www.tusciaweb.eu, 5 marzo 2015
L'asticella per tenere la retina del ping pong trasformata in arma quasi letale. È con quella che un detenuto del carcere Mammagialla fu colpito durante una cruenta lite nell'estate 2013.
Ora d'aria di un'afosa giornata di luglio. Scoppia una zuffa tra un gruppo di detenuti. La miccia si accende all'improvviso. Vecchi rancori, probabilmente, o antipatie nate all'interno del penitenziario. Il motivo non è chiaro, ma lo scontro è violento al punto che uno dei detenuti resta gravemente ferito. Perde sangue. Viene portato d'urgenza al pronto soccorso dell'ospedale Belcolle. Ha una ferita che sembra da arma da taglio.
L'arma, in realtà, è rudimentale: niente meno che una piccola sbarra di metallo per tenere su la retina del ping pong. Ma è appuntita come un coltello. A giudizio per tentato omicidio finisce un trentenne albanese. Il processo, ieri, è stato rinviato, in assenza dei testimoni, due medici intervenuti uno per curare il detenuto ferito, l'altro per la consulenza medico-legale sulle lesioni. Se ne riparla a novembre.
di Roberto Cervellin
Il Gazzettino, 5 marzo 2015
Don Luigi Maistrello si sofferma sull'affollamento insostenibile della struttura: "Si rischia di mancare l'obiettivo rieducazione".
"In queste condizioni, il carcere rischia di diventare più una palestra di criminalità che una forma di rieducazione". Che la casa circondariale di Vicenza soffrisse di sovraffollamento è noto. Ma se a segnalarlo, con toni accesi, è il cappellano don Luigi Maistrello, dimostra che la situazione è ormai insostenibile.
Se n'è parlato nel quartiere dei Ferrovieri in occasione di un incontro nella sala parrocchiale, a cui ha preso parte, oltre a don Maistrello, il professor Luciano Carpo dell'Ufficio Migrantes della Diocesi. I dati parlano chiaro. A fronte di una capienza di 136 posti, nel carcere di San Pio X è stata riscontrata una presenza di 331 detenuti. Il triplo di quelli previsti.
"E l'84% sono migranti", ha detto Carpo, ricordando che l'ufficio pastorale ha avviato un percorso di educazione civica destinato alla reintegrazione di chi ha terminato di scontare la pena. "È fondamentale - ha aggiunto il cappellano - trovare altre forme di recupero, che permettano alle persone che hanno sbagliato di essere reinserite in maniera efficace nella società e le aiutino a non commettere più errori".
Corriere della Sera, 5 marzo 2015
In primo grado don Barin era stato assolto per otto dei 12 stupri contestati e per atti osceni in luogo pubblico, ma condannato a 4 anni per altri 4 casi di violenza sessuale. Il sostituto procuratore generale Laura Barbaini ha chiesto 7 anni e 4 mesi di reclusione per don Alberto Barin, il cappellano di San Vittore accusato di 12 casi di violenza sessuale su detenuti ed ex detenuti extracomunitari per reati di microcriminalità.
La richiesta è stata avanzata ai giudici della prima corte d'appello davanti ai quali è stata impugnata la sentenza di primo grado da tutte le parti in causa: procura, imputato e parti civili. In primo grado don Barin era stato assolto da otto dei 12 casi di stupro contestati e dall'imputazione di atti osceni in luogo pubblico e condannato 4 anni di reclusione per altri quattro casi di violenza sessuale e per induzione indebita.
Il giudice per l'udienza preliminare Luigi Gargiulo il 28 marzo 2014 aveva inflitto con rito abbreviato una pena molto più bassa rispetto ai 14 anni e 8 mesi di carcere chiesti dai pubblici ministeri Daniela Cento e Lucia Minutella in parte perché aveva assolto il prete da otto accuse di violenza sessuale, in parte perché aveva derubricato le altre quattro imputazioni, riconoscendo all'imputato l'attenuante della lieve entità dei fatti contestati ed escludendo l'aggravante dell'abuso di autorità.
Ha poi motivato le assoluzioni con l'inattendibilità delle dichiarazioni rese da alcune persone offese che "non può essere desunta esclusivamente dalla circostanza che fatti in parte analoghi siano stati denunciati" come "commessi ai danni di più soggetti".
Secondo il Gup, infatti, "era fatto notorio che l'imputato avesse una propensione sessuale per le persone dello stesso sesso e, alcuni detenuti, platealmente provocavano l'imputato al fine di suscitare in lui insani impulsi sessuali".
