Agi, 20 febbraio 2015
Un intervento urgente per porre rimedio alle criticità penitenziarie: lo chiede il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria (Sappe) al ministro della Giustizia, Andrea Orlando.
"Un detenuto suicida, 2 morti per cause naturali, 65 episodi di autolesionismo, 10 tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria, 22 ferimenti, 14 colluttazioni e, complessivamente, 784 detenuti coinvolti in più manifestazioni di protesta per amnistia, indulto e migliori condizioni di detenzione: questo - dice Capece - quel che è accaduto nella Calabria penitenziaria lo scorso anno".
I problemi e le disfunzioni gestionali e operative riguardanti gli istituti penitenziari della Calabria, secondo il Sappe, sono significativi: "Per questo - dice - è ancor più scandaloso che la regione sia da cinque anni priva della figura di vertice e di coordinamento del provveditore regionale. Ma al ministro Orlando chiediamo interventi urgenti per la Casa circondariale di Catanzaro, dove occorre una rivisitazione urgente dei sistemi tecnologici di sicurezza e dell'area destinata ai controlli per l'accesso ai familiari ai colloqui.
Sotto il profilo strutturale e funzionale, poi, - aggiunge - necessitano interventi nel nuovo padiglione detentivo e nei locali della mensa, non sottovalutando un adeguato incremento di personale. Si tenga conto che a Catanzaro si sono contati 20 episodi di autolesionismo, il tentato suicidio di un detenuto e 2 colluttazioni". Il Sappe segnala al Guardasigilli le criticità delle altre sedi penitenziarie della Calabria, dove al 31 gennaio scorso erano detenute 2.450 persone, chiedendo ad esempio la riapertura del carcere di Lamezia Terme.
"Locri e Palmi - aggiunge - sono attualmente prive della figura del funzionario direttivo. A Rossano, occorre intervenire circa l'organizzazione dell'attività lavorativa del personale. La soppressione del Tribunale determina scompensi quotidiani, dal momento che è stato accorpato a quello di Castrovillari. Sede, quest'ultima, nella quale - fa rilevare - l'autoparco è in condizioni disastrose sia per veicoli non sicuri a causa dei chilometri percorsi, sia per guasti che non sono riparabili a causa di carenza di fondi La popolazione detenuta, poi, particolarmente promiscua determina rischi in occasione dei colloqui. I sistemi tecnologici di sicurezza sono inadeguati e insufficienti, strutturalmente, occorrono interventi in parecchi settori dell'istituito".
Per il leader del Sappe, infine, a Paola (Cs) sono da incrementare le unità femminili di Polizia Penitenziaria: "la situazione è precaria in occasione dei colloqui. Ma in realtà - continua Capece - è da potenziare l'organico complessivo, anche in relazione all' apertura recente di un reparto detentivo. E a Palmi i reparti detentivi sono da ristrutturare, come prevede il regolamento penitenziario e la legge sulla salubrità e sicurezza".
Ansa, 20 febbraio 2015
Il pm di Ascoli Piceno Umberto Monti ha affidato al prof. Adriano Tagliabracci l'incarico di effettuare l'autopsia sul corpo di Achille Mestichelli, il 53enne ascolano morto ieri nell'ospedale regionale Torrette di Ancona dov'era stato ricoverato il 13 febbraio a seguito di lesioni alla testa riportate nel carcere di Ascoli dov'era detenuto. Per la sua morte è indagato per omicidio preterintenzionale il compagno di cella, Mohamed Ben Alì, un tunisino di 24 anni in carcere perché coinvolto nell'inchiesta "Medusa" su un vasto giro di stupefacenti.
Sia l'indagato che i familiari di Mestichelli hanno a loro volta nominato periti di parte. L'autopsia è stata fissata per domani alle 16 nell'obitorio dell'ospedale Torrette. La famiglia di Mestichelli ha dato l'assenso alla donazione degli organi. Tagliabracci dovrà accertare se il trauma cranico per cui l'ascolano è stato ricoverato prima ad Ascoli e poi ad Ancona, sia compatibile con la ricostruzione emersa dalle prime indagini dei carabinieri, che hanno sentito gli altri quattro detenuti presenti nella cella dove Mestichelli e Ben Alì, la sera del 13, avrebbero avuto una lite. Il tunisino avrebbe spinto l'ascolano che è caduto battendo violentemente la testa su uno sgabello di ferro. Tagliabracci dovrà anche accertare se, oltre alle ferite alla testa, la vittima ha riportato ulteriori traumi.
