lucerabynight.it, 1 agosto 2019
Ottima partecipazione al torneo organizzato dal volontario Luigi Talienti: "Importante valorizzare la dimensione ludica come opportunità di socialità". In autunno, nuovo appuntamento alla presenza delle famiglie. Gran finale giovedì 1 e sabato 3 agosto per "Sportivamente", il torneo organizzato nella Casa Circondariale di San Severo dal volontario Luigi Talienti. La manifestazione, che vuole promuovere lo sport e affermare i valori fondanti del senso civico, del rispetto del proprio prossimo e del valore della regola, si sta svolgendo contemporaneamente anche nel carcere di Foggia.
"La manifestazione - spiega Talienti - nasce per animare le giornate "dentro" durante l'estate, periodo in cui si fermano le attività scolastiche e diventa più forte la necessità di trascorrere qualche ora all'aria aperta. Una cosa però voglio precisarla: in carcere fa freddo anche quando ci sono 40 gradi, perché gli affetti che scaldano il cuore sono lontani".
L'iniziativa è stata fortemente voluta dal Direttore della Casa Circondariale di San Severo Patrizia Andrianello, dai Commissari Giovanni Serrano e Giacomo Prudentino e dalla responsabile dell'Area Educativa, Rosanna Caggiano. "Attraverso tali iniziative - sottolinea Talienti - si riesce a carpire la volontà di reinserimento dei reclusi. Per questo motivo risulta particolarmente importante, anche con il supporto del volontariato, valorizzare la dimensione ludica come opportunità di socialità e di allentamento delle tensioni prodotte dalla condizione detentiva. Con questo fine, l'iniziativa nata a Foggia è stata esportata, lo scorso anno, nell'Istituto di Lucera e quest'estate a San Severo". "Lo sport è spesso presente nelle iniziative di volontariato - il commento del Presidente del Csv Foggia, Pasquale Marchese - perché aiuta a superare le barriere sociali. Ha un ruolo formativo e costruttivo e, proprio grazie ai valori che lo animano, svolge una funzione di traino nei processi di integrazione".
La manifestazione vedrà sfidarsi i campioni e i vicecampioni del torneo tra ottobre e dicembre 2019, alla presenza delle famiglie, nell'ambito dell'iniziativa "Bambini senza sbarre".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 1 agosto 2019
Esce domani un libro che raccoglie l'opinione di cinque giuristi. "Se il fine della pena è la risocializzazione del reo, la reclusione in carcere non può essere senza fine: ecco perché, da sempre, l'ergastolo è e resta un nodo giuridico da dibattere e da sciogliere".
A discuterne, anche coraggiosamente dato il contesto politico e sociale, ci hanno pensato cinque autorevoli giuristi (Emilio Dolcini, Elvio Fassone, Davide Galliani, Paulo Pinto de Albuquerque, Andrea Puggiotto) nel testo - da domani in libreria - "Il diritto alla speranza. L'ergastolo nel diritto penale costituzionale" (G. Giappichelli Editore, Torino 2019, 480 pagine, euro 48).
Un libro attualissimo se si pensa da un lato alla facilità con cui oggi persino alcuni esponenti istituzionali e il tribunale del popolo invochino la pena perpetua, svelando l'ignoranza del diritto e l'indifferenza verso i diritti; e dall'altro lato alla recente sentenza Viola v. Italia per cui l'ergastolo ostativo viola l'articolo 3 della Cedu, in attesa della pronuncia della Consulta il prossimo 22 ottobre sulla legittimità del 4bis. Ma ci sono altri due importanti obiettivi sottesi al testo, che spiegano propri gli autori: il primo è quello di permettere agli studenti universitari di studiare la pena dell'ergastolo, tema spesso sottovalutato insieme a quelli dell'amnistia e dell'indulto.
Inoltre gli autori avvertono "la sensazione che oggi nessuna maggioranza parlamentare e nessun esecutivo sarebbero disposti ad un aperto e serio confronto sulla pena perpetua con il mondo accademico". Ed hanno ragione se ricordiamo gli sforzi dell'accademia negli Stati generali dell'esecuzione penale svaniti quando il precedente Governo ha abortito per convenienza elettorale la riforma dell'ordinamento penitenziario, trasformatasi poi in un sistema sempre più carcerocentrico nella prospettiva nel nuovo Esecutivo.
