Adnkronos, 2 marzo 2015
Il sottosegretario alla Giustizia, rimuovere subito qualsiasi minaccia o proselitismo in Rete Roma, 1 mar.) - "Internet non può essere trasformato da straordinaria opportunità per stabilire contatti, acquisire informazioni, diffondere cultura a strumento ideale per le organizzazioni terroristiche e criminali, che se ne servono per fare reclutamento e propaganda".
È quanto osserva il sottosegretario al ministero della Giustizia, Cosimo Ferri per il quale "è necessario che si instauri un clima di collaborazione con i big del web come Twitter, Facebook e Google, in modo da rimuovere e oscurare subito qualsiasi possibile minaccia o proselitismo che le organizzazioni terroristiche facciano sulla rete". Ferri sottolinea che "l'Italia si è già impegnata per la definizione di un quadro normativo comune e verso un sempre maggiore scambio di informazioni, a livello di organi giudiziari e forze di polizia. I vili attentati di Parigi ci hanno insegnato quanto sia vitale riuscire a trasformare la Rete in uno strumento di protezione, nel rispetto delle libertà individuali, per sventare azioni che hanno come protagonisti soggetti sempre più inseriti nel nostro tessuto sociale e perciò più difficili da individuare".
di Rosario Sorrentino (Neurologo)
Corriere della Sera, 2 marzo 2015
Le recenti, agghiaccianti azioni degli estremisti dell'Isis sembrerebbero porci di fronte alla contrapposizione tra questa o quella religione, questo o quel monoteismo. Ma così non è. C'è, purtroppo, qualcosa di più inquietante: lo sgretolamento della faticosa e travagliata conquista, a lungo sorvegliata speciale, che chiamiamo civiltà. Quello a cui stiamo assistendo, con tutto il suo macabro repertorio di crudeltà è l'azione, il prodotto di un cervello, un "genio del male", un intellettuale del crimine, ormai in totale abbandono, come il peggiore dei predatori, del suo istinto di uccidere.
Perché, quando lo fa, prova un piacere irresistibile, soprattutto quando poi esibisce le sue vittime, come trofei, dilaniate dalla sua furia omicida. Il suo è un cervello senza empatia, senza pietà, che tratta gli esseri umani come oggetti, come povere cose, su cui avventarsi guidato da un atavico impulso. Ma c'è dell'altro, ed è il diverso modo di interpretare e intendere l'esistenza stessa; da una parte, c'è la cultura della vita, dall'altra quella della morte e al centro (e questo costituisce il grande vantaggio degli estremisti), l'aver sublimato la madre di tutte le paure, quella di morire.
Non amo le censure, né mi considero proibizionista: ma ritengo che sia necessaria e urgente una sorta di no fly zone della comunicazione. Un consapevole e responsabile autocontrollo, da parte nostra, nel diffondere a ripetizione, certe immagini raccapriccianti. Perché quelle immagini certificano ed esaltano la loro forza e purtroppo confermano la nostra debolezza.
Prendiamone atto: il nostro mondo sta velocemente cambiando e la globalizzazione dell'informazione ci conferisce una percezione a volte un po' deformata della realtà. Rischiamo di prestarci al gioco dei terroristi anche perché non siamo certo preparati a vivere a pochi chilometri da un pericolo incombente, che ogni giorno ci viene documentato e descritto come reale. È forse giunto il momento di rilanciare e di ribaltare il nostro rapporto con la paura, quel "fattore P", sempre più presente nella vita di ognuno di noi. Questo ci aiuterebbe ad utilizzare consapevolmente la paura evitando così di negarla.
Questa emozione rappresenta infatti una straordinaria risorsa, grazie alla quale abbiamo vinto le nostre più importanti battaglie evolutive. Solo così possiamo avere libero accesso a quel repertorio naturale di risorse genetiche, neurobiologiche e comportamentali che vanno sotto il nome di resilienza, la cui finalità è quella di aiutarci a ripartire dopo aver subìto eventi sconvolgenti trasformando uno svantaggio in un vantaggio per noi.
di Carlo Bertini
La Stampa, 2 marzo 2015
Miracoli del bicameralismo perfetto: un anno dopo che la Camera ha varato in prima lettura un testo di legge contro i reati ambientali, era il febbraio 2014, solo ora - forse - la norma riceverà il timbro finale. Dodici mesi per superare la via crucis dell'iter parlamentare, scavalcare gli ostacoli del calendario, sempre tiranno, dove i decreti e le emergenze la fanno da padroni; e arrivare finalmente in aula al Senato. "Questa settimana dovrebbe essere la volta buona", sospira Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente di Montecitorio, che spera di veder approvata senza nessun pasticcio (viceversa ripartirebbe la "navetta" tra le due Camere) la legge contro le "eco-mafie" di cui è stato promotore.
