di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2015
Nello Rossi è Procuratore aggiunto a Roma e coordina il pool reati finanziari. È stato uno dei magistrati più impegnati sulla responsabilità civile ai tempi della legge Vassalli, ora modificata dalla riforma Renzi-Orlando.
Procuratore, ha letto il tweet del premier Renzi?
"Dopo anni di rinvii e polemiche oggi la responsabilità civile dei magistrati è legge!".
Insomma, sembra che prima ci fosse il deserto...
"In effetti, stando ai "cinguettii" del governo, ogni annuncio e ogni provvedimento segnano l'alba di un nuovo mondo, una storica realizzazione, il superamento di colpevoli inerzie durate decenni e finalmente vinte. In questo caso non è così, perché la legge approvata ieri riscrive alcune parti della legge Vassalli, che risale al 1988. Nei campi in cui è più informato (si tratti del costo della vita, del livello della tassazione o dei meccanismi del diritto e dell'economia) ciascuno di noi è in grado di percepire che l'enfasi è eccessiva e spesso ingannevole. Quindi, alla lunga, questa tecnica comunicativa mi sembra assai rischiosa: se il cittadino scopre l'inganno in una sfera che conosce bene revoca la fiducia anche agli annunci riguardanti altri settori di cui normalmente sa poco o nulla. Comunque, come magistrato preferisco parlare di questa legge nel merito, criticandola all'occorrenza anche duramente, ma nel merito".
Si parla di svolta storica ma già si annuncia una possibile correzione dopo un monitoraggio di qualche mese. Serve a tener buoni i magistrati o è un'ammissione di colpa?
"Sarà necessario monitorare con attenzione gli effetti della nuova normativa. Un ravvedimento è sempre possibile anche per il legislatore. Ma questa materia non si presta a sperimentazioni legislative. Gli effetti nocivi della legge potrebbero incidere gravemente sul funzionamento della giustizia e provocare danni non facilmente riparabili".
Quali danni?
"Per esempio la scelta del soccombente di trasformare l'azione di responsabilità in un improprio quarto grado di giudizio".
Lei è stato in prima fila sul tema della responsabilità civile: la legge Vassalli non ha funzionato perché su 400 ricorsi ci sono state solo 7 condanne?
"Considero molto singolare questo argomento statistico, che ha portato all'eliminazione del filtro di ammissibilità dei ricorsi. Prima di eliminarlo, il ministro avrebbe avuto l'onere di analizzare nel merito almeno una parte di quei ricorsi: erano davvero fondati o la stragrande maggioranza era pretestuosa e meritava l'inammissibilità? Se il prossimo monitoraggio fosse "statistico", non sarebbe un passo avanti".
Poiché a decidere sui ricorsi sono sempre dei magistrati, si potrebbe sostenere che l'esito è viziato in partenza. Come se ne esce?
"I magistrati hanno dimostrato di non avere alcun pregiudizio favorevole nei confronti di colleghi, in presenza di accuse fondate. E poi la vera preoccupazione non è per l'esito del giudizio ma per la possibile moltiplicazione arbitraria di procedimenti pretestuosi".
Le indagini del suo pool spesso toccano ingenti interessi economico-finanziari, centri di potere. La legge vi renderà più prudenti e cauti?
"Cautela e prudenza sono sempre un dovere assoluto. Ma il rischio è che, di fronte a soggetti forti, reattivi, aggressivi, il magistrato si trovi in breve tempo gravato da una mole di procedimenti che si risolveranno dopo tre gradi di giudizio e lo costringeranno a difese complesse anche nei casi di azioni pretestuose".
Ma se in prima battuta il ricorso è rivolto allo Stato, è lo Stato che deve difendersi, non voi...
"È vero, ma l'Avvocatura dello Stato, già oggi stracarica di lavoro, non potrà non coinvolgere ai fini della difesa il magistrato considerato "colpevole". Vi saranno lunghi e complessi carteggi nei quali i magistrati rimarranno impigliati e il loro lavoro ne risentirà".
A parte questo, la prospettiva di un ricorso - quando si ha a che fare con interessi economici rilevanti - può condizionare il lavoro del magistrato?
