di Niccolò Zancan
La Stampa, 12 giugno 2019
Circa 2 mila persone hanno partecipato ieri sera alla fiaccolata di solidarietà a sostegno del tabaccaio. L'autopsia smentisce il tabaccaio: nessuna traccia di colluttazione. La vittima forse colpita alle spalle mentre fuggiva. I negozianti di fronte alla tabaccheria hanno appeso lo stesso cartello sulla saracinesca: "Io sto con Franco".
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 12 giugno 2019
C'è da chiedersi quanto nella scelta di premere il grilletto abbia influito "il turbamento psichico" o l'atmosfera creata nel Paese dalla propaganda del ministro dell'Interno.
Un colpo al cuore. Diretto e letale. Con una traiettoria che, stando alla prima ricostruzione, sembra indicare un proiettile esploso dall'alto verso il basso, dal balcone verso la strada. Insomma, qualcosa di più simile a un'esecuzione che non alla legittima difesa. Saranno le perizie definitive a determinare come è morto Ion Stavila, il ventiquattrenne moldavo ucciso mentre rubava nel negozio di Franco Iachi Monvin.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 12 giugno 2019
La riflessione del presidente della Consulta: "Reati in costante calo ma si continua a legiferare sul tema sicurezza". Domenica scorsa quasi 500mila italiani hanno visto in tv il film sul viaggio dei giudici della Corte costituzionale nelle carceri. "Mi hanno detto che in termini di share abbiamo addirittura fatto meglio della partita di calcio Portogallo-Olanda che lo precedeva - scherza il presidente Giorgio Lattanzi. Il film mi è piaciuto perché descrive bene l'incontro tra due mondi diversi, senza criminalizzazioni né buonismi. Rappresenta una realtà che può essere letta in modi diversi. Una realtà complessa e sconosciuta anche ai magistrati e agli avvocati. Ho sempre pensato che ogni giudice dovrebbe passare almeno qualche giorno in carcere per capire il vero significato della pena che infligge".
Qual è la cosa che più l'ha colpita?
"Due immagini mi restano impresse. Una detenuta romena che rinuncia a un permesso per incontrarmi e dirmi "Ho capito che voi siete il nostro scudo". E i detenuti di Rebibbia che cantano l'inno di Mameli con la mano sul cuore".
La Corte negli ultimi anni ha deciso questioni fondamentali in modo innovativo. Qualcuno ha parlato di protagonismo. È così?
"Nessun protagonismo. La Corte è sempre stata naturalmente protagonista e con le sue pronunce ha accompagnato l'evoluzione del nostro Paese, anche anticipandola. Il suo compito è inverare la Costituzione, talvolta scoprendone significati nuovi. Nessuno di noi è alla ricerca di una ribalta mediatica".
Com'è il rapporto con Governo e Parlamento?
"Il rapporto della Corte è con il legislatore e talvolta è faticoso perché tra una sentenza che denuncia una criticità costituzionale e l'intervento legislativo richiesto per sanarla spesso passa troppo tempo e la ferita resta aperta. Queste criticità oggi sono più frequenti perché il ritmo intenso con cui si legifera incide negativamente sulla qualità delle leggi".
Lei sarebbe favorevole a un controllo costituzionale preventivo sulle leggi?
"Il sistema di accesso alla Corte costituisce un problema. A volte le questioni di costituzionalità ci arrivano dopo molti anni dall'entrata in vigore della legge e quando dichiariamo l'incostituzionalità i cittadini restano disorientati perché pensano che il ritardo dipenda dalla Corte e perché per tanto tempo la legge incostituzionale è stata applicata. Un controllo preventivo, però, è anch'esso problematico perché dare "un bollino di costituzionalità" a una legge e poi eventualmente toglierglielo può a sua volta disorientare".
I moniti servono ancora?
"Il monito è una forma di rispetto per il Parlamento. La Corte individua una incostituzionalità ma lascia al legislatore il compito di scegliere la soluzione, tra le tante possibili, per sanarla. In questi casi pronuncia un'inammissibilità: si parla di una illegittimità accertata ma non dichiarata. Se poi il Parlamento non agisce, la Corte non può non intervenire".
Perché nel caso Cappato vi siete comportati diversamente?
"Se la Corte avesse dichiarato l'inammissibilità, il processo penale sarebbe proseguito con una probabile condanna dell'imputato e forse sarebbero stati aperti altri procedimenti penali. Perciò è stata trovata una soluzione diversa".
