di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 maggio 2019
Oggi si presenta a Pisa il libro di Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria. "Uomini come bestie, il medico degli ultimi", è il libro che verrà presentato - con interventi del calibro di Adriano Sofri - venerdì alle ore 17 e 30 a Pisa, presso l'Istituzione Cavalieri di Santo Stefano, a Piazza dei Cavalieri.
L'autore è il professore Francesco Ceraudo, pioniere della Medicina Penitenziaria Italiana, che per 40 anni ha diretto, da medico di primissimo ordine, il centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa. Un uomo che si era sempre distinto per la sua indipendenza, anche al costo di entrare in rotta con le autorità. La prima volta dopo la morte del giovane anarchico Serantini, quando si accertò che il medico del carcere di Pisa l'aveva visitato in ritardo e frettolosamente.
Al giovane che lamentava un malessere generale con forti dolori alla testa prescrisse unicamente una borsa di ghiaccio. Quel medico venne allontanato dal servizio e fu chiamato proprio Ceraudo a sostituirlo. All'epoca il centro era importante e da lì erano passati tutti, dai detenuti "ultimi della terra" a quelli cosiddetti "eccellenti", dai mafiosi come Brusca e Liggio, a ex terroristi.
Sì, perché il carcere ammala e Ceraudo lo sa benissimo. "Il carcere - spiega il professore è un fondo d'imbuto in cui scivolano fatalmente tutte le malattie del nostro tempo e del nostro mondo. La malattia è la manifestazione più sbrigativa della povertà e dello sradicamento contemporaneo". Dagli anni bui del terrorismo fino alle carceri superaffollate. È il doloroso percorso cronologico che Francesco Ceraudo compie in quest'opera, unica nel suo genere.
Professore, dopo 40 anni di esperienza perché ha sentito la necessità di scrivere questo libro?
La definizione di "necessità" è corretta. Avevo acquisito dei documenti, fatto valutazioni, vissuto esperienze e mi dispiaceva che andasse tutto disperso. Nel frattempo sono intervenute delle modifiche legislative nell'ambito della medicina penitenziaria e certe circostanze ed esperienze furono cosi prorompenti da meritare di non passare in sordina. Inizialmente è stato un cammino, lungo e faticoso: ho avuto delle resistenze, soprattutto da parte delle grandi case editrici. Mi rispondevano che il carcere non ha mercato, non interessa come argomento.
Secondo lei hanno ragione a dire che la tematica carceraria non è adatta al mercato?
Bisogna vedere come ci si pone. A Pisa ci sarà la presentazione del libro e c'è già tanta attesa, ma anche tanta curiosità. Quando andai alla casa editrice Ets di Pisa, che lo ha pubblicato, forse proprio perché il carcere era quello di Pisa, ne ho riscontrato subito la massima disponibilità. Ci sono argomenti che riguardano tematiche, tra cui la strage di Bologna, la rivolta di Porto Azzurro, dove peraltro fui coinvolto anche personalmente. Nel mio libro non faccio interpretazioni, fornisco i fatti: lascio le interpretazioni al lettore. Sulla strage di Bologna racconto dei fatti. A mio avviso Francesca Mambro e Valerio Fioravanti non c'entrano nulla. Lo dico dopo aver passato in rassegna alcuni elementi e circostanze e la mia conclusione è che loro sono estranei ai fatti. Se mi si chiede chi è stato, rispondo che non sono io a doverlo dire; posso dire invece che sia Mambro che Fioravanti sono stati sinceri nelle loro dichiarazioni ammissive rese a processo. Per esempio, su Francesca Mambro, che è stata mia paziente per tanti anni a Pisa e che ha riferito con molta chiarezza ciò di cui è stata responsabile, penso che a proposito della strage di Bologna sia estranea. Fui anche chiamato come testimone al processo sulla strage di Bologna: a dire il vero non ero contento di dover andare a rendere testimonianza. Un'amica mi anticipò infatti che in Procura a Bologna si vociferava che avrei potuto essere in pericolo per delle dichiarazioni che potevo rendere. Sono dovuti arrivare alla quarta citazione di testimone per portarmi con accompagnamento coattivo innanzi alla Corte: come testimone raccontai quello che sapevo, parlando per sette ore e venendo ascoltato. Alla fine fui sorpreso nel leggere in sentenza che come teste ero stato ritenuto assolutamente inattendibile. Fu un fatto per me eclatante, ma forse mi consentì di non diventare un bersaglio.