Adnkronos, 20 febbraio 2015
"Eliminare il bancone divisorio tra detenuto e visitatore nella sala colloqui, annettere un locale all'infermeria e ristrutturare la seconda sezione da dedicare alle attività ricreative e culturali dei carcerati. Con queste modifiche al San Giorgio ci sarebbe una situazione più accettabile". Lo ha detto il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, al termine del sopralluogo di questa mattina al carcere di Lucca.
La visita al penitenziario di Lucca rientra nel percorso che il garante sta portando avanti attraverso gli istituti penitenziari della Toscana con l'obbiettivo di verificare sul campo se la diminuzione delle presenze di detenuti rispecchi anche il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie. "La Casa circondariale di Lucca - ha detto Corleone - ha una capienza di 91 carcerati e ne ospita 121, dei quali 72 tossicodipendenti". Il carcere è piccolo ed è ubicato in una struttura antichissima all'interno delle mura di cinta della città, in pieno centro storico. "Abbiamo superato - aggiunge il garante - le criticità di sovraffollamento del passato con punte di 200 detenuti ma ad oggi ancora le presenze non corrispondono alla capienza".
In origine, l'edificio ha ospitato un convento di monache di clausura e in epoca napoleonica è stato trasformato in sede di penitenziario. "Le celle - ha commentato il garante - erano adatte alla meditazione ma non alla reclusione, sono troppo piccole". L'edificio è strutturato intorno ad un chiostro centrale, sul quale si aprono gli ingressi alle sezioni detentive, ad alcuni uffici e al padiglione dove si svolgono le attività trattamentali. Unico spazio verde dell'istituto è un giardino all'interno del chiostro. "La sala colloqui non è a norma - ha aggiunto il garante - ci sono ponteggi che sorreggono le volte ed è ancora presente il bancone divisorio per i colloqui tra detenuto e visitatore".
Inoltre, Corleone ha notato l'inadeguatezza del locale infermeria che "ospita in un'unica stanza il malato visitato, il degente e i faldoni dei documenti dei medici. Per migliorare la situazione - ha detto Corleone - basterebbe annettere all'infermeria un locale adiacente, al momento ad uso magazzino". A conclusione del suo tour, il garante ha visitato la seconda sezione dell'istituto, per la quale è stato approvato e finanziato un progetto di ristrutturazione che dovrebbe partire a breve. "Quest'area che era abbandonata al dominio dei piccioni, adesso è stata parzialmente bonificata e presto dovrebbe garantire nuovi spazi per le attività ricreative e culturali dei detenuti".
Corleone ha ricordato che molti carcerati del San Giorgio hanno fatto ricorso per avere uno sconto di pena per chi ha vissuto in condizioni di ristrettezza, in celle sotto i tre metri quadrati (sentenza Torreggiani). Infine, il garante ha parlato di un'altra questione che riguarda i tossicodipendenti che dovrebbero andare in comunità. "Per pagare le spese, ci sono problemi per stabilire se il Sert competente sia quello di provenienza del detenuto o quello del carcere di residenza". Domani Corleone visiterà l'istituto penitenziario di Pisa.
Ansa, 20 febbraio 2015
Nel supercarcere di Parma, dove sono detenuti, tra gli altri, il boss di mafia Roma Massimo Carminati e il "boss dei boss" Totò Riina, i lavori per l'istallazione di gruppi elettrogeni di continuità in grado di evitare il blackout al sistema di videosorveglianza e videoregistrazione, saranno effettuati entro fine febbraio.