Ma per capire quanto sarebbe stato meglio veder pubblicato prima in Gazzetta Ufficiale questo nuovo giro di vite basta sentire cosa contiene "una normativa che avrebbe impedito la sentenza della Cassazione sul caso Eternit e reso più efficaci gli interventi sulla Terra dei Fuochi in Campania". Prevede, tra l'altro, un innalzamento delle pene, il raddoppio dei tempi di prescrizione e l'introduzione nel nostro codice penale dei reati di inquinamento ambientale, disastro ambientale e traffico di materiale radioattivo. Un tema quello dei reati ambientali, che riguarda da vicino anche la Capitale dopo la scoperta di una "terra dei fuochi" romana a ridosso del raccordo anulare.
di Marco Ventura
Corriere della Sera, 2 marzo 2015
La scorsa settimana la Corte suprema degli Stati Uniti ha sentito le parti di una causa che dura da sette anni. Era diciassettenne, Samantha Elauf, quando la famosa casa di abbigliamento sportivo Abercrombie & Fitch si rifiutò di assumerla. La giovane avrebbe voluto indossare il velo islamico nelle ore lavorative. L'azienda impose il proprio codice di condotta. Oggi Samantha chiede una condanna esemplare di Abercrombie & Fitch in nome della libertà religiosa. La religione finisce spesso in tribunale anche da questa parte dell'Atlantico.
Si attende nei prossimi mesi il verdetto della Corte d'appello di Bruxelles sulla Chiesa di Scientology: si tratta di un'organizzazione criminale che spreme persone vulnerabili, o di una Chiesa come le altre cui i fedeli affidano anima e sostanze? In ogni tempo la giustizia s'è misurata con la religione, ma sembra oggi in crescita il numero di chi ricorre ai giudici per difendere e testimoniare la propria fede. Si combattono in tribunale maggioranze e minoranze, atei e religiosi, cristiani e musulmani, fedi vere e fedi false. Il tema è al centro di un'iniziativa della Fondazione Studium generale Marcianum di Venezia.
Proprio nella città lagunare, dal 9 all'11 marzo prossimi, si svolgerà la Moot Court Competition in Law & Religion, una simulazione processuale durante la quale si sfideranno squadre di studenti provenienti da atenei americani, europei e italiani. Gli studenti si daranno battaglia su una controversia riguardante la libertà religiosa, come se si trovassero davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo o alla Corte suprema degli Stati Uniti.
Gli studi di diritto canonico al Marcianum, negli ultimi anni, hanno preparato il terreno per lo sviluppo a Venezia, come altrove in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, di attività volte a una migliore comprensione dei diritti dei credenti. Sotto l'egida del Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, la Fondazione del presidente Gabriele Galateri di Genola considera proprio i rapporti tra diritto e religione una delle aree d'interesse su cui investire.
Il caso assegnato agli studenti, il licenziamento di un'impiegata le cui opinioni contrastano con la fede religiosa del datore di lavoro, è inventato, ma riflette un tipo di conflitto molto attuale di qua e di là dell'Atlantico. In società secolarizzate, in cui la legge protegge gli individui dalla discriminazione sulla base di opinioni, sesso, religione e orientamento sessuale, è sempre più frequente lo scontro tra lavoratori e aziende i cui titolari sono cristiani conservatori. Sarà molto vero il processo simulato di Venezia.
di Paolo Berizzi
La Repubblica, 2 marzo 2015
Da Parma, dove è detenuto al 41 bis, l'ex boss della Camorra accusa: "I miei segreti fanno tremare tutti. Chi è al comando oggi è stato messo lì da chi veniva a pregarmi". "Se parlo ballano le scrivanie di mezzo Parlamento". Dopo trent'anni? "Molti di quelli che stanno adesso ce li hanno messi quelli di allora venivano a pregarmi". Non indossa più pantofole con le iniziali ricamate. "Per dignità non mi sono mai venduto ai magistrati. Se la sono legata al dito e hanno buttato la chiave".
