di Sebastiano Canetta
Il Manifesto, 28 luglio 2018
Vietato alimentare il clima xenofobo, lo impone la Legge fondamentale tedesca. Il presidente della Corte federale stoppa il ministro dell'interno Seehofer, che attacca i giudici e elogia "sicurezza umanitaria". Non lo nomina neppure per sbaglio, ma lo stop costituzionale è diretto proprio a lui: nelle vesti di responsabile della sicurezza e come leader del partito cristiano-sociale. La Legge Fondamentale proibisce a chiunque in Germania di alimentare il clima xenofobo che mina la coesione della socialdemocrazia. A cominciare dal ministro dell'Interno Horst Seehofer.
Sulla Süddeutsche Zeitung, Andreas Vosskuhle, presidente della Corte federale di Karlsruhe, scandisce il monito contro il "populismo" della propaganda anti-migranti promossa quotidianamente dai bavaresi. Denunciando la "retorica inaccettabile" della Csu che "mira a far associare ai tedeschi lo "Stato dell'Ingiustizia" (così Seehofer nel 2016) con l'impianto giuridico in vigore nel periodo nazista".
Deflagra in Germania, esattamente come in Italia, lo scontro istituzionale sulla "politica dell'odio" che infiamma il razzismo. E anche qui lo Stato risponde al governo: con il massimo esperto della Costituzione che la ri-àncora all'antifascismo, e con l'interpretazione autentica dei sindaci di Colonia, Düsseldorf e Bonn che ieri hanno chiesto ad Angela Merkel di poter ospitare più rifugiati.
"Un segnale per l'umanità, il diritto di asilo e l'integrazione" bipartisan lanciato da Henriette Reker (indipendente) Thomas Geisel (Spd) e Ashok Sridharan (Cdu) nella lettera aperta inviata alla cancelliera. "Siamo d'accordo con te sulla soluzione europea per l'accoglienza, ma le nostre città possono e vogliono accettare i rifugiati in difficoltà. La catastrofe umana nel Mediterraneo ha raggiunto nuove terrificanti proporzioni anche a causa della criminalizzazione delle iniziative private per salvare le vite in mare".
E da Berlino, grazie al megafono della Bild, si avverte nitido il tuono dell'ultima bordata del premier ungherese Viktor Orban secondo cui la "colpa per i naufragi nel Mediterraneo è dei politici in Europa che incoraggiano i migranti e danno l'impressione che valga la pena andarsene". Fermarli in Africa è l'imperativo categorico ribadito a Merkel, che resta l'esempio da non seguire. "Se avessi fatto la sua politica mi avrebbero cacciato il giorno stesso".
Da qui l'elogio alla nuova sicurezza umanitaria. "Se vogliamo salvargli la vita dobbiamo trattenerli sulla sponda Sud del Mediterraneo. La politica migratoria non è un compito comune dell'Unione europea, ma una questione nazionale dei singoli Stati" taglia corto Orban che non vuole diventare lo "Stato dell'Ingiustizia" di Seehofer.
Un'ipotesi "stravagante", quanto mai falsa e pericolosa "per la tenuta dei valori alla base sistema democratico" avverte il presidente Vosskuhle; prima di stroncare le accuse del capogruppo Csu al Bundestag Alexander Dolbrindt nei confronti dei volontari che si occupano dell'assistenza legale dei richiedenti asilo. "Chi pretende garanzie costituzionali non può essere insultato" puntualizza l'alto magistrato, mentre da Berlino Seehofer replica stizzito che "la Corte costituzionale non dovrebbe fare la polizia linguistica".
Per ora, il Tribunale di Karlsruhe si limita a tenere il punto contro la deriva giuridica, prima ancora che sociale, innescata dal "Migration-masterplan" del ministro dell'Interno che collide con le leggi interne e il diritto internazionale. Facendo capire che "non è una questione che riguarda lo Stato costituzionale se sia possibile o meno formulare la soluzione europea alla questione dei rifugiati". Nessuna supplenza politica, dunque, ma neppure passi indietro nel campo dove la Corte detta legge per definizione. Un settore dove, grazie alla Csu, si moltiplicano i conflitti di attribuzione.