Per questo avete escogitato il rinvio di un anno?
"Sì, e non è avvenuto nulla di stravolgente. I rinvii fanno naturalmente parte del processo. In questo caso il rinvio di un anno è servito per dar tempo al legislatore di intervenire, evitando che il processo penale proseguisse con l'applicazione di una norma di cui la Corte ha prospettato l'illegittimità costituzionale".
E se il Parlamento non si muovesse?
"Decideremo il da farsi nell'udienza già fissata".
Spesso i giudici vengono accusati perché pronunciano sentenze che hanno un rilievo politico senza essere stati eletti. La critica può riguardare anche la Corte?
"I Costituenti hanno ritenuto che per garantire l'imparzialità dei giudici, ordinari e costituzionali, fosse necessario sottrarli a meccanismi elettivi, che avrebbero potuto facilmente condizionarli. Il giudice deve avere la fiducia del Paese, che è cosa diversa da un consenso politico".
Come si pone la Corte sulle riforme in materia di sicurezza?
"Il tema della sicurezza ci pone davanti all'alternativa autorità/libertà. Ma i diritti fondamentali rimangono dei limiti insuperabili. Suggerirei, però, una riflessione più ampia: ci dicono che i reati sono in costante diminuzione e ciò nonostante ogni anno - se non addirittura più spesso - viene approvato un "pacchetto sicurezza". Il che mi fa pensare che il problema sicurezza sia spesso enfatizzato dai media, diventando poi un tema politico. E mi fa anche pensare che gli interventi legislativi non servano, visto che si ripetono in continuazione".
Che cosa intende?
"È più facile fare una legge che intervenire sui problemi reali. Più utile, ma certo più difficile, sarebbe agire sulle prassi, sui mezzi delle forze di polizia, sui tempi dei processi".
Su sicurezza e immigrazione deciderete a breve. Teme strumentalizzazioni delle vostre sentenze?
"Sappiamo che è possibile, ma un giudice non deve preoccuparsi delle polemiche che le proprie decisioni possono suscitare".
Lei si è espresso contro le riforme costituzionali. Perché?
"La prima parte, quella sui diritti, non può vivere in sicurezza senza le garanzie della seconda parte, quella sull'ordinamento della Repubblica. Intervenire su questa può mettere in pericolo anche i diritti. La Costituzione è come un orologio delicato: operare su una parte del meccanismo rischia di non farlo funzionare più. Peraltro, le continue proposte di modifiche radicali svalutano di per sé la Costituzione e fanno perdere la fiducia dei cittadini. Fortunatamente, nei referendum del 2006 e del 2016, gli italiani hanno dimostrato di essere più saggi dei loro rappresentanti".
Da magistrato, come vive la crisi della magistratura?
"Con dolore. Sono emerse cose che erano immaginabili, anche se non conosciute, e altre che sono oltre l'immaginabile. Ma ciò non consente di descrivere tutta la magistratura come prigioniera di collusioni e ambizioni di potere".
di Massimo Gramellini
Corriere della Sera, 12 giugno 2019
Forse neanche Perry Mason e Giulia Bongiorno riuscirebbero a dimostrare che chi spara a un ladro dal balcone, e lo colpisce alle spalle mentre scappa con la refurtiva, rientra nell'ipotesi di "grave turbamento" prevista dalla nuova disciplina sulla legittima difesa. Ma sospetto che i primi a non essere gravemente turbati dall'esito dell'autopsia sul moldavo ucciso dal tabaccaio di Ivrea siano i cittadini che ieri sera hanno organizzato una fiaccolata di solidarietà per il pistolero.
di Bruno Ferraro*
Libero, 12 giugno 2019
Il quadro disegnato dal primo presidente della Corte di Cassazione nella relazione di apertura dell'anno giudiziario 2019 indurrebbe a un certo ottimismo. Nel 2018 sono calati rispetto all'anno precedente sia i procedimenti civili (-4,85%) sia quelli penali (-4,1%).
Il numero delle pendenze è però ancora elevato ed è salita la durata dei procedimenti penali, passata in primo grado da 369 a 396 giorni: dato compensato dalla riduzione di durata registratasi in grado di appello (da 906 ad 861 giorni), laddove cioè pesantemente incide la prescrizione che comporta una massiccia definizione (pari ad un quarto) dei procedimenti demandati al giudice di secondo grado che si concludono con una sentenza senza entrare nel merito delle vicende giudicate.
