di Erminia Voccia
Il Mattino, 4 luglio 2019
Almeno 40 migranti sono stati uccisi e altri 80 sono stati feriti in Libia da un attacco avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì a Tripoli. Ad essere colpito dai raid un hangar nel sobborgo di Tajoura, ad est della capitale libica, che ospitava quasi 120 migranti.
La maggior parte delle vittime arrivava dall'Africa e aveva raggiunto la Libia con lo scopo di emigrare in Europa. Il quartiere periferico di Tajoura è regolarmente preso di mira dalle forze di Haftar, riferisce Afp. Haftar ad aprile ha lanciato la sua offensiva sulla capitale, da quasi tre mesi alle porte di Tripoli si scontrano le forze del generale e le milizie a sostegno del premier al Sarraj, ma da settimane la sutuazione sul terreno di era sostanziale stallo. Il generale libico, ex uomo forte della Cirenaica, aveva annunciato lunedì 1 luglio pesanti bombardamenti su Tripoli, dopo il fallimento dei "mezzi tradizionali".
"L'Unhcr è estremamente preoccupata per i bombardamenti e per la notizia della morte dei migranti del centro di Tajoura a Tripoli", questo il tweet dell'agenzia Onu. Sono tre i messaggi che l'Unhcr ha diffuso dopo i raid aerei costati la vita a rifugiati e migranti nel centro di detenzione libico: le persone in fuga non devono essere detenute; i civili non sono un bersaglio; la Libia non è un luogo sicuro.
Quasi 6mila migranti, in fuga da nazioni come Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan sono rinchiusi in Libia in decine di campi e strutture controllati da milizie locali che guadagnano con il traffico di esseri umani. Diverse inchieste delle Nazioni Unite hanno rivelato che in questi campi avvengono torture, abusi e altre violazioni dei diritti umani ai danni dei migranti. Secondo un report del 2018, dall'anno 2017 almeno 29mila migranti sarebbero stati trasportati nei centri di detenzione, dove le persone restano rinchiuse contro la loro volontà, a tempo indeterminato e senza alcuna assistenza legale.
Il personale delle Nazioni Unite l'anno scorso ha visitato 11 centri, dove migliaia di migranti e rifugiati subiscono, ad esempio, percosse e ustioni praticate con oggetti metallici roventi. Ai familiari dei detenuti vengono estorti soldi attraverso un complesso sistema di trasferimento di denaro. Secondo l'Onu, più di 3mila migranti sarebbero adesso in pericolo perché detenuti in centri collocati a ridosso della linea di demarcazione tra le posizioni delle forze fedeli ad Haftar e quelle a sostegno del governo riconosciuto di Tripoli.
L'agenzia AP a fine giugno aveva lanciato un nuovo allarme sulle condizioni inumane in cui i migranti sono costretti a vivere nei centri in Libia. Centinaia di africani sono detenuti per mesi tra pile di rifiuti, a contatto con vermi e liquami e senza acqua e cibo in quantità sufficienti a sopravvivere. In questi inferni nel deserto libico spesso finisce il sogno di una vita migliore in Europa. "La nostra vita peggiora di giorno in giorno", ha detto un migrante eritreo, uno dei 700 rinchiusi in un centro vicino alla città di Zintan, nell'ovest del Paese. Nel centro di Zintan sarebbero morti almeno 22 migranti dallo scorso settembre, 100 sarebbero quelli malati, alcuni di tubercolosi, e i bambini detenuti sarebbero un altro centinaio.
