di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 2 agosto 2019
La parola chiave è certezza. Serve una riforma complessiva. "La nostra richiesta, la nostra parola chiave è una sola: certezza". Giulia Bongiorno, il ministro alla Pubblica amministrazione, è stata la protagonista del campale Consiglio dei ministri di mercoledì che doveva varare l'epocale riforma della Giustizia. Indipendente della Lega, è stata l'interlocutrice del ministro pentastellato alla Giustizia Alfonso Bonafede con cui ha trattato in modo serrato punto su punto.
di Luca Bottura
La Repubblica, 2 agosto 2019
Mentre la Lega guadagna il consenso di 4 italiani su 10, il Movimento Cinque Stelle si avvita veloce verso l'impatto al suolo, l'opinione pubblica nemmeno percepisce, ove anche esistesse, una proposta politica e culturale alternativa, il Pd danza sul proprio ombelico dedicandosi a lotte intestine.
Che, com'è noto, tendono a produrre residui organici fastidiosi. L'ultima riguarda la visita del deputato Scalfarotto agli americani in carcere per l'omicidio del carabiniere, che il Ministro ombra per Twitter, Carlo Calenda, ha commentato con l'abituale pacatezza: "Spero sia il sole. Stiamo raggiungendo vertici di stupidità mai toccati nella politica contemporanea".
Un post scritto con la mazza da baseball che apre a una riflessione di fondo su cosa accidenti voglia essere il Pd, per modi e proposta politica. Anche e soprattutto perché Zingaretti ha subito ritenuto di precisare che Scalfarotto era andato a titolo personale, Emanuele Fiano si è dissociato dal collega pressoché in diretta, e il reprobo ha dovuto infine chinare il capo in una sorta di mesto autodafé.
È questo il ruolo del Pd? Rinculare contrito quando, per una volta, un proprio esponente ha preso un'iniziativa senza inseguire il senso comune? Continuare a essere la copia perdente dell'originale populista? Perseguire a tentoni il consenso delle classi sociali che un tempo rappresentava?
Oppure riaffermare due principi di civiltà, l'habeas corpus da opporre alla sacertà, anche con atti concreti, come la visita di Scalfarotto? Mica c'è andato in gita, a Regina Coeli. Ha fruito delle sue prerogative di deputato dopo che uno degli arrestati era stato violato nella dignità personale. Cosa che non può e non deve capitare neppure al peggiore dei delinquenti.
Che il leader della corrente "moderata" del Pd, seguito a ruota del suo segretario, dedichi i propri commenti di getto alla cosiddetta pancia del Paese, attiene alla famosa ricerca del fu voto, appunto, moderato. Il quale nel frattempo è diventato un gorgoglio indistinto e vendicativo, mentre il consenso progressista si disperde nei rivoli dell'astensione, almeno quello che non transitò ai Cinque Stelle per poi finire in pasto alla Lega.
A Matteo Renzi e al suo governo, anche i critici più acerrimi riconoscono i risultati raccolti nell'ambito dei diritti civili. Un Partito democratico che abbandoni pure quell'ultima trincea, è destinato a rintanarsi nel vaniloquio delle dirette Facebook a suon di "quando c'eravamo noi sì che il Pil correva".
Meglio avere qualcosa da dire e dirlo chiaro e forte. Un'idea di Paese nel quale anche i rei vanno trattati con civiltà, come ha suggerito Piero Grasso, uno che interrogò, garantendone i diritti, chi aveva progettato il suo omicidio. Per questo Scalfarotto ha fatto benissimo a varcare quei cancelli. Perché prima dei voti, va ricostruito un immaginario di normalità. Non negoziabile. Alternativo. E, in potenza, vincente. Perché l'unica idea da copiare a Salvini è la perseveranza.
di Saverio Ferrari
Il Manifesto, 2 agosto 2019
Trent'anni di sangue. 1967-1984: la strategia della tensione corre sui binari, poi nel 1993 da Capaci inizia l'offensiva stragista di Cosa nostra contro lo stato. "Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie. L'opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si sarebbe indignata e avrebbe invocato l'ordine senza curarsi da quale parte sarebbe venuto". A parlare in questo modo era Pino Rauti, il giovane leader della corrente evoliana, nel corso di una riunione interna dell'Msi, a Roma, negli anni Cinquanta. A riportare le sue parole fu Giulio Salierno, all'epoca dirigente giovanile della sezione di Colle Oppio, nella sua Autobiografia di un picchiatore fascista (Einaudi, 1976). Certo è che a partire dagli anni Sessanta i treni e le linee ferroviarie furono oggetto di un'infinità di attentati da parte del terrorismo neofascista.
