da Ass. Culturale Mediterraneo
www.gazzettadellaspezia.it, 22 febbraio 2015
Il libro "Non come tutti" di Giorgio Pagano è stato presentato nel carcere di Villa Andreino, per iniziativa dell'Associazione Culturale Mediterraneo e della Direzione della Casa Circondariale. Era presente l'avvocato Alessandra Ballerini, impegnata, con l'Associazione Antigone, per i diritti umani nelle carceri.
La riflessione, tenutasi nella cappella, ha coinvolto molti detenuti, operatori, volontari. Agostino Codispoti, funzionario giuridico-pedagogico, l'ha introdotta così: "La sinistra deve occuparsi dei più poveri, e i più poveri sono in carcere". Licia Vanni, responsabile dell'Area Trattamentale, ha detto: "Abbiamo invitato due persone in grado di infondere fiducia".
Alessandra Ballerini ha presentato il libro di Pagano insistendo sul concetto di eguaglianza come cardine della sinistra, e sulla necessità che la sinistra non dimentichi gli ultimi: "a turno siamo tutti ultimi".
Sono intervenuti molti detenuti, che hanno raccontato la loro storia: "abbiamo sbagliato, ma siamo persone anche noi, il carcere deve essere un luogo di rieducazione per il nostro reinserimento sociale, vogliamo dialogare di più con la società che sta fuori". Molte le domande, e anche le considerazioni politiche: "La politica si è staccata dalle necessità del carcere, e la sinistra non fa più la sinistra".
Giorgio Pagano ha detto: "La sinistra non deve essere come tutti, deve far diventare popolari idee che oggi sono impopolari, come il decongestionamento e l'umanizzazione delle carceri, le pene alternative, l'abrogazione di leggi riempi-carceri come la Bossi-Fini sull'immigrazione e la Fini-Giovanardi sulle droghe leggere...
La sinistra si è ormai omologata alla destra, deve tornare a usare parole sue, come eguaglianza e rappresentanza dei ceti più deboli, dei lavoratori, dei precari, degli emarginati. Ma la sinistra non rinascerà per la volontà di un leader illuminato, la ricostruiremo solo dal basso, nella società, tra le persone. Poi verrà il leader, come in Grecia e in Spagna: ma Syriza e Podemos sono nati da spinte sociali e culturali dal basso. Il vero cambiamento passa dal cambiamento personale, dalla riforma della nostra vita".
Interrogato dalla Ballerini sulla sua riflessione sul potere e sulla libertà Pagano ha detto: "Il potere non è tutto, nemmeno i soldi. Come dice Pepe Mujica, ex Presidente dell'Uruguay, la felicità sta nella libertà, nel tempo da dedicare all'amore per gli altri, per gli amici, per la natura. Io ho avuto il coraggio di lasciare una via già tracciata, sicura e confortevole, e di rischiare rinunciando a tutto per ricominciare da capo. Non ne sono pentito, anzi: la felicità è realizzare ciò che si vuole veramente, alla ricerca della vita".
Le conclusioni dell'incontro sono state dedicate a don Andrea Gallo e al concetto di speranza: "Come diceva don Gallo, il male grida forte, ma la speranza grida ancora più forte. La speranza è una virtù incancellabile, vivere veramente è sperare".
Gazzetta di Reggio, 22 febbraio 2015
Progetto del Teatro dei Venti e del Coordinamento regionale Teatro Carcere Il regista: "Nostro obiettivo è fare incontrare parti diverse della società".
Sul palcoscenico detenuti e internati della casa di reclusione di Castelfranco Emilia e della casa circondariale Sant'Anna di Modena, studenti della V A dell'Istituto Spallanzani di Castelfranco Emilia e gli attori del Teatro dei Venti. Insieme danno vita a "Angeli e demoni" in scena stasera alle ore 21 al teatro Herberia per la regia di Stefano Tè.
Lo spettacolo è uno studio sulla Gerusalemme Liberata, un appuntamento fuori stagione con il Teatro Carcere a cura della compagnia Teatro dei Venti, esito di una residenza artistica promossa dalla Corte Ospitale. L'evento è una tappa dell'ambizioso progetto d'incontro tra carcere e società civile che la compagnia modenese sta elaborando col Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna i penitenziari di Modena e Castelfranco Emilia e i rispettivi Comuni.
