Comunicato Sappe, 3 marzo 2015
L'evasione di un detenuto maggiorenne (tuttora in fuga) dal carcere minorile Ferrante Aporti di Torino ed i gravi disordini accaduti all'interno della struttura detentiva per minori di Airola, in provincia di Benevento, determina la dura reazione del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, il primo e più rappresentativo dei Baschi Azzurri.
"Questi gravi episodi sono il sintomo di un Dipartimento, quello della Giustizia Minorile, allo sbando, senza una guida certa e definita, gestita da un Capo Dipartimento reggente, e quindi non titolare, che per altro subisce le decisioni incomprensibili della politica, che ha previsto la permanenza nelle carceri per minori di delinquenti adulti fino a 25 anni", denuncia Donato Capece, segretario generale del Sappe.
"Da quando sono stati assegnati detenuti adulti, per effetto di una recente legge, questi si comportano con il personale di Polizia e con alcuni minorenni ristretti con prepotenza e arroganza, caratterizzando negativamente la quotidianità penitenziaria. È quel che è accaduto l'altro giorno ad Airola, con i gravi disordini provocati da detenuti maggiorenni arrivato nel carcere minorile e giovanissimi. Ed era maggiorenne anche il detenuto evaso sabato a Torino dal Ferrante Aporti".
Il Sappe, alla luce dei gravi fatti accaduti in questi giorni in alcune carceri minorili, denuncia di aver da subito ritenuto "impensabile inserire detenuti di venticinque anni nei penitenziari minorili, come è previsto oggi dalla legge, perché è impensabile far convivere negli stessi ambienti carcerari adulti di venticinque anni con bambini di quattordici. E quello che è accaduto ad Airola e Torino conferma le nostre previsioni, purtroppo.
Quel che ci vorrebbe è una complessiva riorganizzazione della giustizia minorile, che metta a capo dei Reparti negli Istituti e servizi della Giustizia Minorile i Funzionari Commissari del Corpo di Polizia penitenziaria. Ma si deve seriamente riflettere se non sia giunta l'ora di sopprimere il Dipartimento della Giustizia Minorile, utile solo a distribuire poltrone dirigenziali, e ricondurre il circuito penitenziario minorile (poco meno di 400 le presenze detentive in tutta Italia) nel suo naturale alveo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, com'era una volta. Visto che la Giustizia minorile non ha neppure un Capo Dipartimento in pianta stabile, ma un magistrato che temporaneamente regge l'incarico".
Ansa, 3 marzo 2015
L'Osapp non parteciperà alla convocazione per il nuovo accordo quadro nazionale indetta presso il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, per il 4 marzo: un segno di protesta contro la sospensione di 16 agenti per il caso degli insulti via Facebook a un detenuto suicida. Sospensione che, secondo il sindacato di polizia penitenziaria, è stata presa "per ragioni assolutamente non chiare ma comunque in dispregio alle regole vigenti" e ha comportato una sospensione cautelare "senza alcuna scadenza", eludendo "i principi del giusto processo disciplinare".
Il sindacato lo ha comunicato ieri con una lettera, firmata dal segretario generale Leo Beneduci, inviata al capo del Dap, Santi Consolo, ai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, al ministro della Giustizia Andrea Orlando.
L'organizzazione sindacale ritiene che, con al sua decisione, l'Amministrazione penitenziaria non abbiamo messo gli agenti nelle condizioni di "contestare gli addebiti" e di "fornire i prescritti elementi di discolpa anche relativi al proprio stato di servizio, nella maggioranza dei casi immacolato e pluridecennale".
