di Armando Veneto (Avvocato)
Il Garantista, 27 febbraio 2015
Clamoroso errore della Cassazione, le argomentazioni del ricorso erano inoppugnabili ma non le hanno ascoltate. Questa è la cronaca dettagliata di un piccolo errore giudiziario. È un episodio, a mio parere significativo; e capace di orientare chi vorrà esprimere una opinione informata e responsabile sulla questione della responsabilità civile dei magistrati.
Ometterò data e nomi per ragioni di opportunità e rispetto di chi ha sbagliato e di chi ha subito l'effetto dell'errore; ma i fatti sono questi. Si discuteva in Cassazione il ricorso di imputati condannati per avere coltivato cannabis; si chiedeva l'annullamento della sentenza con rinvio al giudice di merito perché, essendo intervenuta la dichiarazione di illegittimità costituzionale della legge che equiparava le pene per possesso di droghe pesanti e leggere, venisse ricalcolata la pena e ridotta la condanna, in base alla normativa precedente a quella non più applicabile. Visto che la cannabis è una droga leggera.
Il procuratore generale è d'accordo e concorda con i difensori per l'accoglimento del ricorso sul punto. I difensori intervengono e ribadiscono la fondatezza della tesi: infatti non si può fissare una pena sulla base di una norma non più applicabile. Viene emessa la sentenza e i difensori sono allibiti: il ricorso viene dichiarato inammissibile. Il giorno dopo i condannati vengono arrestati e condotti in carcere.
Ma il giorno stesso del deposito della sentenza, e solo dopo averla firmata, il Presidente del Collegio (anticipando addirittura l'iniziativa della difesa) si avvede che è stato commesso un errore: l'estensore nel motivare la sentenza ha trattato tutti i punti del ricorso, tranne l'unico che "doveva" essere accolto: cioè quello relativo all'annullamento per essere venuta meno la norma applicata dal giudice della condanna.
Comunica il fatto al Procuratore generale e perché lo stesso ricorra al rimedio del ricorso straordinario per errore di fatto e, nel contempo, intervenga per far liberare coloro che sono stati portati in carcere in base ad una sentenza nulla.
Conclusione: dopo oltre un mese e mezzo di detenzione senza titolo valido i ricorrenti vengono liberati; la sentenza dovrà essere emendata, la pena ricalcolata con la prospettiva che gli imputati possano chiedere di non scontarla in carcere. Bene; il lettore potrà dire: tanto rumore per un errore sanato in tempi brevi. C'è di peggio, certo. Ma il problema non è quello di un magistrato, gravato da tanto lavoro, con in testa i problemi che ogni giorno deve affrontare, dimentichi di scrivere in sentenza le quattro parole che servivano per annullare la sentenza impugnata con rinvio allo stesso giudice per ricalcolare la pena.
Il problema sta in queste domande: a cosa pensava il giudice relatore negli oltre 40 minuti nel corso dei quali il Pg e la Difesa chiarivano e spiegavano le ragioni che, senza alternative, imponevano l'annullamento? Ed a cosa pensavano tutti i componenti del collegio quando parevano interessati all'argomento?
Ma soprattutto, come e con quali contributi hanno partecipato alla camera di consiglio? E come mai nessuno di loro, nel licenziare il verdetto di declaratoria di inammissibilità del ricorso si è ricordato che vie era un tema che "doveva" imporre l'annullamento della sentenza? Ed infine: perché mai un errore così madornale non è stato visto prima di rendere pubblica la sentenza e prima di apporre le firme in calce ad essa; e prima di spedire in galera due cittadini? L'attento lettore risponda alle domande che ogni cittadino dovrebbe porsi, e solo dopo, esprima un "consenso informato" a favore del timido accenno alla repressione degli errori in materia di giustizia. Timido, perché ci sarebbe ancora tanto altro da fare.
di Maurizio Caprino
Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015
Non c'è una legge che imponga una superficie minima da garantire ai detenuti in cella, ma il giudice di sorveglianza può fissarne una: basta che motivi correttamente la sua decisione. È in base a questo principio che la Prima sezione penale della Cassazione, con la Sentenza n. 8568/15 depositata ieri, ha bocciato un ricorso del ministero della Giustizia contro un'ordinanza che prescriveva di garantire al detenuto che l'aveva sollecitata uno spazio di tre metri quadrati, al netto di mobili e servizi igienici.
