald Trump alla Gran Bretagna che ha scelto Brexit, fino agli appelli sovranisti che risuonano in tutti i paesi europei. La risposta può venire dalla giustizia economica?
Stando alle analisi che dalle cattedre di Economic Justice, nei paesi anglosassoni, si trasformano in progetti politici e nuovi posti di lavoro sembrerebbe di sì. Noi lo abbiamo chiesto a Paola Severino, avvocata, Ministra della Giustizia con il governo Monti, vicepresidente della Luiss di Roma, "soprattutto insegnante".
Paola Severino, in che senso giustizia ed economia, insieme, possono creare una società più equa?
"Se guardiamo al disagio che attraversa le classi sociali credo che dobbiamo in primo luogo partire dai giovani: cosa vogliono? Cosa chiedono? L'esperienza sul campo mi dice che tra loro serpeggia, fortissimo, un desiderio di legalità".
In che senso?
"Ricordo un seminario sulla legalità organizzato a Santa Maria Capua Vetere. Ero convinta che non ci sarebbe stato nessuno, e invece trovai oltre mille persone sedute e altre in piedi. Tutti ragazzi che non solo erano interessati, ma che vedevano nella legalità una possibilità di crescita e riscatto sociale. Ne è nato un progetto, con un corso, un premio e dei fondi che quest'anno sono stati raddoppiati. L'idea di fondo è semplice: se c'è rispetto della legalità c'è più giustizia sociale e più crescita economica".
Tra le misure che il governo sta mettendo a punto per ridurre le disparità ci sono flat tax e reddito di cittadinanza. Secondo lei possono funzionare?
"Non entro nel merito di provvedimenti che ancora non sono definiti, ma ritengo che se queste misure si accompagnassero a specifiche misure di equità fiscale sarebbero più efficaci".
Intende dire che il perseguimento dell'evasione non è sufficiente?
"Sono convinta che una giustizia incapace di contrastare l'evasione fiscale non consenta una ridistribuzione equa tra le classi e tra le generazioni, e quindi, di nuovo, blocchi la crescita. Proprio per questo ritengo che, accanto a severe sanzioni e ad investigazioni approfondite, si debba creare, a monte, un conflitto di interessi tra venditori ed acquirenti".
Come diceva Adam Smith, "Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla considerazione che questi hanno per il proprio interesse personale". L'insegnamento di uno dei padri della giustizia economica è ancora attuale?
"Sì, aumentare il numero delle spese detraibili significa disinnescare il sistema per cui l'elettricista preferisce essere pagato in nero e il cliente non ha alcun interesse a impedirglielo. Gli esempi positivi si hanno con le assicurazioni: oggi chiedere ed ottenere una fattura da un medico rappresenta, fortunatamente, la regola. Ecco un altro esempio in cui giustizia ed economia, insieme, possono innescare circoli virtuosi".
E poi c'è la corruzione, grande malattia dell'economia italiana. Da dove aggredirla?
"Gli effetti della corruzione sull'economia sono devastanti: un'impresa che corrompe danneggia l'impresa che concorre in modo leale, così come un cittadino che ha diritto a ottenere un certo posto o un certo impiego viene danneggiato da chi lo ottiene in cambio di un favore o di una tangente".
Un problema culturale o politico?
"Sono convinta che occorra una rivoluzione culturale: bisogna insegnare a pensare fin da giovanissimi che chi corrompe non è più furbo, non è migliore. L'insegnamento di legalità nelle scuole è prioritario e può produrre risultati incredibili: guardiamo quello che è successo in Armenia, dove le proteste dei giovani al grido di "Via la corruzione" hanno rovesciato il governo".
E la politica?
"Quando lasciai il Parlamento con la nuova legge anticorruzione, non nascosi la mia soddisfazione per un provvedimento che rispondeva anche a quanto ci veniva chiesto dall'Unione Europea, ma ricordo che mancava ancora un tassello: la regolamentazione del lobbismo".
Perché è così importante?
"Di nuovo è una variante dell'interazione virtuosa tra giustizia ed economia. Se un pubblico ufficiale riceve persone che trasparentemente documentano il motivo della loro visita, il limite tra lobbismo lecito e il traffico di influenze illecite sarebbe più chiaramente tracciabile. Il lobbismo diventa così un'attività legittima e trasparente, non l'anticamera di una possibile corruzione. Non è difficile, avevo anche preparato una bozza di progetto, che non si fece in tempo a far votare dal Parlamento".
E per le opere pubbliche o i grandi eventi?
"La prevenzione resta importante: più che nuove leggi, occorrono buoni monitoraggi sulla legalità dei mezzi che vengono usati". Che ruolo gioca secondo lei l'invidia sociale nel meccanismo della crescita economica? "L'invidia sociale c'è sempre stata, oggi la si manifesta di più, anche attraverso i social.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 28 luglio 2018
Gli avvocati non potranno più scioperare ed astenersi dalle udienze in cui vi sono degli imputati detenuti. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, sottolineando che soltanto il legislatore può intervenire in una materia che incide sulla libertà personale e stabilire la durata della custodia cautelare.
