gonews.it, 3 agosto 2019
A oltre un anno dalla sua attivazione presso il carcere di Ranza Ciuciano a San Gimignano, l'ambulatorio specialistico di urologia gestito dall'unità operativa semplice dipartimentale di Urologia dell'ospedale Alta Valdelsa di Poggibonsi, diretta dal dottor George Benaim, registra un'attività crescente.
I dati relativi al numero di prestazioni effettuate evidenziano che nel 2017 sono state richieste / prenotate 81 visite urologiche, ma effettuate in realtà solamente 22. All'inizio del 2018, da gennaio ad aprile, prima dell'apertura dell'ambulatorio, su 7 prenotate ne sono state svolte 3. Da aprile 2018 (data di attivazione dell'ambulatorio) e nel corso dei successivi 12 mesi sono state erogate 94 visite urologiche interne. Sono state date indicazioni per creare una forma di priorità che permetta di concentrare le visite con maggiore urgenza e di differire i controlli.
Essendo l'area sanitaria dotata di un ecografo, durante la visita è possibile effettuare anche una diagnostica di immagine di primo livello che consente di completare il tipo di prestazione fornita. Le patologie di maggior riscontro sono di tipo infiammatorio- infettivo, ma sono state fatte valutazioni inerenti alla disuria da iperplasia prostatica, litiasi renale, alterazioni a livello degli organi genitali esterni. È stato diagnosticato un tumore del testicolo, con successivo accesso in ospedale per il trattamento chirurgico e follow up oncologico costante. Piccoli interventi ambulatoriali (frenulo corto, liberazione delle sinechie balanoprepuziali) sono stati condotti direttamente presso l'ambulatorio in carcere.
"L'ambulatorio urologico all'interno della Casa di reclusione di San Gimignano ha consentito di colmare un fabbisogno nella gestione sanitaria specialistica nei confronti degli ospiti della struttura - ha dichiarato il dottor Mario Savino, referente dell'ambulatorio specialistico di urologia - permettendo di fatto di ridurre sensibilmente le tempistiche di attesa per visita, di integrare all'interno delle attività della urologia dipartimentale del territorio senese dell'Ausl Toscana sud est potenziali pazienti che altrimenti avrebbero potuto sfuggire a una corretta valutazione, e anche di ridurre i costi globali in termini sia economici che di dispendio di risorse umane determinati dalle esigenze di sicurezza che di volta in volta dovevano essere attuate per il trasporto in luogo esterno di cura per i singoli detenuti (autorizzazione del magistrato di sorveglianza, preparazione del mezzo blindato, scorta).
Ha consentito, inoltre, di implementare il numero di visite e di rilevare patologie potenzialmente pericolose per la popolazione carceraria in generale e per il singolo paziente in particolare. Uno dei prossimi obiettivi sarà quello di attuare un piano di screening per i detenuti nella fascia di età dei 50 anni per la prevenzione della patologia tumorale prostatica al fine di mantenere attiva la sorveglianza verso questa patologia anche tra la popolazione detenuta.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 3 agosto 2019
Amnesty International ha sollecitato le autorità egiziane a porre immediatamente fine alle crudeli e inumane condizioni detentive e a consentire visite familiari regolari nella prigione di massima sicurezza al-Aqrab ("lo scorpione"), situata nel complesso penitenziario di Tora, dove circa 130 prigionieri sono in sciopero della fame dal 17 giugno. Molti dei detenuti in sciopero della fame sono stati arrestati oltre due anni fa e da allora non hanno mai potuto incontrare parenti e avvocati.
Per costringerli a interrompere la protesta, i detenuti sono stati picchiati, torturati con l'elettricità, colpiti con pistole elettriche e sottoposti a misure disciplinari. Almeno 10 di loro sono stati spostati in celle speciali da cui non possono mai uscire per tutto il giorno. Ad al-Aqrab le celle sono sovraffollate e infestate da zanzare e altri insetti. In questo periodo le temperature superano i 40 gradi e non vi sono ventilatori né fonti d'aria naturale adeguate. Le cure mediche sono insufficienti, è vietato ricevere cibo e bevande dall'esterno e l'ingresso di medicine e vestiti è limitato.
