di Luca Ricolfi
La Stampa, 13 giugno 2019
La preoccupazione per il destino della democrazia liberale presente in molti degli interventi del dibattito aperto dal Messaggero nei giorni scorsi e sicuramente giustificata. Sì, effettivamente social media e nuove tecnologie stanno sconvolgendo il funzionamento della politica. La mancanza di mediazioni rende più incerto che in passato il confine fra vero e falso.
Immense praterie si aprono a quanti intendono sfruttare la credulità popolare per i propri fini. Tutto questo è reale, ma è davvero una novità del presente? La mia impressione è che le radici di quel che oggi inquieta tanti di noi siano antiche, e poco abbiano a che fare con l'irruzione dei social media nella vita politica. Prendiamo, ad esempio, l'evoluzione della leadership, ovvero la tendenza dei capi a saltare la mediazione degli apparati.
La vera rottura è avvenuta fin dal 1994, con la discesa in campo di Berlusconi, ma è difficile non vedere che quella rottura avveniva su un terreno, quello della comunicazione diretta fra il leader e le masse, che era stato ampiamente arato da Sandro Pertini e Karol Wojtyla, assurti insieme l'uno al vertice della Repubblica l'altro a quello della Chiesa fin da11978, ossia 16 anni prima dell'ingresso in politica di Berlusconi.
Noi oggi siamo impressionati da Salvini che posta su internet una foto mentre addenta pane e Nutella. Ma forse dovremmo chiederci perché mai, se il Papa twitta, conversa con i giornalisti in aereo, e telefona a Uno Mattina, i politici dovrebbero osservare un contegno più sobrio. Un discorso analogo si potrebbe fare per la presunta democrazia diretta della piattaforma Rousseau, che affida a poche decine di migliaia di iscritti decisioni politiche cruciali.
Sembra un modello nuovo, ma in realtà è la riedizione della democrazia assembleare di mezzo secolo fa, quando un manipolo di studenti politicizzati (circa un giovane su 10, secondo le ricostruzioni statistiche) pretendeva di parlare a nome di tutti, perché solo le avanguardie contano, e perché "gli assenti hanno sempre torto".
Mi si potrebbe obiettare che il vero problema, oggi, è che il desiderio di contare, di essere qualcuno o "qualcunismo", si è trasformato nella credenza di essere alla pari con esperti, studiosi, tecnici e competenti in genere. L'utente della rete non riconosce alcuna gerarchia di conoscenza, pensa di poter esprimere opinioni su qualsiasi materia, senza complessi di inferiorità verso chicchessia. È vero, ma la mia domanda è: ve ne accorgete solo ora? E credete davvero che la colpa sia della Rete?
Anche qui a me pare che i processi che ci hanno portato dove ora siamo, ovvero al rigetto sistematico e generalizzato di qualsiasi autorità e gerarchia culturale, siano ben precedenti alla nascita di internet e alla sua invasione della sfera politica. È dalla fine degli anni 60, in piena prima Repubblica, che le grandi istituzioni che mediavano fra il cittadino e la collettività nazionale hanno progressivamente abdicato ad ogni ruolo di guida, e proclamato quella sorta di egualitarismo culturale di cui ora la Rete si limita a raccogliere i frutti finali.
La giusta esigenza di "ascolto" di chi si trova in qualche senso al di sotto, o al di fuori, o ai margini, si è trasformata progressivamente in una sorta di sdoganamento dell'ignoranza, della volgarità, della presunzione e della prepotenza dei singoli. Vale per la radio, in cui le opinioni più infondate o volgari sono assurte progressivamente a protagoniste legittime, alla pari di tutte le altre; vale per la televisione, quasi completamente trasformata in macchina di intrattenimento; vale per la scuola e l'università, mestamente acconciate ad abbassare drammaticamente gli standard; vale per la famiglia, con la rottura dell'alleanza con la scuola e la trasformazione dei genitori in sindacalisti dei figli. Poteva non accadere lo stesso in politica?