Il ministero aveva appunto eccepito che i tre metri quadrati non sono un parametro di legge, ma solo un'elaborazione della Corte europea dei diritti dell'uomo (caso Torreggiani contro Italia), mentre la Convenzione europea dei diritti dell'uomo si limita a vietare "trattamenti inumani e degradanti". Inoltre, la superficie andrebbe calcolata comprensiva di mobili e servizi igienici.
La Cassazione nota che in questo caso l'impugnazione è possibile solo per violazione di legge: all'ordinanza emessa dal Tribunale di sorveglianza si può applicare l'articolo 71-ter della legge 354/1975. La violazione di legge può consistere solo in motivazione inesistente o "meramente apparente". Ma ciò non è accaduto nel caso in esame, perché il tribunale ha citato la sentenza Torreggiani motivandone correttamente le ragioni e in particolare motivando la necessità di calcolare la superficie al netto di mobili e servizi.
di Luciana Grosso
L'Espresso, 27 febbraio 2015
Dal primo aprile gli ospedali psichiatrici giudiziari dovrebbero lasciare il passo alle nuove strutture "per l'esecuzione della misura di sicurezza". Ma sulla sorte dei malati-detenuti, c'è nebbia fitta e l'unica apparente certezza è che per loro cambierà poco o nulla.
Manca poco più di un mese e poi, il primo aprile, i sei Ospedali psichiatrici giudiziari attivi in Italia chiuderanno per sempre, ultimo capitolo della lunga transizione iniziata nel 1978 con la legge Basaglia. Un passo atteso da tempo e che anzi, avrebbe già dovuto compiersi lo scorso marzo, salvo poi essere prorogato di un altro anno. Nonostante questo, però, sulla sorte dei malati-detenuti, c'è nebbia fitta e l'unica apparente certezza è che per loro cambierà poco o nulla.
Lo scorso 30 novembre, negli Opg italiani, risultavano detenute poco meno di 800 persone, più di 400 delle quali perfettamente dimissibili che, in base a quanto previsto dalla legge 81 del 2014, dovrebbero essere affidati ai dipartimenti di salute mentale delle Regioni di residenza.
Diverso invece il discorso per i non dimissibili, ossia per chi è considerato pericoloso per sé o per gli altri: a loro toccherà il ricovero nelle nuove Rems, residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza, strutture sanitarie che, in teoria, le regioni si sarebbero dovute preoccupare di preparare a partire dal 2008, o costruendole ex novo o riattando strutture esistenti. Solo che non lo hanno fatto.
"Nella migliore delle ipotesi le regioni sono in ritardo, nella peggiore non si vedrà nulla per anni - dice Michele Miravalle di Associazione Antigone, gruppo tra i più attivi nel monitorare la condizione di chi vive in carcere-e il risultato è che oggi, a 40 giorni dall'ora X, di Rems, in Italia, non si vede l'ombra.".
Al ministero, in base a quanto si legge nella relazione trimestrale dello scorso settembre, disponibile sul sito del Ministero della Giustizia, sono arrivati piani, progetti, proposte (per una spesa complessiva di circa 88 milioni di euro) ma i tempi saranno lunghi, tanto che nella relazione stessa si legge testualmente: "Nonostante il differimento al 31 marzo 2015 del termine per la chiusura degli OPG, sulla base dei dati in possesso del Ministero della salute appare non realistico che le Regioni riescano a realizzare e riconvertire le strutture entro la predetta data".
Quindi se il 31 marzo chiudono gli Opg e il primo aprile non aprono le Rems cosa succederà ai detenuti?
"Niente, o quasi: che le Rems dovessero sostituire gli Opg si sa dal 2008 e le regioni hanno avuto tutto il tempo e le proroghe per mettersi in regola - continua Miravalle - e comunque o non lo hanno fatto del tutto oppure comunque non sono riuscite a rispettare i tempi. E questo comporterà, di fatto, la non chiusura degli Opg che, in buona sostanza rimarranno operativi, sia per i dimissibili che per i non dimissibili, cambiando nome e poco altro, diventando strutture sanitarie e non più detentive, sulla scia di quanto in parte si verifica già da tempo a Castiglione delle Stiviere, in Lombardia e mettendoci una pezza, anche se le Rems sono e dovevano essere un'altra cosa".
