di Sara Menafra
Il Messaggero, 4 marzo 2015
Una norma che punisca lo sfruttamento dell'accattonaggio con pene più pesanti delle attuali. Nessun intervento sul comportamento "semplice", depenalizzato negli anni 90 da una sentenza della Corte costituzionale, come invece ha chiesto più volte la Lega Nord. E ampliamento dei poteri dei sindaci in materia di "degrado" e "decoro" urbano, anche se pure su questo punto bisognerà stare attenti a non cozzare con quanto deciso dalla Consulta. Oltre a cinquecento militari inviati a presidiare obiettivi sensibili della capitale, forze dell'ordine nelle periferie, un sistema di videosorveglianza diffuso e l'impegno ad un vertice mensile al Viminale dedicato specificamente alla città di Roma.
Alla chiusura del comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza ospitato ieri dalla prefettura di Roma dopo i fatti di piazza di Spagna, il ministro Angelino Alfano ha annunciato di voler presentare presto un nuovo pacchetto di interventi: "Dopodomani (giovedi ndr) incontrerò il presidente dell'Anci, Piero Fassino, per fare insieme una legge contro il degrado urbano e sulla sicurezza delle città" ha detto il ministro: "Vogliamo dare più poteri ai sindaci di difendere i centri storici ed i monumenti delle nostre città".
Al tavolo con l'associazione dei sindaci sarà presente anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, delegato dell'Anci in tema di legalità e decoro urbano appunto, che si incaricherà di riassumere le proposte dell'organizzazione anche sulla legalità e a sostegno degli amministratori locali minacciati.
Attualmente, lo sfruttamento dell'accattonaggio diventa reato solo quando prevede l'impiego di minorenni. Dunque, previo l'accordo con il ministero della giustizia, il Viminale sta valutando di proporre l'aumento di pene per chi sfrutta i minori, ampliando l'intervento anche ad altre forme di racket. Più difficile l'ipotesi che aumentino le pene per il reato di "mendicità molesta", tanto più che il tema è una delle bandiere della Lega Nord.
Non sarà facile, poi, intervenire sui poteri dei sindaci. Nel 2011, una sentenza della Corte costituzionale ha bocciato quello che allora si chiamava il decreto sui sindaci sceriffi e che aveva dato ai primi cittadini il potere di vietare alcune zone all'accattonaggio o ad altri comportamenti non previsti come reato anche in vaste zone del territorio comunale. Quella norma, disse la consulta, era in contrasto con il principio di eguaglianza dei cittadini, la riserva di legge e il principio di legalità sostanziale.
Più immediato l'intervento sulla sicurezza. Nonostante nel 2014 rispetto al 2013 nella capitale si siano registrati cinquemila reati in meno, più arresti, più denunce e beni sequestrati per 1,4 miliardi di euro, rendendo la città "meno delittuosa di Bruxelles, Berlino, Vienna, Madrid, Parigi e Londra", la sicurezza di Roma resta "una priorità" ha detto Alfano.
Il questore Nicolò D'Angelo ha annunciato che presto la questura potrebbe intervenire sui protocolli dei cortei: "Si può lavorare sui percorsi e lo faremo perché il centro storico di Roma e un patrimonio del mondo intero e va tutelato", ha detto. Per quel che riguarda i rapporti con le tifoserie straniere, Alfano ha annunciato che alla prossima riunione a Bruxelles proporrà l'istituzione di un "Daspo europeo".
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 4 marzo 2015
Caro ministro Alfano, lei ieri, parlando di ordine pubblico e di sicurezza, ha annunciato una stretta contro i mendicanti. Specialmente i mendicanti che chiedono le elemosina nei centri delle città. Naturalmente io capisco quali considerazioni la spingano in questa direzione.
Lei si sente oppresso da un'opinione pubblica compatta e agguerrita, che chiede sicurezza, leggi e repressione. Contro tutti, senza tante discussioni. Contro i criminali, gli zingari, i mendicanti, chiunque dia fastidio alla gente per bene. E questa opinione pubblica, come sempre accade, non è "autonoma" ma in parte è condizionata da stampa e Tv e in parte è lei tessa che condiziona stampa e Tv.
Ormai quasi tutte le mattine e quasi tutte le sere e su quasi tutti i programmi, c'è una trasmissione Tv che parla di sicurezza. E tutti i giorni di sicurezza si parla sui giornali. E si dice che i delitti sono in continuo aumento, che le città sono in mano agli irregolari, che i i rom e i poveracci invadono le strade e insidiano la sicurezza della classe media.
Non so perché giornali e Tv abbiano compiuto questa scelta, rincorrendo le campagne dei partiti dell'estrema destra (Lega, Fdi, Grillo e altri) ma mi pare irreversibile. Però, caro ministro Alfano, lei sa benissimo che questa campagna "securitaria" (come si dice in gergo) è infondata, cioè non si basa sulla realtà. La realtà l'ha spiegata molto bene proprio lei, nella conferenza di fine anno: numero di omicidi in crollo, furti in diminuzione di oltre il 10 per cento e altrettanto in diminuzione le rapine. Persino i furti negli appartamenti, che restano moltissimi, sono in lieve diminuzione (-1,7%).
E allora? In genere quelli a cui sciorino queste cifre mi rispondono che però sono in aumento le richieste di porto d'armi, e dunque vuol dire che la gente si sente insicura, e dunque che il pericolo è aumentato. E invece, come a lei è chiarissimo, è aumentato non l'indice di delinquenza ma l'indice della campagna di stampa che spinge i cittadini ad armarsi. Mi dicono che la Regione Lombardia abbia offerto di pagare l'avvocato a chi sparerà ai ladri.