"Per i magistrati di prima linea e soprattutto per i giudici civili (che devono sempre dar torto a uno dei litiganti) la prospettiva sarà quella di diventare i parafulmini dei conflitti e il condizionamento sarà dovuto all'effetto moltiplicatore dei ricorsi: dopo 15 cause sul mio operato, inevitabilmente divento un'altra persona anche se so che quelle cause sono infondate. Il filtro serviva a evitare la permanente spada di Damocle".
Una delle novità è l'aggiunta del "travisamento del fatto o delle prove" tra i casi di colpa grave. Così si sconfina nel campo dell'interpretazione?
"Mi rendo conto che per i non addetti ai lavori l'espressione travisamento del fatto o delle prove può sembrare una cosa terribile ma chiunque entri in un'aula giudiziaria vedrà che le parti del giudizio si rimpallano reciprocamente l'accusa di "travisare" i fatti o le prove. In realtà si tratta di diverse e fisiologiche ricostruzioni dei fatti. E il giudice deve sceglierne una o proporne una terza. Ma questo è il cuore, l'essenza dell'attività giurisdizionale. La formula dunque è vaga e invasiva del nucleo dell'attività di giudizio".
C'è un rischio di burocratizzazione, cioè che il giudice scelga il quieto vivere?
"Secondo me nessun giudice degno di questo nome vuole essere un burocrate. Ma il rischio è che cocenti e ripetute esperienze del tipo che ho descritto - entrare in un tunnel di cause e difese - possano indurre a un burocratico ripiegamento, al conformismo o alla lentezza. Invece abbiamo bisogno di tempestività e innovazione. Ricordiamoci che il giudice si muove sempre più spesso in campi inesplorati, dalla bioetica alle nuove tecnologie alla finanza creativa".
Dai tempi della Vassalli, i magistrati si tutelano stipulando un'assicurazione. Dunque economicamente siete coperti. Qual è, allora, la vera minaccia che avvertite?
"I magistrati hanno già una serie di responsabilità: civile, penale, disciplinare e in alcuni casi contabile. Ma questa legge corre il rischio di metterci in una condizione di permanente minorità rispetto ai centri di potere coinvolti in questioni di giustizia. E questo è inaccettabile".
di Silvia Barocci
Il Messaggero, 26 febbraio 2015
Nove errori giudiziari riconosciuti negli ultimi dieci anni. Neanche uno all'anno. Troppo pochi, stando al governo che ha portato fino alla meta la battaglia per cambiare la legge Vassalli sulla responsabilità civile dei magistrati. Ma esiste una cifra che si avvicina quanto più possibile agli errori realmente commessi per dolo o colpa grave nei tribunali italiani?
Impossibile dirlo, anche se scorrendo i nove casi si scoprono storie di magistrati che non hanno indagato per tempo su prove che avrebbero potuto evitare un omicidio-suicidio, o di terreni pignorati non tenendo conto di atti già acquisiti.
Certo è però che il ministero della Giustizia una previsione l'ha fatta lo scorso settembre, dopo aver varato il ddl Orlando poi divenuto un emendamento al testo Buemi già incardinato al Senato, ora legge. Se lo Stato ha sborsato negli ultimi 10 anni circa 54mila euro, l'eliminazione del filtro ai ricorsi presentati dai cittadini contro lo Stato comporterà una spesa dieci volte maggiore: 540mila euro l'anno, perché "in via approssimativa" si mettono in conto circa dieci condanne l'anno. Sarà lo Stato a procedere nei confronti del magistrato. Non più facoltativamente ma per obbligo di legge per una somma non superiore alla metà dell'annualità di stipendio della toga, contro il terzo previsto dalla Vassalli.
I risarcimenti
Se il "quantum" dei futuri ricorsi sarà oggetto di monitoraggio del Csm, resta il dato storico dei nove casi. Che vanno raccontati con una premessa: nessuna azione di rivalsa dello Stato sul magistrato è stata definitiva. Perché anche i procedimenti di responsabilità in sede civile hanno tre gradi di giudizio e una condanna può essere ribaltata. È accaduto ad società srl alla quale un pm e un magistrato di Grosseto avevano sequestrato nel lontano 1998 un'intera tenuta agricola nel parco dell'Uccellina per reati ambientali.
