La Repubblica, 28 febbraio 2015
La legge è stata dichiarata incostituzionale un anno fa, ma molti ricorsi per rivedere retroattivamente l'entità delle condanne minime erano stati respinti. Nel frattempo, i minimi della Fini-Giovanardi, 6 anni, sono diventati il massimo applicabile. Nuovo intervento delle Sezioni Unite penali della Cassazione per mitigare le condanne per droga inflitte con le norme ormai abolite della legge Fini-Giovanardi, dichiarata incostituzionale un anno fa, che prevedeva pene da sei a venti anni di reclusione senza distinguere tra droghe leggere e pesanti.
La Cassazione ha deliberato che vanno "limate" anche le pene minime previste dalla vecchia normativa. Tra la dichiarazione di incostituzionalità della legge e il pronunciamento odierno, in base a quanto risulta all'associazione "A giusta ragione", che si occupa dei diritti dei detenuti, sono numerosi i casi di istanze di rideterminazione della pena rigettati perché la pena rientrava comunque nei parametri sanzionatori ripristinati dalla Corte Costituzionale anche se il minimo (da 6 a 20 anni con la Fini-Giovanardi) è divenuto nel frattempo il massimo applicabile (da 3 a 6 anni per la legge ora in vigore). Ad avviso delle Sezioni Unite della Suprema Corte, dunque, in base a quanto scritto nel dispositivo della decisione depositata oggi, anche le vecchie pene minime, per quanto riguarda i derivati dalla cannabis, sono da considerarsi illegittime e vanno rideterminate al ribasso in base ai nuovi minimi edittali.
Il primo intervento della Cassazione, lo scorso ottobre, aveva riguardato la riaffermazione del diritto a ottenere pene più leggere per chi ha condanne definitive per spaccio di droghe leggere, un chiarimento dopo che lo scorso 29 maggio gli "ermellini" avevano messo fine alla controversia prevedendo la possibilità di una riduzione di pena per i piccoli spacciatori recidivi condannati in via definitiva. Una determinazione che aveva aperto a una sorta di svuota-carceri, che ha salvato l'Italia dalla procedura comunitaria di sanzione per sovraffollamento carcerario, annullando l'aggravante per il piccolo spaccio.
A proposito di spacciatori, nel pronunciamento odierno i giudici della Cassazione hanno inoltre deciso che anche i piccoli pusher di droghe leggere, che in passato hanno patteggiato la condanna con la Fini-Giovanardi, hanno diritto al ricalcolo della pena. Secondo l'associazione "A giusta ragione", "sono probabilmente migliaia i detenuti per fatti legati a derivati della cannabis ancora in carcere con una pena divenuta illegale".
Le dichiarazioni di Patrizio Gonnella (Antigone)
La Sezioni unite della Cassazione hanno ribadito un principio sacrosanto, ovvero che chi ha subito gli eccessi di pena previsti dalla legge Fini-Giovanardi deve ora ottenere un ricalcolo della pena stessa. Va ricordato che quella legge è stata responsabile della tragedia del sovraffollamento penitenziario italiano, fra le cause principali della condanna che l'Italia ricevette dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.
Ha rovinato vite di giovani buttati in carcere per pochi grammi di cannabis. Una legge che era fra le più repressive in tutta Europa. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale dello scorso anno e dopo la sentenza odierna della Suprema Corte di Cassazione, bisogna immediatamente aprire una nuova stagione legislativa che, con coraggio, depenalizzi e decriminalizzi la vita dei consumatori di droga. È arrivato il momento per affrontare una scelta di legalizzazione che, tra le altre cose, rappresenta l'unica via per sottrarre ricchezza e potere alla criminalità organizzata.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 27 febbraio 2015
"È questa una macchina mostruosa che schiaccia e livella secondo una certa serie. Quando vedo agire e sento parlare uomini che sono da 5, 8, 10 anni in carcere, e osservo le deformazioni psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione di me stesso. Penso che anche gli altri hanno pensato (non tutti ma almeno qualcuno) di non lasciarsi soverchiare e invece, senza accorgersene neppure, tanto il processo è lento e molecolare, si trovano oggi cambiati e non lo sanno, non possono giudicarlo, perché essi sono completamente cambiati". (Antonio Gramsci, Lettera a Giulia, 19 novembre 1928).