Fino ad oggi i legali agivano in funzione di un codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze, adottato il 4 aprile 2007 dall'Organismo unitario dell'Avvocatura e da altre associazioni quali Ucpi, Anfi, Anf, Aiga e Uncc e considerato idoneo dalla Commissione di garanzia sugli scioperi. Ed era grazie a questo codice che si era stabilito che i legali potessero astenersi dal lavoro, anche in presenza di detenuti, ma con il loro consenso esplicito.
Quando l'imputato non si opponeva allo sciopero del proprio legale, il processo veniva rinviato e i termini di custodia cautelare venivano sospesi, con il conseguente allungamento del periodo di restrizione della libertà personale, sia pure entro i limiti di durata complessiva prevista dalla legge. La questione era stata sollevata lo scorso anno dal giudice Francesco Caruso, presidente della Corte che sta gestendo il maxiprocesso "Aemilia", a Reggio Emilia: lo scorso anno aveva deciso di andare avanti con le udienze nonostante lo sciopero dei legali. Una decisione che era stata impugnata da alcuni avvocati arrivati a sostenere la tesi secondo cui il processo, a partire dall'udienza incriminata, andava completamente annullato e rifatto.
Da qui la richiesta di parere alla Consulta da parte del giudice Caruso che aveva sostenuto come l'imputato, a causa delle astensioni, "subisse restrizioni della libertà personale per motivi diversi da quelli espressamente considerati dalla legge". La decisione della Corte (relatore Giovanni Amoroso) mette una pietra tombale sulla questione bocciando i legali.
La sentenza depositata ieri si fonda sull'articolo 13 della Costituzione, in base al quale "soltanto il legislatore può intervenire in una materia che incide sulla libertà personale e stabilire la durata della custodia cautelare". Ed è per questo che esiste una illegittimità costituzionale dell'articolo 2 bis nella parte in cui consente (o meglio non preclude) che il codice di autoregolamentazione interferisca con la disciplina legale dei limiti della custodia cautelare e dunque della libertà degli imputati. "Quella della Consulta è una sentenza oscura: non si capisce se ha allargato la possibilità degli avvocati di astenersi dalle udienze, a prescindere dalla volontà degli imputati, o se invece l'ha esclusa quando ci sono imputati detenuti". A criticare la pronunzia è l'avvocato ed ex parlamentare Gaetano Pecorella, che davanti alla Consulta ha sostenuto le ragioni dell'Unione delle Camere penali, di cui è stato presidente.
La Repubblica, 28 luglio 2018
Milano ricorda la sera in cui fu colpita al cuore, il 27 luglio 1993, quando un'autobomba in via Palestro uccise cinque persone, ne ferì molte altre e devastò il Padiglione d'arte contemporanea insieme a tutta la zona circostante. In occasione del 25° anniversario dalla strage, oggi al Pac si terrà una giornata di commemorazione, a partire dalle ore 10, quando il sindaco Giuseppe Sala e la vicesindaco Anna Scavuzzo parteciperanno alla deposizione delle corone.
A seguire, l'inaugurazione della mostra fotografica "La mafia uccide solo d'estate. 25 anni dalla strage di via Palestro" e, dalle ore 10.30, gli interventi guidati dal titolo "Una strage volta a ricattare lo Stato": parleranno il sindaco Giuseppe Sala, il presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolè, il direttore regionale dei vigili del fuoco, Dante Pellicano, e Francesco Del Bene, sostituto procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
La commemorazione continua, a partire dalle 21, con letture, musiche e testimonianze di persone che quella notte rimasero ferite e con gli interventi del vicesindaco Anna Scavuzzo e del presidente della Commissione consiliare Antimafia David Gentili. Alle ore 23.15 il suono della sirena inviterà tutti i presenti a un momento di raccoglimento, nell'attimo esatto in cui l'auto imbottita di tritolo esplose esattamente davanti al Pac. Per tutta la giornata di venerdì, fino alle 24, sarà possibile visitare il Pac con ingresso gratuito.
"Un momento per fermarci tutti, per un minuto con il suono della sirena, in ogni parte del nostro Paese, in ogni posto dove c'è un vigile del fuoco, per ricordare tutte le vittime del dovere e in modo particolare chi si è sacrificato fino all'ultimo respiro per compiere il proprio dovere", è questa la richiesta avanzata dall'Associazione Carlo La Catena, che porta il nome di una delle vittime - attraverso una richiesta ufficiale - al Ministro dell'Interno, Matteo Salvini.
Oltre al pompiere La Catena, giovane napoletano di 25 anni, alle 23:14 del 27 luglio 1993 morirono altri due suoi colleghi, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l'agente di polizia municipale Alessandro Ferrari e un immigrato marocchino che dormiva su una panchina, Moussafir Driss.