Un sequestro "non pertinente" al reato, aveva deciso il Tribunale civile di Genova condannando lo Stato, nel 2005, a risarcire a favore della società circa 500mila euro. Ma la Corte di Appello prima e la Cassazione poi hanno annullato la decisione di primo grado, col risultato che la Presidenza del Consiglio ha intimato agli ex soci della società (che nel frattempo aveva cessato l'attività) di restituire le somme versate.
Che dire poi del paradosso del giudice di Fermo la cui compagnia assicuratrice aveva versato 21 mila euro allo Stato a fronte dei 74mila stabiliti per colpa grave? Quel magistrato, stando a una sentenza del 2005 del Tribunale civile di Perugia, nel lontano 1989 emise un provvedimento esecutivo immobiliare non tenendo conto che il creditore aveva rinunciato all'esecuzione. Non fu pertanto possibile vendere all'asta gli immobili pignorati. La Corte di Appello e la Cassazione hanno però escluso che il magistrato in questione abbia agito per colpa grave e la somma (con gli interessi per un totale di 28mila euro) è stata risarcita.
L'omicidio-suicidio
Chissà se accadrà altrettanto in un'azione di rivalsa pendente nei confronti di un magistrato di Termini Imerese che, nel 2002, non tenne in conto di prove una serie di lettere acquisite dai carabinieri che avrebbero potuto evitare un omicidio-suicidio. I familiari della donna uccisa hanno fatto ricorso per responsabilità civile e il Tribunale di Caltanissetta, nel 2009, ha condannato lo Stato al risarcimento di circa 95mila euro.
di Alberto Custodero
La Repubblica, 26 febbraio 2015
Approvato in commissione Giustizia del Senato l'emendamento del governo che prevede l'aumento delle pene, sia minime che massime, per il reato di corruzione dei pubblici ufficiali. La pena per i casi di corruzione "propria" passa da 4-8 anni a 6-10 nel massimo.
Il premier Matteo Renzi saluta il voto su Twitter: "Prima l'autorità affidata a Cantone. Poi i commissariamenti col decreto Madia. Adesso aumentiamo le pene per i corrotti #lavoltabuona"". L'emendamento approvato, tuttavia, è solo una piccola parte dell'intero ddl corruzione che tratta anche dei reati contro la pubblica amministrazione e le altre fattispecie di corruzione.
Ma, soprattutto, resta aperto il nodo sul falso in bilancio (depenalizzato nel 2002 dall'allora governo Berlusconi) perché l'atteso emendamento del governo non arriva. Secondo alcuni senatori, potrebbe essere depositato direttamente in Aula a Palazzo Madama. La tensione si registra sia tra maggioranza e opposizione, sia tra gli stessi alleati della maggioranza, Pd e Ncd. Il presidente Francesco Nitto Palma, di Forza Italia, critica l'emendamento del governo appena approvato in quanto, sostiene, "la pena per la corruzione "semplice" diventerebbe più rilevante rispetto a quella per la corruzione in atti giudiziari.
E la sanzione "minima" di sei anni di carcere prevista per un pubblico ufficiale corrotto sarebbe inferiore di solo un anno a quella per tentato omicidio. Una sproporzione". Il presidente della Commissione polemizza poi per il mancato deposito dell'emendamento sul falso in bilancio. "Il governo - chiede Nitto Palma - ha forse qualche problema all'interno della sua maggioranza?". "Il problema politico - spiega il senatore Casson - sta sostanzialmente nei rapporti tra Pd e Ncd.
La divisione su questi temi è netta: sulla corruzione e sul falso in bilancio loro sono più vicini a Forza Italia che non al centrosinistra, per cui quando si discute con l'Ncd sui questi delitti, vengono fuori tutte le difficoltà di questo mondo".
"Il problema grave - aggiunge Casson - è che aspettiamo che il governo presenti l'emendamento sul falso in bilancio dal giugno scorso". Era stato lo stesso Guardasigilli Andrea Orlando, nella conferenza stampa del 29 agosto 2014, ad annunciare che il governo sarebbe intervenuto sul falso in bilancio a suo tempo "depotenziato" per contrastare più efficacemente la "criminalità economica". Dietro alla mancata presentazione dell'emendamento governativo sul reato ci sarebbe un confronto molto duro sulle soglie di non punibilità che il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, vorrebbe a tutti costi conservare.
