andriaviva.it, 10 giugno 2019
Una partita di calcio tra dipendenti della Asl Bt e i detenuti del carcere di Trani: nel pomeriggio
di oggi lunedì 10 giugno a scendere in campo saranno la solidarietà e la promozione di corretti stili di vita. In campo ci sarà la squadra capeggiata da Maurizio De Nuccio (Direttore Area Economico finanziaria) con Giuseppe Solito, Gabriele Maiello, Michele Sarri, Vincenzo Dibenedetto, Federico Ruta, Giandomenico Di Renzo, Cesare Troia, Nicola De Astis, Raffaele Corvasce e Saverio Quacquarelli.
La squadra delle Asl Bt ha già partecipato a iniziative di simili: lo scorso 8 maggio i calciatori della azienda sanitaria Bt hanno incontrato in campo gli utenti del Dipartimento di salute mentale, gli utenti inseriti in comunità alloggio della cooperativa Questa Città e gli ospiti della Crap di Minervino Murge. "L'iniziativa era finalizzata alla lotta allo stigma con l'obiettivo di inserire in contesti di "normalità" e divertimento gli ospiti del Dipartimento di salute mentale", sottolinea Alessandro Delle Donne, Direttore Generale Asl Bt.
L'iniziativa in programma oggi è stata da subito accolta favorevolmente dalla direzione della casa circondariale di Trani. "La promozione di corretti stili di vita, il sostegno alle attività di gruppo e di squadra, la valorizzazione di iniziative di solidarietà e divertimento non possono conoscere i confini dei nostri uffici - continua Delle Donne - la collaborazione con il Carcere di Trani, presso cui sosteniamo tutte le attività di assistenza sanitaria, continua anche con iniziative questo genere che possono creare momenti di svago e divertimento".
di Tahar Ben Jelloun*
La Stampa, 10 giugno 2019
Il Sudan è un Paese vasto e sommariamente unificato. Dal dicembre scorso è teatro di proteste popolari che l'11 aprile hanno portato alle dimissioni del presidente Omar al-Bashir, al potere dal 1989. È un dittatore che non ha fatto nulla per la sua nazione, vicino alla Fratellanza Musulmana e al Qatar.
Il 16 aprile è stato imprigionato con l'accusa di aver fatto uccidere dei manifestanti. Quella che è stata definita la rivoluzione del popolo sudanese è partita da Atbara, una città nel Nord, il 19 dicembre 2018. C'erano molte speranze. I manifestanti erano ben organizzati e composti. Il 13 aprile, una giunta militare ha preso il potere dopo aver negoziato una transizione pacifica di tre anni con i manifestanti. Negoziati confusi. Promesse da parte dei generali e niente di concreto.
Ma i rappresentanti dei partiti, dei sindacati e delle altre associazioni restano pronti e e vigili. Il 25 aprile, oltre un milione di persone era sceso in piazza a Khartoum. Soffiava un'aria da "primavera araba» su questo risveglio di un popolo che da decenni vive l'oppressione della dittatura e delle continue guerre tribali. All'inizio, sia l'esercito sia la polizia davano l'impressione di comprendere la rabbia popolare e in qualche modo di assecondare questo tentativo di rivoluzione.
Ma ben presto, probabilmente sotto la pressione dell'Egitto, dell'Arabia Saudita e degli Emirati, (che hanno inviato all'esercito dei carri armati) hanno usato le armi per disperdere i sempre più numerosi manifestanti. Le donne erano le più battagliere. Questa rabbia si è rapidamente diffusa tra le diverse componenti della società multietnica del Sudan. I cristiani del Sud hanno partecipato a questa "primavera» sapendo di condividerla con gli islamisti che difendono l'applicazione della sharia (duro dogma musulmano).
Va ricordato che in Sudan dal 1983 al 2005 c'è stata la guerra civile. Nel 2003, in Darfur, nell'Ovest del Paese, una guerra spietata ha contrapposto le tribù Janjaweed (arabe) a quelle africane non arabofone. All'origine di questi scontri feroci la siccità e la carestia. Le Nazioni Unite hanno contato 300 mila morti e hanno accusato il governo di Khartoum di genocidio. Per questo, Omar al-Bashir è stato condannato dal Tribunale penale internazionale per "crimini contro l'umanità». Dal 2011, il Sud, principalmente cristiano e dove si trovano la maggior parte dei pozzi petroliferi, è stato dichiarato indipendente.
La costituzione garantisce la libertà religiosa, ma in realtà l'Islam è religione di Stato e vige la sharia. I cristiani rappresentano il 5% di una popolazione totale di 40 milioni. La contestazione è nata in questo panorama conflittuale. Gli slogan più usati sono "Libertà, pace e giustizia», e "Abbasso». I social network hanno svolto un ruolo importante in questi tentativi di liberare un popolo che aspira a vivere in pace e giustizia.
Ma l'esercito e la polizia sono quasi subito venuti meno alla tregua stabilita con i manifestanti e con i loro rappresentanti estremamente ben organizzati. Va detto che, il 18 maggio, gli islamisti hanno denunciato gli accordi tra la giunta e i rappresentanti civili. L'esercito si è sentito affrancato da ogni impegno. Il 3 giugno, per disperdere centinaia di migliaia di manifestanti, non ha usato i gas lacrimogeni ma le armi. Risultato: 101 morti e 326 feriti.
