www.intervista.it, 25 febbraio 2015
Attualmente sono 104 i detenuti ospitati nel carcere di Rimini (38 imputati, 13 appellanti, 8 ricorrenti, 44 definitivi, 5 semiliberi). La capienza regolamentare ai Casetti è di 139 posti, quella tollerata è di 183. Come ha quindi spiegato ieri in commissione comunale il garante delle persone private della libertà personale, Davide Grassi, "il problema delle carceri a Rimini non è più quello del sovraffollamento. Sono altre le grosse carenze da risolvere nel più breve tempo possibile, a partire dalla totale assenza di un direttore in pianta stabile".
È di qualche giorno fa la notizia della nomina di un nuovo reggente che resterà in carica fino ad agosto. "Al precedente direttore, il quale ricopriva incarico in due strutture, se ne sono avvicendati altri due per poco tempo, i quali hanno dimostrato un ottimo spirito di iniziativa e collaborazione, salvo poi essere sollevati dal loro incarico", spiega Grassi. L'altra "problematica principale" riscontrata dal garante è nei "tempi di risposta del Magistrato di sorveglianza (Franco Raffa) relativamente alle istanze volte ad ottenere la liberazione anticipata ed i permessi premio". Un esempio risale a due mesi e riguarda i permessi natalizi "la cui risposta negativa a diversi detenuti è arrivata addirittura dopo le festività".
Che il sovraffollamento, tra l'altro, non sia attualmente un problema per i Casetti lo dimostra anche il fatto che "la Sezione Andromeda a custodia attenuata, in cui vengono collocati i detenuti in attesa di accesso a misure alternative di tipo terapeutico, risulta sottoutilizzata". Attualmente sono occupati 3 posti su 15 disponibili. Nel corso delle quattro ispezioni condotte da Grassi in poco più di tre mesi sono emerse le carenze strutturali del carcere. La seconda sezione, l'unica completamente restaurata, resta chiusa perché non ancora collaudata. Aperta, invece, la sezione uno, dove i detenuti vivono in cinque in una cella con i fornelli e il water nella stessa stanza. "Qui i detenuti sono sottoposti a condizioni di vita non dignitose", ha detto Grassi in commissione.
Necessario sistemare, secondo il garante anche "l'infermeria (dove sono presenti importanti infiltrazioni d'acqua nell'intonaco)" e "l'area esterna destinata ai colloqui estivi tra detenuti e familiari con figli al seguito (essendo tale luogo, al momento, inutilizzato)". L'area esterna, spiega Grassi, è fondamentale perché garantisce ai bambini, figli dei detenuti, un "impatto meno traumatico" con la struttura carceraria.
Grassi ricorda anche che sono in corso lavori alla sesta sezione, quella che ospita i detenuti transessuali, portati avanti da alcuni detenuti in economia.
Ai Casetti, poi, manca un mediatore per i detenuti stranieri. Si parla attualmente di 50 persone che, fa notare il garante, "non conoscono la nostra lingua e non conoscono le nostre leggi. È molto difficile comunicare con loro o con i loro familiari. È di pochi giorni fa - racconta Grassi - l'ultimo caso di autolesionismo da parte di un detenuto straniero che chiedeva semplicemente di comunicare con la propria famiglia all'estero".
Sono 54 i detenuti tossicodipendenti ai Casetti. Una buona parte di tossicodipendenti privati della libertà personale, 171, comunque è ospitata dalla comunità di San Patrignano. Grassi l'ha visitata. Nel dettaglio, delle 1.300 persone ospitate in totale dalla comunità, 48 sono agli arresti domiciliari, 108 in affidamento in prova, 14 in detenzione domiciliare, 1 in collocamento. "Il 60 per cento delle persone recuperate dalla comunità - precisa Grassi - arriva dal carcere".
