ilgiunco.net, 3 agosto 2019
È stato riattivato, dopo un periodo di sospensione, il progetto che vede protagonisti la Asl Toscana sud est, la direzione della casa circondariale di Grosseto e le associazioni Club alcologici territoriali (Acat) Grosseto Green e Grosseto Nord, a sostegno della salute dei detenuti con problemi alcol-correlati. Il progetto, nato nel 2015, è stato strutturato come rete di ascolto e di assistenza per i detenuti con l'obiettivo di aiutarli nella gestione dei problemi relativi all'uso di alcol e fornire loro gli strumenti per mantenere l'equilibrio raggiunto anche nella fase post carcere.
Il programma di recupero prevede l'organizzazione di un club alcologico all'interno della struttura di via Saffi, a cui i detenuti possono aderire per partecipare a incontri periodici con gli operatori. Gli incontri sono condotti da un "servitore-insegnate", volontario esperto dell'Acat, insieme alla collaborazione dei professionisti del Serd e degli educatori della Casa Circondariale.
Nel programma i detenuti sono seguiti dai professionisti dell'Unità Funzionale Dipendenze Area grossetana (Serd), diretta dal dottor Fabio Falorni. In particolare, il coordinamento é affidato alla psicologa Paola Bovo, responsabile del Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale Alcol della Asl, che insieme ad altri operatori sanitari e all'assistente sociale si dedicano alla realizzazione del progetto, partendo dalla prima fase di valutazione dei problemi legati all'abuso di alcool, avviata su richiesta del detenuto stesso o su segnalazione di sanitari o educatori che lavorano direttamente nella struttura.
"Le nostre azioni sono orientate a riconoscere subito i detenuti che manifestano problemi da alcol - spiegano gli operatori Asl - attraverso l'incremento dell'attenzione di chi sta costantemente a contatto con loro. Nel percorso che facciamo insieme, cerchiamo di affinare sempre di più gli strumenti di lavoro per la soluzione dei problemi legati agli alcolici, offrendo loro una rete di supporto al cambiamento e a nuovi stili di vita senza il consumo di bevande alcoliche".
"Chi ha problemi alcol-correlati si trova in una situazione di difficoltà fisica e psicologica. - spiega Falorni - Riuscire a uscire da queste criticità necessità molto impegno e ancora di più in situazioni particolari come la detenzione. Per questo il progetto si pone il duplice obiettivo di aiutare queste persone a smettere con l'uso di alcol, sensibilizzandole anche a corretti stili di vita in generale, e quello di rappresentare un ponte che li prepara gradualmente e li accompagna verso il rientro nella comunità, in linea con il principio di continuità della presa in cura del paziente".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 agosto 2019
Ha anche un tumore e aspetta tac e terapia. Ha una fibrosi polmonare conclamata che da un anno doveva essere, invano, curata tramite cicli di terapia e come se non bastasse, recentemente, gli hanno diagnosticato un tumore alla prostata: da due mesi aspetta una tac per capire come curarlo, onde evitare anche le metastasi.
È l'incubo nel quale sta vivendo l'ergastolano ostativo Mario Trudu, recluso nel carcere sardo di Oristano. La sua storia è stata narrata su queste stesse pagine de Il Dubbio, quando il suo legale Monica Murru aveva inviato un'istanza per chiedere l'incompatibilità con il carcere. Rigettata, ma con l'ordine di curarlo adeguatamente, oppure trasferirlo in un luogo idoneo per eseguire la terapia.
Niente da fare. Oltre a rimanere in carcere, teoricamente incompatibile con le sue gravi patologie, non è tuttora sottoposto alle giuste cure e, tramite una nuova perizia disposta dall'avvocata, si è scoperto che si sono ulteriormente aggravate. Trudu vive così, nel limbo, senza conoscere lo stato di gravità del suo tumore e con l'aggravarsi dell'altra sua patologia priva di cure come ordinato dal tribunale di Sorveglianza. Per questo motivo, alla luce dell'intensificarsi della patologia a causa delle mancate cure e l'insorgenza di un tumore, l'avvocata Monica Murru ha inoltrato un'altra istanza dove si insiste nella concessione del beneficio richiesto della detenzione domiciliare che, in ipotesi di accoglimento, verrebbe goduto presso l'abitazione della sorella. Però il tempo passa, il tribunale di Sorveglianza ancora non ha fissato l'udienza e Mario Trudu non viene curato.