di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015
Rodolfo Sabelli va subito dritto al punto: "La riforma della responsabilità civile ha un valore politico, il vero tema è il riequilibrio dei rapporti tra politica e magistratura. Da decenni si parla di riformare la responsabilità civile dei giudici e questa legge è il punto d'arrivo. Così si manda un messaggio simbolico".
di Liana Milella
La Repubblica, 27 febbraio 2015
Intervista al ministro Guardasigilli. Andrea Orlando "deluso" dalle toghe. Orlando che assicura: "Il governo non è contro la magistratura". Orlando che rimbrotta chi critica la legge "perché non è stato compreso pienamente il meccanismo".
Silvia Barocci
Il Messaggero, 27 febbraio 2015
"Responsabilità civile, dispiaciuto per le critiche: non c'è alcuna volontà punitiva da parte del governo. Mossi con massima attenzione e in dialogo con il Colle". Reazioni che lo amareggiano e che arrivano tardivamente rispetto a un testo che "non espone i magistrati ad alcun tipo di pressione" e che "assolutamente non renderà più difficili le indagini di mafia e di corruzione".
di Rita Bernardini (Segretario di Radicali Italiani)
Il Tempo, 27 febbraio 2015
Hanno ottenuto il massimo che potevano dopo 28 anni di tradimento del voto popolare espresso a grandissima maggioranza nel referendum promosso dai radicali e dopo che, nel 2011. "Il pianto frutta": nessuno meglio dei magistrati italiani sa mettere in pratica questo antico modo di dire della saggezza popolare. Frignano per poi piangere fino a singhiozzare perché con la legge appena approvata sulla responsabilità civile, le toghe nostrane ritengono di non essere più indipendenti, di essere sottoposte a continui ricatti e costrette ad auto-contenersi per il timore di essere chiamate in causa.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 27 febbraio 2015
Anm furiosa per le nuove norme sulla responsabilità civile, carbone e sabelli: "è la normalizzazione della magistratura". Libererebbe forse l'Italia da un sovrappeso "feudale" che ancora ne condiziona profondamente la struttura democratica, e che probabilmente è in contrasto con lo spirito della Costituzione, che è una Costituzione Repubblicana e che prevede l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Alcuni magistrati dicono: ma noi siamo magistrati, non cittadini. E su questa base pretendono di non dover sottostare alla legge. Ritengono - temo in buona fede - che la saldezza di una società, e la sua moralità, e il suo essere "società etica" (successivamente si passa all'idea dello "Stato Etico") non possono che essere affidati ad una entità e ad un gruppo di persone migliori degli altri ("aristoi") i quali siano in grado di "sapere" la vita degli altri, valutarla, giudicarla, punirla.
Non è questa una funzione - pensano - che possa essere affidata alla democrazia, o al libero svolgimento delle relazioni umane e sociali, perché la democrazia è un buon sistema di governo ma è viziato da corruzione. E l'eccesso della libertà, della deregolamentazione, sono pericolose per la collettività. La democrazia deve essere " corretta", o comunque controllata, e anche la società, da qualcosa di superiore e di "certamente morale": e cioè da i giudici. Contestare questa funzione dei giudici vuol dire contestare la loro indipendenza.
E mettere in discussione l'indipendenza dei giudici vuol dire correre il rischio che la magistratura finisca per non essere più autonoma dalla politica.
L'autonomia dalla politica non è vista come una condizione di funzionamento della magistratura, o come un elemento necessario nell'equilibrio dei poteri, ma come un valore assoluto al quale una società "morale" deve sottomettersi, e in assenza del quale la società diventa "immorale" e la democrazia, e le istituzioni, scendono in una condizione di subalternità alla politica. La politica è "il male" , la giustizia (lo dice la parola stessa) è il bene, e il bene può governare il male, e può redimerlo, correggerlo, sottometterlo. Il male non solo non può governare il bene, ma non può aspirare ad essere alla pari col Bene.