Il secondo obiettivo è "propriamente scientifico" perché attraverso la riproposizione delle sentenze più importanti della Cassazione, della Corte Costituzionale e della Cedu essi, con anche le loro interpretazioni, vogliono "ricostruire il passato, analizzare il presente, prefigurare un possibile futuro, pensando soprattutto ai tanti giudici e avvocati che della questione ergastolo dovranno occuparsi".
Ma l'altro tema chiave del libro è la speranza. Ad illuminare il lettore su come la giustizia deve essere speranza anche nel comminare una pena è il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, che firma la prefazione: "L'esercizio di giustizia deve offrire un elemento di speranza se non vuol guardare soltanto a ciò che è stato". Per il Garante è necessario "sentenziare" ossia emettere il giudizio che riconosca alla vittima il disvalore creatosi nell'aver subito un grave torto. Ma occorre intraprendere anche la direzione del futuro, ricomponendo la lacerazione avvenuta tra vittima, reo e società. Però c'è un reale futuro per chi è condannato all'ergastolo?
Evidentemente no se un recluso, come narra Palma, gli ha fatto pervenire la "terribile e irricevibile richiesta di veder convertito in condanna a morte il proprio ergastolo". E allora è necessario parlarne perché, in questo difficile periodo per i principi democratici e costituzionali, non bisogna dare nulla per scontato. Potrebbe essere addirittura breve il passo per ripristinare i lavori forzati. Con la conoscenza che ci offre questo libro percorriamo invece il sentiero in cui "il diritto alla speranza altro non è se non la presa d'atto che dietro a qualsiasi perpetuità e a qualsiasi automatismo esiste una persona".
di Luciana Castellina
Il Manifesto, 1 agosto 2019
A proposito di "Migrazioni. La rivoluzione dei Global compact", di Valerio Calzolaio. Lo sapevate che l'Italia - quella di ieri già bruttina, ma ancora non così brutta come quella di oggi - è fra i ventisette paesi che non hanno firmato il secondo accordo del Global Compact on Refugees approvato dall'Assemblea generale dell'Onu il 17 dicembre 2018, quello che riguarda specificamente i migranti non di necessità bensì di parziale libertà, categoria come si sa difficile da definire visto che si tratta comunque di disgraziati che non rischiano certo la vita sui barconi per divertimento?
Cito per prima questa informazione che fornisce l'ultimo libro di Valerio Calzolaio (uno dei pionieri del Manifesto e poi del Pdup nelle Marche, persino sottosegretario all'ambiente nel famoso governo Prodi bis) - che in realtà prende molto alla larga, e dalla preistoria, il fenomeno delle migrazioni - perché mi ha sbalordito. (E mi ha fatto anche vergognare, perché non lo sapevo neppure io). Con una parte di giornali stracolmi di indignazione per quanto accade nel Mediterrano nessuno ha trovato il modo di farci sapere l'ennesima malefatta del nostro paese. E noi siamo tanto distratti dal non averlo saputo.
Lo dico perché non si finisce più, ormai, di indignarsi a vuoto. Penso all'esaltazione di Greta, per esempio, allegramente accompagnata dal silenzio su quanto non viene rimosso sebbene sia causa grave della catastrofe climatica perché farlo disturberebbe il sistema. Nel libro di Valerio Calzolaio - Migrazioni. La rivoluzione dei Global compact (edizioni Doppiavoce, pp. 80, euro 11) - questo è tuttavia un dettaglio, perché di migrazioni, quando non si cavillava sul fatto che fossero di necessità o meno ed eventualmente di quale categoria, ce ne sono da decine di migliaia di anni. Anzi: non c'è mai stato - ci racconta l'autore - un tempo di isolamento abbastanza lungo da far divenire un gruppo razza o specie tanto diversamente definita da giustificare una distinzione così netta.
E infatti sembra che ciascuno di noi condivida un antenato comune vissuto entro gli ultimi 3mila anni; e che abbiamo persino, per il 99,9%, cioè quasi tutto, lo stesso Dna. (Ahimè, lo abbiamo in comune anche con Salvini).
Vuol dire che ci siamo mossi sempre, camminando e camminando (e perciò abbiamo tutti più o meno belle gambe), in seguito sviluppando il cervello fino a farci scoprire che era più comodo navigare.
Solo le piante - come ci ha informato un altro bellissimo libro, quello di Stefano Mancuso (L'incredibile viaggio delle piante) - riescono invece a stare ferme e tuttavia a procurarsi, grazie all'intelligente movimento di rami e fogliame, quanto gli serve per svilupparsi e vivere. L'essere umano no, non possiede questa duttilità, nonostante abbia le gambe. Spesso pur avendo il vantaggio degli arti, e anche facendo salti mortali, al contesto in cui è finito non è riuscito ad adattarsi mai.
