infoaut.org, 14 giugno 2019
Grazie al coraggio di due detenute si torna a parlare delle vergognose condizioni detentive al carcere de L'Aquila. Lo sciopero arriva nel contesto di un tentativo di inasprimento del regime del 41bis. Il 6 giugno scorso il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini ha ipotizzato un ulteriore restrizione della possibilità di interrompere l'isolamento a cui sono costretti i detenuti sottoposti 41bis. Il dirigente del Dap, in commissione antimafia, ha parlato di "una proposta di modifica normativa nel senso di escludere i garanti locali dal potere di visita e di colloquio con i detenuti al quarantuno bis".
La gravità di tali esternazioni ha prodotto immediatamente polemiche: prima tra tutte è arrivata la reazione dell'Unione delle Camere Penali che ha espresso la sua preoccupazione per una norma che interviene su detenuti a cui sono già "oltremodo contratti i diritti soggettivi e le libertà individuali" (oltre a rivelare la cultura dell'amministrazione penitenziaria che considera evidentemente i garanti un ostacolo al sereno funzionamento del carcere).
Si capirà nei prossimi mesi se questo orientamento troverà ulteriore corrispondenza nell'attività del legislatore, certamente è in continuità con l'atteggiamento mantenuto dallo stato italiano sul 41bis: nonostante le condanne degli organi della giustizia comunitaria e le denunce delle associazioni per i diritti umani, il ricorso a questa forma di tortura non è mai stato messo in discussione, ne tanto meno è stato rivista la natura di tale regime detentivo. Del resto già l'estensione del ricorso alla videoconferenza per le udienze andava nelle direzione di irrigidire l'isolamento dei detenuti, impedendo il contatto "dal vivo" anche durante le scadenze processuali e limitando enormemente la possibilità di difendersi.
Le dichiarazioni del capo del Dap confermano la predisposizione verso una regolamentazione ulteriormente restrittiva e un'applicazione sempre più estensiva della carcerazione speciale. È il caso questo della casa circondariale de L'Aquila. Su circa 180 detenuti, 150 sono confinati nelle 7 sezioni di 41bis. Per gli altri, di fatto, il regime detentivo è molto simile. Per garantire l'isolamento totale di chi è sottoposto al carcere duro si isola anche chi dovrebbe essere in "semplice" regime di alta sorveglianza 2 o chi è un detenuto comune. Le celle sono organizzate per il 41bis e le guardie conoscono solo quel regolamento. Così a tutti quanti è impedito di tenere libri con se e le perquisizioni corporali avvengono più volte al giorno.
Alla violenza della legge e agli arbitri dell'amministrazione penitenziaria si aggiungono l'incuria e la mancanza di manutenzioni. I pochi spazi comuni previsti dall'architettura distopica della casa circondariale sono interdetti alla frequentazione di chi è privato della propria libertà: il campo da calcio è infestato dalle erbacce, il piccolo spazio verde per i colloqui chiuso da più di sei anni.
La tortura dell'isolamento presso che totale viene inasprita dalla pioggia che cade nelle celle e dall'assenza di acqua calda. Dal 29 maggio scorso due detenute della sezione AS2 de l'Aquila, Anna e Silvia, hanno deciso di intraprendere una sciopero della fame per reagire a questa tortura nella tortura che è il carcere speciale, per far sapere fuori l'arbitrio costante a cui sono sottoposte, chiedono l'immediata chiusura di queste sezioni infami. Sono ormai al diciassettesimo giorno di sciopero della fame e la sola risposta arrivata dalla direzione del carcere è il consiglio di smetterla con la protesta mentre per ripicca è stato loro vietato di usufruire della sola ora di socialità fuori dalla cella che era loro concessa.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2019
"Sono agevolati la frequenza e il compimento degli studi universitari e tecnici superiori, anche attraverso convenzioni e protocolli d'intesa con istituzioni universitarie e con istituti di formazione tecnica superiore", si legge nell'ordinamento penitenziario riformato lo scorso ottobre. L'istruzione è innanzitutto un diritto fondamentale della persona, libera o reclusa che sia. In secondo luogo, è lo strumento principale di emancipazione da qualsiasi percorso criminale. Infine, la legge italiana lo elenca tra gli elementi di quel trattamento rieducativo che dovrebbe portare la persona detenuta a reintegrarsi nella società e a non commettere più reati. Dunque, il nostro ordinamento la considera un elemento di tutela della sicurezza.