Fin qui i freddi numeri, sui quali ognuno può esercitarsi a seconda dell'angolazione di partenza. Ho troppa dimestichezza con la materia per cedere anch'io a questa tentazione. I mali della giustizia sono antichi, le ricette sono state tante ma i risultati non sono stati mai pari alle aspettative. Non esistono leggi buone o cattive, ma uomini che le rendono tali.
Prendiamo la prescrizione. In ogni Paese civile non è accettabile che un cittadino possa essere giudicato a distanza di moltissimi anni dai fatti, quando ad esempio il minore è diventato adulto e il giovane si è trasformato in un tranquillo padre di famiglia. La prescrizione è un istituto in voga in tutti i Paesi, fatta eccezione per quei delitti gravi (come l'omicidio volontario) dichiarati imprescrittibili. È poi vero anche che gli avvocati, chiamati a fare gli interessi del cliente, tirino per le lunghe, dilatando i tempi del processo di primo grado ma soprattutto allungando quelli di appello e Cassazione con ricorsi privi di reale fondamento.
A quale dei due interessi, della giustizia astrattamente intesa e dei cittadini colpevoli o danneggiati, deve darsi la precedenza? Il nostro legislatore ha scelto di recente, con norme non ancora definitive, di stabilire uno stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado e a partire dal 2020. È un bene o un male? Solo il tempo potrà rispondere. La stessa magistratura ha chiesto una riforma strutturale del processo penale, perché sarebbe paradossale che tutto rimanga come prima in termini di durata dei procedimenti.
Ne guadagnerebbero solo i magistrati che non verrebbero chiamati a giustificarsi per aver fatto decorrere la prescrizione senza pervenire ad un giudizio di merito. In passato, vigente il codice Rocco, la prescrizione determinava un'iniziativa del ministro per individuarne le cause. In seguito, col codice Vassalli e del processo accusatorio, le prescrizioni sono diventate quasi normali. Eppure è la giustizia che ne esce sconfitta.
Occorre quindi che i magistrati si rimbocchino le maniche e che i tempi dei vari atti subiscano un'accelerazione. Il ministero dovrà mettere a disposizione le strutture necessarie, ma dovrà essergli riconosciuto anche un ruolo di controllo sull'andamento della giustizia nei tribunali.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
di Sabino Cassese
Corriere della Sera, 12 giugno 2019
Al Consiglio Superiore della magistratura è necessario evitare gli attuali conflitti di interessi: questo almeno va fatto subito. Grande è lo sconcerto per quel che è accaduto e per quel che sta accadendo al Consiglio superiore della magistratura (Csm). Di quel che è avvenuto non colpiscono solo le divisioni interne, gli intrighi, lo stile delle negoziazioni, i rapporti con i politici, ma anche e soprattutto il fatto che più di un magistrato trattasse la scelta delle persone da nominare per influenzare l'azione degli organi, così negando la stessa ragion d'essere del Csm, quella di separare governo delle carriere da attività giudiziaria o requirente.
Di quel che sta accadendo colpisce il ricorso a questa stramba invenzione italiana dell'autosospensione, che consisterebbe nell'astenersi dal partecipare all'attività di un organismo di cui si fa parte, violando così i doveri d'ufficio e aggirando il dilemma tra restare o dimettersi. I magistrati stanno sperimentando, al livello più alto, i danni che producono con la divulgazione di notizie non seguite immediatamente da accertamenti e decisioni, per cui l'opinione pubblica rimane perplessa e diminuisce la fiducia nella giustizia. Sarà bene, quindi, che si concludano rapidamente le indagini in corso e che chi giudica dall'esterno maneggi con cautela quel poco che si sa sull'accaduto. Si può, invece, tranquillamente dire che il Csm ha bisogno di un riordino.
L'organo è configurato dalla Costituzione come una sorta di direttore generale collegiale: si interessa di assunzioni, assegnazioni agli uffici, trasferimenti, promozioni, provvedimenti disciplinari dei magistrati. Con il tempo, è andato al di là dei sui compiti: è divenuto l'"organo di autogoverno" di giudici e procuratori. Si è quindi parlamentarizzato. Come nei parlamenti vi sono i partiti, nel Consiglio vi sono le correnti. Come i partiti, le correnti hanno svolto inizialmente una utile funzione, perché erano divise da ideali diversi. Poi sono scadute a organizzazioni di interessi. Ora sono frantumate, riflettendo ancora una volta la vicenda dei partiti. Più la macchina del Csm diveniva complessa, meno di essa potevano interessarsi i presidenti della Repubblica, che sono anche presidenti del Csm. Infatti, essi hanno presieduto di fatto un numero decrescente di sedute, con l'eccezione di Segni.