Una quarantina di corpi sono stati ripescati nel Nilo, 800 persone sono state arrestate. Ritroviamo in Sudan le stesse dinamiche dell'Egitto, quando, dopo la rivolta è entrato in scena l'esercito e ha posto fine alle proteste sotto la guida del maresciallo Al Sisi, uomo forte sostenuto dagli americani e dagli israeliani. L'Unione Africana ha reagito con prontezza e ha mandato il primo ministro etiope a mediare tra l'esercito e il popolo. L'Ua ha negato qualsiasi legittimità all'attuale governo. E la resistenza popolare continua pacificamente.
Anche l'Algeria sta seguendo con interesse e preoccupazione ciò che accade in Sudan. Non sappiamo come si evolverà l'attuale periodo di transizione nelle mani dell'esercito. Finora, ogni venerdì, il popolo algerino manifesta contro il sistema che ha dominato il Paese fin dall'indipendenza. Si teme che l'esempio sudanese venga seguito dall'esercito algerino che, se si arrende, dovrà dar conto del suo operato.
*Traduzione di Carla Reschia
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 10 giugno 2019
Scarcerato Ivan Golunov, ora andrà ai domiciliari. È stato accusato di possesso di stupefacenti ma lui si dichiara innocente. Per una volta la mobilitazione di personaggi di spicco del mondo culturale e di centinaia di persone radunate davanti alla sede del tribunale ha funzionato. Il magistrato non ha accolto la richiesta di spedire in carcere il giornalista investigativo Ivan Golunov, che si era fatto molti nemici, e lo ha invece messo agli arresti domiciliari. La questione è naturalmente ancora aperta, ma per i difensori dei diritti umani in Russia si tratta già di una grande vittoria, visto che abitualmente le corti accettano sempre le indicazioni della Procura o del Comitato investigativo e quasi mai danno ragione alla difesa.
Il caso di Golunov è subito sembrato assai strano, visto il personaggio e la natura delle accuse. Il trentaseienne corrispondente del giornale online Meduza.io (che, per prudenza, ha sede in Lettonia) era stato fermato mentre si recava a un incontro con una fonte. In passato ha condotto numerose inchieste su fatti di corruzione che coinvolgevano pubblici funzionari. L'ultima serie di articoli riguarda il business dei funerali.
Ebbene, Golunov è stato trovato in possesso di quattro grammi di una sostanza stupefacente, il mefedrone (simile alla cocaina). Subito è scattata l'accusa di spaccio. Lui sostiene che la droga gli è stata messa nello zaino dai poliziotti. Il ministero dell'Interno ha diffuso in un primo momento una decina di foto a sostegno delle accuse. Si tratta di immagini nelle quali si vedono varie sostanze stupefacenti oltre a oggetti legati al traffico di droga. Foto, è stato detto, scattate nell'abitazione del giornalista. Poi, però, è uscito fuori che le istantanee riguardavano invece il caso di una banda di trafficanti e non avevano nulla a che fare con l'accusato. Dopo un primo momento di imbarazzo, lo stesso ministero ha ammesso che si trattava di quelle che in gergo vengono definite "immagini di repertorio».
Poco dopo il fermo, Golunov ha chiesto, tramite il suo avvocato, che le sue mani venissero sottoposte a un test specifico per vedere se erano entrate in contatto recentemente con la sostanza. Ma il test è stato effettuato solo molte ore dopo. Per ore il giornalista è stato tenuto in stato di fermo e a lungo ammanettato. L'avvocato sostiene che non è stato consentito a nessuno di dargli da bere o da mangiare (lui rifiutava il cibo della polizia per paura che potesse contenere stupefacenti) e che è stato selvaggiamente picchiato.
Dopo averlo sottoposto a un esame medico, gli inquirenti hanno scritto in un rapporto che Golunov appariva confuso come se si trovasse in uno stato "provocato da alcol o da altre sostanze». Ma in fondo al rapporto, a mano, il medico che era stato interpellato dagli investigatori ha scritto che lui non aveva riscontrato alcuno stato confusionale.
Insomma, una storia abbastanza sospetta, che ha immediatamente scatenato le proteste dell'intero mondo giornalistico indipendente russo. A favore di Golunov, reporter molto stimato, è stato presentato un documento-testimonianza sottoscritto da molte delle firme più note del Paese, a cominciare dai direttori di Eco di Mosca e di Novaya Gazeta, il periodico per il quale lavorava Anna Politkovskaya, la giornalista assassinata nel 2006.
Per una volta, il tribunale non ha seguito la strada indicata ufficialmente. Niente permanenza in carcere in attesa di ulteriori indagini e di un processo vero e proprio, ma solo arresti domiciliari. Per due mesi Golunov non potrà usare Internet e non potrà parlare al telefono se non con il suo avvocato e con gli inquirenti. Poi in aula si vedrà se le accuse presentate e le prove trovate reggeranno a un esame pubblico. In Russia, come è noto, il mestiere del giornalista investigativo è assai rischioso. Al di là degli assassinii, ci sono stati negli ultimi tempi diversi casi di accuse basate sull'articolo 228 del codice penale nei confronti di reporter o difensori dei diritti umani (possesso o produzione di narcotici), con condanne da tre a dieci anni di carcere, come ha scritto lo stesso Meduza.
di Francesco Radicioni
La Stampa, 10 giugno 2019
Cortei anti-legge sull'estradizione. "Nessuno sarà più sicuro". Scontri e feriti. Oltre un milione di persone hanno manifestato ieri per le strade di Hong Kong contro l'emendamento che promette di rendere più semplice la consegna di presunti criminali a quei Paesi - innanzitutto la Cina - che non hanno un accordo di estradizione con l'ex-colonia britannica.
