di Giorgia Magni
csi.milano.it, 11 giugno 2019
Ma che giornata a San Vittore! Di preciso quella dello sport, e nel dettaglio la seconda edizione. Quest'anno il successo del 2018 è stato raddoppiato, e oltre al lavoro di Cpia e Csi Milano, si è aggiunto quello importante dell'associazione Quartieri Tranquilli fondata dalla celebre giornalista Lina Sotis e di Decathlon. Un'esplosione di sport che ha coinvolto per la prima volta i detenuti di tutti i reparti, compreso il sesto "protetti". I detenuti del Quinto Raggio hanno mostrato capacità atletiche e attitudini sportive notevoli, portandosi a casa quasi tutte le prime posizioni in ogni disciplina, dal ping pong alla corsa campestre, dal calcio alla pallavolo, dal calcio balilla agli scacchi, presenti questi ultimi ancora con la preziosissima collaborazione dell'associazione Giocando con i Re. Entusiasmo e sorrisi si sono alternati sul podio durante le premiazioni condotte da Giancarlo Bolognino, cardine del Cpia a San Vittore, e presiedute dalle maggiori autorità milanesi e lombarde e da illustri ospiti.
Tra i tanti nomi di richiamo, ricordiamo Fabio Pizzul consigliere regionale, Roberta Guaineri, assessore allo Sport del Comune di Milano, Antonio Cabrini ex calciatore e ora allenatore, e Mario Corso, ex giocatore bandiera dell'Inter. "Come Csi non possiamo che essere soddisfatti per l'ottima riuscita di un evento che ci ha visto fare squadra con altre realtà milanesi, con la scuola interna al carcere, con Decathlon, con la polizia penitenziaria, con gli operatori e la direzione del carcere, ma che soprattutto ci ha visto presenti come Comitato, coinvolgendo arbitri di pallavolo, arbitri di calcio, il gruppo eventi, i volontari e la preziosa logistica - ha spiegato Giorgia Magni responsabile del progetto carcere -. Una menzione speciale vorrei farla ai due consiglieri provinciali Maestri e Meneghini, che hanno presenziato mettendosi a servizio come volontari, e a Laura Spoto referente del gruppo arbitri pallavolo, che ha fatto la stessa cosa per il secondo anno di fila... Quando perseverare è meraviglioso!"
Come citato da Giorgia Magni, anche la Sezione Pallavolo ha partecipato alla manifestazione svolta ieri a San vittore, con ben 14 arbitri. Oltre ad occuparsi dell'arbitraggio, sono scesi in campo formando una squadra (sono giunti 3i nel corso del mini torneo) e svolgendo anche attività di volontariato come supporto agli aspetti organizzativi. Ecco i nominativi: Sirica Domenico, Fellini Gianfranco, Nidasio Gilberto, Paccagnella Gianni, Pierdominici Mariano, Cucuzza Fabio, Anfuso Claudia, Spoto Laura, Losito Emanuela, Pirovano Giorgio, Meneghini Gianluca, Piacenza Marianna Savina, Nidasio Luca, Fuso Nerini Simona.
di Giovanni Gagliardi
La Repubblica, 11 giugno 2019
"Lo stress di stare in prigione non è solo dei detenuti, ma del personale penitenziario. Insegnare la meditazione significa prendersi cura anche di loro, a forte rischio burnout". Il maestro e monaco Zen Dario Doshin Girolami presenta il bilancio dei corsi di mindfulness per il personale penitenziario, in divisa e non, di Lazio, Abruzzo e Molise: oltre 130 persone, che per due mesi, una volta a settimana per quattro ore, in un'aula del Museo criminologico nel cuore di Roma hanno imparato come si medita ("In fondo si tratta di stare seduti fermi e respirare", scherza Girolami) e come ci si può confrontare con le difficoltà e le sofferenze della vita senza rimanerne schiacciati.
Il maestro va subito al cuore del problema, ai 58 agenti in tutta Italia che si sono uccisi dal 2011 ad oggi. "Il problema è non vivere bene il lavoro - spiega Massimo Piacente, ispettore capo del carcere romano di Rebibbia - così a casa rivivi quello che c'è al lavoro, al lavoro quello che c'è a casa, alla fine non sai cosa scatta. Un susseguirsi di emozioni contrastanti e non sei più in grado di staccare la spina". L'obiettivo è saper gestire lo stress del carcere.
"Mi sono resa conto - aggiunge Patrizia De Santis, funzionario giuridico-pedagogico del carcere di Frosinone - che se partiamo da uno stato di rilassamento riusciamo ad avere una mente più aperta e disponibile a dialogo e confronto".
Il maestro Zen non è nuovo all'esperienza in carcere: da dieci anni infatti insegna meditazione ai detenuti di Rebibbia, con risultati "attestati da relazioni mediche", specifica. Nel 2018 i corsi sono stati estesi al personale. "Abbiamo riscontrato una riduzione di ansia e cattivo umore nei partecipanti, insieme a migliori capacità di consapevolezza e auto-accettazione", spiega Antonino Raffone, professore di Psicologia alla Sapienza di Roma, che ha studiato i risultati dei corsi. Aumentare la consapevolezza può anche voler dire essere meno soddisfatti della propria vita e capire quanto può esser fatto per migliorarla.