Le Rems, almeno nelle intenzioni, dovrebbero essere strutture molto più piccole, espressamente terapeutiche, e presenti in ogni regione, cosa che evidentemente non sarà se ci si limiterà a un riciclo dei sei Opg esistenti.
E qui arriva il secondo snodo della faccenda, ossia l'intenzione da parte del Ministero della Giustizia di commissariare le regioni inadempienti, "Da parte del Governo - dicono da Via Arenula - c'è la ferma intenzione di dare attuazione concreta e definitiva al superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari entro l'annunciato termine del primo aprile 2015, senza ulteriori proroghe. Per questo sarà avviata la procedura di commissariamento per quelle Regioni che non sapranno garantire il completamento delle iniziative necessarie per la presa in carico dei soggetti dichiarati dimissibili e di quelli non dimissibili".
In buona sostanza tutte, o quasi, rischiano il commissariamento ad acta.
"I ritardi - continua, Cesare Bondioli, responsabile Opg per il gruppo Psichiatria Democratica-sono da attribuire a vari fattori, primo tra tutti il fatto che molte regioni hanno presentato dei progetti faraonici che poi, giocoforza, hanno dovuto ridimensionare in corsa. Ad oggi solo quattro Regioni hanno dichiarato di essere in grado di rispettare la scadenza senza ricorrere al privato: Emilia Romagna, Campania, Calabria e Friuli Venezia Giulia, quest'ultima ricorrendo a strutture a gestione mista. Allo stesso modo, però, dieci regioni Veneto, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo Molise, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna e la Provincia Autonoma di Trento non sono state in grado di indicare un termine certo per la presa in carico dei propri internati. Una situazione che, anche sulla scia di quanto successo con la chiusura dei manicomi, l'ultimo dei quali ha chiuso i battenti con 20 anni di ritardo sulla Legge Basaglia, non lascia presagire niente di buono".
Forza Italia: no a Rems in centri abitati e strutture ospedaliere
"È evidente che andare oltre l'esperienza degli ospedali psichiatrici giudiziari sia una battaglia di civiltà completamente condivisibile. È però altrettanto evidente che sia una battaglia di civiltà anche quella di non far ricadere le criticità legate a strutture di questo tipo su cittadini, territori e offerta sanitaria. Dunque, il nostro no è fermo e risoluto su ogni proposta di realizzazione di Rems in centri abitati, o che vadano a sottrarre posti letto e infrastrutture alla offerta sanitaria sul territorio, già ridotta all'osso da Zingaretti.
Un no chiaro sia sulla proposta di Rems definitiva a Subiaco che a quella provvisoria - dal valore di 1.345milioni di euro - a Palombara Sabina, proprio perchè non rispondono in alcun modo a questi semplici requisiti di buon senso. Queste strutture saranno oggetto di ampia verifica nella commissione salute di lunedì prossimo: è urgente trovare soluzioni chiare per le residenze, le cui esigenze però devono compenetrare completamente quelle dei territori. Non è pensabile infatti localizzare in un ospedale in un centro abitato reparti dove si scontano vere e proprie pene detentive, nè tantomeno se site a poche decine di metri da una scuola materna. La salute dei detenuti deve essere preservata, è sacrosanto. Non a scapito, però, delle necessità di Subiaco o di Palombara Sabina". Lo dichiarano Antonello Aurigemma e Adriano Palozzi, capogruppo e consigliere FI della Regione Lazio.
Askanews, 27 febbraio 2015
Il Vice Presidente del Consiglio regionale, Lucrezio Paolini, ha visitato questa mattina il penitenziario di massima sicurezza di Sulmona. Le motivazioni della visita sono state due: la necessità di verificare la condizione dei detenuti e del personale del penitenziario e la sicurezza all'interno dell'istituto di pena. "Il carcere di massima sicurezza di Sulmona - spiega il Vice Presidente Paolini - ospita attualmente 500 detenuti e nell'immediato futuro vedrà ampliare la sua capienza di altri 200 unità, questo a fronte di un organico già oggi sottodimensionato.