I detenuti avevano già intrapreso scioperi della fame nell'ottobre 2017 e nel febbraio 2018. Li avevano sospesi solo a seguito della promessa che le visite familiari sarebbero state autorizzate. La direzione delle carceri ha invece continuato a negarle, persino nei rari casi in cui la Procura speciale per la sicurezza dello stato le aveva approvate. Secondo gli atti giudiziari visionati da Amnesty International, prima di comparire di fronte alla Procura speciale la maggior parte delle persone in sciopero della fame ha trascorso periodi di sparizione forzata che vanno da 11 a 155 giorni. Molti hanno denunciato di essere torturati da funzionari dell'Agenzia per la sicurezza nazionale.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 3 agosto 2019
Dopo l'intervento dell'Onu chiuse le strutture di Misurata, al Khoms e Tajoura. Gli stranieri saranno espulsi e rinviati nei loro paesi di origine. In Libia in governo di Tripoli guidato da Fayez al- Sarraj ha preso una decisione che potrebbe avere ripercussioni non solo nello scacchiere africano ma anche sull'Europa.
Secondo il sito web Al Ahrar, che ha raccolto fonti del ministero dell'Interno, le autorità hanno disposto la chiusura immediata di tre centri di detenzione per migranti. Si tratta delle strutture di Tajoura, Misurata e Al Khoms. L'ordine di smobilitazione è stato dato direttamente dal ministro Fathi Bashagha, i migranti rinchiusi nei centri, sempre secondo quanto riportano i media libici, saranno espulsi e riportati nei loro paesi d'origine.
In questa maniera si darebbe seguito ad un annuncio fatto il 2 luglio scorso quando proprio il centro di Tajoura fu bombardato dalle forze del generale Kalifa Haftar. Fu una strage, almeno 60 morti e 130 feriti anche se si pensa che le vittime potrebbero essere molte di più. In quel frangente era stato proprio Bashagha a rendere nota l'impossibilità di garantire la sicurezza dei migranti "reclusi". Inoltre lo stesso Sarraj aveva annunciato che era in animo di liberare tutti coloro che si trovavano nei centri, si è parlato di migliaia di persone che si sarebbero riversate ad attraversare il mediterraneo.
La mossa libica è stata vista come il tentativo di Tripoli di ottenere finanziamenti e armi, in cambio del ruolo di carcerieri dei migranti, da parte dell'Europa. Solo un giorno dopo la strage il ministro dell'Interno si era affrettato a dichiarare: "il governo è tenuto a proteggere tutti i civili, ma il fatto che vengano presi di mira i centri di accoglienza da aerei F16 e la mancanza di una protezione aerea per i migranti clandestini nei centri stessi, sono tutte cose al di fuori della capacità del governo".
In realtà le bande criminali di trafficanti che controllano il "business dei barconi", vedono nella gestione dei centri di detenzione il nuovo grande affare, perdere la "materia prima" potrebbe costituire un colpo all'economia (molte volte illegale) lucrosa messa in piedi da quando i paesi Ue hanno cominciato a restringere le maglie delle frontiere esterne. Sulla decisione del governo tripolino di chiudere i tre centri ha sicuramente avuto un peso l'intervento dell'inviato speciale per la Libia, Ghassan Salamè. Lunedì scorso ha riferito di fronte al Consiglio di sicurezza dell'Onu sollecitando proprio la fine di queste vere e proprie prigioni per migranti.
Secondo le stime, nelle strutture ufficiali, sono detenute, in condizioni per lo più spaventose, almeno 5000 persone, di queste 3800 sono a rischio della vita perché esposte ai combattimenti. Si tratta di capire ora cosa succederà, se si procederà allo smantellamento di tutti i luoghi di detenzione. Chi penserà al rimpatrio dei migranti in maniera sicura? Chi garantisce che quelli che saranno liberati non andranno ad ingrossare le fila dei combattenti della guerra civile libica? Quale sarà la sorte dei minori giunti in Libia senza famiglia?
di Maria Teresa Accardo
Il Manifesto, 3 agosto 2019
"Great exchange", così la designata presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen definisce su twitter l'incontro con il presidente Giuseppe Conte, ieri mattina a Roma. Uno scambio "proficuo", ricambia lui. La comunicazione di Palazzo Chigi suona i violini enfatizzando la sintonia fra i due e la presidente regge il gioco, sperando di aiutare il premier a uscire dal pantano in cui lo ha infilato l'alleato leghista. Alla fine Von der Leyen si prende anche il gusto di invocare "lo spirito di Alcide De Gasperi": una citazione di uno dei padri nobili italiani dell'europeismo. Una cortesia verso l'ospite. O forse una elegantissima stilettata al governo gialloverde, palesemente distante anni luce dall'uomo di "La nostra patria Europa".