Lo ha detto il capo del Dap, Santi Consolo, in audizione davanti alla Commissione Antimafia. Consolo ha spiegato che l'impianto di videosorveglianza, nel super carcere, era stato installato nel dicembre 2012 e che successivamente era emersa la necessità di installare gruppi di continuità per evitare casi di blackout che si sono verificati, così come aveva reso noto tempo fa il deputato Pd dell'Antimafia Davide Mattiello, andato in visita il 30 dicembre scorso al carcere di Parma dove aveva incontrato Carminati. Il preventivo per l'istallazione dei gruppi elettrogeni era stato consegnato il 22 marzo 2014 ma erano stati chiesti chiarimenti che erano arrivati solo il 26 gennaio 2015, ha spiegato oggi il capo del Dap.
Ristretti Orizzonti, 20 febbraio 2015
Sabato 21 febbraio, alle ore 18, l'avvocato Desi Bruno, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale, si recherà nella casa circondariale di Modena per un colloquio con Henrique Pizzolato, la cui richiesta di estradizione in Brasile è stata accolta dalla Corte di Cassazione, che ha ribaltato la sentenza di diniego della Corte d'Appello di Bologna.
"Il mio ruolo di vigilanza e di promozione dei diritti delle persone detenute in ambito regionale mi impegna a rappresentare di nuovo al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, la situazione del signor Pizzolato", afferma la Garante. "Dopo il pronunciamento della Cassazione- prosegue- ho ritenuto doveroso scrivere tempestivamente al ministro manifestando preoccupazione per la vita di Pizzolato in caso di concessione dell'estradizione".
Henrique Pizzolato, ex direttore del Banco del Brasile, ha anche la cittadinanza italiana e non intende sottrarsi alla carcerazione conseguente la condanna (12 anni e 7 mesi nell'ambito di una vicenda di tangenti), pur fortemente contestata dalla sua difesa, tanto che si è costituito ed è attualmente detenuto nell'Istituto di via Sant'Anna. La preoccupazione principale, sua e dei suoi familiari anche per il tramite dei legali, è il rientro in Brasile: il carcere di destinazione, sottolinea l'Ufficio della Garante dei detenuti, è stato, anche di recente, scenario di episodi di violenza e morte inflitta da detenuti ad altri detenuti.
"Il sistema penitenziario brasiliano- conclude Desi Bruno- è internazionalmente riconosciuto e censurato per essere caratterizzato da inaccettabili violazioni dei diritti umani ed essere privo delle condizioni minime di sicurezza e assistenza". La concessione dell'estradizione e la detenzione in un carcere di quel Paese "esporrebbe il signor Pizzolato a un concreto pericolo di trattamenti disumani e degradanti fino al rischio di morte". L'incontro di sabato "vuole essere l'occasione per testimoniare di persona l'attenzione con cui il mio Ufficio segue il caso".
www.contattonews.it, 20 febbraio 2015
Inclusione sociale, diminuzione della recidiva, scambio di conoscenze, impegno partecipativo: sono queste le parole chiave della partecipazione del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) a Expo 2015. Curato dal provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Lombardia e finanziato da Expo 2015, il progetto "Inclusione socio lavorativa", approvato e co-finanziato da Cassa delle Ammende, punta sul lavoro penitenziario come strumento più efficace per ridurre la recidività offrendo ai detenuti un'esperienza lavorativa eccezionale che possa essere utile ad un nuovo progetto di vita sui binari della legalità. Saranno circa un centinaio le persone in esecuzione penale che saranno dunque attivamente coinvolte nell'organizzazione logistica di Expo in servizi di facchinaggio, assistenza al personale ma anche accoglienza e supporto informativo.
I cento detenuti saranno così suddivisi: 35 persone provenienti dalla Casa di Reclusione di Opera; 35 persone provenienti dalla Casa di Reclusione di Milano Bollate; 10 persone dalla Casa Circondariale di Monza; 20 persone provenienti dagli Uffici di Esecuzione Penale Esterna di Milano tra persone sottoposte all'Affidamento in Prova ai Servizi Sociali.