Per tutto il pomeriggio un fiume di persone - famiglie con bambini, studenti, storici attivisti democratici - ha sfilato pacificamente in mezzo ai grattacieli di questo importante hub finanziario dell'Asia fin sotto i palazzi del potere di Admiralty. "No extradition to China», "No evil law», hanno scandito lungo i tre chilometri di corteo le centinaia di migliaia di manifestanti, molti dei quali vestiti di bianco. Poi quando è calata la sera la tensione e gli scontri, con gli attivisti che hanno tentato di erigere barricate e bloccare la strada dinanzi al Parlamento di Hong Kong. La polizia ha reagito con la forza.
Secondo le stime del Civil Human Rights Front, ieri un hongkonghese su sette era in piazza. Insomma, potrebbe essere stata la più imponente manifestazione a Hong Kong fin da quando nel 1997 l'ex-colonia britannica è tornata sotto il controllo della Cina: più partecipata delle manifestazioni del Movimento degli Ombrelli nell'autunno del 2014, ma anche delle proteste del 2003 che consentirono di fermare l'approvazione di un controverso articolo della legge sulla sicurezza nazionale.
Secondo la polizia, la manifestazione ha visto la partecipazione di sole 240mila persone. Mentre nell'ex-colonia britannica crescono le preoccupazioni per la progressiva erosione dell'autonomia e delle libertà garantite dalla formula "un Paese, due sistemi» negoziata nel 1984 tra Deng Xiaoping e Margaret Thatcher, il timore è che la nuova legge possa esporre Hong Kong a nuove ingerenze politiche di Pechino, compromettere l'indipendenza del sistema legale ereditato dal colonialismo britannico e dare anche un colpo all'ecosistema del business nella città. Le autorità locali hanno detto che l'emendamento è necessario per "colmare un vuoto» normativo dell'attuale legge e per evitare di trasformare la città in un paradiso per i criminali.
L'amministrazione di Carrie Lam, la chief executive dell'ex-colonia britannica sostenuta da Pechino, ha assicurato che le richieste di estradizione saranno decise "caso-per-caso», la norma sarà applicata solo "ai crimini più gravi» che prevedono pene di almeno sette anni di carcere, mentre coloro che sono accusati di reati politici o religiosi non saranno estradati.
Il governo di Hong Kong ha più volte detto che l'urgenza nell'approvare la legge è dovuta alla necessità di estradare a Taiwan un 20enne hongkonghese accusato di aver lì ucciso la fidanzata. "Non mi fido», ripetevano ieri molti tra i manifestanti. Nonostante le rassicurazioni delle autorità, i critici ritengono che la nuova legge sull'estradizione offrirà a Pechino un nuovo strumento per fare pressioni sulle autorità locali, mentre esporrà gli hongkonghesi al rischio di detenzioni arbitrarie nella Repubblica Popolare e di finire a processo davanti a un tribunale cinese controllato dal Partito Comunista. "Nessuno sarà al sicuro - sostiene Sophie Richardson di Human Rights Watch - inclusi gli attivisti, gli avvocati per i diritti umani, i giornalisti».
Già la scorsa settimana centinaia di avvocati hanno organizzato un corteo silenzioso per le strade dell'isola contro una legge che rischia anche di minare lo stato diritto e il sistema legale dell'ex-colonia britannica: uno dei pilastri che rendono Hong Kong una destinazione attraente per gli investimenti stranieri.
Così che persino la comunità economica ha espresso la propria contrarietà all'emendamento sull'estradizione, costringendo il governo a cancellare dalla norma una serie di disposizioni sui reati commerciali. Nella serata di ieri un portavoce del governo ha confermato che l'emendamento sarà discusso il 12 giugno dal Consiglio legislativo, anche se ha auspicato che il parlamento di Hong Kong possa "esaminare la legge in modo calmo, ragionevole e rispettoso per aiutare Hong Kong a rimanere una città sicura per i residenti e per il business».
Se il movimento democratico Demosisto aveva annunciato di voler rimanere in sit-in davanti al Consiglio legislativo almeno fino al voto sull'emendamento, ieri intorno alla mezzanotte ci sono stati incidenti tra la polizia e alcune centinaia di giovani manifestanti. Come in un déjà-vu di quanto avvenuto cinque anni fa con il Movimento degli Ombrelli, i manifestanti hanno tentato di alzare barricate per bloccare la strada davanti al parlamento di Hong Kong, la polizia ha risposto usando manganelli e con spray urticanti.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 9 giugno 2019
Non accade spesso di vedere piangere un giudice. In genere lo fanno gli imputati, le vittime e i rispettivi parenti. Nel film documentario "Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri" di Fabio Cavalli (oggi alle 23,15 su Rai1) i giudici svestono la toga, tornano persone tra le persone e si commuovono davanti alle domande, alle voci, agli sguardi, alle luci e ai bui dei detenuti che la Consulta ha deciso di incontrare per la prima volta dalla sua nascita, nel 1956.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 9 giugno 2019
Un film ci porta nelle prigioni italiane. Che non sono, come vorrebbe qualcuno, una discarica sociale. Ma una questione che ci riguarda tutti. Vi voglio parlare di un film che potrete vedere in televisione, ma ci tornerò tra un attimo. Ho sentito dire che la Sinistra (mi trovo a disagio a chiamarla così, ma per convenzione lo farò) in Italia ha perso perché si è occupata degli ultimi e ha dimenticato i penultimi, che l'hanno abbandonata per approdare altrove.
