di Giuliano Foschini
La Repubblica, 20 giugno 2019
I servizi egiziani arrestano gli avvocati della famiglia. I genitori di Giulio: "Bisogna richiamare il nostro ambasciatore". "Ora basta: il ritiro immediato dell'ambasciatore italiano al Cairo non è più procrastinabile". Paola e Claudio Regeni, con il loro avvocato Alessandra Ballerini, non ci stanno più. L'Egitto di Al Sisi continua a sabotare le indagini sul sequestro, la tortura e l'omicidio di loro figlio Giulio. Infangandone la memoria.
Di più: oltre a non collaborare con le indagini, gli egiziani attraverso la Nsa, il servizio segreto civile egiziano, continuano a mettere pressione e intimidire l'Ecrf, la commissione egiziana per i diritti e le libertà a cui la famiglia di Giulio si è rivolta per la propria difesa al Cairo. "Cercano di sabotare il nostro lavoro per la ricerca della verità sulla morte di Giulio" denunciano dall'Ecrf. I funzionari della Nsa che indagano su di loro sono infatti gli stessi sotto inchiesta della procura di Roma con l'accusa di aver partecipato certamente al sequestro di Giulio.
La Ecrf ha messo in fila quello che è accaduto nelle ultime settimane: Maha Ahmed, moglie di Mohamed Helw, avvocato della famiglia Regeni, è sotto accusa e rischia di finire in galera da un giorno all'altro. Ibrahim Ezz El Din è stato arrestato e di lui non si hanno più notizie da una settimana. L'avvocato Haitham Mohamedein è stato arrestato il 13 maggio.
A mettergli le manette è stato proprio Sherif Magdi, uno dei funzionari dell'Nsa indagati a Roma. Tra gli episodi denunciati c'è anche un nuovo interrogatorio a cui è stata sottoposta Amal Fathy, moglie di Mohamed Lotfy, storico consulente dei Regeni, rimasta in prigione per 7 mesi e 16 giorni senza un'accusa precisa.
"Un funzionario della sicurezza nazionale - ricostruiscono ha chiesto di fare una chiacchierata. Le hanno chiesto della sua salute, del figlio. Le hanno chiesto cosa avrebbe fatto se avesse ricevuto una grazia presidenziale, se avrebbe lasciato l'Egitto".
"Queste intimidazioni - denunciano dall'Ecrf - dimostrano ancora una volta l'attacco della Nsa per limitare il nostro impegno nella difesa di Giulio e nella ricerca della verità per scoprire i nomi dei suoi torturatori, dei suoi assassini". Ennesimi episodi che hanno scosso ulteriormente Paola e Claudio Regeni. Che nei giorni scorsi sono stati costretti ad ascoltare il ministro del Lavoro egiziano, Mohamed Saafan, dire nel corso della Conferenza internazionale del lavoro a Ginevra, che quello di Giulio è stato "un omicidio ordinario che sarebbe potuto accadere in qualsiasi Stato, come gli omicidi di egiziani in Italia o quelli di qualsiasi altra persona di qualsiasi altra nazionalità".
"Un atteggiamento", dicono i genitori di Giulio con l'avvocato Ballerini, "oltraggioso e inquietante. A questo punto, l'unico passo possibile, e non più prorogabile, è il richiamo dell'ambasciatore". "Non rimarranno soli", fa sapere il presidente della Camera, Roberto Fico. "La prossima settimana parleremo di Giulio con il Bundestag tedesco: Giulio non era infatti solo un ricercatore italiano. Ma europeo. È una questione che riguarda e deve riguardare tutti i paesi dell'Unione".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 20 giugno 2019
Le Nazioni Unite chiedono un'inchiesta indipendente, i paesi occidentali tacciono. Il governo turco accusa di omicidio Il Cairo, che risponde: "Morte politicizzata". Un'inchiesta "accurata e trasparente" è quello che chiedono le Nazioni unite a 48 ore dalla morte dell'ex presidente egiziano Mohamad Morsi. La richiesta è dell'Alto commissariato ai diritti umani che ci tiene a specificare, attraverso il suo portavoce Rupert Colville, che a gestirla dovrà essere "un'autorità indipendente da quella che lo ha detenuto".
Al centro dell'indagine, aggiunge l'ufficio Onu, dovranno esserci le condizioni di detenzione del leader dei Fratelli musulmani, in isolamento quasi totale (23 ore al giorno) durante i sei anni trascorsi nel famigerato carcere di Tora. Di certo all'inchiesta - se mai si farà - mancherà un pezzo importante: un'autopsia indipendente.