Al tema del lavoro sarà dedicato anche il grande convegno che si terrà entro l'estate presso la Casa di Reclusione di Milano Bollate, attigua a Expo 2015 e quindi immediatamente raggiungibile, al quale saranno invitati i Commissari dei 146 Paesi partecipanti. L'obiettivo dell'iniziativa sarà quello di illustrare la strategia del ministero della Giustizia in tema di lavoro nelle carceri come elemento fondamentale per il reinserimento sociale nell'ambito del community sanctions (misure sanzionatorie - sanzioni, pene - che vengono scontate dall'autore del reato fuori dal carcere e che consentono di mantenere e ricostruire il legame con la società, nei confronti della quale viene offerta una prestazione lavorativa, anche in un'ottica riparativa). Sono in programma anche percorsi di scambio di conoscenze e tecniche con i Paesi partecipanti sulle modalità di trattamento in tema di lavoro penitenziario e inclusione sociale.
In linea con il tema portante di Expo l'occasione consentirà inoltre anche un confronto sul tema dell'alimentazione in ambito penitenziario, regolamentata nel nostro paese da specifiche tabelle predisposte e approvate dal Ministero della Salute, sulle abitudini alimentari dei detenuti, sulla cultura alimentare in un contesto che vede la presenza di numerose e diverse etnie. Numerose sono le iniziative messe in campo dai due istituti penitenziari del territorio milanese.
La Casa circondariale di Milano "San Vittore" propone "libera scuola di cucina" nella sezione progetti per le donne di Expo 2015 che considera il valore del cibo anche come elemento privilegiato per il dialogo e la conciliazione; eventi didattici, comprese visite in istituto, per comprendere meglio l'azione di inclusione sociale a partire dal penitenziario; eventi nell'ambito di "Expo in città" per la conoscenza e degustazione di cibi con forte impronta etnica da parte dei cuochi coinvolti nel progetto Libera scuola di Cucina.
Ancora a Bollate ci sono invece in programma Visite guidate multilingue all'interno del carcere, sfruttando la particolare vicinanza a Expo; "Mercatini con aperitivo" per mostrare le potenzialità delle produzioni penitenziarie; un calendario "Eventi e concerti" per sensibilizzare la collettività e l'utenza di Expo ai temi dell'inclusione sociale attraverso discussioni; infine "percorsi artisti e mostre" per mostrare le capacità artistiche generate durante progetti trattamentali. L'Auditorium del Padiglione Italia ospiterà a maggio una grande iniziativa di presentazione delle innovazioni in materia di giustizia, sia sul fronte organizzativo che su quello normativo, al fine di rendere il processo più celere e abbattere l'arretrato, e di raggiungere a breve la piena informatizzazione. Sarà l'occasione anche di presentare sul palcoscenico dell'Esposizione Universale i risultati dell'informatizzazione del processo civile, una delle esperienze più avanzate a livello internazionale che sta dando risultati importanti sia per il servizio offerto sia per il risparmio di tempi e costi.
Redattore Sociale, 20 febbraio 2015
Lo ha assicurato il garante dei detenuti della Toscana Franco Corleone al termine della sua visita all'istituto penitenziario lucchese. Carcere di Lucca, il garante dei detenuti della Toscana ha assicurato , al termine della sua visita, che "entro pochi mesi saranno ristrutturati spazi per attività ricreative e culturali". La visita al penitenziario di Lucca rientra nel percorso che il garante sta portando avanti attraverso gli istituti penitenziari della Toscana con l'obbiettivo di verificare sul campo se la diminuzione delle presenze di detenuti rispecchi anche il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie.
"La casa circondariale di Lucca - ha detto Corleone - ha una capienza di 91 carcerati e ne ospita 121, dei quali 72 tossicodipendenti". Il carcere è piccolo ed è ubicato in una struttura antichissima all'interno delle mura di cinta della città, in pieno centro storico. "Abbiamo superato - aggiunge il garante - le criticità di sovraffollamento del passato con punte di 200 detenuti ma ad oggi ancora le presenze non corrispondono alla capienza".
In origine, l'edificio ha ospitato un convento di monache di clausura e in epoca napoleonica è stato trasformato in sede di penitenziario. "Le celle - ha commentato il garante - erano adatte alla meditazione ma non alla reclusione, sono troppo piccole".