di Emiliano Fittipaldi
L'Espresso, 9 giugno 2019
Corruzione diffusa. Guerre di potere per sistemare amici e proteggere la propria cricca. Così le toghe sono finite nel fango. al servizio della politica. Ora la paura, tra i magistrati italiani, è grande. Negli incontri riservati, nelle affollate assise pubbliche come quella organizzata qualche giorno fa a Milano, nelle stanze dell'Anm, ovunque pm e giudici ammettono tra loro che lo scandalo partito dall'inchiesta su Luca Palamara - ex presidente dell'Associazione magistrati e consigliere del Csm fino all'anno scorso - rischia di travolgere l'intera categoria. Come mai accaduto prima.
Certo, in pubblico tutti ribadiscono convinti che "le mele marce" tra i 9.000 togati in servizio "restano pochissime", ma in privato nessuno nega che lo scenario disegnato dalle carte della procura di Perugia, con il coinvolgimento diretto di cinque membri dell'attuale Consiglio superiore della magistratura e accuse di corruzione gravissime, è "devastante".
E che la questione morale (e la crisi etica e d'immagine) è arrivata a un livello che ha pochi precedenti nella storia repubblicana. "Hanno ragione ad essere allarmati. La vicenda delle toghe sporche getta ombre sull'immagine dell'intera magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario nazionale", spiegano all'Espresso autorevoli fonti del Quirinale, da dove Sergio Mattarella, che per Costituzione è anche presidente del Csm, segue dall'inizio ogni fase della faccenda. "Siamo preoccupati, inutile negarlo", dicono al Colle.
"Come ai tempi della P2" - Difficile non esserlo. L'inchiesta di Perugia, grazie alle intercettazioni effettuate con un trojan installato sul cellulare di Palamara, certifica che il nostro potere giudiziario è preda di degenerazioni oscure, alla mercé di interessi torrentizi e deviati che rischiano di minarne l'autorevolezza alle radici. "Il Csm sta vivendo il momento più drammatico della sua storia. Come ai tempi della P2", ha sintetizzato il consigliere ed ex pm Giuseppe Cascíni. Molti scommettono che dalla vicenda la magistratura non potrà che uscirne ancora più divisa, più fragile.
Dunque indebolita, e attaccabile da altri poteri che oggi guardano con soddisfazione al suicidio collettivo delle toghe. Spettatore interessato, ovviamente, il potere esecutivo. Con tutti quei pezzi della politica intenzionati da anni a mettere le mani sulla giustizia e che sperano di sfruttare l'occasione. In primis, rivoluzionando il Csm, l'organo di autogoverno, e i metodi di elezione dei suoi membri. Le falle di sistema evidenziate dalle informative della Guardia di Finanza sono diverse. Gli incontri a notte fonda di Palamara con alcuni giudici del Csm (uno, Luigi Spina, s'è dimesso, altri quattro si sono autosospesi) e le trame con i parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri, leader storico della corrente di Magistratura indipendente, hanno acceso un faro sui vertici di un'amministrazione che appaiono autoreferenziali, proni alla politica, inquinati da pulsioni esterne.
Inoltre ci sono gli audio in cui Palamara e i suoi amici discutono di "vendette" da attuare contro pm scomodi (il procuratore aggiunto Paolo Telo, reo di aver girato a Perugia le carte sulla presunta corruzione del collega) e in cui discutono di manovre per piazzare uomini graditi a capo di procure chiave. Audio che mostrano una giustizia piegata a indicibili ambizioni corporative e personali. Che hanno, in questo caso, un obiettivo prioritario: conquistare la poltrona di Procuratore capo a Roma, lasciata libera dall'uscente Giuseppe Pignatone, con un giudice considerato - almeno così pensa il gruppo dei sodali - a loro più affine.
Come Marcello Viola, procuratore generale a Firenze, a cui la V Commissione del Csm ha dato qualche giorno fa quattro preferenze, rispetto all'unica presa dagli altri due rivali, il numero uno della procura di Palermo Francesco lo Voi e quello di Firenze Giuseppe Creazzo. Ma non è tutto. L'istruttoria degli inquirenti perugini ha rimarcato un altro male endemico della nostra magistratura: il cancro della cosiddetta "criminalità giudiziaria", un fenomeno che - cronache alla mano - sembra ancor più diffuso rispetto al passato. Palamara, ex presidente dell'Anm, è stato infatti accusato di corruzione per aver svenduto la sua funzione in cambio di denaro, viaggi e regali da parte di avvocati e lobbisti come Piero Amara e Fabrizio Centofanti.
Le ipotesi di reato sono tutte da provare, ma lo tsunami che ha colpito l'uomo forte di Unicost - altra corrente molto potente in tema di nomine e promozioni - è solo l'ultimo di una serie di scandali che hanno investito la magistratura italiana. Sfogliando documenti giudiziari, i numeri dei procedimenti disciplinari e gli archivi dei giornali, sono centinaia i giudici, i cancellieri, gli agenti della polizia e i funzionari finiti impigliati, di recente, nelle inchieste penali dei loro colleghi.