Trento, 30 settembre 1967 - Il primo tentativo di strage fu quello compiuto il 30 settembre 1967 alla stazione di Trento, quando fu segnalata sull'Alpen Express una valigia sospetta abbandonata. Due agenti la prelevarono e tentarono di portarla il più lontano possibile. Alle 14.44, zeppa di esplosivo, scoppiò tra le loro mani, uccidendoli. L'attentato fu addebitato al terrorismo sudtirolese.
1969, verso Piazza Fontana - Nell'escalation degli attentati che nel 1969 portarono alla strage in piazza Fontana, un posto di rilievo ebbe la collocazione, tra l'8 e il 9 agosto 1969, su dieci treni di altrettanti pacchi esplosivi. Due fecero cilecca ma otto scoppiarono. Dodici furono i feriti, tutti in modo lieve. Per questi episodi Franco Freda e Giovanni Ventura di Ordine nuovo, l'organizzazione fondata da Rauti, furono condannati con sentenza definitiva.
1970, da Gioia Tauro a Verona - La prima strage riuscita su un treno fu quella del 22 luglio 1970, quando il direttissimo Palermo-Torino (la "Freccia del Sud") fu fatto deragliare nei pressi della stazione di Gioia Tauro. Alla fine si contarono sei morti, di cui cinque donne, e 72 feriti. Da otto giorni era in corso la rivolta di Reggio Calabria, scoppiata il 14 luglio. La verità emerse solo 23 anni dopo, quando alcuni pentiti confessarono che la strage fu eseguita su mandato del "Comitato d'azione per Reggio capoluogo" e che a portarla a termine fu un commando neofascista. Poche settimane dopo, il 28 agosto 1970, fu rinvenuta nella sala passeggeri della stazione ferroviaria di Verona una valigia abbandonata da cui proveniva un ticchettio di orologio. Notata da un sottufficiale della Polfer, fu portata in un luogo isolato dove esplose un'ora dopo.
1971, la visita di Tito in Italia - In concomitanza con la preannunciata visita del maresciallo Tito in Italia, un grave attentato fu, invece, organizzato, il 28 marzo 1971, per colpire il treno diretto a Venezia, all'altezza di Grumolo delle Abbadesse. Settantadue centimetri di binario furono tranciati da un ordigno. Il convoglio rischiò di deragliare, salvandosi solo grazie alla sua velocità.
1974, l'Italicus - Tra il 1973 e il 1974 gli attentati sui treni furono ben 14 con una strage riuscita. Questi gli episodi principali: il 7 aprile 1973, sulla linea Genova-Roma, con il tentativo di Nico Azzi, di Ordine nuovo, di innescare una carica esplosiva in una toilette del treno. Azzi rimase ferito dallo scoppio del detonatore e immediatamente arrestato. Il 29 gennaio 1974 a Silvi Marina, in provincia di Teramo, con l'inatteso passaggio del locomotore di un treno merci che tagliò la miccia dell'ordigno posto sui binari. Il 21 aprile 1974 a Vaiano, in provincia di Firenze, quando la strage fu, invece, evitata grazie al blocco automatico dei treni in caso di interruzione dei binari. La carica esplosiva aveva, infatti, divelto oltre mezzo metro di rotaie. La strage si compì, invece, il 4 agosto 1974, sul treno espresso Roma-Brennero, l'"Italicus", proveniente da Firenze e diretto a Bologna, a cento metri dallo sbocco della Grande galleria dell'Appennino. Il bilancio fu di 12 morti e 44 feriti.