Essendo sepolto vivo, Cutolo non ha un volto né un corpo. Puoi solo immaginarlo per come lo descrivono. La moglie, Immacolata Iacone, tecnicamente "vedova", e l'avvocato avellinese Gaetano Aufiero. Sono gli unici, oltre alla figlia Denise, che vedono "don Raffaè". Gli unici autorizzati, degli altri parenti non si vede più nessuno. "Al mio difensore ho chiesto di non venire più. Non ho più carichi pendenti, il mio saldo con la giustizia è in pari. E il 41 bis ho smesso di impugnarlo, tanto è inutile" dice rinserrato nella sua dimensione post-crepuscolare Raffaele Cutolo detto 'o professore.
Parla con Repubblica attraverso la moglie e il legale. Adesso è a Parma. Tredicesimo carcere della sua vita. Tredici come gli ergastoli. Record italiano di lungodegenza carceraria. Il "Professore di Ottaviano" che comandava e distribuiva croci e terrore, e lo Stato lo combatteva e intanto lo accreditava. "Mi hanno usato e gonfiato il petto, da Cirillo a Moro che, a differenza del primo, hanno voluto morto e infatti mi ordinano di non intervenire. Poi mi hanno tumulato vivo. Sanno che se parlo cade lo Stato". Misteri italiani. Segreti italiani. A Parma ci sono anche Riina, Bagarella, il "Nero" Massimo Carminati. E Dell'Utri. Cutolo è invisibile. Da primo rigo sull'indice della letteratura camorristica a caso da antropologia di laboratorio. "Anche un albero che non dà più frutti serve sempre - lascia galleggiare le parole Cutolo, figlio di contadini e poi Criminale d'Italia a cui Fabrizio De André dedicò versi da epica brigantesca in Don Raffaè - Lo lasci lì l'albero secco, può fare legna".
Più della botanica la condizione unica di Cutolo - 51 anni in cella a parte un anno di latitanza tra il 1977 e il 1978 dopo la fuga dal manicomio giudiziario di Sant'Eframo, 36 anni in isolamento totale (dall'82 e quindi dieci anni prima del 41 bis), un numero imprecisato di omicidi commissionati e nove assoluzioni negli ultimi nove anni, fa venire in mente la gabbia di Ivan Pavlov. Il Nobel russo per la medicina, quello degli esperimenti sul cane: stimolo neurologico, riflesso condizionato.
"Mi è talmente entrata sotto pelle questa condizione di defunto in vita che ormai non mi va nemmeno più che la gente mi veda. Ai processi rinuncio alla videoconferenza". Autoisolamento indotto. "Salto anche l'ora d'aria. Se per respirare un'ora devo farmi perquisire e sottopormi a controlli umilianti, preferisco stare in cella. Allo Stato servo così. Pensano sia ancora legato alla camorra.
Ma quale camorra?". La Nco di Cutolo era diventata pre-Sistema, anti Stato. "Pagina chiusa dal 1983, quando ho sposato Tina nel carcere dell'Asinara (presente un giovane Luigi Pagano, oggi vice capo del Dap). Pago e pagherò fino alla fine. Ma non sono un pericolo. Sarei pericoloso se parlassi, ma non ce l'hanno fatta a farmi diventare un jukebox a gettone: il pentito va a gettone. Parla e guadagna. Un ulteriore oltraggio alla memoria delle vittime".
Se lo contendevano negli anni d'oro Cutolo, quando sempre dal carcere, a cavallo tra 70 e 80 guidava il suo esercito di 7 mila affiliati nella guerra sanguinaria (persa) contro la Nuova Famiglia. E anche dopo, nell'81. Mezza Dc gli chiede di far liberare l'assessore regionale napoletano all'edilizia Ciro Cirillo, uomo di Antonio Gava sequestrato dalle Br. Sulla trattativa tra servizi segreti, Cutolo e brigatisti - accertata nel 1993 da un'ordinanza del giudice istruttore Carlo Alemi - l'ex boss ha detto e non detto. "È stata la prima trattativa Stato-mafia. Forse anche la mia vera condanna".
