Ansa, 26 febbraio 2015
Ancora episodi che denotano la tensione all'interno del carcere di Cremona, nei mesi scorsi al centro delle cronache per un tentativo di evasione sventato dalla Polizia Penitenziaria e per il rinvenimento di diversi telefoni cellulari. Prima due detenuti, coinquilini della cella, sono venuti alle mani per futili motivi, poi l'episodio più grave contro un poliziotto penitenziario.
"Un detenuto ha tirato del liquido bollente, il preparativo di una tisana, addosso a un Agente di Polizia Penitenziaria in forza alla Casa circondariale cremonese", denuncia Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
"Un episodio gravissimo, che poteva avere più gravi conseguenze se il collega, al quale va la nostra vicinanza e solidarietà, non fosse stato scaltro a cercare di evitare di essere colpito. Questo grave episodio è sintomatico del costante livello di alta tensione che si vive in carcere, tanto più che le ragioni del grave gesto sono veramente futili.
Il detenuto, egiziano con fine pena 2016 per spaccio di stupefacenti, pretendeva di essere accompagnato subito in infermeria. L'agente di Polizia Penitenziaria, impegnato in altre attività di servizio nel Reparto, lo tranquillizzava che lo avrebbe fatto non appena concluse le altre operazioni ma il detenuto ha posto in atto il suo folle gesto. Assurdo! La Polizia Penitenziaria non è carne da macello e servono risposte disciplinari e penali esemplari per chi si rende responsabili di gesti così sconsiderati. E serve che il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, attraverso i vertici del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, disponga una ispezione ministeriale sul carcere di Cremona".
Il leader dei Baschi Azzurri, circa il pestaggio tra i due detenuti (uno dei quali è dovuto ricorrere alle cure dei sanitari con ricorso ad un collare sanitario), sottolinea che "forse il pretesto del furioso pestaggio è tra i più futili, ossia l'incapacità di convivere - seppur tra le sbarre - con persone diverse. O forse le ragioni sono da ricercare in screzi di vita penitenziaria o in sgarbi avvenuti fuori dal carcere. Fatto sta che i due detenuti se le sono date di santa ragione. E se non fosse stato per il tempestivo interno dei poliziotti penitenziari le conseguenze della rissa potevano essere peggiori".
Capece aggiunge che "nella Casa circondariale di Cremona la tensione è costante. Nei dodici mesi del 2014 si sono contati ben 17 tentati di suicidio sventati in tempo dai poliziotti penitenziari, il numero più alto di tutte le carceri lombarde (addirittura più di penitenziari più grossi come Milano San Vittore o Opera), 120 episodi di autolesionismo, 53 colluttazioni e 14 ferimenti. Mi sembra dunque opportuno che l'Amministrazione Penitenziaria regionale ponga tra le priorità di intervento il penitenziario di Cremona, dove lo scorso 31 gennaio erano detenute 376 persone, il 72% delle quali (271) straniere. Un numero spropositato: bisognerebbe espellerli. Fare scontare agli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile la pena nelle carceri dei Paesi d'origine può anche essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia".
"Il dato oggettivo è però un altro - conclude il leader del Sappe: le espulsioni di detenuti stranieri dall'Italia sono state fino ad oggi assai contenute: 896 nel 2011, 920 nel 2012 e 955 nel 2013, soprattutto in Albania, Marocco, Tunisia e Nigeria. Si deve superare il paradosso ipergarantista che oggi prevede il consenso dell'interessato a scontare la pena nelle carceri del Paese di provenienza. Oggi abbiamo in Italia 53.889 detenuti: ben 17.403 (quasi il 35 per cento del totale) sono stranieri, con una palese accentuazione delle criticità con cui quotidianamente devono confrontarsi le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria.