Non solo pm ordinari, ma anche magistrati amministrativi del Tar e del Consiglio di Stato, giudici della Corte dei Conti e della Fallimentare, sono stati arrestati o imputati per i reati più disparati. "Il problema è che il processo, il luogo deputato alla ricerca della verità e della lotta ai delitti, si è spesso trasformato in un nuovo ambiente criminogeno. Nelle aule di giustizia si può corrompere, si falsifica, si delinque, sempre per un tornaconto personale", spiegò qualche tempo fa a chi scrive Nello Rossi, ex procuratore aggiunto a Roma poi diventato avvocato generale alla Cassazione.
La "pigrizia morale" - Nel 1935 il giurista Pietro Calamandrei nel suo "Elogio dei giudici scritto da un avvocato" sosteneva che il vero pericolo dei magistrati più che la corruzione per denaro ("in cinquant'anni ne ho visti tanti che si contano sulle dita di una sola mano", sosteneva) era "un lento esaurimento interno delle coscienze" e "una crescente pigrizia morale". Ma oggi la situazione sembra precipitata. Da Aosta a Caltanissetta, c'è chi si fa pagare migliaia di euro per rallentare il deposito degli atti, in modo da favorire la prescrizione degli imputati. O chi lucra sui fallimenti delle imprese, favorendo gli "amici degli amici" e lasciando affondare gli imprenditori che non si adeguano al tariffario imposto dalla toga corrotta di turno. "Si tratta di un segmento particolare della criminalità dei colletti bianchi, realtà tanto più odiosa perché magistrati, cancellieri e funzionari mercificano il potere che gli dà la legge", ragionava Rossi prima di lasciare la procura di Roma. Non poteva immaginare che, dopo nemmeno un lustro, si sarebbe arrivati allo show-down di questi ultimi mesi.
Al mercato delle sentenze - La presunta corruzione di Palamara, per esempio, è connessa ad altre inchieste, che hanno terremotato istituzioni che regolano la vita giudiziaria ed economica del Paese. Come quella, portate avanti dalle procure di Roma e di Messina, su un presunto mercimonio di sentenze dentro il Consiglio di Stato. Un paesaggio desolante, visto che Palazzo Spada è uno dei centri nevralgici del Belpaese: qui vengono risolte, con deliberazioni non appellabili, tutte le controversie che i privati (singoli o aziende) hanno con la pubblica amministrazione. È sempre qui che vengono decise in ultima istanza nomine pubbliche importanti. È qui che sono assegnati gli appalti miliardari erogati dallo Stato.
Come accaduto nel caso Consip. O come avvenuto per decine di sentenze pilotate (dall'avvocato Piero Amara e dal suo socio Giuseppe Calafiore) nel Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, che è il campo da gioco preferito dal gruppo dì faccendieri implicati nell'affaire Palamara. Tra qualche giorno comincerà il processo per i giudici Nicola Russo, Raffaele Maria De Lipsis e l'ex magistrato della Corte dei Conti Luigi Caruso, che secondo l'accusa si sarebbero messi al servizio della compagine di Amara in cambio di cospicue mazzette. Soldi dati o promessi non solo per aggiustare ordinanze (tra queste quella su un contenzioso milionario tra il Comune di Siracusa e la società Open Land), ma persino per modificare risultati elettorali.
Già: De Lipsis, ex presidente del Cga, sarebbe infatti intervenuto in favore del deputato siciliano Giuseppe Gennuso, che non era riuscito a farsi eleggere all'assemblea regionale. Il tribunale amministrativo però annullò il risultato del voto, costringendo gli elettori della città siciliana a tornare alle urne. Gennuso venne finalmente eletto, e De Lipsis incassò (secondo i pm di Roma e di Messina) una bustarella da 30 mila euro.
In un altro filone dell'indagine è indagato pure Riccardo Virgilio, che fu potente e rispettato presidente di sezione del Consiglio di Stato, oggi accusato di essere in affari con il gruppo dei faccendieri siciliani Anche Sergio Santoro, che è il numero due di Palazzo Spada, è stato accusato di corruzione in atti giudiziari, ma i pm di Roma qualche giorno fa ne hanno richiesto l'archiviazione.
Giochi sporchi in Sicilia - Anche il grande accusatore di Palamara, il pm Giuseppe Longo, è a sua volta finito nei guai, pochi mesi fa. Amico personale dell'avvocato Amara, è lui ad aver raccontato ai magistrati di Messina di aver saputo (da Calafiore) che il capo di Unicost avrebbe intascato dai due avvocati una tangente da 40 mila euro.
In cambio, Palamara avrebbe tentato di convincere i colleghi del Csm, di cui lui era membro, a nominare Longo a capo della procura di Gela. Un ufficio cruciale, sostengono gli inquirenti di Perugia, per gli affari di Amara: il legale era infatti importante consulente dell'Eni per questioni ambientali e il colosso energetico controlla proprio a Gela una raffineria spesso finita nel mirino della procura locale. Non sappiamo se Longo abbia detto la verità in merito alla corruzione di Palamara (prove definitive della bustarella non ce ne sono, il magistrato nega ogni addebito, e Calafiore ribadisce di non aver mai girato un euro), ma è certo che Longo stesso ha da poco patteggiato 5 anni di reclusione per una serie di atti corruttivi.
