di Marco Galvani
Il Giorno, 23 febbraio 2015
"La chiusura del Reparto detentivo femminile per il momento è un progetto al vaglio del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria". La direttrice della Casa circondariale di via Sanquirico, Maria Pitaniello, mette i puntini sul piano che, sulla carta, dovrebbe portare al progressivo trasferimento delle detenute attualmente recluse a Monza, al completo restauro delle celle e alla riconversione del Femminile in una sezione maschile a regime attenuato con celle che sono più delle stanze di una pensione e doccia privata.
Una sezione destinata a ospitare detenuti impiegati tutto il giorno in lavori all'interno della casa circondariale che rientreranno nelle celle soltanto la sera per dormire. "I lavori al tetto (dopo i pesanti problemi di infiltrazioni che un anno fa avevano costretto alla chiusura di una delle due sezioni, ndr) sono finiti e presto verrà avviata la bonifica degli impianti - continua la direttrice.
L'obiettivo è di arrivare ad avere una sezione moderna", adeguata agli standard di abitabilità. Ci saranno stanze più grandi e, se le risorse lo consentiranno, ognuna avrà la propria doccia, a differenza del detentivo maschile dove ne è presente una comune con più box per ciascuna sezione.
Un progetto che si potrà concretizzare una volta che arriverà il via libera del Dipartimento e quando saranno ultimati gli interventi di ristrutturazione. Un riammodernamento e una riorganizzazione con cui il carcere monzese prosegue sulla strada che ha già portato all'attivazione della sorveglianza dinamica in quattro sezioni.
Un sistema a "regime aperto" dove i detenuti a media e bassa pericolosità (esclusi i reparti di osservazione, dell'Alta sicurezza, dei protetti e dell'infermeria) vengono controllati da un gruppo di agenti di polizia penitenziaria in pattuglia nelle varie aree del detentivo e, in remoto, 24 ore su 24 con il sistema di videosorveglianza. Novità che si aggiungono al programma di potenziamento delle attività lavorative, sportive, culturali, didattiche e ricreative: dal laboratorio di vetreria con la ditta Paci di Seregno all'assemblaggio di filtri d'acqua con la coop San Giuseppe, dall'assemblaggio di giochi e piccoli elettrodomestici con la cooperativa Opportunity alle attività avviate dalla Cooperativa sociale 2000 come la falegnameria e lo storico servizio di lavanderia, primo esempio in Italia a occuparsi anche della biancheria personale dei detenuti.
E ancora il laboratorio teatrale, quello di arte-terapia e di ascolto musicale, le attività sportive (calcio e rugby). mentre nelle ultime settimane un paio di detenuti hanno iniziato tre mesi di tirocinio al Parco grazie alla collaborazione del carcere con il Consorzio Parco e Villa: si stanno occupando della manutenzione del verde, della raccolta delle foglie e della sistemazione dei vialetti. Un'occasione per imparare un mestiere con un lavoro di pubblica utilità.
Libertà, 23 febbraio 2015
Il carcere sta attivando percorsi di recupero dei detenuti, e non pochi È questo il punto sul quale si sofferma un ampio intervento della direttrice della Casa circondariale, Caterina Zurlo, inviato a Libertà dopo l'intervista rilasciata dal Garante dei detenuti, Romano Gromi.
Anzitutto la direttrice vuol "rassicurare in primis la cittadinanza, e poi anche il Garante dei diritti delle persone private della libertà, che il dettato normativo relativo alle finalità della pena e della carcerazione, che sta nella stessa Costituzione prima ancora che nella Legge, è assolutamente nella testa e nel cuore degli operatori penitenziari".
E prosegue: "se mai si verificasse qualche disagio, non è senz'altro per impostazione culturale, ma per carenza di strumenti, per disposizioni che si eseguono, per situazioni di inopportunità che vanno sanate".
Zurlo elenca poi nella nota per tranquillità di chi ha a cuore le vicende carcerarie, che nella Casa circondariale di Piacenza sono stati attivati: "Un corso di teatro, uno di legatoria, uno di coltivazione di erbe officinali che porterà alla produzione di the, tisane, miele alle erbe, grazie al felice incontro con altra esperienza, attiva da anni, di produzione di miele all'interno, e sta per prendere piede anche un corso di produzione di pasta fresca che porterà il marchio del carcere".
