Ansa, 27 febbraio 2015
Prosegue il progetto sociale Frescobaldi per Gorgona: oggi sono iniziati i lavori per raddoppiare il piccolo vigneto curato direttamente dai detenuti dell'ultima isola-carcere in Italia, nell'arcipelago toscano, sotto la guida di Lamberto Frescobaldi, presidente della Marchesi de Frescobaldi, e del suo staff. Un nuovo ettaro di Vermentino si aggiunge a quello già in produzione e che ad oggi ha regalato tre vendemmie. La produzione è un numero selezionatissimo di bottiglie numerate, dalle 2700 del 2012 alle 3200 della vendemmia 2014, di vino bianco a base di uve Ansonica e Vermentino battezzato appunto Gorgona. L'obiettivo Frescobaldi per Gorgona è dare ai detenuti la possibilità di imparare il mestiere del viticoltore e di fare un'esperienza professionale concreta in vigna sotto la supervisione degli agronomi e degli enologi della storica azienda vitivinicola toscana, che ha avuto in affitto per 15 anni le vigne dell'isola.
Il progetto di collaborazione tra l'azienda Frescobaldi e il penitenziario dell'isola Gorgona, è iniziato tre anni fa e prosegue oggi sotto l'occhio vigile del direttore dell'istituto Carlo Mazzerbo. Attualmente nei vigneti della Gorgona lavorano, a rotazione, sei dei settanta detenuti che vivono sull'isola. "Anche questo secondo ettaro di vigna ha uno scopo profondo, coinvolgente ed educativo per i detenuti - ha sottolineato Lamberto Frescobaldi. È un modo per insegnare loro un mestiere e dargli anche qualcosa a cui pensare per portare la mente altrove". "Con questo nuovo ettaro - ha concluso - puntiamo a portare, nei prossimi anni, la produzione a circa 6 mila bottiglie che raccontino l'unicità di questo luogo ma anche l'eccellenza italiana".
Il Centro, 27 febbraio 2015
Il tribunale dell'Aquila accoglie i ricorsi di due teramani: hanno denunciato come a Castrogno e in altri istituti le condizioni di vita violino la Convenzione dei diritti dell'uomo. Devono essere risarciti perchè costretti a una detenzione "in condizioni inumane".
Due ex detenuti, C.G. di Teramo e C.A. di Campli, hanno vinto il ricorso contro il ministero della Giustizia. Il presidente del tribunale dell'Aquila, Ciro Riviezzo, ha emanato lunedì scorso due decreti in cui dispone che il primo venga risarcito con 25mila euro e il secondo con 8mila, riconoscendo il danno subito per aver espiato la pena in condizioni di palese contrasto dei criteri previsti dall'articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
È la prima volta in Abruzzo, e una delle prime in Italia, che viene accolto un ricorso di questo tipo. A rappresentare i due ex detenuti è stato l'avvocato Massimo Ambrosi che spiega come un decreto legge del 2014 abbia "previsto la possibilità, anche per i detenuti i quali abbiano già finito di espiare un periodo di detenzione in contrasto con i principi sanciti dalla Convenzione, di adire il tribunale del capoluogo del distretto in cui risiedono per ottenere il risarcimento del danno subito".
C.G. ha scontato 3.189 giorni di detenzione, tra il 1996 e il 2014, in una serie di istituti di pena: Teramo, Pisa, Pistoia, Massa, Vasto, Lucca e Firenze. Diversi i problemi riscontrati: da uno spazio a disposizione in ogni cella inferiore ai 3 metri quadri, a mancanza di acqua calda, riscaldamento, bagni idonei, sovraffollamento. C.A. invece è stato in carcere circa tre anni. L'ex detenuto racconta che nel carcere di Castrogno era "costretto a condividere una cella singola di forse 5 metri quadri - bagno incluso - con un'altra persona e con letto a castello; le docce erano in pessimo stato". E che "in carcere faceva sempre un freddo insopportabile e che, al più, i termosifoni funzionavano per un'ora al giorno".