Quella notte La Catena era stato chiamato con i colleghi sul posto dopo una telefonata anonima che aveva dato l'allarme per il fumo che usciva da una Fiat Uno parcheggiata in via Palestro, davanti al Padiglione dell'Arte Contemporanea. L'esplosione avvenne prima che le forze specializzate potessero disinnescare l'ordigno e lo stesso museo fu gravemente danneggiato dalla deflagrazione. La famiglia del ragazzo napoletano seppe della sua morte dalla televisione.
Uno dei protagonisti dell'operazione di terrore fu Gaspare Spatuzza, che dopo anni decise di collaborare con la giustizia. L'obiettivo "erano i monumenti, non le vite umane.
Quello che avvenne erano conseguenze non cercate", disse poi Spatuzza in tribunale vent'anni dopo coinvolgendo Filippo Marcello Tutino, che secondo le sue dichiarazioni avrebbe avuto il ruolo di basista in via Palestro. Ma questo non è mai stato provato: solo qualche giorno fa la Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d'Assise in Appello, assolvendo Tutino definitivamente. Le accuse però non sono cadute per i fratelli Formoso e i Graviano, oltre alle condanne per Riina, il super latitante Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella fino allo stesso Spatuzza. Ma restano molti interrogativi su complici, armatori e moventi della strategia stragista di Cosa Nostra e sulle conseguenze di quella notte quando, tra ricatti, presunte trattative e silenzi, l'Italia partorì i suoi fantasmi.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 28 luglio 2018
Mi sono chiesto, sentendo il presidente della Repubblica alla televisione nella cerimonia del ventaglio della stampa parlamentare al Quirinale, chi possano essere oggi gli untori che gli hanno fatto tornare alla mente quelli della peste di Milano descritti nei Promessi Sposi da Alessandro Manzoni. Quegli untori - ha ricordato Sergio Mattarella rileggendo il più bel romanzo italiano - fecero degradare a tal punto il "senso comune" da fare nascondere dietro la paura il "buon senso".
di Francesco Merola
La Repubblica, 28 luglio 2018
La campagna "Evadere dalla C" per curare tutte le persone infette dal virus nelle carceri italiane. Sono quasi 146.000 i pazienti italiani trattati con i nuovi farmaci ad azione antivirale diretta di seconda generazione (Daas) per la cura dell'epatite C cronica.
di Maurizio Ermisino
retisolidali.it, 28 luglio 2018
In via Eurialo 22, a Roma, apre "Vale la pena", che è un pub, ma anche un marchio di birra. Che reinserisce al lavoro i detenuti. Si chiama RecuperAle e potete leggere questo nome come vi pare. All'inglese, perché è un tipo di birra molto particolare, una Pale Ale. Oppure all'italiana, "recuperale", perché è nata recuperando il pane raffermo, che altrimenti andrebbe buttato. E perché è inserita in un progetto che recupera delle persone in difficoltà e le riporta al lavoro, e alla vita.
In questo nome c'è tutto il senso del lavoro dell'associazione Semi di libertà Onlus che, da quattro anni, ha deciso di puntare sul riscatto dei detenuti e degli ex detenuti, e dare vita a qualcosa che possa dare loro un lavoro. Perché nella nostra Costituzione c'è un articolo, l'Art. 21, che dice che "le pene (...) devono tendere alla rieducazione del condannato", ma spesso questa rieducazione rimane solo sulla carta. Semi di libertà ha deciso di fondare prima un birrificio, e una linea di birre dal nome "Vale la pena" (sono in vendita da Eataly). E poi di dare vita a un pub, in apertura proprio in questi giorni, dallo stesso nome: si trova in Via Eurialo 22, nel quartiere San Giovanni, a Roma.
Ora le birre potrete gustarle anche lì. E farete in modo di assicurare un futuro anche a questi ragazzi. Abbiamo parlato con Paolo Strano, presidente di Semi di libertà, per capire da dove sia nata, prima ancora dell'idea del pub, la voglia di puntare su questi ragazzi, e dare loro un'altra possibilità. "Tutto nasce da un'esperienza diretta" ci ha raccontato.
"Ho sempre lavorato nel servizio sanitario nazionale, nell'ortopedia. A un certo punto sono andato a lavorare a Regina Coeli, ho scelto di dedicare parte del mio orario di lavoro al carcere: ho scoperto un mondo. È un universo sconosciuto, dal punto di vista politico è un tema assolutamente impopolare. O non se ne parla, o lo cavalcano in maniera negativa. E mi è rimasto appiccicato addosso". Semi di libertà punta molto sugli eventi proprio per far conoscere, oltre al proprio prodotto, il progetto e gli individui che ne fanno parte.
"Quando le persone vengono agli eventi conoscono i ragazzi con cui lavoriamo, vedono che c'è qualcuno che si sacrifica, lavora, lavorando paga le tasse. Lì cade il pregiudizio. E comincia la conoscenza". "Il carcere è un universo dove c'è tutto" continua. "Tra le altre cose trovi tanta violenza, tanto dolore. E tante potenzialità, persone in gamba molto dotate che crescendo in determinati contesti prendono una brutta deriva". Ma il problema più grande è forse quello della recidiva, il fatto di tornare a delinquere perché non si trova un'altra possibilità per vivere. "Incontri persone alla quarta o quinta esperienza detentiva, persone che entrano ed escono continuamente dal carcere" ci racconta Strano. Nonostante quell'articolo 27 della Costituzione. "La pena ha solo una funzione afflittiva" riflette. "E questa è una delle cose che fa sì che ci sia la recidiva, essendoci raramente una rieducazione".