Alla carenza di personale si deve aggiungere la necessità di potenziamento di strutture giudiziarie, sanitarie e di polizia. Sarà importante quindi l'azione di programmazione della Regione per garantire il necessario supporto. Un altro aspetto è quello della sicurezza: la pericolosa opera di indottrinamento e reclutamento svolta da condannati per appartenenza a reti terroristiche, nei confronti di altri detenuti, attraverso lo sfruttamento del particolare stato psicologico di coloro che entrano nel sistema carcerario, obbliga a porre l'attenzione sul sistema di sicurezza adottato nei nostri Istituti di pena.
Sarà importante che le forze di polizia penitenziaria svolgano un ruolo di controllo e prevenzione e per fare questo devono essere adeguatamente supportate e preparate. In questo momento bisogna dare massima attenzione alla sicurezza dei cittadini". La mattinata si è conclusa con la visita alla sede della Scuola di formazione e aggiornamento del personale di Polizia Penitenziaria.
Lavori ripartiranno in estate
"I lavori per la realizzazione del nuovo padiglione del carcere di Sulmona ripartiranno all'inizio della prossima estate per terminare entro la fine dell'anno". Lo ha annunciato il vicepresidente del Consiglio regionale, Lucrezio Paolini, il quale, accompagnato da Susanna Loriga, vice responsabile nazionale del dipartimento sicurezza dell'Italia dei Valori e dal già vicequestore del Corpo Forestale del Lazio, Lamberto Alfonsi Schiavitti, ha visitato il carcere di Sulmona incontrando il direttore Sergio Romice e i sindacati dei poliziotti penitenziari. Nel nuovo padiglione ci sarà spazio per 200 detenuti che andranno a sommarsi agli attuali 500. "Questo a fronte di un organico già oggi sottodimensionato - ha spiegato Paolini. Alla carenza di personale si deve aggiungere la necessità di potenziamento di strutture giudiziarie, sanitarie e di polizia; sarà importante quindi l'azione di programmazione della Regione per garantire il necessario supporto". Paolini ha sostenuto, soprattutto dopo il colloquio con i sindacati, che "deve essere perfezionato il piano sanitario regionale dell'assistenza penitenziaria su Pescara - precisando che - sulla struttura sanitaria pescarese è previsto un piano che deve servire per ospitare i detenuti di tutti gli istituti abruzzesi, anche di quelli di Sulmona perché l'attuale repertino dell'ospedale peligno non soddisfa le esigenze di salubrità".
Attenzione per indottrinamento in carcere
"Sarà importante che le forze di polizia penitenziaria svolgano un ruolo di controllo e prevenzione per evitare che la pericolosa opera di indottrinamento da parte dei condannati per appartenenza a reti terroristiche islamiche, nei confronti di altri detenuti, possa favorire il loro reclutamento". Lo ha detto il vicepresidente del Consiglio regionale, Lucrezio Paolini insieme a Susanna Loriga, vice responsabile nazionale del dipartimento sicurezza dell'Italia dei Valori, al termine della visita odierna al carcere di Sulmona. Secondo Paolini "sarà importante che le forze di polizia penitenziaria svolgano un ruolo di controllo e prevenzione e per fare questo devono essere adeguatamente supportate e preparate".
"Nessun caso nel carcere di Sulmona, ma in tutti gli istituti italiani si sta svolgendo un'opera di sensibilizzazione - ha aggiunto Loriga. Servirebbe un maggior coordinamento fra il personale in servizio presso gli Istituti penitenziari e l'intelligence per un rapporto di costante segnalazione ed osservazione dei soggetti a rischio". "I reclutatori hanno costruito una consistente rete di controllo - ha concluso la vice responsabile nazionale del dipartimento sicurezza dell'Idv - e il reclutamento nel carcere esige un sistema di controllo di massimo livello poiché, proprio la popolazione carceraria è più vulnerabile e con una forma mentis predisposta a tale fenomeno di radicalizzazione".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 27 febbraio 2015
Aperta un'inchiesta sul suicidio di Osas Ake, il 20erme nigeriano che si è impiccato il 14 febbraio scorso all'interno della sua cella del carcere di Piacenza, Da quattro mesi era in carcere in attesa di giudizio, l'accusa era grave: quella di aver violentato e rapinato, in un appartamento della zona-stazione, due donne colombiane. Quando decise di farla finita era in isolamento, ha ritagliato un pezzo della sua maglietta e ne ha ricavato un cappio. Era stato prontamente soccorso dalle guardie penitenziarie, ma niente da fare: dopo quattro giorni di agonia è morto in ospedale.