In cella ha quattro fotografie: due papi - Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II - quella della madre, e una della moglie Immacolata con la figlia. "Ho una telecamera puntata sul gabinetto. Non posso avere in cella più di tre paia di calzini e mutande. Vorrei mi spiegassero il senso. Ho sempre tenuto a essere in ordine. Sono figlio di contadini ma la cura di sé è importante. La insegnavo ai miei uomini". Casillo, Alfonso Rosanova il "santista", Pasquale Barra 'o animale, il boia delle celle morto due giorni fa.
"È una forma di rispetto essere sempre impeccabili: ho ammirato Andreotti. Testimoniai per lui al processo Pecorelli. Nemmeno un grazie, ci sono rimasto male. Alcuni suoi colleghi mi mandavano gli auguri a Natale. Tutti parolai i politici. L'ultimo che ho stimato è stato Berlusconi".
Più magro, capelli bianchi, stessi occhiali, un disturbo alle mani che ha fiaccato l'indole grafomane: basta poesie. La retorica del boss istruito e ispirato. "Pazzo intelligente", si descrisse con ghigno sardonico al microfono di Enzo Biagi. Il primo raptus criminale: "24 settembre 1963, otto colpi di revolver contro Mario Viscito, giovane ottavianese come me. Una rissa, mi parte la testa. Ventiquattro anni. Ne avevo 22".
Autonoleggiatore abusivo, soprannome Rafaele 'e Monaco in quanto figlio di Giuseppe Cutolo, detto 'o Monaco per la sua religiosità. "Volevo rifondare il Regno di Napoli. Uno Stato sociale indipendente dove chiunque potesse avere da mangiare". In una lettera recente l'ha chiamata in un modo ancora più paradossale: "La mia rivoluzione". "Ho smesso di essere personaggio. L'idea della dimenticanza non mi dispiace, vorrei solo che questo avvenisse nel rispetto della dignità di un uomo".
Ragiona l'avvocato Aufiero: "Il 41 bis è una misura che si applica a chi è pericoloso e ancora collegato alla criminalità organizzata. Come si può ritenere ancora pericoloso un uomo che è dentro da mezzo secolo, in isolamento da 36 e che ha commesso l'ultimo reato 34 anni fa?". Curiosità nella monotonia sepolcrale della vita ergastolana: la staffetta con Bernardo Provenzano. "Ci scambiano le celle. Va via lui arrivo io. Vado via io arriva lui". Ha una frase mantra, Cutolo. "Mi sono pentito davanti a Dio ma non davanti agli uomini". Aggiunge. "Non ho imperi, non esistono più i cutoliani. Cutolo è morto. Resuscita per un'ora solo quando viene sua figlia e gli da una carezza".
Se n'è appena andato Pasquale Barra, il suo boia di fiducia. Anche il primo a tradirlo: "Ognuno fa le sue scelte. Barra ha avuto un'infanzia difficile. Ma ha rovinato il povero Tortora. Che Enzo Tortora era innocente lo dissi da subito. Chiesi ai magistrati di essere interrogato. Non mi vollero nemmeno sentire".
La Stampa, 2 marzo 2015
È stata colta da malore e ricoverata nell'ospedale di Agrigento la mamma di Loris Stival. Veronica Panarello, detenuta in carcere con l'accusa di avere ucciso il figlio a Santa Croce Camerina (provincia di Ragusa) il 29 novembre 2014, la notte scorsa è svenuta nella sua cella dell'istituto penitenziario. Soccorsa dagli agenti di custodia è stata immediatamente condotta in infermeria: il medico ha disposto, dopo un primo esame, un ricovero precauzionale. Secondo quanto si è appreso la donna è stata sottoposta a Tac e altri analisi ed esami che non hanno evidenziato patologie di rilievo. Resta da capire di che natura sia il malore che l'ha colta.