Oggi è facile vedere il disastro, perché l'ideologia secondo cui siamo tutti alla pari, e le competenze non contano, è proclamata ai quattro venti. Ma vogliamo vedere anche come ci siamo arrivati? Fra la dottrina della rottamazione della classe dirigente, che per diversi anni ha imperato nel dibattito pubblico, e l'attuale credenza che chiunque possa fare il ministro, fra l'imbarbarimento dei media e l'irresponsabilità comunicativa dei politici, c'è un filo di continuità che faremmo bene a non nasconderci.
Il guaio dei social media e delle nuove tecnologie è di rendere ancora più facile, quasi più naturale, proseguire sulla strada che da mezzo secolo stiamo percorrendo. Ma è un guaio che, forse, ha il suo lato positivo: oggi i danni e i pericoli dell'egualitarismo culturale, proprio perché sono messi quotidianamente in scena da una politica del tutto priva di freni inibitori, sono più evidenti che mai. Sta a noi decidere se ci va bene così, o se è il caso di cambiare rotta. Sapendo una cosa, però: che siamo arrivati a questo punto, non è colpa di Internet, ma della lunga stagione di irresponsabilità che ne ha preceduto e preparato il trionfo.
di Gianni Riotta
La Stampa, 13 giugno 2019
L'amore per la libertà, il diritto, la giustizia, la libertà di parola, l'uguaglianza della gente semplice davanti al potere assoluto non sono dunque scomparsi in questo XXI secolo di Moloch politici, nichilismo, indifferenza.
Le proteste di queste ore a Hong Kong contro una legge capestro che permetterebbe la deportazione in Cina di ogni cittadino, qualunque passaporto abbia in tasca, e i cortei in Russia a favore del giornalista Ivan Golunov, arrestato dalla polizia per i suoi articoli sulla corruzione del regime del presidente Vladimir Vladimirovic Putin, confermano che il cinismo alla moda non ha vinto per sempre. Nel 2019 studenti, lavoratori, intellettuali, adolescenti, sindacati, giornalisti - colleghi cui va la nostra più affettuosa solidarietà -, dirigenti politici onesti, imprenditori, manager, operai, gente di ogni età, cultura, ceto sociale, come i loro avi nell'Ottocento e Novecento, testimoniano che benessere e quieto vivere poco valgono senza giustizia e libertà.
Che lezione per noi, stanchi, rassegnati, delusi, vedere gli studenti di Hong Kong, con i leader della comunità d'affari dell'ex colonia inglese, affrontare le pallottole di gomma (arma che in passato ha ucciso), i gas della polizia del commissario Lo Wai-Chung, le cariche, le botte. Carrie Lam, capo esecutivo filocinese di Hong Kong, ha pianto in diretta tv "Non venderò Hong Kong", ma non ritira la legge iniqua, sa che il presidente Xi Jinping vuole pugno di ferro contro i barlumi di democrazia, 30 anni dopo le stragi di piazza Tienanmen.
Hong Kong aveva negoziato uno statuto di autonomia, tornando sotto la madrepatria, ma da allora i margini di tolleranza si sono erosi e, con la legge sull'estradizione, la Cina preoccupa perfino - ha raccontato in un reportage Radio Radicale - i sindacati ufficiali della metropoli asiatica. Mentre i teenager di Hong Kong - i dimostranti han meno di trent'anni - vivevano il loro battesimo nella battaglia senza fine per i diritti umani e civili, a Mosca la polizia caricava i dimostranti solidali con il giornalista Ivan Golunov della testata dissidente Meduza (seguitela via twitter @meduza_en).
Golunov, da tempo, racconta il viluppo tra malaffare e politica della Russia di oggi, ed è stato fatto bersaglio di minacce e malversazioni, come tutti i reporter non allineati alla propaganda del Cremlino. Alla fine, la polizia ha deciso di arrestarlo, accusandolo di tenere in casa un laboratorio per fabbricare droghe.
Davvero ci vuole la rozzezza da chekisti, gli sbirri stalinisti della vecchia Lubyanka, quartier generale di spie e provocatori, per immaginare un cronista dissidente, che si sa controllato giorno e notte e teme per la vita come la Politovskaia, Nemtsov e i tanti oppositori caduti, che si mette a fabbricare stupefacenti in cucina! Dopo le prime proteste, Putin, la più astuta volpe d'Europa, ha capito che stavolta s'era ecceduto e ha fatto rilasciare Golunov, pur picchiato e lasciato senza cibo per ore. Il medico Alexander Myasnikov, sodale del presidente e candidato nelle sue liste, ha rifiutato però a Golunov il ricovero in ospedale, malgrado le ferite al petto e al volto "Non ho simpatia per lui" ha tagliato corto.