"Il 2015 per noi è l'anno dell'incontro tra il carcere e la città - dice il regista Tè - per questo, quando è possibile, cerchiamo di aprire i nostri laboratori di Teatro in Carcere anche alla cittadinanza. In questo caso lavorando insieme studenti, detenuti e gli attori del Teatro dei Venti. L'obiettivo è creare un racconto sul contemporaneo mettendo a confronto parti diverse del corpo sociale che solitamente non hanno voce".
Il progetto sulla Gerusalemme Liberata è una grande sfida per tutte le realtà del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna, un testo che porta in sé l'eco della guerra e di scontri tra civiltà che parlano anche del nostro presente. "Noi l'abbiamo accolta - prosegue - coinvolgendo l'istituto Spallanzani e gli attori della nostra compagnia in un lavoro a più livelli di lettura. In questa fase è fondamentale l'incontro con il pubblico, così come la possibilità di prove quotidiane, per questo dobbiamo ringraziare la Corte Ospitale che ha accettato di dare spazio ad un progetto così delicato".
Stefano Tè svolge dal 2006 un laboratorio nella Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia al quale dal settembre 2014 si affianca quello nella Sezione Protetti della Casa Circondariale Sant'Anna di Modena. I laboratori permanenti in carcere possono essere definiti un'officina creativa, dove i detenuti hanno l'opportunità di sperimentare diverse forme di comunicazione artistica (musica, azione scenica, danza) nelle loro interazioni possibili. Le differenti discipline sono unite da un tema e da un confronto-scambio continuo. Il risultato del percorso confluisce sempre nella messa in scena di uno spettacolo aperto al pubblico, dentro e fuori le mura carcerarie.
Ristretti Orizzonti, 22 febbraio 2015
Venerdì 27 Febbraio 2015 alle ore 18.00 c/o la "Casa Circondariale di Voghera" la cantante americana Sherrita Duran parteciperà cantando in qualità di ospite d'onore allo spettacolo di beneficenza "Insieme per la vita" per i bimbi del San Matteo malati di leucemia. L'evento è finalizzato, tramite l'Agal (l'Associazione Genitori e Amici del Bambino Leucemico) alla raccolta fondi da devolvere al reparto di Oncoematologia Pediatrica del Policlinico di Pavia. La raccolta si propone come obiettivo concreto quello di contribuire alla ristrutturazione della Sezione "Trapianto Midollo Osseo" del reparto pavese.
Lo spettacolo prevede l'esibizione del "Coro dell'Arcobaleno" di Voghera, diretto da Nadia Cometto, in conclusione della serata alcuni detenuti, prepareranno un rinfresco per le persone che saranno presenti. L'evento è stato organizzato dal direttore reggente Mariantonietta Tucci, dalla Polizia penitenziaria e da tutto lo staff della Casa Circondariale di Voghera. Per poter accordare interviste a Sherrita Duran, contattare il numero 339.7303544 oppure ai recapiti sotto elencati. Ufficio Stampa Sherrita Duran. Luigia Castaldo. Tel. (+39)3393973711. Mail:
di Cecilia Bello
Il Manifesto, 22 febbraio 2015
"Cattivi", il nuovo romanzo dello scrittore torinese classe 1970, da Einaudi. Notevole coesione stilistica: periodi brevissimi, icastici; parole, gesti e cose sbalzati e gravi. Maurizio Torchio mette in scena così l'io narrante di un recluso.
"Ti senti meglio, diceva mia madre, se le parole ti calzano bene". Chi parla è un "cattivo", ovvero, per ben nota strada etimologica, "prigioniero" e "malvagio". È il protagonista del nuovo romanzo di Maurizio Torchio (Torino, 1970) ora uscito per Einaudi, Cattivi (pp. 186, euro 19,00). Un ergastolano che nell'infanzia è stato educato al valore delle parole: ne conosce la differenza col vuoto, e sa che in carcere non si può mentire, altrimenti "resti da solo, con quella voce che non è tua". Le sue parole sono lisce e compatte, ce le passa con la stessa consistenza, con la stessa corporeità che ha, nel mondo di fuori, una tazzina vera, bandita dal carcere perché potenzialmente pericolosa: "metti in bocca la tazzina ed è come avere un lavandino tra le labbra, tanto è spessa, pesante".