L'Osapp ricorda inoltre che a diversi agenti viene contestato non il fatto si aver postato dei commenti, ma di aver cliccato "Like" a commenti altrui. Il sindacato contesta inoltre "l'ennesima ed immutabile prassi di criminalizzare pubblicamente i poliziotti penitenziari in maniera del tutto avulsa da fatti e circostanze" e lamenta "lo stato di abbandono senza difese istituzionali che da tempo grava sull'intero Corpo", chiedendo un intervento delle autorità politiche.
di Silva Valier
www.corriereinformazione.it, 3 marzo 2015
Da oltre quarant'anni Conad mette in pratica valori consolidati quali l'impegno sociale, il dialogo con le comunità, la condivisione delle loro necessità: un impegno solidale che trova sintesi nel sostegno a progetti nazionali e internazionali.
In occasione della ricorrenza dell'8 marzo Conad sostiene le detenute e le donne che subiscono violenza con un'iniziativa solidale legata a braccialetti sartoriali confezionati in carcere. Per aiutare queste donne a reinserirsi nella società e migliorare il loro futuro saranno messi in vendita, a partire dal prossimo 2 marzo, 380 mila braccialetti sartoriali realizzati in materiale lycra riciclata e confezionati nelle carceri femminili da Officina Creativa.
Una concreta opportunità di sostegno alle donne che vogliono lasciarsi alle spalle un passato difficile. Conad devolverà una quota del ricavato all'associazione DiRe - Donne in rete contro la violenza, cui aderiscono 70 centri antiviolenza presenti in tutta Italia. Centri in cui le donne che hanno subito violenza sono aiutate a superare il loro dramma personale grazie all'accoglienza telefonica, ai colloqui personali, all'ospitalità in case rifugio e a numerosi altri servizi messi a loro disposizione.
Attraverso il marchio Sigillo, nato nel 2009, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria certifica la qualità e l'eticità dei braccialetti e di tutto ciò che è realizzato all'interno delle sezioni femminili di alcuni istituti penitenziari coordinando lo sviluppo di un'imprenditorialità femminile. Attraverso un modello di economia sostenibile che fa dialogare tra loro i laboratori sartoriali che operano a livello nazionale nelle carceri, alle detenute è offerta una concreta opportunità di reinserimento nella vita sociale, perché imparano un mestiere e percepiscono un regolare stipendio.
"Vogliamo celebrare la giornata dell'8 marzo non limitandoci al gesto di donare la mimosa, bensì offrendo alle donne più deboli - che vivono l'esperienza del carcere o hanno subito violenza - una concreta opportunità di chiudere con un passato difficile e contribuendo a migliorare il loro futuro" dichiara l'amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese. "Una sensibilità, quella verso la condizione delle donne, che si rispecchia anche nella nostra struttura. Sono anni che la solidarietà praticata ha un ruolo di primo piano in ciò che facciamo: i nostri clienti sono sensibili su questo tema e ci seguono nelle iniziative che proponiamo. I risultati che otteniamo ci spingono a fare sempre di più".
"Una scommessa difficile, certo, ma la vitalità di questo progetto ha ricevuto numerose adesioni da parte delle direzioni di istituti penitenziari e delle cooperative sociali operanti nel settore del tessile", fa notare il vice capo vicario del Dipartimento amministrazione penitenziaria Luigi Pagano. "Ad oggi sono oltre 15 gli istituti in cui il progetto Sigillo ha attivato laboratori sartoriali, grazie a un importante lavoro di collaborazione tra le cooperative promotrici dell'iniziativa, le eccellenze dell'imprenditorialità italiana e tutte quelle realtà penitenziarie territoriali che, mettendosi in gioco, offrono alle donne detenute coinvolte nel progetto nuove opportunità di crescita e di valorizzazione delle proprie capacità professionali. Il nostro obiettivo è quello di estendere il progetto a tutte le carceri femminili e per riuscirci abbiamo bisogno della collaborazione convinta di aziende e realtà produttive che credono nella missione del progetto Sigillo. E proprio in quest'ottica è nata la collaborazione con Conad per la produzione di braccialetti e tovagliette, che ha visto impegnate molte delle donne detenute impiegate nei laboratori sartoriali presenti negli istituti di Milano, Lecce, Trani, Vigevano, Santa Maria Capua Vetere, Genova e Torino".