Ecco, questo ragionamento è alla base delle molte dichiarazioni rilasciate ieri dal dottor Carbone, e anche dal presidente dell'Anm Sabelli. Il quale ha rimproverato al governo di avere promesso una riforma della Giustizia in 12 punti, e di avere realizzato invece l'unico punto che non va bene, e cioè la riforma della responsabilità dei giudici. I magistrati invece - ha spiegato - vogliono cose diverse: per esempio la riduzione della prescrizione, l'estensione dei poteri speciali "antimafia" anche ad altri reati, il processo telematico (cioè la cancellazione del diritto dell'imputato ad essere presente al suo processo), la riduzione dei gradi di giudizio, eccetera. In sostanza, la proposta dell'Anm (che più o meno è stata organicamente strutturata nella proposta di riforma del dottor Nicola Gratteri) è quella di escludere norme che riportino alla normalità la magistratura, ristabilendo la legittimità dello Stato liberale e dell'equilibrio dei poteri, ma, viceversa, decidere un forte aumento dei poteri della magistratura, un ridimensionamento drastico dei diritti dell'imputato, e un rafforzamento della condizione di preminenza e di insindacabilità dei pubblici ministeri.
Sabelli ha anche annunciato che l'Anm ha chiesto un incontro al Presidente della Repubblica. Per dirgli cosa? Per esprimere le proprie rimostranze contro il Parlamento. Già nella richiesta dell'incontro c'è un elemento di scavalcamento dell'idea (puramente platonica in Italia) dell'indipendenza dei poteri. La magistratura ritiene che il suo compito non sia quello semplicemente di applicare le leggi, ma di condizionarne il progetto e la realizzazione. L'associazione magistrati chiede al Presidente della Repubblica di frenare, o condizionare, o rimproverare il Parlamento. E vuole discutere nel merito delle leggi. La magistratura considera inviolabile la propria indipendenza dagli altri poteri, e inaccettabile la pretesa di indipendenza degli altri poteri dalla magistratura.
Devo dire che la passione con la quale i magistrati hanno reagito alla miniriforma della responsabilità civile mi ha colpito soprattutto per una ragione: questa riforma è quasi esclusivamente simbolica. La responsabilità dei giudici resta limitatissima. L'unica vera novità è la rimozione del filtro che in questi vent'anni aveva permesso solo a 4 cittadini di ottenere un risarcimento per la mala-giustizia (nello stesso periodo sono stati processati e condannati 600.000 medici).
Tutte le altre barriere restano. I magistrati saranno giudicati solo in caso che sia accertata una colpa grave, o addirittura un dolo nel loro comportamento, saranno giudicati non da una autorità esterna ma dai loro colleghi (visto che oltretutto non esiste una divisione delle carriere) e se alla fine saranno ritenuti colpevoli pagheranno con una sanzione che in nessun caso potrà superare la metà dell'ammontare di un anno di stipendio. Voi conoscete qualche altra categoria professionale protetta fino a questo punto?
La probabilità di essere condannati per i magistrati è così bassa, e l'esiguità della pena così forte, che chiunque può mettersi al riparo pagando una assicurazione con poche decine di euro. Cosa che non vale per i medici, o gli ingegneri (non parliamo dei giornalisti) che essendo espostissimi al rischio di condanna (anche senza dolo e senza colpa grave) se vogliono sottoscrivere una assicurazione devono pagare migliaia e migliaia di euro. Diciamo che il privilegio non è affatto toccato da questa riformetta.
Appena appena scalfito. E allora? Il fatto è che comunque la riforma ha un valore ideale, è una specie di metafora. Il Parlamento, per una volta, non si è inginocchiato davanti alla magistratura. È questa la novità che ha messo in allarme i settori più corporativi della magistratura. Il timore è che davvero possa cambiare il clima politico e possa essere aperta una via alle riforme vere, e al ridimensionamento della "Divina Giustizia". No, la riforma non comporterà la caduta degli Dei. Solo che gli Dei non sopportano gli oltraggi. Sono permalosi. È sempre stato così, dai tempi di Omero. E questa legge è uno sberleffo inaccettabile, anche se innocuo.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 27 febbraio 2015
Minimizzare la portata del disegno di legge appena approvato sulla responsabilità civile dei magistrati sarebbe errato. Non fosse altro perché siamo pur sempre di fronte al legittimo tentativo di un governo di rispondere, con 27 anni di ritardo, a un'esigenza che i cittadini italiani allora dimostrarono di avere ben chiara in sede referendaria. Tuttavia non sarebbe nemmeno utile concedere spazio alle sole critiche distruttive del nuovo regime di responsabilità dei giudici, come quelle che arrivano da Anm e corifei vari. Piuttosto merita una riflessione l'intervista concessa ieri al Messaggero dal procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio.