Nel ricorso si fa poi notare che "le condizioni generali dell'istituto erano dir poco drammatiche", soprattutto per il sovraffollamento: "solo al 2012 c'erano 400 detenuti a fronte di una capienza massima di circa 270". Ambrosi sottolinea che il decreto ha riconosciuto il diritto ad ottenere il risarcimento, stabilito per legge in 8 euro al giorno ,rilevando che la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo del gennaio 2013 (la cosiddetta "Torreggiani") e ancor prima la Sulejmanovic "hanno introdotto principi che l'Italia ha dovuto recepire e ha ribadito, anche, che le carenze delle carceri sono strutturali e le condizioni sono tali da costituire un trattamento inumano".
Il direttore del carcere di Castrogno, Stefano Liberatore attende di leggere il decreto "per verificare le situazioni segnalate e se sarà necessario intervenire. Ma noi siamo in regola per gli spazi detentivi: abbiamo trasmesso una stima tecnica a Roma, siamo allineati alle normative della Unione europea. Le celle sono a norma, con oltre 9 metri quadri. E ogni stanza ospita due detenuti. Le docce erano in passato vetuste, ma abbiamo fatto gli interventi di manutenzione. Sul freddo usiamo ancora il riscaldamento a gasolio, abbiamo da anni avviato la pratica per arrivare alla metanizzazione.
Addirittura ci siamo interessati per un impianto fotovoltaico. Il carcere di Castrogno, soprattutto per la sua posizione, è freddo, ma i riscaldamenti funzionano. Siamo sempre attenti a garantire le esigenze di salute dei detenuti. I soldi per fare tutto non ci sono, facciamo tutto quel che è possibile. Il problema del sovraffollamento si è ridotto, da un paio d'anni: ora ci sono 360-370 detenuti rispetto ai 420-430 del passato. Teramo è il carcere più complesso d'Abruzzo e Molise, nonostante sia meno grande rispetto a Sulmona: ci sono 4-5 tipologie di detenuti, comprese le donne. Nonostante le grosse criticità facciamo molto".
Il direttore: celle a norma e meno sovraffollamento
Il direttore del carcere di Castrogno, Stefano Liberatore (nella foto) attende di leggere il decreto "per verificare le situazioni segnalate e se sarà necessario intervenire. Ma noi siamo in regola per gli spazi detentivi: abbiamo trasmesso una stima tecnica a Roma, siamo allineati alle normative della Unione europea. Le celle sono a norma, con oltre 9 metri quadri. E ogni la stanza ospita due detenuti. Le docce erano in passato vetuste, ma abbiamo fatto gli interventi di manutenzione.
Sul freddo usiamo ancora il riscaldamento a gasolio, abbiamo da anni avviato la pratica per arrivare alla metanizzazione. Addirittura ci siamo interessati per un impianto fotovoltaico. Il carcere di Castrogno, soprattutto per la sua posizione, è freddo, ma i riscaldamenti funzionano. Siamo sempre attenti a garantire le esigenze di salute dei detenuti. I soldi per fare tutto non ci sono, facciamo tutto quel che è possibile. Il problema del sovraffollamento si è ridotto, da un paio d'anni: ora ci sono 360-370 detenuti rispetto ai 420-430 del passato. Teramo è il carcere più complesso d'Abruzzo e Molise, nonostante sia meno grande rispetto a Sulmona: ci sono 4-5 tipologie di detenuti, comprese le donne. Nonostante le grosse criticità facciamo molto".