Spicca la "polizia bavarese di frontiera" "inventata" a inizio mese dal premier Markus Söder e da una settimana in servizio al confine con l'Austria in supporto agli agenti federali. Da soli, non potrebbero controllare alcun valico e si muovono solo per concessione della Bundespolizei. Lo hanno ricordato ieri i deputati Verdi Irene Mihalic e Katharina Schulze al ministro Seehofer e al suo omologo in Baviera. "La Csu rischia di dare assenso all'opera tentacolare della nuova polizia di confine, che è parte di un modello lontano dalla Costituzione".
tio.ch, 28 luglio 2018
L'uomo è affetto da una malattia ai polmoni e da una grave turba psichica non curabile. L'organizzazione di assistenza esaminerà la richiesta. Un detenuto 64enne internato nel Canton Zugo ma per il quale è responsabile il Canton Berna ha chiesto di poter morire con l'aiuto di Exit. L'organizzazione di assistenza al suicidio gli ha risposto che la sua richiesta sarà esaminata con attenzione.
Il caso - reso di dominio pubblico oggi dal quotidiano bernese "Der Bund" - pone infatti una serie di problemi che devono essere chiariti. Il giornale fa riferimento a sua volta a Reform91, una organizzazione che sul suo sito web (reform91.ch) si definisce "per detenuti ed emarginati" ed è stata fondata nel marzo 1990 da detenuti del penitenziario di Lenzburg (AG).
Peter Zimmermann, presidente di Reform91, ha detto oggi a Keystone-ATS - che ha potuto a sua volta prendere visione del dossier - di non essere al corrente di altre richieste simili da parte di detenuti in Svizzera e che la sua organizzazione si è rivolta ai media con l'accordo dell'interessato. Da parte sua Exit non ha voluto fornire altri ragguagli, precisando che non comunica sui casi singoli. Nella sua richiesta a Exit il detenuto scrive che la sua vita non vale più la pena di essere vissuta per tre motivi. In primo luogo soffre di una malattia dei polmoni che sta peggiorando "inarrestabilmente". In secondo luogo, da anni i medici legali gli hanno diagnosticato una turba psichica grave e non curabile. Infine il Canton Berna gli nega da diversi anni la possibilità di uscite accompagnate dal carcere, nonostante una sentenza del Tribunale superiore (Obergericht) bernese. Questo rifiuto - aggiunge - gli toglie qualsiasi "prospettiva per il futuro" ed è una "tortura psichica".
L'ufficio per l'esecuzione delle pene (AJV) del Canton Berna, interpellato oggi al riguardo, risponde che non gli è pervenuta alcuna richiesta di suicidio accompagnato, ragione per cui non si occupa per il momento della faccenda. Il capo dell'AJV, Thomas Freytag, ha peraltro confermato quanto detto al "Bund" dal suo vice Laszlo Polgar, ossia che la legge non regola ancora casi come questo e che l'attuale politica di rischio zero comporta oggi il fatto che i detenuti rimangono in carcere più a lungo. A suo avviso, "quando un detenuto sconta una pena, non può essergli concesso di sottrarsi alle sentenze dei tribunali con il suicidio".
Il detenuto in questione - che secondo "Der Bund" è internato per reati sessuali nel penitenziario intercantonale Bostadel di Menzingen (ZG) - nel 2016 aveva presentato ricorso al Tribunale superiore bernese contro l'AJV, che gli aveva negato di poter incontrare la madre 86enne, residente in Austria e che non può venire a visitarlo in Svizzera. Secondo la decisione del tribunale pubblicata sul sito internet della Giustizia bernese, l'Ufficio di esecuzione delle pene ha ingiustamente negato all'uomo un congedo. Il tribunale ha inoltre criticato la pratica restrittiva in materia dell'AJV. Il detenuto sostiene di non aver mai potuto incontrare sua madre fuori dal carcere, un'affermazione che l'AJV non ha voluto commentare per ragioni di protezione dei dati.
di Caterina Belloni
Corriere della Sera, 28 luglio 2018
Nell'ultimo anno ci sono state 40 mila aggressioni con coltelli. In vista della chiusura estiva delle scuole, il ministero dell'Istruzione inglese ha chiesto ai prof di fare delle lezioni sul pericolo di portare in tasca un coltello, anche solo a scopo difensivo. Servirà?
Gli insegnanti inglesi sono stati invitati a pianificare con i loro alunni delle lezioni su quella che ormai è diventata un'emergenza: le aggressioni con i coltelli. Sono circa cinquantamila i docenti che in questi giorni, gli ultimi dell'anno scolastico per il calendario inglese, sono impegnati a spiegare ai loro allievi tra gli 11 e i 16 anni come sfuggire alla minaccia dei loro coetanei armati di lame senza procurarsi essi stessi un coltello a scopo di difesa.