"È un grande piacere per noi collaborare con Conad in questa iniziativa", sottolineala presidente di DiRe Titti Carrano. "Il marchio Conad rappresenta un legame concreto e quotidiano con un numero enorme di donne di ogni regione, età, livello culturale. È proprio questo il pubblico che vogliamo raggiungere per informare tutte e tutti che la violenza maschile contro le donne è un fenomeno endemico, strutturale della nostra società. Dobbiamo sapere e far sapere che è possibile sottrarsi alla violenza e ricostruire la propria vita, come vediamo ogni giorno accadere nei centri antiviolenza. Per ottenere questo risultato è necessaria la collaborazione di tutti, delle istituzioni come delle grandi aziende.
Ci rende poi doppiamente orgogliose partecipare a una iniziativa che coinvolge il carcere. Le donne in carcere hanno alle spalle una storia di dolore e fatica. Attraverso il lavoro, la cura delle proprie abilità, la socializzazione, molto si può fare per l'autostima e il futuro reinserimento di queste donne".
Un problema di forte impatto sociale, quello delle donne che subiscono violenza. La cronaca quotidiana e le indagini giornalistiche degli ultimi anni sono piene di donne uccise da mariti, fidanzati, compagni, amanti, ex. Il 2013 è stato un anno nero per i femminicidi, con 179 donne uccise, una vittima ogni due giorni. Rispetto alle 157 del 2012, le donne ammazzate sono aumentate del 14 per cento (fonte: 2° Rapporto sul femminicidio in Italia, Eures).
Dati allarmanti, ancor più perché registrati soprattutto in seno alle famiglie e tra le mura domestiche. Sul fronte carcerario, le donne detenute sono presenti in tanti dei 201 istituti penitenziari italiani, 5 dei quali, peraltro, interamente per donne. Rappresentano il 4,3 per cento (2.349) della popolazione carceraria complessiva di 53.889 detenuti (fonte: ministero della Giustizia).
di Rodolfo Sabelli (Presidente dell'Anm)
La Repubblica, 3 marzo 2015
Caro direttore, domenica ho letto l'editoriale di Scalfari. Ne apprezzo gli spunti di riflessione ma non posso condividere il giudizio sulla buona qualità della riforma della responsabilità civile dei magistrati. Purtroppo, l'azione civile non sarà consentita solo all'esito della sentenza definitiva ma sarà possibile anche in corso di giudizio, contro i provvedimenti sommari e cautelari divenuti irrevocabili e contro ogni provvedimento, una volta trascorsi tre anni.
Dunque, potrà accadere che l'azione civile si sviluppi parallelamente al processo, col rischio di causare incompatibilità dei giudici e di prestarsi (come già accaduto in passato) ad abusi, che il filtro ha consentito, finora, di stroncare sul nascere.
La sua abolizione darà spazio invece ad ogni sorta di azione, la cui inammissibilità potrà essere dichiarata solo all'esito del giudizio. Quanto alla tutela dell'interpretazione, avere ampliato la responsabilità al "travisamento del fatto o delle prove" apre un varco al sindacato sul merito del giudizio. Se per "travisamento" deve intendersi soltanto il macroscopico e inescusabile stravolgimento dei fatti, perché si è scelta invece una formula così ambigua? In realtà, i rischi della riforma li avevamo segnalati sia alla Commissione giustizia della Camera sia al ministero della Giustizia. Se alcune previsioni del testo originario sono state eliminate, la volontà politica è rimasta ferrea sul travisamento e sull'eliminazione del filtro. Quanto alla richiesta di maggiori risorse - ma anche di migliori leggi civili, penali e processuali - da sempre noi la rivolgiamo alla politica, senza grandi risultati, finora. Che la riforma della responsabilità civile sia giunta prima, dovrebbe far riflettere sul senso di tale scelta.