Resta aperto, infine, il problema di dare una sede e una segreteria al garante, sollevato qualche tempo fa dall'Associazione Papillon. "Sono diverse le richieste di colloquio che ho ricevuto da parte dei familiari dei detenuti, ma la stanza dell'Urp che è stata concessa al garante ha pareti in vetro e quindi non garantisce il rispetto della loro privacy". Il garante, spiega Grassi, "è una figura istituzionale e non un volontario" a cui piò o meno tutti i Comuni, tranne Rimini, hanno concesso un'indennità, oltre ad altri strumenti. "Non ho accettato il ruolo di garante per tornaconto, ma nemmeno per rimetterci", precisa comunque Grassi. "Lo faccio perché le persone private della libertà hanno dei diritti che vanno rispettati".
Adnkronos, 25 febbraio 2015
Parte nel carcere di Bollate, comune alle porte di Milano, un corso per operatori dog sitter professionali ideato e progettato appositamente per le persone sottoposte a misure restrittive. A fine corso i detenuti conseguiranno tesserino tecnico e certificazione nazionale del Csen - il Centro Sportivo Educativo Nazionale e potranno svolgere autonomamente attività quali dog sitter, dog walker e dog-daycare. Il percorso sarà strutturato su un modello innovativo di Eaa-Educazione assistita con animali professionalmente qualificante e in linea con quanto prescritto dalle linee guida nazionali in materia di interventi assistiti con animali (Iaa).
Oltre a conferire agli allievi le tecniche e la professionalità di operatori del ramo pet care, il corso costituirà per i detenuti anche una vera e propria esperienza di pet therapy, un tipo di attività già in atto a Bollate sotto la supervisione dell'associazione Cani Dentro onlus. Dopo la fase di formazione si passerà alla creazione di un network operativo per facilitare l'assunzione dei detenuti autorizzati al lavoro esterno presso aziende agricole e di pet care. I cani coinvolti nell'intervento saranno ex-randagi ospiti di canili o rifugi, preventivamente sottoposti a percorsi di rieducazione e socializzazione ad opera di personale specializzato. Questo tipo di lavoro, l'acquisizione delle attitudini richieste dalla pet therapy rappresenterà per questi cani una ulteriore occasione di socializzazione e relazione positiva con l'uomo, favorendo sensibilmente le loro possibilità di venire adottati e accolti in famiglia.
Nel corso delle lezioni saranno effettuati rilevazioni di parametri fisiologici e comportamentali dei cani coinvolti per la valutazione del loro benessere psico-fisico e sarà realizzato uno studio volto a valutare le dinamiche comunicative tra lo studente del corso, il cane da pet therapy e il suo coadiutore. "Malgrado la presenza di attività di pet therapy sia un dato abbastanza diffuso, il settore lavorativo del pet care è ancora molto poco proposto nelle carceri - osserva Federica Pirrone, ricercatrice alla Statale e responsabile del progetto - esso invece si adatta molto bene alla realtà carceraria, perché comprende attività che richiedono un'assunzione di responsabilità da parte della persona e quindi risultano importanti dal punto di vista del trattamento".
di Riccardo Mirandola
L'Arena di Verona, 25 febbraio 2015
Saranno accolti 40 pazienti attualmente ospitati negli Opg di Castiglione e Reggio Emilia. Progetto e appalto entro sei mesi. Il ministero della Giustizia ha sbloccato i 12,5 milioni di euro che serviranno per la costruzione della struttura per detenuti psichiatrici, tecnicamente chiamata Rems - acronimo che sta per Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza - che sorgerà sui terreni adiacenti all'ex ospedale Stellina.
La notizia è stata data dall'assessore regionale alla Sanità Luca Coletto, durante un incontro a Venezia, al sindaco Luciano Mirandola e al suo vice Flavio Pasini. Il finanziamento statale per il Rems, che dovrà accogliere i 40 detenuti psichiatrici del Veneto oggi ospitati nelle strutture di Castiglione delle Stiviere (Mantova) e Reggio Emilia, era atteso da alcuni mesi. Tanto che sia la Regione che il Comune di Nogara avevano più volte chiesto delucidazioni sull'inspiegabile ritardo.