La preoccupazione è quella che, una volta terminata la scuola, i ragazzini si trovino a dover trascorrere le giornate in strada, in balia di gang e gruppi di coetanei mal intenzionati, che stanno spadroneggiando in certi quartieri di Londra, ma anche di altre grandi città. Si conta che nel paese ci siano almeno 700 baby gang attive. Ragazzini che vengono dai quartieri disagiati e cercando un riscatto attraverso la violenza. Con esiti preoccupanti.
Dall'inizio dell'anno a Londra sono già morti venti adolescenti, ma il conto sale a cinquanta se si considera il resto del Paese. I bad boys si armano di coltello con uno scopo di rivalsa, gli altri ragazzini hanno paura e spesso ne comperano uno per sentirsi più "sicuri". Bastano poche sterline, ma quando si va in giro con un'arma in tasca aumenta il pericolo che la situazione sfugga di mano.
Il coltello non è mai solo un'arma di difesa - Le lezioni a scuola serviranno proprio a mettere a fuoco questo elemento o almeno questo si aspetta il Ministero della pubblica istruzione che le ha organizzate. Durano un'ora ciascuna e saranno considerate parte del curriculum dei ragazzi. Si punterà molto sulla prevenzione, spiegando ai ragazzi che portarsi un coltello in tasca non è mai una scelta vincente. Gli insegnanti spiegheranno anche quali sono i termini gergali usati per indicare in coltelli, in modo che non ci siano fraintendimenti da parte dei più ingenui o dei meno problematici.
In classe verranno poi introdotti i rudimenti del vocabolario delle bande, che chiamano la polizia "po-po" o "5-0" e usano termini inventati - ma ormai noti alle forze dell'ordine - per spiegare che qualcuno è stato ferito con un'arma da taglio. Solo se percepiscono che un'arma a disposizione è sempre un rischio, i giovani possono sfuggire al pericolo insomma. Lo scorso anno la polizia ha registrato 39.598 aggressioni con coltelli o altre lame in Inghilterra e Galles, il 22 per cento in più dell'anno precedente e comunque il numero più elevato degli ultimi sette anni.
La Repubblica, 28 luglio 2018
La Casa Bianca minaccia sanzioni se Andrew Brunson, arrestato nel 2016, non verrà rilasciato. Risponde Ankara: "Nessuno ci dà ordini, non tolleriamo minacce". Gli Stati Uniti avvertono la Turchia: se non saranno intrapresi "passi immediati" per liberare il pastore Usa Andrew Brunson scatteranno sanzioni. A lanciare l'avvertimento è il vice presidente americano, Mike Pence: "Se la Turchia non adotta azioni immediate per liberare quest'uomo di fede innocente e mandarlo a casa in America, gli Usa imporranno sanzioni significative alla Turchia finché il pastore Andrew Brunson non sarà liberato", ha detto parlando a una riunione del dipartimento di Stato dedicata all'avanzamento della libertà di religione. Poi Pence ha detto di avere un messaggio per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan da parte del presidente Usa Donald Trump: "Rilasci il pastore Andrew Brunson adesso o si tenga pronto ad affrontare le conseguenze".
Poco dopo Trump ha ribadito il concetto su Twitter: "Gli Stati Uniti imporranno grandi sanzioni alla Turchia per la detenzione da tempo del pastore Andrew Brunson, un grande cristiano, uomo di famiglia e meraviglioso essere umano. Sta soffrendo enormemente. Quest'uomo innocente di fede dovrebbe essere rilasciato immediatamente!". Brunson è agli arresti da ottobre del 2016. Ieri è stato ordinato il suo trasferimento dal carcere ai domiciliari, ma il segretario di Stato Usa Mike Pompeo aveva commentato che "non è abbastanza". I toni si accendono e dalla Turchia arriva la risposta, dura, sempre a colpi di tweet: "Non tollereremo mai minacce da qualcuno. Lo stato di diritto vale per tutti; nessuna eccezione", tuona il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu.
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 28 luglio 2018
Le liste dei deceduti affisse al governo contano 400 nomi ma le persone scomparse e uccise secondo Amnesty International sarebbero almeno 82 mila. Il certificato di morte porta la data 15 gennaio 2013, per cinque anni i famigliari hanno continuato a sperare senza sapere che non avesse più senso.L'hanno scoperto solo pochi giorni fa, quando la burocrazia del regime siriano ha sancito che quel ricordo di Islam Dabbas - con la felpa rossa e la scritta "libertà e basta" - sarebbe stato l'ultimo da conservare. Islam è finito nel buco nero della prigione di Sednaya, che inghiotte gli oppositori in una tradizione della repressione passata di padre in figlio, da Hafez a Bashar: i tre edifici sono stati costruiti dal capostipite della dinastia Assad e affidati ai servizi segreti dell'esercito. Incarcerato assieme agli altri che hanno partecipato nella primavera del 2011 alle prime manifestazioni pacifiche per chiedere le riforme. Amnesty International calcola che in queste celle siano stati ammazzati in 13 mila.