Nel suo libro passa in rassegna dei personaggi che ha potuto incontrare. Tra questi c'è anche Angelo Siino, il "ministro dei lavori pubblici" della mafia...
Siino era un tipo molto attento e prudente, poi è divenuto un collaboratore. Era una persona che sapeva destreggiarsi, che aveva la fiducia di Totò Riina, ma anche di altri che potevano essere in contrapposizione. Nel libro, a proposito di lui, racconto di un attacco ischemico che ebbe. Ricoverato al centro clinico, mi resi conto della cosa e lo dissi all'autorità giudiziaria. Fu così che da Roma Nicolò Amato, allora Capo del Dap, mandò un'ispezione a Pisa per verificare se quello che avevo scritto fosse vero. Vennero i medici ispettori e accertarono che era tutto realistico. Amato aveva ipotizzato che ci fosse stata una tresca tra me e il Siino. Poi, un giorno, dopo qualche anno, andai al carcere e incrociai Nicolò Amato: scoprii che nel frattempo era diventato l'avvocato di Siino.
Ci sono altri personaggi che cita nel suo libro?
Il più complicato era Vittorio Mangano. Prendeva aria vicino al mio studio. Ho avuto modo di parlargli in quelle passeggiate. Disse che era lui l'uomo più amato e cercato dai magistrati; disse che lui era stato scelto da Dell'Utri e che doveva stare attento ai figli di Berlusconi, che non fossero sequestrati. Disse anche che non avrebbe mai parlato e che sarebbe stato "come un pesce": muto. Incontrai anche Mario Moretti. Lui veniva dal carcere di Novara, era stato aggredito e aveva un problema all'articolazione della mano sinistra. Arrivò per un intervento di chirurgia plastica. Prima dell'intervento mi volle parlare: in maniera minacciosa, mi disse di stare attento a quello che avrei fatto e che in sala operatoria non ci sarebbe dovuto entrare nessuno. Poi capii che lui aveva saputo che sarebbe arrivato il generale Dalla Chiesa e per questo motivo temeva che quest'ultimo potesse entrare in sala operatoria e approfittare dell'anestesia per farlo parlare. Alla fine l'intervento riuscì molto bene al punto che Moretti si complimentò con me e lo staff. Uno che mi ha lasciato il segno fu invece Francis Turatello, detto "Faccia d'angelo". Un personaggio che ci sapeva fare. Racconto nel libro di un episodio particolare. Un giorno ci fu un ammutinamento nella cella di una degenza: sei detenuti si barricarono e minacciarono di dar fuoco ai materassi e al resto. Nel momento in cui venivo avvertito della vicenda stavo parlando con Turatello. Lui sentì la cosa e mi disse "dottore mi dia l'autorizzazione, che ci vado a parlare io". Ero sempre stato prudente, ma credevo anche nelle iniziative. Andai a comunicare la sua disponibilità e stranamente il comandante mi dette il nulla osta: tutti conoscevamo il grande carisma di Turatello. Andammo alla cella e appena lo videro, rimasi basito: si inginocchiarono per baciargli la mano. Lui disse "ragazzi non ci si comporta così" e in due minuti risolse il problema.
La prefazione del suo libro è scritta da Adriano Sofri, uno scritto lungo ben 17 pagine...
Con Adriano Sofri ho passato dieci anni come medico penitenziario. Lo considero uno scrittore, anzi un poeta quando parla di carcere. Ho scelto lui per la prefazione del mio libro e sono rimasto allibito di quanto fosse corposa. Ha parlato di ogni capitolo, in ogni capitolo c'è lui.