Tra il 1975 e il 1978 - Si continuò ancora a colpire treni e linee ferroviarie negli anni successivi. Il 6 gennaio 1975 a Terontola, quando 55 centimetri di rotaia furono divelti da una carica di polvere da mina. Il 12 aprile 1975, all'altezza di Incisa Val D'Arno, quando un ordigno fece, invece, sollevare quaranta centimetri di rotaia. Il 6 febbraio 1977, in compenso, la polizia disinnescò alla stazione Tiburtina di Roma sette candelotti di dinamite sull'espresso Napoli-Milano. Il 5 settembre 1978, infine, cinque chili di esplosivo, tra le stazioni di Vaiano e Vernio, avrebbero dovuto scoppiare sotto la motrice dell'espresso "Conca d'oro", che viaggiava da Milano a Palermo. Rimasero feriti i macchinisti di un treno che passò al momento dell'esplosione.
1980, la strage di Bologna - Quella del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna fu la strage non solo più importante sulle linee ferroviarie ma la più grave e sanguinosa nella storia della Repubblica. Alle 10.25 la terribile esplosione. Crollava un'intera ala della stazione, affollatissima per le grandi partenze estive, che a seguito della potenza micidiale dell'ordigno, prima si sollevava e poi ricadeva su se stessa. Il treno Ancona-Basilea, in sosta sul primo binario, veniva investito in pieno dall'onda d'urto. Tra le lamiere fuse e contorte venivano estratti i corpi di decine e decine di persone. Settantacinque le vittime subito recuperate. Altre dieci moriranno nei giorni successivi. Alla fine si conteranno 85 morti, 74 italiani e 11 stranieri, e 200 feriti. È attualmente in corso dal 21 marzo 2018 un nuovo processo nei confronti di Gilberto Cavallini, ex Nuclei armati rivoluzionari (Nar), accusato di concorso per aver fornito supporti e nascondigli per la latitanza di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, tutti e tre condannati in via definitiva per la strage, i primi due all'ergastolo e il terzo, minorenne all'epoca, a 30 anni.
1981 e ancora dopo - Non finì ancora. Il 12 febbraio 1981, otto mesi dopo, ben cinque kg di esplosivo furono rinvenuti sulla linea ferroviaria di Venezia, allo snodo di Porto Marghera. L'innesco non aveva funzionato. Mentre il 9 settembre 1983, il treno 571 Milano-Palermo, mille passeggeri a bordo, in transito sul viadotto alto cinquanta metri del fiume Bisenzio, venne investito da un'esplosione, mentre incrociava un altro treno. Se l'atto terroristico avesse avuto pieno successo i morti si sarebbero contati a centinaia.
Il tratto Arezzo-Bologna - Complessivamente sul solo tratto Arezzo-Bologna di 120 chilometri, ben otto furono i tentativi falliti e tre le stragi riuscite: il 4 agosto 1974 sul treno "Italicus", il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e il 23 dicembre 1984, sul "Rapido 904", all'interno della Grande galleria dell'Appennino. Fu l'ultima, con 16 morti e 267 feriti.
I legami con Cosa nostra - Con essa si apriva un'altra stagione con l'avvio da parte di Cosa nostra di un'azione offensiva nei confronti dello Stato, che porterà alle stragi di Capaci, via D'Amelio e alle bombe del 1993. La continuità era data dall'impiego di uomini e mezzi provenienti dall'eversione nera. Ne fa fede la condanna nel processo stralcio per la strage del "Rapido 904" del parlamentare missino Massimo Abbatangelo. Non fu condannato per la strage ma per aver detenuto e fornito esplosivi ai clan camorristici. Dalle indagini risultò anche che l'esplosivo usato per la strage di via D'Amelio fosse dello stesso tipo di quello del 23 dicembre 1984, mai utilizzato in precedenza da Cosa nostra.
di Iuri Maria Prado
Il Dubbio, 2 agosto 2019
La legge è un "fatto". La giustizia è un "valore". Per questo si scrive che "la legge è uguale per tutti" mentre altrettanto non si potrebbe scrivere a proposito della giustizia: che è una categoria mentale, un valore, appunto, variabile secondo ciò che uno crede. Questa distinzione, tanto banale per chiunque abbia un pizzico di dimestichezza con le regole liberali degli ordinamenti avanzati, è tuttavia sconosciuta o anzi negata da una buona aliquota dei rappresentanti della magistratura corporata, che certamente non è "la" magistratura ma insomma ne rappresenta la parte socialmente più attiva.