Considerati scomparsi: il clan al potere si è rifiutato di fornire notizie alle famiglie, molti non hanno neppure potuto sapere se i fratelli, i padri, le sorelle, le madri fossero stati arrestati e dove fossero detenuti, i "desaparecidos" siriani stima sempre Amnesty sono almeno 82 mila. Adesso il governo comincia ad ammettere che non torneranno - le liste dei deceduti affisse nelle città contano già 400 nomi - perché Bashar Assad si sente forte, non teme le proteste, la rivolta dei parenti. Le bugie e il silenzio sono serviti a tenerli ostaggio della speranza. Non ce n'è più bisogno. Con l'appoggio di russi e iraniani il presidente ha riconquistato i centri principali del Paese, invita i rifugiati a tornare. Non si sa con quali garanzie per gli oppositori, viste le sue minacce ai Caschi Bianchi, i gruppi di soccorso locali che hanno cercato di frenare la distruzione causata dai suoi bombardamenti: "Li liquideremo". L'obiettivo è ora riprendersi la provincia di Idlib, verso il confine con la Turchia, rimasta sotto il controllo dei rivoltosi. Un'operazione che - avvertono le organizzazioni per i diritti umani - rischia di essere ancora più devastante per i civili degli assedi negli scorsi mesi.
di Bruno Desidera
La Difesa del Popolo, 28 luglio 2018
Ha chiesto che l'ordinazione sacerdotale fosse vissuta non nella cattedrale, come avverrà tra qualche giorno per altri suoi dieci compagni di seminario, ma dentro le mura di un carcere, quello di Apodaca, tristemente famoso per le condizioni di vita dei detenuti (nel 2012 una rivolta vi causò 38 vittime), come del resto accade in tutto il Messico.
Da pandillero, cioè membro di una banda criminale, a ministro di Dio, da detenuto a sacerdote. È il singolare percorso del trentacinquenne messicano Gabirel Everardo Zul Mejía. Venerdì sarà ordinato a Monterrey dal suo arcivescovo, mons. Rogelio Cabrera López. E ha chiesto che questo momento così solenne fosse vissuto non nella cattedrale, come avverrà tra qualche giorno per altri suoi dieci compagni di seminario, ma dentro le mura di un carcere, quello di Apodaca, tristemente famoso per le condizioni di vita dei detenuti (nel 2012 una rivolta vi causò 38 vittime), come del resto accade in tutto il Messico.
Se Papa Francesco il Giovedì Santo lava i piedi ai carcerati, deve aver pensato Gabirel, anche un'ordinazione sacerdotale dentro a un istituto di pena può essere un segnale potente. Tanto più che il nuovo sacerdote, che si dichiara grande amante del calcio e della musica vallenata (un genere tradizionale latinoamericano originario della Colombia), si considera soprattutto un "convertito". Proprio grazie all'esperienza del carcere e all'incontro con i detenuti. È qui che ha scoperto la misericordia di Dio e qui vuole iniziare la sua missione di pastore e testimone dell'amore misericordioso di Dio.
Dalle bande criminali al carcere. Così, infatti, egli racconta alcune fasi della sua vita: "Prima della mia conversione, prima dell'incontro con Cristo Gesù, vivevo come sommerso tra i confitti propri del pandillerismo". Con questo nome, in America Latina, si intende l'attività criminale in bande organizzate, le cosiddette pandillas, appunto. "Purtroppo, in quel periodo non apprezzavo l'amore dei miei genitori e dei miei fratelli. I miei comportamenti mi portarono a essere detenuto nel carcere di Topo Chico. Ricordo che mi misero in un reparto chiamato Osservazione. E fu proprio lì che iniziò il mio dialogo con Dio, iniziai a pregarlo". Diceva tra sé Gabirel, rivolgendosi al Signore: "Non ti conosco, però so che non mi lascerai qui dentro!".
Riflette ora il novello sacerdote: "Ho pensato in seguito che Dio ha ascoltato la mia preghiera, ma anche quella di mia madre e della Chiesa, che in ogni momento prega per i giovani che hanno perso la strada". E riconosce che "il tempo durante il quale sono stato in carcere mi è servito per incontrarmi con me stesso, per dare valore a quello che Dio mi permetteva di avere nella casa dei miei genitori, e per riconoscere che proprio in una cella ho trovato la libertà".