La sofferenza non è solo fisica, molte persone sviluppano anche disturbi mentali. "Abbiamo bisogno di un piano d'emergenza per evacuare Zintan", ha affermato un migrante ad AP. Nel centro i detenuti non possono vedere la luce del sole e verrebbero privati del cibo e dell'acqua come forma di punizione. La zona occidentale del Paese, dove si trova Zintan, è amministrata dal governo di unità nazionale di Tripoli, che si appoggia alle milizie locali. I migranti di Zintan si sono rivolti all'Unhcr, accusando l'agenzia di averli abbandonati. L'Unhcr ha però risposto che le milizie che controllano l'area hanno negato l'accesso al sito.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 3 luglio 2019
"Il carcere possibile Onlus" chiede al Presidente di inviare un messaggio alle Camere. "Esortare le istituzioni a prendere atto della drammaticità e pericolosità" dell'attuale situazione carceraria e "adottare i provvedimenti necessari a rendere i nostri istituti detentivi, e la vita che in essi si svolge, conformi alle leggi nazionali e sovranazionali, e degne di uno Stato democratico occidentale".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 3 luglio 2019
Passa emendamento Fi-Pd, poi la rottura. La maggioranza Lega - 5 Stelle è stata battuta alla Camera sull'ingiusta detenzione: emendamento passato contro il parere del governo seduta sospesa (proposta presentata dal Movimento 5 Stelle e approvata con appena sette voti di scarto), la seduta è poi ripresa dopo un'ora.
Alla fine, il Governo ha votato contro l'intero testo e ha fatto saltare la legge sull'azione disciplinare nei confronti dei magistrati per ingiusta detenzione. La proposta di legge, quindi, viene bocciata dall'Aula della Camera. I voti a favore sono 183, i contrari 275, un solo astenuto. In commissione il provvedimento era stato licenziato all'unanimità. "Un atteggiamento a metà tra il puerile e il ritorsivo", commenta il Pd Enrico Borghi. L'esponente dem, come prima aveva fatto Forza Italia, ha sottolineato la "contraddizione" dei gialloverdi.
La caduta è avvenuta su un emendamento votato a scrutinio segreto e presentato dal deputato di Forza Italia Enrico Costa con la firma anche del democratico Carmelo Miceli, che riguardava la proposta di modifica degli articoli 314 e 315 del codice di procedura penale, in materia di ingiusta detenzione.
Il testo approvato in aula prevede la modifica delle norme sulla riparazione per ingiusta detenzione: si esclude da dolo o colpa grave il fatto che l'indagato si sia avvalso, durante l'interrogatorio, della facoltà di non rispondere. Oggi, invece, l'ordinamento prevede che chi sia stato arrestato ingiustamente possa, dopo l'assoluzione, richiedere la riparazione, ma la Cassazione in alcune sentenze aveva escluso l'indennizzo nel caso in cui l'imputato si fosse avvalso della facoltà di non rispondere durante l'interrogatorio.
L'emendamento, dunque, introduce il fatto che "avvalersi della facoltà di non rispondere è un diritto e non inficia il diritto ad avere un risarcimento", mentre prima "una volta che l'imputato era stato assolto e aveva chiesto il risarcimento, il risarcimento non veniva dato perché l'imputato nella fase iniziale si era avvalso della facoltà di non rispondere", ha spiegato il forzista Renato Brunetta. L'approvazione del testo è stata accolta da un lungo applauso in aula da parte dei parlamentari di Forza Italia e di altri gruppi di opposizione.
Il governo, dunque, ha numeri che vacillano anche alla Camera: nella votazione decisiva sull'emendamento Costa, l'opposizione vince 242 a 240 con il Pd che vota con l' 89,09% dei componenti; seguono Fi e Misto con 80,77, poi Fdi con 75,76, quindi M5S con 72,69 e infine Lega con 70,40. Probabile che ci sia stato il voto favorevole anche di una decina di franchi tiratori della maggioranza, la scarsa presenza in aula di parlamentari di maggioranza ha fatto il resto. Grande festa delle opposizioni, che hanno attaccato il governo.
"Il governo è assente, non ci sono i numeri. Fanno molti proclami ma sono fragili, si vede da queste cose", ha commentato il capogruppo del Pd Graziano Delrio. Dello stesso tenore anche Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi di Forza Italia di Camera e Senato: "Alla Camera dei deputati ha vinto la civiltà, il buon senso, la giustizia. Su un emendamento di Forza Italia alla legge sull'ingiusta detenzione, la maggioranza è andata sotto in aula.