L'associazione Semi di libertà viene fondata nel gennaio del 2013, e il progetto "Vale la pena" parte nel 2014. Dopo un'attenta valutazione, si decide di puntare decisi sulla birra artigianale. "La birra è un elemento conviviale, facilita la conversazione, un certo tipo di clima, scambi di opinioni che possono avvenire nel pub, o anche negli eventi" ci spiega Paolo Strano.
"Per diffondere i nostri temi la conversazione ha un valore importante. Ma il primo ragionamento è stato molto più prosaico, la sostenibilità economica: serviva qualcosa che si sostenesse da solo. Abbiamo iniziato nel momento di massima crisi ed è stato abbastanza complicato, perché nessuno di noi era imprenditore. Abbiamo fatto un po' di ricerche, e la birra artigianale è stata l'idea che ci convinceva di più. Non ci voleva un impegno esagerato, e ci siamo concentrati subito su questo settore".
Il progetto è nato da subito come formativo: si trattava di fare formazione ai detenuti, e ai ragazzi dell'istituto agrario dove si trova il birrificio. "Lo scambio di esperienze è unidirezionale, da parte dei detenuti nei confronti dei ragazzi" ci spiega Strano. "Nella prima fase del progetto c'era anche uno psicologo: i ragazzi hanno il mito del criminale, alimentato da film e serie televisive che fanno vedere il carcere come una cosa da maschi, quasi da mettere in curriculum. Il risultato di questo scambio è stato eccezionale: passata la prima fase, in cui i ragazzi sono attratti come le mosche dai detenuti, capiscono quanto sia facile sbagliare, e quanto difficile tornare indietro, quanto è brutto il carcere. Lo psicologo ha fatto test d'ingresso e di uscita ai ragazzi su questi temi e con risultati interessanti. Le ragazze invece sono molto giustizialiste, e ci sono stati momenti di tensione".
Il pub "Vale la pena" aprirà proprio in questi giorni. Darà lavoro a due detenuti e un ex detenuto. "Due ragazzi sono in semilibertà, uno torna a Rebibbia la sera, un altro è ai domiciliari" ci racconta il presidente di Semi di libertà. "Verranno assunti dal pub e contrattualizzati, ora lavorano al birrificio e lasceranno liberi due posti che riempiremo in un nanosecondo. Ci scrivono da tutta Italia per lavorare con noi, perché in Italia sono pochissimi quelli che danno una seconda occasione.
Ci sono un discreto numero di iniziative dentro il carcere, ma fuori poche. Il problema è che in carcere si creano modi di sostentamento, si fa formazione ma, se quando i ragazzi escono non c'è una rete immediata, si perdono in un attimo. Se anche sei formato, con quel curriculum, è umano che tra due persone si scelga chi non è stato in galera. Abbiamo in animo di costruire una camera di compensazione, un percorso che inizi in carcere, con la formazione, ma che realizzi una rete immediata di accoglienza fuori, anche per fornire un posto dove dormire a chi esce dal carcere".
È un progetto che va sostenuto, non solo per il suo valore sociale. Ma anche perché la birra è buona. "Il progetto formativo ha suscitato interesse e abbiamo arruolato i più grandi birrai italiani" ci spiega Paolo Strano. "Per noi è stato fondamentale, hanno fatto una formazione di alto livello, e ci hanno donato delle ricette. E così è nata una gamma di birre notevolissime da birrai con grande esperienza".
"Non volevamo che la gente acquistasse questi prodotti per pietismo, sarebbe stata un'operazione che altrimenti avrebbe avuto le gambe corte" continua. "Se la compri per curiosità, per un tema che ti sta a cuore, e poi il prodotto è scadente non lo compri più". Tra i prodotti più interessanti di "Vale la pena" c'è la RecuperAle, nata dall'incontro con la onlus Equoevento, che recupera cibo di qualità da grandi eventi.
"Ci siamo uniti a loro e, con il pane avanzato, creiamo una birra ad alta fermentazione, una Pale Ale" ci racconta Strano. "Per fare la birra puoi utilizzare tante cose: la cicoria, la frutta. Stiamo sviluppando al massimo questo tema: cercare sempre di più di fare birra con il cibo che viene sprecato. Per noi è fondamentale la comunicazione di questi temi". Tra queste birre c'è appunto la Saison d'Hiver Sentite libbero, amaricata con le cicorie spontanee da agricoltura sociale. "È come si faceva la birra prima della scoperta del luppolo, che è entrato nella produzione della birra nel 1200-1300" ci svela il presidente.