Perché di esami sul cadavere ne è stato fatto solo uno, dalla procura generale egiziana, a porte chiuse. E Morsi è stato seppellito in fretta e furia dodici ore dopo il decesso. Difficile schermarsi dietro la tradizione islamica e i tempi stretti tra morte e sepoltura: qui a spegnersi è stato un ex presidente, durante un'udienza in tribunale e dopo quasi sei anni di carcere per motivi politici.
Eppure Il Cairo del presidente-golpista al-Sisi (colui che da ministro della Difesa ha prima deposto Morsi per poi prenderne il posto e avviare una delle peggiori stagioni della storia moderna del paese) risponde all'Onu. Lo fa con il portavoce del ministero degli Esteri, Ahmed Hafez: "(L'Onu) tenta intenzionalmente di politicizzare un caso di morte naturale, un salto a fragili conclusioni che non si basano su nessuna prova".
Il governo egiziano risponde all'Onu perché, sorprendentemente, è la sola istituzione internazionale ad aver espresso un dubbio in merito al decesso. Dai governi occidentali, alleati del regime egiziano, non è pervenuta parola. Tutto tace, nonostante non siano affatto risibili le responsabilità dei paesi europei e degli Stati uniti nel muro di omertà e impunità che protegge al-Sisi. Che se può permettersi 60mila prigionieri politici, sparizioni forzate acclarate e decessi in carcere è perché nessuno gliene ha ancora chiesto conto.
E alla fine il solo ad alzare la voce è il presidente turco Erdogan, non certo per spirito umanitario visto il suo di regime, ma per ragioni squisitamente politiche. Da leader di un partito, l'Akp, parte della rete regionale della Fratellanza Musulmana ieri durante un comizio a Istanbul in vista delle ri-elezioni di domenica ha apertamente accusato Il Cairo di aver ucciso Morsi e promesso di portare la questione al G20 giapponese di fine giugno: "Seguiremo la cosa e faremo quanto necessario perché l'Egitto sia perseguito in un tribunale internazionale". Anche qui risponde Il Cairo, sempre con Hafez, rigirando le accuse: assurdo, dice, che vengano da uno Stato che imprigiona migliaia di suoi impiegati e che finanzia il terrorismo nella regione.
di Giordano Stabile
La Stampa, 20 giugno 2019
Il rapporto delle Nazioni unite accusa bin Salman per l'assassinio al consolato dell'Arabia in Turchia. Il fantasma di Jamal Khashoggi continua a perseguitare Mohammed bin Salman. L'assassinio dell'editorialista del "Washington Post", lo scorso 2 ottobre, aveva per qualche settimana intralciato l'ascesa del 33enne principe ereditario saudita.
Ma poi ci aveva pensato Donald Trump a tranciare tutto e a ribadire che Riad era l'alleato "indispensabile" per l'America in Medio Oriente. La Casa Bianca si è messa di mezzo a ogni tentativo di punire il principe da parte del Congresso, per esempio con lo stop alla vendita di armi usate nella guerra in Yemen.
E quando lo sgocciolio di rivelazioni raccapriccianti si era inaridito Mbs era tornato in pubblico, come se niente fosse, più saldo al potere di prima, mentre l'indagine interna lo aveva già assolto e messo alla sbarra undici funzionari. Ieri però è arrivato il rapporto delle Nazioni Unite. Ed è una condanna senza appello. Il "brutale" omicidio è definito una "esecuzione extragiudiziale premeditata e deliberata" e i responsabili sono i vertici dello Stato.
Cioè lui. Per la relatrice speciale Agnes Callamard ci sono "prove credibili" e per questo chiede un'indagine internazionale "indipendente e imparziale". Un incubo per "Mbs", perché il giallo tornerebbe al centro dell'attenzione dei media, come lo scorso autunno. Allora i dettagli fatti trapelare dagli inquirenti turchi, poi le intercettazioni filtrate dalla Cia, avevano ricostruito un film dell'orrore.
È il 2 ottobre. Khashoggi, 59 anni, arriva al consolato di Istanbul convinto di ritirare i documenti necessari al divorzio. Dall'ambasciata a Washington gli dicono che può farlo solo lì. Fuori lo aspetta la fidanzata turca, Hatice Cengiz. È una trappola. Dentro c'è un commando di 15 persone guidato da Maher Abdulaziz Mutreb, guardia del corpo del principe. Khashoggi viene "interrogato", picchiato, poi sedato a morte e fatto a pezzi con un seghetto da chirurgo. Il corpo non sarà mai ritrovato.