di Stefania Sorge
Il Centro, 27 febbraio 2015
È stato recluso in condizioni "inumane e degradanti" nel carcere di Lanciano. Per questo motivo il ministero della Giustizia è stato condannato a risarcire un ex detenuto. Dal tribunale dell'Aquila arriva una delle prime applicazioni, in Abruzzo, della norma contenuta nel "decreto carceri", approvato la scorsa estate dal Parlamento. Una norma che prevede il risarcimento in denaro dei detenuti costretti a vivere in celle anguste e sovraffollate e che evita all'Italia, più volte richiamata, di incappare nelle pesanti sanzioni della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Sostanzialmente il decreto prevede, nel caso che il periodo di detenzione sia terminato, un risarcimento di 8 euro per ogni giorno trascorso in carcere in violazione dell'articolo 3 della Convenzione dei diritti dell'uomo. Limitazione degli spazi a disposizione dei detenuti dovuta al sovraffollamento, mancanza di servizi igienici adeguati, illuminazione insufficiente, sono alcune delle condizioni che fanno scattare il risarcimento dei danni subiti. In queste condizioni ha dichiarato di essere stato recluso un ex detenuto del braccio comune dell'istituto penitenziario di Villa Stanazzo. L'uomo vi ha trascorso 717 giorni a partire dal 2012. Assistito dall'avvocato Elvezio Caporale, ha chiesto il risarcimento dei danni, che gli è stato accordato dal giudice Ciro Riviezzo del tribunale dell'Aquila, competente in materia.
All'ex carcerato il ministero di Giustizia dovrà risarcire poco più di 5mila euro. "Il ricorrente ha avuto a disposizione nella cella meno di 3 metri quadrati di spazio", sancisce il decreto del tribunale emesso il 18 febbraio, "con condizioni di illuminazione ed igieniche precarie, mancanza di acqua calda, di doccia e di aspirazione nel bagno privo di areazione naturale, difetto di riscaldamento, in una condizione generale di sovraffollamento carcerario".
Gli ultimi dati che riguardano la popolazione del supercarcere frentano, che ospita anche sezioni di alta sicurezza (416 bis) parlano di 290 detenuti, mentre la capienza regolamentare è di 180. Nell'ottobre 2013 la Uil-Pa penitenziari fotografò le condizioni del penitenziario, dove nelle celle singole vengono stipati tre detenuti e il terzo letto si trova a 45 centimetri dal soffitto. Nel luglio 2012 Antigone, l'Osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione, insieme all'angustia degli spazi testimoniò anche di bagni con impianti di areazione mal funzionanti, interruzioni nell'erogazione dell'acqua e macchie di umidità su pareti e soffitti.
Ansa, 27 febbraio 2015
Un carcere con circa 400 detenuti, quello alla frazione Piccolini di Vigevano, in black-out elettrico per circa dieci ore consecutive, un'intera notte: dalle 22.30 di ieri sera sino a questa mattina, quando la corrente è finalmente tornata. La polizia penitenziaria si è trovata in forte difficoltà, tanto che ha dovuto chiedere l'intervento dei vigili del fuoco, per illuminare con le fotoelettriche gli esterni, e della polizia di Stato come supporto al servizio di ronda perimetrale.
"La corrente - spiega il direttore Davide Pisapia - è saltata in quasi tutto l'istituto. Il guasto è collegato a lavori di ammodernamento appena conclusi alla cabina elettrica di media tensione. Ora è molto sensibile, basta un piccolo sbalzo o un dispositivo guasto per mandare tutto in blocco. Abbiamo un gruppo elettrogeno, ma ad avvio solo manuale, e la notte scorsa neanche quello voleva partire.
Ma dovrebbe essere automatizzato". I sindacati già da settimane denunciavano il funzionamento a singhiozzo dell'impianto elettrico. In una lettera inviata il 16 febbraio al direttore e al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria parlavano di "istituto in costante black-out, con alcune zone assolutamente prive di un minimo di illuminazione. La cinta muraria è illuminata per circa il 10 per cento e la zona antistante il passo carraio e il parcheggio è totalmente al buio, così come l'area del nucleo traduzioni e tutta la zona della block-house, che non si riesce a vedere dalla portineria interna, da dove dovrebbe essere controllata".
www.tarantobuonasera.it, 27 febbraio 2015
Un progetto, l'ennesimo, per facilitare il reinserimento sociale dei detenuti o, in questo caso, delle detenute.