Si pensi, ad esempio, agli atti di autolesionismo in carcere, che hanno spesso la forma di gesti plateali, distinguibili dai tentativi di suicidio in quanto le modalità di esecuzione permettono ragionevolmente di escludere la reale determinazione di porre fine alla propria vita. O al grave episodio accaduto proprio a Cremona, con un poliziotto penitenziario che ha rischiato la vita per il gesto folle e sconsiderato di un detenuto straniero".
di Francesco Li Noce
www.sanremonews.it, 26 febbraio 2015
I fatti risalgono al 2011 quando all'interno del carcere di Imperia era stata ritrovata dell'eroina nascosta nel cappuccio dell'accappatoio del detenuto tossicodipendente, accappatoio portato dalla madre e dal genero che aveva accompagnato la donna in auto. Sono stati assolti, questa mattina dal giudice del Tribunale di Imperia Anna Bonsignorio, Battistina V e il genero Gianni C, imputati con l'accusa di aver portato della droga nascosta nell'accappatoio a un detenuto tossicodipendente, figlio di Battistina. I fatti risalgono al 2011 quando all'interno del carcere di Imperia era stata ritrovata dell'eroina nascosta nel cappuccio dell'accappatoio del detenuto tossicodipendente, accappatoio portato dalla madre e dal genero che aveva accompagnato la donna in auto.
I due sono stati giudicati però innocenti dal giudice Anna Bonsignorio che ha riconosciuto la tesi dell'avvocato difensore della donna, Elena Pezzetta, la quale ha sostenuto che a nascondere la droga, all'insaputa della donna e del genero, difeso dall'avvocato Rosanna Rebagliati, fosse stata un'amica del detenuto.
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 26 febbraio 2015
Prima scriveva dal carcere di Piacenza, ora lo farà dalla Dozza di Bologna. Giusy ha 64 anni e moltissime amicizie alimentate dalla corrispondenza. Il direttore del mensile del carcere di Pavia: "Le fanno un sacco di regali, e lei ha parole di conforto per chi che ne ha bisogno".
"Quanti anni ha? A chi glielo chiede, risponde dai 42 ai 62, a seconda dell'interlocutore. In realtà lei di anni ne ha 64, portati con grande spirito". Lei è Giusy, detenuta emiliana del carcere di Piacenza, trasferita pochi giorni fa alla Dozza di Bologna dopo la sentenza definitiva. A raccontare la storia di questa donna, per tutte le compagne detenute finita in carcere per un enorme errore giudiziario, è Bruno Contigiani, direttore di Numero Zero, giornale dell'istituto penitenziario Torre del Gallo di Pavia.
"Giusy è stata una delle prime donne a partecipare ai nostri gruppi di lettura ad alta voce. Non è mai mancata una volta, era una delle nostre animatrici. Il suo passato non è semplice, ma sorride sempre, e non fa mai mancare una parola buona a chi ne ha bisogno". Giusy, racconta Contigiani, è buona, ingenua, genuina.
Si cura molto, è simpatica e partecipativa. E ha una particolarità: "Ama scrivere lettere: intrattiene una corrispondenza molto frequente con 21 detenuti di 12 carceri italiane. Lo fa con estremo affetto, si occupa degli altri mettendoci il massimo impegno". Così, ogni volta che arriva la posta, lei riceve sempre 2 o 3 lettere: "Sono di vario tipo: alcune affettuose e di conforto, altre con qualche particolare piccante. Ama soprattutto la corrispondenza con la casa circondariale di Napoli. Lì c'è anche un detenuto con cui sta programmando una vita una volta fuori. E quando deve ammettere l'età, la definisce variabile in base al destinatario della missiva".
Ma come conosce i nomi delle persone a cui scrivere? "Su Numero Zero, in fondo, mettiamo i nomi dei detenuti che hanno collaborato all'edizione, già quello è un primo spunto. Poi, c'è Cronaca Vera", rivista di culto per un pubblico popolare, il giornale più letto negli istituti penitenziari, che ospita la rubrica Lettere dalle Carceri. "Si trovano veri e propri annunci: lì i detenuti - italiani e stranieri - si descrivono apertamente in cerca di un'anima gemella. Senza timori si dichiarano etero, gay, trans. E tra loro si scambiano regali. Giusy ne riceve molti, e parecchi vuole tenerli segreti...", spiega Contigiani sorridendo.