Nelle ultime settimane abbiamo ricevuto varie segnalazioni in merito alla chiusura improvvisa e immotivata di corsi scolastici all'interno di carceri della provincia di Cosenza. Abbiamo scritto al Direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale per la Calabria per chiedere smentite, conferme o motivazioni; ma non abbiamo ricevuto risposta. Abbiamo anche scritto al dirigente scolastico dell'istituto toccato dalla prima segnalazione, l'istituto professionale Ipseoa di Paola, ma anche da qui non abbiamo saputo nulla.
Sembra che oggi nelle carceri di Castrovillari, Paola, Rossano e Cosenza siano stati cancellati tutti i corsi di scuola secondaria superiore, se non per qualche classe quinta rimasta senza troppo criterio. Ben 34 classi sarebbero state soppresse. I docenti dell'istituto tecnico industriale Enrico Fermi di Castrovillari, destinatari di trasferimenti forzati, si stanno attivando per ricorsi a titolo personale. Gli studenti detenuti iscritti ai corsi, niente affatto in numero irrisorio, resteranno in cella a oziare sulla branda.
Nel corso del 2018 si sono iscritte a corsi scolastici 20.357 persone detenute, 2mila in più dell'anno precedente. A metà anno, risultava iscritto a qualche livello del percorso scolastico il 34,64% della popolazione carceraria italiana. Una percentuale sempre troppo bassa, se si considera lo scarso tasso di istruzione, e perfino l'analfabetismo, che ritroviamo in carcere. Ma comunque due punti in più rispetto alla medesima percentuale relativa a un anno prima. Cosa sta succedendo a Cosenza? Come associazione che da quasi tre decenni lavora nel campo della promozione dei diritti e delle garanzia in ambito penale e penitenziario, chiediamo che ci venga data almeno una risposta.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Angiola Petronio
Corriere di Verona, 14 giugno 2019
La relazione della Garante: "Molti dovrebbero essere in altre strutture". Una Caienna. Dove il sovraffollamento è direttamente proporzionale alla mancanza di personale. Non ha lasciato alibi la relazione fatta ieri in consiglio comunale da Margherita Forestan, garante dei diritti delle persone private della libertà personale, sulla casa circondariale di Montorio. Ci dovrebbero essere 335 posti nelle celle scaligere. "Ad oggi sono oltre 550".
Una caienna. Dove il sovraffollamento è direttamente proporzionale alla mancanza di personale. Dove dovrebbero esserci solo detenuti in attesa di giudizio. E invece è un pullulare di condanne in via definitiva, anche per reati gravi. Dove le persone, sia quelle "costrette" che quelle che ci lavorano, sono il valore che rende sopportabile la vita quotidiana. Non ha lasciato alibi, la relazione fatta ieri in consiglio comunale da Margherita Forestan, garante dei diritti delle persone private della libertà personale sulla casa circondariale di Montorio. Hanno parlato i dati, per quello che i veronesi chiamano "carcere" ma che, tecnicamente, non lo è. Una "sottigliezza", ma che per Montorio è fondamentale.
Ci dovrebbero essere 335 posti disponibili, nelle celle scaligere. Ma dentro ci sono 525 persone: 474 uomini e 51 donne. Vale a dire 190 di troppo, rispetto alla capienza massima. I dati sono riferiti al 2018. "Ad oggi - spiega Margherita Forestan - sono oltre 550". Lei, la "garante", è quella figura che media tra chi è detenuto e l'amministrazione penitenziaria. "Tutte quelle persone in più - racconta - le senti e le vedi soprattutto nella difficoltà di gestire la loro pena. Verona nasce come casa circondariale, ma ormai si è trasformata in una casa penale. Dovrebbero esserci solo detenuti in attesa di giudizio, invece sugli oltre 550 presenti in questi giorni più di trecento hanno condanne definitive. Persone che, ovviamente, vanno condotte e seguite in maniera diversa. E in altre strutture. Invece sono qui.
E garantire loro un percorso diventa difficile quando, come nel cado di Montorio, ti mancano anche i pedagogisti. Su sei previsti ce ne sono 4...". Viene gonfiato, Montorio. Di detenuti. Nonostante l'anemia di personale. "Verona - continua Forestan - ha un'ottima polizia penitenziaria, che cerca di ovviare alle mancanze dell'amministrazione penitenziaria".