La notizia ha trovato conferma da più fonti. Il legale di Veronica Panarello, l'avvocato Francesco Villardita, si è recato nel pomeriggio di ieri in ospedale ad Agrigento per incontrare la sua assistita, dopo che la direzione del carcere ha autorizzato un colloquio straordinario con la mamma di Loris. Del ricovero della donna è stata informata, naturalmente, anche la Procura di Ragusa. Veronica Panarello è accusata di avere ucciso il figlio Loris, di 8 anni, strangolandolo con alcune fascette di plastica e di avere poi gettato in un canalone di contrada Mulino Vecchio il corpo: è stata lei stessa a consegnare le fascette alle maestre della scuola che frequentava il figlio, producendo una prova che pesa sulla sua posizione. Sia il Gip di Ragusa che il Tribunale del riesame di Catania hanno convalidato il suo arresto. Le indagini, che sono ancora in corso, sono delegate a polizia di Stato, squadra mobile e carabinieri di Ragusa.
di Marina Valcarenghi
Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2015
Mia moglie ha chiesto la separazione; dice di non potersi più fidare di me, perché ho tradito la sua fiducia. Non era l'altra il problema, era il senso di solitudine che aveva provato". Così ci disse un paziente nel gruppo di analisi che tengo in carcere con uomini condannati per reati sessuali. Nonostante gli approcci con una minore consenziente, che gli sta costando un po' di anni di carcere, quel mio paziente è ancora innamorato di sua moglie, ma è convinto di non avere più chances con lei. In seguito a questa comunicazione, abbiamo cominciato a discutere nel gruppo di che cosa davvero alla fine risulta così insopportabile nel tradimento sessuale.
Che cosa fa più male? "Che possa desiderare un altro", "che io non abbia saputo niente, che mi abbia mentito", "il dubbio che si sia innamorata", "l'odio per l'altro", "il sentirmi escluso dalla sua vita affettiva", "Io e mia moglie abbiamo deciso di dirci sempre tutto e di accettare che ognuno dei due possa avere rapporti occasionali con altre persone, ma questo non vuol dire che non faccia soffrire; ogni volta ho paura di perderla e so che per lei è la stessa cosa.
Solo che diamo più importanza alla libertà individuale e poi..." "e poi?". "E poi alla fine se lei desidera un altro è come se lo avesse fatto, io sono già fuori gioco, e allora tanto vale che succeda e che poi scelga di tornare da me". Giacomo era rimasto a lungo silenzioso poi dichiarò: "In fondo so che non va bene, ma se la mia donna offre anche solo affetto, interesse e attenzione a qualunque altro che non sia io, è come se mi togliesse qualcosa, come se ci fosse un serbatoio con dentro l'amore che può dare: se ne dà a qualcun altro, lo toglie a me". "In fondo - osservò Pierluigi - ognuno soffre nel tradimento per la sua paura più grande: la competizione, la gelosia, la solitudine, il sentirsi escluso, il rischio dell'abbandono, un desiderio infantile di totalità".
www.nove.firenze.it, 2 marzo 2015
Il Garante regionale dei diritti in visita al penitenziario di Massa. Corleone: "192 detenuti dei quali 110 impegnati in attività lavorative". Frescobaldi impianta a Gorgona il secondo ettaro di vigne. Empoli, Gazzarri (Il popolo toscano): "Una piccola struttura di eccellenza nella nostra regione, che deve essere ulteriormente valorizzata. Importante ripensare ad un polo carcerario unico per le detenute"
"Punti di forza di questo istituto - ha detto il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, al termine del sopralluogo nei giorni scorsi al carcere di Massa - sono il percorso trattamentale, il regime penitenziario interno 'apertò e la presenza di lavorazioni penitenziarie di tessitoria, di sartoria e di falegnameria". Il percorso trattamentale avviene anche attraverso lo strumento risocializzante del lavoro, il regime aperto dell'istituto "rispetta - ha detto il garante regionale - tutte le condizioni normative e le migliora con celle aperte oltre le 8 ore e l'attività lavorativa fa sì che vengano prodotti lenzuola, asciugamani e coperte a tutti gli altri istituti penitenziari"
La Casa di reclusione di Massa, risale al 1930 e ospita 192 detenuti definitivi condannati a pene medio lunghe dei quali 66 in cella per reati di detenzione di droga ai fini di spaccio. Si tratta di un corpo unico, suddiviso in padiglioni, in spazi comuni e aperti e con la presenza di impianti sportivi. "Tra i detenuti - ha precisato Corleone, ribadendo la positività di questo dato - 110 lavorano e di questi 15 svolgono attività di pubblica utilità in città". Corleone ha parlato, inoltre, con soddisfazione di un esperimento innovativo portato avanti dalla Asl di Massa Carrara: "I detenuti di questo carcere - ha detto - possono essere seguiti dal loro medico di base. Un modello che dovrebbe essere introdotto anche negli altri istituti penitenziari perché garantisce continuità terapeutica e assicura un rapporto di fiducia tra il medico e il paziente".