In fondo, chi si scrive le lettere oggi? "I detenuti sono gli unici che ancora intrattengono rapporti epistolari. Quali altre categorie lo fanno? Forse le persone sofisticate, nessun altro". Il carteggio dalle carceri, insomma, si alimenta di scambi tra le mura: "Si scrive a persone libere solo se non hanno la possibilità di fare i colloqui, e oggi capita molto raramente". E proprio da questo spunto, Contigiani affronta un altro tema: quello delle difficoltà tra detenuti e detenuti e tra detenuti e familiari: "In nessuna casa circondariale italiana è permessa la cosiddetta ora d'amore. È una chimera. Così molte famiglie, molti fidanzamenti, falliscono".
Porta come esempio la storia di una coppia di ragazzi danesi, entrambi detenuti nel carcere di Piacenza; lei, 30 anni, deve scontare qualche anno, mentre il marito è condannato all'ergastolo: "Vorrebbero solo stare un po' insieme, non avere un vetro tra di loro. Ma non possono. E pensare che tenersi qualche minuto per mano potrebbe salvare tantissimi rapporti, messi in crisi dalla detenzione".
Il Velino, 26 febbraio 2015
La donazione dell'Associazione Antigone alla biblioteca "Norberto Bobbio" dell'ateneo. Presentato ieri al Campus Luigi Einaudi il patrimonio librario che l'Associazione Antigone dona alla Biblioteca Norberto Bobbio dell'Università di Torino, composto da circa 2.000 volumi sul tema del carcere e dell'amministrazione della giustizia penale che tracciano la storia del sistema carcerario del nostro Paese nell'epoca repubblicana (sistema che quest'anno celebra il quarantennale della riforma dell'ordinamento penitenziario).
Questa donazione - informa una nota dell'ateneo - si va tra l'altro a collegare ad un'altra iniziativa che in questi anni è stata finanziata dalla Compagnia di San Paolo: l'acquisto di libri sulle tematiche carcerarie, con particolare riguardo alla prospettiva internazionale, che da anni è stato effettuato nell'ambito del supporto al progetto del Polo Carcerario - Universitario presso la Casa Circondariale Lorusso Cutugno di Torino. In questo modo, la Biblioteca Norberto Bobbio avrà tra breve un patrimonio librario sul tema carcere che non ha riscontri di pari qualità e quantità in Italia e si colloca tra i più qualificati a livello europeo.
L'università rende noto che l'attività di catalogazione del fondo librario e di digitalizzazione dell'archivio storico dell'associazione Antigone verrà effettuata attraverso borse-lavoro di inserimento lavorativo per persone svantaggiate finanziate dall'Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo. "La donazione di un fondo librario come questo - commenta il prof. Gianmaria Ajani, rettore dell'Università di Torino - importante per quantità e per la tematica, dimostra che la scelta dell'Ateneo di creare un polo bibliotecario unificato è vincente, perché fattore di attrazione di altre realtà".
"Il nostro intento - dichiara Patrizio Gonnella, presidente Associazione Antigone - è quello di valorizzare i volumi e metterli a disposizione di una utenza che li sappia usare, creando per un ambito di studio fondamentale. Il patrimonio librario, grazie all'Associazione Antigone, sarà arricchito ogni sei mesi. Con l'Università di Torino e la Biblioteca Norberto Bobbio c'è sinergia che ha creato anche un osservatorio sulle condizioni di detenzione: uno sguardo scientifico e di monitoraggio sull'intero sistema carcerario europeo".
"Questa donazione - sottolinea il prof. Francesco Caprioli, presidente della Biblioteca Norberto Bobbio - è quantitativamente e qualitativamente rilevante. La maggioranza di questi volumi non sono presenti in altre biblioteche del territorio piemontese e si sommano a quelli già acquisiti negli ultimi anni a creare un patrimonio di grande interesse: la centralità del tema del carcere sul dibattito giuridico, ma anche sociologico, etnografico, culturale".