"La linea del Pd sul falso in bilancio - spiega Casson - non è mutata dalla precedente legislatura, quando l'attuale Guardasigilli, Orlando, era responsabile Giustizia del partito. E i punti di ieri e di oggi sono sempre gli stessi: sì alle intercettazioni, sì alla procedibilità d'ufficio, no alle soglie di non punibilità". Viste le tensioni all'interno della maggioranza, il governo è ora alla ricerca di un compromesso. "Bisogna vedere - conclude Casson - se lo troverà. L'importante è andare al voto, non si può continuare a rinviare".
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 26 febbraio 2015
Basta con i vitalizi agli ex parlamentari condannati, lo scandalo deve finire. Per sbloccare l'impasse che impedisce di annullare un privilegio odioso, il presidente del Senato Pietro Grasso è pronto a ingaggiare un braccio di ferro con i partiti, che trovano ogni scusa per rinviare la soluzione alle calende greche.
E Laura Boldrini sta dalla stessa parte: "Inaccettabile l'erogazione a corrotti e mafiosi" L'inquilino di Palazzo Madama, descritto come "furibondo" dai collaboratori, ieri ragionava ad alta voce: "Sui vitalizi non mi faccio raggirare. Non è possibile che rappresentanti del popolo, poi giudicati indegni, vengano pagati con soldi pubblici da un organo costituzionale che può decidere in modo completamente autonomo". Parole con cui Grasso prova a spazzar via i tentennamenti e le argomentazioni di chi vorrebbe portare il tema nelle aule parlamentari, sfilandolo ai consigli di presidenza e allungando ancora i tempi. È dal 7 giugno del 2014 che il presidente del Senato è in guerra contro i vitalizi "indegni".
Una vicenda che, in soldoni, costa ai cittadini 170 milioni l'anno. Grasso ne fa una questione di onore delle istituzioni e si ripromette di risolverla entro dieci giorni: "Al prossimo consiglio di presidenza la porterò in votazione e ognuno si prenderà la propria responsabilità di fronte all'opinione pubblica". Un affondo contro quei parlamentari che si stanno mostrando meno sensibili al tema, temporeggiando e trincerandosi dietro la "Carta".
La giornata di ieri rivela il braccio di ferro. Da una parte i presidenti di Camera e Senato e dall'altra quei questori, nominati dai partiti, che tirano per le lunghe una istruttoria infinita e che solo martedì sera hanno inviato a Grasso il parere del presidente emerito della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli, da loro acquisito il 19 febbraio. Quando la seconda carica dello Stato ha letto l'illustre "parere pro veritate", ha fatto un balzo sullo scranno. Poi, deciso a stoppare il blitz, ha chiamato Laura Boldrini.
La presidente della Camera lo ha raggiunto a Palazzo Madama per un prevertice in cui Grasso ha illustrato ai questori di Camera e Senato il suo contro parere: un testo che fa a pezzi le tesi di Mirabelli e innesca un botta e risposta in punta di Costituzione. Se l'ex vicepresidente del Csm rileva "plurime e rilevanti criticità costituzionali" nel provvedimento, Grasso pensa che le super pensioni dei condannati non siano affatto intoccabili. Punto primo: è "paradossale ipotizzare" che i consigli di presidenza non possano modificare le norme su vitalizi e pensioni, ma serva una legge ad hoc. Punto secondo, "non è fondato il parere del Prof. Mirabelli secondo cui la cessazione dell'erogazione sarebbe assimilabile a una sanzione penale accessoria". Conclusione, "non sussiste un divieto di retroattività".
Firmato, Pietro Grasso. Il contro parere del presidente sarebbe rimasto riservato, se i questori non avessero inviato alla stampa solo quello di Mirabelli, "dimenticando" di diffondere le argomentazioni di Grasso e costringendo fonti di Palazzo Madama e svelare anche il secondo documento interno. "Una doppia scorrettezza", si osserva in ambienti parlamentari vicini a Grasso. A sera i collegi dei questori hanno fatto sapere che, entro il 31 marzo, i segretari generali Pagano e Serafini completeranno l'istruttoria per il "piano operativo", che dovrà "progressivamente" unificare i servizi dei due palazzi: biblioteca, archivio storico, polo sanitario e servizio informatica. La cosa sorprendente è che nella nota dei questori non ci sia una sola parola sui vitalizi.