Lo so, è difficilissimo per un leader politico andare controcorrente. Si perdono voti. Però alle volte - credo - è giusto mettere le idee al di sopra della necessità del consenso. Se non si fa mai questo, la politica soccombe, diventa cameriera di altri interessi.
Lei dirige un partito liberale, laico, garantista. Non può permettersi di cedere al populismo. È insensato, mi creda, pensare a norme severe contro l'accattonaggio. L'accattonaggio non è un reato, è una tremenda disgrazia e un'atroce necessità vitale. C'è una sola norma contro l'accattonaggio: una politica di giustizia sociale che riduca la povertà, possibilmente la cancelli, e renda inutile l'attività penosissima, triste e umiliante di chiedere l'elemosina.
Non crede anche lei che le cose stiano così? Non crede che - non mi stancherà mai di ripeterlo, anche se sono non credente e ateo - il passo più bello del Vangelo si a quello nel quale Gesù Cristo (il vero Nazareno...) dice a tutti: avevo fame e non mi avete dato da mangiare, avevo sete, ero ignudo..."?
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 4 marzo 2015
Niente più soglie, al di sotto delle quali si è automaticamente impuniti. Ma per i reati di falso in bilancio, procedibili d'ufficio, si faranno distinzioni. Verranno puniti più duramente i responsabili e dirigenti di società quotate in borsa (solo in Italia e in Europa): da 3 a 8 anni. Ma per casi di tenue gravità, e se l'azienda non è tra quelle troppo grandi o troppo ricche per fallire, si lascerà al giudice facoltà di valutare se il falso in bilancio o le false comunicazioni possano essere punite con la reclusione da 1 a 5 anni. In questo caso, l'entità della pena massima non consentirà al magistrato, durante le indagini, di poter intercettare i sospetti.
È l'ultimo testo scritto dal governo sul reato di falso in bilancio. Almeno fino a ieri, quando l'articolato, atteso in commissione giustizia, si è fermato a Palazzo Chigi, all'attenzione del ministro ai Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi. Facendo nascere il giallo sui tempi in cui sarebbe approdato al Senato.
Tra rumors di una levata di scudi del ministero dello Sviluppo, che dava voce ai dubbi di Confindustria su un testo con un margine di discrezionalità del giudice ritenuto troppo ampio. Speculare all'altolà registrato al Senato, dove il pd Giuseppe Lumia metteva in guardia il governo dall'allargare troppo le maglie: "C'è stato un accordo di maggioranza ci aspettiamo che venga rispettato. E che il testo arrivi qui in commissione".
Il Guardasigilli Orlando, a Ballarò, ha confermato che il testo non arriverà direttamente in aula. Punto non da poco perché la composizione della commissione Giustizia, ad alta incidenza cinquestelle e democrat agguerriti, non lascerebbe passare un testo annacquato. I tempi dell'arrivo in Aula del provvedimento anticorruzione si allungano: l'Aula era convocata per domani. Ma Orlando ha promesso per "la prossima settimana sicuramente l'Aula avrà votato il ddl anticorruzione e risolto i dubbi".
In una riunione di maggioranza, con Orlando, ieri, si è parlato anche di prescrizione. E si è prefigurato un allungamento dei termini per i reati della pubblica amministrazione. Ma Ncd protesta perché ciò ne renderebbe alcuni "imprescrittibili" con "l'unico grave effetto di allungare i processi". Il Pd replica che per reati di "grave allarme sociale" è previsto addirittura il raddoppio. E la corruzione lo è, a giudicare anche dai fatti di ieri.
La tensione è alta. E si capirà oggi se almeno sul falso in bilancio si metterà un punto fermo. Ma cosa prevede il testo? L'articolo 7 si occupa delle società non quotate in borsa. Ed esclude, come dicevamo, la possibilità di intercettazioni perché punisce con la reclusione da 1 a 5 anni "gli amministratori i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori", che per proprio o altrui ingiusto profitto, "nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, consapevolmente espongono informazioni non rispondenti al vero o omettono informazioni imposte dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore". L'articolo 7 bis prevede inoltre la pena da 6 mesi a 3 anni se i fatti contestati "sono di lieve entità, tenuto conto di natura e dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta". E il 7 ter aggiunge che "ai fini della non punibilità per particolare tenuità il giudice valuta anche se i fatti riguardano società" soggette al fallimento.
Pene più dure, invece, da 3 a 8 anni, per "amministratori, direttori generali, dirigenti che redigono documenti contabili societari, sindaci e liquidatori" di società quotate, che diventano intercettabili. Ma solo se le società "sono ammesse a negoziazioni del mercato regolamentato in Italia o in Europa".
Il Sole 24 Ore, 4 marzo 2015
Le regole sull'equo indennizzo previste dalla legge Pinto nel caso di processi troppo lunghi non si applicano ai procedimenti in materia tributaria che coinvolgono la potestà impositiva dello Stato. Anche perché l'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (Cedu), che assicura la durata ragionevole dei processi, riguarda unicamente la materia civile e penale. Di conseguenza, va respinto il ricorso per ottenere un equo indennizzo in base alla legge Pinto nel caso di un procedimento su un contenzioso tributario. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, Sesta sezione civile, con la sentenza n. 4282/15, depositata ieri.
A rivolgersi alla Corte è stato un contribuente che aveva chiesto il rimborso di ritenute fiscali sull'indennità di buonuscita. A suo dire, i procedimenti dinanzi alle Commissioni tributarie erano durati troppo a lungo. Di qui la richiesta di un equo indennizzo sulla base della legge 89/2001. Un'istanza respinta dalla Cassazione, che ha condiviso la posizione della Corte di appello di Perugia e le obiezioni del ministero dell'Economia e delle finanze.