Il dialogo avviene in un clima dialogo "sereno e concreto", viene riferito. Alla conferenza stampa i due recitano la parte. La prossima commissaria tende la mano al governo italiano: "Sono consapevole che paesi come Italia, Grecia e Spagna si trovano in una posizione geograficamente più esposta", ammette parlando dei flussi migratori (ma siamo alla geografia) "di questo dovremo tenere conto", promette, "è fondamentale poter garantire la solidarietà, ma non è mai unilaterale, è come minimo bilaterale, ma se collaboriamo riusciremo a trovare d soluzioni per il futuro". L'allusione alle sparate nazionaliste di Salvini è poi più esplicita: "È necessario rivedere il concetto di ripartizione dell'onere. Vogliamo che le nostre procedure siano efficaci, efficienti, ma anche umane".
Conte è soddisfatto: "L'Italia vuole giocare un ruolo da protagonista ed è disposta ad assumersi tutte le responsabilità", replica rivendicando per il paese "un portafoglio economico di primo piano". Ma è una recita a soggetto. Salvini voleva ricevere un riconoscimento politico dalla prossima presidente, e solo in mattinata si è convinto di inviare a Conte la rosa dei papabili commissari. I leghisti si blindano - in molti giurano che la lista è stata scritta da Salvini e non condivisa - e i nomi in ballo sono sempre gli stessi: l'ex ministro Tremonti, però troppo targato Berlusconi; il sottosegretario Garavaglia, nel caso di una delega economica; il collega Centinaio se fosse l'agricoltura; la ministra Bongiorno se servisse un nome di donna. Anche se Salvini ha parlato di un esperto di economia, profilo che escluderebbe gli ultimi due.
Su questo con Van der Leyen il dialogo è appena abbozzato. Anche perché Salvini non ha ancora ottenuto la garanzia che il suo candidato non venga affossato dal cordone di sicurezza anti-sovranista dell'europarlamento. Per questo si segnalano pressioni per recuperare il rinunciatario Giorgetti, considerato l'unico 'leghista moderato' in grado di passare il vaglio.
Il clima politico resta incandescente, all'apparenza, nonostante governo e parlamento stiano per chiudere i battenti prima di un'estate lunghissima (le camere faranno vacanza per più di un mese). E ormai è chiaro che non ci saranno problemi al voto di fiducia sul decreto sicurezza bis che lunedì approderà nell'aula del senato.
E tuttavia i due vicepremier ancora giocano alla guerra lanciandosi accuse. Salvini dal Corriere della sera: "Questa è una manovra importante in cui tutti dovranno avere coraggio. Sennò il coraggio lo chiediamo agli italiani". Una minaccia di rottura a cui Di Maio risponde picche: "Se c'è responsabilità possiamo andare avanti, se invece questi continui attacchi sono legati al fatto che la Lega ambisce a qualche ministero, dico: lo chiedano pubblicamente e smettiamo di massacrare gli italiani".
di Barbara Cottavoz
La Stampa, 3 agosto 2019
È stato trasferito in una località sconosciuta Ahmadreza Djalali, il medico detenuto in Iran da oltre tre anni e condannato a morte per spionaggio: lo ha raccontato lui stesso in una telefonata, l'unica che gli è concessa. Il ricercatore del Centro sulla medicina dei disastri dell'Università del Piemonte Orientale a Novara ha detto di non sapere dove si trovasse e di aver avuto la possibilità di chiamare qualcuno solo all'interno del Paese.
La moglie Vida, che vive a Stoccolma con i figli, è molto in ansia: "È stato trasferito soltanto lui e non gli è stato detto il perché". La condanna a morte pronunciata a carico di Djalali non è mai stata revocata nonostante la mobilitazione del mondo accademico internazionale e nonostante diversi ricorsi del suo avvocato davanti ai vari gradi del Tribunale della Rivoluzione. "Non abbiamo altre informazioni purtroppo - commenta l'amico e collega Luca Ragazzoni - e questo ci preoccupa molto". La Federazione italiana diritti umani ha chiesto all'Unione europea un intervento urgente a favore del medico.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 3 agosto 2019
I primi decreti sono stati firmati da re Salman mercoledì. Poi ieri all'alba, nel giorno sacro per i musulmani, la promessa è diventata legge. "Il passaporto sarà concesso a ogni persona di cittadinanza saudita che ne farà richiesta". Nero su bianco sulla gazzetta ufficiale Umm al-Qura: le donne maggiori di 21 anni non avranno bisogno, in futuro, del permesso di un uomo per lasciare il Paese.