Ciò che lega le correnti - o, meglio, quello che resta di esse - è ora la spartizione del potere di nomina. Basta osservare come si sono svolte le ultime elezioni, quelle del 2018. I 16 componenti provenienti dalla magistratura (cosiddetti togati) sono eletti, a seconda delle funzioni svolte, in tre collegi nazionali diversi. I magistrati sono poco meno di 9.500. I votanti sono stati poco più di 8.000. I voti sono stati così concentrati che solo cinque candidati (tre in un collegio, due in un altro, nessuno nell'ultimo) non sono riusciti. Le schede bianche e nulle sono state 500 in due collegi, 1.000 in quello dei pubblici ministeri. Le divisioni tra magistrati, quindi, si annullano ed essi ritrovano una grande compattezza quando si tratta di dividersi i posti nel Csm, nel quale ogni eletto rappresenta il proprio elettorato.
Pur con questi vizi, il Csm ha acquisito numerosi meriti: ha salvaguardato la selezione per concorso all'accesso alla magistratura; ha operato come occhiuto guardalinee quando qualche partito voleva intromettersi troppo negli affari di giustizia; è riuscito a portare una persona da tutti stimata (Pignatone) alla Procura di Roma e diversi altri magistrati integerrimi ed esperti a capo di uffici giudiziari. Ha fallito, invece, sia sui tempi della giustizia (che dipendono in larga misura dai capi degli uffici), sia sulla politicizzazione endogena, quella che viene da dentro, alimentando le carriere politiche di alcuni magistrati.
Come se ne esce? Non con il sorteggio, perché non necessariamente un bravo magistrato è anche un bravo amministratore. Piuttosto evitando che la scelta dei componenti sia fatta tutta in una volta, ogni quattro anni. Con scadenze diverse si eviterà che le correnti abbiano un peso eccessivo e si assicurerà una maggiore continuità dell'organo.
Stabilendo, poi, procedure "aperte" per le nomine, in modo che siano noti i "curricula" dei candidati e che questi vengano ascoltati. Infine, eliminando le porte girevoli tra politica e magistratura, per evitare gli attuali conflitti di interessi. Questo almeno va fatto subito, prima che la crisi dell'organo alimenti nuova sfiducia nelle istituzioni. Quando l'attuale vicenda sarà chiusa (si spera presto) si potranno considerare più profondi cambiamenti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 12 giugno 2019
I rilievi dell'avvocatura sul Ddl "Codice Rosso". Magari non avrà l'impatto suggestivo di un "nuovo" reato. Ma la modifica strutturale sollecitata dall'avvocatura rispetto al ddl contro le violenze di genere è forse il tassello che manca. "Si deve procedimentalizzare la prevenzione", hanno spiegato, in audizione a Palazzo Madama, il presidente del Cnf Andrea Mascherin e la componente della giunta dell'Ucpi Paola Savio.
Nella legge sul "Codice Rosso" vanno previste "alcune precise forme di monitoraggio delle vittime ma anche dei presunti responsabili". Mascherin e Savio hanno chiesto di accantonare l'istituzione di alcune nuove forme di reato e l'innalzamento delle pene: il testo fortemente voluto dai ministri Bonafede e Bongiorno, e votato alla Camera a inizio aprile, va integrato con una vera "metodica della prevenzione".
Ai senatori della commissione Giustizia, il presidente del Cnf ha ricordato come "né le nuove figure di reato né l'aumento delle pene abbiano mai prodotto risultati in termini di prevenzione". È invece sulla fase precedente lo stesso accertamento del reato che "ci si dovrebbe concentrare". Se è giusto dunque prevedere, come fa l'articolo 5 della legge sul "codice rosso", "corsi di formazione specifica per il personale delle forze dell'ordine", va "sviluppata anche tutta la fase immediatamente successiva alla prima denuncia, a partire da un dato: le vittime di maltrattamenti in famiglia o altri reati di cui ci si occupa con questo ddl", ha osservato Mascherin, "sono inevitabilmente condizionabili, e spesso recedono dall'iniziale scelta di rivolgersi alla giustizia".