"Nei prossimi giorni", spiega Mirandola, "il decreto di finanziamento sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e quindi avremo la certezza matematica che il Rems potrà essere realizzato con una copertura economica consistente. La Regione fera ora una convenzione con l'Ulss 21, che si dovrà occupare dell'intera progettazione e procedere poi con l'appalto dei lavori".
Il progetto prevede innanzitutto la ristrutturazione della corte agricola adiacente all'ex ospedale e di villa Stellini, il complesso meglio conosciuto come primo padiglione della struttura ospedaliera nata agli inizi del 1900. Nelle vicinanze troveranno posto invece 12 nuovi fabbricati che andranno ad accogliere 40 pazienti. Tali edifici saranno su un unico piano e avranno quattro stanze da letto ciascuna con relativi servizi
e una sala polifunzionale. Sul fronte della sicurezza, la Regione, in ottemperanza a quanto previsto dalle normative europee in materia, adotterà un sofisticato sistema di videosorveglianza con barriere verdi composte da alberi e siepi in modo che il contesto ambientale non sia quello di una struttura carceraria vera e propria ma che allo stesso tempo impedisca eventuali fughe.
"Abbiamo convenuto", aggiunge il sindaco, "che per la progettazione e l'appalto serviranno circa sei mesi. Occorre andare spediti perché l'Unione Europea ha dato all'Italia dei tempi da rispettare per chiudere definitivamente gli ospedali psichiatrici giudiziari. Con questo importante progetto lo Stellini avrà speranze concrete per il futuro e il polo, contrariamente a quanto succede altrove, verrà rilanciato. Ora, resta solo da definire con la Regione il destino dell'ala sud". La soddisfazione di Mirandola deriva dal fatto che solo pochi giorni fa l'Ulss 21 ha ufficialmente deciso il trasferimento degli anziani non auto-sufficienti della casa di riposo "San Michele" al primo piano dell'ex ospedale dove sarà creata una Rsa con 26 posti letto.
Al secondo piano verrà invece inaugurato il nuovo reparto di Psichiatria per acuti con 12 posti mentre al piano terra sarà ripristinata la Radiologia. Il progetto del Rems incontra perplessità da parte delle minoranze. I consiglieri Oliviero Olivieri, Simone Falco ed Emanuele Montemezzi hanno sempre espresso timori che l'arrivo dei detenuti psichiatrici possa creare problemi di sicurezza. Il "grillino" Mirco Moreschi critica invece l'uso di terreno agricolo quando potrebbero essere sistemati i locali vuoti dell'ex ospedale.
di Concetta Rizzo
Giornale di Sicilia, 25 febbraio 2015
Assistenza economica post penitenziaria, assistenza finanziaria straordinaria ed assistenza ai tossicodipendenti. Il Comune, guidato dal commissario Luciana Giammanco, ha disposto il pagamento di 6.500 euro quale contributo complessivo per il primo tipo di assistenza, la liquidazione di complessivi 20.300 euro per il secondo tipo e l'erogazione di 1.500 euro per il terzo, arrivando dunque ad un totale complessivo - per il 2014 - di 28.300 euro.
Per l'assistenza post penitenziaria 26 sono stati i richiedenti. E ad ogni istanza sono stati dunque liquidati 250 euro. Si tratta di contributi che l'amministrazione eroga per assicurare ai cittadini meno abbienti interventi mirati a migliorare la qualità della vita dopo l'insorgenza di gravi patologie mediche, eventi luttuosi, sfratti ed altre situazioni improvvise che portano ad uno stato di povertà e rischio di emarginazione.