L'edificio è strutturato intorno ad un chiostro centrale, sul quale si aprono gli ingressi alle sezioni detentive, ad alcuni uffici e al padiglione dove si svolgono le attività trattamentali. Unico spazio verde dell'istituto è un giardino all'interno del chiostro.
"La sala colloqui non è a norma - ha aggiunto il garante - ci sono ponteggi che sorreggono le volte ed è ancora presente il bancone divisorio per i colloqui tra detenuto e visitatore". Inoltre, Corleone ha notato l'inadeguatezza del locale infermeria che "ospita in un'unica stanza il malato visitato, il degente e i faldoni dei documenti dei medici. Per migliorare la situazione - ha detto Corleone - basterebbe annettere all'infermeria un locale adiacente, al momento ad uso magazzino". A conclusione del suo tour, il garante ha visitato la seconda sezione dell'istituto, per la quale è stato approvato e finanziato un progetto di ristrutturazione che dovrebbe partire a breve. "Quest'area che era abbandonata al dominio dei piccioni, adesso è stata parzialmente bonificata e presto dovrebbe garantire nuovi spazi per le attività ricreative e culturali dei detenuti".
Musica e poesia dentro l'istituto penitenziario
Oggi concerto per pianoforte accompagnato dalle poesie di Leopardi, Saba, Dante e Montale, tutte interpretate dai detenuti che tengono il corso di teatro in carcere. Al carcere di Massa arrivano musica e poesia grazie all'iniziativa in programma oggi, venerdì 20 febbraio, alle 9.30, quando nell'istituto penitenziario si terrà un concerto per pianoforte. Un' occasione di incontro tra giovani musicisti e detenuti allo scopo di aprire un dialogo tra due realtà. Sul palco saliranno pianisti italiani ed europei che eseguiranno brani di Beethoven, Chopin, Hindemith, Liszt e Schubert. Il viaggio musicale interagirà con la poesia di Leopardi, Saba, Manzoni, Montale, Dante, D'Annunzio, Foscolo e De Filippo, le cui voci saranno interpretate da Giuseppe, Emanuele, Talatu, Claudio, Graziano, Gerlando e Mario, tutti detenuti iscritti al corso di teatro del carcere, diretto dal professor Gennaro Di Leo. Ultimo brano del concerto mattutino è la nota canzone Moon River, colonna sonora del film Colazione da Tiffany.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 20 febbraio 2015
"In carcere si è tagliati fuori dal mondo. Oggi per tutto il giorno ho cercato di guardare dentro di me, ma non sono riuscito a vedere nulla. Ci sono dei giorni, come questi, che non so cosa fare. E soprattutto non so neppure se voglio ancora fare qualcosa". (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)
Ho incontrato Marco Ruotolo, Professore di Diritto Costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università degli Studi "Roma Tre", in carcere a Padova, come relatore del seminario di formazione per i giornalisti del Veneto. Ci siamo sorrisi. Presentati. Stretti la mano. E abbiamo scambiato due chiacchiere. Poi lui mi ha donato il suo libro "Dignità e carcere" II edizione ("Editoriale Scientifica" dalla Collana "Diritto penitenziario e Costituzione").
Ed io ho ricambiato donandogli il libro "L'Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano" con la corrispondenza fra me e il Professore di Filosofia Morale alla Federico II di Napoli, Giuseppe Ferraro, curato dalla brava giornalista Francesca De Carolis (prima edizione 06/2014 e prima ristampa 09/2014, "Stampa Alternativa").
Leggere sul libro del Professore Marco Ruotolo "La Costituzione sancisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" e "La legge prevede che il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto della dignità umana" mi ha fatto pensare a come può una pena che non finisce mai come l'ergastolo essere compatibile con la dignità umana. E poi ho amaramente sorriso perché non c'è al mondo una persona che sappia bene come il prigioniero italiano la grande differenza che c'è in carcere fra i diritti dichiarati e quelli realmente applicati.