La casa circondariale Carmelo Magli di Taranto, nella persona del direttore Stefania Baldassarri, e l'istituto scolastico Archimede, dirigente scolastico Pasqua Vecchione, hanno avviato un rapporto di collaborazione attraverso la realizzazione di un percorso di apprendimento relativo all'indirizzo operatore dell'abbigliamento-moda, dal titolo "Dalla progettazione alla confezione", rivolto proprio alle detenute.
Il percorso mira a far acquisire competenze di base nel cucito, partendo dalle nozioni basilari, per giungere a saper attuare 'trasformazioni creativè su cartamodelli già esistenti. Il via al corso è fissato per domani, e coinvolgerà le corsiste detenute per 30 ore in attività di laboratorio, a cura della professoressa Eugenia Schirone, col coordinamento didattico del preside Salvatore Montesardo e la collaborazione, fondamentale, dell'area pedagogica del penitenziario. L'iniziativa, spiegano dalla Casa circondariale, è volta a favorire "concreti percorsi di cambiamento nella vita e nelle scelte di chi è incorso nella giustizia.
Questo a partire da un tempo detentivo che diventa, per quanti realmente decidono di dare una svolta al proprio modo di vivere, un'opportunità scolastica e di formazione professionale, di orientamento, e quando possibile di collocamento lavorativo".
Ansa, 27 febbraio 2015
Raccogliere libri e dizionari da donare alle biblioteche delle case circondariali sparse sul territorio nazionale. È l'obiettivo del progetto "Letture d'evasione", presentato ieri mattina alla Sala stampa della Camera. L'iniziativa è promossa a livello nazionale dai deputati Laura Coccia e Khalid Chaouki del Pd, intervenuti all'incontro, che seguono con attenzione i problemi del nostro sistema carcerario, i temi dell'integrazione e del recupero sociale dei detenuti e di coloro che hanno scontato la pena. L'iniziativa punta ad aumentare la disponibilità delle biblioteche carcerarie e migliorare, seppur marginalmente, le condizioni dei detenuti.
"È un dato di fatto che tra devianza e precedenti esperienze scolastiche fallimentari esiste un nesso stretto (evidenziato anche da documenti europei) e che il livello d'istruzione dei detenuti è mediamente basso, senza considerare l'alta percentuale di stranieri presenti nei nostri istituti, ai quali mancano le conoscenze di base della lingua italiana", ha dichiarato Coccia. "Con Letture d'evasione ci si propone di rendere disponibile anche agli stranieri detenuti in Italia materiale nel proprio idioma per aiutarli nell'apprendimento della nostra lingua, agevolando così il reinserimento nella società una volta scontata la pena e nel periodo di libertà parziale previsto per le pene alternative alla detenzione" ha sottolineato Chaouki. L'incontro è stato moderato dal direttore del Il Garantista Piero Sansonetti.
Agi, 27 febbraio 2015
Ancora una volta, a fare le spese dell'ennesimo scoppio di violenza nelle carceri Italiane, è stato un Agente di Polizia Penitenziaria. Il fatto si è consumato alle ore 11:45 circa, nella Casa Circondariale di Ivrea, all'interno del Reparto scuola, dove è scoppiata una rissa tra due detenuti. All'interno dell'area si trovava l'Agente comandato di servizio nel turno mattinale, con circa una ventina di detenuti, intenti a seguire le ultime lezioni della mattina. Probabilmente per futili motivi, due ristretti di nazionalità italiana, sono venuti violentemente alle mani facendo scorrere subito del sangue; il poliziotto, al fine di salvaguardare la salute dei due, evitando che la situazione degenerasse, è prontamente intervenuto ricevendo in cambio alcuni colpi, oltreché ritrovarsi imbrattato del sangue dei litiganti.
Il malaugurato episodio ha determinato nel poliziotto penitenziario intervenuto, una prognosi di tre giorni che sicuramente sarebbe potuta essere più lunga se altre unità, richiamate dalle urla, non fossero giunte in aiuto del collega. A margine di questo doloroso evento - per cui il Sinappe tiene ad esprimere la propria vicinanza e solidarietà al collega coinvolto - emergono tutta una serie di inquietanti problematiche legate alla sicurezza del personale e ad un valido intervento di primo soccorso.