"La mindfulness ti chiede di indirizzare le energie verso obiettivi realizzabili - precisa Giovanna Testa, funzionario giuridico-pedagogico al carcere di Campobasso - piuttosto che versarle nel pianto vittimistico e impotente che nulla crea e nulla cambia".
di Roberta Barbi
vaticannews.va, 11 giugno 2019
Il cappellano laico che ha accompagnato alla morte oltre 18 condannati in un penitenziario della Florida, negli Stati Uniti, ora gira il mondo per raccontare la sua storia che è diventata anche un libro. La sua testimonianza nel carcere di Rebibbia, in un giorno molto particolare. È una mattina già torrida quando i pesanti portoni del carcere di Rebibbia si aprono per accoglierci con il loro consueto clangore.
Abbiamo l'onore di accompagnare Dale Recinella, il cappellano laico noto in tutti gli Stati Uniti per la sua singolare parabola di vita: dai vertici della finanza, dopo una malattia grave e l'incontro con Gesù ha cambiato vita, e da 20 anni la sua la spende tra quelli a cui lo Stato la sta per togliere, i condannati nel braccio della morte.
Assieme alla moglie, infatti, accompagna verso l'iniezione letale i detenuti nel penitenziario della Florida - dove c'è il braccio della morte più grande degli Usa, circa 350 persone in attesa di esecuzione - e le loro famiglie; inoltre gira il Paese e il mondo per raccontare la sua esperienza e sensibilizzare la gente contro la pena capitale. In questi giorni è arrivato anche qui, per incontrare Papa Francesco... e i detenuti di Rebibbia.
"Il contatto detenuti-famiglie, un diritto della vita" - Arriva a Rebibbia in una mattina particolare: quella in cui si sta festeggiando la festa della mamma: "Abbiamo voluto prolungare il mese mariano, perciò la nostra festa la facciamo oggi", gli spiega l'instancabile direttrice della Casa di reclusione di Rebibbia, Nadia Cersosimo. In effetti nel giardino un po' fatiscente che ci ospita, tra gli alberi scorazzano decine di bambini con il volto dipinto dai colori a dito e le mani che impugnano palloncini a forma di fiore, sotto l'occhio vigile non delle guardie carcerarie, per una volta, ma delle loro mamme. "Anche noi lavoriamo tanto con i familiari perché il contatto del detenuto con i suoi cari fa parte dei diritti della vita", esordisce il cappellano al microfono, e improvvisamente gli si fa intorno un cerchio di una cinquantina di persone, tra detenuti e parenti, curiosi di ascoltare la sua storia.
Con loro anche durante l'esecuzione - "Assisto detenuti come voi da 30 anni, ma ora mi occupo soprattutto di quelli più sfortunati, i condannati a morte - dice - li accompagno fino alla fine, anche se nella stanza dell'esecuzione non mi è permesso entrare. Allora mi sposto dietro al vetro, dove stanno i familiari della vittima e dico loro, in quel momento, di fissarmi negli occhi, almeno l'ultima immagine che vedranno sarà di qualcuno che ha voluto loro bene". A questo punto gli occhi degli ospiti di Rebibbia sono già lucidi; le loro mani non riescono a non stringere quelle delle loro mogli, delle loro mamme e delle loro sorelle, non riescono a lasciare i bambini che tengono in braccio. "Il periodo più duro è quando viene comunicata la data dell'esecuzione - aggiunge Recinella - perché tutti si rendono conto che il tempo che rimane da vivere insieme è poco. Cinque o sei settimane prima, poi, il detenuto viene trasferito in quella che chiamano "casa della morte" e lì resta con me e con i parenti fino alla fine, poi i familiari sono costretti a uscire dal carcere e di solito vanno in chiesa a pregare".
La detenzione: riabilitazione, non vendetta - "Noi lavoriamo anche con chi uscirà", prosegue Dale, e racconta la storia di Kenny, un ragazzo di 19 anni arrestato per una rapina a un benzinaio finita nel sangue. Con molto lavoro sono riusciti a evitargli la condanna a morte, commutata all'ultimo dalla giuria in ergastolo. Pur se in carcere, nel frattempo Kenny ha capito i suoi errori, si è sposato e ora aiuta Dale e la moglie, che lo hanno accolto come un figlio nella loro vita, nell'assistenza agli altri detenuti. A questo punto uno degli ospiti di Rebibbia gli fa una domanda: cosa ne pensa dell'ergastolo ostativo, e lui risponde che purtroppo negli Usa, con 26 Stati in cui è ancora in vigore la pena di morte, è una questione secondaria. Sulla questione, poi, la pensa come Papa Francesco: che dovrebbe essere abolito perché è una pena che toglie la speranza, mentre la detenzione dovrebbe essere sinonimo di riabilitazione, non di vendetta.