La scoperta della misericordia di Dio attraverso i detenuti. La memoria torna ai tempi del carcere: "Ricordo alcune esperienza che hanno segnato quel momento della mia vita: i fratelli detenuti che ho conosciuto e si sono presi cura di me, mi hanno dato dei consigli... Soprattutto sono stati proprio loro inizialmente a insegnarmi quelle che ora riconosco come opere di misericordia, e attraverso di loro ho scoperto l'amore di Dio".
Il carcere è poi rimasto un punto fermo, nella vita di Gabirel, anche una volta entrato in Seminario: "Sono stato incaricato di specifici campi di apostolato, in realtà molto concrete dell'azione della Chiesa, come la pastorale vocazionale, la pastorale della salute e, appunto, la pastorale penitenziaria, in due occasioni. In una circostanza, durante il primo anno di Teologia, mi recavo in carcere quasi tutti i sabati. In seguito, quando ho iniziato a vivere nella parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe, due anni fa. In questo periodo ho potuto accompagnare la pastorale penitenziaria, realizzando varie attività sia di carattere liturgico e spirituale, sia promuovendo il dialogo con le famiglie e i figli dei detenuti, sia organizzando varie attività di carattere sportivo e sociale. Ora vivo in un'altra parrocchia e la mia presenza in carcere è diventata più sporadica, ma ho continuato a fare visita ai miei amici detenuti e a organizzare qualche momento d'incontro e di festa".
Un desiderio "profondo". La scelta di farsi ordinare sacerdote proprio dentro al carcere di Apodaca, venerdì 27 luglio, è così apparsa a Gabirel per certi aspetti naturale, non qualcosa di straordinario, anche se probabilmente si tratta di una "prima assoluta". E coerente con quanto domenica scorsa, nel presentare i nuovi sacerdoti dell'arcidiocesi, ha detto l'arcivescovo di Monterrey: "È impossibile pensare il sacerdozio lontano dal popolo". Conclude allora il giovane che sta per diventare sacerdote: "Ora il mio desiderio è di tornare dai miei amici del carcere di Apodaca, e condividere con loro la gioia dell'ordine sacerdotale. Desidero profondamente che siano i testimoni della misericordia che Dio dona a un suo servitore, concedendomi di diventare sacerdote per tutta l'eternità".
di Marco Valle
occhidellaguerra.it, 28 luglio 2018
Nell'indifferenza del mondo la Cambogia va al voto. Domenica 29 luglio gli elettori khmer sono chiamati alle urne per rinnovare governo e parlamento. Apparentemente un normalissimo passaggio democratico, in un Paese apparentemente stabile e tranquillo. Peccato che il principale movimento di opposizione, il Partito di Salvezza Nazionale della Cambogia (Psnc), sia stato sciolto d'imperio lo scorso novembre e molti suoi esponenti sono stati arrestati o esiliati. In prigione è finito il leader, Khem Sokha, e la metà dei suoi 55 parlamentari si sono rifugiati oltreconfine. Per altri 118 quadri del Psnc è arrivato il divieto assoluto di parola. L'accusa confermata, senza alcuna possibilità d'appello, dalla Corte suprema cambogiana è l'aver collaborato a un improbabile piano statunitense mirante a destabilizzare il Paese e rovesciare il governo. Insomma, alto tradimento e altre "facezie" per spezzare un'onda che sembrava inarrestabile: alle elezioni legislative del 2013 il movimento di Khem Sokha aveva ottenuto il 44,5 per cento dei suffragi e alle comunali dello scorso anno, svoltesi in un clima incandescente, il 43,8. Per il potere, le elezioni di domenica erano un rischio inaccettabile. Meglio le manette.
L'atto di forza è stato voluto dall'intramontabile primo ministro Hun Sen. Un tipo poliedrico quanto ferrigno. La sua vicenda politica inizia negli anni '70 nelle file dei sanguinari khmer rossi; Hun collaborò alla follia genocida di Pol Pot sino al 1977 quando, temendo di restare stritolato nell'ennesima purga interna, fuggì in Vietnam. Tornato in patria nel 1979 al seguito del vittorioso esercito di Hanoi, divenne l'uomo di fiducia dei vietnamiti: nel 1980 fu nominato ministro degli Esteri e nel 1985 divenne primo ministro.