Nodo della questione per chiarire l'applicazione dell'articolo 6 della Convenzione europea che garantisce la durata ragionevole del processo è la qualificazione del giudizio al centro della vicenda. La Cedu non è applicabile alle controversie riguardanti "l'esistenza e l'esercizio della potestà impositiva dello Stato". Nel caso all'attenzione della Cassazione, il giudizio verteva proprio su una questione tributaria connessa alla potestà impositiva dello Stato.
È irrilevante - osserva la Cassazione - la natura pecuniaria delle obbligazioni, perché ciò che consentirebbe di applicare l'articolo 6 è il carattere civile delle obbligazioni. Cosa che non è nel caso trattato dai giudici, visto che sono in discussione obbligazioni di natura pubblicistica che derivano dall'applicazione di tributi o traggono "in ogni caso origine da doveri pubblici".
A supporto di questa conclusione, la Suprema corte ha richiamato Strasburgo che, nella sentenza Ferrazzini contro Italia del 12 luglio 2001, ha chiarito che il contenzioso tributario non rientra nel campo civile, "malgrado gli effetti patrimoniali che esso necessariamente produce nei confronti dei contribuenti". È vero - riconosce la Cassazione - che ci sono alcune eccezioni, ma queste riguardano unicamente le sanzioni tributarie assimilabili, per il grado di afflittività in esse previsto, a quelle penali.
Sul piano concreto, quindi, malgrado la diversa qualificazione interna, l'articolo 6 può essere applicato solo se la sanzione tributaria è assimilabile a quella penale. Così la controversia può rientrare tra quelle civili se al centro del procedimento ci sono le "pretese del contribuente che non investono la determinazione del tributo ma solo aspetti consequenziali" o le richieste di rimborso di somme. Escluse, invece, le controversie sul rimborso delle imposte che un contribuente ritenga siano state indebitamente trattenute: queste, infatti, sono in ogni caso legate al potere impositivo statale.
L'azione del ricorrente - continua la Cassazione - è incentrata sulla fondatezza dell'imposizione con la conseguenza che rientra in un settore regolato dal diritto pubblico. Di qui l'inapplicabilità dell'articolo 6 della Convenzione, come interpretato dalla Corte europea e, quindi, il no all'equo indennizzo secondo la legge 89/2001, anche in ragione della simmetria tra il piano interno e quello internazionale.
di Christian Montagna
www.osservatoreitalia.it, 4 marzo 2015
Il 13 marzo prossimosi terrà l'udienza conclusiva. Mamma Maria continua a ripetere che "non si può morire quando si è in custodia dello Stato".
Nemmeno dopo la morte trova pace il giovane Marcello Lonzi vittima della mala giustizia italiana, e con lui la giovane madre Maria Ciuffi che da anni lotta per la verità. Come abbiamo già detto e come testimonia il caso di Stefano Cucchi, siamo di fronte ad un assurdo caso dove le prove restano occultate ed i colpevoli se la spassano beatamente.
Nell'articolo pubblicato in precedenza introduttivo al caso ricco di colpi di scena e assurdità, Maria ci ha raccontato del suo arrivo al cimitero e della tremenda scoperta. Marcello ha del sangue sulla camicia, il volto gonfio con la bocca socchiusa e alcuni denti rotti, tre tagli sul lato sinistro del viso, sul labbro, sul sopracciglio e sulla fronte fino all'attaccatura dei capelli. Come potete immaginare, trovare un corpo in queste condizioni non è possibile in caso di morte naturale. Eppure, per ben due volte il caso è stato archiviato come tale. L'iter giudiziario di questa vicenda ha dell'incredibile: testimoni non presi in considerazione, guardie penitenziarie non interrogate, insomma, sembra proprio che quando si parli di Stato resti impossibile arrivare ad una soddisfacente verità processuale.
Nel settembre 2003, il pubblico ministero di Livorno Roberto Pennisi apre un fascicolo contro ignoti per l'omicidio di Marcello Lonzi. Sembra dunque che il caso stia prendendo la piega giusta e qualche mese dopo vengono richieste le foto del corpo del giovane e consegnate al Pm. Ci sono tre persone testimoni, due detenuti e una guardia penitenziaria che hanno visto per l'ultima volta in vita Marcello. Uno dei due detenuti dichiara di dormire e di non essersi accorto dell'accaduto ma di aver soltanto trovato Lonzi disteso a terra in una pozza di sangue con la testa vicino all'inferriata; il poliziotto invece dichiara di averlo lasciato in buone condizioni di salute.
Dopo aver sentito Maria che è riuscita a contattare il detenuto in cella con Marcello, pare che le versioni fornite dallo stesso al telefono e in Procura siano totalmente diverse. Il poliziotto, dopo aver visto Lonzi per terra, dice di aver lanciato l'allarme e cercato invano di rianimarlo. Le indiscrezioni che però trapelano nel penitenziario e giungono all'orecchio di Maria sembrano essere discordi con questa versione dei fatti: si diffonde la voce che Marcello sia stato picchiato dalle guardie nelle celle di isolamento.
Nonostante questo non fosse il primo caso di violenza nelle carceri italiane, il Pm pare non credere a questa versione e affida la consulenza medico legale al dott. Alessandro Bassi Luciani. La perizia fornita dallo stesso però si scoprirà essere scarna e carente, troppi elementi visibili ad occhio nudo vengono sottaciuti e non riportati.
Secondo Luciani dunque la morte di questo ragazzo potrebbe essere stata causata da un arresto cardiaco. Nel 2004 il Pm Pennisi chiede la chiusura delle indagini con una richiesta di archiviazione poiché nulla di rilevante era apparso per poter iscrivere qualche elemento nel registro degli indagati. Il giudice Rinaldo Merani accoglie la richiesta e chiude il caso.