Il pub vuole dare un messaggio preciso, ed evoca immediatamente la struttura del carcere. "Il sistema di spillatura è costruito con delle sbarre che si piegano" ci racconta Strano. "E ci si siede in una sorta di celle, con delle panche e delle sbarre". Ma "Vale la pena" non sarà solo un pub, sarà anche un punto di vendita dell'economia carceraria.
"Stiamo mettendo su una piattaforma" ci racconta il presidente di Semi di libertà. "Abbiamo fatto un festival dell'economia carceraria alla Città dell'Altra Economia, a Roma. È stato un successo, sia a livello di partecipazione che di interesse delle istituzioni".
Tra i prodotti che si trovano nel pub ci sono il Caffè Galeotto, prodotto nella torrefazione di Rebibbia, i taralli di un progetto pugliese, la pasta di un progetto siciliano, nato nel carcere dell'Ucciardone, a Palermo. Nei paesi di lingua tedesca, per brindare con una bella birra, si dice "Prosit". È una parola che nasce da latino e che significa "buon pro". E allora che questa birra buon pro faccia a questi ragazzi. È un augurio sincero.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 28 luglio 2018
Acqua nera a mezzanotte, con le onde in abbassamento che non frangono più, temperatura 27 gradi, tasso d'umidità in diminuzione. Aggiungiamo la visibilità ottima, oltre al vento da nord sceso sotto gli 8 nodi e sarà naturale osservare quanto queste siano in genere condizioni meteo perfette della mezza estate per le partenze dei migranti dalla Libia.
Ma soprattutto è il chiarore luccicante della luna piena riflessa sul mare, una sorta di cono luminoso aperto in direzione delle coste siciliane, che solo pochi mesi fa avrebbe rappresentato una sorta di incoraggiante autostrada della speranza per i battellini carichi all'inverosimile verso il "sogno Europa". Ora non più.
"Nel nostro ultimo mese di pattugliamenti ininterrotti dal Canale di Sicilia, le coste della Tripolitania, al largo del Golfo della Sirte e sino alle zone a nord delle acque territoriali della Cirenaica, non abbiamo mai incontrato alcun naviglio di migranti e neppure i battelli delle organizzazioni non governative internazionali. Una situazione che ha caratterizzato le attività delle navi militari di Mare Sicuro anche nel periodo precedente il nostro turno", dicono, con la sicurezza di chi vede davvero le cose in diretta, sia i marinai che il 42enne Sebastiano Rossitto, comandante della fregata Virginio Fasan, l'ammiraglia della missione tutta made in Italy operante di fronte alla Libia sin dall'aprile 2015.
Emergenza finita - "Ovvio che se ora incontrassimo un battello di migranti, qui in mare aperto, li prenderemmo subito a bordo e non li riconsegneremmo ai guardiacoste libici. Per noi nulla è mutato, anche con il nuovo governo a Roma. Le leggi internazionali del soccorso valgono sempre. Ma posso anche ripetere che la situazione è completamente cambiata da cinque o sei mesi. Per ora l'emergenza appare finita, terminata.
I libici, anche grazie all'aiuto italiano, hanno motovedette molto più efficienti, i loro sistemi d'intervento sono strutturati, possono mantenere due o tre imbarcazioni sempre pronte in acqua e si dimostrano in grado di bloccare gli scafisti con i migranti prima che escano dalle 12 miglia delle loro acque territoriali", dice l'ufficiale. A lui si affianca il Contrammiraglio Andrea Cottini, toscano, 55 anni, un veterano della Marina. "L'ultima volta che le cinque navi della Mare Sicuro sono state coinvolte direttamente nella questione migranti è stato agli inizi di giugno, quando hanno scortato al porto spagnolo di Valencia i circa 600 imbarcati sull'Aquarius della ong Sos Méditerranée. Altrimenti direi che, almeno per il momento, il problema è radicalmente mutato", ribadisce sottolineando che altre sono le priorità della missione.
Dietro il sonar - La cronaca di oltre 48 ore imbarcato sulla Fasan inizia il 24 luglio con l'elicottero Augusta della Marina Militare che in un'oretta dall'aeroporto di Lampedusa percorre oltre cento miglia per atterrare sul ponte appena beccheggiante. Le vibrazioni sono minime grazie ai due motori elettrici super-silenziosi e quattro generatori nuovissimi che impiegano gasolio verde. A bordo 185 marinai, di cui 14 donne.
La nave è stata varata dai quartieri di Riva Trigoso nel 2014: un progetto italo-francese, arricchito da un sofisticato sistema di sonar anti-sommergibile che è l'orgoglio del tenente di vascello Maria Paola Ceracchi, 31 anni, da una dozzina arruolata, addetta alla strumentazione. "Il nostro è un congegno unico al mondo", spiega fiera. "Possiamo calare il sonar a oltre 300 metri di profondità. Ce lo invidiano anche gli americani".
Pescherecci a rischio - S'impone subito il sistema di regole e consuetudini che scandiscono la vita di questo microcosmo sociale galleggiante. Dal megafono giungono di tanto in tanto gli ordini alle varie squadre: i turni degli addetti alle pulizie, le guardie, gli spostamenti degli elicotteristi, i contatti periodici con le altre quattro unità al momento in missione.