Per i turchi è stato sciolto nell'acido e gettato nel pozzo della residenza del console. Raid prima nega, sostiene di "non sapere" dove sia la vittima, andata via "da una uscita secondaria". Intercettazioni e immagini delle telecamere costringono poi le autorità saudite a virare. Aprono un'inchiesta, 11 funzionari finiscono a processo, cinque rischiano la pena di morte. La Casa reale fa quadrato attorno al principe.
Dalle indagini viene escluso Saud al-Qahtani, consigliere di Mbs, in continuo contatto con il commando, 19 telefonate, quel giorno. Ora il rapporto delle Nazioni Unite ha stabilito che il processo in Arabia Saudita non rispetta gli standard internazionali e va "sospeso". Per il procuratore saudita Shalaan Shalaan i funzionari sono "andati oltre" e avevano soltanto l'ordine riportare in patria la vittima. Ma per il diritto umanitario, dice l'Onu, "non importa" se è stato un rapimento finito male.
La responsabilità dei vertici dello Stato rimane. Il ministro degli Esteri Adel al-Jubeir ha respinto le accuse, infarcite da asserzioni "poco credibili", mentre il "sistema giudiziario saudita è qualificato e lavora in piena indipendenza". Si prospetta lo stesso canovaccio. Minimizzare, e aspettare che la bufera passi.
Khashoggi è una macchia sull'immagine della "nuova Arabia Saudita", dove le donne guidano, vanno a vedere le partite di calcio, possono uscire la sera e andare in un club, per ora senza alcol, come il White appena aperto a Gedda.
Il Regno è in piena febbre da trasformazione. Sul Mar Rosso apriranno giganteschi resort, sorgerà una nuova città tecnologica, Neom, siti antichissimi, come Al-Ula, la "Petra saudita", accoglieranno dal prossimo autunno turisti da tutto il mondo. Mbs ha stroncato ogni fronda interna, con metodi spicci. Resta una sola incognita, il fantasma di Khashoggi.
di Sandro Pintus
africa-express.info, 20 giugno 2019
Fulgencio Obiang Esono, ingegnere pisano, sequestrato dai servizi segreti equatoguineani, è stato condannato a quasi sessant'anni di galera. Secondo il brutale regime del piccolo Stato africano dovrà scontare 58 anni e dieci mesi nelle terribili prigioni della Guinea Equatoriale. L'ingegnere, equatoguineano con cittadinanza italiana, è stato accusato e ritenuto colpevole per il tentato di colpo di stato del 2017. Nessuno riesce a capire come possa aver partecipato al presunto golpe visto che in quel periodo era a Pisa dove viveva dal 1988. Quella inflitta a Fungencio è una condanna pesantissima più simile a una pena di morte, vista la terrificante situazione delle carceri dell'ex colonia spagnola.
"Il processo contro Fulgencio Obiang Esono è al di fuori di ogni standard internazionale. La confessione gli è stata estorta sotto tortura e senza la presenza di un avvocato di fiducia. Hanno preteso e ottenuto la condanna". È il primo forte commento di Corrada Giammarinaro, legale dell'ingegnere pisano che segue il caso insieme all'avv. Ponziano Nbomio Nvò, in loco, per Amnesty International.
"Nonostante le richieste del console italiano, fino ad ora non è stato possibile visitare Fulgencio. Sono state trovate sempre delle scuse per non far entrare il rappresentante italiano o chi per esso - spiega l'avv. Giammarinaro. Riguardo al suo stato di salute sappiamo però che è sottonutrito e disidratato".
Lo scorso settembre, l'ingegnere pisano, era partito per il Togo, chiamato per un lavoro che si è rivelato una trappola del regime equatoguineano. L'ultima comunicazione con la famiglia era stata dall'aeroporto della capitale, Lomè. Un messaggio vocale alla sorella, Cecilia, che vive a Pisa con la nipote: "Il viaggio è andato bene, ci sentiamo in questi giorni". Poi era sparito nel nulla. La famiglia, dopo due settimane, aveva fatto denuncia della sua scomparsa ma ha sempre sospettato un sequestro dal parte della dittatura equatoguineana.