Anche qui parlano i dati: sui 380 agenti previsti - e che vengono calcolati sulla massima capienza e non su quella reale - gli effettivi sono 344. Con un problema anche a monte: quello dei magistrati di sorveglianza. "Sono tre e fanno un ottimo lavoro, ma manca il personale di sostegno e le pratiche si accumulano". Eppure a Montorio molte cose funzionano: il lavoro, con oltre un centinaio di detenuti impiegati con le cooperative. Per loro corsi di formazione sartoriale, cura degli animali, saldatori, falegnami. E la scuola. "Se ne fa molta, anche perché sono convinta che la cultura, lo sport, mostrino a queste persone l'altra medaglia della vita".
In 135 uomini e 10 donne l'anno scorso hanno frequentato corsi di alfabetizzazione e di scuola primaria inferiore. Altri 29 sono stati studenti dell'istituto alberghiero Berti. In 23 hanno seguito il corso liceale e in 4 sono iscritti all'università. Poi c'è la struttura. Quella gracile, di una casa circondariale che ha solo 27 anni, ma che si sta piegando al tempo. "Molte aree hanno problemi di infiltrazione d'acqua con cedimento di soffitti e pavimenti e questo nonostante la continua manutenzione che pur in presenza di ridotti finanziamenti la direzione cerca di garantire".
Ha lanciato un j'accuse duro, ieri, la Garante. "La delusione per la mancata approvazione da parte del governo della riforma dell'ordinamento penitenziario. Ci avrebbe aiutati a risolvere il sovraffollamento e non solo...". Ma anche facilitare quella "messa alla prova" che al momento a Verona coinvolge 558 persone. Per loro non si aprono le celle, con l'impegno davanti a un giudice di seguire un percorso di reinserimento. "Nessuno è tornato a delinquere o è entrato in carcere per altri reati - analizza Forestan -. Ampliare questa misura con quella riforma sarebbe stato fondamentale". E forse Montorio tornerebbe ad essere più vivibile. Non solo per i detenuti.
zerottonove.it, 14 giugno 2019
Arrivato al carcere di Fuorni un tir con macchinari e attrezzature necessari alla realizzazione della pizzeria sociale. L'opera è stata avviata lo scorso 25 marzo. È arrivato nel pomeriggio di ieri presso la Casa Circondariale di Salerno un tir con i macchinari e le attrezzature necessarie alla realizzazione della pizzeria sociale, in fase di allestimento per il reinserimento dei detenuti del carcere "Antonio Caputo". Il carico è stato sistemato all'interno delle mura del carcere di Fuori, grazie all'impegno dei volontari dell'Associazioni Volontari Penitenziari Cattolici, coordinati da Pasquale Vertucci. L'operosità e la solerzia dei volontari, la cui presenza è sempre di grande utilità ed importanza all'interno del carcere, ha consentito in poche ore di sistemare nei luoghi della pizzeria sociale i tanto attesi "pacchi".
Uno straordinario passo in avanti per il completamento dell'opera, che è stata avviata lo scorso 25 Marzo, alla presenza del Direttore della struttura detentiva Rita Romano e del Presidente della Fondazione Casamica, Carmen Guarino.
Continuano, intanto, gli appuntamenti nelle attività che hanno aderito alla campagna di raccolta fondi per la realizzazione della pizzeria all'interno della Casa Circondariale di Salerno. Grazie alle cifre raccolte fino ad adesso sono stati ultimati i lavori edili e acquistate le attrezzature utili. Il progetto ad oggi ha visto coinvolti ben 10 operatori della ristorazione, tra pizzerie e ristoranti del territorio, che hanno dato la propria disponibilità ad "ospitare" serate finalizzate a sostenere il progetto sociale per l'inserimento lavorativo dei giovani detenuti.
Le cene di solidarietà sono volute da Fondazione Casamica insieme ai partners Fondazione Comunità Salernitana, Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Salerno, Casa Circondariale, con la collaborazione di Fondazione Carisal e Camera di Commercio di Salerno. Il prossimo 18 Giugno nuovo appuntamento al ristorante Nice in via Velia, 56 di Salerno. Aperte le prenotazioni per i posti a sedere disponibili. Il Progetto, lo ricordiamo, ha l'obiettivo di attrezzare un locale, all'interno dell'Istituto di pena di Salerno, con un forno e con tutto ciò che occorre per poter realizzare una Pizzeria e formare i detenuti con un Percorso formativo di Qualifica professionale.
di Giuseppe Abbatepaolo*
gnewsonline.it, 14 giugno 2019
Il carcere non è una discarica di rifiuti umani dove poter ammassare gli "ultimi" della società e sbarazzarsi di loro come inutili, ingombranti e sgraditi. Ad arginare la sempre incombente pervasività di quest'idea soccorre il precetto costituzionale che impone l'obbligo giuridico, prima ancora che civile e sociale, di fare in modo che le pene tendano alla rieducazione del condannato. Non a caso, i dati ci mostrano come il rischio di recidiva si abbatta notevolmente se il detenuto trova un nuovo lavoro.