Maria non ci sta e intraprende una serie di battaglie che la portano a vedersi archiviato il caso più e più volte. Diffonde le foto di suo figlio al momento della morte; protesta contro le Procure che a tutti i costi vogliono coprire gli autori di questo efferato omicidio e il 12 gennaio 2005 presenta una denuncia contro il Pm Pennisi, il medico legale Bassi Luciani e un'agente di polizia penitenziaria. Viene dunque riaperto il caso affidato stavolta al Pm Antonio Giaconi di Livorno che autorizza finalmente la riesumazione del cadavere indicando un nuovo medico legale, Francesco De Ferrari, che evidenzia le carenze della relazione precedente.
Le costole rotte sono 8 e non una e lo sterno è fratturato. Pare essere dunque vicini ad una svolta ma in seguito agli esami tossicologici eseguiti sul sangue di Lonzi, anche De Ferrari scrive che i passati problemi di tossicodipendenza di Lonzi non possono non aver influito sulla morte ma, anzi, hanno accelerato l'insorgere del problema cardiaco; che il decesso è avvenuto per un forte stress emozionale e che l'aggressione da parte di terzi è poco probabile per mancanza di segni esterni visibili. Anche per questo medico dunque le cause della morte sono da attribuirsi ad una acuta insufficienza cardio-circolatoria. La consulenza chiamata dalla signora Ciuffi invece continua ad evidenziare delle anomalie.
Nel 2008 Giaconi chiede la terza ed ultima consulenza medico legale a L. Vannuccini e F. Monciotti dalla quale fuoriesce un nuovo particolare: la denuncia di Marcello di aver subito un pestaggio al momento dell'arresto. Ma nemmeno questo dettaglio servirà a granché. Secondo la terza perizia medico legale, le lesioni sul suo corpo sarebbero state la conseguenza dell'urto contro un oggetto tagliente.
Ma anche in questa perizia, il medico legale chiamato da Maria Ciuffi sottolinea le lacune e fa notare come in una fotografia scattata durante la riesumazione del cadavere, si veda un frammento di colore blu nella ferita sul sopracciglio di Lonzi.
La perizia però giunge troppo tardi e nel 2010 il pm Giaconi deposita la richiesta di archiviazione accettata poi dal capo della Procura di Livorno, Francesco De Leo che respinge anche il ricorso in Cassazione nel 2011.
Maria non molla e si appella alla Corte Europea dei diritti dell'uomo che però nel 2012 dichiara non valido il suo ricorso. Nel 2013 allora presenta una nuova denuncia contro i due medici del carcere che hanno effettuato i primi soccorsi e contro il medico legale Bassi Luciani, per gli errori commessi durante l'esame autoptico. Si decide nel 2014 di poter svolgere ulteriori indagini e a breve, il 13 Marzo 2015 si terrà l'udienza conclusiva ma Maria continua a ripetere che " non si può morire quando si è in custodia dello Stato".
Il calvario della mamma per scoprire la verità
Intervistata telefonicamente dal nostro quotidiano, Maria ha voluto raccontare per filo e per segno gli attimi concitati di quei maledetti giorni.
Non si da pace Maria Ciuffi che lotta da oltre undici anni per sapere la verità su quanto accadde al figlio Marcello Lonzi all'interno del penitenziario delle Sughere a Livorno l'11 luglio 2003. Una morte dichiarata naturale ma che di naturale ha ben poco ha rischiato di essere archiviata come tale nonostante le numerose prove e testimonianze che attestino il contrario.
Intervistata telefonicamente dal nostro quotidiano, Maria ha voluto raccontare per filo e per segno gli attimi concitati di quei maledetti giorni che le videro portar via ingiustamente il figlio. Siamo di fronte indubbiamente ad un caso Cucchi-bis del quale non si vuole giungere alla verità. Dopo archiviazioni inaspettate e tentativi di depistaggi, il prossimo 13 Marzo si terrà a Livorno l'udienza al termine della quale si procederà o all'archiviazione per la terza volta del caso o al rinvio a giudizio dei due medici del carcere Enrico Martellini e Orlando Gaspare e del primo medico legale che eseguì l'autopsia sul corpo di Marcello, Alessandro Bassi Luciani. Maria Ciuffi che lotta pubblicamente con forza da undici anni ha raccontato la verità sui meccanismi e gli indizi che portano a dubitare sull'operato delle guardie anche nei giorni precedenti la morte di Lonzi.
Era l'11 Luglio 2003 quando l'allora ventottenne Marcello Lonzi fu trovato senza vita nel carcere delle Sughere di Livorno. Entratovi il 3 Marzo dello stesso anno, stava scontando una pena di nove mesi per tentato furto. Proprio la sera in cui fu arrestato, Maria che dell'accaduto non ne sapeva ancora nulla, tramite le testimonianze dell'ex compagna di Marcello accorsa sul luogo dopo aver udito le urla del compagno, è riuscita a ricostruire la dinamica degli eventi. Lonzi la sera del 3 Marzo dunque viene arrestato perché colto su un'impalcatura con una birra tra le mani a ridere e intento a compiere un furto in compagnia di un complice del quale però non si sa più nulla.
Il processo per direttissima a Livorno condanna soltanto Lonzi a nove mesi di reclusione. Per essere il più attinente possibile alla verità dei fatti, Maria, che da sempre ha ritenuto giusto che il figlio pagasse per quanto accaduto in merito al reato commesso, ci racconta un altro precedente con la giustizia risalente al 2000 quando, Marcello trascorse un mese di arresti domiciliari a casa della stessa mamma per furto di auto condannato insieme a Gabriele Ghelardini ed una ragazza. Portato al carcere don Bosco, dopo due giorni di reclusione viene affidato alla mamma grazie alla concessione degli arresti domiciliari del pm Antonio di Bugno, lo stesso che ha condotto poi le altre indagini e chiesto l'archiviazione del caso.