"L'impegno della Compagnia di San Paolo sul tema carcere è fatto di interventi su diversi fronti. - così dichiara Antonella Ricci, responsabile Area Politiche sociali della Compagnia di San Paolo. Una delle prime azioni riguarda l'Università e i libri, con il sostegno al Polo carcerario universitario, partito nel 2000; un'iniziativa di cui andiamo fieri e che continuiamo a sostenere, come sosteniamo l'Associazione Antigone dal 2008".
di Marco Caiazzo
La Repubblica, 26 febbraio 2015
Bel gesto dell'attrice con la sua Onlus intitolata al marito scomparso Pietro Taricone. Continuano a crescere i numeri dell'attività sportiva svolta nelle carceri campane, avviata nel 2012 dal Coni. Quest'anno, da registrare un ulteriore passo avanti: i detenuti del carcere di Eboli saranno impegnati nel recupero di strutture sportive esterne al carcere. E arriva anche il contributo di un privato d'eccezione, Kasia Smutniak: la moglie di Pietro Taricone ha donato gli attrezzi alla palestra del carcere di Carinola, casa di reclusione a custodia attenuata in provincia di Caserta.
Il regalo è stato voluto dall'attrice per conto della Pietro Taricone Onlus, la fondazione che ricorda l'attore casertano impegnata inoltre in un progetto per la realizzazione di una scuola in Nepal. Intanto i vertici del Coni Campania, Cosimo Sibilia e Amedeo Salerno, col dirigente del Ministero della Giustizia incaricato del progetto sport nelle carceri, Claudio Flores, tracciano un bilancio sul progetto che porta lo sport nelle carceri. "Da quando è partita questa iniziativa, che vede i nostri tecnici impegnati in modo volontario, i risultati sono stati brillanti - ha spiegato Sibilia - Il nostro obiettivo è crescere ancora".
In totale sono dieci le strutture penitenziarie coinvolte. "Non ci aspettavamo questo successo - ha aggiunto Flores - Al momento abbiamo alcune strutture, come Poggioreale, Secondigliano, Pozzuoli, Nisida, Bellizzi Irpino, Salerno ed Eboli, in cui l'attività va avanti da anni e deve essere soltanto consolidata, e altre in cui sarebbe importante riuscire ad entrare e grazie all'impegno dei nostri dirigenti e del Coni riusciremo a sviluppare il progetto in futuro. Penso ad esempio alla provincia di Caserta, e a quella di Benevento, dove a breve potremo iniziare alcune attività".
di Ilaria Urbani
La Repubblica, 26 febbraio 2015
"Ho mandato il libro a Giuseppe Tornatore, spero che ne voglia fare un film. Sto rivivendo dopo trent'anni la stessa avventura de "Il camorrista". Vengono a comprare in blocco "Una mala vita": trenta, cinquanta copie ogni volta". Non c'è giorno in cui Tullio Pironti non sia dietro al bancone della sua storica libreria in piazza Dante. L'editore osserva il suo pubblico, non ha smesso di imparare a conoscerlo.
Lo ha incuriosito il fermento intorno a "Una mala vita. La vera storia di Angelo Moccia", libro sulla vicenda umana del boss, nemico di Raffaele Cutolo, che più di vent'anni fa si volle dissociare dalla camorra, ma non scelse la strada del pentimento. "Da un mese, da quando è uscito il libro ne vendiamo in quantità, vengono persone a comprarlo anche per chi sta in carcere. Sono amici dei detenuti, mi rispondono che lo acquistano per "chi non se lo può comprare". Angelo Moccia si consegnò allo Stato nel febbraio 1992, chiese di dissociarsi senza fare i nomi dei suoi complici. Molti camorristi, seguendo il suo esempio, volevano fare lo stesso. Ma la scelta fu quella di non trattare con la criminalità organizzata. Arrivarono l'ergastolo e una mobilitazione civile attivata da don Antonio Riboldi.
"Ho deciso di mandare il libro a Tornatore perché l'interesse nato intorno a questo libro e la velocità con cui si sta vendendo mi ha fatto pensare al libro di Joe Marrazzo, che ho pubblicato nel 1984, da cui il regista trasse il suo primo film. Tra l'altro "Il camorrista" racconta la storia di Raffaele Cutolo, boss della Nco contro la quale si schierò la Nuova Famiglia di Moccia".