L'avvocata Murru e Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", hanno lanciato un appello pubblico per chiedere anche l'intervento del Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma. "È forse opportuno ricordare che Mario Trudu - osservano - ha 69 e si trova in carcere da 40 anni. Le sue condizioni di salute sono precarie e appaiono incompatibili con il regime detentivo. La fibrosi polmonare è una complicazione che può portare alla mortalità. Il tumore prostatico non si ferma in attesa che qualcuno si prende la briga di avviare una cura adeguata. È noto, del resto, che un detenuto ha diritto di accedere alle strutture private convenzionate per gli accertamenti diagnostici e le cure".
Sottolineano Caligaris e Murru, facendosi interpreti delle preoccupazioni dei familiari: "Ci domandiamo perché non vengano rispettati principi e norme che non solo la Costituzione e la legge sull'ordinamento penitenziario ma anche le recenti sentenze della Cassazione e perfino le circolari del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria rimarcano con chiarezza in merito alla salute in cattività". L'appello prosegue ribadendo che "l'ergastolo ostativo non contempla l'esclusione del diritto alla salute che deve essere garantito a tutte le persone private della libertà in quanto diritto e valore umano".
Concludono infine Caligaris e l'avvocata Murru: "Rivolgiamo quindi un appello al Garante nazionale Mauro Palma affinché valuti l'urgenza di far rispettare le norme vigenti. Si tratta di procedere celermente alla diagnostica e a un ricovero in un Ospedale per l'intervento chirurgico e/o in una Residenza Sanitaria affinché l'anziano detenuto possa trovare l'assistenza indispensabile per la cura delle gravi patologie in atto. Non è la libertà al centro della vicenda ma il diritto umano che deve prevalere specialmente quando le condizioni di una persona appaiono davvero gravi".
La Repubblica, 3 agosto 2019
Un detenuto nel carcere di Ariano Irpino, in provincia di Avellino, si è dato fuoco all'interno della sua cella in preda ad un raptus. Si tratta di un giovane napoletano di 24 anni che ha riportato gravi ustioni. Soccorso dagli agenti in servizio, è stato trasportato presso il locale ospedale dove si sono verificati momenti di tensione con i familiari giunti da Napoli.
Sul posto insieme agli agenti penitenziari è intervenuta una volante della Polizia di Stato. Per le gravi ferite riportate è stato trasferito in eliambulanza al Centro grandi ustioni dell'ospedale "Cardarelli" di Napoli dove sono state riscontrate ustioni di terzo e quarto grado alla testa, nuca, spalle e arti superiori. Le fiamme hanno provocato gravi danni anche all'interno della cella che ospita il detenuto.
di Barbara Cottavoz
La Stampa, 3 agosto 2019
Il brand si chiama "am@netta" e anticipa la caratteristica particolare di questo laboratorio di stampa per magliette: si trova all'interno del carcere di via Sforzesca. È stato inaugurato ieri dall'associazione culturale Brughiera CàDaMat di Busto Arsizio che ha già assunto un detenuto e spera di avviarne al lavoro anche altri entro la fine dell'anno. Rivolge il suo invito a tutti i novaresi: "Fateci lavorare tanto".
L'associazione è presieduta da Matteo Tosi, garante dei detenuti al carcere bustocco, che lo scorso anno ha avviato una start up artigiana di stampa su tessuto per magliette destinate a raduni di motociclisti: il logo delle manette è stato utilizzato come ruote, tachigrafo o occhialone dei bikers. Alla produzione hanno collaborato alcuni detenuti in regime alternativo e i proventi sono andati al carcere bustocco e al finanziamento di questo nuovo progetto che a Novara è stato accolto subito con favore.