Ma la vecchia Mosca anticonformista, stavolta, non ha guardato dall'altra parte. Giornalisti russi e stranieri, studenti, oppositori guidati da Alexey Navalny, gente qualunque, hanno sfidato Putin e miliziani e, per la prima volta dal 2018 quando fu cambiata la legge sulle pensioni, il regime s'è visto contestare da Chistye Prudym, Nordest della capitale, fino al comando della polizia in via Petrovka tra arresti e cannonate d'acqua gelida mentre i giornali economici indipendenti stampavano in prima pagina un identico appello.
Preoccupato, Putin ha incaricato il fido consigliere Anton Kobyakov di provare a risolvere il caso, magari cercando un capro espiatorio tra i poliziotti. I coraggiosi dimostranti di Hong Kong e Mosca non avranno la meglio presto sui colossi che sfidano. Ma, in sole 48 ore, con la nobiltà della loro condotta, han smentito la fola corriva, popolarizzata dai saggi forbiti dello studioso Daniel A. Bell che "un sistema centralizzato possa funzionare meglio delle democrazie", togliendo a noi occidentali pigri l'alibi del "non vale la pena, non c'è nulla da fare, viviamo il tempo polarizzato del nazionalismo".
Con le spalle al muro, con niente in pugno se non la fondamentale dignità umana, Hong Kong e Mosca si stanno battendo anche per noi, ricordandoci quello per cui vale la pena di battersi, sempre. Non lasciamole sole.
agenzianova.com, 13 giugno 2019
Il Difensore civico per i diritti umani della Federazione Russa, Tatjana Moskalkova, ritiene che l'uso della forza contro i detenuti sia indicativo della mancanza di professionalità della polizia. "In qualsiasi caso non si può usare la forza. Quando ciò accade emerge una mancanza di professionalità", ha dichiarato Moskalkova ai giornalisti.
Oggi, nel centro di Mosca, si sono tenute delle manifestazioni non autorizzate dalle autorità a sostegno di Ivan Golunov, il giornalista del portale "Meduza" arrestato nei giorni scorsi per possesso di stupefacenti e scagionato ieri direttamente su mandato del ministero dell'Interno. Secondo il dicastero, 1.200 persone hanno partecipato al corteo e 200 sarebbero state arrestate.
di Alessandro Oppes
La Repubblica, 13 giugno 2019
L'ultima difesa dei politici imputati: "Nessuna violenza, il nostro è un movimento pacifico". Ma il pm insiste sulla tesi della "ribellione" con la quale avrebbe cercato di provocare la rottura dell'unità della Spagna. La sentenza in autunno. Quattro mesi, 52 udienze e più di cinquecento testimoni: con la formula di rito "visto para sentencia" (pronto per la sentenza) pronunciata dal controverso presidente Manuel Marchena, si è concluso davanti al Tribunale Supremo spagnolo il processo a dodici leader indipendentisti catalani, 9 dei quali in carcere, alcuni da oltre un anno e mezzo. Il verdetto verrà pronunciato solo in autunno, probabilmente in ottobre, ma nell'ultima sessione della fase dibattimentale i pubblici ministeri hanno confermato le pesantissime accuse che prevedono pene fino ai 25 anni di reclusione.
La più grave è quella di "ribellione", che secondo il codice dovrebbe essere una sollevazione violenta per sovvertire l'ordine costituzionale. A giudizio della procura, l'organizzazione del referendum secessionista del 1° ottobre 2017 (dichiarato illegale dalla Corte costituzionale) e, il giorno 27 dello stesso mese, la dichiarazione unilaterale d'indipendenza approvata dal Parlamento catalano, sarebbero state un tentativo di colpo di Stato, un attentato contro l'unità nazionale della Spagna. Molti giuristi ritengono assolutamente sproporzionata l'accusa di ribellione, anche perché nel corso del processo non sono state portate prove del fatto che ci sia stata violenza (se non quella esercitata dalla polizia contro elettori inermi nella giornata referendaria del 1° ottobre, per la quale sono in corso in altri tribunali procedimenti contro diversi agenti e ufficiali di polizia).