E ho iniziato a ricordare di quella volta che mi hanno trasferito in uno dei carceri più duri d'Italia. Erano gli anni '90. Ero appena stato condannato alla "Pena di Morte Viva" o, come la chiama Papa Francesco, alla "Pena di Morte Nascosta". Ecco cosa scrissi nel mio diario di allora:
Appena vidi la struttura provai una grande inquietudine. L'edificio era brutto. E sinistro. Pieno di alte e massicce mura. E cancelli e sbarre da tutte le parti. Ero arrivato in quel carcere con una riservata nel fascicolo, come detenuto che creava problemi. E sapevo già cosa mi sarebbe aspettato. Dopo la visita in matricola e in magazzino, invece di portarmi in sezione, mi accompagnarono alle celle di punizione. Avevo tre guardie davanti e due dietro. Loro mi guardavano con aria aggressiva. Ed io li osservavo di traverso. Per un attimo desiderai di essere invisibile. Ed ebbi uno strano presentimento, mi si stringeva la gola. Più andavo avanti e più le guardie continuavano a guardarmi con aria sprezzante. E minacciosa. I loro sguardi mi rivelavano quello che io sapevo già. Scendemmo una scala stretta e rigida, con i gradini di pietra. Poi sbucammo in un corto corridoio che sembrava un sotterraneo.
La guardia davanti si fermò alla prima cella. Era chiusa con un pesante blindato di ferro, con macchie di ruggine dappertutto. La guardia infilò nella serratura una grossa chiave di ottone. E la girò con fatica. La porta di ferro si aprì cigolando. Poi la stessa guardia con un'altra chiave aprì il pesante e spesso cancello. E si mise di lato per farmi passare. Aggrottai le ciglia. Mi colpì subito un forte odore di umidità. E di urina. La cella era quasi buia. Diedi immediatamente un'occhiata veloce per trovare subito l'angolo più adatto per tentare di proteggermi. Subito dopo sentii un colpo di tosse alle mie spalle. E capii che quello era il segnale. Le guardie entrarono uno dietro l'altro nella cella. Ci stavamo appena.
E si schierarono davanti a me. Nessuno si muoveva. Osservai il loro sorriso sarcastico. Trassi un respiro profondo. E gli restituii il sorriso. Non potevo fare altro. Poi serrai le labbra. Una guardia si strofinava platealmente le mani una con l'altra. Un'altra abbozzò un movimento. Un'altra ancora rispose con un cenno d'intesa appena percepibile. Erano in cinque. I deboli sono sempre in tanti quando picchiano un uomo solo.
Li fissai per qualche secondo uno per uno. Avevano brutte facce. Visi da aguzzini. Per un attimo li guardai con lo sguardo spaesato. E mossi la testa da un lato all'altro. C'era un silenzio che si poteva tagliare solo con il coltello. Poi per farmi coraggio mi misi le mani sui fianchi. Alzai la testa all'insù. Li guardai dritto negli occhi. E per farmi forza parlai per primo io. E con aria di sfida mormorai più a me stesso che a loro: Figli di puttana. Il primo pugno mi arrivò alla tempia. Fatevi sotto. E siccome non avevo visto arrivare il colpo, andai a sbattere nell'altro lato del muro. Non mi fate paura. Un'altra guardia mi guardò con occhi di ghiaccio. Bastardi. Mi prese per una spalla. Se siete degli uomini... Mi fece girare dall'altro lato. E avete coraggio... Mi sbatté contro il muro. Fatevi sotto uno per volta. E nel rinculo mi diede un pugno nello stomaco che mi tolse il respiro. Barcollai. E cercai di aggrapparmi alla parete.
Ansimai, cercando di riprendere fiato. Poi le ginocchia mi si piegarono. E scivolai per terra con le spalle contro il muro. Strinsi i denti. E tentai di fermare il mondo che stava girando intorno a me. Nel frattempo però mi arrivò un calcio nella mascella da un'altra guardia. Uno nel ventre. Poi ancora un altro in faccia. E mi scese un rigolo di sangue dal naso. Me lo asciugai con la manica del maglione. E continuai a inveire contro di loro. Era come se le botte che ricevevo mi davano l'energia per urlare contro i miei aguzzini. Ad un tratto cercai di rialzarmi.