Per far fronte a tale tipo di richiesta di contributi economici, il Municipio aveva impegnato 10.000 euro sull'apposito capitolo di bilancio. A richiedere l'assistenza economica straordinaria sono stati, invece, ben 203 agrigentini ai quali è stato erogato un contributo di 100 euro, arrivando dunque ad una spesa complessiva per le casse comunali di 20.300 euro. La somma complessivamente impegnata era stata di 23.167,50 euro. Anche in questo caso, gli interventi sono volti a garantire la qualità della vita, eliminando o riducendo le condizioni di bisogno e di disagio individuale e familiare derivanti dall'inadeguatezza del reddito.
www.rsvn.it, 25 febbraio 2015
Forse il pretesto del furioso pestaggio tra detenuti stranieri avvenuto poche ore fa in una cella del carcere di Genova Marassi è tra i più futili, ossia l'incapacità di convivere "seppur tra le sbarre" con persone diverse. O forse le ragioni sono da ricercare in screzi di vita penitenziaria o in sgarbi avvenuti fuori dal carcere. Fatto sta che poche ore fa, nel carcere genovese di Marassi, tre detenuti stranieri se le sono date di santa ragione.
E se non fosse stato per il tempestivo interno dei poliziotti penitenziari le conseguenze della rissa potevano essere peggiori. La denuncia arriva dal sindacato più rappresentativo e con il maggior numero di poliziotti penitenziari iscritti, il Sappe, che denuncia come resta sempre alta la tensione nelle carceri italiane.
Spiega Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe: "La rissa tra detenuti a Udine è sintomatico di una emergenza penitenziaria che permane, nonostante tutto, sedata in tempo dai bravi poliziotti penitenziari in servizio che mi auguro vengano premiati per l'ottimo intervento operativo. Un saluto in particolare va ad un poliziotto, colpito dai detenuti mentre tentava di separarli, che si trova attualmente al Pronto soccorso di un Ospedale cittadino.
Non so come si possa parlare di emergenza superata, visto che a Marassi si sono contati, nei dodici mesi del 2014, 106 episodi di autolesionismo, 9 tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria e 17 colluttazioni". Per il Sappe "la situazione nelle carceri resta sempre allarmante, nonostante in un anno il numero dei detenuti sia calato, a Marassi, di oltre cento unità: dai 773 del 31 gennaio 2014 si è infatti passati agli attuali 684, mentre a livello nazionale sono oggi detenute 53.889 persone rispetto alle 61.449 dello scorso anno (circa 7.500 in meno). Capece sottolinea infine che "per fortuna nostra e delle Istituzioni a Marassi lavorano poliziotti penitenziari molto determinati, che credono nel proprio lavoro, che hanno valori radicati e un forte senso d'identità e d'orgoglio. Agenti, Sovrintendenti, Ispettori, Funzionari che lavorano ogni giorno, nel silenzio e tra mille difficoltà ma con professionalità, umanità, competenza e passione nel dramma delle sezioni detentive genovesi e italiane. A loro va il plauso mio personale e del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il Sappe".
Redattore Sociale, 25 febbraio 2015
È successo in Toscana dopo un piccolo furto in un vivaio da parte di una donna. Insorge il Garante dei detenuti: "Si parla di carceri sovraffollate e poi si tiene in cella una donna per un episodio del genere". Quattro mesi di carcere perché ha rubato tre piante in un vivaio. È successo a una signora che abita in Toscana, dopo che si era inserita all'interno di un vivaio in piena notte per compiere il furto. Fino a pochi giorni fa, la donna è rimasta nel carcere fiorentino di Sollicciano, quindi è stata trasferita a Pisa. La donna, dopo l'arresto, ha restituito le piante ma la pena non è stata attenuata.