E non per altro ma esattamente in forza di quella negazione accade che il magistrato ritenga di dover rimettere in riga la società corrotta: non per la sua idea di giustizia, che è legittima come quella di chiunque, ma per l'idea invece sbagliatissima che lui, il magistrato, quell'idea di giustizia possa e debba realizzare con il suo lavoro.
Che è, o almeno dovrebbe essere, occuparsi di "fatti", non di valori: e cioè occuparsi del fatto umano costituito dall'illecito, cioè dalla violazione della legge, quest'altro fatto umano. La pretesa che i comportamenti degli uomini e la società debbano adeguarsi a questo o quel principio costituzionale ( uguaglianza, libertà, rispetto dei diritti civili, eccetera) in forza del lavoro della magistratura, e cioè per il tramite di indagini e processi, denuncia appunto quella confusione tra legge ( fatto) e giustizia ( valore).
E spiega perché sia accaduto e tuttavia accada in questo nostro Paese che al magistrato punga di violentare la norma che invece dovrebbe applicare o di opporsi ai progetti di legge che non gradisce: sono fatti ripugnanti, per il suo senso di giustizia. E a risolvere ( si fa per dire) questo conflitto viene con solerzia il processo indebito, o il comizio davanti alla telecamera democratica che fa conoscere al popolo lo sdegno del magistrato al quale si impedisce di far giustizia. Appunto.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 2 agosto 2019
Corte di cassazione - Sentenza 1° agosto 2019 n. 35385. No alla non punibilità per particolare tenuità del fatto per gli atti di insubordinazione compiuti dai militari in servizio. La Prima Sezione penale della Cassazione, sentenza n. 35385 del 1 agosto, ha così respinto il ricorso di un sottoufficiale della Marina Militare condannato nel 2017 dalla Corte di appello militare di Napoli a 13 mesi di reclusione (pena sospesa e non menzione) per "insubordinazione con violenza pluriaggravata "e "insubordinazione con minaccia pluriaggravata" ai danni di un Sottotenente di Vascello donna.
I fatti avvenuti il giorno della vigilia di Natale del 2014 mentre la nave era in navigazione al largo di Lampedusa, erano consistiti: il primo, "nell'afferrare con forza il braccio sinistro" dell'ufficiale, "spingendola con violenza, tanto da farla finire al di là della porta taglia-fiamme del locale in cui si trovavano, con le aggravanti del grado rivestito e dell'aver commesso il fatto a bordo di una nave militare". Il secondo, nell'essersi avvicinato a pochi centimetri dal superiore prospettandole ritorsioni "qualora avesse deciso di procedere disciplinarmente nei suoi confronti". E dicendole, alzando il tono della voce, "ti spacco il culo".
Per la Suprema corte però sono inammissibili tutti i motivi di ricorso presentati dal militare. In particolare, la Cassazione ricorda che "ai fini della sussistenza dell'elemento psicologico del reato militare di insubordinazione con minaccia è sufficiente il dolo generico, e cioè la consapevolezza dell'uso della minaccia, non richiedendosi anche l'intenzione di mettere in pratica il male minacciato". "Sedimentato è poi - aggiunge la Corte - l'approdo secondo cui anche il reato di insubordinazione con violenza è sorretto da dolo generico".
Riguardo infine l'applicazione del 131 bis del codice penale, la sentenza ricorda che non può essere dedotto per la prima volta in Cassazione se la disposizione "era già in vigore alla data della deliberazione della sentenza di appello". Tuttavia, precisano i giudici di legittimità, la Corte di appello militare ha compiuto in via ufficiosa la verifica della sussistenza o meno della causa di non punibilità e l'ha recisamente esclusa "evidenziando l'emersione di una pluralità di indici contrari: la significativa gravità dei reati commessi dall'imputato, in connessione con la duplicità delle condotte offensive della disciplina militare e anche in relazione agli ulteriori beni giuridici - l'incolumità fisica e la libertà morale della persona offesa - pregiudicati, e soprattutto al contesto in cui i fatti erano avvenuti, ossia una nave in corso della navigazione, nonché le modalità con cui i reati erano stati commessi".