Risponde Eugenio Scalfari
Ho piacere che queste obiezioni così lucide e sottili siano portate, tramite il nostro giornale, a conoscenza della pubblica opinione. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, con il quale ho avuto negli ultimi giorni vari contatti telefonici, credo conosca bene le vostre obiezioni e credo anche che nei limiti delle sue possibilità ne abbia tenuto conto, modificando in alcuni punti ancora più sensibili il testo iniziale della legge la quale passò al Senato e più recentemente anche alla Camera.
Il medesimo ministro mi ha detto che proprio parlando con lei seppe che la maggioranza della vostra Associazione voleva comunque che la legge passasse per evitare che la rivalsa fosse direttamente effettuata sul magistrato denunciato da un ricorso e non più dallo Stato nella persona del Presidente del Consiglio, salvo rivalsa in alcuni casi e comunque nei limiti di metà dello stipendio dal medesimo percepito.
Non credo, anzi escludo, che il ministro mi dicesse bugie. Lei, egregio presidente, smentisce o conferma questa vostra pressione affinché comunque la legge fosse approvata? Questo sarebbe interessante saperlo. Quanto al resto delle sue obiezioni, penso che tocchi non certo a me ma al ministro rispondere sul nostro giornale o in Parlamento o comunque pubblicamente.
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 3 marzo 2015
Dobbiamo solo sperare che sia colpevole, Massimo Bossetti, che abbia aggredito, seviziato e ucciso Yara Gambirasio. Perché, se così non fosse, ci troveremmo di fronte a uno dei maggiori scandali giudiziari del nostro Paese. E non ce ne è davvero bisogno, neppure dopo che il Parlamento ha votato la riforma sulla responsabilità civile dei magistrati. Perché in questo caso occorrerebbe chiamare in causa anche le forze dell'ordine, gli uomini del Ris (che in esibizionismi e prove muscolari non sono secondi a nessuno) e la gran parte dei giornalisti italiani. Il grande circo mediatico-giudiziario alla sbarra, tutti insieme.
Gli hanno costruito addosso un vestito che pare una bara di cemento: il dna, le immagini del furgone vicino alla palestra dove si era recata Yara quel 26 novembre 2010 prima di essere inghiottita nel nulla, le celle telefoniche, i fili di tappezzeria sugli indumenti di Yara compatibili a quelli dei rivestimenti interni al furgone, le immagini cancellate da un computer comprato usato da Bossetti, la testimonianza tardiva di una signora residente in un paese vicino.
Questi erano, fino a pochi giorni fa, gli indizi. Processualmente, con la sola eccezione del dna di Bossetti trovato su leggins e slip di Yara, alquanto fragili, facilmente rovesciabili da un bravo avvocato. E anche lo stesso dna nucleare, in assenza del corrispondente mitocondriale, può essere messo in discussione. Se in Italia la parola di ogni Pubblico Ministero non fosse vangelo, il bravo avvocato potrebbe anche sospettare che il vero assassino abbia in qualche modo "trasportato" tracce dei geni di Bossetti sul corpo di Yara. Ipotesi un po' romanzesca, certo, ma non lo sono anche troppo spesso certe suggestioni dei rappresentanti dell'accusa?
Noi non siamo in grado di leggere le 60.000 pagine del Pubblico Ministero. Ma speriamo che spieghino prima di tutto quando, dove e come è morta la vittima. E poi che abbiano trovato l'arma del delitto e il movente. Oltra al nome dell'assassino, naturalmente. Ma questa è l'unica risposta che ci è stata data finora: l'assassino, secondo l'accusa, si chiama Massimo Bossetti.
Ma succede in questi giorni qualcosa di singolare. Con il deposito degli atti - non è vero che siano pubblici, sono solo a disposizione delle parti, solo alcune delle quali hanno interesse a diffonderli - non pare ci siano risposte ai quesiti principali su prove e indizi, ma solo intercettazioni. Sì, frasi spezzettate e selezionate a effetto dei colloqui in carcere tra Bossetti, sua moglie e altri familiari, registrati tramite una cimice, così segreta che i detenuti l'hanno trovata dopo poche ore.