Il magistrato di Siracusa, ora interdetto dai pubblici uffici, era infatti a libro paga di danarosi clienti privati gestiti dallo studio Amara, che pagava mazzette e regali in conto terzi per ottenere da Longo sentenze favorevoli. Questa vicenda spiega bene come un pm infedele può usare il suo potere e piegare la giustizia a interessi opachi: Longo - secondo le accuse - era infatti specializzato anche nel costruire fascicoli "a specchio", che si "autoassegnava" - come scrive il gip nella richiesta d'arresto - "al solo scopo di monitorare (o, meglio spiare, ndr) ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri colleghi"; esperto nel fabbricare fascicoli "minaccia", utili cioè ad iscrivere persone "ostili agli interessi di alcuni clienti di Calafiore"; e lavorare a fascicoli "fantasma", come quello basato su un esposto anonimo (in realtà scritto da Amara) che denunciava un presunto complotto che sarebbe stato ordito dall'economista Luigi Zingales, ex consigliere dell'Eni, ai danni dei vertici dell'Eni stessa.
Una cospirazione del tutto inesistente e calunniosa: l'apertura di un fascicolo d'indagine serviva però, nelle intenzioni di Amara e dei suoi sodali, a mettere i bastoni tra le ruote alla procura di Milano e al pm Fabio De Pasquale, che da anni indaga stile presunte tangenti milionarie del Cane a Sei Zampe in Africa. Seguendo sempre lo stesso filo, prima di arrivare sulla scrivania di Longo l'esposto fasullo fu spedito da Amara alla procura di Trani.
Se ne occuparono l'allora capo Carlo Maria Capristo e, soprattutto, il magistrato Antonio Savasta, che poi inviò il dossier fasullo a Siracusa. Savasta è un altro magistrato infedele, arrestato all'inizio di quest'anno per altre vicende corruttive. Lui e il collega Michele Nardi sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari. Reo confesso, Savasta ha ammesso di essersi intascato centinaia di migliaia di euro per risolvere i problemi giudiziari dell'imprenditore Flavio D'Introno.
Che, in un interrogatorio recente prima ha inguaiato un terzo pm (Luigi Scimè, che avrebbe ottenuto una tangente da 15 mila euro per rinviare a giudizio per calunnia alcuni nemici di D'Introno) poi avrebbe confermato le accuse, affermando di aver versato a Savasta e Nardi la bellezza di 1,5 milioni di euro, oltre a Rolex, diamanti e viaggi.
Come quella su Palamara, anche l'inchiesta sul "Sistema Trani" ha sfiorato il senatore renziano Luca Lotti: negli atti d'indagine si ricostruisce infatti un incontro avvenuto a maggio del 2018 a Palazzo Chigi tra l'allora sottosegretario del Pd, l'imprenditore Luigi Dagostino - ex socio di Tiziano Renzi, allora interessato ad aprire un mall in Puglia - e lo stesso Savasta.
Quest'ultimo, che aveva ricevuto un'informativa dai colleghi di Firenze su un giro di fatture false proprio delle aziende di Dagostino, non avrebbe effettuato i dovuti approfondimenti. Dagostino, al contrario, ha raccontato che organizzò lui un incontro tra Savasta e Lotti (che, come nel caso Palamara, risulta estraneo all'inchiesta penale) per parlargli di un progetto per un disegno di legge sui rifiuti a Roma.
Il gran bazar e le sue merci - Nel gran bazar della giustizia le sentenze sono i prodotti più venduti, ma sono molte le merci acquistabili. Il loro prezzo è variabile: ci sono oggetti di poco conto (a Napoli, qualche anno fa, cancellieri e avvocati complici riuscivano a creare ritardi nella trasmissione di atti intascando dai 1.500 ai 15 mila euro a botta); altri, invece, dal valore inestimabile. Uno stop a un passaggio procedurale, una notitia criminis segreta che può modificare l'intero iter di un processo. Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, evidenziò all'Espresso come l'aumento dei crimini nei palazzi della legge può essere spiegato innanzitutto "dall'enorme numero di processi che si fanno in Italia: una giustizia dei grandi numeri comporta, inevitabilmente, meno trasparenza, più opacità e maggiore difficoltà di controllo".
Tutto, in Italia, rischia di avere uno strascico giudiziario: un concorso universitario o un posto pubblico, una concessione edilizia, un appalto piccolo o miliardario: la stragrande maggioranza del personale che lavora nei Palazzi di Giustizia fa il proprio dovere, davanti a difficoltà strutturali gigantesche, ma una fetta minoritaria sfrutta la situazione emergenziale per il proprio beneficio personale. Gli esempi non si contano più.
Un anno fa un giudice è stato arrestato perché riusciva a farsi assegnare cause civili di alcuni amici, che - per ottenere sentenze favorevoli - gli giravano centinaia di migliaia di euro e regali sotto forma di finanziamenti a una società sportiva. Tre settimane fa a Salerno la Finanza ha fermato 14 persone: corrompevano i giudici della tributaria (nelle intercettazioni la tangente era chiamata "mozzarella") perché chiudessero i contenziosi con imprenditori accusati di evasione fiscale. Le "mozzarelle" andavano da un minimo di 5 mila a un massimo di 30 mila, a secondo del contenzioso, e le tangenti erano quotidiane.
"È un'indagine che consente di toccare con mano il danno enorme non solo per le casse dello Stato, ma anche per tutti i contribuenti, perché le imposte servono a finanziare i servizi dei cittadini", commenta Luca Masini, procuratore vicario. Anche il pm Stefano Fava, ora indagato nello scandalo Palamara per favoreggiamento e divulgazione di notizie coperte dal segreto istruttorio (insieme al consigliere del Csm Luigi Spina avrebbero avvertito l'amico dell'inchiesta per corruzione che lo vedeva coinvolto a Perugia) due anni fa arrestò un collega sardo che favoriva nel processo due imprenditori in cambio di "utilità".