In molti lo consideravano poco più di un fantoccio, ma si sbagliavano. Nel tempo Hun Sen si è scosso di dosso gli ingombranti protettori, ha riorientato le alleanze internazionali (verso la Cina) e, soprattutto, si è impadronito minuziosamente di ogni leva del potere. Lo stesso re Norodom Sihamoni formalmente la Cambogia rimane una monarchia costituzionale è ridotto a un grazioso orpello: a differenza del padre Sihanouk, personaggio vulcanico e carismatico, il prudentissimo monarca preferisce la quiete della reggia, le danze e le sue preziose collezioni d'arte.
L'apatico sovrano non è l'unico a temere il suo tenebroso primo ministro. Secondo i rapporti di Amnesty International e di altri osservatori, da decenni brogli elettorali, abusi giuridici e omicidi politici sono la regola. Del resto lo stesso Hun Sen ha ripetuto più volte che è "disposto a eliminare 100 o 200 persone per assicurare la vita di milioni di altre".
Una frase emblematica che nel martoriato contesto locale ha un significato chiaro: l'unica alternativa al regime è una nuova guerra civile. Per i sopravvissuti ai conflitti e alla mattanza comunista una prospettiva inaccettabile: meglio per loro sopportare l'invasivo leader e votare il suo Partito Popolare della Cambogia che rischiare di sprofondare nuovamente all'inferno. Alle minacce si somma poi l'indubbio sviluppo del regno. Grazie all'aiuto della Cina con 5 miliardi di dollari di scambi primo partner commerciale di Phnom Penh e della rinata industria turistica, da dieci anni la crescita economica tiene una media del 7 per cento. Un miracolo per chi ha conosciuto e sofferto gli anni della fame e della carestia.
Immagini tremende e numeri rassicuranti che però non convincono i giovani più del 60 per cento della popolazione, che non hanno conosciuto i bombardamenti americani, il terrore rosso, la miseria più squallida. Figli di un presente relativamente confortevole, i "baby boomer" nati dopo il 1990 vivono con insofferenza il malcostume e il nepotismo (la Cambogia è al 161° posto su 180 della classifica dell'indice di corruzione stilato da Transparency International), non sopportano l'autoritarismo sempre più soffocante e attendono un cambiamento, aria e idee nuove.
Sono loro la base del disciolto Psnc, tre milioni di elettori su 6,6. L'incubo di Hun Sen. Non a caso alla repressione è seguito l'ennesimo giro di vite su giornali Il Phnom Penh Post, principale quotidiano di opposizione è stato acquistato da un miliardario malese vicino al governo, canali radio e social network, Facebook compreso.
Ormai certo della sua vittoria, il primo ministro ha annunciato che "governerà almeno per altri dieci anni", ma in realtà sta preparando la successione a favore dei propri figli. In perfetto stile nordcoreano, Hun Sen ha promosso il figlio maggiore Hun Manet capo di stato maggiore delle forze armate e il minore Hun Many, capo dell'Unione delle federazioni dei giovani (Ufjc). La dinastia deve continuare.
Le elezioni di domenica possono però presentare ancora qualche sorpresa. L'opposizione in esilio ha lanciato la campagna "Clean finger", ovvero "dito pulito" (per votare serve l'impronta digitale sul registro) con l'obiettivo di delegittimare il potere con l'astensionismo. Il governo ha subito risposto con l'ennesimo divieto. Come ha annunciato Tep Nypha, arcigno direttore della commissione elettorale nazionale, "intraprenderemo azioni legali contro chi inviterà a boicottare le elezioni per proteggere l'interesse dei cittadini e della democrazia". Per non lasciare dubbi sulle intenzioni il governo ha mobilitato 80mila militari "per assicurare la sicurezza" del voto. Gli avversari sono avvertiti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 luglio 2018
È dovuta fuggire, lasciare il proprio Paese, in seguito a minacce dopo aver procurato al quotidiano russo Novaya Gazeta il video di un detenuto vittima di torture da parte della polizia russa. Parliamo dell'avvocata Irina Biryukova.
Il 20 luglio ha reso pubblico un video che mostra 18 guardie penitenziarie che hanno attaccato Yevgeny Makarov, suo cliente, nella colonia penale IK- 1 della regione di Yaroslavl, nella Russia centrale. Secondo Biryukova, la sua fonte all'interno della prigione la informò che le guardie stavano tramando vendetta contro di lei, minacciandola di procurarle danni fisici. "La coraggiosa decisione di Irina Biryukova di esporre l'orribile abuso all'interno della colonia penale IK-1 è l'ultimo esempio della sua dedizione alla protezione degli altri dalla tortura e da altri maltrattamenti. È allarmante che il suo atto di coraggio l'abbia costretta a fuggire dal Paese per paura", ha denunciato Marie Struthers, direttore di Amnesty International per l'Europa orientale e l'Asia centrale. "La protezione di Irina Biryukova e Yevgeny Makarov - continua Amnesty - deve essere una priorità per le autorità russe. Chiediamo loro di investigare tempestivamente in modo indipendente e imparziale le minacce contro Irina e le accuse di tortura contro Yevgeny, e impegnarsi a porre fine alla cultura della paura e dell'impunità nel sistema penale russo".