Il caso solleva numerose critiche da parte del garante dei detenuti di Firenze Eros Cruccolini: "Si parla sempre di sovraffollamento delle carceri e poi si tiene 4 mesi in cella una persona che ha commesso un piccolo furto. Ci potrebbero essere tante pene alternative, ad esempio quella di far lavorare la donna all'interno del vivaio dove ha commesso il furto. In questo modo, invece, non si fa altro che sovraffollare gli istituti penitenziari, già al collasso".
di Tiziana Montaldo
La Stampa, 25 febbraio 2015
"La favola bella" è uno spettacolo realizzato e interpretato dai detenuti della Casa Circondariale di Saluzzo. "Guardiamoci dentro. Le ragioni di una riflessione sul carcere": mercoledì 25 e giovedì 26 si terranno due giorni tutti dedicati per ragionare sul significato di "pena" e la sua funzione stabilita dalla Costituzione di recupero del detenuto, l'assunzione della responsabilità individuale, le esperienze maturate da cooperative e da volontari con percorsi di formazione e di reinserimento delle persone detenute e, infine per ragionare sulle strategie attuabili in tempi di crisi per diminuire i rischi di recidiva. L'evento è promosso dalla Compagnia San Paolo, dal 1996 sostenitrice di progetti nelle carceri, e dall'Ufficio Pio, sempre della Compagnia, che gestisce il progetto Logos per il supporto delle persone che hanno scontato la pena e devono reinserirsi trovando una casa e un lavoro.
La due giorni comincia con il convegno nazionale - con esperti da tutta Italia - mercoledì 25 alle 13,30 al Campus Einaudi, in lungodora Siena 100 e 4 workshop tematici dalle 15 sulla pena nel quadro normativo, il lavoro di "team" tra volontari, cooperative e personale penitenziario, la pena del non lavoro e il territorio come risorsa. Alle 21,30 al Piccolo Regio, in sala Puccini, piazza Castello 215 spettacolo gratuito fino a esaurimento posti dal titolo provocatorio "Ognuno ha la sua legge uguale per tutti" interpretato e realizzato dai detenuti della Casa circondariale Lorusso Cotugno con il coordinamento di Claudio Montagna di Teatro Società. Giovedì 26 al Foyer del Toro del Teatro Regio alle 9 si tiene la tavola rotonda "Carceri: luoghi (in)credibili e ponti verso l'esterno?" mentre alle 14,30 si parlerà invece de "L'esperienza delle Fondazioni: modelli e prospettive d'intervento". Ingresso gratuito, iscrizioni sul sito.
Sono invece esauriti i posti per la visita guidata al Museo delle Nuove sempre del 26 alle 18 e per lo spettacolo alle 21 de "La favola bella" realizzato e interpretato dai detenuti della Casa di reclusione Rodolfo Morandi di Saluzzo.
In parallelo si svolgono due mostre: una al Campus Einaudi, in lungo Dora Siena 100, fino al 6 marzo, con un percorso fotografico di ritratti in bianco e nero di persone detenute e non con alcune frasi. Al Foyer del Regio, fino al 2, si tiene invece l'installazione di due grandi specchiere montate dove si riflettono da una parte le immagini dei detenuti inseriti in percorsi artistici, culturali e sportive e quelli in cella a simboleggiare un confronto l'opportunità di imparare un lavoro e l'inattività. È previsto anche uno spazio di vendita dei prodotti realizzati in carcere esposti anche da Marte, il temporary shop in via delle Orfane 24/d.
di Cristina Morini
Il Manifesto, 25 febbraio 2015
Saggi. "Recluse" di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa per Ediesse Edizioni. Un'inchiesta sulle donne detenute. Le carceri come un'istituzione tesa a "naturalizzare" la condizione di genere. "Come potrebbe la prigione non essere la pena per eccellenza in una società in cui la libertà è un bene che appartiene a tutti e al quale ciascuno è legato da un sentimento universale e costante?", si domanda Michel Foucault in Sorvegliare e punire. Dalla sua origine, tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, l'istituzione carceraria viene pensata innanzitutto come castigo "egualitario". Questa storica vocazione del carcere all'"eguaglianza" viene analizzata da Susanna Ronconi e Grazia Zuffa nel libro Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere (Ediesse Edizioni, pp. 315, 16 euro. Il libro è stato presentato ieri a Roma da Cecilia d'Elia, Mauro Palma e Stefano Anastasia), attraverso una griglia interpretativa inconsueta, quella della differenza sessuale.