La nave-officina Gorgona con i suoi 60 membri dell'equipaggio è da mesi ancorata a Tripoli per assistere i libici nel mantenimento delle quattro motovedette donate l'anno scorso dall'Italia al governo di unità nazionale di Fayez Sarraj. La fregata Espero sta ad est, lungo le coste della Cirenaica. "Ha un compito difficile. Tra l'altro fa in modo di impedire che i nostri pescherecci entrino nella zona di mare davanti a Derna, dove il generale Khalifa Haftar sta operando contro Isis e le milizie jihadiste, imponendo unilateralmente il blocco del passaggio ai navigli stranieri.
Un altro compito è evitare ai nostri pescherecci di cacciarsi eventualmente nei guai entrando a pescare il gambero rosso nel Golfo della Sirte, una zona contesa sin dai tempi di Gheddafi. Nell'aprile 2017 hanno dovuto pagare una multa di 5.000 dollari per riscattare due che erano stati sequestrati", ricorda Cottino. Il terzo, l'Orione (lo stesso che aveva scortato l'Aquarius in Spagna) sta navigando davanti alle coste tunisine. Sembra strano, ma i marinai italiani parlano con maggior preoccupazione della Tunisia che non della Libia.
"Qui c'è un contenzioso antico, risale a oltre mezzo secolo fa, quando Tunisi impose il cosiddetto "Mammellone", una vasta area di divieto alla pesca ai non tunisini ben oltre i limiti delle loro acque territoriali. L'Orione fa in modo di evitare fastidi in ottemperanza ad un accordo stipulato dal governo di Roma nel 1979. Però oggi, in termini di libertà di pesca e navigazione siamo in rapporti migliori con i libici che non i tunisini", dicono.
Le perquisizioni - Tutto questo è molto interessante. Ma ovviamente osservo di continuo i radar per seguire un eventuale passaggio di migranti. In plancia gli ufficiali mettono a punto gli strumenti, compresi i sensori a raggi infrarossi. "Con i radar si vede bene a oltre 30 miglia. Con quelli più ravvicinati siamo in grado di individuare anche un battellino alto meno di 40 centimetri sul pelo dell'acqua a oltre sette miglia. Ma non si vede nulla e questo da molto tempo orami. L'anno scorso notavamo che se una volta i migranti partivano alla disperata, più di recente li trovavamo con i giubbotti personali indossati in Libia", dicono.
Gli schermi restano però bui. Alle 18,15 siamo a 70 miglia dal porto di Tripoli. Una trentina di miglia a est si individuano le tracce radar di tre pescherecci italiani. Poco più nel centro sta transitando un grande naviglio che sembra diretto a Khoms, il vecchio porto militare di Gheddafi. Gli italiani si danno da fare per identificarlo. Pare abbia spento il trasponder, che è il meccanismo via etere per cui i dati di ogni nave possono essere in teoria letti da chiunque la centri col radar computerizzato. "Nostro mandato è controllare i traffici sospetti: contrabbando di esseri umani, petrolio e armi. Dall'inizio di Mare Sicuro nel 2015 abbiamo fisicamente perquisito almeno un'ottantina di navi che trafficavano con la Libia e la nostra intelligence in cooperazione con gli alleati Nato ha al momento almeno una decina di navi straniere in lista nera. I nostri commando armati possono salire a bordo, ovviamente sempre avendo prima ottenuto la luce verde da Roma", rimarca Rossitto.
Piattaforme sott'occhio - Emergono così i compiti della Fasan, che navigando di fronte alle zone delicate comprese tra Misurata, Tripoli, Sabratha e il confine tunisino (dove storicamente sono gli scafisti più agguerriti), si trova anche a dover affrontare le incognite maggiori. "Al largo di Tripoli sono le sei piattaforme dove lavorano quasi una trentina di tecnici italiani dell'Eni assieme a quelli della compagnia petrolifera nazionale libica.
Siamo in contatto permanente con loro. Come del resto lo siamo con i 280 che operano nell'ospedale militare italiano di Misurata, con il personale della nostra ambasciata a Tripoli ed eventuali cittadini italiani nel Paese. In tutto oltre 500 persone che potremmo dover evacuare di fretta dalle spiagge alla prima emergenza", dice il Contrammiraglio. Lui stesso fu coinvolto nella missione che nell'ottobre 2011, appena dopo la violenta defenestrazione di Gheddafi, vide i commando della Marina salire sulle piattaforme petrolifere abbandonate per verificare che nessuno cercasse di boicottarle. "Arrivammo che in Libia ancora si combatteva. Temevamo fossero minate. Le piste di atterraggio erano piene di detriti per impedire gli atterraggi degli elicotteri. Ma alla fine andò tutto bene", rammenta.
La calma e la preghiera - La calma e la "preghiera" Alle otto di sera tutti sull'attenti per la cerimonia dell'ammaina bandiera. È un rito che si celebra da sempre. Che siano in porto o in navigazione, la bandiera scende sul ponte. Intanto un militare a turno legge al megafono la "Preghiera del Marinaio", scritta da Antonio Fogazzaro nel 1901. E subito dopo viene recitata brevemente la motivazione alla medaglia d'oro di un marinaio così come descritta negli annali dell'ammiragliato. Durante la notte il bel tempo si fa stabile.