E così, in un incredibile gioco di parole e assonanze, se per i rifiuti industriali si deve prevedere la possibilità di un riuso e riciclo, al pari si pone la necessità della valorizzazione del percorso rieducativo dei detenuti per una loro ricollocazione sociale, attraverso la formazione e l'apprendimento al riutilizzo e recupero di quelle materie contenute nei prodotti industriali destinati a essere buttati via: le cosiddette materie prime seconde.
I limiti dell'economia lineare, quella dell'usa e getta, e le sue conseguenze possono essere superati dal modello di un'economia circolare che si appropri della cultura del riutilizzo dello scarto industriale. Il valore economico delle materie prime utilizzate che possono rinascere a una nuova vita, tra cui metalli preziosi quali oro e argento, è stimato intorno ai 21 miliardi di euro annui e incrocia evidentemente la possibilità di creazione di nuovi posti di lavoro anche attraverso il trattamento rieducativo penitenziario.
Sono questi gli assi portanti del Protocollo Operativo stipulato ieri, presso il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria di Bari, tra il Provveditore regionale Carmelo Cantone, il Direttore della Casa Circondariale di Bari Valeria Pirè, i due Magnifici Rettori, Antonio Felice Uricchio per l'Università degli Studi di Bari e Eugenio Di Sciascio per il Politecnico di Bari, e l'amministratore delegato della Glob Eco Srl Angelo Messina.
Secondo Cantone: "Si tratta di un progetto concreto e articolato, con il prezioso sostegno dei due poli universitari baresi, che prevede la creazione di un laboratorio allestito all'interno della Casa Circondariale di Bari che consentirà la formazione professionale dei detenuti finalizzata all'apprendimento delle teorie e delle tecniche necessarie per lo smontaggio guidato di materiali secondari".
Il progetto, che prenderà concretamente avvio a settembre una volta ultimata la procedura di allestimento dello spazio dedicato alle attività laboratoriali, nella fase iniziale vedrà il coinvolgimento di 10 detenuti, mentre a regime costituirà una fondamentale articolazione lavorativa della Casa Circondariale di Bari. La firma del protocollo è stata inoltre l'occasione per lanciare sul tavolo negoziale, da parte dei rappresentanti universitari, l'ambiziosa e futuribile creazione di un Polo Didattico Penitenziario.
*Referente per la comunicazione del PRAP Puglia e Basilicata
di Rita Schena
Gazzetta del Mezzogiorno, 14 giugno 2019
Che cos'è un carcere? Un luogo di detenzione ed afflizione o un luogo dove poter rinascere a nuova vita? Il dibattito sembrerà datato (dal saggio di Cesare Beccaria "Dei delitti e delle pene" del 1764 in poi) ma ancora oggi non è ben chiaro a tutti che chi è recluso non sconta una "vendetta di Stato", ma una punizione per un atto commesso che gli dovrebbe permettere, una volta scontata, di reinserirsi nella società.
Ecco perché è sempre bello raccontare che torna per la sesta edizione (dal 17 al 28 giugno), "Caffè Ristretto", laboratorio di scrittura creativa e di incontri culturali dedicati ai detenuti dell'istituto penitenziario per adulti "Ruggi" e, da tre anni, anche ai ragazzi dell'Istituto Minorile "Fornelli", Il progetto ideato, organizzato e curato dalla scrittrice e drammaturga Teresa Petruzzelli, è svolto in collaborazione con l'insegnante e operatrice culturale Mariangela Taccogna e finanziato anche quest'anno dall'Assessorato alle Politiche giovanili del Comune.
Un segno tangibile di quanto non sia sprecato investire su chi si trova in detenzione. Durante "Caffè ristretto" sono previsti laboratori di scrittura, teatro, cinema, storytelling e incontri con autori, esperti di teatro e giornalisti. Il mondo del "fuori" che incontra quello "dentro" a dimostrazione che si può ripartire, anche con la cultura.
di Sara Fratepietro
tuttoggi.info, 14 giugno 2019
Prosegue il progetto di genitorialità "La storia di papà" all'interno del carcere di Spoleto per favorire il rapporto tra i detenuti ed i loro figli. Un altro tassello al carcere di Spoleto per far sparire le barriere tra papà detenuti ed i loro figli. Prosegue all'interno della casa di reclusione di Maiano il progetto di genitorialità "La storia di papà", che grandi emozioni ha già suscitato a dicembre tracciando un percorso per sostenere la funzione genitoriale in un contesto difficile, spesso dimenticato, come quello penitenziario.