Poi la conferma della trappola scattata a Lomè. Agenti dei servizi segreti della Guinea Equatoriale avevano arrestato Obiang Esono che era stato rinchiuso nelle galere del Paese centro africano. L'emittente di opposizione Radio Macuto aveva confermato che l'ingegnere era rinchiuso nelle terribili carceri di Playa Negra, a Malabo. Il processo ha coinvolto oltre cento oppositori politici della dittatura quarantennale di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, in un Paese dove non c'è traccia di diritti umani.
Le prigioni della Guinea Equatoriale sono famose in tutta l'Africa per la loro atrocità e sono il terribile simbolo di una delle più feroci dittature del mondo. Ne ha fatto le spese Roberto Berardi, imprenditore italiano, incastrato dalla dittatura della famiglia Obiang. Su quell'inferno vissuto da Berardi è nato un libro "Esperanza. La vera storia di un uomo contro una dittatura africana", scritto dallo stesso imprenditore con il giornalista Andrea Spinelli Barrile e pubblicato da Slow News.
Fulgencio Obiang Esono è solo l'ultimo dei sei cittadini italiani finiti nelle maglie della discutibile giustizia equatoguineana. Oltre a Berardi ci sono rimasti impigliati - come insetti in una ragnatela - Fabio e Filippo Galassi, padre e figlio; e Fausto e Daniel Candio, anche loro padre e figlio. In tutte queste situazioni pare che dall'ambasciata della Guinea Equatoriale non sia arrivata e non arrivi una reale collaborazione. La delegazione, guidata dall'ambasciatrice decana, Cecilia Obono Ndong (nipote del presidente), è stata spesso criticata.
Non solo per false promesse e bugie raccontate alle famiglie degli ex-detenuti ma anche per quelle alle istituzioni del nostro Paese. Sia la Farnesina che la Regione Toscana, come anche la diplomazia vaticana, si stanno occupando del caso. "Non sappiamo se la condanna a Fungencio è definitiva o se c'è un appello. È nostra intenzione chiederne il trasferimento in Italia - afferma l'avv. Giammarinaro. È importante che ci sia la pressione internazionale, quel tipo di pressione che per il momento ha evitato la condanna a morte degli accusati".
di Massimo Corcione
open.online, 19 giugno 2019
L'anno scorso erano 700 quelli che finita la prima prova sono tornati in cella. È il giorno della prima prova dell'esame di maturità. Dopo il tema non si parla tanto, non ci sono risultati da confrontare. Si commentano le tracce, si sonda chi ha scelto la stessa, poi a casa a pranzo, a prepararsi per la seconda prova. Circa 700 dei 520mila studenti che affrontano la maturità quest'anno, dopo aver consegnato i fogli protocollo, torneranno invece a ripassare in cella.
di Davide Galliani
Il Manifesto, 19 giugno 2019
La sentenza Viola v. Italia n. 2, emessa il 13 giugno 2019 dalla Corte europea dei diritti umani, condanna il nostro paese poiché non permette al giudice di valutare altro rispetto alla non collaborazione con la giustizia. In Italia dei 1.700 ergastolani, 1.200 sono ostativi. Per il 75% degli ergastolani italiani la liberazione condizionale è un istituto che rimane "sulla carta", sanno che esiste, ma non la otterranno mai. Questo perché tutti i benefici penitenziari, per le persone condannate per uno dei reati ricompresi nell'articolo 4bis dell'ord. pen., possono essere concessi solo a fronte di una utile collaborazione con la giustizia.
di Liana Milella
La Repubblica, 19 giugno 2019
"Abolire l'ergastolo. Perché non è in sintonia con la Costituzione". La pensa così l'ex pm di Mani Pulite Gherardo Colombo, il quale non solo condivide la sentenza della Cedu che boccia il "fine pena mai", ma anche il giudizio che su Repubblica ne ha dato Luigi Manconi.
di Dino Martirano
Corriere della Sera, 19 giugno 2019
Dopo il Consiglio dei ministri, faccia a faccia sui temi della giustizia a Palazzo Chigi per stabilire i criteri da adottare nel progetto di riforma. Si vedranno a tarda sera, dopo il consiglio dei ministri, anche se l'ordine del giorno è molto complesso dopo mesi di inerzia in cui la questione giustizia è stata relegata dal governo tra le varie e le eventuali.
santegidio.org, 19 giugno 2019
"Consentire l'accesso negli istituti penitenziari a volontari e mediatori interculturali, che aiutino i detenuti a mantenere legami significativi con le comunità di appartenenza e a vivere la libertà religiosa" e "favorire l'ingresso di indumenti e altri generi di prima necessità destinati ai reclusi indigenti". È l'oggetto del protocollo d'intesa firmato ieri dal capo del Dap, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini e dal segretario generale della Comunità di Sant'Egidio, Cesare Zucconi.