Ai detenuti: siate gentili gli uni verso gli altri - Al termine dell'incontro partecipiamo tutti insieme alla benedizione della mamma che è in programma prima di pranzo: il sole ormai è cocente, ma tutti si raccolgono in preghiera prima dei festeggiamenti a tavola. Al congedo ci pensa l'energia della direttrice, che riprendendo le parole di Recinella esorta i detenuti a essere gentili e disponibili gli uni verso gli altri, ad avere attenzioni verso il lor prossimo, perché è questo che Gesù vuole. Lo dice con il tono fermo ma dolce che userebbe una mamma con i propri figli, e in effetti i detenuti sono un po' tutti figli suoi.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 11 giugno 2019
Da israeliana ed ebrea, da oltre quarant'anni Lea Tsevel per lavoro difende i palestinesi nei tribunali. Una vita tra passato e presente raccontata nel documentario "Advocate" diretto da Rachel Leah Jones e Philippe Bellaiche. Avvocata del diavolo, traditrice, difensore dei terroristi. È quello che da 40 anni Lea Tsevel si sente ripetere, lei che per lavoro difende i palestinesi nei tribunali israeliani. Da israeliana ed ebrea.
Una vita straordinaria che il documentario Advocate di Rachel Leah Jones e Philippe Bellaiche ha raccontato: uscito quest'anno si è aggiudicato il primo premio al film festival israeliano DocAviv, sollevando più di una polemica. La ministra della Cultura Miri Regev, falco dell'amministrazione Netanyahu, non ci ha messo molto a infuriarsi: "Nessun effetto speciale può nascondere che il suo lavoro è contro lo Stato di Israele".
Lei si definisce diversamente: una perdente, ma anche un'ostinata ottimista, convinta che il cambiamento sia possibile. Nata nel 1945 ad Haifa, è stata la prima donna a vedere il Muro del Pianto dopo l'occupazione di Gerusalemme est nel 1967: si era arruolata volontaria nella Guerra dei Sei Giorni. Sionista convinta, fino al fortuito incontro con un presidio all'università di Gerusalemme che ha saputo dare risposte alle domande che gli effetti dell'occupazione militare stavano suscitando.
Entra in Matzpen, storico partito della sinistra marxista e antisionista israeliana, e fa innamorare Michel Warschawski, portandolo con sé dentro la joint struggle, la lotta comune. Che per lei ha come campo di battaglia, da quattro decenni, le aule di tribunale: prima accanto alla pioniera Felicia Langer, poi in prima linea. Ha difeso politici, combattenti armati, femministe, leader dell'Olp come Hanan Ashrawi e il segretario del Pflp Ahmad Saadat.Con Lea Tsevel abbiamo parlato in occasione della presentazione di Advocate in Italia, nell'ambito del Biografilm Festival di Bologna.
La sua è una vita lontanissima dall'immagine che si ha della società israeliana e dei suoi sentimenti politici e collettivi. Com'è nata l'idea di raccontarla in un film?
I due registi hanno discusso per anni l'idea. Non è stato strano avere le telecamere intorno, molti dei casi che seguo sono aperti alla stampa. Ho semplicemente continuato a vivere la mia vita.
Il film intreccia passato e presente: la sua adesione come volontaria all'esercito nel 1967, l'incontro con Matzpem, i casi politici più eclatanti dagli anni Settanta in poi. Il tutto sullo sfondo di due casi recenti: il tredicenne Ahmad e la giovane mamma Israa, due palestinesi condannati per tentato omicidio...
È stato un caso quello di concentrare l'attenzione su Ahmad e Israa, sono stata la loro avvocata nel periodo delle riprese. I due registi avevano in mano molto più girato, anche casi civili che sono gran parte del mio lavoro: attivisti israeliani, ricongiugimenti familiari di palestinesi, demolizioni di case. Si sono concentrati su Ahmad e Israa, in qualche modo esemplari della giustizia israeliana. Un sistema doppio che dice una cosa: il re è nudo. Questa realtà va svelata, continuamente. Non so dire quando saremo in grado di cambiare questo sistema, ma è necessario tentare. È questo alla fine il mio lavoro, continuare a farlo nonostante le sconfitte.
Se gli altri la chiamano l'avvocata del diavolo, lei si definisce "un'ottimista". E dopo la sentenza, durissima, emessa contro Ahmad si definisce "avvocata perdente". Alla luce di ciò, ne è valsa la pena?
Ne è valsa la pena. E poteva andare peggio. Penso sia importante esserci, essere presente in questo divenire. Il sistema giudiziario è un'altra faccia dell'occupazione che i palestinesi subiscono. E come israeliana non posso evitarla. Ricordo quando scoppiò il caso della Birzeit University, io ero a Londra. E pensai: devo tornare a casa. È importante esserne parte per mostrare anche questo lato dell'occupazione e cercare di cambiarlo, ancora e ancora. Guardandola da una prospettiva storica, sì, sono una perdente. Gli attivisti di sinistra sono perdenti. Chi combatte l'occupazione è un perdente. Finora. Temporaneamente. La situazione non può durare così, dovrà cambiare per forza.