Si sta concludendo, sottolinea ancora Zurlo, un corso di formazione per piastrellisti, tenuto dalla Scuola Edile e grazie al contributo del Comune, "che ha reso possibile il ripristino del locale palestra, prima assai vetusto e oggi rinnovato, e ha permesso di dare professionalità a un gruppo di detenuti, da spendere all'interno oltre che nella vita".
Non è tutto: "È appena il caso di ricordare che nel carcere sono attivi corsi di scuola elementare, media e superiore condotti dagli istituti Calvino e Raineri Marcora - scrive Zurlo - mentre è davvero opportuno segnalare che l'ultimo istituto citato cura un giornale interno, che dà voce ai detenuti e che è anche stato destinatario di premi".
Tra i progetti in vista: "incontri con Scuola e Università al fine di mettere a punto progetti di interazione con i detenuti e cicli di seminari. Tutte esperienze a cui si tiene moltissimo e che si ritiene ricadano nel concetto di rieducazione e socializzazione che il Garante sostiene invece mancare all'interno del carcere". Zurlo non si sofferma invece, se non brevemente, sulla sospensione della testata Sosta Forzata, aveva già dichiarato a Libertà le sopravvenute "difficoltà di approccio e di relazione con la direzione della rivista". In quanto al "dialogo tra uomini liberi e uomini ristretti, nelle forme corrette, si vuole e si ricerca sempre", conclude.
Il Sole 24 Ore, 23 febbraio 2015
E stata una delle dieci cooperative sociali che il 15 gennaio scorso hanno perso la gestione del servizio della mensa carceraria, ma non chiuderà come successo ad altre. Anzi, è pronta a investire in nuovi settori: stiamo parlando della coop "Sprigioniamo sapori", partner di "La città solidale", consorzio aderente al gruppo cooperativo Cgm e presente nel penitenziario di Ragusa da più di un decennio.
Con 160 mila euro dì fatturato per le attività collaterali alla distribuzione dei pasti (di cui 80mila per il servizio di catering all'esterno) "siamo pronti a rimboccarci le maniche e a ripartire dopo 1o stop al servizio mensa", come spiega Aurelio Guccione, presidente di "Sprigioniamo sapori". L'organizzazione è nata ufficialmente nel 2013 (sulla scia dì un progetto di formazione culinaria finanziato dal Fondo sociale europeo) con laboratori di produzione di torroni e altri prodotti dolciari, che oggi vengono venduti su tutto il territorio nazionale.
"Ora sono rimasti tre ide-tenuti dipendenti in pasticceria - sottolinea Guccione, un'attività che fin dall'inizio ha camminato con le proprie gambe e che ora dovremo necessariamente ampliare, per esempio puntando anche sulle creme spalmabili, che finora non avevamo trattato".
Nelle varie lavorazioni legate alla produzione di dolci la coop utilizza materie prime provenienti dal l'agricoltura biologica e, quando possibile, a chilometro zero, che entrano in carcere per essere lavorate nei locali della pasticceria (separati dalle cucine, dove vengono preparati i pasti per i detenuti ).
"Le conseguenze dello stop sono state inevitabilmente negative - sottolinea il presidente di "Sprigioniamo sapori", ma il Dap si è comunque messo a disposizione per ogni necessità logistica relativa alle nostre attività", mentre, anche dal punto di vista del finanziamento di nuovi progetti, farà da tramite tra le imprese sociali e la Cassa delle ammende, l'ente preposto a erogare contributi per quei progetti assimilabili a una start up che nel giro di un certo periodo di tempo si rendano auto-sostenibili.
Sprigioniamo sapori ha già in mente i progetti per cui chiedere i finanziamenti: "Oltre all'ampliamento delle lavorazioni di pasticceria - spiega Guccione, vogliamo attivare un percorso imprenditoriale dì falegnameria e un servizio di manutenzione di una masseria che abbiamo a disposizione".
di Valentina Montisci
www.globalist.it, 23 febbraio 2015
Dentro e fuori. Alla ricerca di un rapporto tra mondi separati dalle sbarre, verrebbe da dire. Ma non solo, un guardare dentro l'umanità, le domande, il percorso di ognuno di noi. Dentro o fuori. Guardandoci dritti negli occhi, senza differenze, perché facciamo tutti parte di questo dentro/fuori della vita.