Servono procedure che includano "la collaborazione fra Procure e assistenti sociali" per seguire sia le vittime che i presunti responsabili. In modo da evitare "quegli ultimi appuntamenti spesso fatali", aggiunge il presidente del Cnf, "e far scattare un monitoraggio anche di fronte al semplice caso di una donna che si rivolge al pronto soccorso con un occhio tumefatto". Come ricordato dal Cnf, si tratta di previsioni inserite nel codice procedimentalizzato per le violenze sui minori.
"Anche la eventuale remissione della querela può essere un segnale di allerta". Mascherin ha inoltre invitato a riflettere sull'opportunità di limitare "la pubblicità dei casi di violenze domestiche" dal momento che non si possono escludere "meccanismi di emulazione, tanto più probabili quando si arriva alla spettacolarizzazione televisiva". Dall'avvocatura si sollecita anche uno spazio maggiore per la "giustizia riparativa", che consente "al reo di prendere consapevolezza della portata dell'accaduto e di entrare in una reale fase di recupero, in modo da limitare la recidiva".
L'avvocata Savio, che per l'Unione Camere penali ha seguito fin dall'inizio l'iter del provvedimento, ha illustrato in audizione i numerosi rilievi al "codice rosso" analizzati con precisione anche in un ampio (e impietoso) documento depositato in commissione Giustizia. Fra le critiche, non mancano quelle su alcuni profili della misura-simbolo, ossia l'obbligo per il pm di ascoltare la vittima entro 72 ore dalla denuncia.
"Quando le persone offese sono minori, li si espone al rischio di rendere dichiarazioni che potrebbero soffrire dell'induzione dell'adulto, quantomeno per l'emotività" dovuta "al poco tempo trascorso". Tra i paradossi più evidenti da correggere, secondo Savio, quello legato alla previsione del nuovo reato di "violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento".
Visto che già esiste il "rimedio per la violazione di misure cautelari" ossia il loro aggravamento", non c'è ragione di vincolarsi all' "accertamento di un fatto di reato, notoriamente molto differito rispetto all'accadimento da giudicare". Con tutte le "conseguenze che ne derivano anche rispetto alla tutela della persona offesa".
Da parte dell'Unione Camere penali sono stati mossi rilievi anche sulla "formazione" degli agenti "inevitabilmente rallentata dalla clausola di invarianza economica" e sul "mancato rispetto dei canoni di determinatezza riscontrata nella previsione del nuovo reato di lesioni permanenti al viso".
Il Fatto Quotidiano, 12 giugno 2019
La nuova indagine è stata aperta dalla procura di Messina: sotto inchiesta Carmelo Petralia e Anna Maria Palma, oggi aggiunto a Catania e avvocato generale a Palermo. La notizia dell'inchiesta è emersa perché alle persone sottoposte a indagini e alle parti lese la Procura ha notificato l'esecuzione di accertamenti tecnici irripetibili. Riguardano 19 cassette con le registrazioni delle conversazioni di Vincenzo Scarantino, il picciotto della Guadagna e falso pentito che con le sue dichiarazioni depistò la strage.
Due pm che indagarono sulla strage di via d'Amelio sono indagati per concorso in calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra. Si tratta di Carmelo Petralia e Annamaria Palma, attualmente procuratore aggiunto a Catania e avvocato generale a Palermo. All'epoca erano entrambi pm di Caltanissetta. Ventisette anni dopo la strage che uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta ci sono quindi due magistrati accusati del depistaggio dell'inchiesta. La notizia dell'inchiesta è diventata pubblica perché l'ufficio inquirente della città sullo Stretto ha notificato un avviso di accertamento tecnico irripetibili agli indagati e alle parti lese, cioè Gaetano Murana, Giuseppe La Mattina e Cosimo Vernengo, ingiustamente accusati nei primi processi. Oltre a Gaetano Scotto, Giuseppe Urso, Natale Gambino.
Le 19 cassette e l'atto non ripetibile - Gli atti tecnici che devono compiere gli investigatori non sono ripetibili perché c'è il rischio che le prove vadano perdute. Riguardano 19 cassette con le registrazioni delle conversazioni di Vincenzo Scarantino, il picciotto della Guadagna e falso pentito che con le sue dichiarazioni depistò la strage.
Venne ascoltato mentre era sotto protezione, un periodo in cui, secondo l'accusa, è stato indotto, anche con la violenza, dal pool di poliziotti che indagava sull'attentato, a mentire. Del pool di investigatori, guidati dall'ex capo della Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, poi deceduto, facevano parte i poliziotti oggi finiti a giudizio: Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Sono occusati del depistaggio delle indagini, costato l'ergastolo a sette innocenti. Il reato contestato ai magistrati e ai funzionari di polizia è la calunnia: i pm e i poliziotti avrebbero imbeccato tre falsi pentiti.