Il film inizia con una sua intervista alla tv israeliana. È il 1999 e lei dice: "Io sono il futuro". Venti anni dopo lo pensa ancora?
Lo penso ancora per il semplice fatto che non vedo altra soluzione se vogliamo vivere qui, crescere i nostri figli qui: uguaglianza e diritti per tutti. Non voglio essere parte di un regime di apartheid. Guardate cosa accade ogni giorno a Gaza e i motivi per cui accade: Gaza è un isola di rifugiati, rifugiati dagli stessi luoghi a cui danno fuoco oggi con i palloncini incendiari. Quella è la loro terra, i loro campi. Il riconoscimento di questa realtà è la soluzione. Per questo dico: io sono il futuro.
Il suo è un linguaggio profondamente diverso da quello dell'opinione pubblica isreliana, genericamente intesa. Quella che nel film compare sotto forma di avvocati dell'accusa, giudici, giornalisti, contestatori: loro dicono terrorismo, lei dice resistenza all'occupazione. Quanto è importante nel suo lavoro restare coerenti con una narrativa?
L'esistenza di due narrative appare anche nelle aule di tribunale. Nel mio lavoro ho a che fare con definizioni come Giudea e Samaria, invece di Territori Occupati, con terrorismo, tradimento, minaccia alla sicurezza. Una pratica quotidiana che si traduce in quotidiana sofferenza e quotidiana oppressione. Nel film non compare ma buona parte del mio lavoro è civile: ricongiungimenti familiari, diritto dei bambini a ottenere la residenza, confisca di terre. Tra i casi che seguo ci sono quelli di cittadini stranieri che sposano palestinesi della Cisgiordania e che non possono lavorare né restare a lungo: Israele cerca di privare i palestinesi di qualsiasi tipo di contatto con l'esterno. Noi siamo quelli che cercano di impedirglielo perché siamo quelli, da israeliani, che hanno la possibilità di farlo.
Eppure questo film ha vinto il primo premio al film festival israeliano DocAviv..
Sorprendente. Però circa 100 famiglie di vittime israeliane del terrorismo hanno firmato una petizione al ministero della cultura perché ritirasse il premio. Un altro gruppo di famiglie, sia palestinesi che israeliane, anche queste di vittime di atti terroristici, ha reagito in direzione opposta: questo film va visto. Il documentario ha sollevato un grande dibattito.
Si sente parte della società israeliana?
Me ne sento parte, per la mia storia, la mia personalità. Quello che dico e faccio lo dico e faccio in quanto israeliana...
Un'israeliana impegnata nella joint struggle, la lotta comune di israeliani e palestinesi. Da israeliana, con il suo bagaglio di privilegi e diritti, come vive l'occupazione?
Non faccio il mio lavoro per i "poveri" palestinesi, lo faccio per me e per noi, perché mi sia possibile vivere qui in futuro, nel posto che amo. Sembra uno slogan ma è questo che sento. Non sto facendo un favore ai palestinesi, non sto facendo la carità. La mia esistenza dipende da questo.
Quanto questa lotta ha avuto effetti sulla sua vita personale e sulla sua famiglia?
Moltissimo, ancora oggi. Ma non potrei né saprei vivere diversamente. Penso all'Olocausto, continuamente, e a quello che ha vissuto la mia famiglia in Polonia, a quella parte della mia famiglia che è scomparsa. Di fronte a ciò, è chiaro per me che l'unica cosa da fare è alzarsi in piedi e parlare. A qualsiasi prezzo. Noi come israeliani non paghiamo questo prezzo. È vero, minacce vengono mosse anche verso di me, ma resto sempre un'ebrea con i miei privilegi.
Ci sono casi in cui invece è riuscita a vincere?
All'interno delle politiche esistenti sì, a volte vinco. Ma nel modificare questo sistema di politiche, no, seppure sia questo il mio obiettivo. È quello che tentiamo di fare con altri avvocati e organizzazioni, un'unica rete con uno scopo comune.
laprovinciadifermo.com, 11 giugno 2019
Un'esperienza tecnica ma anche umana. "È fondamentale portare avanti attività di questo tipo, progettualità possibili soprattutto grazie alle competenze dei professionisti coinvolti" ribadisce la vicepresidente del Cantiere, Stella Alfieri. La musica non si può fermare, non ci sono muri e non cci sono sbarre capaci di fermare le note. E così, fosse anche per un'ora, anche in carcere i novelli musicisti si sentono liberi. Il Cantiere Musicale di Porto San Giorgio ha chiuso il terzo anno di lezioni grazie al sostegno della Fondazione Caritas in Veritatae.
Chitarra e pianoforte tra le mani di chi sta scontando la propria colpa. "Partendo da brani a loro noti - spiega l'insegnante Coccia - si è riusciti a stimolare un interesse costante per tutta la durata del corso, che ha permesso loro di apprendere le nozioni base della musica e degli strumenti, riuscendo anche ad eseguire alcuni brani in piccoli gruppi da tre o quattro persone".