Del resto, conclude la decisione, la Corte di appello ha sottolineato che le condotte "avrebbero potuto avere ripercussioni sulle stessa operatività e sicurezza dell'unità navale (non potendo, invero, obliterarsi la natura pluri-offensiva del reato militare di insubordinazione, il quale lede nel contempo il, preminente, principio di autorità militare e la fisica incolumità, nell'insubordinazione con violenza, o la libertà morale, nell'insubordinazione con minaccia, della persona del superiore gerarchico)".
Catania: prevenzione suicidi nelle carceri, potenziata sinergia fra Asp Catania e Istituti penitenzi
costruiresalute.it, 2 agosto 2019
Siglati oggi, presso la Direzione generale dell'Asp di Catania, i protocolli d'intesa, fra l'Azienda sanitaria catanese e le Case circondariali della provincia di Catania, finalizzati all'implementazione delle attività per la prevenzione del rischio suicidario nelle carceri. Gli accordi sono stati firmati dal dott. Maurizio Lanza, direttore generale dell'Azienda sanitaria catanese e, per i singoli Istituti di pena, rispettivamente dalla dott.ssa Elisabetta Zito (direttore della Casa circondariale di Piazza Lanza), dal dott. Giuseppe Russo (direttore della Casa circondariale di Bicocca), dalla dott.ssa Giorgia Gruttadauria (direttore della Casa circondariale di Caltagirone), e dalla dott.ssa Milena Mormina (direttore della Casa circondariale di Giarre).
Presenti, inoltre, per l'Asp di Catania, il dr. Carmelo Florio, in rappresentanza del direttore del Dipartimento di Salute mentale; il dr. Roberto Ortoleva, coordinatore staff del Dsm; il dr. Franco Luca, direttore del Distretto sanitario di Catania; la dr.ssa Salvatrice Riillo, responsabile dell'Uos di Sanità penitenziaria. I protocolli si inseriscono nella cornice del Piano regionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario adulti e attuano le procedure necessarie per aggiornare i Piani locali di prevenzione del rischio suicidario, già vigenti, uniformandoli alle indicazioni dell'Assessorato regionale alla Salute, dettate con il decreto del 28 novembre 2018.
Tutti gli interventi predisposti saranno coordinati dal Dipartimento di Salute mentale, di concerto, per quanto di competenza, con le Amministrazioni penitenziarie e con i servizi della sanità penitenziaria.
"Stiamo costruendo una pagina nuova delle relazioni fra le Istituzioni - ha detto il dott. Lanza -. I protocolli esprimono la comunità d'intenti e agevolano lo scambio di culture e competenze per definire un modello condiviso e sicuro di approccio al problema. Questi sono gli effetti virtuosi della riforma della sanità penitenziaria, chiari nello spirito della norma e nelle linee dettate dall'Assessorato regionale alla Salute, guidato dall'avv. Ruggero Razza. In questo lavoro ritengo, inoltre, fondamentale l'investimento nella formazione e nella costruzione di luoghi, mentalità e linguaggi comuni finalizzati a una presa in carico globale della persona detenuta".
La prevenzione dei suicidi - In applicazione del Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti, il Piano regionale intende perseguire l'obiettivo di prevenire le condotte suicidarie nell'ambito degli Istituti penitenziari della Regione Siciliana. Questa finalità impegna le amministrazioni coinvolte nella scelta di strategie operative per l'adozione di metodologie innovative improntate all'integrazione più efficace delle reciproche competenze. "Le attività oggetto dei singoli protocolli sono tese alla tutela della persona detenuta e della sua salute anche nell'Istituzione carceraria - afferma il dott. Russo. Con questo aggiornamento puntiamo a migliorare ulteriormente contenuti e procedure già definiti in precedenti accordi e a fare in modo che particolari aspetti vengano maggiormente curati e portati a compimento in tempi più celeri e magari in maniera più compiuta".
Analisi del rischio suicidario e individuazione del livello di sorveglianza - All'atto dell'ingresso dei detenuti in ciascun Istituto, anche provenienti da altre strutture penitenziarie, è prevista la valutazione del rischio suicidario e l'attivazione di una fase d'osservazione al fine di individuare potenziali fattori di rischio e di approfondire la conoscenza del detenuto stesso attuando un regolare follow up.