Alcuni degli imputati sono stati nel frattempo eletti deputati alle legislative del 26 aprile scorso. Ma dopo aver preso possesso del loro seggio alle Cortes sono stati successivamente sospesi. Ora si ripropone lo stesso problema in vista della seduta inaugurale del Parlamento europeo, in programma il 2 luglio a Strasburgo. Oriol Junqueras, il leader di Esquerra republicana per il quale il pm chiede la pena più alta - 25 anni di carcere - è stato eletto eurodeputato ma non sa ancora se potrà effettivamente occupare il seggio: è possibile che venga autorizzato a ritirare le credenziali, ma poi nuovamente sospeso, in attesa che in autunno arrivi la sentenza.
È stato proprio Junqueras il primo degli imputati a rivolgersi al tribunale per le considerazioni finali, ricordando che un conflitto politico come quello in corso da anni in Catalogna non sarebbe mai dovuto arrivare davanti alla giustizia: "La cosa migliore per tutti sarebbe restituire la questione alla politica, al dialogo e all'accordo". Raül Romeva, ex "ministro" degli Esteri del governo catalano, ha assicurato che, "qualunque cosa succeda, continueremo a tendere la mano", mentre Jordi Sànchez, all'epoca presidente dell'Assemblea Nacional Catalana, la più importante organizzazione civica dell'indipendentismo, ha difeso il carattere pacifico della giornata referendaria: "Fu un atto di protesta e di disobbedienza, non fu una giornata di violenza". In serata centinaia di manifestanti sono scesi in piazza a Barcellona per chiedere l'assoluzione dei politici imputati.
di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 13 giugno 2019
Scene di ordinaria repressione politica hanno sconvolto ieri la Russia, dove le difficoltà economiche stanno contribuendo a riaccendere le proteste e ad affossare lentamente la popolarità di Putin. A Mosca, la polizia ha soffocato con centinaia di fermi un corteo pacifico a sostegno del reporter anticorruzione Ivan Golunov, arrestato per spaccio di droga e poi liberato perché l'accusa si era di fatto rivelata una trappola per incastrarlo.
Tra i dimostranti portati in commissariato c'è anche Aleksey Navalny, il più carismatico tra i leader dell'opposizione. Il numero esatto dei fermati non è chiaro. Il ministero dell'Interno riferisce di oltre 200 persone trascinate nelle camionette della polizia. Ma secondo l'ong Ovd-Info sarebbero più di 400. In picchiata Sotto un cielo grigio e nonostante la leggera pioggia, almeno 3.000 persone si sono date appuntamento ieri in Piazza Turgenev.
Il corteo attraversa le vie del centro di Mosca mentre gli altoparlanti della polizia avvertono di continuo che la manifestazione non è autorizzata. Ma le proteste vietate spaventano sempre meno i russi. L'aumento dell'età in cui andare in pensione, il Pil che non decolla, l'inflazione alta e la riduzione dei salari reali alimentano il crescente malcontento. Il calo dei prezzi del greggio potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione. Putin resta un leader popolare, ma lo è sempre meno. Nel 2015, l'86% dei russi approvava il suo operato. Ora, il 65%.
Da alcuni mesi anche la Russia profonda ha riscoperto le manifestazioni di massa. Ma Mosca resta la principale città del Paese anche in questo. "Liberate i prigionieri politici", urlava ieri un gruppo di giovani. Qualcuno indossava una maglietta con lo slogan simbolo di questi giorni: "Io, noi siamo Ivan Golunov". Inizialmente il corteo era stato organizzato per chiedere il rilascio del giornalista noto per le sue inchieste sulla corruzione nelle alte sfere delle istituzioni russe. Ma Golunov è stato strategicamente scagionato proprio la sera prima della manifestazione. "Per mancanza di prove", ha spiegato il ministro dell'Interno Kolokoltsev.