Un'esperienza tecnica ma anche umana. "È fondamentale portare avanti attività di questo tipo, progettualità possibili soprattutto grazie alle competenze dei professionisti coinvolti" ribadisce la vicepresidente del Cantiere, Stella Alfieri. Fondamentale la collaborazione della direttrice Eleonora Consoli, del dottor Nicola Arbusti e dell'operatrice Lucia Tarquini. "Chiudiamo questo ciclo di lezioni non senza emozione, consapevoli di essere riusciti a comunicare grazie ad un mezzo potente come la musica, ma soprattutto di aver vissuto un'esperienza di grande impatto umano" conclude la Alfieri.
di Chiara Baldi
La Stampa, 11 giugno 2019
Presentato Palazzo Marino il rapporto di "Vox" che analizza il linguaggio sul web. Silvia Brena: "Pesante sul linguaggio l'impatto della politica". Una fotografia del clima che si respira in Italia attraverso l'analisi dei tweet fatti tra marzo e maggio 2019, in piena campagna elettorale per le Europee.
E da cui emerge "l'impatto che il linguaggio e le narrative della politica hanno sulla diffusione e la viralizzazione dei discorsi d'odio" e anche "il ruolo dei social media, che sono la corsia preferenziale di incitamento all'intolleranza e al disprezzo nei confronti di gruppi minoritari o socialmente più deboli", spiega Silvia Brena, cofondatrice di Vox, l'Osservatorio Italiano dei Diritti che questa mattina a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, ha presentato la quarta edizione della "Mappa dell'Intolleranza", elaborata insieme all'Università Statale di Milano, la Sapienza di Roma, l'Università di Bari e il dipartimento di sociologia dell'Università Cattolica di Milano. E dai dati emerge un paese sempre più incattivito, in cui l'odio contro i migranti è salito del 15,1 per cento, rispetto al 2018, e sul totale dei cinguettii che hanno come oggetto i migranti quelli di odio sono il 66,7 per cento. Sul totale di cinguettii negativi, quelli contro i migranti sono il 32 per cento: vale a dire, spiegano i curatori del rapporto, che "un hater su tre si scatena contro "lo straniero"".
E rispetto al 2018 torna l'odio anche verso gli ebrei, che lo scorso anno era "quasi inesistente": nel 2019 è cresciuto del 6,4 per cento, per cui su un totale di 19.952 tweet relativi agli ebrei, quasi 15.200 erano negativi. Interessante il dato della geolocalizzazione (cioè da dove il tweet viene inviato), da cui emerge che le città più intolleranti verso le persone di religione ebraica sono soprattutto a Roma e Milano.
C'è poi un'altra categoria a cui buona parte dell'odio online viene indirizzato: i musulmani, che hanno visto una impennata di quasi il 7 per cento di tweet intolleranti nei loro confronti. E ovviamente anche le donne rientrano nella classifica tra le categorie più odiate online con un aumento dell'1,7 per cento rispetto allo scorso anno sebbene siano più colpite quando sono in tandem con gli omosessuali.
Che invece registrano un dato positivo: i tweet intolleranti verso di loro scendo del 4,2 per cento. In questo caso, la maggior parte dei cinguettii negativi verso gay e lesbiche arrivano da Milano (con 4083 tweet negativi su un totale di 5719) e Roma (con 18.284 cinguettii raccolti in totale di cui negativi sono 12.826). Secondo i curatori della mappa, il motivo del calo di messaggi negativi verso omosessuali dipende anche dalla presenza della Legge Cirinnà che ha reso gli omosessuali non più una minoranza nel paese.
Per Amnesty International, che sta analizzando i profili dei personaggi politici, "c'è una correlazione tra l'odio sui social network e i messaggi della politica". Un'analisi che mette d'accordo anche Marilisa D'Amico, cofondatrice di Vox e professoressa di diritto costituzionale alla Statale di Milano, che spiega: "Questa correlazione non solo crea un clima culturale ostile al "diverso" ma legittima anche la diffusione di discorsi d'odio lesivi dei principi di uguaglianza e solidarietà a cui è ispirata la nostra Costituzione". E in questo senso è cambiato anche il profilo dell'hater che, per Vittorio Lingiardi, professore di psicologia dinamica alla Sapienza di Roma, "oggi non è più l'anonimo leone da tastiera, ma uno che vuole farsi riconoscere perché si sente legittimato".
di Brunella Giovara
La Repubblica, 11 giugno 2019
"Sono terrorizzato, mi hanno picchiato senza un motivo, non pensavo potessero farmi questo". Malmenato dai leghisti, e anche preso in giro dal ministro leghista, che in quel momento stava facendo un comizio nei giardini pubblici di piazza Roma, a Cremona.
È successo la sera dello scorso 3 giugno, Matteo Salvini era in città per sostenere il candidato del centrodestra al ballottaggio, che peraltro ha perso. Un giovane di 25 anni ha alzato una sciarpa su cui aveva scritto "Ama il prossimo tuo", frase evangelica che ha però irritato parecchio i fan leghisti, che hanno cominciato a strattonarlo cercando di strappargli la sciarpa e coprendolo di insulti.