Tornando al 2003, in merito all'arresto che lo ha portato in carcere alle Sughere dal quale non è mai più uscito, sin dall'inizio appaiono dubbiosi alcuni elementi: i due fogli d'arresto compilati dai poliziotti che ammanettano Marcello, risultano essere contrastanti e la compagna agli atti deposita la sua testimonianza: dice di aver visto picchiare Lonzi e di essere riuscita a strappare di mano il manganello alle guardie. Portata anche la compagna di Marcello in questura, sarà in seguito arrestata, ma per altri motivi.
Nei mesi di reclusione che vanno dal 3 Marzo all'11 Luglio, Maria non va a trovare Marcello in carcere per volontà di quest'ultimo che non vuole vederla piangere ma intrattiene uno scambio epistolare al termine del quale Marcello si convince ad incontrare la mamma.
Caso vuole che Maria si rechi in carcere cinque giorni prima della morte di Marcello ma non le viene concesso di incontrare il figlio poiché, a detta delle guardie, impegnato in un colloquio interno con la sua compagna. Rivelazione che però non convince la signora Ciuffi che insospettita ipotizza un isolamento o una punizione. Dopo cinque giorni, arriva la triste notizia: Marcello viene trovato morto all'interno del carcere e il suo compagno di cella dichiara agli atti di non aver visto ne sentito nulla.
Primo elemento anomalo in questa storia è la comunicazione alla stessa Maria del decesso avvenuta il giorno seguente ma non per mano delle guardie carcerarie. "Ero appena tornata da lavoro quando alle 13.20, la zia di Marcello, sorella del papà, arriva a casa mia per dirmi della morte di Marcello" dice Maria al telefono e ancora "In tempi rapidissimi mi sono recata al carcere per vederlo ma nessuno mi ha fatta entrare. Dopo un'ora di attesa sotto il sole, un ispettore mi fa entrare chiedendomi il motivo di quella visita. Poi mi dice che mio figlio si trovava già al cimitero e stavano eseguendo su di lui l'autopsia".
È proprio su quelle ore che ora si sta cercando di indagare per scoprire la verità ma atroci dubbi sorgono spontanei: Come mai hanno svolto l'autopsia senza avvertire la mamma? Perché medico legale e scientifica sono stati chiamati di notte? Anche sull'ora esatta del decesso e sulla posizione della salma vi sono numerose incongruenze: secondo il referto del 118, i medici del carcere e il medico legale Alessandro Bassi Luciani che eseguì l'autopsia, la chiamata di soccorso sarebbe giunta alle 20,14 dell'11 Luglio ma secondo Bellocco, medico legale chiamato dalla signora Ciuffi, e un medico del 118 il decesso sarebbe avvenuto prima delle 17 quando ancora splendeva il sole. Inoltre, per errore, un'ex detenuta dello stesso carcere, viene avvisata della morte del suo compagno nelle prime ore del pomeriggio. Si scoprirà soltanto in seguito che quella detenuta non era la compagna di Lonzi. L'ipotesi accreditata per questa morte è quella di infarto o di morte naturale.
Maria il 12 Luglio 2003 si reca al Cimitero dei Lupi ma non riesce a vedere il figlio che vedrà soltanto il giorno dopo nella bara. Da subito, Maria dice di aver notato sul volto di Marcello degli evidenti segni che tutto lasciano pensare fuorché ad una morte naturale. Il polso sinistro dello stesso appare chiuso e dalla camicia bianca si intravedono macchie di sangue. Ed è proprio da lì che ha inizio il calvario di Maria, con quei dubbi che con il tempo si sono trasformati in certezze atroci che non la lasciano più serena.
Il Garantista, 4 marzo 2015
Veronica Panarello, la giovane mamma di Santa Croce di Camerina accusata dell'uccisione del figlioletto di 8 anni, Andrea Lorys Stival, è ricoverata in ospedale a causa di un malore che l'avrebbe colta mentre usciva dal bagno della sua cella, nel carcere Petrusa di Agrigento.
La donna avrebbe perso i sensi, cadendo per terra e sbattendo violentemente la testa; e per questo nei giorni scorsi è stata portata in via precauzionale nel nosocomio di Agrigento, il San Giovanni di Dio, per accertamenti. È successo nella notte tra sabato 28 febbraio e domenica primo marzo.
Come è noto, nelle scorse settimane, il suo legale aveva raccontato, durante una delle sue ultime visite in cella, di averla trovata parecchio prostrata, dopo un periodo di cinque giorni nel quale non si idratava e alimentava adeguatamente, quasi a volersi lasciare andare.
Poi la crisi sembrava essere rientrata e l'avvocato Francesco Villardita aveva parlato di una donna fortemente provata ma determinata a combattere per dimostrare la propria innocenza: continua a dire di non essere stata lei a strangolare il figlio con delle fascette da elettricista e tantomeno ad averne poi gettato il corpicino seminudo e senza vita in quel canalone di contrada Mulino Vecchio, in mezzo alla campagna, come un rifiuto qualunque.
Il suo arresto, avvenuto il 29 novembre (un mese dopo la morte del piccolo), nel frattempo è stato convalidato sia dal gip di Ragusa che dal Tribunale del Riesame di Catania. Le indagini, coordinate dal procuratore Petralia, sono ancora in corso e sono condotte dalla polizia e dai carabinieri di Ragusa.
Ora, questo nuovo episodio, in mancanza di significativi aggiornamenti sull'inchiesta, nella quale Veronica Panarello rimane l'unica accusata del terribile e inspiegabile omicidio, porta nuovamente ad accendere i riflettori sulla controversa protagonista di questa brutta vicenda.