Sarebbe indispensabile - nota Valerio - un atlante geo-storico globale delle migrazioni umane, per capire meglio da dove veniamo e come ci siamo mossi nei millenni attraverso la Terra. Purtroppo non c'è, l'impresa, pur urgente, non è stata mai davvero tentata. E viene da pensare che il disimpegno non sia stato del tutto casuale: perché ci avrebbe costretto a prendere atto che ogni popolo è nato "altrove". (Con una sola eccezione: sembra infatti che gli aborigeni australiani, pur arrivati anche loro in quel continente da un altrove, siano riusciti a restare nel medesimo territorio per 50mila anni).
Valerio suggerisce un'altra, specifica e a me pare interessantissima ricerca: ricostruire la storia dell'umanità - e dunque dei suoi movimenti attraverso il globo - assumendo un'ottica di genere. Anche questa mai affrontata, un altro enorme buco che abbiamo patito senza protestare. Oggi di migranti, ogni categoria inclusa, ce ne è pressappoco un miliardo: un numero grande quasi come quello dei cittadini della Cina o dell'India. Un'enormità.
Calzolaio, che oltre a essere uno studioso è sempre stato anche un militante, termina il libro con indicazioni pratiche: leggere e attuare, ognuno nel proprio ruolo sociale o istituzionale, i principi e gli indirizzi del primo accordo Global Compact, quello sottoscritto anche dall'Italia, e però anche del secondo che il nostro paese non ha votato, sì da adoperarsi per siglare patti che riducano le migrazioni forzate, e per regolare la libertà di migrare - e di restare - renderla ordinata e sicura, prendendo in considerazione tutte le cause che spingono a fuggire, compresa quella, sempre più importante, del disastro climatico che non ha tutt'ora alcun riconoscimento, nonostante l'invocazione di papa Francesco.
Cito letteralmente le ultime righe del libro, che è un'affascinante storia del nostro passato, perché ci consegnano un programma di lavoro per il che fare domani: "Non c'è niente di irregolare o pericoloso se regioni o enti locali, imprese, università o centri culturali, perseguono concretamente alcuni degli obiettivi indicati nel Global Compact, l'abbia o meno approvato l'Italia". Stiamo infatti parlando di atti dell'Onu, che come sapete non sono purtroppo vincolanti. E però guai se non ci fossero stati e qualcuno non li avesse presi sul serio. Per ottenere leggi vincolanti, si comincia così.
di Salvatore Bragantini
Corriere della Sera, 1 agosto 2019
Sta tornando una situazione in cui al conflitto armato si sostituisce, per ora, quello commerciale: adesso la parola chiave non è più collaborazione, ma competizione. Declina l'era in cui i Paesi sviluppati collaborarono per scongiurare le tensioni alla radice della seconda guerra mondiale; i nazionalisti, ormai al governo negli Usa, nel Regno Unito e in Italia, sono prima forza d'opposizione in Francia e Germania.
A mutare il quadro è stata la globalizzazione che, intensificando gli scambi internazionali, ha avuto effetti contrastanti fra Paesi sviluppati ed emergenti. Su questa s'è innestata la finanziarizzazione dell'economia, sfociata nella crisi del 2007, che contraddiceva le scelte decise nel '44 alla conferenza di Bretton Woods grazie a J.M. Keynes, un gigante del pensiero. Memore delle esose riparazioni inflitte cent'anni fa alla Germania sconfitta e della crisi del 1929, egli convinse gli Usa a scongiurare nuovi conflitti diffondendo lo sviluppo economico, la piena occupazione e la stabilità finanziaria.
Allo spirito di collaborazione multilaterale di Bretton Woods si deve l'accordo di Londra del febbraio '53 quando - a meno di otto anni dalla resa di Berlino -i Paesi vincitori condonarono alla Repubblica Federale Tedesca (Rft) metà dei debiti accesi dal Terzo Reich per aggredire l'Europa libera. Gli Usa volevano certo sottrarre la Rft all'influenza sovietica, ma c'erano altri, più rudi, modi per farlo: non era quella la scelta ovvia. Con l'approccio cooperativo la "Guerra fredda" l'han vinta le democrazie occidentali che, pur operando per la sconfitta dell'Urss, han sempre escluso di ottenerla con le armi.