Che ci siano sprazzi di rinsavimento nella maggioranza manettara? A sperare non si fa mai peccato. Noi continuiamo a lavorare nel solco di una coerenza che non conoscerà mai opportunismi". E sull'assenza dei parlamentari di maggioranza affonda anche il capogruppo di Leu, Federico Fornaro: "Il contratto di governo e la maggioranza M5S-Lega si stanno sciogliendo e non certo per colpa del gran caldo"
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 3 luglio 2019
Il dispetto di Lega e 5 Stelle alla Camera, dove assenze e franchi tiratori contribuiscono a far approvare un emendamento garantista alla legge che introduce l'ingiusta detenzione tra le cause dell'azione disciplinare contro i magistrati. Mai vista l'aula della Camera votare a favore di un articolo di legge, approvare con un secondo voto anche il cambio del titolo per adeguarlo alle modifiche introdotte in commissione e poi, appena pochi minuti dopo, bocciare nel voto finale la proposta di legge che solo di quell'unico articolo era composta.
di Azzurra Barbuto
Libero, 3 luglio 2019
Ogni settimana un detenuto si toglie la vita. Ed ogni mese ad ammazzarsi è un poliziotto penitenziario. Dal 2000 ad oggi i suicidi in cella sono stati 1.076, 67 nel 2018, 23 dal primo gennaio di quest'anno. E nei primi sei mesi del 2019 hanno scelto la morte 6 agenti della Polizia penitenziaria, tra i 32 ed i 54 anni, l'ultimo il 24 giugno scorso a Vigevano.
di Nina Valori
Il Manifesto, 3 luglio 2019
Un convegno organizzazo da Md, Giuristi democratici e Coordinamento per la democrazia costituzionale dopo il caso Palamara. Negli stessi minuti in cui Luca Palamara veniva ascoltato al Csm, a pochi chilometri di distanza Magistratura democratica - assieme a tante altre componenti del mondo della giustizia - discuteva delle conseguenze dell'inchiesta. Conseguenze nefaste che rischiano di dare il pretesto al governo per ridurre l'autonomia delle toghe e ricondurla sotto il controllo politico. E invece la "reazione all'attacco" invocata da tutti porta a proporre che "l'unica riforma della giustizia è attuare il modello costituzionale, giù le mani dalla magistratura" nel ricordo comune dell'esempio di Salvatore Senese.
Nel convegno organizzato anche dai Giuristi democratici (Gd) e dal Coordinamento per la democrazia costituzionale (Cdc) la relazione è stata della segretaria di Md Maria Rosaria Guglielmi, partita da un'amara constatazione: "Dopo questa inchiesta non sarà facile ricostruire la credibilità del sistema di autogoverno. Ma in un contesto politico con tratti di deriva vicini a Visegrad serve una battaglia culturale per difendere i tratti essenziali del Consiglio superiore della magistratura, la sua politicità e il suo pluralismo, dall'attacco che mira a creare due consigli che diventino una sorta di ufficio del personale della magistratura e a relativizzare l'obbligatorietà dell'azione penale che invece ci lega al principio costituzionale dell'uguaglianza: un progetto che punta a far sentire il magistrato più solo, più esposto alle intimidazioni, non più indipendente".
In un intervento molto applaudito, il giurista Gaetano Azzariti sì è rivolto "alla parte migliore della magistratura che deve interrogarsi sulla degenerazione" dovuta a "una concezione della giurisdizione troppo legata ai gruppi di potere" specie "nelle modalità di assegnazione degli incarichi" con un "Csm ormai organo amministrativo che ha perso la sua valenza di politica del diritto". Appellandosi alla storia di Md, Azzariti ha chiamato "a giocare all'attacco nella convinzione che l'indipendenza è una scelta di campo: stare dalla parte della costituzione specie nell'età della barbarie".
Il pm ed ex membro del Csm neo pensionato Armando Spataro ha lodato l'intervento del presidente Mattarella che ha chiesto "una presa di coscienza alla magistratura, un'autoriforma radicale e urgente" facendo un parallelo con "l'attacco del periodo Berlusconiano del 2008". Per reagire serve "difendere la natura delle correnti come posizioni condivise fra magistrati" e "fare della discrezionalità, che non è superabile, una pratica trasparente e motivata".