Il giorno che decise di impiccarsi era avvenuto però qualcosa di particolare. Il giovane nigeriano era andato in escandescenze in un corridoio della struttura piacentina e si denudò, per questo motivo fu punito e rinchiuso in cella di isolamento. Poi la macabra scoperta da parte di un agente carcerario che, per motivi di sicurezza, chiama alcuni colleghi per poi soccorrere il ventenne impiccatosi alla finestra. Come da prassi la Procura ha aperto una inchiesta e disposta l'autopsia per chiare cosa accadde quel giorno, tra l'altro coincidente con un altro detenuto che, senza riuscirci, voleva togliersi la vita. Ciò evidenza l'inferno che si vive in carcere: il tragico gesto del nigeriano è il settimo, dall'inizio dell'anno, nelle carceri italiane.
"Come uomo - spiega l'avvocato Domenico Noris Bucchi alla Gazzetta di Reggio - il suicidio di Osas mi ha turbato non poco. Come suo difensore e come presidente della Camera penale reggiana, questo episodio mi induce ad una riflessione più complessa". L'avvocato continua con il racconto: "Osas Ake aveva vent'anni, non era ancora stato condannato e in attesa del processo si è tolto la vita impiccandosi in una cella di isolamento. Questo è il settimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno. Nel 2014 i suicidi nelle carceri italiane sono stati quasi 50. Un fenomeno che deve fare riflettere tutti noi".
Poi prosegue: "Da anni le Camere Penali denunciano le condizioni disumane nelle quali sono costretti a vivere i detenuti in Italia. Lo stesso presidente Giorgio Napolitano ha recentemente denunciato pubblicamente questa insostenibile situazione. Tuttavia nessuno fa nulla per, non dico risolvere, ma neppure affrontare, denunciare, questa situazione". L'avvocato Bucchi rilancia: "Ebbene io vorrei approfittare di questa triste vicenda per ricordare a tutti e ribadire ad alta voce che la situazione dei detenuti in Italia è drammaticamente al collasso. Che nessuno ha il diritto di privare un altro uomo della sua dignità. Che anche i detenuti sono uomini e come tali devono essere trattati, Che occorre stimolare le istituzioni ad affrontare questo delicatissimo tema". E conclude: "Se qualcosa, anche poco, si muoverà allora anche il sacrificio umano di Osas Ake non sarà stato vano".
Osas Ake era un clandestino di appena vent'anni totalmente solo, tanto è vero che la notizia della sua morte è arrivata nello studio di Bucchi il quale era il suo unico riferimento in Italia. Non sappiamo se sia innocente o meno, sappiamo solamente che non doveva morire. Ma il sistema penitenziario, di fatto, ha rispristinato la pena di morte. L'emergenza - tra l'altro confermata dai due rapporti internazionali pubblicati oggi su questa stessa pagina de Il Garantista - non è finita.
www.gonews.it, 27 febbraio 2015
"Presto sarà attivo il nuovo padiglione di alta sicurezza; manca solo il collaudo della cucina, ma per rendere le condizioni del carcere di Livorno accettabili c'è ancora molto da lavorare" - ha detto il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, al termine del sopralluogo di questa mattina. "Sono preoccupato - ha aggiunto Corleone - per la disparità di ambienti, per la differenza abissale che c'è tra il padiglione di alta sicurezza e le altre strutture. I 97 detenuti che andranno nel nuovo padiglione avranno celle doppie con servizi, una sala colloqui ampia e luminosa, mentre i 117 "poveretti" che sono nei locali di media sicurezza, per reati minori, si trovano in tre per cella, in locali piccoli con docce e servivi igienici inadeguati". "Un conto è se tutti stanno male - ha commentato Corleone - ma le scale sociali in carcere possono rappresentare un problema".