Quello spirito ha propiziato la rinascita post-bellica, poi agevolato il più ambizioso progetto politico della storia, l'attuale Unione Europea, e perseguito lo sviluppo condiviso con le organizzazioni multilaterali. Queste han sospeso - fatto senza precedenti nella storia - il vigore della legge di gravità politica, per la quale il più forte ha ragione. Se gli Usa nel '45 avessero perseguito l'America first, il nostro destino sarebbe stato assai peggiore; ora la vittoria di Trump, col tramonto del multilateralismo cooperativo nello "Stato guida", è il punto di svolta.
Quell'assetto declina forse per troppo successo: la Brexit e la crisi d'identità della Ue son dovute proprio ai progressi, per tanti eccessivi, dell'integrazione europea. L'esplosione degli scambi internazionali, poi, ha immesso nell'economia moderna centinaia di milioni di persone prima escluse, migliorandone il tenore di vita. Sono emigrati nei Paesi emergenti molti lavori prima svolti in Occidente ove, invece, aumentano i poveri che lavorano e per centinaia di milioni di persone peggiora la vita. Esse soffrono la perdita di status sociale, sperimentando l'incertezza sul futuro, ben nota ai Paesi emergenti.
Visto dallo spazio, il mondo è oggi più equo, o meno iniquo, di ieri, ma gli elettori dei Paesi sviluppati si oppongono col voto. L'avanzata del nazionalismo esprime, magari inconsciamente, il rifiuto della nuova realtà, che ha dato il benessere a tanti "là" e l'ha tolto "qua", vorrebbe ricacciare le masse che si affacciano al benessere nella miseria da cui sono uscite, nell'illusoria nostalgia di un passato che non tornerà. Torna, invece, un mondo nel quale al conflitto armato si sostituisce, per ora, quello commerciale, nel quale la parola chiave non è più collaborazione, ma competizione.
Donald Trump sfrutta la potenza militare per imporsi negoziando con i singoli Stati, più deboli. Così, per riequilibrare la bilancia commerciale Usa, mission impossible, finge che le importazioni d'acciaio canadese o di auto europee mettano a rischio la sicurezza Usa.
È il ritorno alla legge di gravità, cui solo la Ue si può opporre: sono perciò assurde le parole del sottosegretario leghista Michele Geraci, che dice alSole 24 Ore, sui negoziati commerciali: "La politica (della Ue, ndr) è comune, ma le negoziazioni, per noi, si devono fare one to one con ogni partner: Usa, Cina e altri".
Le pratiche illecite della Cina van combattute, ma ciò non autorizza a bloccare il suo sviluppo per impedirle di crescere negli equilibri mondiali. I rischi dell'autocrazia cinese, gravissimi, non si affrontano impedendo - con la forza o con i suoi sostituti, come l'overreach legato al ruolo del dollaro Usa nei pagamenti - a uno Stato sovrano le politiche di crescita che ritiene opportune. Con metodi simili l'Occidente, lungi dal vincere la "Guerra fredda", ci avrebbe precipitato in quella calda, senza vincitori, forse senza sopravvissuti.
Trump prima scatena i conflitti commerciali, poi vuole che la Federal Reserve abbassi il costo del denaro per attutirne le conseguenze: cinica scelta volta a propiziarsi la rielezione, manipolando la valuta. Per questo "alto fine", dovremmo tutti correre verso l'inevitabile bolla, giunta la quale le banche centrali sarebbero quasi prive di spazi di manovra.
Quando il XX secolo si chiuse nel trionfo dell'Occidente, parve che una visione lungimirante degli interessi nazionali potesse ancora prevalere; il XXI sta dandoci un mondo diviso da ampi fossati, dove gli Stati si affrontano brandendo interessi nazionali dalla corta vista. La critica alla globalizzazione continua, ma sono poche e sparse, chissà perché, le voci che vorrebbero ricondurre la finanza al ruolo di serva dell'economia. La finanza padrona ha invece acuito i lati negativi della globalizzazione e, a differenza di questa, è assai dannosa.
di Carmelo Caruso
Il Foglio, 1 agosto 2019
Si è affacciato ancora una volta su Facebook e ha annunciato che, grazie alle sue manovre marinaresche, ha risvegliato le coscienze internazionali, ma ha nascosto tutte le violazioni del Testo unico nazionale che finora è stato capace di compiere.
Non è vero che Matteo Salvini ha fatto sbarcare ieri gli ennesimi sventurati, soccorsi da una nave della Guardia costiera, la Gregoretti, perché aveva finalmente "risolto il problema. Cinque paesi europei si faranno carico di 116 migranti". È invece ampiamente probabile che li abbia fatti scendere per non continuare a calpestare quanto sancito dall'italianissimo Testo unico sull'immigrazione e da quell'articolo 10 ter che neppure il suo decreto sicurezza, quello che dovrebbe recintare il Mar mediterraneo, è riuscito a fare.