Non è la prima volta che Veronica, legittimamente peraltro, "urla" al mondo tutto il suo dolore, invocando disperatamente la fiducia della sua famiglia e soprattutto del marito, pur non riuscendo ancora a spiegare tutte le contraddizioni della sua versione su quell'ultimo giorno di vita del figlio.
Contraddizioni che, incrociate con i video registrati dalla telecamere di sorveglianza del paese, sono nel frattempo divenute per gli investigatori e gran parte dell'opinione pubblica "le bugie di una mamma assassina", che però continua a non ammettere il delitto dopo un lasso di tempo significativo.
Come se lo avesse rimosso? È un'altra delle suggestioni comparative con il caso di Cogne venute fuori nelle varie interpretazioni psichiatrico-giornalistiche sul caso. Intanto chi l'ha vista nelle ultime ore trascorse in ospedale, ora racconta di una Veronica quasi catatonica, che continua a ripetere di voler vedere il figlioletto più piccolo, il fratellino di appena 2 anni di Loris, che non vede dal giorno del suo arresto, due mesi fa.
"Fatemi vedere mio figlio, altrimenti morirò", è la frase che dicono abbia continuato a ripetere come in un drammatico mantra per tutto il tempo che è stata trattenuta in ospedale. Veronica è stata sottoposta - ha confermato l'avvocato - anche a due tac, che hanno comunque avuto esito negativo. Alla fine della giornata di ieri, e dopo gli ultimi esami, i medici dell'ospedale di Agrigento hanno così preso la decisione di disporne le dimissioni e il suo ritorno in carcere.
L'avvocato Villardita ha rincuorato la propria cliente e, prima di salutarla, rivolgendosi ai giornalisti, ha puntualizzato che chiederà l'acquisizione dell'intera cartella clinica della sua assistita per farla valutare da un collegio medico appositamente nominato dalla difesa. Poi, il battagliero legale ha concluso: "Dopo i problemi delle scorse settimane, Veronica ha ripreso a mangiare. Ora le stanno anche facendo delle flebo, poiché è comunque arrivata a pesare 40 chili. Ma nonostante questo cattivo stato di salute generale continua a ripetere, senza fermarsi mai, che vuole vedere il figlio piccolo, altrimenti morirà, ha detto di esserne certa, ma nello stesso tempo dice anche di voler lottare fino all'ultimo per dimostrare la sua innocenza e soprattutto per scoprire il vero colpevole dell'omicidio di Loris".
La Repubblica, 4 marzo 2015
Il Sottosegretario alla Giustizia Ferri: "Sicuro ravvedimento e angoscioso senso di colpa per le vittime". Ma il deputato Bolognesi, che aveva sollevato obiezioni, ricorda: "Loro si ritengono innocenti per la strage del due agosto 1980".
Anche per Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, come per gli altri detenuti, "la libertà condizionale è un vero e proprio diritto e non una graziosa concessione né una non giustificabile rinuncia dello Stato all'ulteriore esecuzione della pena detentiva inflitta con la sentenza di condanna". Sono le parole con cui alla Camera il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri risponde ai dubbi e le obiezioni di legittimità sollevate da Paolo Bolognesi, deputato del Pd e presidente dell'associazione vittime del Due Agosto, la strage che nel 1980 fece 85 morti e 200 feriti.
"C'erano i requisiti". La libertà condizionale, ovvero la sospensione della pena detentiva, concessa a Mambro e Fioravanti è regolare, spiega Ferri per conto del governo. Il fatto che Mambro e Fioravanti avessero contatti con altri ex Nar come loro come Gennaro Mokbel (o altri) coinvolti nell'inchiesta di "Mafia capitale", non porta automaticamente lo stop al beneficio. La libertà condizionale si concede con determinati requisiti, e nel caso di Mambro e Fioravanti si è accertato che c'erano. Ad ogni modo, ha aggiunto Ferri come riporta l'agenzia Dire, nella sua autonomia il Tribunale di sorveglianza potrà valutare gli esiti di 'Mafia capitalè e assumere decisioni.
"Nessun collegamento con criminalità organizzata". Per ottenere la libertà condizionale dopo la condanna all'ergastolo, bisogna aver scontato almeno 26 anni della pena inflitta e avere avuto un comportamento che faccia "ritenere sicuro" il ravvedimento, la "vera condicio sine qua non per la concessione del beneficio". Tocca all'autorità penitenziaria certificare "una condotta assolutamente incensurabile" e a un giudice valutare "l'evoluzione psicologica e culturale del condannato rispetto al crimine commesso" soprattutto se ha maturato "una consapevolezza della gravità del danno procurato alle vittime".
Va anche escluso il rischio di nuove condotte criminali. Peraltro, il ravvedimento, "pur certo" non per forza dev'essere "anche perenne e assoluto, tanto da costituire una vera e propria garanzia del reinserimento sociale". Infatti il beneficio può essere revocato. Ebbene, rispetto a tutto questo, la Digos di Roma ha escluso che Fioravanti e Mambro abbiano "collegamenti attuali con la criminalità organizzata od eversiva".
"Angoscioso senso di colpa". Per il Tribunale di sorveglianza di Roma, per entrambi "l'esistenza di un sicuro ravvedimento" rispetto ai crimini commessi "venne dedotta 'sulla base degli esiti della lunga osservazione della rispettiva personalità, attestati nelle relazioni degli operatori, in cui si evidenziavano l'avvenuta maturazione di un genuino processo di rielaborazione critica delle scelte criminali del passato e il definitivo ripudio dei disvalori ad esse sottese, accompagnato da angoscioso senso di colpa per le vittime".