"La direttrice del carcere Maria Martone - ha affermato Corleone - è molto attenta all'innovazione e dà impulso alle attività. Nei mesi scorsi c'è stata una programmazione di cineforum. Inoltre, la biblioteca interna è collegata a a quella comunale e i detenuti scrivono un giornalino". "Peccato - ha aggiunto il garante regionale - che queste positività siano turbate dalla mancata apertura di un padiglione nuovo che dovrebbe ospitare 80 detenuti. La struttura è quasi pronta ma necessita del completamento degli ultimi lavori di ristrutturazione, al momento ancora bloccati". Tra le lacune del carcere Corleone ha parlato del "mancato finanziamento di due sezioni del refettorio necessarie per permettere ai detenuti di mangiare insieme e di una serra per consentire attività esterne. Credo - ha concluso Corleone - che ci siano tutte le condizioni per far sì che questa casa di reclusione diventi un'eccellenza, accogliere queste richieste garantirebbe alla struttura di rappresentare un modello di vivibilità".
"Il carcere circondariale femminile di Empoli è una piccola struttura di eccellenza in Toscana: ha buoni progetti di reinserimento, poiché si prevedono lavori all'esterno per le ospiti del carcere, ed un'ottima interazione con la comunità circostante. Un'esperienza sicuramente da prendere ad esempio e riproporla in altre carceri toscane". È quanto ha dichiarato stamani Marta Gazzarri, capogruppo de "il Popolo toscano", al termine della visita al carcere femminile di Empoli. La struttura, in grado di ospitare un massimo di 35 detenute, ne ospita attualmente 15, che stanno scontando gli ultimi cinque anni di pena; all'interno vi lavorano un totale 32 agenti di polizia penitenziaria, più altri operatori, per un totale di 38 persone. "È molto basso il numero di detenute che usufruiscono di questa struttura, che ha, tra l'altro anche costi alti di gestione, seppur presentando progetti di grande qualità - ha commentato la consigliera Gazzarri; quindi, proprio per questo, sarebbe opportuno pensare ad ospitare un numero maggiore di detenute, modificando magari il metodo di valutazione per entrare nel carcere stesso".
"Non solo, dati alla mano: le donne in Toscana non arrivano a 150, su un totale di 3.000 detenuti. A questo proposito - sottolinea Gazzarri - sarebbe auspicabile creare proprio nella nostra regione una struttura unica, in grado di ospitare tutte le detenute, considerando ormai che la vicinanza territoriale, così come è prevista dalla legge, è oggi meno problematica, in un mondo sempre più globalizzato". "Ripensare ad un polo carcerario unico per le donne in Toscana - ha concluso la consigliera regionale - tenendo conto delle rispettive problematiche ed esigenze, senza perdere di vista i progetti di inserimento nella comunità, magari proprio sulla falsariga del carcere empolese, che si è rivelato, ad oggi, un ottimo esempio di qualità".
Frescobaldi raddoppia. Sono state impiantate ieri da alcuni detenuti dell'isola carcere di Gorgona insieme al Marchese Lamberto Frescobaldi, all'enologo Federico Falossi e al suo staff le barbatelle di Vermentino per portare a due ettari il piccolo vigneto sull'ultima isola carcere esistente in Italia, adottato dai Frescobaldi nell'agosto del 2012, che ad oggi ha regalato tre vendemmie. Questo secondo ettaro permetterà ad un numero sempre maggiore di detenuti di lavorare sul progetto Frescobaldi per Gorgona. Ad oggi sono circa 20 i ragazzi che si sono dedicati alla vigna, a rotazione, dei 70 che vivono sull'isola e al momento sono 5 quelli assunti e stipendiati dai Frescobaldi.