E infatti, all'articolo 10 ter del decreto legislativo del 25 luglio del 1998, si prevede che "lo straniero rintracciato in occasione dell'attraversamento irregolare della frontiera interna o esterna e giunto in territorio nazionale, a seguito di operazioni di salvataggio, è condotto presso appositi punti di crisi e altresì effettuate le operazioni di rilevamento fotodattiloscopico e segnaletico".
Lo traduce dal burocratese all'intellegibile, il deputato di Più Europa e già segretario dei Radicali, Riccardo Magi, che nelle sedi istituzionali ha sollevato il conflitto, denunciato l'abuso. "E ho registrato il silenzio della Lega, compreso quello di Nicola Molteni, il sottosegretario degli Interni, che non mi ha saputo rispondere o forse non voleva".
Molteni che è ormai considerato il ministro facenti funzioni quando Salvini prende il sole al Papeete Beach, non ha replicato a Magi. Non era in nome dei trattati internazionali che lo si sfidava ma in nome del nostro diritto che se ne chiedeva conto.
"Nel testo, che ripeto non è stato modificato dal decreto sicurezza, si obbligano le autorità a condurre rapidamente tutti coloro che sono stati soccorsi in mare nel centro più vicino per procedere all'identificazione". Come spiega Magi, prima della loro identificazione, non è possibile sapere se siano migranti irregolari, richiedenti asilo e, dato che Salvini è molto sensibile all'argomento, non si può sapere se a bordo ci siano uomini con precedenti penali che rappresentano una seria minaccia per lo Stato.
"E non si capisce neppure se possano chiedere il ricongiungimento familiare, raggiungere i loro cari nel resto d'Europa. Da qui l'esigenza dell'accompagnamento rapidissimo nei centri". E però, una cosa nel testo è chiarissima. "Un ministro non può vietare l'ingresso di una nave in un porto italiano, tanto più di una nave della Guardia costiera" dice ancora Magi. Cosa può fare quindi?
"Il ministro dell'Interno ha il potere di indicare il porto che deve essere assegnato alla nave. Scegliere l'approdo migliore dove, per ragioni di sicurezza e capienza, fare espletare tutte le procedure. Al ministro viene lasciato questo potere discrezionale. Non altro". Più volte si è scritto che le competenze di Salvini confliggono con quelle del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Danilo Toninelli. "Sono in conflitto più con l'autorità giudiziaria. Salvini ha finora emanato dei divieti amministrativi temendo l'immigrazione clandestina. Ma anche qui sconfina. Se c'è un reato non è certo lui che può accertarlo ma solo un magistrato".
E dunque, per Magi è più eclatante la violazione del nostro codice rispetto a tutte le altre convenzioni che Salvini accartoccia. "La verità è che i suoi trattenimenti sono illegittimi perché mancando il riconoscimento dei migranti si è di fronte a uomini senza reati. Dei corpi". È un groviglio che ha coinvolto anche docenti di diritto e che si è ancora più imbrogliato dopo il decreto sicurezza che, come aggiunge Magi, "cerca di punire a livello amministrativo quanto non riesce a fare a livello penale. Del resto, come si è visto ad Agrigento, è inapplicabile. Carola Rackete è stata liberata e non convalidato il suo arresto".
I giuristi si dividono anche sull'applicabilità in mare del decreto. "Rifacendosi al nostro Testo, c'è un caso in cui si potrebbe impedire l'accesso in un porto italiano". Quale? "Quando ci si trova di fronte a una nave di conclamati trafficanti. E però, anche in quella circostanza non basta semplicemente impedire di avvicinarsi ma dovrebbero essere catturati".
Per Magi è la prova di quanto il decreto di Salvini sia "disumano, ricattatorio" e scritto in maniera "arruffona". "Con le sue azioni, Salvini, trascina i funzionari, anzi, li sottopone a procedure extra legem". Per colpa sua rischiano anche loro ? "Il problema è che vengono costretti. Secondo la legge italiana, c'è un ministro che la oltrepassa. È Salvini il vero fuorilegge".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 1 agosto 2019
La protesta nel famigerato carcere di Tora, la reazione del regime sono pestaggi e trasferimenti. La denuncia delle ong: "In prigione condizioni di vita medievali". Trenta morti nel 2019. Sono 130 i prigionieri politici in sciopero della fame da sei settimane nel carcere di massima sicurezza di Tora, simbolo della brutalità del regime egiziano. Protestano per le condizioni di vita, al limite della sopravvivenza, a cui sono costretti. Dal 17 giugno chiedono la fine di trattamenti disumani e l'accesso a regolari visite familiari.