Ieri è partito il laboratorio con la stampa da una pressa a caldo che quindi ha un utilizzo duttile, non richiede grandi numeri per essere vantaggiosa economicamente e può essere richiesta da piccoli gruppi in occasione, ad esempio, di tornei, feste di compleanno o attività sportive tra amici. Ieri è partito anche il contratto del primo dipendente, un detenuto che dovrebbe rimanere in carcere fino al 2023: "La nostra idea è di creare un progetto stabile e quindi abbiamo voluto investire su una persona che potrà seguire il laboratorio anche nei mesi futuri quando contiamo di inserire altri lavoratori" commenta Matteo Tosi, di professione addetto stampa.
Il logo "am@netta", intanto, ha allargato il suo raggio d'azione e dai motociclisti è sbarcato nel mondo della musica (vendendo le sue magliette ai concerti) e dello sport: "Abbiamo collaborato con una squadra di pallanuoto e una di calcio femminile, con un teatro e con dei locali - commentano Davide Fazio, vice presidente di Brughiera CàDaMat, e Camilla Pensa, segretaria dell'associazione. Insomma cerchiamo gente e associazioni che mettano passione in quello che fanno e che abbiano voglia di darci una mano ad aiutare chi lavorerà per noi e a far conoscere il nostro piccolo laboratorio".
"Vogliamo ringraziare la Plotterfilms by So.L.Ter., che ci ha donato tutti gli strumenti necessari a implementare questa attività, e la Casa circondariale di Novara, perché la fiducia che ci sta concedendo - compresa la disponibilità della Polizia Penitenziaria - ci permette di dare a questo laboratorio il senso che voleva avere fin dall'inizio. Fare una cosa "a manetta", infatti, vuole dire farla fino in fondo, e per noi era importante non fermarci alle parole, ma riuscire a coinvolgere concretamente qualcuno in cerca di una seconda occasione".
umbriacronaca.it, 3 agosto 2019
Il carcere diventa luogo di cultura e di bellezza. La Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia ha aderito alla seconda edizione del progetto "Per Aspera ad Astra" promosso da Acri, portando anche in Umbria l'iniziativa che prevede corsi di formazione rivolti ai detenuti per l'apprendimento delle arti e dei mestieri teatrali Coinvolti nel progetto il Teatro Stabile dell'Umbria e il carcere di Capanne
Una vita oltre le sbarre praticando una delle più profonde espressioni della cultura e della bellezza: il teatro. Anche in Umbria sono già iniziate le prime fasi del progetto "Per Aspera ad Astra. Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza".
Promossa a livello nazionale da Acri (Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio) l'iniziativa, giunta alla seconda edizione, è sostenuta da 11 Fondazioni di origine bancaria, che svilupperanno il progetto nei propri territori di competenza con l'obiettivo di tracciare un percorso che metta insieme le migliori esperienze di teatro in carcere presenti in diversi contesti territoriali, facendoli dialogare e diffondendo l'approccio anche a beneficio di altri contesti e operatori.
Per Aspera ad Astra, letteralmente "attraverso le asperità sino alle stelle", è una sfida che anche la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia ha raccolto, coinvolgendo il Teatro Stabile dell'Umbria e il carcere di Capanne per offrire ai detenuti l'occasione di riempire il tempo vuoto del carcere con esperienze teatrali creative ma anche, come sottolinea il Presidente della Fondazione Giampiero Bianconi, per "aiutarli ad acquisire le competenze utili ad abbattere la separazione di cui spesso il mondo delle carceri soffre rispetto alla società civile, così da contribuire al reinserimento nel mondo esterno e nel contesto lavorativo".
Basandosi sull'esperienza ultra trentennale della Compagnia della Fortezza di Volterra guidata dal drammaturgo e regista Armando Punzo, l'iniziativa prevede corsi di formazione che nel territorio umbro coinvolgono gli operatori del Teatro Stabile dell'Umbria ed il personale che a vario titolo opera nel carcere di Capanne funzionali ad offrire loro una metodologia di intervento e il necessario background formativo.
Dopo questa prima fase gli operatori inizieranno le attività all'interno del carcere, con corsi di formazione rivolti ai detenuti aventi ad oggetto le diverse "materie" inerenti le arti e i mestieri teatrali, come l'andare in scena, provare, replicare, costruire scenografie. I partecipanti si metteranno alla prova a livello pratico sia durante il corso quanto alla fine dello stesso: è infatti previsto uno spettacolo finale aperto al pubblico in cui potranno testimoniare la forza di un teatro capace di generare cultura e bellezza anche all'interno di un carcere.