Bolognesi: "Ma loro si dicono innocenti". Per nulla soddisfatto il deputato Bolognesi: la libertà condizionale a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti non andava proprio concessa. "Non capisco come ancora oggi non si intervenga per approfondire la concessione della liberazione condizionale, che non doveva essere assolutamente compresa. Quando si parla della completa comprensione dei danni compiuti dai criminali, credo che sia importante tenere conto che queste persone si ritengono innocenti per la strage di Bologna, dopo tutte le sentenze che ci sono state, e anche questo doveva essere uno dei punti che dovevano impedire di arrivare a questa concessione".
Peraltro, la prova del ravvedimento, ricorda, si basò "solo su un appello di varie personalità in relazione alla attività prestata dai due a favore della associazione Nessuno tocchi Caino, che era tra i promotori di una campagna mediatica di disinformazione, abilmente orchestrata, con l'appello "E se fossero innocenti" a favore di Mambro e Fioravanti".
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 4 marzo 2015
Sacrosanta e legittima, a norma di legge, la libertà condizionale concessa a Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, condannati per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Lo ribadisce, a chi non vuol sentire, Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, in risposta a un'interrogazione parlamentare. Chi non vuol sentire è Paolo Bolognesi il quale, succeduto a Torquato Secci alla presidenza dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage, è diventato deputato proprio per questo suo incarico.
E non vuol sentirsi dire che Mambro e Fioravanti, come ogni ergastolano, hanno diritto alla liberazione condizionale dopo 26 anni di carcere. Ventisei anni sono un periodo lungo della vita. È una storia infinita, quella della strage di Bologna. 85 morti e 200 feriti non sono facili da dimenticare, e la stazione del capoluogo emiliano ne conserva e ne mostra, a pieno titolo, la ferita fisica. Così come hanno tutto il diritto, i parenti delle vittime, di non perdonare coloro che ritengono gli assassini dei loro cari, anche se si sono sempre dichiarati estranei alla strage, pur ammettendo altri gravi delitti.
Ma c'è una rabbia vendicativa e rancorosa, che non è solo emozione e sentimento, negli uomini e le donne dell'Associazione bolognese, che non ha il pari in nessuna delle persone che, in altre città o altre situazioni, hanno subito, come loro, un lutto per mano terroristica. Tanto che gli stessi Mambro e Fioravanti intrattengono, come ricorda in Parlamento il sottosegretario Ferri, rapporti epistolari con parenti di altre vittime, mentre hanno invano teso più volte la mano a quelli di Bologna, ricevendo solo risposte negative.
La verità è che siamo di fronte a un vero organismo politico, non solo perché l'associazione ha la sua sede in piazza Maggiore presso il gabinetto del sindaco, ma perché, indipendentemente dalle posizioni politiche che potevano avere le vittime quando erano in vita, i loro parenti hanno voluto collocarsi a sinistra. Una sinistra radicale e molto particolare. E in questa veste sono diventati una sorta di tutori di quell'antifascismo militante che aveva poca ragion d'essere ieri, figuriamoci oggi. Nel corso dei decenni, ogni anno il 2 agosto c'è stata una piazza che si è impegnata in modo militante a fischiare qualunque rappresentante di governo che non fosse rigorosamente comunista. Ma comunista a modo loro, naturalmente.
Anche il Manifesto, "quotidiano comunista", era visto male, per il suo garantismo. Pur se in quel 1980 il giornale (in cui lavoravano molti bolognesi, che si sono precipitati per settimane a dare una mano alla loro città ferita a morte) aveva seguito in modo appassionato e doloroso tutti gli sviluppi della tragedia. Ma poi, nel corso degli anni, era bastato avanzare qualche dubbio sulle responsabilità di Mambro e Fioravanti per essere insultati e trattati come complici degli assassini. Si era mossa la segreteria del Pci bolognese, che aveva chiesto e ottenuto la pubblicazione di un intervento (contro di me, che scrivevo di giustizia) il cui succo era che eravamo una sorta di mandanti di stragi.
E l'Unità era uscita con la prima pagina bianca in segno di protesta quando una delle tante Corti d'assise che giudicarono quel delitto, e che si era permessa di mandare assolti i due giovani dei Nar. "Naturalmente" quella sentenza fu presto corretta. Francesca Mambro e Giusva Fioravanti hanno trascorso la loro giovinezza in carcere.
Lo meritavano e sono stati puniti con la pena massima. Noi, che l'ergastolo vorremmo abolirlo dal nostro ordinamento, non pretendiamo che tutti siano d'accordo. Ma non bastano ventisei anni di carcere per due giovani, che pur hanno commesso reati gravissimi, ma che da tempo hanno dimostrato in ogni modo non solo ravvedimento, ma un vero reinserimento sociale, che consiste anche nell'aiuto che danno a tante persone in difficoltà? Il fatto che meritino la libertà condizionale è attestato da direttori di carcere e magistrati e tribunali vari.
Anche la Digos di Roma ritiene irrilevanti penalmente alcune telefonate da loro fatte a un altro vecchio esponente dei Nar, come Mokbel, indagato nell'inchiesta "Mafia capitale". Ma non le basta ancora, onorevole Bolognesi? Lei è diventato deputato un anno fa, avendo come unico merito quello di essere presidente di un'associazione.
Ma non ci faccia pensare che la sua prossima attività parlamentare consisterà soprattutto nel feroce accanimento nei confronti di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti a causa di un fatto tragico che l'ha colpita 35 anni fa. Nessuno è più la stessa persona, oggi, neanche lei. La smetta, per favore. Si accontenti della risposta che le ha dato il sottosegretario Ferri.
di Rodolfo Sabelli (Presidente Anm)
La Repubblica, 4 marzo 2015
Con riferimento a quanto scritto ieri da Eugenio Scalfari, pensare che la "maggioranza" dell'Anm abbia fatto "pressione" per l'approvazione della legge di riforma della responsabilità civile è sorprendente. Valgono tutte le nostre prese di posizione in sede pubblica e istituzionale, sempre ferme e inequivocabili nell'avversare il disegno di legge, nel merito e come priorità in tema di riforme.