Ai magistrati si contesta, oltre all'aggravante di avere favorito Cosa nostra, anche l'aggravante che deriva dal fatto che dalla calunnia è seguita una condanna a una pena maggiore di 20 anni. Le cassette sono molto datate e l'ascolto potrebbe deteriorarle: da qui la necessità che all'accertamento, mai eseguito prima, partecipino anche i consulenti degli indagati e delle persone offese. Scarantino, secondo l'accusa, sarebbe stato picchiato e minacciato perché desse la versione di comodo "pensata" dagli investigatori. E costretto a imparare a memoria le fandonie da ripetere durante gli interrogatori.
Il falso pentito, protagonista di ritrattazioni clamorose, ha poi svelato le pressioni subite. Attribuendole soltanto ai poliziotti. Il dottor Di Matteo non mi ha mai suggerito niente, il dottor Carmelo Petralia neppure. Mi hanno convinto i poliziotti a parlare della strage. Io ho sbagliato una cosa sola: ho fatto vincere i poliziotti, di fare peccare la mia lingua e non ho messo la museruola...", ha detto l'ex collaboratore solo poche settimane fa.
Come nasce l'inchiesta sui magistrati - L'indagine su Palma e Petralia nasce nello scorso novembre, quando la procura di Caltanissetta, che ha istruito il processo per il depistaggio delle indagini sull'attentato, ha trasmesso una tranche dell'inchiesta ai colleghi messinesi perché accertassero se nella vicenda, ci fossero responsabilità di magistrati.
Così l'ufficio inquirente della città sullo Stretto ha aperto in un primo tempo un fascicolo di atti relativi, una sorta di attività pre-investigativa. Che adesso è diventata un'inchiesta per calunnia aggravata con alcune persone indagate. I fatti contestati sono stati commessi "in Caltanissetta e altrove, in epoca antecedente e prossima al settembre 1998". La nuova indagine è condotta dal procuratore di Messina, Maurizio De Lucia, perché l'ufficio inquirente della città dello Stretto è competente quando sono coinvolti nelle vicende giudiziarie magistrati in servizio a Catania: ed è il caso di Petralia.
Le motivazioni del Borsellino Quater - Negli atti che i pm di Caltanissetta hanno inviato ai colleghi messinesi si fa riferimento alla sentenza del processo Borsellino quater. Nelle motivazioni dell'ultimo verdetto della strage i giudici della corte d'assise parlavano di depistaggio delle indagini sull'attentato al magistrato.
"Questa Corte ritiene doveroso, in considerazione di quanto è stato accertato sull'attività di determinazione realizzata nei confronti dello Scarantino, del complesso contesto in cui essa viene a collocarsi, e delle ulteriori condotte delittuose emerse nel corso dell'istruttoria dibattimentale, di disporre la trasmissione al Pubblico ministero, per le eventuali determinazioni di sua competenza, dei verbali di tutte le udienze dibattimentali, le quali possono contenere elementi rilevanti per la difficile ma fondamentale opera di ricerca della verità nella quale la Procura presso il Tribunale di Caltanissetta è impegnata", è il passaggio della sentenza con cui si dispone la trasmissione degli atti.
Fiammetta Borsellino: "Non parlo di indagini in corso" - "Preferisco non parlare di indagini ancora in corso", ha detto Fiammetta Borsellino, figlia minore del giudice Paolo Borsellino. Fiammetta Borsellino ha partecipato a numerose udienze del processo sul depistaggio, dove si è costituita parte civile, e più volte ha lamentato il comportamento dei magistrati che indagarono sull'attentato. "Mio padre è stato lasciato solo, sia da vivo che da morto.
C'è stata una responsabilità collettiva da parte di magistrati che nei primi anni dopo la strage - ha sempre ripetuto Fiammetta Borsellino - hanno sbagliato a Caltanissetta con comportamenti contra legem e che ad oggi non sono mai stati perseguiti né da un punto di vista giudiziario né disciplinare".
di Giovanni Verduci
lacnews24.it, 12 giugno 2019
Agostino Siviglia presenta la relazione annuale evidenziando le carenze della struttura e il problema del sovraffollamento. Comune e direttore carceri hanno infine firmato un'intesa per l'attivazione dello sportello Punto città nella Casa circondariale. "L'estenuante rassegna di numeri e persone restituisce un quadro complessivo del cosiddetto pianeta carcere, tanto a livello nazionale che locale, desolante e desolato. Come ho avuto modo di ribadire in più occasioni, ancora una volta, dal sociale al penale, il penitenziario continua ad essere sempre più luogo di discarica sociale".