Non ce la feci. Una guardia mi prese per i capelli da dietro. E mi sferrò un pugno. Un altro mi diede un calcio. Poi un altro. E un altro ancora. I colpi mi arrivavano da tutte le parti. E mi pestarono come l'uva. Pensai che finalmente fosse arrivata la mia ora. E decisi di mettermi le braccia attorno alle gambe. La testa rannicchiata nel petto. E desiderai di morire senza soffrire. Per fortuna persi quasi subito i sensi. Caddi in uno stato d'incoscienza. E in questo modo me la cavai perché solo il mio corpo sentì le botte più dolorose. Persi ogni legame con il tempo. E sprofondai nel pozzo nero dell'incoscienza. Le guardie dopo avermi massacrato, con la coscienza tranquilla di avere fatto il loro dovere, uscirono dalla cella sbattendo il cancello. E chiusero il blindato con la mandata.
Qualcuno potrebbe dire che questi episodi in carcere accadono di rado, altri che accadono anche nel mondo libero e altri ancora che ce la siamo cercata. Ed io posso rispondere che purtroppo il carcere è luogo più illegale di qualsiasi altro posto e la Carta Costituzionale e la Legge scritta qui dentro non sono altro che carta straccia.
E non perché lo dico io, ma perché lo ha detto spesso la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, con le numerose condanne che ha subito il nostro Paese. Lo ha detto spesso il anche il nostro (adesso ex) Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e per ultimo leggo nel libro di Marco Ruotolo: l'11 marzo la Administrative Court di Londra nega l'estradizione di Hayle Abdi Badre, cittadino somalo accusato dalla Procura di Firenze di violazione della direttiva europea sui servizi finanziari, non avendo ricevuto adeguate garanzie sul trattamento che il detenuto avrebbe ricevuto nelle nostre carceri. Analoga decisione viene assunta il successivo 17 marzo per un latitante italiano, accusato di associazione mafiosa, sempre in ragione dei rischi di sottoposizione dell'estradato a trattamento inumano e degradante. Che altro aggiungere? Nulla! Posso solo sorridere perché il sorriso è l'arma migliore per il prigioniero.
Ansa, 20 febbraio 2015
Si complica la vicenda dei sei ex detenuti di Guantanámo accolti dal governo uruguaiano: dopo le polemiche scatenate dall'appello lanciato da uno di loro in Argentina e l'intervento personale del presidente José Mujica, ora è la centrale sindacale Pit-Cnt che ha deciso di non occuparsi più del caso, trasferendo la sua gestione a una associazione locale.
In un'intervista televisiva Jihad Ahmad Diyab, il più noto degli ex prigionieri, si è lamentato di essere "uscito da una prigione per entrare in un'altra" e, pur ringraziando l'Uruguay per il modo in cui è stato accolto con i suoi compagni, ha sottolineato che "questo non basta", perché hanno bisogno "delle famiglie, di una casa nella quale vivere e di un lavoro che serva per cominciare a costruirci un futuro". Dal loro arrivo gli ex detenuti di Guantánamo vivono in una casa messa a loro disposizione dal Pit-Cnt, ma responsabili del sindacato hanno indicato che finora hanno rifiutato ogni offerta di lavoro e non seguono nemmeno i corsi di spagnolo organizzati per rendere più facile il loro inserimento.
E così Mujica è andato a trovare gli ex di Guantánamo, per chiedere loro di cambiare atteggiamento, e dopo l'incontro ha osservato che non sono "gente umile del deserto" ma "piuttosto gente di classe media". Poco dopo il Pit-Cnt ha annunciato che non si occuperà più di loro, e sarà il Servizio Ecumenico per la Dignità Umana, una Ong che collabora con l'Acnur, il responsabile del loro inserimento sociale, economico e culturale.
di Michele Serra
La Repubblica, 19 febbraio 2015
C'è solo una cosa peggiore del rosario di odio e di bestialità snocciolato, a proposito del suicidio di un ergastolano rumeno nel carcere di Opera, da alcuni agenti di custodia sulla pagina Facebook del loro sindacato ("uno di meno" è il commento che li riassume tutti). Questa cosa peggiore è la motivazione con la quale i responsabili di quel sito hanno rimosso quei commenti disumani. Non sono stati cancellati perché ripugnanti.
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