Il progetto in questione, infatti, nella seconda parte del 2018 ha condotto alla scrittura e all'incisione del singolo "Grazie a lei", una canzone inedita scritta e cantata dai nove papà facenti parti del gruppo che hanno raccontato, in musica, la gratitudine nei confronti di tutte quelle figure che si stanno occupando dei figli in loro assenza. Oggi la canzone, musicata dal maestro Francesco Morettini, conta più di mille visualizzazioni su Youtube.
Da questa prima innovativa ed esaltante esperienza il progetto sta proseguendo anche nel 2019, con l'avallo e l'incoraggiamento della Direzione dell'Istituto e del personale tutto, al fine di continuare ad attraversare una serie di tematiche attinenti la genitorialità.
Negli incontri ideati e condotti dalle dottoresse Elisa Montelatici, Chiara Napolini e Sonja Tortora, si prova a tenere a mente un duplice aspetto che, evidentemente, riguarda tutti i padri, inclusi i detenuti: da un lato l'attualità delle problematiche inerenti la genitorialità, dall'altro ci si propone di riflettere sulla genitorialità in senso lato, dunque sicuramente in qualità di padri, ma anche come figli, nella relazione con il materno ed il paterno in un significato più ampio ed eterogeneo che travalichi gli stretti confini dell'oggi.
A metà di questo percorso e in vista del prodotto finale che verrà realizzato e consegnato come sempre sotto Natale, si è pensato ad un incontro padri e figli in cui si potesse creare un momento diverso dal solito colloquio e di partecipazione.
Da qui l'idea di un torneo, denominato "Trofeo Papone", che nei giorni scorsi ha visto, all'interno della casa di reclusione di Maiano, padri e figli formare una squadra e cimentarsi insieme in giochi a staffetta. I detenuti ed i loro figli hanno partecipato a giochi a squadre come la staffetta con cucchiaio ed oliva o ruba bandiera dove i papà giocavano in squadra con i propri figli. Tutto si è svolto, grazie alla disponibilità del direttore del carcere Giuseppe Mazzini e della polizia penitenziaria, nel campo all'aria aperta.
Ovviamente hanno vinto tutti, e non poteva essere altrimenti visto lo scopo dell'iniziativa, ed a ciascuno è stato consegnato un diploma. È seguito un buffet preparato dagli stessi papà. L'obiettivo è stato quello - facilitato dall'impostazione del gioco di squadra- di creare attraverso il gioco una comunicazione e collaborazione tra di loro, non abituati a questo tipo di relazione e contesto. L'idea, perfettamente portata a termine, era quella di una giornata differente per i bambini - e ovviamente i loro padri - che per una volta non hanno avuto intorno a sé sbarre, né hanno dovuto portare un peso non loro o essere obbligati a trovare un argomento in poche ore: per un giorno sono stati soltanto figli che giocano senza pensieri con il loro papà.
di Domenico Suraci
citynow.it, 14 giugno 2019
Il protocollo di intesa firmato stamane mira a realizzare azioni per i detenuti reggini che hanno una "seconda opportunità" durante la vita carceraria. È stato siglato un importante protocollo d'intesa tra Biesse (Associazione Culturale Bene Sociale), Casa Circondariale ed Ufficio del Garante dei Diritti dei Detenuti, durante una conferenza stampa presso l'istituto penitenziario "G. Panzera" di Reggio Calabria.
CityNow ha intervistato i protagonisti di questo momento, presente il dott. Maurizio Vallone - Questore di Reggio Calabria che ha dichiarato: "Sono importantissimi i progetti svolti all'interno delle carceri. Non possiamo pensare che, siano nostri nemici i detenuti. Dobbiamo rimanere al fianco di coloro che stanno cercando di recuperare la propria vita e dare la possibilità di non uscire per delinquere bensì per una redenzione personale magari tramite attività lavorative per tornare ed essere cittadini liberi".