Poca roba, in questo caso: piatti e stoviglie per un ristorante, l'uso gratuito di un appartamento, un'auto a prezzi stracciati. Ma, come insegna il nuovo deflagrante caso che ha investito il Csm, la funzione di un giudice può essere compromessa in maniera irreversibile anche se la toga non si scambia denaro e mazzette, ma commercia solo potere. Personale e di corrente. Il potere a cui sembrano ambire alcuni magistrati - al netto della rilevanza penale del filone ancora da dimostrare - è quello di promuovere amici, di nominare a capo delle procure i più fedeli, di castigare chi non si piega alla camarilla.
A qualcuno oggi le intercettazioni della procura di Perugia evocano il clima eversivo della P2, altri ricordano le inchiesta sulla loggia P3 e sulla P4: nella prima il giudice Pasquale Lombardi, scomparso un anno fa, fu accusato di far parte di un'associazione segreta che violava la legge Anselmi sulle società segrete insieme al faccendiere Flavio Carboni; nella seconda Alfonso Papa fu accusato con Luigi Bisignani di un presunto commercio di informazioni riservate, reato prescritto.
In realtà, l'ultima inchiesta dimostra che il sistema giudiziario è troppo debole e permeabile, scalabile da soggetti senza scrupoli, degenerato in strutture correntizie che, invece di difendere, rischiano di distruggere l'indipendenza della magistratura. Tornando a Calamandrei, servirebbe - più che la riforma pelosa invocata ora dalla politica - un rinnovamento delle coscienze e una lotta senza quartiere all'apatia morale di troppi magistrati.
di Alberto Negri
Quotidiano del Sud, 9 giugno 2019
L'Italia istituzionale gronda di una retorica irritante e tira sempre un'aria da cinegiornale dell'Istituto Luce. Un giorno volavo con un presidente della Repubblica e all'arrivo scoprii che le colleghe giornaliste erano state insignite del cavalierato soltanto perché avevano viaggiato con lui. Non pensavo fosse un merito, ma nessuno fece neppure una battuta.
di Mena Trotta
liberopensiero.eu, 9 giugno 2019
Le mura della sala incontri della casa circondariale di Salerno sono estremamente colorate. La danza di Henri Matisse, riprodotta da alcuni ragazzi del liceo artistico Sabatini-Menna di Salerno nel 1997, ricopre ben due pareti. Quella stanza, così colorata, sembra avere la presunzione di cancellare in un attimo il grigiume del contorno. Oggigiorno si parla del mondo dietro le sbarre come di una realtà lontana, esterna, come la più facile esemplificazione della libertà negata. I prigionieri: esseri retrocessi, hanno sbagliato, devono pagare e vanno puniti, tutto qui.
di Milena Gabanelli e Luigi Offeddu
Corriere della Sera, 9 giugno 2019
Lo dicono i magistrati: la nuova legge sulla legittima difesa "potrebbe essere applicata" per la prima volta nel caso di Marcellino Jachi Bovin, 67 anni, tabaccaio di Pavone Canavese, alle porte di Ivrea. Indagato per eccesso colposo di legittima difesa, venerdì notte ha ucciso a colpi di pistola Ion Stavila, 24 anni, cittadino moldavo incensurato che aveva forzato il suo negozio insieme con due complici. Verrà interrogato nei prossimi giorni alla presenza del suo avvocato. "Ha tutta la mia solidarietà - ha detto il ministro Salvini.
Mi auguro che la nuova legge riconosca che questo 67enne ha fatto quello che è stato costretto a fare. Il ladro, se avesse fatto un altro mestiere, a quest'ora sarebbe a casa sua. Ne abbiamo le palle piene, la gente ha diritto di difendersi, sono orgoglioso di questa legge".
"Questa legge" è nata da una percezione di insicurezza. Anche se in Italia diminuiscono i crimini: lo si sa da 10 anni, e continua ad accadere con diversi governi. Stando ai numeri siamo diventati uno dei Paesi più sicuri dell'Unione Europea. Omicidi volontari, quasi dimezzati: 611 denunciati nel 2008, 368 nel 2017. Rapine: 45.857 denunciate nel 2008, 30.564 nel 2017, un calo del 33,3%. Ad incidere di più sulla sfera personale sono i furti in casa, perché diffondono insicurezza: meno l'8,5%, nel 2017 rispetto al 2016.
Come si influenza la percezione - Eppure cresce la paura, reale o favorita da politica e media: nel 2017 il tema "criminalità" è comparso nel 17,2% dei programmi della principale Tv francese, nel 26,3% di quella britannica, nel 18,2% di quella tedesca e nel 36,4% dei 5 principali telegiornali italiani. Il 78% degli intervistati in un'indagine degli stessi mesi ritiene che la criminalità in Italia sia cresciuta rispetto a cinque anni prima. Questa opinione si concentra al 91% fra gli elettori della Lega. E il 39% della popolazione (nel 2015 era il 26%) chiede che sia più facile acquistare un'arma per difesa personale.
La parola "sempre" ha cambiato la legge - Così, a marzo, sono stati riformati alcuni articoli del codice penale. L'articolo 52 diceva e dice: "Difesa legittima. Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa".
In soldoni: non puoi sparare a un ladro che fugge. La norma prosegue: "se il derubato si trova a casa sua o in altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi" (cortile, garage, ndr), o in "ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale", allora "sussiste sempre il rapporto di proporzione". Quel "sempre" prima non c'era. Tradotto: se uccidi qualcuno che ti minaccia entrando nella tua proprietà, la proporzione fra difesa e offesa è data in partenza per scontata.