Innanzi tutto pare che il malcapitato, nel tentativo di chiedere aiuto suonando l'allarme generale, si sia fatto male alla mano rompendo il vetro di protezione,
chiaramente (per motivi di sicurezza)sprovvisto di martelletto. Inoltre, quando i colleghi giunti sul posto hanno cercato di prestare le prime cure al poliziotto ferito, si sono resi conto che i medicamenti contenuti nella valigetta del primo soccorso, erano scaduti da un bel pezzo e quindi inutilizzabili. Pare quindi che siano diverse le cose da rivedere tanto nell'Istituto de quo che in tutti i penitenziari italiani, dove sembrerebbe che la garanzia della sicurezza è lasciata solo nelle mani del personale senza essere supportata dai giusti mezzi e predisposizioni. Pertanto, al fine di salvaguardare e tutelare tutti i dipendenti sul luogo di lavoro, si auspica in un pronto intervento dell'Amministrazione, affinché si eviti il reiterarsi di altri casi drammatici.
di Massimiliano Annetta (Avvocato)
Il Garantista, 27 febbraio 2015
Intervengo, buon ultimo, nel dibattito provocato dall'articolo a firma di Errico Novi sulla "tangentopoli" sammarinese. Premetto che non potrò entrare troppo nel merito della vicenda giudiziaria in corso, non tanto per la questione "estetica" che sconsiglia al difensore di tessere le lodi delle proprie tesi processuali, ma perché nell'ordinamento sammarinese esiste il reato di cui all'art. 17 delle norme di attuazione del codice penale e di riforma della procedura penale per il quale "i difensori delle parti sono tenuti al segreto sia per tutto quanto avvenuto nel corso degli atti ai quali hanno presenziato sia per quanto concerne la copia dei verbali di detti atti loro rilasciata, fino al momento della pubblicazione del processo"; che poi sulla stampa sia tutto un florilegio di indiscrezioni in ordine all'indagine già di per sé la dice lunga sulla parità delle armi in campo tra accusa e difesa.
Posso, invece, offrire un contributo alla riflessione sollecitata dalla replica che all'articolo ha voluto rivolgere la Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino e dalla controreplica che ne è seguita, perché è riflessione che va diritto al punto della questione Giustizia, in Italia, a San Marino ed in ogni altro Paese, e che è una sola: l'equilibrio fra i poteri. Perché, all'evidenza, la questione è quella della costruzione di uno spazio giuridico europeo e, soprattutto, della direzione che questa costruzione vogliamo che prenda.
Certo comprendo che il diritto sia materia che, come diceva Winfried Hassemer, mal si presta alle semplificazioni (sebbene il filosofo aggiungesse che nondimeno tutti volessero dire la loro, un po' come nel calcio). Ma alla Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino verrebbe da chiedere qual è la sua opinione circa la compatibilità tra adesione alla Convenzione Europea dei Diritti dell'uomo ed un ordinamento inquisitorio puro quale quello sammarinese, nel quale non son previsti termini temporali di sorta alla durata della custodia cautelare e in carcere ci si può finire, di fatto, senza vaglio di un giudice terzo, data la totale devoluzione della fase cautelare al magistrato inquirente.
Sono domande che, all'evidenza, non urtano la "sovranità" di nessuno né tantomeno paiono "illazioni avanzate in ordine alla correttezza e alla competenza dei giudici", ma, chissà perché, restano senza risposta. Torniamo, quindi, al tema principale: quale spazio giuridico europeo? Perché qui la questione diventa rilevante anche alle nostre latitudini e il riferimento alla proposta Gratteri pare tutt'altro che campato in aria, perché in Italia un sistema compatibile con i principi della Cedu ce l'abbiamo, ed è quello costruito dal codice Vassalli e basterebbe depurarlo dai sedimenti che sin dalla sua nascita i nostalgici dell'inquisizione gli hanno appiccicato addosso. Sarà per questo che, nonostante sia ormai un ragazzone di ventisei anni, ancora nelle aule dei tribunali ci si ostina a chiamarlo "nuovo codice" come se fosse un discolo che va riportato alla ragione a suon di scappellotti.