Eppure, l'impianto della macchina-prigione si configura per la perfetta assenza di "alterità", omologandosi sulla prevalenza della "questione criminale maschile" a partire da un elemento statistico: "la maggioranza di arrestati, condannati e detenuti è di sesso maschile" e le donne rappresentano appena il 4,3 per cento della popolazione detenuta italiana. Popolazione "residuale", dunque, rappresentata per negazione e che fatica a trovare autonomi spazi di soggettivazione. Per altro, la depersonalizzazione e il declassamento dell'individuo attraverso la cancellazioni di diritti (alla privacy, all'affettività, alla salute) sono parte integrante dei disegni del carcere. La sofferenza che tali trattamenti generano si traduce spesso in fenomeni autodistruttivi.
I nessi tra il disconoscimento dei vissuti, piegati e domati, le precarietà esistenziali dei percorsi individuali e le ricadute cliniche sono evidenti, ed esplicitati dalle due autrici. Ronconi e Zuffa muovono da una ricerca condotta nel 2013 nelle carceri di Solliciano, Empoli e Pisa, dando voce e cioè corpo alle donne detenuti: corpi sessuati nei loro desideri e nelle loro resistenze. La rimozione della differenza sessuale all'interno degli istituti penali si inserisce in una schema tradizionalmente insito nella società. Ma il carcere è un microcosmo dove l'inclusione consente di amplificare modelli e simbologie parimenti neutralizzanti e naturalizzanti.
La principale letteratura sulla carcerazione femminile, dagli inizi del Novecento, mostra come anche per i "riformisti" alla donna può essere riservata una punizione meno dura a patto di sottolinearne la costitutiva dipendenza, fragilità e irrazionalità. Nel tempo, l'apparato repressivo ha dedicato alle donne la reclusione all'interno di riformatori "a scopo preventivo", per reati connessi alla sessualità, come la prostituzione o l'essere madri nubili. Almeno fino alla riforma del 1975, in Italia la gestione della reclusione femminile è stata affidata alle suore con "riproposizione di ruoli femminili tradizionali e di soggezione a imperativi di tipo religioso".
Nel presente, Tamar Pitch ha ripreso il dibattito circa il modello di giustizia e di pena per le donne, mostrando la difficoltà a uscire da una dicotomia stretta tra "la logica dell'eguaglianza, ritagliata su una norma maschile assunta acriticamente" e la severità della giustizia maschile, insensibile alle circostanze in cui le donne commettono reati.
La ricerca qualitativa che costituisce il cuore del testo, con 38 interviste autobiografiche, mette a fuoco la percezione dei dispositivi di detenzione, le strategie di resistenza e l'immaginazione del futuro. La lettura di genere aiuta nel lavoro di scavo e risulta utile nella decifrazione di un universo costruito sull'imposizione della "dipendenza". La donna in carcere non può sottrarsi alla propria rappresentazione "minorata" che chiama in causa "la natura femminile" dentro le mura. La devianza nella donna imprigionata è sintomo, semmai, della sua debolezza, "non pericolosa ma pericolante" per usare un'efficace immagine di Tamar Pitch. Con il rischio, scrivono Ronconi e Zuffa, che le donne "perdano se stesse" poiché i meccanismi di infantilizzazione e passivizzazione sono meno decifrabili, mentre il paternalismo si esercita più agevolmente nei loro confronti.