"La seconda edizione del progetto Per Aspera ad Astra - ha detto il Presidente di Acri Francesco Profumo - vede il consolidamento e la crescita del un'esperienza sperimentale partita l'anno scorso. Raddoppia il numero delle Fondazioni coinvolte e di conseguenza i territori raggiunti dall'iniziativa. Le Fondazioni partecipanti, insieme a compagnie teatrali e Istituti di pena, vogliono fortemente diffondere nelle carceri italiane l'innovativa esperienza teatrale della Compagnia della Fortezza".
"Per Aspera ad Astra" è un progetto promosso da Acri (l'associazione delle Fondazioni di origine bancaria) e sostenuto da Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione Carispezia, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Fondazione Con il Sud, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Fondazione di Sardegna.
La Repubblica, 3 agosto 2019
Non ci ha creduto fino a quando al Centro per rimpatri di Pian del Lago è arrivato il suo avvocato. "Sono davvero libero? Oggi rinasco dopo oltre tre anni di carcere" e ha cominciato a piangere. Medhanie Tesfamariam Behre, il falegname scambiato per lo spietato trafficante di uomini Medhanie Yedhego Mered, adesso è un rifugiato politico.
La sua richiesta è stata accolta. In carcere era rimasto oltre tre anni, al centro per rimpatri altre tre settimane. Sulla sua testa pende una condanna a 5 anni per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Sorride mentre passeggia per Caltanissetta e racconta: "Ho visto in televisione il ministro Salvini. Quello che fa per i migranti non mi piace. Mi sono rivolto ai trafficanti per cercare la libertà. In Italia ci sono arrivato in aereo ma perché la giustizia italiana aveva sbagliato".
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 3 agosto 2019
Il 22 luglio, con un comunicato, il Collectif Palestine Vaincra, facente parte di Samidoun (rete internazionale di sostegno ai prigionieri palestinesi), informava l'opinione pubblica che " sei prigionieri palestinesi proseguivano il loro sciopero della fame contro la detenzione amministrativa".
Ossia contro l'imprigionamento senza accuse né processo, un metodo utilizzato regolarmente da Israele. I sei hunger strikers erano: Jafar Izz al-Deen, Ahmad Zahran, Muhammad Abu Aker, Mustafa al-Hassanat, Huthaifa Halabya e Hassan al-Zaghary.
Al momento del comunicato alcuni erano in sciopero della fame dal oltre 30 giorni, altri da una ventina. Posti in isolamento, venivano e vengono sottoposti a un duro trattamento affinché sospendano lo sciopero. Tra le misure punitive adottate dall'amministrazione penitenziaria: l'impossibilità di ricevere visite di familiari e anche di incontrare i rispettivi avvocati.
A questi sei prigionieri in lotta nei giorni successivi se ne sono aggiunti altri due e - dal 30 luglio - altri 20. Questi ultimi sono rinchiusi in una prigione nel deserto del Negev e nella loro azione di protesta sono guidati da Wael Jaghoub, esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp). Tutti loro richiedono l'immediata liberazione dei prigionieri amministrativi. Come ritorsione, alcune aree del carcere (in particolare dove sono rinchiusi i militanti del Fplp) sono state letteralmente rastrellate, perquisite a fondo e molti detenuti trasferiti in altre sezioni.
La minaccia di trasferimento in altri penitenziari viene formulata regolarmente anche contro i prigionieri in sciopero della fame. Sempre il Collectif Palestine Vaincra ha preso parte alla manifestazione del 30 luglio che si è svolta a Saida (Libano) e che ha visto migliaia di palestinesi e libanesi manifestare in sostegno dei rifugiati palestinesi e per il diritto al Ritorno. Insieme a Cpv, diversi attivisti della campagna per la liberazione di George Ibrahim Abdallah. Oltre alla sua scarcerazione, i manifestanti chiedevano quella di Ahmad Sa'adat (segretario generale del Fplp detenuto dagli israeliani).