Il Gup affermava, inoltre, che non c'è stato da parte di don Barin "abuso di autorità", perché il ruolo di cappellano nell'ordinamento riveste una funzione "di tipo esclusivamente religioso" e non una "posizione autoritativa". Secondo Barbaini, invece, da parte dell'imputato c'è stato abuso di autorità e ha chiesto alla corte di ritenere tale aggravante quantomeno equivalente all'attenuante della lieve entità riconosciuta da Gargiulo che la procura non ha il potere di impugnare. Ha chiesto poi di condannarlo anche per l'imputazione di atti osceni e induzione indebita.
www.contattonews.it, 5 marzo 2015
Incontro con le persone del rione Scampia, un pranzo con i detenuti di Poggioreale, la venerazione delle reliquie di San Gennaro, un incontro con gli ammalati e uno con i giovani. Questo il programma di Papa Francesco della visita a Pompei e Napoli il 21 marzo prossimo. La partenza in elicottero dal Vaticano è prevista per le 7 di sabato 21 marzo. Alle 8.15 Papa Francesco pregherà all'interno del Santuario di Pompei. Poi il trasferimento a Napoli dove alle 9.30 si svolgerà l' incontro con la popolazione del rione Scampia e con diverse categorie sociali in piazza Giovanni Paolo II.
Alle 11 è prevista la concelebrazione eucaristica in piazza Plebiscito, dove Francesco terrà l'omelia. Alle 13, la visita alla Casa circondariale Giuseppe Salvia a Poggioreale e il pranzo con una rappresentanza dei detenuti. Alle 15 la venerazione delle reliquie di San Gennaro e l' incontro con il clero, i religiosi e i diaconi permanenti nel Duomo. Nel pomeriggio previsti anche l' incontro con gli ammalati nella Basilica del Gesù Nuovo (ore 16.15) e quello con i giovani sul lungomare Caracciolo.
"Vado per la strada, passo davanti al carcere e penso: eh, questi se lo meritano". Papa Francesco ha esemplificato così il "sentirsi giusto" che caratterizza molti cristiani, nell'omelia a Santa Marta di qualche giorno fa. Secondo il Papa sarebbe meglio invece dire a se stessi: 'Ma tu sai che se non fosse stato per la grazia di Dio tu saresti lì? Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che loro hanno fatto, anche peggio ancora?". "Questo - ha spiegato nell'omelia di oggi alla Domus Santa Marta - è accusare se stesso, non nascondere a se stesso le radici di peccato che sono in noi, le tante cose che siamo capaci di fare, anche se non si vedono".
Ristretti Orizzonti, 5 marzo 2015
"Spa Politiche di Donne" e Arci Genova (Settore Carcere e Diritti) organizzano per domani, venerdì 6 marzo alle ore 18 presso il Teatro Altrove (Piazzetta Cambiaso 1) la mostra "Ricette da dentro", nata all'interno da un laboratorio realizzato, nell'ambito del Progetto "Il ponte", presso la Sezione Femminile del carcere di Pontedecimo. In un universo di privazione, anche e soprattutto dei sensi, come quello carcerario, il cibo diventa un momento in cui affermare i propri gusti e il proprio saper fare. Nel quotidiano la preparazione del cibo diventa un modo per ricordare gli affetti, trasmettere agli altri una conoscenza pratica e condividere un piacere.
È nato così il progetto "Ricette da Dentro", un laboratorio, una serie d'incontri durante i quali le donne coinvolte nel progetto hanno raccontato le loro pietanze preferite, le modalità di lavorazione e preparazione e quali immagini e o ricordi siano evocate dalle ricette.
La ricetta e il cucinare diventano un pretesto per proporre l'idea che mangiare non sia solo nutrirsi ma che facciano parte di una sfera emozionale fondamentale nella vita di ciascuno di noi; preparare da mangiare, cucinare il cibo che consumeremo o il cibo che si andrà ad offrire diventa veicolo per prendersi cura di noi stessi e degli altri. Interverranno all'iniziativa Emanuela Musso, curatrice del laboratorio, Paola Ravera, Assessora Municipio I° Centro Est. Letture a cura di Antonella Sodina, Ida de Paoli e Antonella Lucattini. La mostra rimarrà esposta fino al 15 marzo. Ingresso libero.
www.estense.com, 5 marzo 2015
Balamòs Teatro organizza un incontro di laboratorio con Pippo Delbono, venerdì 6 marzo alle 16 alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, nell'ambito del progetto teatrale Passi Sospesi diretto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro, in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto. La compagnia di Delbono è presente dal 4 all'8 marzo al teatro Verdi di Padova con lo spettacolo "Orchidee", mentre l'incontro di venerdì è riservato alle donne detenute.