E a questo punto che la "prova regina" non è più quella del dna, ma le parole dell'imputato. E come se stessero cercando di trasformare Bossetti nel Pubblico Accusatore di se stesso. La sua accorata autodifesa viene liquidata con frasi del tipo "e dopo aver ripetutamente come al solito cercato di difendersi, diceva però che..." e giù la tesi dell'accusa.
Dice alla moglie di far sparire coltelli e coltellini? Sono sicuramente le armi del delitto, come se la sua casa, l'auto e il furgone non fossero stati passati al microscopio nelle perquisizioni. Dice che non gli interessano gli sconti di pena perché non ha niente da dire e comunque non potrebbe mai, con una eventuale confessione, dare un dispiacere alla sua famiglia? Colpevole e reo confesso.
Non dimentichiamo che, quando Bossetti fu arrestato, il ministro dell'interno Angelino Alfano disse: "Abbiamo arrestato l'assassino di Yara Gambirasio". Oggi noi aspettiamo di sapere, a quasi un anno di distanza, se è vero. Ma prima vogliamo capire perché, se il movente era di tipo sessuale, non ci sia stata violenza, e anche perché sul furgone di Bossetti non ci siano tracce di Yara, neanche del suo sangue prodotto dalle ferite trovate sul suo corpo. Dove è stata ferita la ragazzina, se non nel furgone? Nel campo di Chignolo, in una serata invernale di freddo e di pioggia? E di che cosa è morta?
Se nelle sessantamila pagine del Pm non ci sono queste risposte, Massimo Bossetti è innocente. E la procura di Bergamo ha sprecato quattro anni e mezzo di indagini. Infine, si prepari Bossetti a fare la sua causa di risarcimento per ingiusta detenzione e la causa civile allo Stato, se non c'è la prova delia sua colpevolezza. Perché Yara Gambirasio, la sua famiglia e noi tutti, abbiamo diritto a vedere un processo con le prove. E presto.
di Rosario Battiato
Quotidiano di Sicilia, 3 marzo 2015
La mappa del ministero: 11 strutture dell'Isola sulle 28 nazionali presentano manufatti da rimuovere o in fase di rimozione. Segnalazioni del sindacato di polizia penitenziaria e del M5S. A rischio Piazza Lanza e Bicocca.
Pensare alle carceri italiane come strutture di recupero non è mai stato un pensiero immediato, dati i ben noti problemi che gravano sul sistema nazionale in termini di sovraffollamento e qualità degli spazi, ma adesso sarà ancora più difficile. L'Adnkronos ha infatti diffuso la mappatura nazionale del ministero della Giustizia relativa alla presenza di un compagno di cella particolarmente invasivo e pericoloso: l'amianto.
In tutta Italia sono 28 le carceri, pari al 14% del totale, che ancora mantengono manufatti realizzati col minerale cancerogeno, responsabile di alcune patologie correlate all'esposizione tra cui il mesotelioma pleurico. Di queste 11 si trovano in Sicilia. Nel mirino del rischio non ci sono soltanto i detenuti, ma anche i lavoratori delle strutture. Un ritardo colossale nelle bonifiche a fronte di una legge nazionale che ne ha disposto l'azione di rimozione nel 1992.
Lo scorso 11 febbraio Alessio Mattia Villarosa, deputato del M5S alla Camera, ha presentato una interrogazione in materia, riportando le segnalazioni del Sippe (Sindacato di polizia penitenziaria) al Visag (servizio di vigilanza sull'igiene e la sicurezza dell'amministrazione della giustizia) "in merito alla presenza, all'interno di diversi istituti penitenziari della penisola, di materiale in cemento amianto potenzialmente dannoso per la salute umana".