Il Manifesto, 19 giugno 2019
Conte: non sono sicuro che oggi riuscirò a incontrare il ministro Bonafede. Intanto parte un altro tavolo, sulle intercettazioni. Sulla giustizia un nuovo tavolo viene convocato mentre quello più atteso rischia di saltare. Il ministro della giustizia Bonafede chiama a raccolta a via Arenula giornalisti e avvocati per discutere di riforma delle intercettazioni, una convocazione attesa da esattamente un anno dopo che nel giugno scorso il nuovo governo decise di far saltare la riforma delle intercettazioni messa a punto dal guardasigilli Orlando.
È un primo appuntamento, si fa sapere. L'intenzione di mostrarsi pronti a partire non può far ombra alla montagna che c'è da scalare. Soprattutto perché in tema di intercettazioni le posizioni tra i contraenti di governo restano distanti. A spalleggiare la linea restrittiva della Lega, poi, si presenta Forza Italia che giusto oggi presenterà alla camera una sua proposta di legge per impedire gli ascolti accidentali e indiretti, quelli che coinvolgono parlamentari - in punta di legge non ascoltabili senza autorizzazione delle camere. Nella valanga di ascolti piovuti da Perugia sul Csm ce ne sono molti del genere, riguardano due parlamentari del Pd, Lotti e Ferri.
Proprio per mostrare segni di reazione di fronte allo scandalo, dice il presidente del Consiglio Conte intervistato a Napoli da Fanpage, "serve intervenire nella direzione di recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni". Intervenire, dice il presidente del Consiglio, "riformando il meccanismo di elezione dei componenti del Csm, in modo da recidere la possibilità di contaminazione fra politica e magistratura".
Discorso un po' oscuro, visto che il sistema di elezione riguarda solo i magistrati e la "contaminazione" tra politici e toghe deve avvenire, dice la Costituzione, proprio all'interno del Consiglio superiore della magistratura. In ogni caso Conte precisa che "non è stato ancora fissato l'incontro con Bonafede sulla giustizia", annunciatissimo da giorni per oggi. Le motivazioni pratiche non mancano: oggi è una giornataccia per il presidente del Consiglio, che all'alba deve vedere Tria e i due vice premier per mettere finalmente a punto la risposta alla lettera della Ue. Poi alle 9.30 comincerà il tour tra camera e senato per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo di giovedì e venerdì. Sarà impegnato fino al tardo pomeriggio e infine alle 20.00 c'è il Consiglio dei ministri.
"È una giornata molto complicata, non so se riuscirò ad avere anche una riunione con Bonafede", ammette Conte. Le motivazioni più forti però sono politiche: Lega e 5 Stelle restano lontani su tutti i dossier della giustizia, non solo sulle intercettazioni ma anche su questioni di immediata ricaduta nel processo penale come i tempi delle indagini e le modifiche alla disciplina delle impugnazioni. Ora è Salvini a spingere per accelerare (dopo aver mandato buca le riunioni che mesi fa convocava Bonafede) e sono i 5 Stelle, per non rompere, a frenare. Non a caso Conte lunedì aveva avvertito: "Non faremo interventi a caldo".
Intanto si muove il Csm che venerdì ha in programma un plenum straordinario presieduto dal capo dello stato per procedere all'insediamento dei due magistrati (entrambi della corrente di Davigo, Autonomia e indipendenza) che sostituiranno due dei quattro togati coinvolti nell'inchiesta di Perugia e dimissionari. Mentre per quello che dalle intercettazioni appare come il regista del tentativo di combine sulle nomine, l'ex presidente dell'Anm Palamara, ieri è arrivata la richiesta di sospensione dalle funzioni e dallo stipendio. A firmarla, nell'ambito del procedimento disciplinare, proprio il Pg della Cassazione Fuzio che Palamara, raccontano le intercettazioni, ha provato ad attirare nella sua rete.
- Larghe intese sulla stretta disciplinare ai magistrati
- Il Pg della Cassazione: sospendere Palamara da stipendio e funzioni
- Bonafede apre il tavolo sulle intercettazioni. Il Cnf: libertà sì, gogna no
- Il decreto sicurezza al vaglio della Consulta: primo giudizio costituzionale per il governo
- Abruzzo: carceri, i problemi dietro scioperi della fame e proteste