Pippo Delbono, autore, attore, regista, è nato a Varazze (Sv) nel 1959. Negli anni 80 ha iniziato gli studi di arte drammatica in una scuola tradizionale che ha lasciato in seguito all'incontro con Pepe Robledo, un attore argentino proveniente dal Libre Teatro Libre. Insieme si sono trasferiti in Danimarca e si uniscono al gruppo Farfa, diretto da Iben Nagel Rasmussen, attrice storica dell'Odin Teatret e Delbono ha iniziato un percorso alternativo alla ricerca di un nuovo linguaggio teatrale. Si è dedicato allo studio dei principi del teatro orientale che ha approfondito nei successivi soggiorni in India, Cina, Bali, dove fulcro centrale è stato un lavoro minuzioso e rigoroso, dell'attore sul corpo e la voce. Nel 1987 ha incontrato Pina Bausch che lo ha invitato Wuppertaler Tanztheater, segnando profondamente il percorso artistico del regista.
Lo stesso anno ha creato il suo primo spettacolo, Il tempo degli assassini e in seguito: Morire di musica, Il Muro, Enrico V, La rabbia, Esodo, Itaca, Her Bijt, Il Silenzio, Gente di plastica, Guerra (e l'omonimo documentario), Urlo, Racconti di Giugno, Questo buio feroce, Grido (lungometraggio), La Menzogna, La Paura (lungometraggio), Blue Sofa (lungometraggio), Dopo la battaglia, Obra Maestra (opera lirica). Barboni è stato lo spettacolo che vede protagonista Bobò, un piccolo uomo sordomuto e analfabeta, incontrato casualmente in un laboratorio nel manicomio di Aversa, dove era rinchiuso per 45 anni.
Pippo Delbono ha riconosciuto in Bobò e nella sua capacità gestuale i principi del teatro orientale. Gli elementi che Delbono aveva appreso dopo lunghi anni di training erano presenti come dote acquisita in Bobò, un attore capace di accompagnare con precisione il suo gesto teatrale nella totale assenza di retorica. In seguito si sono aggiunti Nelson Lariccia, un ex clossard, e Gianluca Ballarè, un ragazzo down. Delbono ha motivato la scelta di questi attori, perché ritenuti tra i più capaci ed abili ad incarnare la sua visione poetica di un teatro basato sulle persone e non sui personaggi, un teatro non psicologico, lontano dai cliché insegnati nelle scuole e nelle accademie.
Gli spettacoli di Delbono non sono allestimenti di testi teatrali ma creazioni totali, gli attori sono parte di un nucleo che si mantiene e cresce nel tempo. Intorno a queste figure ed oltre alla presenza di Pippo Delbono e Pepe Robledo, si sono aggiunti anche gli attori Dolly Albertin, Margherita Clemente, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Gianni Parenti e Grazia Spinella. La compagnia Delbono, ha fatto tappa in più di cinquanta paesi e oggi rappresenta una delle più note realtà italiane teatrali nel mondo.
Aaskanews, 5 marzo 2015
"Nessuno escluso". Ma davvero nessuno, neppure i detenuti del carcere romano di Rebibbia o quelli di Spoleto. Così il titolo dell'opera teatrale che andrà in scena l'8 marzo, festa della donna, presso il teatro San Gelasio di via Fermo Corni nel quartiere Tiburtino a Roma, servirà a ricordare un dramma dei nostri giorni: quello della violenza e del femminicidio, di cui, appunto, nessuno può dirsi escluso. A salire sul palcoscenico attori professionisti come Blas Roca Rey, Melissa Manna e Monica Rogledi, ma anche i detenuti delle Case di Reclusione di Rebibbia e di Spoleto, ed il gruppo di attori amatoriali del Circolo Unicredit. Con la regia di Patrizia Spagnoli. Artisti professionisti o "in prestito", che offriranno monologhi e storie di vita reale che raccontano la quotidianità della condizione della donna tra soprusi e violenze.
"Uno spettacolo teatrale che - sottolineano gli organizzatori - vuole essere un modo diverso per celebrare una festa che rischia di cadere negli stereotipi coinvolgendo diverse realtà sociali e coinvolgendo, operazione coraggiosa, coloro che la società l'hanno tradita violando le sue regole". Le scene trattano, così, temi forti come lo stupro, la violenza e l'indifferenza di chi assiste e decide di non intervenire.