Per mettere fine a uno scandalo ormai di portata mondiale ed evitare altre proteste massicce, pensano diversi osservatori. Le false accuse La gente però è scesa in piazza lo stesso. Stavolta chiedendo alle autorità di mantenere quanto promesso: portare davanti a un giudice coloro che hanno cercato di rovinare Ivan Golunov.
Il ministro dell'Interno ha sospeso gli agenti che avevano arrestato il giornalista e minaccia di cacciare due generali. I poliziotti dicevano di aver trovato 3 grammi di droga sintetica nello zaino del reporter e poi 5 grammi di cocaina e vari strumenti da pusher nel suo appartamento. Ma tutto fa pensare a uno schema architettato per far finire dietro le sbarre un personaggio scomodo come Golunov.
La droga probabilmente l'avevano piazzata nello zaino e nell'appartamento gli stessi poliziotti, che hanno inoltre picchiato ferocemente Golunov fino a procurargli una sospetta commozione cerebrale. "Dobbiamo farci sentire ora, altrimenti continueranno a calpestare la Costituzione", dice il giovane Kirill. Poco dopo, interi plotoni di agenti in assetto antisommossa si lanciano contro chi manifesta. Afferrano e trascinano via con la forza chiunque gli capiti a tiro.
Anche alcuni cronisti. "Vergogna!" urla la folla. "Grazie per la sicurezza!" grida sarcasticamente una vecchietta. Chi è stato fermato rischia fino a 20 giorni dietro le sbarre. L'oppositore Navalny, che da anni esce ed entra dal carcere, ne rischia 30 perché è stato (erroneamente) identificato come uno degli organizzatori della protesta.
La Russia di Putin ha dimostrato ancora una volta di non avere alcun rispetto per le libertà fondamentali. Dura la condanna di Amnesty International: "Questi arresti arbitrari e spesso brutali - denuncia - sono un perfetto esempio della repressione crudele che ha giustamente spinto i manifestanti a scendere in strada".
La Repubblica, 13 giugno 2019
Il rapporto di Unicef. Notizie di bambini detenuti, reclutati per combattere e vittime di abusi sessuali. Scuole, ospedali e ambulatori utilizzati come obiettivi, saccheggiati e distrutti. Dal 3 giugno scorso in Sudan, almeno 19 bambini sarebbero stati uccisi e altri 49 feriti. A segnalare il forte impatto sui bambini e i giovani per le continue violenze e disordini nel Paese, è l'Unicef soprattutto per l'uso eccessivo della forza che sembra sia avvenuto contro manifestanti pacifici.
"Abbiamo ricevuto notizie di bambini detenuti - dice Henrietta Fore, direttore generale del Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia, con il mandato di tutelare i diritti di bambine, bambini e adolescenti - reclutati per partecipare ai combattimenti e vittime di abusi sessuali. Le scuole, gli ospedali e i centri sanitari sono stati utilizzati come obiettivi, saccheggiati e distrutti. Gli operatori sanitari sono stati attaccati solo perché facevano il proprio lavoro".
Uno stato di cose che induce molti genitori a non far uscire di casa i propri figli, impauriti dalle violenze, dalle possibili molestie e dall'illegalità diffusa e impunita. A questo si aggiunge la carenza di acqua, di cibo e di medicine un po' in tutto il paese, condizione che mette a rischio la salute e il benessere dei più piccoli. I bambini in Sudan stanno già portando il peso di decenni di conflitti, sottosviluppo cronico e scarsa capacità di governo.
Nonostante tutto - sottolinea una nota dell'Unicef - "di fronte a questa generale instabilità, il nostro lavoro per i bambini in Sudan continua. Stiamo fornendo a milioni di bambini, compresi quelli sfollati o rifugiati, vaccini, acqua sicura, cure per la malnutrizione acuta grave e supporto psicosociale".
"La violenza però deve terminare". L'organizzazione umanitaria chiede a tutti coloro coinvolti di proteggere i bambini sempre e tenerli lontani dai pericoli. Ogni attacco contro di loro, contro scuole o ospedali è una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali. L'Unicef, dunque, invita le autorità a consentire alle organizzazioni umanitarie di dare assistenza a coloro che ne hanno bisogno, anche attraverso l'accesso agli ospedali che sono off-limits o chiusi.