È questo il tema (lavoro e detenzione in carcere) del convegno nazionale "Guardiamoci dentro" organizzato dalla Compagnia di San Paolo e dall'Ufficio Pio della Compagnia. Un appuntamento di due giorni: mercoledì 25 e giovedì 26 febbraio, sotto l'alto Patronato della presidenza della Repubblica e il patrocinio ministero della Giustizia, Regione Piemonte, comune di Torino, università di Torino, camera di commercio di Torino che sarà ospitato tra il campus universitario e Teatro Regio.
A curare l'evento, dal punto di vista artistico e della comunicazione, sarà l'associazione culturale Sapori Reclusi che da anni si occupa di progetti di sensibilizzazione sociale con particolare riferimento al mondo del carcere.
L'obiettivo è la creazione di un dialogo tra questo "dentro" e il "fuori", un canale di collegamento per raccontare, con il lavoro, l'arte, lo sport le aspirazioni dei detenuti per far in modo che il loro lavoro non sia legato esclusivamente a un successo economico ma che effettivamente ci sia fiducia e interazione, insomma uno scambio reciproco che porti a una restituzione sociale è solo una delle componenti del percorso di riabilitazione, o meglio di responsabilizzazione, delle persone detenute. Ci aiuta a capire questa iniziativa Manuela Iannetti, di Sapori Reclusi.
C'è un filo conduttore comune degli allestimenti?
"Sì, quello di comunicare il senso di permeabilità tra il "Dentro" e il "Fuori". L'idea di realizzare dei materiali espositivi che mettano in mostra volti e pensieri nasce proprio dal titolo del convegno "Guardiamoci Dentro", che assume negli allestimenti un senso più ampio. Guardiamo dentro le carceri e dentro di noi, perché siamo tutti parte di una stessa società. E nel farlo, guardiamo dei volti ritratti che volutamente ci osservano, in uno scambio biunivoco di attenzione in cui ciascuno ricorda all'altro le proprie istanze di umanità. E non solo ci osservano dall'alto delle gradinate dell'atrio centrale del campus, ma ci osservano dal pavimento. Il filo conduttore del percorso viene tracciato fisicamente proprio a partire dai passi che muoviamo per camminare: cerchi di diversa grandezza di uomini e donne ci guardano anche sul pavimento, le loro voci sono racchiuse in cerchi che come negli stagni o nei giardini giapponesi ci invitano ad osservare, senza calpestare. Nei cerchi, si legge una doppia frase; quella del detenuto, e una frase in contro-carattere rosso, che spesso definisce un senso diverso, positivo. Anche qui, nei pensieri, il contenuto supera la forma.
Al Campus il filo conduttore è più legato alla sensibilizzazione: non ci sono oggetti esposti, solo volti e pensieri che riguardano l'importanza del lavoro, del contatto, della speranza in un tempo pieno e occupato.
Al Regio l'allestimento è più complesso e si snoda nel foyer per arrivare in una sezione definita dove oltre ai volti nei cerchi troviamo specchiere alte due o tre metri con scatti che descrivono simbolicamente la vita in carcere. Il gioco degli specchi contribuisce a creare il senso: la vetrina dei carcerati che vivono in cella senza fare nulla si specchia dentro quella in cui i detenuti lavorano. In mezzo, gli spettatori, che passeggiando guardano e vedono i riflessi di una condizione e dell'altra.
Attorno, cubi di legno e ferro ospitano i prodotti realizzati nelle carceri di Piemonte e Liguria, grazie a progetti sostenuti dalla Compagnia di San Paolo. Al piano di sopra, lo spazio delle vetrate è dedicato a pannelli che ritraggono attività artistiche come il teatro, sportive, culturali e scolastiche".
Chi ha ideato il progetto?
"Il progetto nasce per volontà della Compagnia di San Paolo, che decide di affidare a Sapori Reclusi (in quanto associazione che opera all'interno del mondo carcerario e si occupa di temi legati alla comunicazione) la comunicazione dell'evento. Per questo abbiamo realizzato le due esposizioni, il sito guardiamocidentro.compagniadisanpalo.it e i materiali pubblicitari (inviti, programma, locandine, totem)".
Come nasce il lavoro di Sapori Reclusi nelle carceri?