Bruna Siviglia (Presidente Biesse): "La firma del protocollo di intesa alla presenza del Questore dott. Maurizio Vallone "TetriAmo in carcere" è un'iniziativa simbolo del nostro impegno che attuiamo esclusivamente per spirito di servizio. Il carcere è un momento di riabilitazione personale, a tutti può essere data una seconda chance. Il teatro è un momento di rinascita. Ringrazio Gianni Festa che sarà il regista, i detenuti saranno gli attori e le scolaresche potranno presenziare durante le varie esibizioni. La grande novità è che la performance teatrale si svolgerà durante la festa della Polizia di Stato nel 2020. Ringrazio la preside dell'alberghiero di Villa San Giovanni, che metterà a disposizione il proprio personale per una serie di attività volte all'inclusione".
Calogero Tessitore - Direttore della Casa Circondariale "G. Panzera": "Da sempre l'amministrazione giudiziaria si è prodigata per svolgere di attività di inclusione sociale, in special modo quella teatrale. A ciascuno dei partecipanti con l'introspezione permessa dal teatro verrà data la possibilità di ricominciare a vivere rispettando le regole sociali. Questo è il nostro obiettivo".
Agostino Siviglia - Garante dei diritti dei detenuti Comune Reggio Calabria: "Il teatro è uno strumento per emanciparsi dalla criminalità, una scelta di vita positiva. Io ho accolto con grande entusiasmo tale iniziativa. La presenza del signor Questore è fondamentale è estremamente significati perché vanno bene le azioni di repressione ma altrettanto importanti sono quelle che avvengono dopo la carcerazione".
Un momento di riflessione e di azione che intende coinvolgere molti soggetti impegnati quotidianamente e che dà sostanzialmente una seconda chance a chi ha commesso un reato, tramite questa attività culturale ci si può rendere conto che un'alternativa al vivere criminale esiste ed è realizzabile.
di Clara Capponi
Redattore Sociale, 14 giugno 2019
Dialogo con Gisella Trincas, presidente di Unasam, fra i promotori della conferenza nazionale in programma il 14 e il 15 giugno a Roma. Al centro della discussione l'appello elaborato alla fine di un percorso di 31 incontri regionali in un anno a cui hanno aderito più di 100 associazioni.
Venerdì 14 e sabato 15 a Roma, si celebreranno le due giornate conclusive della Conferenza nazionale per la salute mentale, in programma alla facoltà di Economia dell'università Sapienza, che è partner di questa avventura. Giusto così si può definire un percorso lungo un anno, articolato in 31 incontri realizzati su tutto il territorio nazionale e che hanno visto la partecipazione di migliaia di persone, tra operatori, organizzazioni sindacali, associazioni di famigliari, utenti di servizi e singoli cittadini. A promuoverlo, un cartello di 113 organizzazioni, fra cui CSVnet, che a Roma si confronteranno a partire dall'appello, realizzato sulla scorta di quanto emerso dai territori, e sulle tre parole chiave che compongono il titolo della conferenza "Diritti, libertà e servizi".
A raccontare senso ed obiettivi di questo percorso e di quello che accadrà a Roma, Gisella Trincas, presidente dell'unione nazionale delle associazioni per la salute mentale (Unasam). "Non si tratta della prima iniziativa di questo genere; la prima conferenza si tenne sempre a Roma nel 2001, a seguito di una grande manifestazione promossa dalle associazioni; all'epoca fu sostenuta dalla ministra della Salute e vide una forte presenza delle istituzioni; quella che di quest'anno non sarà una conferenza governativa, ma auto organizzata da tantissime associazioni, che in occasione dei 40 anni dalla legge 180 - che porta il nome di Franco Basaglia, lo psichiatra che l'ha ispirata - hanno deciso di mettere insieme forze e idee vista la grave situazione in cui versa non solo la salute mentale ma tutta la sanità pubblica, due temi scomparsi completamente dall'agenda politica".
"Abbiamo attraversato l'Italia in lungo e in largo incontrando cittadini, utenti, operatori dei servizi, e quello che emerso è un quadro che è fatto di tante criticità e difficoltà ma anche di ricchezza; il nostro obiettivo è di portare a casa risultati concreti su diversi obiettivi" spiega la presidente di Unasam.
Il primo - che sarà anche oggetto di una delle sei sessioni tematiche in cui è articolato il denso programma della due giorni - "è quello di riportare il diritto alla salute mentale e pubblica al centro della politica nazionale e locale. Bisogna anche recuperare un dialogo con la conferenza delle regioni perché sono loro a dare concretezza alle leggi nazionali, ai piani strategici, alle convenzioni internazionali.