Il professore ed ex Csm Mauro Volpi ha ricordato come "Cosimo Ferri era già nelle scorse consigliature il trait d'union fra singoli membri interni e personaggi politici esterni" e ha criticato "il sistema elettorale uninominale per il Csm che favorisce cordate e fini personali", proponendo "il ritorno al proporzionale con voti di preferenza, il rinnovo parziale dei componenti e l'abolizione dei magistrati fuori ruolo spesso con incarichi nei ministeri".
L'ex membro del Csm, deputato e avvocato Guido Calvi ha ricordato come "la proposta di sorteggio per i membri del Csm, tornata in auge, sia stata fatta per primo nel 1971 da Almirante per indebolire il carattere politico" del Consiglio. Nelle conclusioni il magistrato di Cassazione Domenico Gallo ha criticato "la manganellatura mediatica sui magistrati e il clima di intimidazione: la magistratura deve tornare allo spirito dell'orgoglio della sua funzione sorta dalla costituzione". Nel documento finale si ricorda come "soltanto l'attuazione rigorosa del modello costituzionale può mantenere vive le garanzie della giurisdizione di cui c'è ancora più bisogno in un'epoca in cui è sempre più forte la tendenza dell'ordinamento politico a mettere in discussione le conquiste della Resistenza, i diritti fondamentali dei cittadini e la stessa unità della Repubblica".
di Maurizio Tortorella
Panorama, 3 luglio 2019
Niente risarcimento per ingiusta detenzione per chi si avvale della facoltà di non rispondere. I numeri sono drammatici: ogni anno almeno 150mila italiani risultano vittime di errori giudiziari, e molti di loro finiscono in prigione. Un'aberrazione che mette sott'accusa la magistratura e pesa sulle casse dello Stato per i risarcimenti.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2019
È indubbio: la riforma della legittima difesa fortemente voluta da Matteo Salvini è una norma di maggiore vantaggio per chi reagisce alle illegittime intrusioni nel proprio domicilio. O comunque a chi reagisce in maniera violenta a un pericolo in atto. E per questo ha una possibile portata retroattiva nel segno del classico principio del favor rei.
Lo mette nero su bianco la Corte di cassazione con la sentenza 28782 della Quarta sezione penale depositata ieri, la prima in cui la Corte ha preso in esame la riforma. Per questo la pronuncia conclude per un rinvio alla Corte d'appello per una nuova valutazione alla luce di quanto affermato dalla legge 36 del 2019.
In discussione c'era un caso, forse non grave ma bizzarro, di eccesso colposo di legittima difesa nell'ambito di un litigio tra due vicini di casa iniziato con uno scambio di insulti, proseguito con spinte e poi con un morso sotto l'ascella di uno dei due al quale l'altro, aveva reagito sferrando un pugno in pieno volto il rivale. Ad avviso della Corte di appello, l'imputato aveva ecceduto a sferrare il pugno perché "sarebbe stato sufficiente stringere il naso all'aggressore" per obbligarlo "ad aprire la bocca per respirare" e cessare di morderlo sotto l'ascella.
La Corte di cassazione, nelle sue conclusioni, non può che prendere atto del cambiamento del quadro normativo. A partire da quello che appare un incontrovertibile dato di fatto e cioè che il diverbio è avvenuto nel giardino dell'imputato, rendendo possibile l'applicazione della riforma della legittima difesa. La norma infatti ha riscritto la disciplina, articolo 55 del Codice penale, dell'eccesso colposo. Riscrittura che ora fa perno sul concetto di grave turbamento, elemento che porta a escludere la colpevolezza di chi abbia reagito sotto questo influsso a una situazione di pericolo in atto. "Come si vede - sottolinea la sentenza - la novella riguarda espressamente le ipotesi in cui la reazione all'offesa ingiusta è stata posta in essere a seguito della violazione del domicilio".