"Una mala vita", edito da Pironti, è scritto dall'ex magistrato Libero Mancuso e dall'avvocato Saverio Senese, prefazione di Nicola Quatrano e postfazione "critica" del fratello di Libero, Paolo Mancuso, procuratore capo di Nola che quando era all'Antimafia portò in carcere quasi tutta la famiglia Moccia. Pironti ha già in mente l'inizio del film che potrebbe nascere: "Immagino questo ragazzino con la pistola in tasca che va a vendicare la morte del padre - racconta - La storia di Moccia, sebbene molto difficile da accettare, può essere un esempio perché dalla mafia si può uscire e perché la società civile possa essere sempre più consapevole che le carceri, sovraffollate fino all'inverosimile, non possono realizzare appieno la rieduca- zione del condannato prescritta dalla Costituzione".
"Una mala vita" sta diventando un piccolo cult grazie al passaparola. "Rispetto a "Il camorrista" c'è una diversità: stavolta sono io ad essere stato contattato dagli autori - conclude Pironti. Allora fui io a chiedere un incontro con Marrazzo, gli diedi un anticipo, diventammo subito amici, avevo solo un po' di timore quando uscivamo la sera insieme con qualche delinquente. Una volta glielo dissi, e lui rispose: "Titò, e cumm' o scriv 'o libbr?".
Panorama, 26 febbraio 2015
"Guardia di finanza, apra subito." Sono le cinque del mattino del 23 febbraio 2010, l'alba di una delle tante giornate di lavoro di un professionista milanese, quando il suono del citofono interrompe bruscamente i suoi ultimi momenti di riposo.
L'incredulità, le febbrili perquisizioni, una gigantesca ordinanza di custodia cautelare, il trasferimento in caserma e poi in carcere. Inizia così la vicenda kafkiana di Mario Rossetti, raccontata in prima persona dal protagonista, ex direttore finanziario di Fastweb, coinvolto nell'inchiesta Fastweb - Telecom Italia Sparkle su una maxi frode da due miliardi di euro. Nell'Italia degli scandali infiniti la notizia conquista con clamore le prime pagine dei quotidiani, gli imputati sono additati come sicuri colpevoli, mentre Rossetti, che tre anni prima aveva visto archiviata la sua posizione per la stessa ipotesi di reato ed è ormai lontano dal mondo delle telecomunicazioni, non riesce a comprendere neppure che cosa stia succedendo.
Intanto incomincia l'odissea carceraria, tra San Vittore e Rebibbia, le asprezze del penitenziario, temperate dalla solidarietà dei compagni di cella, i "concellini". Un mondo che sconvolge ogni schema, dov'è possibile trovare umanità e conforto in una suora come in un boss con oltre trent'anni di galera. Una "terra di nessuno", con le tante assurdità che ne scandiscono le giornate, come le celle da sei adattate a nove persone, gli innumerevoli ostacoli per ottenere qualsiasi cosa, anche un colloquio, l'impossibilità di svolgere qualunque lavoro, la preoccupazione dominante di far passare il tempo interminabile, i piccoli rituali, come il caffè, la camomilla, la preparazione del ciambellone offerto ai congiunti in visita.
Quattro mesi di carcere tra Milano e Roma, gli arresti domiciliari, tre anni di processo, 147 udienze, il sequestro di ogni bene, persino dei ricordi più cari, che costringe la moglie a bussare alla porta di parenti e amici per poter andare avanti. La disavventura giudiziaria del manager prosegue intrecciandosi con quella umana e familiare, che avrà conseguenze impreviste e drammatiche. Si arriva così alla sentenza di primo grado del 17 ottobre 2013, che, riconoscendo la totale estraneità ai reati contestati, mette fine all'incubo.
Un'ingiustizia di cui nessuno risponderà e che per Rossetti non è semplicemente figlia di un terribile errore ma è la conseguenza delle tante anomalie del nostro sistema giudiziario. L'autore invoca così una radicale riforma della giustizia e un profondo ripensamento delle carceri, affinché si trasformino, da gironi infernali, in luoghi di reinserimento sociale degni di un Paese civile.