"Cattivi" è un romanzo di grande coesione stilistica: periodi brevissimi, spesso nominali, icastici; movenze anaforiche e paratassi; connettivi ridotti, scarsi, predilezione per la determinatezza dell'asindeto; parole gesti e oggetti sbalzati, con peso di materia, gravi; voce densa, ispessita. Chi scrive - ma il tono ha l'efficacia di un racconto orale, chi racconta, è un io che quando compare, alla seconda pagina, dopo la descrizione minuziosa della perquisizione di un compagno rientrato da un permesso, lega il suo pronome a una negazione reiterata: "Io non sono mai uscito in permesso, né mai potrò uscirci". E poi, a ribadire con evidenza palmare l'assolutezza del suo universo di privazione, poche righe dopo ripete il suo pronome in un periodo nominale scarno, bisillabo, "Non io", e così chiude seccamente finanche la possibilità di incontrare donne ai colloqui. La scrittura è soppesata, tersa, d'inclinazione letteraria. Evocativa per ellissi e diversioni, per sospensioni o interruzioni a effetto. A tratti catalogatoria - "servono ginocchiere, un casco intorno alla testa; sulle mani: guanti; davanti agli occhi: una visiera. Gommapiuma, cordura, kevlar. Sopra al petto, davanti al cuore, ceramica antiproiettile. Paragambe, para braccia. Manganello, scudo, spray", puntuale e scandita.
Perché pararsi per andare a picchiare un detenuto è un rituale e le armature amplificano il senso di sé e della violenza. Gli oggetti, nella semplice, nuda elencazione, si caricano delle emozioni provate sia da chi li indossa, sia da chi li subisce. La scrittura di Torchio punta all'esattezza materica e sensoriale, e attraverso questa all'impatto sul lettore.
L'io narrante punta a guardare la realtà con occhio vigile e a darsi spiegazioni, punta alla lettura gnomica dei gesti e delle scelte: "il nero assorbe la paura da chi lo indossa, e la proietta fuori"; "fra chi ha le chiavi e chi non le ha non può esserci vera amicizia"; "non ci sono miracoli senza grotte, senza terra e pietre intorno".
L'aspetto più riuscito del romanzo è il tono del protagonista condannato al "senza fine mai": il suo modo di esporre osservazioni e ricordi come da effettivi venti anni di reclusione, la conoscenza accumulata, le regole di comportamento introiettate, la capacità ormai acquisita di immaginare nei più minuti dettagli anche fatti che non vede, per i quali usa un tempo futuro che dà certezza alla congettura, che la fa lucida di smalto. Ha assorbito il respiro della struttura che lo punisce: "a forza di stare fermo, qui sotto, mi sono radicato nel cemento, innervato per tutto il carcere".
A far sentire certa oralità, e il farsi del pensiero, sono la fluidità dei trapassi e delle connessioni analogiche. E la naturalezza del procedere narrativo, naturalezza artata, poiché la scrittura è polita, le interpunzioni fitte, ritmanti.
Il romanzo è costruito intorno a un'individualità privilegiata, poche altre vi si accostano. Sprofondato, com'è, nei pensieri di chi narra, ha un forte sapore esistenziale, percorso a tratti da venature sentimentali. Se a dominare è l'espressione dell'io, l'uso mescolato delle particelle pronominali - si, ti, ci - è spia di un incedere più mosso, eterogeneo: dalla forma impersonale, al tu pure impersonale ma più coinvolgente, alla coralità del noi.
Cattivi dà corpo a una realtà concentrazionaria atemporale, in luogo non definito - prigione in cui convergono molteplici modelli dell'ampia letteratura carceraria d'ogni lingua -, un'isola come molte, tra quelle spopolate e incolte, adibite a sedi penitenziarie; del protagonista non conosciamo il nome, gli altri sono identificati solo da soprannomi - Toro, Piscio, Comandante, la Professoressa, Martini, gli Enne, le guardie, salvo il direttore, non meritano neanche un soprannome. È un universo chiuso, in teoria finalizzato al recupero dei condannati, in realtà alla pura separazione dei pericolosi dagli innocui.