È vero invece che noi abbiamo rappresentato al ministro della Giustizia quanto fosse inconcepibile e incostituzionale la responsabilità civile diretta del magistrato, alla quale con forza ci siamo opposti. Ci siamo opposti anche alle altre previsioni incostituzionali del disegno di legge Buemi e dei vari emendamenti: fra le altre, vincoli all'interpretazione, sindacato sul merito dei provvedimenti, eliminazione del tetto massimo alla rivalsa, limiti al diritto di difesa del magistrato nel giudizio contro di lui.
Con la presentazione dell'emendamento del Governo, le nostre critiche sono state solo in parte ascoltate. Con altrettanta forza abbiamo rappresentato fino all'ultimo al ministro che l'abolizione del filtro di ammissibilità avrebbe aggravato i carichi, intralciato la giustizia e provocato grave turbamento all'esercizio della giurisdizione.
E quanto fosse contraddittorio eliminare il filtro, quando invece andavano proliferando proprio i filtri nel processo civile, con l'introduzione della mediazione obbligatoria e della negoziazione assistita. Il ministro, purtroppo, sul punto non ha ritenuto di ascoltarci.
Sabelli ha risposto illustrando il punto di vista dei magistrati. Spetta ora al ministro dire la sua. (Eugenio Scalfari)
di Michele Passione (Avvocato)
Il Garantista
Sul Garantista del primo marzo è stato pubblicato un articolo del collega Cataldo Intrieri, che ha definito "un fallo di frustrazione" la reazione che la recente legge sulla responsabilità civile dei magistrati ha comportato, con toni più o meno accesi, da parte dell'Anm.
A tal proposito, molto si è scritto e detto in questi giorni, ed alti lai sono stati elevati anche da parte di chi, senza sapere realmente come vanno le cose, si è precipitato in soccorso di uno dei Poteri dello Stato. Non stupisce che quando un Potere viene limitato nel suo esercizio (ma meglio sarebbe dire nelle sue storture) se ne lamenti, ma duole constatare che ci si spinga ad obiezioni sul merito della legge senza approfondirne gli aspetti tecnici, e soprattutto senza preoccuparsi di comprenderne le ragioni.
Mi asterrò dall'aggiungere il mio commento al tema in questione, dal quale è partito l'articolista, e vorrei invece soffermarmi sul parallelo che traccia tra la reazione dei magistrati e quella degli avvocati, a proposito del disegno di legge che, tra le altre cose, introduce la previsione dell'ingresso di soci di capitale negli studi legali.
E del tutto evidente che l'assimilazione tra le due vicende ha il merito di indurre una riflessione sulle reazioni che una Politica di cambiamento può indurre in chi risulta destinatario, in primis, di una novella legislativa. Ma è anche vero che la comparazione proposta sconta il difetto del carattere spurio della materia in raffronto. Ed infatti, i magistrati italiani si contano in numeri equiparabili più o meno a quelli dei soli avvocati penalisti iscritti all'Ucpi.
Ma (purtroppo) gli avvocati sono molti di più, circa 250.000 (solo a Roma sono pari a quelli presenti in tutta la Francia). Di più: appare francamente improponibile il raffronto tra chi esercita un potere, il più invasivo e incontrollato tra quelli dello Stato, e chi si muove nel solco di previsioni costituzionali che ne disciplinano l'incedere, ma pur sempre in un rapporto tra privati. Resta sullo sfondo il tema dei diritti delle persone (non solo cittadini, soprattutto per quanto riguarda il diritto penale) che con magistrati ed avvocati incrociano il loro cammino nel momento giurisdizionale: a loro, più che agli altri, dovrebbe pensare il legislatore al momento delle riforme, al bene comune.
Ed allora: è ovvio che nessuno può seriamente sostenere che l'avvocatura sia mossa da "uno spirito francescano": non è così, non sarebbe né giusto né possibile. La professione forense o è liberale o non è; dentro questo spazio di azione, ovviamente c'è di tutto, ma "l'uomo nero", il socio di capitale, lungi dall'essere pericoloso perché ignoto nelle sembianze, sottrae libertà (appunto) a chi non vende merce, ma tutela diritti. Legittimamente, in questo caso si guarda al profitto, che poco o nulla ha a che fare con questi ultimi.
Così, a onore del vero, se occorre riconoscere che già oggi esistono accordi che vincolano i professionisti a rapporti con lo studio di appartenenza, per consolidare nel tempo competenze particolarmente qualificate, essi sono pur sempre stretti tra pari, anche quando la forza economica dei contraenti è ben diversa da quella ordinariamente presente tra gli studi legali. Il fatto che a chi scrive questo non piaccia risulta irrilevante per il lettore, ma per coerenza se ne fa annotazione pubblica. Qualche giorno fa ho ascoltato un intervento radiofonico del ministro Orlando, a proposito del tema da cui ha preso le mosse questa breve riflessione.
Con espressione icastica il ministro (che pure non appartiene alla corrente bersaniana, anche se è ormai impossibile tener conto del numero e delle ricomposizioni degli assetti all'interno del Pd) ha affermato che "nessuno vuol fare i baffi alla Gioconda". Ecco, io credo che noi possiamo accettare e pensare agli acconci più strani, e del resto non esiste una avvocatura monolitica; molto è cambiato, sta cambiando, e ancora cambierà. Ma viene in mente il verso: "Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".
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