"Siamo convinti - proseguono gli organizzatori dello spettacolo - che le persone possano cambiare superando l'astensione dalla vita e alimentando dentro di sé il piacere della contaminazione. Le donne dagli inizi degli anni 70 sono vissute come fenomeno antagonista dell'universo maschile. Si tratta di stereotipi difficili da modificare, perché le donne che lavorano, le donne che possono divorziare, le donne che possono abortire, le donne che possono vivere con tranquillità la propria omosessualità, rappresentano una rivoluzione culturale epocale. E, quindi, difficile da essere introiettata in soli quattro decenni. Ma la via è questa".
www.cosenzapost.it, 5 marzo 2015
Si è tenuto il 3 marzo, il saggio di chiusura del laboratorio musicale inserito nel progetto "La musica per un nuovo inizio" nel quale si sono esibiti 12 detenuti musicisti. Il progetto è stato realizzato grazia alla sinergia dell'associazione di volontariato LiberaMente, di Promidea, e con la collaborazione della Casa Circondariale "Sergio Cosmai" di Cosenza.
Il progetto, che ha portato ieri all'esibizione di 12 detenuti musicisti, è stato possibile anche grazie alla partecipazione dei Villazuk che si sono dedicati al progetto con estrema passione e hanno messo a disposizione la propria professionalità e il proprio tempo, per insegnare ai detenuti la musica, per aiutarli a scegliere uno strumento e a suonarlo, così come hanno fatto, con successo, ieri pomeriggio.
È proprio il presidente di LiberaMente, il signor Francesco Cosentini - che al nostro giornale ha rilasciato un'intervista - a spiegare l'importanza del progetto, che è stato finanziato dal Ministero del Lavoro con la Direttiva 266 del 2013.
Un progetto nato per permettere ai detenuti di mettere alla prova le proprie capacità e di scoprire una passione, come quella per la musica, e poi per confrontarsi tra di loro anche in un contesto diverso da quello solito delle celle, e delle poche ore di svago.
Le lezioni, che si sono svolte in 72 ore di progetto all'interno del teatro della casa circondariale, hanno visto la loro realizzazione sostanziale negli ultimi mesi, dando però, nella fase finale, un risultato molto soddisfacente, così come dichiara il signor Cosentini di LiberaMente.
La direzione del carcere, gli agenti e i volontari, hanno dato grande disponibilità a che il laboratorio musicale per i detenuti potesse svolgersi al meglio, e ieri tutti insieme, hanno potuto constatare come la collaborazione di tutti, produce ottimi risultati.
E così martedì pomeriggio, nel teatro del carcere di Cosenza, i detenuti hanno dato vita al loro saggio, con canzoni, con poesie recitate e con pezzi strumentali suonati con diversi strumenti. Pianole, chitarre, percussioni, basso e con la loro voce - anch'essa importante strumento - hanno intonato canzoni conosciutissime come "io vagabondo" o "sapore di sale".
E poi ancora poesie, ed una canzone araba, che racconta la fine di un amore. I ragazzi detenuti erano particolarmente emozionati durante il saggio, ma hanno dato il meglio che potevano, per poter rendere omaggio alla musica, che - come è facile comprendere - ha cambiato in maniera sostanziale la dinamica delle loro giornate all'interno dell'istituto penitenziario e che li ha "avviati" verso "un nuovo inizio". Bella la parte del saggio, nella quale i ragazzi detenuti hanno espresso i loro personalissimi pensieri sulla musica, tutti molto significativi.
"Amo la musica perché mi fa emozionare", oppure "per me la musica è un modo per esprimere il mio stato d'animo". Sono questi alcuni di quei pensieri, che riconducono tutti alla magia che la musica sa racchiudere in se e che si sprigiona proprio quando ad essa si fa spazio nella propria vita, e questi ragazzi, seppur detenuti, sono "liberi" di amarla, la musica e di viverla a pieno, al posto di altri sentimenti come la rabbia, o il dispiacere.
Il progetto "la musica per un nuovo inizio", dunque, è stato un vero successo. Si ringrazia il signor Francesco Cosentini, presidente di LiberaMente per averci raccontato questo bell'evento che fa onore ai volontari che operano all'interno della casa circondariale.
www.internazionale.it, 5 marzo 2015
Dopo sei anni di negoziati e battaglie legali è stato pubblicato nel Regno Unito "Guantánamo diary", la prima testimonianza diretta di un detenuto del carcere di massima sicurezza di Guantánamo. Un manoscritto di 466 pagine in cui il detenuto Mohamedou Ould Slahi descrive gli interrogatori, le torture e le umiliazioni subite dal 2002. In Italia il libro è uscito con il titolo "12 anni a Guantanámo" (Piemme 2015).