Strumento considerato necessario al vivere sociale, al mantenimento della legalità, il carcere è in vero allegoria della società. È perfetto microcosmo per osservazioni sperimentali sulla vita di relazione, e sul suo abbrutimento, sul suo degrado. Ed è forza dello Stato - si rifletta sull'epigrafe dalla Politica di Aristotele scelta da Torchio, non nuovo a epigrafi da filosofi che ben conosce (Platone e Lucrezio nei suoi precedenti libri).
Come ha ricordato Foucault, la prigione si richiama da anni al concetto del Panopticon, le cui procedure - "sorveglianza e osservazione, sicurezza e sapere, individualizzazione e totalizzazione, isolamento e trasparenza" - sono "forme concrete di esercizio del potere". Forme che investono i detenuti come torture inappellabili: dure sono le rievocazioni che il protagonista fa dei suoi anni d'isolamento, del buio totale inflitto per giorni, "Buio. Tutto l'infinito buio prima di nascere. Tutto l'infinito dopo". O della luce mai spenta di una lampadina blindata che fa emergere il vuoto della cella con il pavimento inclinato verso il buco centrale, "la tua bara converge verso quel buco".
Il cemento è un oltraggio, il rumore delle chiavi d'ottone contro le sbarre per controllarne l'integrità è un oltraggio, l'odore della spazzatura che marcisce intorno al carcere e "sale fino al cielo" è un oltraggio. Così l'abbaiare continuo dei cani nell'intercinta, così l'incredibile (ma autentico) pane punitivo. E "ogni oltraggio è morte", scriveva Gadda nella Cognizione del dolore.
La distinzione dei blocchi, sorvegliati/sorveglianti, è chiara in superficie, ambigua, invece, e complessa a scendere appena sotto. Che il carcere a suo modo dia certezza - anche tremenda - è cosa ovvia, che esista una distanza tra chi è dentro e chi è fuori, oltre i muri, è vero ma solo in parte. Soprattutto è sfuggente lo statuto di vittima: ci possono essere vittime che hanno ucciso, vittime che si legano ai loro carcerieri, e carcerieri a loro volta vittime.
Il protagonista lo sa bene, per essere stato, nel mondo, carceriere di una donna sequestrata. Sette mesi in un nascondiglio scosceso nel fianco d'una montagna. E ci possono essere anche padri che si legano all'assassino del proprio figlio, perché "è difficile capire cosa fa il dolore, come lavora, come scava, chi mette in contatto e chi separa". Forse finiamo per amare, paradossalmente, chi ci toglie qualcosa.
Solo un timore può destabilizzare ancora questa voce narrante che ha sopportato di uccidere una guardia e di pagarne le conseguenze, e che si sospetta - suo unico rimorso - assassino manovrato, strumento nelle mani di altre guardie. Solo la scomparsa dei carcerieri lo inquieta. Restare recluso dimenticato in un carcere deserto, silente, privo di mezzi. Allegoria e riflessione si aprono, allora, e investono pienamente la libertà, e il potervi credere.
Ansa, 22 febbraio 2015
È necessario rivedere il sistema dell'accoglienza, con una robusta riforma di strutture quali i Cara, troppo ampie e dispersive e foriere di tensioni tra gruppi nazionali diversi, a favore di strutture più circoscritte anche con l'uso di beni immobili confiscati, grazie a procedure più fluide e semplificate di riutilizzo, in considerazione dell'urgenza.
Lo afferma Area, il gruppo a cui aderiscono Magistratura democratica e Movimento per la Giustizia - art. 3, in un documento approvato a conclusione di due giorni di un seminario a Catania sul tema dell'immigrazione.