Alcuni di loro, imprigionati da oltre due anni, non hanno mai più visto la famiglia o un legale. La risposta del Cairo, scrive Amnesty International, è la rappresaglia: picchiati, sottoposti a elettrochoc, privati dello zucchero, alcuni trasferiti in celle speciali. Per convincerli a desistere. La maggior parte, aggiunge Amnesty, sono scomparsi per un periodo compreso tra 11 e 150 giorni: con gli arresti mai notificati alle famiglie, sono "riapparsi" di fronte ai tribunali dell'intelligence e intercettati per pochi secondi dagli occhi dei familiari, accorsi per vederseli portare via di nuovo.
Un fatto non nuovo, riemerso nei giorni della morte dell'ex presidente Morsi, rapidamente archiviata. La carenza cronica di cure mediche è denunciata da anni dalle Ong per i diritti umani che con difficoltà tengono il conto dei morti in custodia. Dopo la morte di Morsi, l'Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr) ha chiesto "un urgente esame dei casi simili": prigionieri isolati, a cui sono negate da mesi o anni la visita dei familiari e cure mediche adeguate. Già nel marzo 2016 l'Eipr parlava di "deterioramento senza precedenti" delle condizioni di prigionia, "medievali, con maltrattamenti, torture, deprivazione di cibo e cure". Secondo il centro Nadeem, nei primi sei mesi del 2019 in 30 sono morti in custodia. Celle sovraffollate, sporche, infestate da insetti, con temperature che d'estate raggiungono i 40 gradi: lo sciopero della fame è l'ultimo mezzo di lotta per chi scompare in una cella.
sda-ats, 1 agosto 2019
Quattro detenuti che erano stati sfollati dal carcere di Altamira, nello Stato brasiliano di Parà, dopo i brutali incidenti nei quali sono morti altri 58 prigionieri, sono stati uccisi all'interno di un furgone penitenziario. Il crimine è stato perpetrato mentre venivano trasferiti verso Belem, la capitale dello Stato. Lo ha reso noto la Globo News, citando fonti della sicurezza, secondo le quali i detenuti sono stati soffocati.
Le fonti hanno aggiunto che i quattro detenuti, che appartenevano alla stessa fazione criminale, erano ammanettati e viaggiavano in un furgone diviso in due celle, insieme ad altri 26 prigionieri. I loro corpi sono stati ritrovati stamane a bordo del veicolo, e i quattro sarebbero stati uccisi durante la notte scorsa, mentre il furgone viaggiava da Novo Repartimento a Marabà, in direzione est verso la capitale del Parà. Gli altri 26 detenuti che erano trasferiti dal centro penitenziario di Altamira sono stati posti in isolamento.
Con queste quattro morti e i due cadaveri ritrovati nelle ultime 24 ore nel carcere di Altamira sale a 62 il bilancio di vittime della brutale rivolta scoppiata lunedì scorso all'interno del centro di detenzione, dove prigionieri appartenenti a una organizzazione criminale locale, il Comando Classe A (Cca) hanno attaccato i rivali del Comando Vermelho (Comando Rosso), uccidendone 58, dei quali 16 sono stati decapitati. Si tratta della peggiore strage registrata in un carcere brasiliano dopo quella avvenuta nell'ottobre del 1992 nel penitenziario di Carandirù, nello Stato di San Pablo, nella quale erano morti 111 detenuti.
droghe.aduc.it, 1 agosto 2019
La lotta di gruppi criminali per controllare il micro-traffico di stupefacenti all'interno del carcere di El Bosque, nel sud di Barranquilla, è alla basa della rivolta dei detenuti nel fine settimana. Ieri 30 luglio è scoppiata una violenta disputa che ha lasciato 14 feriti e ha costretto la polizia a prendere il controllo della situazione. La denuncia, raccolta dalle autorità, è stata fatta da parenti dei detenuti e persone che abitano vicino al carcere; i responsabili delle ultime due rivolte sono due temibili gang criminali. Secondo un parente di un detenuto, come riferisce il quotidiano El Tiempo, si tratta dei gruppi conosciuti coi nomi "Los Costeños" e "Papa López", in lotta fra loro per il controllo del mercato delle droghe all'interno del carcere. Da sabato 27 mattina c'è stata la minaccia di impossessarsi della prigione, occupazione che è diventata tale da domenica 28 luglio. Cinque detenuti sono stati portati via dal carcere dopo essere stati feriti con armi da taglio.