Si tratta di una disposizione certamente più favorevole rispetto alla versione precedente del Codice penale che al grave turbamento non faceva cenno. Di qui la possibilità di un'applicazione anche a fatti commessi in un'epoca antecedente all'entrata in vigore della legge n. 36 lo scorso 18 maggio.
romadailynews.it, 3 luglio 2019
Procedere con una riforma della legge 62 del 2011 per trovare una soluzione ai 56 bambini che ancora oggi in Italia vivono con le madri detenute in carcere, intervenendo su tre punti: costruendo case famiglia con il finanziamento dello Stato - e non "senza oneri per lo Stato", come previsto dalla norma - utilizzando gli Icam (Istituti a custodia attenuata per detenute madri) solo nei casi di lunghe detenzioni; procedendo alla comunicazione immediata delle autorità giudiziarie competenti della presenza di un minore al momento dell'arresto.
di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2019
Corte di cassazione - Sentenza 28575/19. Nei reati tributari è ammesso il sequestro preventivo anche se la commissione tributaria ha annullato con sentenza non definitiva la pretesa fiscale. Solo un provvedimento di sgravio, infatti, rappresentando la rinuncia al tributo dell'ente impositore, può giustificare l'annullamento della misura cautelare.
A precisarlo è la Cassazione con la sentenza 28575depositata ieri. Nella vicenda oggetto della pronuncia, il Tribunale del riesame confermava il sequestro preventivo finalizzato alla confisca disposto dal Gip nei confronti di una società e del relativo legale rappresentante per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifizi (articolo 3 Dlgs 74/00).
Avverso il predetto provvedimento, ricorreva in Cassazione l'indagato, lamentando che fossero state ignorate le sentenze della Ctp di annullamento della pretesa erariale. Sebbene, non definitive, in assenza di una somma da corrispondere non vi era alcuna ragione per il mantenimento della misura cautelare. I giudici di legittimità, respingendo sul punto il ricorso (ma accogliendolo per altre ragioni relative all'errata quantificazione del valore del profitto del reato) hanno innanzitutto rilevato la differenza, ai fini del sequestro, tra sgravio e giudizio tributario di annullamento (non definitivo).
Lo sgravio è un provvedimento dell'ente impositore necessario per formalizzare la cancellazione della propria pretesa. Si tratta di un atto pubblico fidefacente ed è costitutivo dell'effetto di estinzione del debito erariale. La Cassazione ha precisato che il mantenimento del sequestro non avrebbe giustificazioni in presenza di sgravio: venendo meno la pretesa erariale, infatti, la misura cautelare sarebbe illegittima poiché sarebbe finalizzata alla confisca di un profitto in realtà inesistente (perché annullato dall'ente impositore). Diversamente, invece, le sentenze della commissione tributaria non sono automaticamente rilevanti processo penale.
Nella specie, sembrerebbe che l'Ufficio non avesse sgravato la pretesa a seguito del giudizio della Ctp e il giudice del Riesame, avesse adeguatamente motivato le ragioni per discostarsi dalla decisione tributaria confermando il provvedimento cautelare. Sebbene nella pronuncia non venga precisato, sembra potersi dedurre che sarebbe stato sufficiente per la revoca del vincolo che in conseguenza della sentenza tributaria, l'Ufficio come normalmente avviene, avesse proceduto allo sgravio.
In altre parole non pare si faccia riferimento solo a una rinuncia definitiva della pretesa fiscale da parte dell'ente. In questi termini, infatti, si è espressa la Suprema corte con la sentenza 355/2019 che ha confermato un orientamento peraltro già espresso in precedenza (Cassazioni 19994/2017 e 39187/2015).
Nella specie, in presenza di annullamento della cartella da parte della commissione tributaria, con sentenza non definitiva e di relativo provvedimento di sgravio dell'Ufficio è stata affermata l'illegittimità del sequestro preventivo e del suo mantenimento. Va da sé che se, al contrario, la sentenza della Cassazione di ieri venga interpretata nel senso che solo lo "sgravio" definitivo sia idoneo a "neutralizzare" il sequestro, si sarebbe di fronte ad un significativo cambio di orientamento meritevole forse di un intervento delle Sezioni unite.
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