Poi calci e ceffoni, lui si è rannicchiato su se stesso per difendersi, e a quel punto sono intervenuti tre agenti della polizia municipale - fuori servizio e in borghese - che hanno gridato "Alt, fermi tutti!", e hanno interrotto l'aggressione. Quindi l'hanno accompagnato al presidio della polizia locale e l'hanno identificato. Non hanno però rintracciato gli aggressori, che nella confusione del momento si sono mescolati tra la gente.
Il ministro non ha interrotto il comizio, anzi ha commentato in diretta: "Lasciatelo da solo, poverino, fate un applauso a un comunista che c'è, se non c'è un comunista ai giardinetti noi non ci divertiamo. E mi fanno simpatia quelli che nel 2019 vanno in giro con la bandiera rossa con la falce e il martello", che secondo lui dovrebbero finire "al museo della Scienza e della tecnica di Milano, come i dinosauri", frase che gli è particolarmente cara, visto che l'ha ripetuta più volte in campagna elettorale, ogni volta che qualcuno lo contestava.
Ieri Pippo Civati di Possibile ha denunciato il fatto e rilanciato un piccolo video in cui si vedono alcuni momenti dell'aggressione, e si sente in sottofondo la voce del ministro: "Salvini infanga le istituzioni e la Costituzione. Si dimetta".
La Tavola della Pace Cremona (che comprende Acli, Anpi, Arci Libera, Pax Christi e moltissime altre associazioni) ha condannato l'aggressione: "Il tempestivo intervento delle forze dell'ordine ha evitato il peggio e fermato il pestaggio. Solo a incidente avvenuto, il leader della Lega Salvini ha sminuito e distorto il senso invitando i suoi sostenitori a lasciar perdere il comunista di turno che gli farebbe tanta compassione.
Con i fari del palco puntati sugli occhi, Salvini ha preferito scambiare la scritta evangelica "Ama il prossimo tuo" con la protesta di un comunista immaginario, più funzionale alla sua linea di propaganda".
Gianluca Galimberti, sindaco del centrosinistra, riconfermato: "Bisogna smettere di usare parole che dividono, perché le parole d'odio generano violenza e insicurezza. Il clima è sbagliato, non si può continuare a soffiare sul fuoco, individuando nemici, e alla fine il nemico diventa un ragazzo che al massimo manifestava un pensiero divergente, e comunque pacifico".
L'aggredito era stato subito visitato dal personale di un'ambulanza del 118 presente nei giardini di piazza Roma, e gli erano state riscontrate alcune contusioni. La questura di Cremona ha aperto un'indagine sui fatti, lui ha 90 giorni di tempo per denunciare le lesioni subite. Per quel che se ne sa, non è un appartenente ai centri sociali, che peraltro quella sera erano tenuti molto alla larga dalla piazza Roma, e ogni volta che si presentavano agli ingressi sorvegliati dalle forze dell'ordine venivano prontamente respinti.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 11 giugno 2019
Verrebbe da dire: quali tempi sono questi quando citare il Vangelo - e il concetto fondativo del messaggio cristiano: ama il prossimo tuo come te stesso - può determinare la reazione furiosa di ultras del ministro dell'Interno.
E, tuttavia, si devono mantenere i nervi saldi, dal momento che in Italia la libertà di culto non è in pericolo (per la confessione di maggioranza, mentre per quelle minoritarie alcuni rischi si manifestano); e la libertà di pensiero e di espressione è mediamente garantita. Detto questo, si deve pur notare che sono sempre più numerose le insidie portate alla piena agibilità politica e alla regolarità della discussione pubblica.
Ma, prima ancora, va considerata la catastrofe culturale in corso, della quale già oggi si colgono i primi segnali. Fino a che limite si è gonfiato il sentimento di rivalsa sociale, oscillante tra il registro della stizza quotidiana e quello dell'odio politico, se si arriva a interpretare il messaggio più "innocente" come un'aggressione alla propria identità di partito?
Una prima risposta è che quelle parole sono, in realtà, tutt'altro che innocue, proprio perché ribaltano un senso comune che si alimenta di forme di relazione basate sulla nemicità: ovvero una pulsione ostile indirizzata verso il vicino di casa, così come verso l'avversario politico. Della frase evangelica la parola più sovversiva e scandalosa è forse quel "prossimo". Ciò perché, in questa fase della storia nazionale, una spietata battaglia culturale e politica viene combattuta esattamente sulle categorie di vicino e lontano. In estrema sintesi, il sovranismo riassume l'identità del qui ed ora, del locale, del simile.