"La collaborazione di Sapori Reclusi con le carceri nasce dalle esperienze di Davide Dutto, il fotografo professionista e fondatore dell'associazione. Quasi 10 anni fa, grazie a un corso di fotografia legato al cibo, inizia un percorso che porta alcuni chef in carcere. Da qui nasceranno un libro di foto e ricette dal carcere, il Gambero Nero, una mostra, e la volontà di continuare in questa direzione, fino alla creazione, nel 2010, di Sapori Reclusi. Un percorso arricchitosi nel tempo di persone, collaborazioni, progetti".
Quali sono i progetti futuri di Sapori reclusi?
"Tra quelli già in programma c'è la prosecuzione di Stampatingalera, il laboratorio di stampa artistica fine art attivo per il secondo anno nel carcere di Saluzzo. Face to Face, l'arte contro il pregiudizio, un percorso di incontri tra detenuti e persone libere che assieme a professionisti rifletteranno sui temi legati al pregiudizio dello sguardo, per arrivare a una mostra finale di ritratti anonimi in cui non si dice chi è chi. In collaborazione con le carceri di Torino, Saluzzo, Alessandria e il museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso di Torino. Ancora abbiamo in cantiere 10x una mostra di scatti di importanti fotografi per finanziare il progetto di Stampatingalera; la collaborazione con l'associazione Antigone per la realizzazione di un manuale di Legal Clinic; e infine una nuova formula di progetto solidale da dedicare alla commercializzazione di prodotti il cui ricavato in parte sosterrà i progetti dell'associazione: parole, immagini e vino, con un produttore di barolo delle Langhe, per un progetto che si chiamerà "Sordo Per". Le mostre sono visitabili in orario differente: al campus, dal 16 febbraio al 6 marzo in orario di apertura dell'università al Regio, dal 28 gennaio al 1 marzo, nelle serate in cui ci sono le recite (genericamente dal martedì al sabato dalle 20 a fine spettacolo e la domenica dalle 15 a fine spettacolo). I giorni del convegno, tutto il giorno".
di Monica Bernardi (Ufficio del Garante regionale dei detenuti)
Ristretti Orizzonti, 23 febbraio 2015
Mercoledì prossimo alla Casa Circondariale Dozza di Bologna, il Prof. Adnane Mokrani, docente presso il Pontificio Istituto di studi arabi e d'islamistica e la Pontificia Università Gregoriana, terrà una lezione dedicata a "La primavera della dignità umana: i fondamenti spirituali del cammino delle società arabe verso la democrazia".
Si tratta della quattordicesima di un ciclo di ventiquattro lezioni dedicate ai detenuti della Casa Circondariale Dozza di Bologna iscritti ai corsi dell'anno scolastico 2014-2015, nell'ambito del Progetto "Diritti, doveri, solidarietà. La Costituzione italiana in dialogo con il patrimonio culturale arabo-islamico", realizzato a seguito dell'Accordo quadro tra la Garante delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale della Regione Emilia-Romagna e il Centro per l'istruzione degli adulti Cpia Metropolitano di Bologna.
di Rino Bucci
Il Tirreno, 23 febbraio 2015
Gli attori della Compagnia della Fortezza in televisione per leggere il primo libro di Marco. "Un'esperienza unica". Stavolta niente trucco né scenografie provocanti ma solo la Parola, quella del Vangelo. I detenuti del carcere di Volterra che da anni seguono Armando Punzo nelle sue rappresentazioni e nel sogno-provocazione di un teatro stabile nella Casa di reclusione continuano a stupire. Il 22 febbraio, si sono misurati con uno dei testi sinottici, il Vangelo di Marco. E lo hanno fatto in televisione, nella trasmissione domenicale di Canale 5 "Le frontiere dello spirito" in cui il cardinale Gianfranco Ravasi commenta i testi sacri.
Rosario, Edmond, Gaspare, Ivan, Anton e un altro degli attori simbolo dell'esperienza volterrana, Aniello Arena si sono cimentati in questa avventura. Storie diverse di vita, esperienze di redenzione in salita che continuano a sorprendere ad ogni appuntamento. E poi Armando Punzo, che all'inizio degli anni 80 ha scoperto Volterra e ha creduto in un sogno che è diventato qualcosa più del semplice teatro in carcere ma che ha annullato le sbarre e, per un certo verso, rappresentato un'esperienza terapeutica senza precedenti.
I carcerati hanno letto, dal primo libro di Marco, i versi 12-15. Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo".