Con queste parole Agostino Siviglia, garante dei detenuti del Comune di Reggio Calabria, ha scattato la fotografia del panorama carcerario reggino. Lo ha fatto durante la consueta presentazione della relazione delle attività svolte nello scorso anno.
Lo ha fatto davanti a Giuseppe Falcomatà, primo cittadino di Reggio Calabria, e Calogero Tessitore, Direttore delle case circondariali cittadine. Per l'avvocato Agostino Siviglia, quindi: "Non c'è da sorprenderci se, in gran parte, la popolazione carceraria sia costituita da una pletora di vite di scarto, per usare la tragica ma eloquente definizione di Bauman, che, come abbiamo visto, sovraffolla i penitenziari italiani e reggini. Vedere resta, ancora, il punto essenziale".
Il problema del sovraffollamento - Un sovraffollamento che è la costante in tutte le case di reclusione sparse per la Penisola e rispetto alla situazione nazionale Reggio Calabria, purtroppo, non fa eccezione. Al 31 dicembre 2018, stando ai dati riportati nella relazione del garante, a fronte di una capienza regolamentare di 302 detenuti, nel carcere di "Arghillà", ne erano presenti 383, di cui 58 stranieri; alla stessa data, al "Panzera", a fronte di una capienza regolamentare di 186 detenuti, ne erano presenti 216, di cui 11 stranieri e 34 donne. "Rispetto all'anno scorso - ha detto Agostino Siviglia - ancora una volta il quadro del complesso mondo penitenziario restituisce una marginalità grave a seguito anche delle riforme carcerocentriche che creano una dimensione di vita dei detenuti di scarto".
Il caso Saladino - Detenuti come Antonino Saladino, deceduto presso la Casa circondariale di Arghillà il 18 marzo dello scorso anno, dopo 12 giorni di febbre. Un caso che sta molto a cuore all'avvocato Siviglia che, durante la sua relazione, non ha esitato a paragonarlo a quello che ha visto come sfortunato protagonista Stefano Cucchi.
"Già nella precedente relazione ho segnalato, denunciato, la morte del giovane detenuto Saladino, di appena 30 anni - ha detto Siviglia - per il quale, allora, erano in corso le indagini preliminari condotte dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, al fine di verificare le effettive cause del decesso. Scrissi, che prima di giungere a qualsivoglia affrettata conclusione, bisognava attendere i risultati delle indagini da parte della locale Procura della Repubblica".
Dodici mesi sono passati ma nessuna risposta è arrivata dagli uffici competenti. "Bene - ha sottolineato il Garante - è passato più di un anno da allora, e ancora oggi non si conoscono le cause di quel decesso. Le indagini sono ancora in corso, e la madre e la sorella di Saladino, non sanno ancora di cosa è morto il loro congiunto. Lo scorso mese di febbraio, ho depositato in Procura una memoria sulle informazioni da me assunte nell'immediatezza dei fatti.
Ancora nulla! Insisto anche quest'anno, dunque: attendiamo risposte! Non già per inseguire colpevoli a tutti i costi, ma solo ed esclusivamente - e per quel mi compete - al fine di assolvere, in coscienza e responsabilità, le mie funzioni istituzionali, al sevizio della tutela e salvaguardia dei diritti fondamentali costituzionalmente riconosciuti ai detenuti e, ancor prima, al servizio della verità e della giustizia".
La firma della Convenzione - In occasione della presentazione della Relazione annuale del garante è stata sottoscritta anche l'importante protocollo fra il direttore del Carcere ed il sindaco del Comune di Reggio Calabria, unitamente alla dirigente del settore anagrafe Comunale, avente ad oggetto l'attivazione dello sportello "Punto Città" in carcere, per consentire mensilmente ai detenuti di fruire dei servizi comunali relativi a tutte le pratiche amministrative connesse ai relativi servizi anagrafici.
"È una convenzione nata per poter svolgere le attività anagrafiche di grande importanza per riscuotere la pensione o altri atti necessari per i detenuti". Presente all'incontro anche il sindaco Giuseppe Falcomatà e Calogero Tessitore, direttore della Casa Circondariale di Arghillà e la dirigente del Comune Carmela Stracuzza.