Area, tra l'altro, auspica si possa incidere sulla Giustizia civile, con l'attivo contributo del Csm, con un'organizzazione che tenga conto dei carichi e della complessità delle procedure di riconoscimento della protezione internazionale adottando misure organizzative di potenziamento degli organici amministrativi e giudiziari a ciò adeguate: l'esempio del tribunale civile di Catania, davanti il quale pendono 2.350 procedimenti di protezione internazionale, fortemente legato alla presenza del Cara di Mineo, il più grande d'Europa, è emblematico della necessità di un simile intervento.
Sul piano europeo, auspica Area, va sviluppata l'efficacia del Regolamento "Dublino 3", attraverso il potenziamento dei sistemi di tracciamento familiare al fine di rendere realmente residuale il criterio di radicamento della competenza nel Paese di primo ingresso. Riguardo ai minori stranieri non accompagnati è necessario promuovere da subito un cambiamento e insistere ancora su proposte già avanzate alle istituzioni competenti. Tra queste l'incentivo dell'utilizzo dello strumento già esistente dell'affido etero-familiare, per garantire l'integrazione sociale, con l'accoglienza dei minori stranieri non accompagnati presso famiglie disponibili.
di Caterina Soffici
Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2015
Amal Alamuddin (signora Clooney) difende "i 12 incappucciati": presunti complici dell'Ira negli Anni 70, torturati senza una accusa formale.
Potrebbe essere la svolta di un caso che aspetta giustizia da mezzo secolo, quello di un gruppo di ex prigionieri irlandesi, arrestati, torturati, poi rilasciati senza che il governo britannico abbia mai formalizzato alcuna accusa contro di loro. Una specie di Guantánamo in terra d'Irlanda, dove i protagonisti sono conosciuti come The Hooded Men ("Gli incappucciati"), perché la maggior parte delle sevizie avveniva con un cappuccio in testa, che gli impediva quasi di respirare. Amal Alamuddin, ora signora Clooney, avvocato per i diritti civili di uno degli studi più agguerriti di Londra, già nel collegio di difesa di Julian Assange, è salita su un aereo per Belfast e ha incontrato un gruppo di superstiti degli Hooded Men.
La discesa in campo della star dei diritti civili, potrebbe mettere la parola fine a una vicenda scandalosa che crea imbarazzo al governo britannico (e anche a quello americano) per alcuni fatti avvenuti nel 1971, in quella che è conosciuta come la Operazione Demetrius: tra il 9 e il 10 agosto, vennero arrestate 340 persone in una retata antiterrorismo.
La maggioranza fu rilasciata quasi subito, solo un gruppo di 12 uomini, tra i 19 e 42 anni, furono incappucciati, denudati, marchiati con i numeri da 1 a 12 sulle mani e sulle piante dei piedi, portati nella base Raf di Ballykelly e sottoposti a cosiddetti "interrogatori approfonditi". I militari inglesi sono accusati di aver messo a punto in Irlanda in quell'occasione un metodo di tortura definito delle "Cinque Tecniche" per estorcere confessioni ai 12 Hooded Men, presunti terroristi e fiancheggiatori dell'Ira: incappucciamento, rumore bianco (musica al alto volume, ininterrotta per ore), punizioni corporali, privazione del sonno e del cibo. Le testimonianze di quanto avvenuto durante l'Operazione Demetrius sono sconvolgenti, come tutte quelle dei sopravvissuti ai campi di tortura: uno aveva provato a suicidarsi mettendo le testa nella tazza del water, un altro ricorda che sperava solo di morire per metter fine alle sofferenze.
Si autodefinivano "I porcellini d'India" perché si sentivano usati dagli inglesi come cavie per testare le tecniche di tortura (uno di loro, John McGuffin, ha scritto un libro intitolato proprio "I porcellini d'In - dia"). Gli incappucciati nel 1976 avevano vinto una causa contro il governo inglese per maltrattamenti e violazione dei diritti umani.