Il prigioniero George Ibrahim Addallah (comunista libanese, di religione cristiana) è ritenuto il fondatore delle Farl (Frazioni armate rivoluzionarie libanesi, gruppo marxista-leninista presumibilmente legato a Damasco) che avevano rivendicato cinque attentati, di cui due mortali, tra il 1981 e il 1982 in Francia.
Venne arrestato a Lione nel 1984 e accusato di complicità nell'uccisione di due diplomatici, lo statunitense Charles Ray (a Parigi) e l'israeliano Yacov Barsimentov (a Boulogne-Billancourt). Detenuto ormai da 35 anni, al momento si trova nella prigione di Lannemezan (Hautes-Pyrénées) dove scontano dure pene detentive anche una dozzina di baschi abertzale. Recentemente il presidente libanese Aoun ha chiesto al governo francese di rimetterlo in libertà concedendo l'estradizione in Libano.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 3 agosto 2019
Una circolare del Viminale chiede ai prefetti di censire gli insediamenti abusivi. Ormai è solo questione di tempo, quello necessario per mettere a punto gli ultimi particolari, ma Matteo Salvini ha già pronta una nuova campagna per l'autunno e questa volta insieme ai migranti - sempre buoni per far crescere i consensi - nel mirino del ministro ci sono i Rom.
Il responsabile del Viminale ha inviato ai prefetti di tutta Italia una circolare avente per oggetto "Insediamenti di comunità Rom, Sinti e Caminanti" con la quale si chiede un censimento dei campi abusivi e non solo in modo da poter poi procedere con gli sgomberi e gli allontanamenti. "Come da programma" ha spiegato nei giorni scorsi Salvini annunciando l'iniziativa. Ecco così che la frase pronunciata due giorni fa al Papeete Beach di Milano Marittima, quel "zingaraccia, preparati che arriva la ruspa" non è più, o non solo, lo sfogo di un ministro che sembra ormai non avere più freni, ma diventa l'annuncio di quanto potrebbe accadere una volta che l'estate sarà finita.
Nella Circolare - datata 15 luglio - si chiede ai prefetti un monitoraggio del territorio dal momento che accanto agli insediamenti autorizzati - "per i quali andrebbe comunque verificata l'ottemperanza alle regole e alle prescrizioni" - "sono sorti nel tempo - sine titulo - veri agglomerati "spontanei", talvolta temporanei, che configurano comunque fattispecie di occupazione abusiva di terreni demaniali o privati, lasciati incustoditi oppure inutilizzati". Campi nei quali, prosegue il Viminale, "si ritrovano spesso baracche in lamiera, talvolta di amianto, ovvero roulotte, carovane o camper, anche situati in pubblica via, solitamente in parcheggi pubblici".
Non si tratta di un censimento di quanti alloggiano nei campi ma solo degli insediamenti, e si chiede ai prefetti anche di verificare le condizioni di vita dei minori, ma lo scopo dell'indagine è dichiarato ed è quello di procedere allo "sgombero degli insediamenti "illegali". Preoccupazione per le possibili conseguenze della circolare vengono espresse dalle comunità Rom e Sinti che parlano di "censimento etnico" visto che il monitoraggio riguarda solo Rom, Sinti e Caminanti e non tutti gli insediamenti abusivi, a prescindere dalle origini di chi li popola. "La minoranza Rom e Sinta non gode in Italia di alcuno statuto giuridico specifico che ne consenta l'identificazione, in base a quali criteri i prefetti possono quindi distinguere un accampamento abitato da Rom e Sinti da un altro dove, per esempio, vivono delle persone immigrate?" si chiede Dijana Pavlovic, attrice di origine Rom e attivista per i diritti umani. Preoccupazioni analoghe a quelle espresse dall'Associazione 21 Luglio per la quale la circolare aprirebbe la strada a una nuova "emergenza nomadi" finalizzata a creare "allarme sociale" in modo da poter procedere con gli sgomberi.