"All'interno della prigione, dopo quello che è successo domenica, l'atmosfera era tesa e lunedì sera è iniziata la rivolta anche con colpi di armi da fuoco. Sapevamo già che era iniziata una battaglia campale, mio fratello mi aveva avvisato. È stato ferito con un coltello nello stomaco", ha detto un parente di questo detenuto.
"Le guardie hanno spento le luci alle 10 di sera e i detenuti hanno tirato fuori coltelli, pugnali, machete, tutto quello che avevano e hanno iniziato ad attaccare tutti quelli che potevano; non sapevano se avrebbero fatto del male a un amico o meno, perché erano sotto l'effetto di droghe e alcol ", ha detto un funzionario della Barranquilla Personería.
I 14 feriti sono stati portati in diversi centri sanitari. La prigione è stata danneggiata, "i rivoltosi hanno distrutto servizi igienici, tubature e attrezzature dell'infermeria. Ci sono molti danni fisici", ha aggiunto il colonnello Yesid Peña, comandante operativo della polizia metropolitana di Barranquilla. Diofanor Beleño, che abita vicino a questo carcere ed è anche un leader sociale, ha affermato che vivere vicino a questa prigione è preoccupante, poiché è normale che ci siano costantemente problemi. "La polizia antisommossa lancia gas lacrimogeni e dobbiamo allontanarci dalle nostre case per evitare di essere colpiti", ha spiegato Beleño.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 1 agosto 2019
Partirà con cinque giovani detenuti dell'istituto penitenziario Ceresova la fase sperimentale del Programma di lavori di pubblica utilità che sarà avviata nel settembre prossimo a Città del Messico. Lo ha annunciato ieri mattina il Sottosegretario del Sistema Penitenziario Antonio Hazael Ruiz Ortega nel corso di un incontro con la delegazione del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria nel quale è stato presentato il progetto mutuato dal modello italiano "Mi riscatto per...".
I detenuti si occuperanno della manutenzione dell'arredo urbano in alcuni punti strategici della metropoli messicana, particolarmente significativi e importanti anche da un punto di vista della loro visibilità. I soggetti saranno scelti da un gruppo di 15, che a loro volta hanno passato una serie di selezioni che rispondevano a specifici profili di garanzia, che li hanno portati ad essere prima a 200 e poi 75. Due saranno le direzioni verso le quali si muoverà il progetto messicano: interventi di miglioramento urbano in alcune zone strategiche di Città del Messico e realizzazione di laboratori di prevenzione dei reati in alcune zone ad alto grado di incidenza criminale con l'aiuto della compagnia di teatro penitenziario "Foro Shakespeare", stabile da oltre 10 anni all'interno del Centro Penitenziario Marta Varonil. La notizia del progetto ha provocato subito grande entusiasmo e molte aspettative fra i detenuti del carcere prescelto per l'avvio della fase sperimentale, come dimostrano le numerose richieste di candidatura avanzate.
L'obiettivo prioritario dell'intero Programma è quello di abbattere la recidiva. Nel solo Stato di Città del Messico, infatti, il tasso di recidiva fra la popolazione detenuta nel suo complesso si aggirava intorno al 40%. Un apposito studio effettuato per 4 anni su un campione di circa 5mila reclusi lavoranti ha dimostrato successivamente che la recidiva per questi soggetti era scesa al 4%. Obiettivo dichiarato dal Governo è quello di portare a zero il suo valore attraverso lo svolgimento di lavori di pubblica utilità.
Esperti delle Nazioni Unite e del Ministero della Giustizia - Dap assisteranno e accompagneranno la Segreteria del Sistema Penitenziario di Città del Messico nell'applicazione del progetto di reinserimento sociale. I detenuti lavoreranno allo scopo di dimostrare che è possibile convertire il tempo trascorso in carcere in tempo passato svolgendo un lavoro all'esterno del carcere al servizio della comunità.