Ma è difficile notarlo dalla nave, sono gli strumenti a osservarlo con precisione: le unità militari di ultima concezione equipaggiate contro le armi chimiche e nucleari limitano quasi del tutto gli accessi degli uomini sui ponti. Non ci sono oblò, solo la plancia mantiene un'ampia veduta a prua. E comunque i radar restano muti, bui. "In una giornata così un anno fa potevano essere in mare sino a una quindicina di barche con 3.000 migranti. Nel 2013 ne prendemmo a bordo 1.500 in 24 ore. Oggi nessuno", sottolinea Massino Nava, 40 anni, capitano di corvetta d'origine milanese. Tornato in elicottero a Lampedusa, un pescatore che vende insalata di polpo al porto se la prende col giornalista di passaggio. "Volete smetterla di parlare di emergenza migranti che poi i turisti scappano via?", grida. Venendo dal largo di Sabratha è difficile dargli torto.
di Luigi Manconi
Il Manifesto, 28 luglio 2018
Sono la persona al mondo che meno crede alle teorie e alle sub-teorie del complotto e che meno è sensibile alle ideologie e alle cripto-ideologie della cospirazione. Al punto che quando - in occasione di quelle due o tre circostanze nel corso di un'intera vita - mi è capitato di essere sfiorato da una qualunque forma di macchinazione, ci sono cascato dentro con tutte le scarpe. Si può facilmente immaginare, dunque, quanto abbia resistito agli argomenti di un ottimo giornalista come Paolo Brogi che, nei giorni scorsi, quando un proiettile sparato da un'arma ad aria compressa ha colpito una bimba di 15 mesi, ha minuziosamente ricostruito l'elenco dei più recenti episodi simili. Ed eccolo, quell'elenco.
Nello scorso gennaio, a Napoli, un bambino straniero viene colpito alla testa da un piombino. Poi, nel corso dei mesi successivi, le aggressioni si sono ripetute in varie città. Bersagli sono ora immigrati e ora rom, come la bambina di cui già si è detto. L'altro ieri, a Caserta, un richiedente asilo, viene colpito in pieno volto da due giovani a bordo di un motorino. E, infine, ieri mattina, a Vicenza, un operaio originario di Capo Verde, sospeso su una pedana mobile a 7 metri di altezza, viene colpito da un proiettile sparato da un uomo che spiega: "Miravo a un piccione". Complessivamente, le persone colpite da armi pneumatiche dal gennaio 2018 a oggi sono state undici.
Dunque, in Italia qualcuno ha pianificato una serie di attentati con armi ad aria compressa contro immigrati e rom? Questo si domanda Paolo Brogi e sembra dare in qualche modo una risposta prudente ma positiva. Io resto scettico, ma la mia interpretazione dei fatti è, per certi versi, perfino più inquietante. Ritengo, cioè, che quelle aggressioni siano il frutto di una terribile dinamica di emulazione. Una vera e propria competizione silenziosa tra oscuri cecchini, dissimulati nella vita sociale e mossi da un rancore criminale e meschino nella sua anonima codardia. Certo, andrebbe verificato quale sia il numero totale degli attentati, realizzati con quelle stesse armi e non indirizzati contro bersagli "etnici": ma una prima e sommaria indagine sembra evidenziare come la componente razziale sia sovrarappresentata.
Dunque, sembra assai probabile che in più luoghi del nostro Paese, più soggetti decidano di individuare e colpire bersagli immediatamente identificabili come estranei alla popolazione autoctona. Sia chiaro: non siamo ancora a una vera e propria "caccia all'uomo nero" ma già si evidenziano numerosi segnali del possibile manifestarsi di una simile tendenza. E questa attività, per giunta, trova nel tipo di arma "minore" utilizzata non solo il suo marchio e la sua identificabilità pubblica, ma anche, per così dire, la sua attenuante. Più che una azione di guerra, l'annuncio di una guerra possibile. Una strategia dell'intimidazione e della minaccia, altamente pericolosa e cruenta, ma non ancora violenza dispiegata. Dopo tutto si tratta di pistole e fucili ad aria compressa. E di ferite non mortali (anche se il morto o l'invalido permanente ci può sempre scappare). È proprio il fatto che non sia ancora una fase di guerra aperta a limitare la portata dei rischi e a incrementare il numero degli attentatori e degli aspiranti attentatori.