I dipartimenti per la salute mentale presenti su tutto il territorio nazionale dovrebbero essere in egual modo forti di risorse economiche e professionali perché oggi la situazione in Italia è a macchia di leopardo - denuncia Trincas - e le persone che vivono un disturbo psichico non godono ancora in modo omogeneo di percorsi terapeutici e riabilitativi che possano farli uscire dalla condizione di sofferenza garantendo un pieno reinserimento sociale. "Occorre costruire servizi forti che siano in grado di rispondere alla complessità dei bisogni di queste persone nei loro contesti di vita; oggi invece la maggior parte dei fondi è destinata alla residenzialità così detta pesante, alle Rsa per intenderci, dove vengono mandati molti pazienti, spesso in regioni diverse rispetto alla loro residenza, lontano da loro casa e dagli affetti".
Sui servizi Trincas ha le idee chiare "tra le istanze contenute nell'appello e che proporremo al ministro della Salute Giulia Grillo - la cui presenza è prevista nel programma - c'è l'impegno concreto a ristabilire una rete capillare di dipartimenti di salute mentale in tutti i territori, attraverso un finanziamento che non può scendere al di sotto del 5 per cento della spesa sanitaria nazionale - mentre invece la media di spesa in Italia è del 3 per cento, a fronte del 12-15 per cento di risorse che si spendono in Europa".
"Siamo inoltre contrari, all'accorpamento - sempre a causa dei tagli alle risorse finanziarie- dei centri di salute mentale che invece dovrebbero avere un bacino di utenza ben definito e dovrebbero essere aperti non meno di 12 ore al giorno 7 giorni su 7, con l'obiettivo, nel lungo termine, di estendere l'apertura a 24 ore". La situazione è critica anche per la realizzazione di quel sistema integrato di interventi sanitari e servizi sociali previsto dalla legge 328 del 2000 "che continua ad essere completamente disattesa".
"Vogliamo affrontare inoltre il tema delle cattive pratiche - prosegue Gisella Trincas -soprattutto quelle coercitive: la questione della contenzione, il trattamento sanitario obbligatorio (Tso), un atto che spesso viene trasformato nella 'caccia al matto'. Per non parlare della farmacoterapia, una questione molto discussa nel nostro ambiente; noi vogliamo che le persone che vivono la condizione di sofferenza mentale siano riconosciute capaci di interloquire con l'equipe curante sugli espetti positivi o negativi degli interventi farmacologici, che in molti casi sono imposti senza possibilità di discussione".
Un ruolo da valorizzare soprattutto nella costruzione di politiche per la salute, è quello delle associazioni, dei famigliari, degli utenti e degli operatori, che devono poter dialogare con le istituzioni perché solo allargando al partecipazione democratica in questi processi si possono affrontare le situazioni, individuare i bisogni e porvi rimedio. Basterebbe attivare - spiega Trincas - la commissione tecnica che il ministero della Salute ha istituito di recente e che non ha ancora iniziato ad operare".
Le associazioni inoltre - conclude la presidente di Unasam - hanno un ruolo importante anche sui territori, perché agiscono da un punto di vista politico e culturale, organizzando iniziative di sensibilizzazione e informazione ma soprattutto realizzando progetti che in molti casi risultano più sostenibili ed efficaci dei servizi messi in campo dal pubblico. Mi riferisco alle esperienze di coabitazione fra persone con disturbo psichico, iniziative di formazione per i famigliari, utenti e operatori per non parlare delle attività di volontariato realizzate all'interno dei dipartimenti. Esperienze che dovrebbero essere sostenute sempre di più, sopratutto finanziariamente, sempre nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità al fine di evitare sovrapposizioni coni servizi pubblici, che devono mantenere la titolarità della gestione e delle verifiche".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 14 giugno 2019
La maggioranza si spacca su un emendamento al dl Crescita che stanzia 3 milioni per l'archivio storico ma non rinnova la convenzione. Luigi Di Maio e Vito Crimi attaccano Matteo Salvini : "Dovrà spiegare perché hanno votato con il Pd". La lista dei pomi della discordia tra i due contraenti del patto di governo è sempre più lunga, ma su Radio Radicale è quasi rissa tra i rispettivi vicepremier.
Talmente inconciliabili, le loro posizioni al riguardo, che ieri nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera la Lega ha votato insieme alle opposizioni a favore di un emendamento tampone presentato dal Pd che salva l'emittente almeno per il 2019, in attesa di una nuova gara. Il governo, rappresentato dalla vice ministra Laura Castelli, del M5S, si era schierato contro il provvedimento che stanzia un contributo di 3 milioni di euro per la radio, non più come corrispettivo della convenzione con il Mise, che è scaduta il 21 maggio scorso e non è stata rinnovata, ma come finanziamento per completare la digitalizzazione e la conservazione degli archivi storici multimediali.