Massimo Bordin
Panorama, 26 febbraio 2015
Le ultime udienze del processo sulla trattativa Stato-mafia sono state dedicate a un tema molto importante per la struttura dell'accusa, ovvero il brusco ricambio al vertice del Dap, il Dipartimento carceri del ministero della Giustizia, nel giugno 1993.
Il cambio della guardia viene interpretato dall'accusa come necessario per spingere l'allora guardasigilli, Giovanni Conso, a revocare il carcere duro ai capi mafia detenuti: un prezzo pagato dallo Stato per la trattativa. Ed effettivamente Conso alla fine del 1993 revocò il 41 bis a 334 detenuti. Per la verità meno di 30 erano di "Cosa nostra" e nessuno di loro poteva essere definito un capo. Ma il fatto è il vero pilastro dell'accusa.
Sul cambio al vertice del Dap è stato sentito un sacerdote, don Fabio Fabbri, all'epoca segretario di monsignor Cesare Curioni che fu a capo dei cappellani delle carceri. Monsignor Fabbri ha ripetuto ai giudici che fu il presidente Oscar Luigi Scalfaro ad attivare il capo dei cappellani per trovare un sostituto di Nicolò Amato al vertice del Dap. Fu scelto il pio procuratore di Trento, Adalberto Capriotti.
Dunque alla trattativa partecipo' anche la Chiesa e addirittura il presidente della Repubblica? Non è detto. Intanto la sostituzione di Amato è repentina, ma fino a un certo punto. Stava lì da 10 anni e qualche nemico se l'era pur fatto. "È molto intelligente, ma tende a farlo notare" ha detto di lui ai giudici il suo vice al Dap, Edoardo Fazzioli.
Ma soprattutto dalle parole del sacerdote emerge la preoccupazione della Chiesa a proposito di un inasprimento generale delle condizioni carcerarie sull'onda del 41 bis. Il mondo cattolico, da sempre impegnato nelle carceri, voleva che ci fosse una persona di completa fiducia al vertice del Dap per evitare che le misure antimafia cambiassero il clima anche per gli altri detenuti.
Ma questa linea non vinse del tutto, perché a Capriotti venne affiancato come vice Francesco Di Maggio, "uno agli antipodi di Capriotti, che certo non avevamo scelto noi" ha raccontato ai giudici don Fabbri. E così la trattativa anche in questo caso sembra più fra due diverse concezioni del carcere che fra Stato e mafia.
www.quotidianosanita.it, 26 febbraio 2015
Dal prossimo 31 marzo i vecchi Opg saranno definitivamente superati e entreranno in scena le strutture residenziali socio sanitarie (Rems). Nella seduta di domani i provvedimenti che consentiranno il passaggio definitivo. Ospedali psichiatrici giudiziari al countdown: il prossimo 31 marzo 2015 dovranno definitivamente chiudere i battenti.
Sul piatto ci sono oltre 49 milioni di euro che le regioni dovranno dividersi per coprire gli oneri necessari a completare il processo di trasformazione dei vecchi ospedali in strutture residenziali socio sanitarie (Rems). Arrivano quindi domani in Conferenza Unificata i due provvedimenti che consentiranno il definitivo giro di boa.
Il primo "l'Accordo concernente disposizioni per il definitivo superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari" detta le coordinate per l'attivazione delle strutture residenziali socio sanitarie (Rems) che ospiteranno le persone internate in misura di sicurezza detentiva. Il provvedimento disciplina tutte le fasi necessarie per l'assegnazione delle persone internate alle strutture, regolamenta trasferimenti, traduzioni e piantonamenti, individua il personale deputato al controllo.
In particolare, il ministero della Salute, entro il 15 marzo, dovrà comunicare all'Autorità giudiziaria e al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), l'avvenuta individuazione e l'effettiva attivazione delle Rems. Sarà poi il Dap ad assegnare e trasferire gli internati nelle Rems.