Poche righe ma significative che si legano a doppio filo con la loro esperienza di tentazione-redenzione. "Quando sono entrato in carcere ho visto gli attori della Compagnia della Fortezza nelle prove - ha raccontato Rosario, un detenuto - non avrei mai creduto di potermi esibire in pubblico. Invece ce l'ho fatta e da quel giorno mi sono sentito meglio. La lettura del Vangelo è stata diversa perché si basava solo sulla parola. Per un certo verso mi sono sentito ancora meglio perché so che quella Parola è importante per moltissime persone".
di Renzo Guolo
La Repubblica, 23 febbraio 2015
Ancora un video dell'Is. L'orrore a puntate questa volta mette in scena, nella sua logica terribile seriale, ventuno peshmerga curdi. Portati in giro, chiusi in gabbie, per le strade di una località indicata come parte del Wilayat di Kirkuk, zona della provincia irachena sotto il controllo jihadista. Anche questa volta, come già nelle spiagge libiche, i prigionieri sono trascinati, per il collo o il bavero, dai loro carcerieri non tutti in nero e a volto coperto.
Poi sono fatti entrare nelle gabbie. Costruzioni metalliche, disposte a quadrato, che non svolgono solo la funzione di custodirli e renderli visibili, in una sorta di panopticon islamista, a uso di sorveglianti e folle plaudenti, o intimorite, e delle fotocamere dei mujahidin; ma che rinviano, come già le tute arancioni, a Guantánamo e alle stie per umani nelle quali venivano reclusi i prigionieri degli americani. Ma qui, dopo il tragico rogo del giordano Muadh al-Kasasbeh, la gabbia evoca immediatamente il fuoco. E, puntualmente il video mostra proprio quelle fiamme. Come a lasciare intendere un destino già segnato.
Poi i prigionieri sono intervistati, o meglio interrogati, sulla loro identità, provenienza, appartenenza politica, confessione religiosa, da un comandante militare con tanto di microfono che parla in curdo. E che si rivolge, in primo luogo, alla popolazione locale. Sono loro, curdi come gli ostaggi, i destinatari del messaggio dell'Is. È a loro che l'uomo, in abiti beige e turbante bianco, si rivolge quando dice: "La nostra guerra non è contro i musulmani curdi ma contro gli infedeli e i loro infidi agenti".
Indicando come nemico i governanti curdi che non solo condividono una concezione etnica e non religiosa della loro identità ma sono anche alleati delle potenze "crociate" e dei "governanti empi" della Mezzaluna. L'interrogatorio-intervista, con gli insistiti primi piani, ha la funzione di mostrare il prigioniero ma anche di renderlo riconoscibile, di individualizzarlo.
Prospettiva che rende più naturale l'empatia con quanti vedranno il video e sperano, e magari premono, per la sua salvezza. Oppure solleva, nelle polverose strade mesopotamiche e in quelle solo apparentemente asettiche della Rete, la muta di caccia dei fautori dell'odio vendicatore che inneggiano alla morte del "miscredente" che ha osato combattere quanti si battono per i " diritti di Dio".
Le gabbie e il loro degradato contenuto sono poi issate a bordo di pick up bianchi, vigilate da uomini in nero che sventolano vessilli nero-cerchiati, e fatte sfilare tra una folla maschile apparentemente esultante. Il clamore della folla, reale o meno, è coperto dalla solita colonna sonora retoricheggiante che accompagna le "gesta" dei seguaci del Califfo Nero. Infine, cambio di scena, fatti scendere dai furgoni i prigionieri sono fatti inginocchiare con i soliti boia mascherati alle spalle. Questa volta non in morbide, anche se fatali, sabbie ma in un duro selciato. A monito di quanto sta per accadere, scorrono intanto le scene dell'orrendo sgozzamento dei copti sulle rive libiche. Poi, ancora primi piani delle vittime designate, affiancati da didascalici cartelli che ne ricordano identità e le " colpe".
Vite che sembrano troncate da quel cartello nero che scende di colpo come una ghigliottina. E che evoca un'imminente decapitazione. Un video che appare più sofisticato di quello sull'esecuzione dei copti che secondo la Fox sarebbe stato manipolato attraverso il "rotoscoping": tecnica che permette di "catturare" l'immagine da un altro video e inserirla in uno nuovo. Tra gli indicatori di questa manipolazione l'anomala altezza degli uomini in nero, che avevamo già segnalato. Del resto, a proposito di anomalie, era apparsa quanto meno incauta una simile esibizione di forza in una località che si voleva a pochi chilometri da Tripoli.