"È un gigantesco passo per le saudite", ha trillato il giornale filo governativo Saudi Gazzette. È la "Storia" con la S maiuscola gli ha fatto eco la principessa Rima Bint Bandar Al Saud, prima ambasciatrice dell'Arabia Saudita negli Stati Uniti, mentre su Twitter è esploso l'hashtag No Guardianship Over Women Travel, con tanto di meme che mostrano gruppi di donne velate scivolare sotto il filo spinato per ricomparire dall'altra parte vestite all'occidentale o che raccontano di fughe in massa all'aeroporto.
Dopo la patente, il permesso di assistere ad eventi sportivi, la riapertura dei cinema e i concerti degli artisti occidentali, il passaporto rappresenta un primo passo verso la fine del wilaya (potestà), imposto dalla tradizione wahabita che rende, di fatto, le donne pari a delle minorenni sotto tutela di un guardiano, che sia il marito, il padre o il parente maschio più prossimo.
Ad accelerare la concessione - immediatamente contrastata dagli ambienti più conservatori del regno che l'hanno definita "pericolosa" - le notizie (e le relative polemiche) sulle fughe di numerose giovani. Inclusa Rahaf al-Qunun, la cui richiesta di asilo, gridata in diretta social da un hotel di Bangkok, a gennaio aveva attirato l'attenzione globale.
Queste ultime riforme - oltre all'espatrio è previsto il diritto per le donne di riconoscere i propri figli, registrare i matrimoni e accedere al lavoro senza autorizzazione di un uomo - fanno parte del piano del principe ereditario Mohammed bin Salman, varato nel 2016 sotto il nome "Vision 2030", con l'obiettivo di modernizzare il Paese e renderlo meno dipendente dagli idrocarburi.
Tuttavia i critici fanno notare come il sistema del guardiano sia ancora ben lontano dall'essere abolito. "Le donne avranno ancora bisogno del permesso di un tutore per essere rilasciate dal carcere o per sposarsi", commenta Amnesty International in una nota. Gli alti funzionari sauditi hanno poi sottolineato la necessità di proseguire gradualmente al suo smantellamento per non irritare la parte più conservatrice della società.
Non solo. Le nuove regole avranno bisogno di tempo per farsi strada nella burocrazia spesso sclerotica del regno. Ed è facile prevedere come, all'interno delle case, gli uomini continueranno ad esercitare il tradizionale controllo su mogli, sorelle, figlie e madri, indipendentemente dalle leggi scritte. Infine, nonostante le pesanti critiche della comunità internazionale, restano in cella le attiviste che proprio per questi diritti si sono battute. Su tutte Loujain al-Hathloul, incarcerata per aver avuto contatti con i media stranieri. Aleggiano poi ancora forti sospetti sulla testa di Mbs a proposito dell'omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ucciso l'ottobre scorso nel consolato saudita di Istanbul. Come dire, insomma, che i guardiani sono ben lontani dal perdere il loro potere.
di Liana Milella
La Repubblica, 2 agosto 2019
Nuove scintille tra gli alleati. Dopo il consiglio dei ministri fiume di ieri, resta lo scoglio del processo penale. E stamattina dal Carroccio è arrivata una nuova stroncatura: "Riforma vuota e inutile, non la votiamo". Mentre il Guardasigilli replica: "Vogliono far saltare la prescrizione? Non permetterò giochini". Intanto l'Anm protesta: "Il sorteggio per il Csm è incostituzionale".
di Errico Novi
Il Dubbio, 2 agosto 2019
E Bonafede attacca Salvini: "non siete più con il Cavaliere". Il day after è pesante. Le macerie della riforma Bonafede sono difficili da ricomporre. Le posizioni ribadite ieri nel confronto a distanza fra Matteo Salvini, Luigi Di Maio e il guardasigilli Alfonso Bonafede hanno tutta l'aria di restare lontanissime. Non solo. Sulla possibilità di un ddl giustizia condiviso, dopo il naufragio del Consiglio dei ministri fiume di mercoledì, incombe ora come un macigno la "nuova" prescrizione.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 2 agosto 2019
Il ministro da Conte per trovare una soluzione, ma Salvini tiene alta la tensione. La ministra Bongiorno non chiude la porta: non siamo su un binario morto. Alla fine la notte dei lunghi coltelli sulla giustizia, con un consiglio dei ministri conclusosi a notte fonda, senza avere messo punti fermi, ha reso evidente (ma non potevano parlarsi prima?) che il vero nodo da sciogliere è quello penale.
di Liana Milella
La Repubblica, 2 agosto 2019
Prescrizione, separazione delle carriere. I punti di divergenza tra Lega e Cinque Stelle sono così rilevanti che il negoziato sul processo penale sembra destinato al fallimento. Alimentando i sospetti dei grillini sulle reali intenzioni del partito di Salvini.
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