Responsabili delle strutture residenziali sono i direttori sanitari coadiuvati da personale sanitario e amministrativo. L'accordo sarà infine sottoposto a monitoraggio semestrale. Il Riparto dei fondi. Il secondo provvedimento in Unificata è l'Intesa di deliberazione del Cipe concernente il riparto tra le Regioni, per l'anno 2014 dei fondi per il superamento degli Opg - Fsn 2014": in totale 49,120 mln di euro.
Le risorse saranno ripartite per il 50% sulla base della popolazione residente in ciascuna Regione e Provincia autonoma al 31 gennaio 2013, e per il restante 50% sulla base del numero delle persone internate negli Opg sempre al 31 dicembre 2013. L'erogazione delle risorse è subordinata all'approvazione dei programmi regionali già presentati dalle Regioni per il completamento del processo di superamento degli Opg.
di Riccardo Bastianello
Ansa, 26 febbraio 2015
Chiede di non essere dimenticato, che i fari dei media non si spengano, perché lui è innocente, con l'omicidio di Ilaria Alpi non c'entra, con una storia "che mi ha rubato un pezzo di vita". È un gigante di due metri d'altezza Omar Hashi Hassan, il somalo 41enne accusato di essere l'assassino della giornalista Rai e dell'operatore Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Alcune settimane fa il connazionale Ahmed Ali Rege, detto "Jelle", il suo accusatore, ha ritrattato tutto dicendo di essere stato pagato per mentire.
Hassan ha accettato di parlare con l'Ansa mentre si trovava in permesso premio alla casa di accoglienza "Piccoli Passi" di Limena (Padova). "Ho bisogno - dice - del vostro aiuto, sono quasi 16 anni che sono in galera, dimenticato da tutti. Solo grazie al lavoro dei giornalisti la verità sta venendo a galla. Vi chiedo solo, fino a quando non riapriranno il processo, di non dimenticarmi. Questa è l'unica cosa di cui ho bisogno".
Come si sente adesso che la verità sta venendo a galla? "Sono quasi 16 anni - risponde - che sono in carcere, 17 dall'inizio del processo. Un pezzo di vita trascorso in carcere ingiustamente. Dal primo giorno dico a tutti che sono innocente e che i testimoni erano falsi ma nessuno mi ha creduto. Finalmente, grazie a dei giornalisti coraggiosi, ora è chiaro a tutti che dicevo la verità". Ha continuato a sperare per tutto questo tempo o si era ormai rassegnato ad una carcerazione ingiusta? "Il carcere è sempre brutto, anche se si è colpevoli. Ma starci da innocente è tremendo. La preghiera e il coraggio mi hanno sostenuto, la fiducia che un giorno Dio avrebbe visto la verità. Avevo una sola speranza: che prima o poi arrivasse una persona coraggiosa a svelare l'inganno. Questa era la mia unica possibilità e non dimenticherò mai chi mi sta aiutando". Perché, secondo lei, Rage ha mentito?
"Lui ha detto che era stato pagato ma non so chi e perché. Purtroppo in Somalia c'era la guerra civile e bastava offrire qualche soldo a qualcuno e chiunque avrebbe detto qualsiasi cosa". Riesce ad immaginare chi possa averlo pagato e perché? "Non ho idea veramente, solo lui lo sa". È tutta colpa di Rege quindi o sono stati commessi altri errori in questa vicenda?
"Sì, quelli del pm. Il pm non è giudice ma è la pubblica accusa. Quindi quando raccoglie una informazione non dovrebbe poter condannare nessuno sulla base della dichiarazione di una persona che non conosce nemmeno. È una cosa illegale. Eppure a me è capitato proprio questo". La politica ha fatto qualcosa in questi anni per aiutarla?
"La politica mi ha abbandonato. Non parlatemi dei parlamentari. Avevano fatto una commissione parlamentare di inchiesta nel 2004 e Taormina e Bindi avevano detto che appena finita la commissione avrei potuto chiedere la revisione del processo. Entrambi mi hanno anche mostrato la registrazione audio con le dichiarazione di Jelle che provavano che lui aveva detto il falso. Erano loro gli unici che poteva fare qualcosa ma visto che sono extracomunitario e non conto niente, allora non hanno fatto niente".