Secondo l'Associazione, che sulla situazione dei campi ha dedicato il suo ultimo rapporto intitolato "I margini del margine", negli insediamenti abusivi trovano un rifugio circa 25mila persone "che vivono in una condizione di segregazione abitativa con la quale prende forma una discriminazione di Stato fondata sul mantenimento dei ghetti etnici denominati "campi nomadi" e su azioni di sgomberi forzati". Il 60% di loro, pari a circa 15mila persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 comuni mentre tutti gli altri, stimati tra le 8.600 e le 10.600 unità, vivono invece "in insediamenti informali che, polverizzati da perpetue azioni di sgombero, finiscono con il diventare micro insediamenti abitati da 2-3 famiglie".
Anche se nella circolare viene chiesto ai prefetti di collaborare con le amministrazioni regionali e locali per garantire il ricollocamento delle persone sgomberate e di garantire "l'accesso ai servizi di carattere sociale, sanitario, assistenziale e scolastico di chi ne ha diritto", i precedenti legittimano più di un dubbio sul fatto che le ruspe entreranno in azione solo dopo che saranno state trovate sistemazioni alternative. Dei quasi 200 insediamenti informali abitati da Rom di origine rumena eseguiti nel 2018 in tutta Italia - denuncia infatti la 21 Luglio - "non è stata offerta nessuna alternativa se non al massimo, "lo scorporo del nucleo familiare con una divisione tra madre-figli minori (in centri di accoglienza) e padri-figli maggiorenni (nessuna soluzione offerta)". I primi dati da parte delle amministrazioni stanno già arrivando. Il Campidoglio, che ha varato un piano per il superamento dei campi, ha consegnato in prefettura i risultati di un censimento effettuato nel 2017 stando al quale a Roma si contano 4.500 Rom e Sinti distribuiti in nove campi, numero che sale a 6.000 se si considerano anche gli insediamenti abusivi.
di Giuseppe De Rita
Corriere della Sera, 3 agosto 2019
Per gli antichi greci la dismisura era il peggior peccato, ma forse oggi pochi hanno interesse per quel tipo di pensiero. Nella dialettica sociopolitica attuale sta diventando una rarità assoluta quel che viene di solito denominato come "eloquio misurato". Da una parte l'eloquio è stato progressivamente appesantito di valenze teatrali, aggressive, spesso volgari. Ma ancora più pericolosa è la contemporanea scomparsa della "misura" nell'esprimersi: nessuno si sente bravo se non è rapido, incisivo e scioccante, quasi che voglia terminare il messaggio nel più breve tempo possibile, senza preoccuparsi del ritmo e della misura necessari in ogni discorso pubblico.
Si potrà giustificare la cosa avvertendo che, in una comunicazione dominata dai social media, l'importante per chi comunica non è ragionare e meno ancora convincere, ma è solo "dichiarare", con la frase di maggiore impatto possibile; senza preoccuparsi per quel che succede poi, basta solo aspettare un'altra incisiva dichiarazione, perché possa attuarsi la nuova moda della politica circolare, parallela della più studiata economia circolare. Il misurato eloquio non ha proprio spazio, anche nelle sedi per esso più tradizionali: così nel discorso parlamentare (per decenni lo strumento principe della stabilità politica) esso è doppiamente superato: fuori dalle aule, dall'efflorescenza smisurata dei social; e dentro le aule, dalle ondate di polemiche fatte col "voi" e a brutto muso.
Nel panorama complessivo restano alcune relazioni annuali di qualche autorità indipendente a coltivare il misurato eloquio; ma non arrivano alla generale opinione pubblica e restano quindi fatalmente minoritarie. Eppure di misura abbiamo un assoluto bisogno: ci vuole un misurato approccio per mettere ordine nel crescere della confusione e dei conflitti; ci vuole misurata definizione della nostra composizione sociale per mettere ordine nella nostra identità nazionale e nelle nostre appartenenze internazionali; ci vuole una misurata formazione della opinione pubblica per dare a tutti la consapevolezza che, senza il dono della misura, tutto diventa smisurato e quindi ingovernabile. Non dimentichiamoci che per gli antichi greci la dismisura era il peggior peccato; ma temo che pochi abbiano oggi interesse per quel tipo di pensiero.
Dicevano sempre gli antichi greci che la misura non è un dono di natura, ma l'espressione di una buona cultura generale, liceale si diceva una volta; ed è nei fatti il frutto di un continuato esercizio culturale, dove si deve sapere cosa è l'esametro, ripetendo ad alta voce Eschilo e Catullo; dove si deve imparare qualche orazione ciceroniana per capire cosa è la retorica e come parlare in pubblico; dove si deve mandare a memoria Foscolo e Leopardi per avvertire il senso profondo dell'espressione e la sua durata.