Ansa, 26 febbraio 2015
La stampa di Ankara riferisce oggi della piaga delle violenze sessuali frequenti subite dai minori detenuti in Turchia, nella prigione di Sakran, vicino a Smirne, dove gli abusi sessuali subiti dai detenuti più giovani da parte di quelli più vecchi sono pratica costante, con "stupri di gruppo" e torture sessuali, senza che l'amministrazione reagisca.
Il vicepresidente del partito di opposizione Chp, Sezgin Tantikkulu, ha presentato un'interrogazione in parlamento sul caso di quattro ragazzi curdi, arrestati per aver lanciato pietre durante una manifestazione nel Kurdistan turco, sottoposti nel carcere di Pozanti vicino a Adana ad abusi sessuali da parte di 20 persone, guardiani e detenuti più anziani.
Aki, 26 febbraio 2015
Il governo afghano ha annunciato un nuovo piano per affrontare la questione delle torture e dei maltrattamenti dei detenuti dopo la denuncia contenuta in un rapporto della Missione delle Nazioni Unite di assistenza all'Afghanistan (Unama). Lo ha annunciato la presidenza afghana. Nel documento redatto dalle Nazioni Unite emerge che il 35 per cento dei detenuti afghani, minorenni compresi, ha subito torture e maltrattamenti nelle carceri del Paese. Secondo Kabul, sono 27.800 i detenuti nelle prigioni dell'Afghanistan.
Ansa, 26 febbraio 2015
Le autorità cinesi hanno condannato a 2 anni e mezzo ma con la sospensione della pena il famoso scrittore ottuagenario, Huang Zerong, meglio conosciuto come Tie Liu, che ha già trascorso più di 20 anni nei campi di lavoro.
Secondo quanto riferiscono fonti di stampa, lo scrittore sarebbe stato condannato per aver condotto un business illegale anche se il vero motivo è il fatto che Liu, da sempre oppositore del regime, ha scritto un articolo molto critico nei confronti del capo dell'ufficio di propaganda e membro del politburo del partito comunista cinese. Lo scrittore è stato anche condannato a pagare una somma di 30.000 yuan (oltre 6.000 euro) e, con la pena sospesa, ora non si sa a cosa sarà destinato. Condannato ad un anno, senza che se ne conoscano i motivi, anche il suo assistente.
Il processo non si è svolto a Pechino, residenza dello scrittore-giornalista, ma a Chengdu, città sudoccidentale, e a Tie è stato assegnato un avvocato d'ufficio dal momento che non era presente il suo. Tie Liu ha negato ogni accusa. L'avvocato del famoso scrittore ha anche sottolineato come il suo assistito sia stato detenuto, da settembre scorso, per cinque mesi, senza alcun motivo. Tie fu prelevato dalla sua casa di Pechino dopo aver pubblicato alcuni articoli riguardanti in particolare Liu Yunshan, potente membro del partito e capo della propaganda. Anche sulla sua rivista, "Small Scars from the past" (Piccoli graffi dal passato) che Tie distribuiva gratuitamente (e che gli sarebbe valsa l'accusa di business illegale) erano apparsi articoli "sensibili", alcuni relativi soprattutto ai soprusi subiti da alcuni dissidenti perseguiti dal regime per la loro militanza politica e le loro campagne.
Tie è uno dei più anziani dissidenti che sia mai stato formalmente perseguito e condannato. Il suo è comunque un nome ben noto alle autorità cinesi. La sua storia inizia già negli anni 50, quando fu etichettato come uomo di destra, quindi contrario al partito e al regime, proprio da Mao Zedong e condannato a 23 anni nei campi di lavoro. Il suo nome venne "ripulito" solo negli anni 80. Le autorità cinesi sono negli ultimi anni divenute sempre meno tolleranti nei confronti di coloro che sono critici nei confronti del partito. I casi di arresto, coercizione, minacce, restrizioni della libertà, sono enormemente aumentati negli ultimi anni. Avvocati, scrittori, attivisti, operatori umanitari sono sempre di più nel mirino della censura. In molti casi non si è arrivati nemmeno al processo e si sono verificati anche casi di sparizioni.
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