"Si tratta di un'iniziativa estremamente importante per i nostri ospiti che avranno così la possibilità di riscuotere la pensione - spiega il direttore Calogero Tessitore - Finalmente risolviamo, grazie alla sensibilità del sindaco e del garante, un grande problema. È un grande segno di civiltà".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 giugno 2019
Da oramai più di 13 giorni sono in sciopero della fame due donne detenute recluse nella sezione AS2 femminile de L'Aquila. Si chiamano Silvia Ruggeri e Anna Beniamino e sono due militanti anarchiche arrestate e condannate a Torino rispettivamente nel 2016 e nel 2019 in seguito alle inchieste "Scripta Manent" e "Scintilla".
La prima ha ricostruito una serie di noti attentati avvenuti in Italia dal 2003 al 2015, tra cui l'invio di pacchi bomba a Romano Prodi (nel 2003, quando era commissario europeo) e agli ex sindaci di Bologna e Torino, Sergio Cofferati (nel 2005) e Sergio Chiamparino (nel 2006). Furono arrestate sette persone tra cui la Beniamino e il suo compagno Alfredo Cospito, attualmente detenuto nel carcere di Ferrara.
L'operazione Scintilla ha portato invece a sei arresti e allo sgombero nel febbraio scorso dell'asilo di Torino occupato dal 1995 da un gruppo di anarchici coinvolti in 21 attentati e atti vandalici in diverse città italiane, diretti anche ai centri di accoglienza per migranti per influenzare il comportamento delle imprese impegnate nel settore sociale.
Il motivo dello sciopero è la richiesta di soppressione del regime carcerario As2 a cui sono sottoposte da oltre due mesi. Le detenute a L'Aquila paragonano la sezione As2 al regime duro, definendo il trattamento a cui sono sottoposte come un "41bis ammorbidito".
Anna Beniamino, collegata in videoconferenza dal carcere al tribunale di Torino per la prima udienza sull'occupazione dell'asilo, ha motivato così lo sciopero della fame: "Siamo convinte che nessun miglioramento possa e voglia essere richiesto, non solo per questioni oggettive e strutturali della sezione gialla (ex-41bis): l'intero carcere è destinato quasi esclusivamente al regime 41bis, per cui allargare di un poco le maglie del regolamento di sezione ci pare di cattivo gusto e impraticabile, date le ancor più pesanti condizioni subite a pochi passi da qui, non possiamo non pensare a quante e quanti si battono da anni accumulando rapporti e processi penali.
A questo si aggiunge il maldestro tentativo del Dap di far quadrare i conti istituendo una sezione mista anarco-islamica, che si è concretizzato in un ulteriore divieto di incontro nella sezione stessa, con un isolamento che perdura. Esistono condizioni di carcerazione, comune o speciale, ancora peggiori di quelle aquilane. Questo non è un buon motivo per non opporci a ciò che impongono qui. Noi di questo pane non ne mangeremo più: il 29 maggio iniziamo uno sciopero della fame chiedendo il trasferimento da questo carcere e la chiusura di questa sezione infame". Il regime di alta sicurezza, ricordiamo, non è disciplinato né dall'ordinamento né dal regolamento penitenziario, ma dalle circolari del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e c'è un'ampia discrezionalità dell'amministrazione penitenziaria nella gestione delle sezioni di alta sicurezza. Tale regime si divide in tre sotto-circuiti.
Del primo (A. S. 1) fanno parte i detenuti appartenenti alla criminalità organizzata di tipo mafioso, nei cui confronti sia venuto meno il decreto di applicazione del regime di cui all'art. 41bis; quelli per taluno dei delitti gravi di cui al comma 1 dell'art. 4 bis della legge penitenziaria; infine coloro i quali sono stati considerati elementi di spicco e punti di riferimento delle organizzazioni criminali di provenienza.
Al secondo (A. S. 2) appartengono i detenuti che sono tali per delitti commessi con finalità di terrorismo (anche internazionale) o di eversione dell'ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza. Nel terzo (A. S. 3) rientrano i detenuti che hanno rivestito posti di vertice nelle organizzazioni dedite al traffico di stupefacenti.
Coloro che sono sottoposti al regime di alta sicurezza in molti casi non possono partecipare alle attività sociali e culturali che si svolgono nel carcere e vivono, di fatto, isolati dai detenuti ordinari. Per ottenere una declassificazione a regimi ordinari devono dimostrare di non avere più collegamenti con l'organizzazione criminale alla quale appartenevano.
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