"Nel Carcere di Piazza Lanza è istituito il servizio "Nuovi Giunti" - spiega la dott.ssa Zito - che si attiva immediatamente dopo l'immatricolazione del detenuto nuovo arrivato e che prevede l'effettuazione di una visita di primo ingresso al fine di definire gli eventuali profili assistenziali da implementare. Con questo servizio, unico esempio sul territorio, intendiamo accompagnare l'intervento penale, di pari passo, con la diagnosi e l'individuazione della natura del problema che porta al reato. Ritengo, infatti, che se non si realizza questo bilanciamento, si giungerà certamente all'espiazione della pena, ma il cittadino che uscirà fuori sarà portatore di una problematica, che è spesso sanitaria, che durante il periodo di detenzione non sarà affrontata".
Gli strumenti e le procedure operative - I singoli protocolli, siglati questa mattina, sono stati redatti tenendo conto delle specificità di ciascun Istituto di pena, con particolare considerazione per gli aspetti etici e psicologici connessi. Sono stati aggiornati i Piani locali di prevenzione (Plp) di ciascuna Casa Circondariale, sono stati individuati precisi strumenti operativi e sono stati definiti, altrettanto precisi, protocolli operativi clinici, in conformità con le linee guida nazionali e regionali.
"Questi protocolli - afferma la dott.ssa Mormina - esprimono il comune impegno delle Istituzioni, carcerarie e sanitarie, a realizzare una presa in carico globale della persona detenuta, assicurando livelli di assistenza uguali e in linea con quelli garantiti sul territorio. Tutto ciò è parte di un processo che vede il Carcere come parte della società e non come luogo di separazione dalla società".
La formazione - In continuità con le attività già svolte, grande attenzione è rivolta alla formazione dei care givers della popolazione detenuta e del personale coinvolto nella gestione diretta dei detenuti, secondo modalità integrate concordate dalle Direzioni dei singoli Istituti penitenziari e dalla Direzione generale dell'Asp di Catania. "La formazione multidisciplinare è l'unico strumento che abbiamo per contrastare realmente questo fenomeno - spiega la dott.ssa Gruttadauria - e per fornire al personale, che è sempre in prima linea, le competenze e gli strumenti per cogliere meglio i segnali del disagio, decifrare il livello del rischio, acquisire e trasmettere le informazioni appropriate e per lavorare integrandosi con altre figure professionali". Dal 2017 ad oggi, sono stati già formati 250 operatori.
regione.emilia-romagna.it, 2 agosto 2019
Grazie all'intesa garantite azioni di prevenzione di atti sia suicidari che autolesionistici a tutela dei detenuti. Prevenire suicidi e atti autolesionisti in carcere: è questo l'obiettivo del protocollo di intesa, firmato martedì 30 luglio, dall'Ausl e dagli Istituti Penitenziari di Parma, a garanzia della salute dei detenuti. Presenti il direttore generale dell'Ausl, Elena Saccenti, il direttore degli Istituti Penitenziari di Parma, Tazio Bianchi, il Garante dei detenuti Roberto Cavalieri, e vari rappresentanti e professionisti dell'Azienda Usl.
Il nuovo accordo, che riformula il precedente del 2016, impegna i due firmatari, ciascuno per le proprie competenze e nel rispetto delle reciproche esigenze istituzionali, a potenziare l'attività di prevenzione del fenomeno, attraverso un'attenta valutazione dei fattori di rischio. Azioni che operativamente si concretizzano con una precoce segnalazione del disagio, una maggior sinergia tra gli operatori penitenziari e quelli sanitari e una presa in carico tempestiva dei detenuti più fragili da parte di una équipe multidisciplinare.
di Sandro Di Matteo
La Stampa, 2 agosto 2019
Il deputato Pd sconfessato anche da Zingaretti. Ivan Scalfarotto, deputato del Pd, è andato in carcere per verificare le condizioni dei due ragazzi arrestati per l'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. Non è la prima volta che va a controllare le condizioni di vita dei detenuti. Ma stavolta Matteo Salvini ha rilanciato su twitter la notizia e subito è partita la tempesta di insulti.
Scalfarotto, se lo aspettava immagino...
"Sì, ma voglio far notare che l'articolo della Stampa che raccontava della mia ispezione è stato pubblicato la mattina e la reazione si è scatenata intorno alle 22. Tutto è cominciato quando il ministro Salvini ha deciso di trasformarmi in target. Durante tutta la giornata c'erano stati 22 commenti sulla mia pagina Facebook, poi in due ore sono diventati oltre tremila, e immagini i toni".