E a ben vedere i centotrenta articoli della proposta Gratteri questo sono: buffetti, nemmeno troppo affettuosi, al rito accusatorio. E non è che se alziamo lo sguardo al livello europeo le cose vadano troppo meglio perché si replica il solito problema che abbiamo a casa nostra: la produzione legislativa in materia di giustizia non è mai affrontata come problema giuridico e neppure giudiziario, ma solo politico, spesso nella sua declinazione più prosaica, che anche i bambini sanno essere esclusivamente quella di guadagnare il consenso. E non c'è niente di meglio del populismo forcaiolo per raggiungere lo scopo, agitando ogni volta un idolum theatri diverso: una volta la sicurezza, l'altra la corruzione, l'altra ancora il terrorismo, e chi più ne ha più ne metta.
Questo produce al Parlamento Europeo come in quello nostrano, una continua rincorsa, quasi sempre esclusivamente enfatica, a modelli securitari. E non è che fuori dai parlamenti le cose vadano meglio perché si fa avanti sempre più forte una suggestione che immagina di poter risolvere tutti i problemi trasferendo al Giudice un inammissibile potere punitivo talvolta al di là dei limiti normativamente fissati, ritenendo che il giudice sia chiamato a inverare non lo Stato di diritto ma lo Stato etico, senza accorgersi, o forse accorgendosene benissimo, che così si negano alla base quelli che sono i principi fondamentali dello stato democratico. Ecco allora che il tema di quale spazio giuridico europeo costruire dimostra tutta la sua attualità. Proprio perché abbiamo il timore che qualcuno a Bruxelles o più vicino a noi abbia la tentazione di "tornare indietro", abbiamo deciso di costituire Jus Progress.
A ben vedere nel nome ci sta già tutto: diritto, in un'ottica progressista e riformista, mischiando latino e inglese, per rammentarci dove andiamo ma ricordarci pure da dove veniamo. Perché i garantisti saranno pure pochi, magari si sono pure un po' imborghesiti e hanno persino messo su un po' di pancetta, ma sui fondamentali non transigono e se sono riusciti con le loro battaglie, che affollate non sono state mai, a fare inserire il Giusto Processo in Costituzione, possono farsi sentire anche in Europa.
Mi sento quindi di tranquillizzare la Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino: il fine che chi scrive, sia quando indossa la toga del difensore sia quando come oggi si occupa di politica giudiziaria, cos' come del giornale che ospita queste mie riflessioni, del quale sono innanzitutto un assiduo lettore, è ben più ambizioso che quello di polemizzare con la Serenissima Repubblica di San Marino.
P.S.: una cosa però alla Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino proprio non riesco a fare a meno di dirla: non una riga, nella replica, sulla questione carceraria; sul tema che c'è qualcosa che non va non lo diciamo noi "garantisti": lo dice il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, e a ricordarlo non mi pare che si possa offendere nessuno.
di Sergio Granata
Giornale di Sicilia, 27 febbraio 2015
La difesa ha presentato un ricorso a Strasburgo. Il senatore Di Biagio: "Ho contattato le ambasciate a Podgorica e negli Usa. Massimo Romagnoli, arrestato in Montenegro per traffico di armi, è stato estradato negli Usa. A darne notizia il legale Nicola Pisani: "Trasferito senza nemmeno avvisare gli avvocati e adesso tutto passa alla giurisdizione americana".
Massimo Romagnoli, l'ex parlamentare Orlandino di Forza Italia, arrestato in Montenegro lo scorso dicembre con l'accusa di traffico d'armi, dietro mandato di cattura spiccato dalle autorità Usa, è stato estradato. L'ex parlamentare ha lasciato il carcere di Podgorica per salire su un aereo diretto a New York. A darne notizia, attraverso il sito internet "Italia Chiama Italia" (vicino a Romagnoli sin dal sua campagna elettorale degli italiani all'estero) è stato l'avvocato Nicola Pisani - che difende l'imprenditore Orlandino.