Il suo libro affronta anche il diritto all'affettività negata e l'ergastolo ostativo...
Certamente. La negazione dell'affettività in carcere è la conseguenza di malattie, fisica e psichica. All'estero, perfino in Albania, hanno le camere dell'amore, in Italia ancora non ci sono. C'è ovviamente anche un capitolo sull'ergastolo. Posso solo ricordare da medico che dopo un certo periodo di anni noi cambiamo le nostre cellule cerebrali, come ha ben evidenziato lo scienziato Umberto Veronesi
Uno dei capitoli più attuali è quello di Stefano Cucchi...
Luigi Manconi venne nominato Presidente della Commissione Parlamentare e mi chiese una consulenza sul caso. La vicenda di Stefano non è stato gestito bene dai medici. Nel film, che è indubbiamente bello, si chiude una porta ma non si capisce che cosa sia successo e si lascia all'immaginazione, ovviamente anche perché era in corso il processo. A questo punto, sorge il problema: anche tenendo presente che il medico di guardia del carcere non fece il suo dovere fino in fondo non capendo che gli ematomi evidenti non potevano essere dovuti alla caduta delle scale, come aveva dichiarato Cucchi. Dal primo minuto che fu portato all'Ospedale Pertini il primario sarebbe dovuto intervenire, ma non ha mai visto né visitato Cucchi. All'ospedale Stefano presentava una glicemia altissima. È stato completamente abbandonato dal punto di vista terapeutico: da medico penso che si sarebbe dovuti intervenire immediatamente e fare un certificato di incompatibilità con la carcerazione, così che il magistrato avrebbe potuto mandarlo agli arresti domiciliari.
Come vede il futuro del carcere?
Lo vedo nero, il governo non fa altro che chiedere più carcere per tutto. Ho avuto la fortuna di conoscere Vassalli e Conso, non ci sono paragoni con il governo attuale. Basti ricordare che il capo del Dap ha negato contro ogni evidenza il sovraffollamento in carcere seppur persino il ministro stesso abbia dovuto ammetterlo. Per la mia esperienza ritengo che il carcere non debba essere la prima soluzione, ma una extrema ratio, per questo è importante valorizzare le pene alternative. Ma soprattutto bisogna mettersi in testa che la pena non può che essere riabilitativa e non afflittiva.
di Annalisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 17 maggio 2019
In Italia diminuiscono i reati ma aumentano le condanne e cresce l'affollamento nelle carceri. Gli istituti penitenziari accolgono sempre più italiani e meno stranieri, poche le donne, ma ben 55 i bambini reclusi con le loro madri, tanti i tossicodipendenti (un quarto dei detenuti) e troppi i suicidi. È il quadro che emerge dall'annuale rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia redatto dall'Associazione Antigone, che si batte per i diritti in carcere, condotto attraverso l'attività di osservazione che l'associazione svolge dal 1998 in tutti gli istituti penitenziari del paese.
"Una situazione drammatica - ha spiegato il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, presentando a Roma il rapporto - con ben 8 mila detenuti in più rispetto solo a quattro anni fa e 3 mila rispetto all'inizio dello scorso anno, e un tasso di affollamento del 120 per cento che rischia di farci tornare presto alla situazione per cui Strasburgo ha condannato l'Italia". "L'aumento delle presenza in carcere - ha aggiunto Gonnella - rende i detenuti anonimi. Oscura le loro sofferenze e la loro disperazione. Anche così si può spiegare l'aumento dei suicidi. Ma serve ricordare che ogni persona che si uccide in prigione è una sconfitta delle istituzioni tutte". E a fronte di 60.439 detenuti reclusi al 30 aprile scorso, di cui 2659 donne (il 4 per cento del totale) ci sono stati 67 casi di suicidio con un tasso di 11,4 episodi ogni 10 mila detenuti. Nel 2018, secondo il rapporto, erano stati venti di meno. In carcere dunque ci si uccide quasi 18 volte di più che in libertà. Inoltre, secondo Antigone, in alcune carceri il tasso di suicidi è troppo elevato rispetto alla media: è il caso di Taranto dove negli ultimi dodici mesi in quattro si sono tolti la vita.