Bocciati invece gli emendamenti che erano stati ammessi al testo, contrariamente a quello che rinnovava la convenzione di Radio Radicale giudicato estraneo alla materia, e che abolivano i tagli al fondo per il pluralismo dell'informazione imposti dal sottosegretario Vito Crimi nell'ultima legge di Bilancio. Tagli che mettono a rischio l'esistenza di questo quotidiano, de l'Avvenire, di Libero e di centinaia di cooperative che editano periodici locali.
Nel salutare "con grande soddisfazione l'intervento in extremis del parlamento a favore di Radio Radicale", un segnale "che il Parlamento, quando vuole, può tornare in prima linea a difesa del pluralismo al di là delle singole posizioni di parte", la direttrice de il manifesto, Norma Rangeri, e il direttore editoriale, Matteo Bartocci, rilevano però che "gli editori non profit e in cooperativa come il manifesto, insieme a decine di altre testate locali e nazionali, sono invece lasciate all'inferno dei tagli e bavagli".
Ecco perciò la richiesta "alle forze politiche di non lasciar cadere l'impegno dimostrato fin qui per la libertà di stampa e di ristabilire il diritto di fronte alle scelte del governo di turno. L'accanimento dei 5 Stelle e di Di Maio contro i giornali in cooperativa - continuano i direttori - sarebbe ridicolo se non fosse drammatico. Proprio il caso di Radio Radicale dimostra che l'informazione autonoma e indipendente non può dipendere dall'arbitrio del momento ma deve trovare un quadro di regole e di risorse certo e stabilito solo dalla legge. La battaglia per il pluralismo - promettono a nome di tutto il manifesto - continua".
Anche sull'emendamento "salva Radio Radicale", che porta la firma dei deputati dem Roberto Giachetti (in sciopero della fame da settimane) e Filippo Sensi, c'era il no categorico di Vito Crimi e di conseguenza del capo politico del Movimento, Luigi Di Maio, che pure qualche tempo fa aveva promesso una soluzione positiva in favore dell'organo della lista Marco Pannella. Per fortuna però l'appello alla libertà di coscienza che si è levato da ogni parte politica ha avuto effetto perfino negli irregimentati ranghi a 5 Stelle. E infatti mentre uno dei due relatori del provvedimento, il leghista Giulio Centemero, ha dato il suo parere favorevole all'ammissione dell'emendamento, l'altro, Raphael Raduzzu del M5S, si è astenuto.
Siccome sul testo del decreto Crescita, così come è stato emendato in commissione, dovrebbe essere posta la fiducia e dunque non sarà più possibile alcuna correzione, quando da lunedì arriverà in Aula, il voto di ieri ha creato non poche tensioni all'interno del M5S. Di Maio si sfoga sui social, o almeno fa ammuina, come si direbbe dalle sue parti: "È una cosa gravissima, di cui anche la Lega dovrà rispondere davanti ai cittadini. Sono franco: dovrà spiegare perché ha appoggiato questa indecente proposta del Pd! Una radio privata che ospita giornalisti con stipendi da capogiro di anche 100 mila euro l'anno (notizia smentita dall'ad di Radio Radicale, Paolo Chiarelli, ndr). Tutti pagati con i vostri e i nostri soldi, da sempre. Dopo di che - rassicura il ministro del Lavoro - si va avanti, perché siamo persone serie".
Ma mentre Matteo Salvini la prende con filosofia - "Ho sempre detto che non si chiude una radio, un giornale, una televisione con un emendamento o un tratto di penna - dice ai microfoni di Radio Radicale, dimenticando evidentemente il manifesto - Chiariremo tutto anche in questo caso" - Vito Crimi non mostra altrettanto pragmatismo. "Prendo atto che la Lega ha votato insieme al Pd per regalare altri 7 milioni di euro a Radio Radicale (3 milioni nel 2019 e 4 nel 2020) che vanno ad aggiungersi ai milioni già spettanti nel 2019", scrive il sottosegretario su Fb moltiplicando i finanziamenti e facendo conti che nessuno comprende. Neppure dalle sue parti, sembrerebbe, se è vero che, come riporta l'agenzia Dire, nelle chat tra i parlamentari pentastellati si festeggia quasi quanto in via Principe Amedeo: "Abbiamo finito di perdere tempo con questa baggianata di Radio Radicale che sembrava l'unico tema", scrive qualcuno, per esempio. E le stelle (filanti) si moltiplicano.
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