I lavori termineranno nel giro di un paio di giorni poi bisognerà avere pazienza. Almeno sei anni per poter assaggiare quello che andrà a produrre questa vite. "Allevare una vigna è una cosa bellissima, ha un che di sacrale perché poi la vigna cresce, ha una storia diversa ogni giorno, è vita e mi auguro che sia vita anche per le persone che lavorano qui, che li faccia appassionare e li coinvolga in questa coltivazione millenaria che ha unito e fatto discutere i popoli ma che oggi ci abbraccia tutti". Un progetto sociale destinato a durare nel tempo, ad oggi i Frescobaldi hanno firmato un contratto di affitto per ben 15 anni con anche l'obiettivo di arrivare dalle 3200 bottiglie della vendemmia 2014, di vino bianco a base di uve Ansonica e Vermentino, alle 6 mila bottiglie nei prossimi anni per raccontare l'unicità del luogo ma anche l'eccellenza italiana. Un progetto nel quale l'azienda crede molto: ad oggi annualmente ha investito 100.000 euro di cui quasi il 50% per la formazione dei detenuti che in un momento di crisi del Paese significa molto. Un bell'esempio di come pubblico e privato possano fare sistema; un modello di carcere positivo tutto italiano che ha fatto il giro del mondo e che si spera venga replicato anche da altre realtà sul territorio.
"Presto sarà attivo il nuovo padiglione di alta sicurezza; manca solo il collaudo della cucina, ma per rendere le condizioni del carcere di Livorno accettabili c'è ancora molto da lavorare" ha detto il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, al termine del sopralluogo a Livorno "Sono preoccupato - ha aggiunto Corleone - per la disparità di ambienti, per la differenza abissale che c'è tra il padiglione di alta sicurezza e le altre strutture. I 97 detenuti che andranno nel nuovo padiglione avranno celle doppie con servizi, una sala colloqui ampia e luminosa, mentre i 117 "poveretti" che sono nei locali di media sicurezza, per reati minori, si trovano in tre per cella, in locali piccoli con docce e servivi igienici inadeguati". "Un conto è se tutti stanno male - ha commentato Corleone - ma le scale sociali in carcere possono rappresentare un problema".
La visita al penitenziario Le Sughere rientra nel percorso che il garante sta portando avanti attraverso gli istituti penitenziari della Toscana con l'obbiettivo di verificare sul campo se la diminuzione delle presenze di detenuti rispecchi anche il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie. Corleone ha parlato della mancanza della sezione femminile che "in Toscana è presente solo a Pisa, Empoli e Sollicciano", "il penitenziario di Livorno avrebbe lo spazio per riattivare il reparto donne". "Dei 117 detenuti presenti - ha aggiunto il garante - ben il 50 sono per detenzione a fine di spaccio e oltre la metà sono stranieri". Tra le criticità evidenziate da Corleone ci sono le condizioni deplorevoli in cui si trovano la vecchia cucina, l'infermeria e la biblioteca, quest'ultima "ospita 4 mila volumi, adesso inaccessibili per l'inagibilità dei locali".
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 2 marzo 2015
Ancora un protocollo di intesa sulle carceri siglato questa volta dal Ministero della giustizia con la Regione Piemonte, l'Anci regionale, il Tribunale di sorveglianza di Torino e il Garante regionale dei detenuti in tema di reinserimento delle persone in esecuzione penale. Si tratta dell'undicesimo protocollo di tale tipo sottoscritto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando che ha già firmato intese con le regioni Campania, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Umbria, Puglia, Sicilia, Lombardia, Abruzzo e Molise. In precedenza, erano stati firmati analoghi protocolli con Emilia-Romagna e Toscana.
L'obiettivo è quello di garantire, attraverso la collaborazione con il territorio, l'inserimento lavorativo dei detenuti e il trattamento di quelli tossicodipendenti. "L'intesa ha un valore politico particolarmente rilevante perché a firmarla è il presidente della Conferenza delle regioni", ha sottolineato Orlando in riferimento all'ulteriore ruolo del Governatore della regione Piemonte, Sergio Chiamparino, ricordando che "la strada è quella dell'esecuzione della pena che non ruoti solo intorno al carcere, dove si sviluppa un sistema di pene alternative diminuisce la recidiva".