Non a caso quello pugliese è uno degli istituti penitenziari più affollati d'Italia, con un tasso di presenze del 199 per cento. Ciò limita lo spazio vitale e possibili attività rivolte ai detenuti, prime fra tutte il lavoro e la formazione professionale. Il 18,8 per cento delle celle in Italia, tra cui quelle del carcere di Opera a Milano e Secondigliano e Poggioreale a Napoli, non rispetta il parametro dei 3 metri quadrati per detenuto, soglia considerata dalla Corte di Strasburgo minima, al di sotto della quale c'è il rischio di trattamento inumano e degradante.
La presenza degli stranieri è diminuita negli ultimi dieci anni di oltre mille unità mentre crescono i detenuti italiani. E mentre in Europa, a fronte di una diminuzione dei reati si segnalano meno detenuti, anche in Italia i reati sono calati (del 24 per cento le rapine, del 3,3 gli omicidi, del 10 i furti in abitazione) ma di contro il tasso di detenzione è cresciuto del 7,5 per cento. Il rapporto di Antigone sfata dunque la credenza che il nostro Paese sia lassista con chi delinque.
"È vero il contrario se il 17 per cento delle condanne va dai 10 ai 20 anni a fronte di una media europea di 11 anni". "Vi è dunque una tendenza dei giudici - rileva il rapporto - a elevare le pene comminate". Un dato fortemente negativo è anche quello relativo al ricorso all'isolamento disciplinare, "che costituisce un surplus di sofferenza rispetto alla pena in sé", aumentato negli ultimi 5 anni di ben 10 volte.
Di positivo, invece, si registra l'aumento al ricorso alle pene alternative al carcere ma, secondo Antigone, si sceglie sempre di più la detenzione domiciliare, "misura più custodiale e meno tesa alla reintegrazione sociale". Infine nelle carceri si registra una carenza di personale del 16 per cento così come pochi sono gli educatori, in media uno ogni 78 detenuti, e i mediatori culturali di cui oltre il 60 per cento degli istituti è privo.
"Il rischio che lo sguardo di Antigone, occhio della società civile, mostra - ha commentato il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma - è quello che il carcere sia il luogo della marginalità sociale e dell'indifferenza di una società rancorosa.
La stessa analisi è emersa dalla recente relazione al Parlamento del Garante nazionale, frutto di un mandato istituzionale intrusivo e forte. Chiara da entrambi gli sguardi emerge la necessità di ridare al carcere visibilità e riportarlo nella discussione politica, primo passo per superare quel senso di abbandono che troppo spesso sembra ultimamente caratterizzarlo".
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 17 maggio 2019
Si è esaurito l'effetto dei provvedimenti che avevano allentato la pressione sulle carceri. E così, nonostante non si registri una crescita negli ingressi, né nel numero dei delitti compiuti, i detenuti continuano ad aumentare.
di Silvia Morosi
Corriere della Sera, 17 maggio 2019
In totale i detenuti sono 60.439 e il tasso di sovraffollamento in alcuni istituti arriva a toccare il 150 per cento. L'associazione lancia l'allarme per la crescita dei suicidi: "Nel giro di due anni si tornerà ai numeri della sanzione europea". Più di sessanta mila, 60.439 per la precisione. Sono i detenuti nelle carceri italiane, ottomila in più rispetto a quattro anni fa, nonostante non si registri un aumento degli ingressi né dei delitti commessi. Tra loro, 2.659 sono le donne (il 4,4 per cento del totale), di cui 51 madri con i loro 55 i bambini di età inferiore a 3 anni. Per quanto riguarda gli stranieri, dal dicembre 2017 a oggi sono calati dello 0,67 per cento, a dimostrazione che "non esiste un allarme stranieri detenuti". In questa situazione, il tasso di sovraffollamento (il rapporto tra presenze e posti letto) sfiora il 120 per cento, e in 42 istituti (uno su cinque) il 150 per cento. I dati sono riportati nel 15esimo rapporto sulle condizioni di detenzione dell'associazione Antigone: "Il carcere secondo la Costituzione".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 17 maggio 2019
Due progetti sperimentali di consulenza filosofica - pratica da anni utilizzata per ridurre disagio e problemi di relazione in contesti lavorativi, scolastici e ospedalieri in alternativa alla psicologia e a discipline più tradizionali - sono oggetto dei protocolli d'intesa firmati oggi dal Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria per Umbria e Toscana Antonio Fullone e dalla presidente di Eu-Topia onlus Anna Maria Corradini.