Il pericolo appare minore e più controllabile e meno rilevanti le conseguenze. Si tenga conto, infatti, che la detenzione di quel tipo di pistola o di fucile non richiede porto d'armi ma solo un documento d'identità al momento dell'acquisto (almeno fino ad una media potenza). E questo rende non solo facilmente accessibile la disponibilità di quelle armi, ma anche più occultabile il loro possesso e utilizzo. E, soprattutto, chi vi ricorre può arrivare a pensarsi come il necessario diffusore di un allarme o uno strumento di prevenzione e non certo come un potenziale omicida volontario. Insomma, come fosse il combattente di un micro-terrorismo latente e difensivo che può arrivare a colpire una bambina fino a paralizzarla, così, quasi per gioco. Uno sport estremo: una guerra civile a bassissima intensità.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 28 luglio 2018
Gli ultimi episodi nel casertano e nel vicentino, ancora con armi ad aria compressa il cui acquisto è libero. Ma Salvini, che polemizza con il presidente della Repubblica, non c'è alcun rischio Far West: la Lega va avanti nel tentativo di allargare la legittima difesa. "Io non voglio il Far West, chi lo sostiene non è ben informato" dice il ministro dell'interno, costretto a intervenire dopo un nuovo episodio di tiro allo straniero, il settimo in un mese e mezzo.
A parlare di rischio "Far West" in Italia era stato giovedì il presidente della Repubblica, citando il caso del pensionato romano che ha centrato una bambina rom. Un intervento, quello del capo dello stato, evidentemente non casuale nel momento in cui la Lega in senato sta provando ad allargare ancora le maglie della legittima difesa. Intenzione rivendicata da Salvini - "io lavoro per garantire ai cittadini perbene la possibilità di difendersi a casa propria". ha scritto ieri - malgrado la pretesa di sottrarre all'accertamento giudiziario chiunque spari all'interno di una sua proprietà sia a forte rischio di incostituzionalità.
L'iniziativa della Lega sulla legittima difesa ha il sostegno della lobby delle armi, Salvini si è persino impegnato formalmente a consultare l'associazione dei cittadini armati. Ma tutte le recenti aggressioni di cui sono stati vittima cittadini stranieri sono state condotte con armi a libero acquisto. Pistole e carabine ad aria compressa spesso prodotte dalle stesse fabbriche delle armi da fuoco, ma qualificate come "a modesta capacità offensiva". Sfuggono al controllo delle licenze (che sono circa un milione e mezzo in Italia, con una forte crescita delle licenze "sportive") e ogni maggiorenne può comprarle per poche centinaia di euro.
Magari per modificarle, potenziandole, come ha spiegato ai magistrati di aver fatto il pensionato romano indagato per il ferimento della bambina rom il 17 luglio a Roma. Quello che non è più l'ultimo caso, perché ieri si è avuta notizia di altre due aggressioni. La prima, denunciata da un rifugiato di 19 anni del Gambia ospite di un centro di accoglienza a San Cipriano di Aversa nel casertano, sarebbe avvenuta giovedì: due ragazzi in motorino gli avrebbero sparato al volto con un'arma ad aria compressa, procurandogli una ferita lieve.
La seconda a Cassola, nel vicentino, dove un quarantenne di origine argentina ha colpito alla schiena un capoverdiano che su un ponteggio lavorava al montaggio delle luminarie per la festa del paese. Secondo il Giornale di Vicenza che ha dato la notizia l'aggressore avrebbe detto ai carabinieri che stava cercando di colpire un piccione. Nella provincia di Vicenza, peraltro, sempre ieri si è verificato un caso di omicidio-suicidio a colpi di pistola, protagonista e vittima italiani. Vicenza è la città che negli ultimi anni ha registrato un boom di licenze "sportive" e all'inizio del 2018 ha ospitato Hit Show, la fiera delle armi con ospite d'onore proprio Salvini (in quella sede ha firmato il "contratto" con l'associazione dei cittadini armati).
Ancora un'arma ad aria compressa era servita per sparare, il 12 luglio scorso, a un gruppo di nigeriani in attesa dell'autobus a Latina: due i feriti. Altri due episodi a inizio luglio si sono verificati a Forlì, a distanza di pochi giorni, vittime un ivoriano ferito all'addome e una donna nigeriana colpita al piede, in entrambi i casi i colpi sono stati sparati con una pistola ad aria compressa. A giugno gli episodi precedenti, entrambi ancora in Campania. Il 22 in pieno centro a Napoli è stato colpito con due pallini allo stomaco un 22enne cuoco del Mali. Maliani anche i due ragazzi ospitati a Caserta nell'ambito del progetto Sprar che hanno raccontato di aver sentito, prima degli spari che hanno ferito uno dei due, gli aggressori gridare "Salvini, Salvini".
Il ministro dell'interno è stato indicato ieri, in diverse dichiarazioni del Pd, di Leu e di Rifondazione, come il responsabile di questo crescendo di aggressioni razziste. Tutte precedute, è il caso di ricordare, dal più grave episodio di febbraio a Macerata, quando per le strade della città un militante della Lega sparò e ferì sei immigrati africani.
All'epoca Salvini spiegò il fatto come conseguenza dell'"immigrazione incontrollata". E anche ieri, malgrado le domande, ha evitato di condannare le aggressioni razziste. "Sono preoccupato - ha detto il responsabile della sicurezza nazionale - da qualunque episodio di violenza, da chiunque arrivi e chiunque colpisca".
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