La visita al penitenziario Le Sughere rientra nel percorso che il garante sta portando avanti attraverso gli istituti penitenziari della Toscana con l'obbiettivo di verificare sul campo se la diminuzione delle presenze di detenuti rispecchi anche il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie. Corleone ha parlato della mancanza della sezione femminile che "in Toscana è presente solo a Pisa, Empoli e Sollicciano", "il penitenziario di Livorno avrebbe lo spazio per riattivare il reparto donne".
"Dei 117 detenuti presenti - ha aggiunto il garante - ben il 50 sono per detenzione a fine di spaccio e oltre la metà sono stranieri". Tra le criticità evidenziate da Corleone ci sono le condizioni deplorevoli in cui si trovano la vecchia cucina, l'infermeria e la biblioteca, quest'ultima "ospita 4 mila volumi, adesso inaccessibili per l'inagibilità dei locali". Hanno partecipato alla visita nell'istituto penitenziario anche il garante dei detenuti del comune di Livorno Marco Solimano e il consigliere regionale Marco Taradash (Ncd). Domani Corleone visiterà la casa di reclusione di Massa. Saranno presenti la direttrice Maria Martone e l'ex garante provinciale Umberto Moisè.
Ansa, 27 febbraio 2015
Saranno le detenute di alcune carceri a realizzare in occasione della festa della donna, il prossimo 8 marzo, circa 400 mila braccialetti in stoffa, che si potranno trovare nei punti vendita dei supermercati Conad in tutta Italia. Il progetto è stato illustrato nella giornata di debutto in Italia della rete di imprenditori del sociale Ashoka, da Luciana Delle Donne imprenditrice pugliese che ha creato con la sua cooperativa il marchio "Made in Carcere", per dare lavoro alle detenute delle carceri di Trani e Lecce.
La cooperativa è una delle tre realtà italiane che si sono presentate ad Ashoka come partner potenziali. Sono 20 le detenute assunte dalla cooperativa a tempo indeterminato e dal carcere realizzano braccialetti con gli scarti dell'industria tessile. Un progetto che è cresciuto coinvolgendo altri penitenziari del Paese, per realizzare l'edizione speciale dei braccialetti in occasione dell'8 marzo.
Con il ricavato si pagheranno le detenute e una parte andrà in beneficenza ad una associazione che lotta contro la violenza sulle donne. Il progetto è realizzato in collaborazione con il ministero della Giustizia, che ha sostenuto la formazione delle detenute nei laboratori tessili, tra le carceri coinvolte anche Milano e Vigevano. "Progetti come questi nascono anche con il sostegno delle imprese - ha spiegato il primo imprenditore che ha deciso di sostenere Ashoka in Italia, Mimmo Costanzo - che da parte loro devono imparare a guardare al sociale con interesse, a saper ascoltare e a essere termometro del cambiamento".
di Vanna Iori (parlamentare del Pd)
Gazzetta di Reggio, 27 febbraio 2015
Nel 1975 Antonietta Bernardini morì bruciata viva perché legata al letto di contenzione. Era stata arrestata alla Stazione Termini perché aveva schiaffeggiato un agente in borghese per una lite sul posto nella fila allo sportello. Da Rebibbia era stata portata all'Opg di Pozzuoli. L'episodio riportato da molti giornali aveva aperto il dibattito su una realtà quasi sconosciuta, sui drammi di malati dimenticati da anni nell'incuria e nell'abbandono. La lunga e faticosa chiusura degli Opg, che dovrebbe concludersi finalmente il 31 marzo di quest'anno, è una storia che viene da lontano e ha le sue radici nel peggior degrado dell'istituzione manicomiale e di quella carceraria.
È la storia dei manicomi giudiziari che la legge 345/1975 ha denominato ospedali psichiatrici giudiziari, cambiandone solo il nome, mentre è rimasta la fisionomia di luoghi di segregazione, strutture fatiscenti, disumane e infernali di custodia, luoghi di punizione e sofferenza con letti di contenzione e violenze, basate sulla filosofia del "sorvegliare e punire" (Foucault).
Queste strutture giudiziarie sono sopravvissute alla Legge 180/1978 (legge Basaglia per la chiusura dei manicomi), per le motivazioni ideologiche della pericolosità sociale e della non imputabilità del malato di mente.