Anche nella misura stiamo verosimilmente diventando degli analfabeti di ritorno (forse analfabeti tout court) e non consola il fatto che molti giovani parleranno inglese (anzi americano) e la loro misura non si formerà nella lingua italiana, ma nella morfologia americana dei pensieri e delle frasi (certo però non nello shakespeariano Enrico V della vigilia di Azincourt). Immagino già i sorrisi su una riflessione così nostalgica. Ma nessuna accusa di questo tipo mi convincerà del contrario: che si possa cioè vivere bene scivolando progressivamente, forse sbracando, nella dismisura, spesso puramente e volutamente teatrale, di ogni dichiarazione pubblica.
quinewsvolterra.it, 3 agosto 2019
Sopralluogo da parte di tutti i soggetti interessati per arrivare alla realizzazione di un grande auditorium nella casa circondariale volterrana. "Un passo avanti decisivo verso la realizzazione del teatro stabile nel carcere di Volterra. Al termine del sopralluogo è stato convenuto che lo spazio più idoneo è l'attuale area passeggi, a ridosso della torre del Mastio. Adesso, insieme a tutti i soggetti coinvolti, ci metteremo a lavoro per arrivare nel più breve tempo possibile al raggiungimento dell'obiettivo". Così la vicepresidente regionale Monica Barni al termine del sopralluogo che si è tenuto stamattina all'interno del carcere di Volterra.
Il sopralluogo era stato fissato lo scorso 18 luglio, al termine dell'ultimo tavolo convocato dalla Soprintendenza presso i propri uffici, per valutare la possibilità di arrivare al termine del percorso. Al sopralluogo hanno preso parte, oltre alla vicepresidente Barni, il garante regionale dei detenuti Franco Corleone, l'assessore alla cultura del Comune di Volterra Dario Danti, gli ingegneri della Sovrintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Pisa e Livorno, il provveditore alle opere pubbliche di Toscana Marche Umbria Marco Guardabassi, il viceprovveditore del PRAP Rosalba Casella, architetti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, i vigili del fuoco, rappresentanti della fondazione Michelucci e, per la compagnia della Fortezza, Armando Punzo e Cinzia De Felice.
"L'incontro di oggi - ha aggiunto Barni - ha finalmente sbloccato la situazione. Tutti i soggetti che hanno partecipato hanno dimostrato volontà di arrivare alla realizzazione del progetto. Al termine del sopralluogo si è convenuto che lo spazio più idoneo è l'attuale area passeggi a ridosso della torre del Mastio. La riunione che si è tenuta al termine del sopralluogo presso l'ufficio della direttrice del carcere di Volterra, la Dottoressa Maria Grazia Giampiccolo, si è svolta in un clima collaborativo: tutti i soggetti hanno dimostrato di voler lavorare in modo condiviso per arrivare nel più breve tempo possibile al risultato finale. Il teatro consoliderà le attività teatrali, la cui metodologia, apprezzata a livello internazionale, ha modificato la vita all'interno del carcere, no n solo per i detenuti, ma anche per tutti gli operatori".
Il primo passo del percorso sarà la richiesta alla Sovrintendenza di Pisa, da parte del provveditorato alle opere pubbliche Toscana Umbria Marche, dell'esecuzione di saggi archeologici preventivi nello spazio indicato. Soddisfazione è stata espressa anche dalla consigliere regionale Alessandra Nardini (Pd), che si era interessata alla vicenda del progetto del teatro presentando una mozione in consiglio.
"Si tratta di un passo avanti importante - ha detto Nardini - verso un obiettivo sollecitato con forza e da tempo, per il quale io stessa ho presentato recentemente una mozione in Consiglio Regionale. La storia del teatro nel carcere volterrano ha reso un modello a livello nazionale una delle strutture che erano considerate più dure in Italia. Dopo questo sopralluogo dobbiamo lavorare tutti per arrivare alla realizzazione del teatro nei tempi più brevi".
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