Nel 2013 lo stesso Villarosa, durante una visita ispettiva al carcere di Messina Gazzi, "ha notato la presenza di un capannone, con una copertura di circa 250 metri quadrati in eternit, in prossimità di uno dei muri esterni della struttura carceraria, quindi, molto vicino anche alle abitazioni dei cittadini residenti nelle vicinanze del carcere". Inoltre la presenza di materiale in cemento amianto "è stata riscontrata anche nel carcere di Palermo Ucciardone e, a tal riguardo, il Sippe e l'Associazione diritti e tutele hanno presentato un esposto alla procura della Repubblica di Palermo".
Segnalazioni che anticipano quanto contenuto nella mappatura ministeriale che riporta ben 11 segnalazioni in Sicilia, pari al 40% del totale nazionale. Si comincia con la struttura di Castelvetrano, dove esistono 2 recipienti da 200 litri ciascuno in eternit, impianto in cui "lo smaltimento avverrà a breve tramite ditta specializzata" riporta la nota ministeriale.
A Catania sono ben due le strutture da bonificare: a piazza Lanza c'è una tettoia cortile di passeggio per un totale di 110 mq, per la quale sono "avviate procedure di ricerca di mercato", mentre a Bicocca si trovano pannelli in eternit presso l'impianto di depurazione e nella canna fumaria della centrale termica.
Restiamo in provincia di Catania con Giarre, dove si trovano piccoli manufatti in eternit all'interno della serra. Il percorso prosegue a Enna, materiali accantonati da smaltire, e Favignana, 50 pannelli in eternit nella vecchia struttura dismessa.
A Messina si sono trovate parti in amianto in corso di rimozione così come sono in corso le operazioni di incapsulamento di coperture in cemento amianto e di rimozione canne fumarie e pluviali. Il nostro giro si conclude con Noto, 10 contenitori in eternit, Palermo Ucciardone, avviate le operazioni di rimozione per alcuni materiali in eternit, San Cataldo, avviata una ricerca idonea di mercato per procedere alla bonifica di una quantità non precisata di eternit, e Trapani, amianto presso le coperture magazzino.
Corriere Adriatico, 3 marzo 2015
"Abbandonati dalle istituzioni, lasciati soli nel momento più buio della nostra famiglia da coloro che, invece, avrebbero potuto esprimerci la loro vicinanza e adoperarsi per aiutarci a far luce su un dramma senza fine. Anche solo con una telefonata". A poche settimane dalla morte di Achille Mestichelli, ucciso nella cella del carcere di Marino del Tronto, Luigia Cialini, parente della vittima, che insieme al resto della famiglia vive a Castel di Lama, punta il dito contro le istituzioni locali. Contro chi, a suo dire, "ha mostrato un assordante silenzio. Che fa male".
Ma il dolore della famiglia di Mestichelli risale a circa un mese e mezzo prima della sua morte, quando, racconta Luigia Cialini "Achille mi scrisse una lettera dal carcere: mi disse che la vita li dentro era dura e che stava cercando in tutti i modi di ottenere un incontro con me, ed io stessa, per almeno un mese, ho chiesto più volte il permesso alla direzione del carcere di poter andare a colloquio con lui. Ma non c'è stato verso. Me l'hanno negato più volte. Si sono ricordati della famiglia solo quando è avvenuta la tragedia".
Poi, l'ombra di un sospetto atroce sulla fine di Mestichelli: "Il giorno della tragedia - prosegue la parente della vittima - siamo stati chiamati a casa ed il carcere ci ha avvisati di un improvviso malore di Achille, forse una ischemia. Ci siamo recati subito all'ospedale Torrette di Ancona e quando siamo arrivati i medici che lo hanno assistito ci hanno guardati in faccia allibiti. E sono stati proprio loro a far partire la segnalazione".