Vuol dire che è Salvini ad alimentare l'odio?
"Certamente. È un tentativo di intimidazione, ma non funziona. Sono convinto della doverosità del mio gesto, nonostante la tempesta perfetta messa su. La mia ispezione era una verifica della tenuta dello stato democratico: abbiamo già accettato che le persone possano affogare in mare, che possano stare sul ponte di una nave senza assistenza. Per fortuna posso dire che la polizia penitenziaria sta gestendo la situazione con grande professionalità".
Ma se è così facile scatenare la tempesta perfetta vuol dire che c'è un terreno fertile. Molti si chiedono: perché preoccuparsi di chi ha confessato un omicidio e non andare invece dalla famiglia della vittima?
"In questi casi la politica fa molto presenzialismo. Io per carattere penso che un silenzio dignitoso abbia più senso. A rendere omaggio a Cerciello Rega sono andati tanti miei compagni di partito. Il partito era presente. E io col partito. Ma nessuno è andato in carcere, se Zingaretti fosse andato in carcere io non sarei andato. Dopodiché, se avrò la possibilità di incontrare la famiglia di Cerciello Rega lo farò con una commozione profondissima, e spero possa succedere. Ma il collegamento è sbagliato: in uno Stato di diritto è doverosa la solidarietà per la vittima, ma lo Stato deve anche rispettare chi ha commesso il crimine più efferato".
Come ha visto, contro di lei c'è anche il fuoco amico: Calenda parla di "stupidità", Zingaretti di "iniziativa personale". Ha parlato con il leader Pd?
"No, non ho parlato né con Zingaretti né con Calenda. Il mio auspicio è che il mio partito non subordini mai la tutela dello stato democratico a valutazioni di opportunità politica. Questa è una posizione dalla quale non mi muovo. Non si può mettere in secondo piano neanche per un secondo la tutela dello stato di diritto. Una volta che lo accetti non torni più indietro. E mi sembra che per il partito il problema non è tanto l'ispezione in sé, ma la reazione che c'è stata".
Sta dicendo che il Pd la critica per paura di perdere consenso?
"Probabilmente sì, ma non credo sia la strategia giusta. Si torna al governo rimanendo sé stessi, difendendo i nostri valori, non scimmiottando la cultura dominante".
Per il suo collega di partito Fiano, bisogna tenere conto dei "sentimenti" dell'opinione pubblica...
"La politica non può solo accodarsi al sentimento popolare, ha la responsabilità di testimoniare valori anche se minoritari. Ci sono stati fasi nella storia nelle quali si sono affermate vere e proprie barbarie perché lo voleva il popolo. Il ministro dell'interno anziché assicurare l'incolumità dei detenuti, come è doveroso, incita la vendetta. Bisogna prendere una posizione netta".
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 2 agosto 2019
"Non mi faccio intimidire dalle squadracce di Salvini", dice a sera il deputato renziano Ivan Scalfarotto. La sua ispezione a Regina Coeli martedì, dove ha incontrato i due assassini del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, è finita prontamente nel mirino delle bocche di fuoco social del ministro dell'Interno Matteo Salvini.
Anche il Pd ne ha preso le distanze. Il segretario Nicola Zingaretti l'ha definita "un'iniziativa personale", l'europarlamentare Carlo Calenda l'ha spiegata con un colpo di calore, e il deputato Emanuele Fiano ha detto che "Ivan ha invertito l'ordine delle priorità".
È stata la foto bendata scattata in caserma ad uno dei due arrestati a indurlo ad andare in carcere, "nel rispetto delle mie prerogative di parlamentare. L'Arma ha subito stigmatizzato quello scatto, Salvini no, l'ha rilanciato, per chiedere ai suoi "ma vi pare una foto choc?".
"Sono andato a vedere, a titolo personale, se l'habeas corpus, per cui nessuna persona che si trova in mano allo Stato, nemmeno il peggior criminale, può essere punito se non in forza di un giudizio legale, è stato rispettato. Questo si chiama stato di diritto".