Ma due anni dopo l'Alta Corte Europea per i Diritti Umani aveva annullato la sentenza, dicendo che non c'erano abbastanza prove per definire le cinque tecniche come "tortura", ma solo "trattamento inumano e degradante". La sentenza è stata poi usata anche dall'amministrazione di George W. Bush, per definire quali erano le tecniche permesse e quali no: quindi le Cinque Tecniche britanniche sono state usate dalla Cia in Afghanistan, Iraq e poi in altri campi nel mondo. Ora il gruppo degli Incappucciati ha chiesto di riaprire il caso e, con l'appoggio del governo irlandese, vuole provare che a ordinare le torture fu proprio il governo britannico, in particolare l'allora ministro delle Difesa Peter Carrington, ora nominato Lord. Il quale però ha 95 anni e ha rifiutato ogni commento. L'intervento della signora Clooney, potrebbe essere decisivo. E almeno dal punto di vista mediatico ha già avuto il suo effetto, perché il caso è stato rilanciato dalla stampo britannica, tornata a parlare di una vicenda che vorrebbe dimenticare.
Aki, 22 febbraio 2015
Sono stati impiccati i due fratelli attivisti curdi Ali e Habib Afshari. La notizia è stata comunicata dall'intelligence della città di Mahabad nel Kurdistan iraniano al fratello dei due giustiziati. Lo riferisce il sito d'informazione "Iran press news", spiegando che i due erano stati condannati alla pena capitale dal Tribunale della Rivoluzione di Mahabad perché riconosciuti colpevoli di aver attentato alla sicurezza nazionale in qualità di Mohareb (termine islamico per definire i nemici di Allah e dello Stato islamico).
Ali e Habib, il primo 35enne e il secondo 23enne, erano stati arrestati nel 2011 dalle forze di intelligence dei Pasdaran nella regione Kurdistan in Iran. Stando al sito, i due, dopo 75 giorni di duri interrogatori e torture, erano stati trasferiti al carcere centrale di Orumieh e successivamente portati al carcere di Mahabad dove sono stati processati e condannati a morte dal Tribunale della Rivoluzione locale. I due erano inoltre accusati di aver fatto parte del partito d'opposizione curdo-iraniano Komeleh. I corpi degli attivisti non sono stati ancora consegnati alla famiglia e non si ha certezza del giorno esatto dell'avvenuta esecuzione.
Ansa, 22 febbraio 2015
Il presidente pachistano Mamnoon Hussain ha respinto sei richieste di grazia presentate da detenuti condannati a morte per atti di terrorismo. Lo riferisce oggi il quotidiano Dawn. Si prevede quindi che nei prossimi giorni, siano eseguite le impiccagioni dei prigionieri tutti originari della provincia meridionale del Sindh.
La decisione è già stata comunicata alle autorità penitenziarie competenti. Da quando il premier Nawaz Sharif ha deciso di sospendere la moratoria, Hussain ha già rigettato 17 domande di grazia di condannati nel braccio della morte. Era stata la strage di oltre 130 bambini in una scuola di Peshawar a metà dicembre a indurre il governo a prendere misure draconiane contro i jihadisti. Finora dieci condannati sono saliti al patibolo. Secondo fonti del governo, esiste una lista di 5.000 detenuti condannati a morte in via definitiva e che potrebbero essere quindi impiccati. La ripresa delle esecuzioni capitali ha sollevato le critiche dei difensori dei diritti umani e anche delle Nazioni Unite.
di Ornella Favero
Ristretti Orizzonti, 21 febbraio 2015
Una riflessione sui giornali con redazioni nelle carceri, e sulla chiusura di "Sosta Forzata".
"Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere metti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e soprattutto prova a rialzarti come ho fatto io". (Luigi Pirandello).
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 21 febbraio 2015
I radicali da un po' di tempio hanno aperto questa nuova battaglia: il diritto alla conoscenza. Che naturalmente è anche la conoscenza del diritto. E sembra un tema vago, laterale. Come succede spesso alle battaglie di Pannella. Mi è tornato in mente ieri, quando a pagina sei del "Corriere della Sera" ho letto, quasi causalmente, un sottotitolino, scritto piccolo piccolo.
- Giustizia: lavoro dei detenuti, più tutele per la prevenzione infortuni
- Giustizia: cosa ci dicono quelle frasi choc sul detenuto suicida
- Giustizia: Raguso (Osapp); hanno punito noi agenti per coprire le vere magagne
- Giustizia: il reato di chi riduce in schiavitù
- Giustizia: processo trattativa Stato-mafia. Calabria: norma su 41 bis era molto generica