Quest'ultimo mette in guardia dalla "possibilità" che in una prima fase ci siano "valanghe di ricorsi" da parte dei cittadini interessati per presunto "travisamento del fatto" operato dal giudice. Considerato che "lo stesso fatto può essere valutato in diversi modi in tutti i gradi di giudizio", un monitoraggio (auspicabilmente terzo) è da prevedere. Nordio però aggiunge pure: "È sacrosanto che lo stato risarcisca davanti a una decisione ingiusta, anche andando al di là del testo approvato e riconoscendo il pagamento delle spese legali a chi ha subìto un processo dal quale è risultato innocente".
Non solo. Se i magistrati facilmente si assicurano contro sanzioni pecuniarie, il procuratore auspica che "un magistrato che manda in galera una persona contra legem non deve pagare, deve essere buttato fuori dalla magistratura". Tutto ciò che infatti perpetua l'autotutela dell'ordine giudiziario rischia di svuotare il tentativo di responsabilizzare i singoli giudici.
di Dino Martirano
Il Corriere della Sera, 27 febbraio 2015
E ora, dopo il varo della legge sulla responsabilità civile delle toghe, per l'Associazione nazionale magistrati si apre un doppio fronte. Quello esterno, sul quale viene lanciata la sfida al governo Renzi per "dieci riforme della Buona Giustizia" utili al Paese, e quello interno che vede la leadership dell'Anm combattere le spinte corporative favorevoli allo sciopero. Spinte che arrivano dalla base e, paradossalmente, con più forza dalla corrente conservatrice di Magistratura indipendente legata al sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri. L'arroccamento corporativo, è il parere del vertice dell'Anm, "sarebbe in questo momento un errore gravissimo".
Il presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli, nella sua conferenza stampa è dunque andato oltre la denuncia reiterata contro lo "spirito punitivo" e le "spinte alla normalizzazione" che, secondo i magistrati, porta con sé la legge sulla responsabilità civile. Sabelli ha fatto sapere che c'è una richiesta di incontro con il presidente della Repubblica al quale i magistrati si rivolgeranno (anche nella sua qualità di presidente del Csm) per cercare un alleato sul piano delle riforme della "Buona Giustizia".
Eccolo il decalogo che l'Anm propone al governo Renzi: prescrizione e abrogazione della ex legge Cirielli; più strumenti investigativi contro la corruzione (gli stessi previsti per la mafia); rafforzamento della lotta all'evasione; assunzione di nuovi cancellieri; riqualificazione del personale amministrativo; più risorse alla Giustizia; riforma del sistema delle nullità; investimenti per gli educatori nelle carceri.
Su due punti il Parlamento potrebbe presto dire la sua: i primi di marzo va in aula al Senato il ddl anticorruzione (con le incognite sul falso in bilancio) e il 16 la Camera affronta il testo sulla prescrizione. Due temi, questi, sui quali sono accesi i riflettori della comunità internazionale: "Essenzialmente, l'Italia ha due problemi, i processi lenti e la corruzione che è una tassa sui vostri prodotti" ha detto l'ambasciatore Usa John R. Phillips alla Scuola Sant'Anna di Pisa.
www.camerepenali.it, 27 febbraio 2015
È in corso un'imponente campagna di disinformazione orchestrata da parte della magistratura volta a far credere che, con la nuova disciplina, il magistrato che viola manifestamente la legge o travisa grossolanamente i fatti o le prove è chiamato personalmente a pagare i danni e che si tratta di una modifica incostituzionale. Né l'una né l'altra cosa corrispondono al vero e chi dice il contrario non conosce la legge, o dice consapevolmente il falso.