Il Comitato Investigativo della Russia ha annunciato nel frattempo che sei ufficiali della colonia penale IK- 1 sono stati detenuti in seguito al lancio di un'indagine penale sul video. "Il lancio dell'indagine sulle accuse di tortura è un gradito primo passo verso la giustizia", spiega sempre il direttore di Amnesty, "tuttavia - sottolinea, in assenza di un meccanismo nazionale che funzioni sistematicamente per prevenire la tortura, la causa penale contro i torturatori di Makarov costituirà un'eccezione alla regola".
Novaya Gazeta, il giornale che ha pubblicato il video, ha comunicato che la vicenda risale al giugno 2017. Il 22 luglio, il prefetto regionale di Yaroslavl ha riferito che, in seguito alla diffusione del materiale, i responsabili delle violenze sono stati individuati e sono stati presi provvedimenti di detenzione nei loro confronti. In seguito a ciò, alcuni familiari e conoscenti degli agenti avrebbero fatto pervenire minacce direttamente alla Biryukova, convincendola a prendere la decisione di lasciare il Paese.
L'organizzazione non governativa Public Verdict aveva dichiarato nell'aprile 2017 che Makarov e altri due detenuti - Ruslan Vakhapov e Ivan Nepomnyashchikh - avevano subito violenze da parte di personale in divisa nella stessa sede. Il secondo dei due era stato incarcerato in seguito agli scontri di protesta alla vigilia della cerimonia di insediamento del presidente Vladimir Putin nel 2012. La Corte Europea dei Diritti Umani ha ordinato a Mosca di indagare approfonditamente sull'accaduto, che si aggiunge ai sempre più frequenti casi di violenze e torture nei penitenziari russi.
camerepenali.it, 27 luglio 2018
Lettera aperta al Ministro dell'Interno. "On.le Matteo Salvini. Egr. Signor Ministro, apprendiamo come questa mattina sia iniziato lo sgombero dell'insediamento di Camping River a Roma, nel quale alloggiano più di un centinaio di persone di etnia Rom, nonostante la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo avesse sospeso fino a domani, 27 luglio, le operazioni, invitando, al contempo, il Governo italiano ad indicare le misure alloggiative previste per le tre persone in particolari situazioni di vulnerabilità che hanno richiesto la misura urgente secondo l'art. 39 del Regolamento della Corte, la data prevista per lo sgombero esecutivo e qualsiasi ulteriore sviluppo significativo del medesimo.
Attraverso i suoi canali social, se martedì scorso aveva commentato il provvedimento dei Giudici di Strasburgo: "Ci mancava il buonismo della Corte Europea per i Diritti dei Rom", oggi plaude ad un presunto ripristino della legalità.
Tali affermazioni - che seguono a meno di un mese quella, già stigmatizzata dall'Unione delle Camere Penali Italiane, con cui auspicava la chiusura della Corte di Strasburgo dopo la sentenza della Grande Camera nel caso Giem Srl ed altri c. Italia, in tema di confisca urbanistica senza condanna - evidenziano alcuni pregiudizi che stridono in modo assordante con i principi dello stato di diritto, oltre che con la realtà delle cose.
In primo luogo, quello dell'insofferenza verso le decisioni dei Giudici di Strasburgo a Lei non gradite, attraverso la reiterata delegittimazione della Corte e della sua attività associata al trito refrain del "buonismo": il che evidenzia, una volta di più, come ignori che lo scopo della Corte è quello di intervenire in via sussidiaria rispetto alle giurisdizioni interne per garantire il livello minimo di tutela dei diritti fondamentali.
Ciò che, tuttavia, appare più preoccupante, per la discriminazione che adombra, è la sostituzione del sostantivo "Uomo" con "Rom" nell'irridente ridenominazione della Corte dei Diritti, quasi che il primo non comprendesse gli appartenenti all'etnia evocata dal secondo. Riteniamo opportuno ricordarle che, proprio a causa degli stereotipi ancor oggi alimentati grazie anche ad un uso irresponsabile dei social media ed, in particolar modo della propagazione del discorso d'odio, i Rom furono vittime di un genocidio di vastissime proporzioni durante il secondo conflitto mondiale. Il Consiglio d'Europa, cui afferisce la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, è nato proprio perché certi orrori non abbiano mai più a ripetersi.