Troppo rischiosa, in un contesto militarmente instabile e in cieli affollati da droni. Il rotoscoping aveva, probabilmente, lo scopo di rendere il video più simile a quelli della "casa madre". Per trasmettere il senso che, Libia o Iraq o Siria, si tratta sempre della medesima battaglia. Condotta dal medesimo esercito: quello dell'Is. Del resto, nella guerra psicologica e di propaganda non è rilevante ciò che è vero ma ciò che è verosimile. E come tale la rappresentazione del massacro è volutamente apparsa. Di autentico bastano le vittime, quelle sì drammaticamente reali.
www.ilsussidiario.net, 23 febbraio 2015
È crisi diplomatica tra Brasile e Indonesia dopo che Marco Archer Cardoso Moreira, un cittadino brasiliano condannato a morte per traffico di stupefacenti, è stato fucilato senza che gli venisse concesso di ricevere i sacramenti.
È quanto denuncia Padre Charles Burrows all'agenzia australiana Fairfax Media sostenendo che per motivi non chiariti non gli è stato permesso di raggiungere il carcere dove era rinchiuso l'uomo per dargli i sacramenti della confessione e della comunione come prevede la legge. Moreira è stato fucilato il 18 gennaio scorso, padre Brown sottolinea come l'uomo fosse in stato di depressione estrema, letteralmente trascinato a forza fuori della cella mentre piangeva e si disperava per essere fucilato.
Tutto questo senza che gli fosse permesso di incontrare il sacerdote per un momento almeno di consolazione e di penitenza. L'ambasciata brasiliana in Indonesia ha espresso il suo disappunto per l'episodio chiedendo spiegazioni in merito.
I due paesi sono in mezzo a un duro scontro diplomatico: la scorsa settimana il presidente Dilma Rousseff ha rifiutato di riconoscere il nuovo ambasciatore indonesiano in Brasile. Tutto questo, sembra, perché recentemente il paese asiatico aveva condannato e ucciso già un altro prigioniero brasiliano, Rodrigo Gularte, nel braccio della morte dal 2004 per contrabbando di cocaina. L'uomo, secondo la difesa, soffriva di schizofrenia paranoie e per tale motivo gli si sarebbe dovuta evitare la condanna a morte.
Askanews, 23 febbraio 2015
Altro caso conferma crescente pugno duro della giunta militare. Due anni e mezzo di carcere per aver offeso il re in una recita teatrale per studenti: sono due giovani di 23 e 26 anni le ultime vittime della campagna di censura che la giunta militare tailandese porta avanti con pugno duro dopo il colpo di stato del 2014. L'opera incriminata per cui uno studente, Patiwat Saraiyaem, e un attivista, Porntip Mankong, finiscono dietro le sbarre si intitola "La fidanzata del lupo" ed è andata in scena a ottobre 2013 nella prestigiosa università Thammasat di Bangkok, in occasione del 40esimo anniversario di una rivolta studentesca repressa nel sangue dall'esercito.
"La corte ritiene che le loro azioni nel quadro di un dramma recitato davanti a un vasto pubblico abbia recato grave pregiudizio alla monarchia", ha concluso il giudice, leggendo il verdetto in un'aula colma di giornalisti, a testimoniare come questo caso sia diventato nel Paese del Sud-Est asiatico simbolo della repressione della libertà di parola. I due sono stati condannati per calunnia nei confronti della famiglia reale.
Con i piedi nudi incatenati, il 23enne Patiwat Saraiyaem e la 26enne Porntip Mankong, sono rimasti impassibili davanti alla sentenza, che stabilisce in realtà cinque anni di carcere, ridotti a due e mezzo in virtù della "confessione" dei due imputati, definita "utile" dal giudice. "Accettano il verdetto, non ci sarà appello", ha dichiarato il loro avvocato, Pawinee Chumsri.
di Andrea Giambartolomei
Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2015
Il potere accentrato nelle mani di una persona, con un parlamento indebolito e i cittadini senza rappresentanza. Sette giorni dopo la nottata di discussione sul Ddl sulle riforme costituzionali, Libertà e giustizia e Anpi lanciano un nuovo allarme per salvare i diritti degli elettori.
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