Quel che è accaduto dopo - a prescindere da quel che ognuno possa legittimamente pensare del gesto politico di Scalfarotto - è istruttivo sulla temperatura civile del Paese. Mercoledì mattina Scalfarotto posta l'articolo sulla visita, pubblicato da La Stampa, sul proprio profilo Facebook, e fino alle 22 non suscita alcun interesse degno di nota. Poi Salvini decide di condividerlo.
A caratteri cubitali scrive "pazzesco!!!" e vi aggiunge due righe: "Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato. Non ho parole". In poco tempo il post viene condiviso 25mila volte, ottiene 31mila commenti, incamera 44mila like. Scalfarotto ha calcolato che è stato letto da 340mila persone. Il parlamentare pd finisce seppellito sotto una valanga di insulti sanguinosi.
La critica che gli viene rivolta nel merito è di non essere andato a trovare la vedova del carabiniere: a mettere in fila le ingiurie, molte delle quali qui sono irriferibili, si ha il quadro di un linciaggio. E mentre il popolo di Matteo lapidava Scalfarotto, per non essere da meno col ministro, anche il sottosegretario M5S Carlo Sibilia ci aggiungeva il suo carico: "Questo deputato Pd ha scelto di andare a trovare l'assassino in carcere. Voi che ne pensate? Per me è rivoltante. Vada in carcere, ma esca da Parlamento".
Di fronte all'onda sollevata, Matteo Salvini rilanciava con un altro post: "Noi stiamo con i carabinieri, qualcun altro va a trovare delinquenti. Noi stiamo con gli italiani, qualcuno evidentemente ha altri interessi. Pd, sempre dalla parte sbagliata", e posta una doppia foto di Scalfarotto e di Sandro Gozi, il Pd appena nominato consigliere del governo francese. Perché, Scalfarotto, non è andato a trovare la vedova? "Non l'ho fatto per discrezione e rispetto. Se mi sarà data l'opportunità, quella sarà l'unica visita commossa e sentita".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 2 agosto 2019
Può essere considerata illegale solo la pena che risulti inferiore al minimo edittale. E nell'ipotesi di pena illegale non rientrano eventuali errori di calcolo. Con la sentenza 35200 la Cassazione respinge il ricorso del Pm che chiedeva di annullare il patteggiamento perché, in quella sede, era stata applicata per il reato di dichiarazione infedele, una diminuzione di pena per il rito, superiore a quella massima consentita dall'articolo 444 del Codice di procedura penale. Una conclusione che la pubblica accusa supporta con i numeri.
La pena di un anno e quattro mesi di reclusione, che risultava dopo l'applicazione delle attenuanti generiche era stata ridotta della metà anziché di un terzo, con una pena finale fissata in otto mesi di reclusione. La Cassazione respinge il ricorso. I giudici della terza sezione penale, ricordano che il nuovo codice di rito, introdotto con la legge103/2017, applicabile al caso esaminato, ha aperto la possibilità di ricorso in Cassazione, in caso di patteggiamento, all'ipotesi di pena illegale.
La giurisprudenza, anche a Sezioni unite, ha chiarito che l'illegalità della pena rende invalido l'accordo concluso dalle parti e ratificato dal giudice, con conseguente annullamento, senza rinvio, della sentenza che lo ha recepito. Un passo che consente alle parti di rinegoziare l'accordo su basi corrette. In quest'ambito i giudici di legittimità hanno definito la nozione di pena illegale come quella stabilita "da una sentenza che recepisca un accordo tra le parti relativamente a un reato continuato per il quale la pena-base risulti quantificata, a seguito di una errata individuazione del reato più grave, in misura inferiore al relativo minimo edittale".
Ulteriore chiarimento riguarda la valutazione di congruità della pena solo rispetto al valore finale, senza considerare i passaggi intermedi. Nel caso esaminato la pena finale di 8 mesi non è inferiore al minimo assoluto previsto dal Codice penale. "Né la pena considerata quale base di computo, è cioè quella di due anni di reclusione, è inferiore a quella prevista come minimo edittale per il reato di cui all'articolo 2 del Dlgs 74/2000, contestato all'imputato (pari a un anno e sei mesi di reclusione)". Si è dunque fuori dall'ambito di applicazione del principio sulla pena illegale, al quale è estranea l'ipotesi dell'errore di calcolo compiuti per stabilire la pena finale.
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