È stato spinto, oppure Achille Mestichelli è stato vittima di una selvaggia aggressione? Un interrogativo, questo, che ora è al vaglio degli inquirenti. Ma la gravità delle lesioni riportate dalla vittima parlano chiaro: sette costole fratturate, frattura del cranio, di una vertebra, infrazione della milza e diverse ecchimosi agli arti superiori del corpo. Un quadro autoptico agghiacciante, che potrebbe dare più forza alla tesi dell'aggressione selvaggia. E a questo punto, il quadro accusatorio del suo compagno di cella, Ben Ali, tunisino di 24 anni, accusato di omicidio preterintenzionale, compagno di cella di Mestichelli, potrebbe aggravarsi ulteriormente. "Nei giorni scorsi - prosegue Cialini - sono stata in carcere per ritirare gli effetti personali del povero Achille: si tratta di una vicenda gravissima e i funzionari del penitenziario mi hanno assicurato che faranno tutto il possibile per scoprire la verità".
Ma lo sdegno e lo sgomento dei parenti resta vivo: "La struttura carceraria - conclude Cialini - ci ha, di fatto, impedito di vedere Achille. Ci hanno avvisato solo per dirci che si era sentito male. E qualche ora dopo è morto".
Il Sole 24 Ore, 3 marzo 2015
La Società Italiana Condotte, tramite la controllata Inso, è coinvolta in un'opera da 54 milioni, di cui il 67% a carico del privato: dovrà gestire anche mensa, attività sportive e formative. Per la prima volta un carcere in project financing. Accadrà a Bolzano: la Società Italiana per Condotte d'Acqua - in raggruppamento temporaneo di imprese con Inso - si è aggiudicata la gara della Provincia autonoma (il bando era del 15 luglio 2013) per la progettazione, la costruzione e gestione della nuova Casa circondariale della città altoatesina.
Il valore complessivo della gara è di 54 milioni di euro, il 67% dei quali a carico del privato (36,18 milioni) e il rimanente 33% (17,82) a carico del pubblico. La durata della concessione sarà di 18 anni, di cui due anni e tre mesi previsti per la realizzazione dell'opera.
La struttura - che sorgerà nella zona sud di Bolzano, vicino all'aeroporto, su un'area di 18mila metri quadrati - potrà ospitare 220 detenuti, 100 operatori di polizia penitenziaria, con 30 posti per agenti in caserma e 25 unità di personale civile. Fuori dalla cinta muraria - precisa una nota di Condotte - sono previsti il controllo accessi, la direzione e i relativi alloggi e la sezione dei detenuti semiliberi. All'interno, invece, oltre alla sezione di reclusione, saranno ricavati l'infermeria, gli spazi per il lavoro, una sala polivalente, un campo da calcio a sette, una palestra, la cucina e la lavanderia.
La fase gestionale prevede più servizi: la manutenzione ordinaria e straordinaria, la gestione delle utenze, i servizi mensa, lavanderia e pulizia, nonché la gestione delle attività sportive, formative e ricreative. "È una novità assoluta in Italia - commenta Duccio Astaldi, presidente di Condotte - e ci affascina l'idea di essere pionieri in questo settore, come ci è più volte capitato nella nostra storia in mercati e Paesi diversi L'eterogeneità dei servizi previsti dalla gara non è un problema, ma al contrario esalta la nostra natura di general contractor".
Quelli che Condotte gestirà per la nuova Casa circondariale di Bolzano sono servizi che il terzo general contractor italiano già svolge in altre situazioni. Nel caso specifico del carcere di Bolzano, sono richiesti protocolli di sicurezza molto stringenti. I detenuti, oltre a essere impiegati in alcuni servizi interni (mensa, pulizia), saranno coinvolti in laboratori teatrali e musicali e in corsi professionalizzanti. Ora è solo questione di tempi: si parte dalla conferenza dei servizi per poi giungere all'approvazione del piano esecutivo definitivo.
Giornale di Vicenza, 3 marzo 2015
I Sindacati: "Casse all'asciutto. Si attendono notizie da Roma". Erano previsti 200 posti in più. Da tempo si parlava dell'allargamento con 200 posti in più. Intervento iniziato, ma da dicembre scorso il cantiere è vuoto. Un cantiere fantasma, senza operai. Da dicembre non si vede anima viva in via della Scola.