È l'autogoverno del proprio territorio e della propria gente, tutto ripiegato e concentrato sul presente: non a caso questa ideologia diffida dell'ambientalismo, in quanto proiettato sul futuro (del pianeta e delle generazioni). Il nemico è il lontano: una volta era "Roma ladrona", oggi lo sono l'Europa, gli organismi sovranazionali e le convenzioni e le organizzazioni internazionali. Nemiche sono tutte le teorie, le dottrine, le religioni che intendono avvicinare l'altro e il distante, fino a farli diventare "prossimo tuo" da amare come te stesso. Sotto questo profilo, per quanto sembri incredibile, i commissari europei possono essere detestati e disprezzati quanto i richiedenti asilo provenienti dall'Afghanistan e i migranti in fuga dalla Libia.
Ecco perché quel richiamo al Vangelo può essere interpretato da alcuni (molti?) come un'accusa politica, e per certi versi lo è sul serio: tant'è vero che, dal palco del comizio, Matteo Salvini ha dileggiato come comunista il giovane cattolico. Non dico che questo sia stato il ragionamento lucido di quanti a Cremona e in molte altre città hanno aggredito i contestatori di Salvini e gli espositori di striscioni, ma in tutti probabilmente è scattata l'associazione mentale tra dissenziente (pacifico e isolato) e nemico.
È così che si può perdere, giorno dopo giorno, "un lembo di libertà" (come ha scritto questo giornale presentando venerdì scorso la Festa di "Repubblica"). Per difenderli e riconquistarli, quei centimetri di libertà, si può ricorrere al titolo di un libro, pubblicato qualche anno fa da Marino Sinibaldi: "Un millimetro più in là".
È un'indicazione di metodo e di lavoro: procedere con passi pazienti, sul tempo lungo, in particolare nei luoghi della formazione e della cultura di massa, per una resistenza (con la "r" rigorosamente minuscola, mi raccomando) adeguata a questa fase certamente fosca, ma non disperata.
L'episodio di Cremona, infatti, può essere letto in modo rovesciato: un giovane ritiene necessario manifestare in qualche modo il suo dissenso. Come già fece quella signora che, in un vagone della circumvesuviana, apostrofò un teppista che vessava uno straniero: "tu non sei razzista, sei stronzo"; e come l'adolescente di Casal Bruciato, Simone, che tenne testa al militante di Casa Pound.
E come migliaia di altre persone che fanno altrettanto, senza che le loro azioni diventino pubbliche. Insomma, l'Italia non è un Paese razzista e la sua democrazia è solida: c'è, ed è potente, un'offensiva degli intolleranti e degli illiberali. Ma c'è anche un'Italia smarrita e inquieta e, tuttavia, vitale, attiva e accogliente. Credo che sia, nonostante tutto, maggioranza. Il problema, il grande problema, è come tradurre tutto ciò in politica.
di Iacopo Scaramuzzi
La Stampa, 11 giugno 2019
Critica di Francesco durante l'udienza alla Roaco: "L'ira di Dio si scatenerà con chi parla di pace e vende armi". L'annuncio: "Voglio andare in Iraq l'anno prossimo". Papa Francesco intende andare in Iraq "il prossimo anno": lo ha detto egli stesso, ricevendo i partecipanti alla Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali (Roaco), ai quali ha ricordato: "Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell'Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini".
Una "ipocrisia" sulla quale si è soffermato anche quando, parlando della guerra in Siria, ha scandito: "Tante volte penso all'ira di Dio che si scatenerà con quelli responsabili dei paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre: questa è ipocrisia, è un peccato".
"Un pensiero insistente mi accompagna pensando all'Iraq, dove ho la volontà di andare il prossimo anno - ha detto il Papa - perché possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della società, e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali".
L'idea di un viaggio del Pontefice in Iraq non è nuova, ma è sempre stata rinviata perché sia dal punto di vista politico che della sicurezza non era possibile, come ha detto ancora la Santa Sede a gennaio scorso. Francesco stesso, a febbraio del 2018, aveva detto: "Ci stiamo pensando ma le condizioni attualmente non lo permettono".
Con i partecipanti alla 92esima assemblea plenaria della Roaco, il Papa ha fatto un giro di orizzonte delle questioni che riguardano il Medio Oriente. "In questi giorni, gli interventi dei Rappresentanti Pontifici di alcuni Paesi, come anche dei relatori che sono stati scelti, vi aiuteranno a mettervi in ascolto del grido di molti che in questi anni sono stati derubati della speranza", ha detto il Pontefice argentino: "Penso con tristezza, ancora una volta, al dramma della Siria e alle dense nubi che sembrano riaddensarsi su di essa in alcune aree ancora instabili e ove il rischio di una ancora maggiore crisi umanitaria rimane alto.
Quelli che non hanno cibo, quelli che non hanno cure mediche, che non hanno scuola, gli orfani, i feriti e le vedove levano in alto le loro voci. Se sono insensibili i cuori degli uomini, non lo è quello di Dio, ferito dall'odio e dalla violenza che si può scatenare tra le sue creature, sempre capace di commuoversi e prendersi cura di loro con la tenerezza e la forza di un padre che protegge e che guida. Ma anche - ha aggiunto - tante volte penso all'ira di Dio che si scatenerà con quelli responsabili dei paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre: questa è ipocrisia, è un peccato".
"Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell'Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini", ha detto ancora il Papa. "Questa è l'ipocrisia della quale ho parlato. Siamo qui consapevoli che il grido di Abele sale fino a Dio, come ricordavamo proprio a Bari un anno fa, pregando insieme per i nostri fedeli in Medio Oriente".
Nella meditazione introduttiva alla giornata di preghiera e dialogo con i Patriarchi del Medio Oriente, lo scorso 7 luglio a Bari, il Papa aveva detto: "Sia pace: è il grido dei tanti Abele di oggi che sale al trono di Dio.
Per loro non possiamo più permetterci, in Medio Oriente come ovunque nel mondo, di dire: "Sono forse io il custode di mio fratello?" (Gen 4,9). L'indifferenza uccide, e noi vogliamo essere voce che contrasta l'omicidio dell'indifferenza. Vogliamo dare voce a chi non ha voce, a chi può solo inghiottire lacrime, perché il Medio Oriente oggi piange, oggi soffre e tace, mentre altri lo calpestano in cerca di potere e ricchezze. Per i piccoli, i semplici, i feriti, per loro dalla cui parte sta Dio, noi imploriamo: sia pace!".
Alla Roaco il Papa ha ricordato, stamane, anche l'Ucarina, "perché possa trovare pace la sua popolazione, le cui ferite provocate dal conflitto ho cercato di lenire con l'iniziativa caritativa alla quale molte realtà ecclesiali hanno contribuito". In Terra Santa, ha detto ancora Francesco, "auspico che il recente annuncio di una seconda fase di studio dei restauri del Santo Sepolcro, che vede fianco a fianco le comunità cristiane dello Status quo, si accompagni agli sforzi sinceri di tutti gli attori locali ed internazionali perché giunga presto una pacifica convivenza nel rispetto di tutti coloro che abitano quella Terra, segno per tutti della benedizione del Signore".
Il Papa non ha mancato di ricordare le "voci di speranza e consolazione" che vi sono in Medio Oriente, in particolare dei giovani: "Quest'anno, i giovani dell'Etiopia e dell'Eritrea - dopo la tanto sospirata pace tra i due Paesi - abbandonando le armi sentono vere le parole del Salmo: "Hai mutato il mio lamento in danza". Sono certo - ha detto - che i giovani sentono forte il richiamo a quella fraternità sincera e rispettosa di ciascuno, che abbiamo richiamato con il Documento sottoscritto ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Ahzar.
Aiutatemi a farlo conoscere e a diffondere quella alleanza buona per il futuro dell'umanità in esso contenuto. E impegniamoci tutti a preservare quelle realtà che ne vivono il messaggio già da anni, con un particolare pensiero alle istituzioni formative, scuole e università, tanto preziose specie in Libano e in tutto il Medio Oriente, laboratori autentici di convivenza e palestre di umanità a cui tutti possano facilmente accedere".
La Repubblica, 11 giugno 2019
Le testate Kommersant, Vedomosti e Rbk denunciano il trattamento intimidatorio nei confronti del giornalista di Meduza arrestato con l'accusa di spaccio pubblicando la stessa prima pagina: "Io/noi siamo Ivan Golunov". I tre principali quotidiani economici russi (Kommersant, Vedomosti e Rbk) si sono opposti all'arresto del giornalista 36enne di Meduza, Ivan Golunov, accusato di tentato traffico di stupefacenti. Le tre importanti testate nazionali hanno pubblicato oggi la stessa prima pagina, con la scritta a caratteri cubitali "Io/noi siamo Ivan Golunov".
A loro parere l'arresto è un atto di intimidazione contro le libertà russe e un'indebita interferenza nelle attività giornalistiche. I quotidiani hanno chiesto un'indagine sugli agenti che hanno proceduto all'arresto. Il più rinomato tossicologo russo, Evgenij Brjun, ha affermato domenica alla televisione di Stato che l'analisi di un campione di urina di Golunov non ha evidenziato tracce di droghe.
Ivan Golunov è agli arresti domiciliari e rischia dai 10 ai 20 anni di carcere. Il reporter ha condotto delle inchieste sulla corruzione a Mosca. Le proteste per il suo fermo stanno coinvolgendo oltre ai media anche l'opinione pubblica e alcune personalità dello spettacolo come la scrittrice Ljudmila Ulitskaja, il rapper Oxxxymiron e il regista Andreij Zuyagintsev. Critiche alla gestione del caso sono arrivate anche dal canale televisivo Ntv, solitamente allineato con il Cremlino. Migliaia di persone sono attese il 12 giugno a Mosca, giorno della Festa della Russia, per protestare contro l'arresto del giornalista: la marcia di protesta, che passerà di fronte alla sede della Fsb (Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa) e al Ministero degli affari interni, non è stata autorizzata dal governo.
Il Cremlino ha ammesso che ci sono "dubbi" sull'arresto del reporter: "Stiamo monitorando attentamente come si sta sviluppando questo caso", ha detto il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, Dmitrij Peskov. "Questo caso concreto ha scatenato un gran numero di domande. Ci sono questioni da chiarire".
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