"Mi unisco al Segretario generale delle Nazioni Unite - conclude Henrietta Fore - nell'esortare le parti a proseguire un dialogo pacifico e a riprendere i negoziati sul trasferimento del potere a un'autorità di transizione a guida civile. I bambini del Sudan vogliono la pace. La comunità internazionale deve assumere una posizione ferma a sostegno delle loro aspirazioni".
agensir.it, 13 giugno 2019
Cinquanta detenuti politici liberati lunedì, altri 56 ieri, tra cui il direttore e la giornalista di "100% Noticias", Miguel Mora e Lucía Pineda, in carcere dal dicembre scorso con l'accusa di terrorismo e incitazione all'odio. Sono gli effetti della legge sull'amnistia approvata in Nicaragua dal Parlamento sabato scorso, con i soli voti della maggioranza sandinista e la contrarietà dell'opposizione riunita nel cartello dell'Alianza Cívica.
Secondo le opposizioni sono ancora 89 gli oppositori che si trovano in carcere. La legge è stata contestata perché viene presentata come un provvedimento di clemenza, peraltro previsto dai precedenti accordi raggiunti al tavolo del dialogo nazionale nei mesi scorsi, senza garantire le libertà e i diritti dei cittadini. La liberazione dei detenuti è stata comunque accolta in modo festoso ed è stata anzi l'occasione perché a Managua si formassero gruppi di manifestanti che chiedevano il ritorno a una piena libertà nel Paese. L'arcidiocesi di Managua, sui propri profili social, ha rilanciato una frase pronunciata domenica scorsa, in un colloquio con alcuni giornalisti, dall'arcivescovo, il card. Leopoldo Brenes: "Che escano dal carcere tutti i detenuti darà gioia a tutte le famiglie, speriamo che questa legge non le danneggi e che tutti coloro che sono stati privati della loro libertà possano vivere liberamente nel loro Paese".
di Carmelo Musumeci
osservatoriorepressione.info, 12 giugno 2019
Sto molto apprezzando l'iniziativa "Viaggio in Italia: la Corte Costituzionale nelle carceri". Il progetto è stato deliberato dalla Corte l'8 maggio 2018. Leggo che con la scelta del carcere, la Corte intende anche testimoniare che la "cittadinanza costituzionale" non conosce muri perché la Costituzione "appartiene a tutti".
Il Messaggero, 12 giugno 2019
I ministri della Difesa Elisabetta Trenta e della Giustizia Alfonso Bonafede firmeranno giovedì a Napoli un protocollo d'intesa per la cessione di immobili dal ministero della Difesa a quello della Giustizia.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 12 giugno 2019
Il Partito democratico non può eludere il tema. Il caso della sinistra danese, che ha vinto imitando la destra. Mentre sta iniziando il processo a Mimmo Lucano. L'afasia sui migranti dovrebbe avere i giorni contati in una sinistra che volesse tornare competitiva. Due eventi, lontani nello spazio ma assai ravvicinati per i tempi della politica, conducono a un bivio il Pd di Nicola Zingaretti e il "campo largo" che il nuovo segretario evoca assai spesso. La recente vittoria della socialdemocratica Mette Frederiksen in Danimarca e il processo all'ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, iniziato ieri in Calabria, proiettano universi simbolici e opzioni strategiche così forti e contrastanti da essere ineludibili per chiunque coltivi, sia pure non nel breve periodo, un progetto di governo alternativo all'attuale maggioranza che guida l'Italia.
Perché sarà anche vero che le migrazioni non sono il principale problema del Paese, delle nostre periferie e dei 15 milioni di cittadini che vivono in condizioni di "perifericità" geografica o sociale. Ma, per farne un argomento efficace in competizione elettorale, toccherà convincerne... la maggioranza degli italiani (a meno di non sostituire "brechtianamente" il popolo riottoso) o prendere atto che il problema c'è e non è affatto solo mediatico.