Il consulente filosofico, a differenza dello psicologo o dello psicoterapeuta, non cerca le cause del malessere del paziente e non indica soluzioni, ma accompagna il consultante a una riflessione critica sul proprio modo di pensare la realtà, aiutandolo a metterne a fuoco contraddizioni nella concreta esperienza di vita.
Proprio il lavoro sulla consapevolezza rende questa disciplina adatta alle persone detenute le cui scelte sono state determinate in gran parte da una visione della realtà che chiede una nuova riflessione. Uno degli accordi tra Provveditorato Regionale (Prap) ed Eu-Topia, organizzazione di utilità sociale senza fini di lucro, prevede tuttavia anche un percorso specifico per gli operatori penitenziari allo scopo di favorirne il benessere personale, conoscere le proprie potenzialità e perseguire la propria realizzazione.
Le attività previste dai protocolli si svolgeranno nei due istituti del distretto che saranno individuati dai rispettivi staff di direzione dei progetti, composti da rappresentanti delle istituzioni firmatarie.
Il protocollo di consulenza filosofica destinato ai detenuti ha come obiettivi specifici il miglioramento della qualità della vita detentiva e personale attraverso la riduzione dei conflitti e il trattamento di problematiche riguardanti la sfera emozionale. I consulenti filosofici proposti da Eu-Topia potranno entrare negli istituti come volontari (artt. 17 e 78 ordinamento penitenziario) e svolgeranno la propria attività con il coordinamento del funzionario giuridico-pedagogico referente per il progetto.
Trattare problemi di disagio e sofferenza nelle relazioni e problemi legati ad autostima e problematiche legate alla sfera emozionale per il miglioramento della qualità della vita personale e professionale sono invece tra gli obiettivi del protocollo di consulenza destinato al personale penitenziario che si articolerà in cinque incontri tematici con gruppi di massimo dieci operatori e in colloqui individuali. Le attività di entrambi gli accordi, della durata di due anni, non comportano spese per l'Amministrazione Penitenziaria e prevedono l'elaborazione di studi e ricerche per individuare e definire strategie d'intervento efficaci nell'ambito del trattamento.
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 17 maggio 2019
La maggioranza giallo-verde appare più l'ultimo prodotto della crisi ventennale del sistema che l'inizio di un nuovo corso. "Nuova Tangentopoli" contro "giustizia a orologeria". Non preoccupano soltanto le inchieste per corruzione. Inquieta altrettanto l'uso che delle indagini si va facendo: da parte di chi le subisce e da parte di chi pretende di esserne immune in nome di una superiorità morale dai contorni piuttosto controversi.
Si notano un eccesso di giustizialismo e di vittimismo che finiscono per velare la sostanza di quanto sta accadendo. Tra un Movimento Cinque Stelle che arriva a sostenere una "nuova Tangentopoli" riguardante solo gli altri, e una Lega convinta di essere sotto attacco perché sta vincendo, non si sa bene chi scegliere: nessuna delle tesi, in realtà, è convincente.