La categoria interessata dalla recente approvazione della riforma della disciplina del risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e della responsabilità civile dei magistrati sta mettendo in essere una sistematica ed imponente opera di disinformazione per far credere all'opinione pubblica che i magistrati potranno essere chiamati direttamente a rispondere di tasca propria per gli eventuali errori compiuti nell'esercizio delle loro funzioni.
Si cerca, inoltre, di propagandare l'incostituzionalità della nuova disciplina nella parte in cui indica quale fonte di responsabilità il travisamento del fatto e della prova.
Va chiarito immediatamente che l'ampliamento della sfera della responsabilità civile ha riguardato solo lo Stato, mentre quella del magistrato è rimasta immutata: l'azione diretta continua ad essere consentita solo nei confronti dello Stato e perché possa essere esperita l'azione di rivalsa, non solo il magistrato deve avere violato manifestamente la legge o travisato altrettanto macroscopicamente i fatti o le prove, ma deve averlo fatto per un tale profilo di negligenza da essere considerata "inescusabile" (o con dolo, cioè volontariamente e con la consapevolezza di violare la legge) e ciò esattamente negli stessi termini in cui era previsto dalla legge Vassalli.
Nella eventualità in cui ciò dovesse accadere, il limite della rivalsa - a prescindere dall'ammontare del danno cagionato (anche si trattasse di svariati milioni di euro) e dal numero dei danneggiati (anche fossero centinaia di persone) - sarà pari complessivamente alla metà dello stipendio netto del giudice autore del provvedimento (considerando lo stipendio medio di un magistrato, il limite della rivalsa si aggirerebbe intorno alla somma di 25.000 euro), e tale importo potrà essere agevolmente coperto da una polizza assicurativa di circa 200 euro all'anno.
È poi assolutamente conforme ai principi costituzionali la norma che fa sorgere la responsabilità civile dello Stato ove il giudice emetta un provvedimento a seguito del travisamento del fatto o della prova - poiché come osservato dall'Unione delle Camere Penali Italiane in sede di audizione davanti alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati (osservazioni condivise dalla Commissione e riprese espressamente in sede di relazione davanti all'Assemblea parlamentare) - l'unico "travisamento" rilevante, in base ad un'interpretazione costituzionalmente orientata, è quello "macroscopico, evidente che non richiede alcun approfondimento di carattere interpretativo o valutativo".
Se il "travisamento" si traduce esclusivamente in un "evidente stravolgimento del dato fattuale" è agevole dimostrare che ci si trova davanti ad ipotesi patologiche che nulla hanno a che fare con la normale interpretazione o valutazione della prova che, diversamente da quanto denunciato dalla magistratura in questi giorni, resta anche per la nuova legge del tutto insindacabile.
La pretesa di porre un tale "travisamento macroscopico" al di fuori di ogni profilo di responsabilità è la pretesa di mantenere i magistrati "legibus soluti", secondo canoni e principi ottocenteschi tipici di stati autoritari, il tutto in danno del cittadino vittima.
Non si può poi dimenticare che è la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ad aver condannato l'Italia proprio perché la legge Vassalli non prevedeva la risarcibilità dei danni procurati da un provvedimento giudiziario reso sulla base del travisamento del fatto o della prova. Era la precedente disciplina, dunque, ad essere incostituzionale, per effetto del recepimento dei principi del diritto europeo attraverso gli artt. 11 e 117 della Costituzione e non certo quella attuale.
Né può dimenticarsi che la stessa legge Vassalli è stata oggetto di condanna proprio perché il risarcimento per responsabilità civile dei magistrati risultava essere "eccessivamente difficile se non impossibile", e pertanto la nuova legge risponde ad una evidente esigenza di tutela dei cittadini danneggiati da macroscopiche violazioni, i quali hanno visto in passato i responsabili di gravi condotte, non solo sottratti a qualsivoglia azione di responsabilità, ma anche beneficiati da avanzamenti in carriera.
Quando, infine, sentiamo affermare dal Presidente di Anm che con questa legge si è inteso "riequilibrare" i rapporti fra magistratura e politica, immaginiamo che il dott. Sabelli sia incorso in un lapsus freudiano capace di svelarci come, anche per lui, tali rapporti siano effettivamente nel nostro paese del tutto squilibrati in favore della magistratura.
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