Il legale dell'ex patron dell'Orlandina calcio ha spiegato che l'estradizione è avvenuta in maniera repentina "senza nemmeno avvisare gli avvocati e quindi adesso tutto passa alla giurisdizione americana". La situazione che riguarda Massimo Romagnoli, sempre secondo suo legale, a questo punto "è più complicata, si sposta su un piano diverso". Comunque, ricorda Pisani, "è stato fatto un ricorso a Strasburgo".
Ieri è intervenuto sulla vicenda anche il senatore Aldo Di Biagio, eletto nella ripartizione estera Europa, che fin dall'inizio si è dato molto da fare per cercare soluzioni sulla questione che vede Romagnoli coinvolto in prima linea. "Ho sentito nelle scorse ore l'ambasciatore italiano a Podgorica - ha raccontato il senatore Di Biagio - mi ha detto che Romagnoli era comunque sereno, cosciente del fatto che tutto ciò che si poteva fare per aiutarlo in qualche modo era stato fatto.
Personalmente da subito mi sono interessato al caso, coinvolgendo anche la Commissione diritti umani del Senato e il suo presidente, Luigi Manconi, che da parte sua ha presentato interrogazioni parlamentari e contattato ministro dell'Interno e prefetto di Roma. Purtroppo non c'è stato nulla da fare per provare a fare estradare Romagnoli in Italia. L'ambasciatore italiano negli Stati Uniti è stato già contattato - ha aggiunto Di Biagio, avvertito che un cittadino italiano arrestato in Montenegro è a New York, estradato negli Usa, affinché l'ambasciata e la nostra diplomazia possano assicurare massima assistenza a Romagnoli anche in territorio americano".
www.liberatv.ch, 27 febbraio 2015
Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni ha presentato oggi il nuovo Servizio Gestione Detenuti della Polizia cantonale e le nuove celle. Oggi, giovedì 26 febbraio, alla presenza del Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, del Capo della Gendarmeria della Polizia cantonale Decio Cavallini e del Direttore delle Strutture Carcerarie cantonali Stefano Laffranchini, si è volto un incontro con i media per presentare il nuovo Servizio Gestione Detenuti della Polizia cantonale e le nuove celle di polizia.
Il Servizio Gestione Detenuti (Sgd) si occupa della sorveglianza dei carcerati nelle celle di polizia, della gestione dei detenuti piantonati, della traduzione delle persone in stato di arresto provvisorio, del trasporto dei carcerati per le autorità penali cantonali e presso le autorità di altri Cantoni, dell'organizzazione dei trasporti intercantonali e dell'allestimento dei profili segnaletici degli arrestati. Il servizio, attivo dal 2013, ha visto completata la sua evoluzione con la certificazione di agibilità delle celle di polizia presso il Palazzo di giustizia di Lugano, attive dal novembre 2014. Inoltre, sono state sistemate le celle di sicurezza presso l'Ospedale Civico di Lugano ed è stata realizzata una cella di sicurezza presso la Clinica psichiatrica cantonale a Mendrisio.
Con il nuovo Servizio Gestione Detenuti si è proceduto a professionalizzare la gestione delle persone incarcerate fuori dalle Strutture carcerarie, sgravando nel contempo gli agenti di polizia da questo onere, in favore della loro attività sul terreno. Le nuove celle di polizia implicheranno una riduzione delle incarcerazioni presso il carcere giudiziario La Farera, permettendo così un'ottimizzazione delle risorse e un miglioramento nei flussi di lavoro. Non da ultimo, questo progetto ha favorito la costituzione di un centro cantonale di competenza per l'allestimento di profili segnaletici (fotografie, dati dattiloscopici, ecc.). "Non chiamatele più pretoriali! Da oggi sono celle di polizia", ha detto il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi nel corso dell'incontro con la stampa.
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