Sarebbe andata diversamente se fosse stato italiano? "Certo. Non possono condannare una persona sulla base di una dichiarazione falsa. Se ero italiano o europeo questo non succedeva. Come può accadere una cosa del genere? Purtroppo il governo in Somalia non c'è e nessuno ha potuto parlare con il governo italiano. E questo ha complicato le cose".
C'è stato qualcuno che le ha creduto in questi anni? "La mamma di Ilaria Alpi mi ha aiutato. Chiedevo spesso un permesso premio al magistrato di sorveglianza, ma è difficile concederlo quando sei accusato di un reato come questo. Nel 2013 la mamma di Ilaria ha mandato una lettera al magistrato e l'ha convinto. Ero in questa stessa stanza il 30 aprile 2013, dopo 14 anni di prigione ero fuori per qualche ora e la prima persona che ho chiamato non è stata mia mamma, ma la mamma di Ilaria. Questa è l'unica possibilità che ho avuto dall'Italia".
Ora cosa spera? "Mi mancano due anni e mezzo al 5 dicembre 2017 quando finirò la pena. Spero che tutto finisca presto. Solo Roma può fare qualcosa. Il procuratore Pignatore può fare qualcosa, è in gamba e spero tanto in lui". Una volta libero cosa farà? "Tornerò in Somalia a recuperare il tempo perduto. Ho nipoti che non ho mai visto, ho perso due sorelle, una sgozzata nel corso di una rapina, l'altra a causa di una complicazione nel parto, e non ho potuto dirle addio. A quest'età avrei dovuto avere una famiglia. La mia vita è finita a 24 anni quando mi hanno arrestato. Ora ne ho 41. Mi hanno rubato un pezzo di vita".
Ansa, 26 febbraio 2015
Per ora Massimo Bossetti, il muratore di Mapello indagato per l'omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, deve rimanere in carcere. Lo ha deciso la Prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Renato Cortese, respingendo il ricorso presentato dall'avvocato Claudio Salvagni, difensore di fiducia dell'indagato che si trova in custodia cautelare dallo scorso 16 giugno. Anche la Procura generale della Cassazione, rappresentata dal sostituto procuratore Oscar Cedrangolo, aveva chiesto il rigetto del reclamo di Bossetti e la conferma della misura detentiva.
A quanto si è appreso dall'avvocato Salvagni, il Pg Cedrangolo avrebbe svolto una requisitoria "molto articolata e, anche se ha chiesto il rigetto del nostro ricorso, ha però sottolineato come fosse condivisibile l'eccezione procedurale da noi avanzata sulla inutilizzabilità dell'accertamento del Ris sulle tracce del Dna trovate sui leggins di Yara". Sempre in base a quanto dichiarato da Salvagni al termine dell'udienza, il Pg non avrebbe "speso una parola sulla pericolosità di Bossetti". Il prossimo colloquio tra il difensore e il suo assistito, ha detto infine Salvagni, rispondendo alle domande dei cronisti, ci sarà solo dopodomani, venerdì. Solo allora, Bossetti verrà informato nel dettaglio dal suo legale sull'esito dell'istanza che aveva presentato alla Suprema Corte.
Per quanto riguarda le motivazioni in base alle quali la Prima sezione penale della Cassazione ha emesso il suo verdetto, il deposito dovrebbe avvenire entro trenta giorni, stando ai tempi consueti, probabilmente anche prima. L'estensione della sentenza è stata affidata al consigliere relatore Alessandro Centonze che, in camera di consiglio, a porte chiuse, ha introdotto la vicenda parlando per circa mezz'ora. Poi ha lasciato la parola al Pg Cedrangolo per circa venti minuti, e altrettanti ne sono stati concessi alla difesa di Salvagni. Complessivamente l'udienza del caso Yara è durata circa un'ora e un quarto.
In particolare, con la decisione della Suprema Corte è stata confermata l'ordinanza con la quale il Tribunale della libertà di Brescia, lo scorso 14 ottobre, aveva convalidato la misura cautelare, come in precedenza stabilito dal gip di Bergamo Ezia Maccora con provvedimento del 15 settembre 2014. L'udienza si è svolta con rito camerale alla sola presenza dei giudici, del Pg e del difensore di Bossetti come avviene per tutti i ricorsi sulle misure cautelari.