La paura del diverso ha prevalso e ha comportato la privazione delle libertà fondamentali. Sempre sul crinale del confine tra cura e custodia, tra tutela della salute mentale e istituzione totale della follia (Goffman, Asylums), la persona non imputabile non è "responsabile". Ma togliere la responsabilità a una persona è toglierle la dignità stessa dell'esistenza.
"In manicomio giudiziario ti dicono che tu non sei più tu, perché qua non ti hanno solo tolto tutto, ma anche quell'azione per quanto tragica per cui tu sei finito qua dentro, anche quel gesto te l'hanno portato via, nemmeno quell'azione ti appartiene più." (Il dialogo di Marco Cavallo).
Restituire a una persona il diritto a essere processato e a essere punito anche con il carcere, significa riconoscere il diritto a essere cittadino, a un progetto terapeutico, alla libertà vigilata, a un inserimento lavorativo, a tutte le condizioni dei detenuti comuni, ferma restando la garanzia della sicurezza sociale e la certezza della pena.
Ed è con decreto del Presidente del Consiglio del 1° aprile 2008 che le persone detenute negli Opg passano dal ministero della Giustizia a quello della Salute, dallo Stato alle Regioni e alle Ausl. Dopo due proroghe si avvicina ora la data del 31 marzo 2015 in cui concretizzare le dimissioni di tutti gli internati ritenuti in grado di proseguire il loro cammino terapeutico-riabilitativo all'esterno. Le Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) previste dalla Legge 81/2014 per il superamento degli Opg sono pronte solo in alcune regioni, mentre altre non sono ancora in grado di ricevere i pazienti dimessi.
A Reggio Emilia le dimissioni sono già iniziate e si è ridotto il problema del sovraffollamento (oggi 142 internati), inoltre 4 reparti su 5 sono aperti e le persone possono muoversi. Sono predisposti i programmi specifici per le misure alternative all'internamento, accompagnate da personale qualificato, e un potenziamento dei servizi territoriali di salute mentale. È giunto il momento di "buttare giù" i muri. Ma non possiamo considerare superficialmente risolta la complessità di una questione che andrà affrontata ancora.
La chiusura è la fine di una storia di segregazione disumana, ma deve essere anche l'inizio di buone pratiche socio-sanitarie, di percorsi individualizzati, di inclusione sociale e assistenza in famiglia o in gruppi di convivenza, di collaborazione degli operatori con le reti territoriali di avvocati, associazioni, garanti dei detenuti, familiari, volontari, cooperative.
La legge 81/2014 va attuata nel suo spirito autentico. Il che significa innanzitutto non trasferire semplicemente i malati psichiatrici dagli Opg alle Rems, trasformandole in neostrutture manicomiali o "mini Opg" più confortevoli, ma ancora improntate alla logica custodialistica.
Inoltre bisogna evitare che ridiventi definitiva la permanenza temporanea (da 18 a 33 mesi) nelle Rems. Questo sarebbe un nuovo fallimento. Dopo la chiusura non dobbiamo quindi dimenticarci di potenziare e monitorare l'effettivo recupero della dignità umana, etica, civile e politica di queste persone, della libertà e dei diritti di reale cittadinanza.
www.romatoday.it, 27 febbraio 2015
La denuncia dei sindacalisti dei baschi azzurri in sopralluogo nell'istituto penitenziario di via della Lungara: "Lontani dal poter garantire standard di vivibilità accettabili". "Condizioni pietose dove lavorano la Penitenziaria e luoghi detentivi a dir poco vivibili". Non ci girano intorno i sindacalisti della Fns-Cisl di Roma Capitale e Rieti (sindacato della Polizia Penitenziaria) in vista questa mattina al carcere romano di Regina Coeli. Il sopralluogo nell'istituto penitenziario di Trastevere da parte del neo segretario generale Riccardo Ciofi, unitamente ai Segretari Regionali Massimo Costantino e Davide Barillà.
Una visita durante la quale i sindacalisti dei baschi azzurri "hanno verificato le precarie condizioni igieniche e logistiche in cui sono costretti a lavorare il personale di Polizia Penitenziaria in servizio a Regina Coeli ma anche gli ambienti detentivi, dove si trovano i detenuti, una situazione da far accapponare la pelle".