Emergono, dai racconti, le difficoltà quotidiane della sopravvivenza dietro le sbarre, dentro "la danza immobile del carcere", luogo sprovvisto di un "tempo sensato" le cui regole disciplinano il corpo, il corpo malato che attende cura, che ha bisogno di ascolto. Si ricorre a una gestualità quotidiana (pulire, fare ginnastica, scrivere) per difendersi dal vuoto e dall'ansia, dall'assenza di risposte. Si rintracciano i codici di una resistenza, di una "resilienza", "per tener fede a se stesse, per non farsi invadere dall'istituzione totale", facendo appello a "una drastica alterità rispetto a tutto ciò che il mondo carcerario significa". Ricostruire, anche, la propria identità di persona, soprattutto attraverso le relazioni, in particolare le relazioni affettive, con la famiglia d'origine e con i figli. Mantenersi dentro questa traccia, mantenersi legate al domani attraverso gli amori, soprattutto l'amore materno, con parole commoventi, "con tenerezza, sofferenza e concretezza". Ma questo modo di provare a vivere è, contemporaneamente, il modo di soggiacere al compito assegnato.
La conversazione finale tra le autrici e Maria Luisa Boccia interroga il pensiero e alla pratica femminista del "fuori" come sistema utile per inquadrare il "dentro" delle donne in carcere, mettendoli in rapporto. Nelle parole di Boccia, "il carcere può essere considerato una sorta di laboratorio (...) un modello di controllo sociale che anticipa il modello assai vasto di femminilizzazione della società". Un paradigma, questo, che abbiamo visto dispiegarsi con l'ideologia neoliberale e che recupera il femminile "come un insieme di "valori" da mettere a frutto nella società e non solo in famiglia". Nel carcere diventa un distillato di norme che ricollocano la donna a cavallo tra il "femminile" e il patologico: "per le donne la riabilitazione significa tornare a essere una buona madre e una buona figlia", dice Boccia. Fuori da qui c'è l'"anormalità", intesa come devianza da quel "femminile" che si pretende connaturato e al quale le donne detenute vanno riportate attraverso la "correzione" e la "riduzione a minore".
"Dallo sguardo della differenza femminile", scrivono nelle conclusioni Ronconi e Zuffa, "si affaccia una riflessione che può condurre a scelte di politica carceraria "per le donne e per gli uomini": la "minorazione" della persona detenuta è parte integrante e necessaria della pena carceraria? Oppure rientra in una lesione del diritto alla dignità e alla salute che eccede la privazione della libertà?".
La Corte Europea di Strasburgo ancora nel 2013 ha giudicato "inumano e degradante" il trattamento impartito nel sistema penitenziario italiano. Nel 2014 si sono avuti 43 suicidi in cella (fonte, Ristret?tiO?riz?zonti?.it). Al 30 giugno 2013 in carcere con le madri si trovavano 52 bambini sotto i tre anni (Istat).
Ansa, 25 febbraio 2015
La chiusura dell'operazione Mare nostrum ha prodotto "conseguenze ampiamente previste di nuove, tragiche morti in mare, nonostante il pieno dispiegamento dei mezzi e l'impegno della Guardia costiera italiana, lasciata pressochè sola dalla comunità internazionale".
Lo ha affermato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia, nel corso della presentazione del Rapporto 2014-2015. Nella parte dedicata all'Italia, l'organizzazione sottolinea le sue preoccupazioni per "la situazione nelle carceri e nei centri di detenzione per migranti irregolari e il mancato accertamento - nonostante i progressi compiuti su qualche caso - delle responsabilità per le morti in custodia. Amnesty punta il dito contro le "indagini lacunose e le carenze nei procedimenti giudiziari" e sottolinea inoltre la "perdurante assenza del reato di tortura nella legislazione italiana" e "la discriminazione nei confronti delle comunità rom.
"Durante il semestre di presidenza dell'Unione europea l'Italia ha sprecato l'opportunità di dare all'Europa un indirizzo diverso, basato sul rispetto dei diritti umani, sul contrasto alla discriminazione e soprattutto su politiche in tema d'immigrazione che dessero priorità a salvare vite umane, attraverso l'apertura di canali sicuri di accesso alla protezione internazionale, piuttosto che a controllare le frontiere", ha dichiarato Rufini.