Quasi 600mila pesos (circa 29mila dollari) saranno investiti nel primo semestre di sperimentazione: una parte servirà a sostenere un piccolo aiuto economico ai 20 detenuti che saranno interessati dal progetto nei primi sei mesi; altri soldi saranno spesi per l'acquisto di macchinari e strumenti, uniformi e equipaggiamento di lavoro, per la sottoscrizione di un'assicurazione contro eventuali incidenti sul lavoro, nonché per le spese di sostentamento del progetto (pasti, combustibile, costi amministrativi, ecc.). In un momento di crisi del sistema penitenziario globale l'avvio di questo Programma costituisce, per le autorità di Città del Messico, l'occasione di attirare l'attenzione del mondo sui problemi del settore. Ma anche, e soprattutto, di dimostrare che esistono soluzioni per superarli.
Il Messaggero, 31 luglio 2019
Sarebbe stata spinta contro una porta all'interno della caserma dei carabinieri di Arce. Morì così 18 anni fa Serena Mollicone, la studentessa uccisa il primo giugno del 2001 nel suo paese, nel Frusinate. Con questa convinzione, suffragata da anni di indagini e perizie, la Procura di Cassino ha chiesto il rinvio a giudizio per cinque indagati, ovvero tutti i membri della famiglia di Franco Mottola, ex comandante della stazione dei carabinieri di Arce, e due altri militari. Rischiano così il processo l'ex maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, la moglie Anna e il figlio Marco e il maresciallo Vincenzo Quatrale per concorso in omicidio.
Per Quatrale, anche lui carabiniere, si ipotizza pure l'istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi, mentre per l'appuntato Francesco Suprano, militare dell'Arma, solo il reato di favoreggiamento. Secondo un'informativa dei carabinieri del comando provinciale di Frosinone, redatta sulla scorta di accertamenti del Ris e acquisita già nel febbraio scorso dalla Procura di Cassino, Serena fu uccisa, presumibilmente dopo un litigio, negli alloggi della caserma dei carabinieri di Arce. A colpirla sarebbe stato il figlio di Mottola, Marco. La ricostruzione del delitto tratteggiata dalla perizia medico-legale indicò una compatibilità tra lo sfondamento della porta dell'alloggio della caserma dei carabinieri di Arce e la frattura cranica riportata dalla studentessa diciottenne.
"E stata uccisa nella caserma di Arce, con una spinta contro una porta, data la riscontrata perfetta compatibilità tra le lesioni riportate dalla vittima e la rottura di una porta collocata in caserma - spiega il procuratore di Cassino, Luciano d'Emmanuele - È stata parimenti accertata la perfetta compatibilità tra i micro-frammenti rinvenuti sul nastro adesivo che avvolgeva il capo della vittima ed il legno della porta, così come con il coperchio di una caldaia della caserma". La perizia del Ris, contenuta nell'informativa che segnò una svolta nelle indagini, rilevò che dopo essere stata uccisa il corpo di Serena fu spostato nel vicino boschetto dell'Anitrella dove poi fu trovato con mani e piedi legati dal nastro adesivo e una busta di plastica in testa.
Durante le nuove indagini gli inquirenti hanno ascoltato 118 testi, molti dei quali ponderatamente scelti tra i 1.137 più volte sentiti nei diciotto anni di ricerca della verità per il delitto di Arce. La Procura di Cassino ha effettuato rogatorie in Francia, Polonia e nello Stato del Vaticano. "Si ritiene - fa sapere il procuratore di Cassino, Luciano d'Emmanuele - che le prove scientifiche, insieme alle prove dichiarative, consentano di sostenere con fiducia l'accusa in giudizio". La vicenda giudiziaria dell'omicidio della diciottenne Serena è stata lunga, tortuosa e segnata da episodi anche inquietanti.
Due anni dopo il delitto fu arrestato con le accuse di omicidio e occultamento di cadavere Carmine Belli, un carrozziere poi prosciolto nel 2006 da ogni accusa dalla Cassazione. Ad aggiungere mistero ad un caso intricato anche il suicidio del carabiniere Santino Tuzi che nel 2008, prima di essere ascoltato dai magistrati, si uccise sparandosi nella sua auto forse per il timore di raccontare l'inquietante verità e la presunta catena di pressioni e depistaggi che gravitavano attorno alla morte della studentessa scomparsa il primo giugno del 2001 e poi trovata morta due giorni dopo.
Tra le ipotesi anche quella che Serena quel giorno andò nella caserma dei carabinieri per denunciare alcuni traffici, forse legati alla droga. Poi la lite e la tragedia. Da quel giorno sono passati 18 lunghissimi anni nei quali il padre di Serena ha più volte chiesto verità. Diciotto anni di indagini e, ora sembrano dire gli accertamenti, anche di depistaggi. Poi la svolta con la perizia del Ris. Ora in cinque, e tra loro tre carabinieri, rischiano il processo.
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