Un tema che merita attenzione visto che l'Italia spende 3 miliardi di euro all'anno per l'esecuzione penale, con tassi di recidiva tra i più alti d'Europa. D'accordo sull'importanza delle pene alternative e dell'inserimento lavorativo dei detenuti anche lo stesso presidente della regione Piemonte che di rimando ha assunto "l'impegno a lavorare con la rete degli enti locali per trovare soluzione al problema dei detenuti tossicodipendenti, la cui condizione spesso peggiora con la permanenza in carcere, che non aiuta percorsi di risocializzazione". L'obiettivo dell'accordo, com'è scritto nel protocollo di intesa, è quello di "sostenere l'incremento dei percorsi di inclusione sociale a favore dei soggetti sottoposti a privazione o limitazione della libertà e dei progetti di pubblica utilità".
Per i detenuti con problemi di tossicodipendenza ci si concentra sulla necessità di fare rete tra servizi Asl, ospedali, carceri e uffici di esecuzione penale esterna e servizi già presenti sul territorio per disegnare "percorsi finalizzati al reinserimento sociale". L'impegno tra le parti sarà quello di "individuare insieme i soggetti tossicodipendenti potenzialmente idonei all'inserimento in un percorso terapeutico e considerare come presi in carico i soggetti attualmente presenti sul territorio regionale, anche se con residenzialità diversa, contenendo invece l'ingresso di altri detenuti da fuori regione per arginare il sovraffollamento carcerario degli istituti piemontesi".
E più in generale, il protocollo spiega come "l'applicazione delle misure alternative speciali sarà favorita da un piano di azione regionale per definire modalità e prassi operative per consentire l'attivazione di percorsi terapeutici rivolti alla popolazione detenuta che presenti problematiche correlate alle dipendenze patologiche". In particolare, poi, la Regione Piemonte rappresentata dal Presidente Chiamparino, il Ministero della Giustizia e il Tribunale di sorveglianza di Torino con il suo presidente Marco Viglino, tutti intervenuti alla firma, si impegnano rispettivamente a individuare comunità residenziali anche a sfondo non terapeutico che possano ospitare i detenuti agli arresti domiciliari o coloro già sottoposti a misure alternative al carcere, a non trasferire, se non eccezionalmente, chi è già stato individuato per l'inserimento in comunità e per la presidenza del Tribunale di sorveglianza torinese, a trattare con priorità e urgenza le istanze di scarcerazione per chi debba entrare in comunità terapeutiche. Il passo successivo sarà quello di costituire un tavolo tecnico tra Regione Piemonte, Provveditorato regionale, Tribunale di sorveglianza e Garante regionale verso "una programmazione comune per realizzare interventi mirati e finalizzati all'umanizzazione della pena, ad aumentare le opportunità di attività nelle strutture, ad implementare l'accesso alle misure alternative, a ridurre il numero dei detenuti e favorire il loro reinserimento sociale".
www.strettoweb.com, 2 marzo 2015
"Di fronte alla grave situazione carceraria italiana e calabrese, ritengo opportuno che il Governo proceda con la riapertura della struttura di Lamezia che consentirebbe di alleggerire le altre carceri calabresi e riparare ad un errore precedentemente compiuto. Nello svolgimento del mandato di assessore regionale alle Politiche sociali ho avuto modo di visitare diverse strutture calabresi notando condizioni non sempre sostenibili dovute proprio al sovraffollamento" afferma in una nota Nazzareno Salerno, consigliere regionale della Calabria.
"La detenzione non costituisce semplicemente una pena da scontare, ma ha una sua funzione educativa che viene esplicata attraverso l'avvio di diverse attività. Vi è dunque l'esigenza - continua - di consentire che le strutture siano effettivamente funzionali e che rispettino i parametri previsti e segnatamente che siano disponibili 3 mq per detenuto. Proprio in quest'ottica, pare ragionevole rivedere la decisione della chiusura adottata in passato e porre in essere quanto necessario per riaprire la Casa circondariale lametina, la quale non solo rispetta i requisiti previsti dalla cosiddetta sentenza Torreggiani, ma, diversamente da altre strutture presenti ed operative sul territorio nazionale, può raggiungere la capienza dei 100 detenuti. Una possibile soluzione potrebbe essere quella di riservare la struttura lametina ad una o più categorie di detenuti anche all'interno di un più generale processo di riorganizzazione delle carceri della nostra regione. È pertanto doveroso - conclude Salerno- promuovere ogni azione utile presso il Governo al fine di facilitare un provvedimento che va nell'interesse dei detenuti, di tutti gli operatori che lavorano nelle carceri e dei cittadini".
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