"Dopo aver salvato oltre 150.000 rifugiati e migranti che cercavano di raggiungere l'Italia dal Nord Africa su imbarcazioni inadatte alla navigazione, a fine ottobre l'Italia ha deciso di chiudere l'operazione Mare nostrum. Avevamo chiesto al governo, e lo stesso primo ministro si era impegnato pubblicamente in questo senso, di non sospendere Mare nostrum fino a quando non fosse stata posta in essere un'operazione analogamente efficace, in termini di ricerca e soccorso in mare".
di Luigi Saraceni
Il Manifesto, 25 febbraio 2015
Nel primo anniversario della sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittime le pene draconiane previste dalla Fini-Giovanardi per le droghe "leggere" (da 6 a 20 anni di reclusione) e ripristinato le più miti pene della legge precedente (da 2 a 6 anni), le Sezioni Unite della cassazione sono chiamate a risolvere i prevedibili contrasti insorti tra pubblici ministeri e giudici, di legittimità e di merito, sulla incidenza della pronuncia della Consulta sulle condanne definitive in corso di esecuzione.
Gli appelli di giuristi e associazioni per un intervento legislativo che prevenisse tali contrasti, adottando una soluzione equa ed uniforme per tutti i condannati, sono caduti nel vuoto e così, nella latitanza della politica, sarà ancora una volta il massimo organo della giurisdizione penale che, nell'udienza di domani, dovrà dire una parola definitiva sulla sorte di migliaia di detenuti che stanno scontando pene "illegittime".
I giudici di piazza Cavour si trovano la strada parzialmente spianata da una precedente decisione delle stesse Sezioni Unite, che, sia pure con riferimento ad una diversa vicenda, nel maggio scorso hanno spazzato via il feticcio del "giudicato", invocato da una parte della magistratura per contrastare gli effetti delle decisioni della Consulta sulle condanne definitive.
Ma i giudici più restii a dare piena attuazione ai valori costituzionali, non potendo continuare ad invocare lo sbarramento del "giudicato", si sono attestati su una nuova frontiera. Dicono che la decisione della Consulta vale solo per i casi in cui la condanna definitiva superi il minimo della pena prevista dalla Fini-Giovanardi, che coincide con il massimo previsto dalla ripristinata legge precedente (6 anni di reclusione). In altre parole, secondo questa giurisprudenza, può considerarsi "illegale" solo la parte di pena che superi il minimo della legge precedente, sicché, per ripristinare la legalità, basterebbe eliminare la pena eccedente.
Questo orientamento non tiene conto di un dato, ben noto a chiunque abbia una qualche conoscenza delle prassi giudiziarie. La commisurazione della pena è una scelta che i giudici compiono collocando il fatto da giudicare nella "cornice edittale" prevista dalla legge vigente e riservando il minimo ai fatti di minore gravità. È perciò evidente che il minimo della pena inflitta nel vigore della illegittima legge Fini-Giovanardi (6 anni di reclusione) potrebbe riguardare, e quasi sempre riguarda, fatti che, se giudicati secondo i parametri legali ripristinati dalla decisione della Consulta, avrebbero meritato un minimo di 2 anni o comunque una pena di gran lunga inferiore.
Perciò la giurisprudenza più attenta a dare effettiva attuazione ai valori costituzionali, ritiene che tutte le condanne in corso di espiazione inflitte nel vigore della Fini-Giovanardi per droghe leggere vadano annullate e il trattamento sanzionatorio vada rideterminato dal giudice della esecuzione sulla base delle pene previste dalle precedenti norme costituzionalmente legittime (più miti, anche se ancora troppo severe).
Sono appunto questi contrastanti orientamenti giurisprudenziali che i giudici della Cassazione dovranno risolvere nell'udienza di domani. L'auspicio è che le Sezioni Unite proseguano il percorso della ragione intrapreso nel maggio scorso, ponendo fine alla esecuzione delle pene illegittime.
Resta comunque il rammarico per tutti coloro che l'inerzia della politica ha nel frattempo condannato ad espiare, nell'ancora sovraffollate galere, una pena che per i principi costituzionali del nostro ordinamento non avrebbero dovuto espiare.
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