L'altro ieri, la sorella gemella di Bossetti, Laura Letizia, è stata brutalmente picchiata da due individui incappucciati ed è stata ricoverata in ospedale con tre costole rotte e un trauma cranico. È la seconda aggressione che la donna subisce da quando il fratello è indagato. Bossetti non è stato ancora rinviato a giudizio e sperava, come ha scritto recentemente in una lettera resa pubblica, di poter ottenere la concessione degli arresti domiciliari.
Adnkronos, 26 febbraio 2015
Tornano a crescere, dopo mesi ininterrotti di calo, le presenze di detenuti nelle carceri della Regione Lazio. Il 23 febbraio 2015 i reclusi presenti nei 14 istituti della Regione erano 5.702, 83 in più rispetto alla rilevazione diffusa dal Dap lo scorso 22 gennaio ed addirittura 102 in più rispetto al 31 dicembre 2014. Lo rende noto il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commentando i dati del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
Anche se, rispetto ad un anno fa, le presenza fanno registrare un - 1.150 (la rilevazione del 4 febbraio 2014 indicava, infatti, 6.856 presenze) per il Garante la novità più rilevante che emerge dalle statistiche del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria è che, "in questo inizio di 2015, si è avuta una inversione di tendenza, con un piccolo ma costante aumento dei reclusi nelle carceri. I numeri restano decisamente lontani dalle medie registrate fino a due anni fa ma, certo, questa tendenza rappresenta un piccolo campanello d'allarme, anche perché il sovraffollamento fa sempre segnare un + 600 presenze rispetto alla capienza regolamentare degli istituti regionali, fissata dal Dipartimento a quota 5.114".
A livello nazionale, il Lazio si conferma al quarto posto nella graduatoria delle Regioni italiane con il maggior numero di detenuti dietro Lombardia con 7.875 presenze, Campania con 7.314 e Sicilia con 5.888). Dai dati regionali emergono ulteriori spunti di riflessione. Torna, infatti, a salire la percentuale dei detenuti in attesa di giudizio definitivo: nel Lazio attualmente sono 2.172, il 38,09% del totale, contro il 37,39% di un mese fa. Nel dettaglio, 1.206 sono i reclusi in attesa di giudizio di I grado, e 1.146 i condannati non definitivi. I condannati definitivi sono invece 3.511, il 61,57% (contro il 62,34% di un mese fa).
Ansa, 26 febbraio 2015
"Approvato il decreto per l'indizione del primo concorso pubblico dopo 8 anni, destinato all'assunzione di 132 tra medici, infermieri e personale tecnico della riabilitazione. Il Commissario ad acta Nicola Zingaretti ha firmato questa mattina l'atto che autorizza il concorso per reperire il personale necessario al funzionamento delle sedi provvisorie e definitive delle strutture residenziali socio assistenziali Rems, che nascono per superare gli Opg". Lo comunica, in una nota, la Regione Lazio.
"Con questo atto il Lazio - spiega la nota - ottempera ad una legge dello Stato e ad una norma di civiltà in linea con il definitivo accordo nella Conferenza unificata Stato Regione che si terrà domani. Si tratta di un concorso pubblico destinato a medici, psicologi, infermieri, tecnici della riabilitazione psichiatrica, amministrativi, assistenti sociali e operatori socio sanitari. In particolare 54 saranno assunti per la Asl Roma G (Tivoli Monterotondo), 54 per la Asl di Frosinone, 24 per quella di Rieti ,per un totale di 132 unità.
Le Rems provvisorie saranno a Palombara Sabina e Pontecorvo i cui lavori sono già in corso, mentre quelle definitive saranno a Subiaco a Ceccano ed a Rieti andrà il reparto che ospiterà le donne". "Nei prossimi giorni - conclude la Regione Lazio - attiveremo le procedure previste dal decreto ministeriale dell'1.10.2012 circa specifici accordi con le Prefetture per garantire adeguate misure di sicurezza e vigilanza. È stato inoltre approvato il decreto che assegna a tutte le aziende sanitarie fondi per il potenziamento dei servizi dei Dsm (Dipartimenti salute mentale) e del personale per il potenziamento dell'articolazione sanitaria per oltre un milione di euro".
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