Pochi giorni fa un sondaggio Swg per La7 ha mostrato come ancora, nell'elettorato leghista, 7 su 10 considerino gli immigrati il nodo essenziale. La realtà cambia molto a seconda del punto di osservazione: vederla dalla genovese via Pré (dove è rimasta una sola commerciante italiana in tutta la strada), dalla torinese Barriera di Milano (dove i rari negozi italiani si segnalano col tricolore) o dalle borgate di Roma Est (dove si concentra gran parte dei centri d'accoglienza e campi rom attorno a case popolari al tracollo) è ben altra faccenda che contemplarla da un salotto tv o da un pensatoio sociopolitico. Roma ha circa tre milioni di abitanti e circa 360 mila stranieri (regolari) tra città e grande hinterland. Dunque, diremmo, uno straniero su dieci romani. Ma i romani che vivono in zone di disagio economico sono 950 mila. Dove graviteranno, verosimilmente, i 360 mila stranieri, nel centro storico della "sinistra Ztl" o nelle stesse zone dei 950 mila disagiati?
No, l'immigrazione non è la questione più grave. E tuttavia innerva ed enfatizza tutte le altre questioni, che pure le preesistono: dalla crisi abitativa a quella del welfare, dalla lentezza e corruzione delle burocrazie alla paralisi dell'ascensore sociale fino alle nuove manovalanze criminali. Ciò detto, non è certo un problema solo nostrano.
Il caso danese lo dimostra ampiamente. In un Paese che aveva una tradizione di accoglienza assai radicata ma anche notevoli difficoltà a tenere insieme integrazione e legalità, la sinistra di Mette Fredericksen è tornata a vincere, abbattendo di due terzi i consensi della destra. La ricetta di Mette tiene insieme forti elementi di socialdemocrazia classica in economia con una robusta svolta securitaria in materia di immigrazione. Forse per noi troppo robusta: un'isola dove confinare gli irregolari, secondo il modello australiano, è impensabile a sinistra ma indigesta, crediamo, anche per vaste aree dell'opinione pubblica cattolica.
Il punto però non sta nei singoli, pur controversi provvedimenti: sta nell'approccio. In Italia quello più rigoroso dell'ex ministro Pd Marco Minniti e, più di recente, del sindaco di Milano Giuseppe Sala (si pensi alla proposta di Daspo per i rom irregolari) ha sempre trovato silenzi imbarazzati nella parte politica dei proponenti. Stessa assenza di dibattito seguita alla svolta in Danimarca, da cui pure non sarebbero mancati spunti: la sinistra vince scimmiottando la destra o affrontando con pragmatismo le ragioni che alla destra danno la vittoria?
Tifo vociante ma confuso circonda invece Mimmo Lucano, simbolo del gauchismo più radicale che si va trascinando dietro anche parte del Pd attuale (Minniti al Viminale fu il primo ad accendere un faro sulle pratiche del sindaco di Riace che, infatti, non gliel'ha mai perdonata). Un sostegno così caloroso che spesso i media "a supporto" riportano solo una parte delle accuse, la più onorevole per il radicalismo di sinistra, il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, omettendo le ipotesi di reato più antiestetiche: truffa, concussione, associazione per delinquere.
E tuttavia, per una sinistra che si immagini di governo, il nodo non è affatto giudiziario: anzi, è tutto politico. Poiché la politica migratoria di Lucano e dei suoi laudatori si sostanzia in una formula semplice e dichiarata apertamente: accogliamoli tutti, costi quel che costi, anche in barba alla legalità. Una formula persino nobile, forse, ma di sicuro inadatta a un Paese occidentale complesso, che regala alla gauche ciò che, da sempre, desidera: la certezza matematica di restare, per sempre, all'opposizione.
Da questo bivio può darsi che il nuovo Pd zingarettiano provi a uscire assecondando il proprio antico dna: la ricerca di una terza via. Ma difficilmente su quella via potrà evitare di legare alla solidarietà dosi notevoli di sicurezza se vorrà ottenere agibilità politica. Di certo non potrà fingere che il tema non ci sia, rinviando sine die la formulazione di una proposta articolata e seria, che non si limiti a bacchettare il pur criticabile decreto Salvini. La rimozione è un'opzione legittima per qualche intellettuale, non per un leader. A meno di non voler rischiare (politicamente) la fine di don Ferrante: morire di peste dopo averne negato l'esistenza con tanta tenacia.