Sul punto risponde il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni: "Aver aggiunto l'avverbio "sempre" ha rafforzato un principio. Non togliamo potere al giudice, ma stabiliamo che all'interno del domicilio e alle condizioni previste dalla Costituzione, mi posso difendere perché la proporzionalità sussiste "sempre", e di conseguenza la legittima difesa". Sta di fatto che se fino a ieri al giudice restava un margine di valutazione, da oggi sarà molto ristretto, a meno che il giudice non ponga appunto un problema di costituzionalità.
Una legge giustificata? - La nuova legge è nata da un'emergenza giudiziaria? Dai numeri, si direbbe di no. Per questi fatti, nel 2017, risultavano in corso nei tribunali 26 processi. Di questi, in 14 casi si procede per "legittima difesa" (vuol dire che si avvieranno all'archiviazione), mentre negli altri 12 (da oggi 13, con il caso di Pavone Canavese) per "eccesso colposo di legittima difesa", ovvero i giudici devono valutare se l'imputato ha esagerato.
Per magistrati e penalisti la legge è "inutile e pericolosa", anche perché l'inviolabilità della proprietà privata può contrastare con il diritto alla vita - anche quella del ladro - sancito dall'articolo 2 della Costituzione. Per il Sottosegretario Molteni invece il problema non si pone: "A nostro avviso non c'è nessun contrasto. L'intenzione del legislatore è stata quella di formulare una riforma costituzionalmente orientata. Il nuovo quarto comma specifica, senza ulteriori dubbi, una condotta che riteniamo non possa ricadere nell'eccesso colposo". Si va forse verso una "legittima offesa", piuttosto che difesa.
Come funziona negli Usa e d Europa - In alcuni Stati americani, vige il principio "stand your ground", proteggi il tuo territorio: se aggredito ovunque, puoi uccidere. E ancor più se sei a casa tua ("castle doctrine", "dottrina del castello"). In altri, prevale il "duty to retreat", il dovere di cercare prima una via di fuga.
In Francia, la legittima difesa è riconosciuta solo se "necessaria, come unico modo di proteggersi". In Gran Bretagna la legge consente di usare anche "una forza sproporzionata" per respingere un'intrusione domiciliare. Ma bisogna provare di aver fatto ciò che "onestamente e istintivamente" si giudicava "necessario". In Germania, non è imputabile chi reagisce violentemente a una minaccia "che non possa essere altrimenti sventata".
Soprattutto se l'aggredito ha agito in preda "a confusione, paura o terrore". Anche la nuova legge italiana (art. 55, eccesso colposo) prevede la non punibilità nel caso di un "grave turbamento". Ma qui è intervenuto il presidente Mattarella: il "grave turbamento" deve essere "effettivamente determinato dalla concreta situazione in cui si manifesta". Ci vuole cioè una verifica oggettiva: non può essere solo chi ha premuto il grilletto a testimoniare per se stesso.
Ricaduta sulla vendita di armi - La nuova legge farà aumentare il numero delle armi da fuoco che circolano in Italia? Nel 2017, 1.398.920 licenze di porto d'armi sono state registrate a nome di civili, più 13,8% rispetto al 2016. Le licenze per caccia sono 738.602. In grande crescita quelle per il tiro al volo e al piattello: più 21,1% nel 2016-2017. Sono meno costose e più facili da ottenere, ma ugualmente efficienti (ne usò una Luca Traini, lo sparatore razzista di Macerata). In totale sono 584.978, ma circa 200.000 italiani, dal 2014, hanno messo piede in un poligono. Calano invece le armi per difesa personale: meno 4,8%, forse per le difficoltà burocratiche.
I rischi dell'arma in casa - Secondo l'Osservatorio Internazionale "GunPolicy.Org", nel 2017 i privati italiani possedevano 8.007.920 armi da fuoco, un milione in più rispetto a 10 anni prima. Ma 6.609.000 erano le armi non registrate. Se si considera che una famiglia media è composta da 2,3 persone, calcola il Censis, 4,5 milioni di italiani fra cui oltre 700.000 minori hanno un'arma a portata di mano. In Italia, ci sono 12 armi da fuoco ogni 100 abitanti, negli Usa 88. Dice ancora il Censis: se avessimo le stesse regole permissive americane, le famiglie italiane con armi in casa "potrebbero lievitare fino a 10,9 milioni e i cittadini complessivamente esposti al rischio di uccidere o di rimanere vittima di un omicidio sarebbero 25 milioni".
Decreto sicurezza bis - In questo clima "scaldato" dal fatto di cronaca legato al furto del tabaccaio, sono in arrivo le norme del decreto sicurezza bis che riguardano altri temi: migranti e ordine pubblico interno. È annunciato per il Consiglio dei ministri di martedì.
Le bozze sono provvisorie: trasferimento della competenza sul controllo delle acque territoriali dal ministero dei Trasporti a quello degli Interni. Obiettivo: vietare transito e porti alle navi delle Ong. Sul tavolo le multe, calcolate in base al numero dei migranti, e la sospensione della licenza per le navi commerciali italiane che li soccorrono in acque internazionali. Si tratta anche su certe norme per l'ordine pubblico, come quella di trasformare le contravvenzioni in reati nei casi di resistenza a pubblico ufficiale durante i sit-in. La paura fa novanta.