Mohamedou Ould Slahi fu arrestato in Mauritania nel 2001 e trasferito in Giordania e poi in Afghanistan prima di arrivare a Guantánamo, il 4 agosto del 2002. Nonostante l'assenza di prove, Mohamedou Ould Slahi è ancora detenuto nel carcere della base americana, intrappolato in un complicato limbo burocratico e giuridico. Anche se censurato dalle autorità statunitensi, il manoscritto è un'importante testimonianza su ciò che è accaduto nel centro di detenzione voluto dall'amministrazione Bush e che Barack Obama non è riuscito a far chiudere.
di Pavlos Nerantzis
Il Manifesto, 5 marzo 2015
Polemiche su una circolare inviata a tutti i commissariati. In Grecia arrivano ogni anno decine di migliaia di profughi provenienti soprattutto da Afghanistan, Iran, Iraq e negli ultimi anni dalla Siria. Nel 2014 ne sono stati fermati 77 mila, la maggioranza dei quali erano siriani.
Una fuga dal terrore della guerra, un salto verso la terra della promessa da parte di migliaia di migranti che si imbarcano di nascosto ogni giorno su gommoni per attraversare quelle poche miglia nell'Egeo, ma che spesso, causa mare mosso, finiscono in naufragi e tragedie umane.
Il mar Egeo sarebbe paragonabile al canale di Sicilia, ma i profughi prima di attraversarlo non conoscono né l'uno né l'altro. Ma anche se lo sapessero dai loro compagni che sono partiti prima di loro, è talmente grande la voglia, quasi esasperata, di fuggire dalle guerre che nessun mare mosso e nessun un muro, come quello costruito lungo il fiume Evros, al confine greco-turco, dal governo di Samaras li potrebbe fermare.
Finora nessun governo greco ha applicato una politica di asilo. Perciò la Grecia ha la percentuale più bassa (sotto l'1% dei richiedenti asilo) alle statistiche europee. Come l'Italia respinge i profughi addirittura minorenni senza alcun presupposto giuridico in Grecia, e la Turchia verso l'Iran o la stessa Grecia, così Atene - ovvero la polizia e la guardia costiera - cerca di respingere violentemente le imbarcazioni dei profughi verso le coste turche, provocando spesso massacri e vittime umane.
Nel caso in cui i profughi si presentano alle autorità per chiedere asilo, di solito non hanno assistenza. Nella maggioranza dei casi vengono rinchiusi in campi di concentramento oppure in stazioni della polizia in condizioni disumane, e quando le guardine e i campi sono strapieni, alcuni di loro vengono rimpatriati oppure lasciati liberi con un foglio di espulsione (entro 30 giorni devono lasciare il territorio). Ecco perché arrivano in massa ai porti di Patrasso e di Igoumenitsa.
Denominatore comune della loro permanenza in tutti questi paesi: privazione della loro libertà, carcerazione in condizioni disumane, maltrattamento e torture. Poche, invece, sono le denunce rispetto alla violazione dei diritti umani da parte delle autorità, ancora meno le condanne degli agenti.
Non a caso Grecia e Italia sono state condannate dalla Corte europea dei diritti umani (l'ultima volta lo scorso novembre) per trattamenti inumani ed espulsioni collettive di migranti. Il governo di Alexis Tsipras vorrebbe esercitare una politica diversa nei confronti dei migranti: da una parte condizioni umane di permanenza nei campi, procedimenti rapidi per i richiedenti asilo, e dall'altra la modifica del Regolamento Dublino II.
In questo ambito, una settimana fa il ministro della Protezione del cittadino, Jannis Panoussis, ha annunciato la chiusura del campo di Amygdaleza (ogni giorno vengono liberate 30 persone), perché i profughi vivono in condizioni disumane per oltre sei mesi. Ieri, però, c'è stata polemica tra il governo e l'opposizione quando è stato reso noto che il capo della polizia ellenica ha rilasciato una circolare con "le nuove linee guida" a tutti i commissariati della polizia.
Secondo tale circolare i migranti arrestati che cercano di entrare clandestinamente in territorio ellenico non debbono essere trattenuti, ma lasciati liberi con un foglio di espulsione, dopo la loro identificazione, e quelli già detenuti nei "campi di accoglienza" devono essere rimessi in libertà.
Il ministro Panoussis, nel momento in cui il governo sta ancora studiando una nuova politica per l'immigrazione, ha reso noto di aver ordinato un'inchiesta per accertare chi abbia diffuso le nuove direttive senza consultarsi prima con le autorità governative, e ha lasciato intendere che si tratta di una provocazione da parte della Nea Dimokratia. Secondo l'opposizione, invece, il governo ha dovuto revocare la circolare a causa delle forti reazioni.
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