Eppure il progetto per l'ampliamento rientrava nel Piano Carceri voluto dal ministro Angelino Alfano, poi rivisto con alcuni tagli che non riguardavano però la struttura della città. Che cosa sia accaduto da marzo dello scorso anno, quando in prefettura venne firmato il protocollo di legalità con il prefetto Eugenio Soldà per prevenire infiltrazioni criminali, lo si sa in parte. La ditta appaltatrice ha iniziato ad operare, sono state gettate le fondamenta di quel padiglione che doveva permettere a San Pio X di avere 200 posti letto in più da costruire in 430 giorni di lavoro, come prevede il capitolato ministeriale.
Spazi voluti, chiesti in più occasioni da una delle case circondariali più sovraffollate d'Italia. Con una capienza di 120 posti letto si è trovava ad accogliere oltre 300 detenuti.
Redattore Sociale, 3 marzo 2015
La denuncia del giudice del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Beatrice Crosti. Mancano le strutture nonostante le numerose richieste di affidamenti a servizi esterni al carcere. La proposta del giudice: un centro per lo smistamento dei detenuti che devono essere scarcerati per motivi di salute. "È capitato spesso di dover tenere persone in carcere perché non si sapeva dove mandarle. Oppure di ritardare scarcerazioni per riuscire a trovare una soluzione".
Sono le parole con cui il giudice del Tribunale di sorveglianza di Milano Beatrice Crosti ha sintetizzato il più grosso problema che il sistema carcerario di Milano. Mancano le strutture adeguate per detenuti che hanno bisogno di un ospedalizzazione una volta usciti dal carcere. Così capita che alcuni di loro, i più gravi, restino in infermeria nel penitenziario, nell'attesa che si liberi un posto in qualche hospice. È la denuncia che emerge dall'incontro "Il carcere e la città. Promuovere buoni processi di inclusione sociale e di sostegno all'autonomia", nell'ambito del Forum delle Politiche sociali del Comune di Milano.
Misure alternative. Il Tribunale dei Sorveglianza fa quanto può per alleggerire con pene alternative da scontare fuori dal carcere. E i risultati sono apprezzabili: nel 2013 le richieste accolte di affidamento ai servizi sociali sono state 1116 e 111 le respinte. Nel 2014 1.463 accolte e 100 respinte e nei primi due mesi del 2015 le richieste accolte sono state 184 e 12 respinte. Gli ultimi numeri dell'Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna) di Milano indicano che i casi di affidamento sono stati 1.423, altri 820 i casi di detenzione domiciliare e 190 quelli in libertà vigilata. Numeri che evidenziano l'impegno della magistratura milanese a tenere, chi può, fuori dal carcere. Almeno quando ci sono le condizioni.
Anche con i detenuti ai domiciliari, infatti, sorgono spesso problemi. Capita spesso che il ristretto a fine pena o che deve espiare a casa sua non possa rientrare nella sua vecchia abitazione perché inquilino abusivo: come fare a quel punto? "Il più delle volte gli ex detenuti tornano a casa dai loro familiari, evento che spesso crea nuovi conflitti in famiglia", racconta la Garante dei detenuti di Milano Alessandra Naldi. Per questo il magistrato Crosti propone di creare "come un centro di smistamento di chi va preso in carico fuori dal carcere, per evitare che si debba ricorrere sempre alla buona volontà di qualcuno o ai propri contatti". Una proposta accolta anche dalla Garante dei detenuti.
Sovraffollamento. Notizie migliori invece sul fronte sovraffollamento delle carceri: in tutte le strutture milanesi, spiega il provveditore lombardo Aldo Fabozzi, "sono garantiti i tre metri quadri a detenuto, in alcuni casi si arriva anche a quattro". La situazione migliorerà ulteriormente con l'aggiunta di 75 posti nel carcere di Busto Arsizio e un altro reparto a Cremona.
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