Ecco, allora, che, messi da parte gli slogan e rivolgendo, finalmente, l'attenzione ai diritti umani universali, che, come tali, spettano a tutti, indistintamente, sarà bene tenere in considerazione il fatto che la Corte Europea per i Diritti dell'Uomo può indicare misure "ad interim" in casi di emergenze, in modo da scongiurare un rischio imminente di danno irreparabile. Tali provvedimenti, non certo frequenti, possono trovare luogo solo con riferimento ad un numero limitato di situazioni quali il pericolo di vita, di tortura o trattamenti inumani e degradanti e, in casi del tutto eccezionali, per ipotesi relative al rispetto della vita privata e famigliare.
Di qui, l'importanza che il Governo italiano, del quale Lei è parte integrante, si attivi immediatamente, come ingiunto dalla Corte, per tutelare in maniera effettiva i diritti dei tre richiedenti conculcati dall'ordinanza sindacale e dall'impossibilità di adire la giurisdizione interna in ragione del brevissimo tempo loro concesso, appena 48 ore, dalla notifica alla successiva esecuzione: solo allora potrà parlarsi sensatamente di ripristino della legalità, che, viceversa, resterebbe tradita nel caso in cui lo sgombero sia avvenuto senza rispettare la sospensione disposta dalla Corte di Strasburgo la quale, pare opportuno ricordarlo, a seguito delle informazioni ricevute potrebbe anche negare la richiesta misura provvisoria.
Consapevoli, tuttavia, del fatto che la materia della tutela dei diritti fondamentali presenta un livello di tecnicismo con il quale, allo stato, non dimostra la dimestichezza che l'incarico che ricopre richiederebbe, restiamo a Sua disposizione per occasioni di confronto e di approfondimento, continuando, nel contempo, a svolgere con passione ed impegno il nostro ruolo di garanti dell'effettività dei diritti di tutti in Italia ed avanti le Corti Europee.
La Giunta dell'Ucpi
La Commissione per i rapporti con l'Avvocatura e le Istituzioni Internazionali
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 18 giugno 2018
L'ultimo caso risale al 10 giugno: una diciottenne è stata rapita dal figlio del proprietario del terreno dove la ragazza abitava con la sua famiglia. L'aggressore, aiutato da un paio di amici, l'ha caricata su un'automobile. Per sposarla come prevede la tradizione, diceva. Lei ha rifiutato e la punizione è stata lo stupro. Lui, caso raro, è stato arrestato. Lei è ancora in ospedale.
Due settimane prima, il 27 maggio, una studentessa di Medicina di 20 anni, Burulay Turdaliyeva, era stata rapita. L'automobile su cui viaggiavano era stata fermata a un posto di blocco. Insospettiti dal loro comportamento, gli agenti avevano portato i due alla più vicina stazione di polizia. Non avevano pensato a perquisire l'uomo, che aveva tirato fuori un coltello uccidendo la ragazza. Poi aveva tentato il suicidio, senza riuscirci.
In Kirghizistan, repubblica dello spazio ex sovietico dell'Asia, le cose vanno così. Nel 2016 (ultimi dati disponibili) il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione aveva denunciato che il sei per cento delle spose al di sopra dei 15 anni di età era stato rapito. Ci sarebbe la legge a vietare la tradizione dell'ala kachuu, ossia il rapimento delle spose (letteralmente "prendi e scappa"). Ma, nonostante nel 2012 le pene siano state più che raddoppiate, da tre a sette anni, chi dovrebbe prevenire il fenomeno lo fa di rado.
Le autorità cercano di risolvere le cose "amichevolmente", favorendo l'accordo tra la famiglia dell'aggressore e quella della vittima per mettere a tacere tutto e procedere al matrimonio. Conviene a tutti, in fondo, no? Una donna non più vergine non è più "maritabile" e allora tanto vale che la sua famiglia dia il consenso al matrimonio col suo stupratore. Naturalmente la voce delle uniche cui non converrebbe, le donne stuprate, non è presa in considerazione. Secondo un sondaggio condotto dal ministero dell'Interno nella città meridionale di Osh, il 64 per cento degli agenti di polizia considera il rapimento delle spose una cosa "normale" e l'82 per cento ne attribuisce la colpa alle donne "provocanti". Come fermare questa barbarie?
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