Una situazione denunciata con delle immagini eloquenti: "Le foto scattate fanno capire, al di la di quando scritto, la reale situazione critica in cui si trova l'Istituto. Purtroppo - prosegue la nota della Fns-Cisl - anche i sopralluoghi sullo stato di pulizia delle stanze ed il mantenimento delle condizioni alloggiative circa l'adeguatezza della sistemazione alloggiativa del personale lasciano desiderare, scarsa pulizia ed infiltrazioni varie e muffe ai muri".
Oltre al danno la beffa, prosegue la nota del sindacato della Polizia Penitenziaria: "E pensare che per questi alloggi il Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) vuole che si paghino canoni di affitto. Assurdo è dir poco. La realtà è un'altra. Purtroppo siamo lontani dal poter garantire standard di vivibilità accettabili sia per i detenuti, visto il sovraffollamento attuale, presenti 899 detenuti rispetto ai 642 previsti, ma alla stessa stregua anche per il personale di Polizia Penitenziaria che lavora in condizioni pessime".
di Francesco Blasi
Il Centro, 27 febbraio 2015
Non vogliono la Rems a Ripa, dove invece Regione e Asl hanno deciso che verrà aperta in quello che da decenni è il rudere una volta destinato a ospitare la casa di riposo sanitaria per anziani, la Rsa. Contro l'arrivo dei criminali con problemi mentali provenienti dagli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) ormai fuori legge in Italia si costituisce un comitato di cittadini contro la Rems.
La prima riunione l'altro ieri sera alla pizzeria La Margherita di piazza San Rocco, dove si sono incontrati in venti su iniziativa di Luisa Bucciarelli, un'insegnante residente in contrada Feudo (la zona in cui sorge il rudere da ristrutturare con 4,5 milioni di euro dello Stato) che ha suonato la carica per raccogliere un dissenso cresciuto negli ultimi giorni dopo la presentazione ufficiale del progetto alla polivalente di via Marcone con l'assessore regionale alla Sanità Silvio Paolucci. "È stato sufficiente fare un giro di telefonate", racconta Bucciarelli, "per capire che serpeggia molto malumore su un'iniziativa, quella di procedere con la Residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria, che ci è stata comunicata a giochi già fatti, mettendoci di fronte al fatto compiuto". I promotori del neonato comitato civico non ci stanno, e propongono di azzerare tutto. La prima idea lanciata è un referendum consultivo.
"È però il Comune che dovrà farsene carico", sottolinea la portavoce del comitato, "perché i problemi posti da questa struttura e dai suoi ospiti riguardano Ripa e non soltanto i residenti di Feudo". Il no alla Rems è legato al timore di evasioni tra i detenuti che soggiorneranno nella struttura. "Non vorremmo", è una delle paure manifestate nell'incontro, "che un Izzo, un qualsiasi "mostro del Circeo", riesca a fuggire seminando terrore nella nostra comunità, anche perché quel poco che sappiamo del progetto non include una sorveglianza come quella che c'è nelle carceri, con alte mura di conta e agenti penitenziari, ma solo infermieri".
Il comitato chiederà di incontrare il sindaco Ignazio Rucci, mentre alcuni componenti si sono impegnati a richiedere tutta la documentazione sul progetto all'ufficio tecnico della Asl teatina. All'incontro ha preso parte anche il consigliere di opposizione Fernando Zuccarini, medico in servizio alla Asl. L'esponente Pd ha spiegato che "Ripa legò le sue sorti a un mini Opg nello scorso decennio, quando l'allora sindaco Mauro Petrucci diede a Regione e Asl l'assenso a procedere con quella struttura poiché da tempo era sfumato il finanziamento per la Rsa. Oggi, sindaco e giunta non possono più fare nulla".
- Livorno: progetto Frescobaldi, a Gorgona raddoppiano le vigne curate dai detenuti
- Teramo: costretti a detenzione "in condizioni inumane", due ex carcerati saranno risarciti
- Lanciano (Ch): detenuto risarcito con 8 euro per ciascuno dei 717 giorni trascorsi in cella
- Vigevano (Pv): al carcere in black-out elettrico per circa dieci ore consecutive
- Taranto: "Dalla progettazione alla confezione", la moda per il reinserimento delle detenute