Verrebbe da dire che le impostazioni delle due forze della maggioranza populista, in apparenza così agli antipodi, si sostengono a vicenda. L'idea di una giustizia a orologeria, retaggio del passato ma tentazione eterna di molti tra quanti vengono accusati, è un comodo scudo per nascondere le proprie responsabilità politiche: a prescindere da quelle penali tutte da provare. Ma anche la rapidità con la quale si criminalizzano avversari e alleati ha qualcosa di regressivo e di difensivo: quasi che l'"onestà", molto tra virgolette, fosse un alibi contro l'incompetenza; e un'arma di distrazione contro alcuni casi di presunta corruzione non liquidabili come inesistenti solo perché gli indagati sono stati costretti alle dimissioni.
L'impressione è che questi atteggiamenti simmetrici e opposti incornicino alla perfezione i rapporti controversi tra politica e magistratura. Il fatto che vengano registrati alla vigilia di elezioni europee di grande importanza anche per la politica interna, rende lo sfondo ancora più scivoloso e ambiguo: per il governo e per le stesse opposizioni, toccate a titolo diverso dalle indagini, dal Pd a Forza Italia. Tende a prevalere l'uso spregiudicato che le forze politiche fanno del potere giudiziario, al di là della volontà e dell'interesse degli stessi giudici. Arruolarli come "testimonial" di una nomenklatura inguaribilmente marcia rischia di accreditare una magistratura come manichea e di parte.
Ma lo stesso risultato negativo si produce accusando neanche troppo larvatamente i giudici di muoversi per contrastare l'ascesa di un partito. In questo modo di affrontare le vicende che toccano la classe politica da Nord a Sud, riaffiora uno strumentalismo preoccupante. E si ripropone un "doppio standard" che conferma la regressione dei diritti e del dialogo tra partiti e tra poteri, che è la migliore ricetta per cuocere a fuoco lento la credibilità già bassa delle istituzioni. Il problema di fondo sembra essere da decenni identico: la selezione della classe dirigente, che riguarda le vecchie e le nuove forze politiche.
Brilla l'incapacità non solo di scegliere persone competenti e oneste, ma di agire per evitare infiltrazioni del malaffare, riformarsi dall'interno e dunque evitare il ruolo inevitabile di supplenza dei giudici. Sotto questo aspetto, la maggioranza giallo-verde appare più l'ultimo prodotto della crisi ventennale del sistema che l'inizio di un nuovo corso. Mostrare le fedine penali dei candidati, come fanno i Cinque Stelle, non è un antidoto sufficiente a evitare che gruppi di interesse opachi li influenzino. Né si può invocare l'inesperienza per giustificare casi come quelli che si sono registrati intorno alla giunta grillina a Roma, e non solo.
In politica l'inesperienza e l'ingenuità sarebbero semmai aggravanti, non attenuanti. Se non sei in grado di difenderti da chi usa le amministrazioni per arricchirsi in modo illecito, non puoi difendere chi ti ha eletto. Costringere alle dimissioni un indagato, o espellerlo, non risolve il problema; al massimo lo segnala e cerca di tamponarlo. Quanto alle inchieste che toccano esponenti del Carroccio e di FI, la sensazione è che nascano soprattutto dalla lunga permanenza del centrodestra al potere in alcune regioni-chiave del Nord, come il Pd in Umbria: a conferma che ormai il potere logora anche chi ce l'ha da troppo. Fuggire dalle responsabilità identificandosi con le Procure, o delegittimandole, sarebbe l'ennesima scorciatoia, foriera di equivoci e veleni iniettati in una società già sufficientemente esacerbata.
Il Messaggero, 17 maggio 2019
In pre-consiglio i grillini smontano il dl di Salvini, che apre a modifiche. L'occasione sarebbe ghiotta: due bei decreti da sfornare lunedì, a meno di sei giorni dalle elezioni. Uno targato Matteo Salvini sulla sicurezza, l'altro Luigi Di Maio sul fondo unico a favore delle famiglie.
Ma tale è lo scontro tra 5Stelle e Lega, che ieri sera perfino il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti non dava per certa l'ultima riunione del Consiglio dei ministri prima del voto europeo: "Lavorate alle modifiche, ma non sono nelle condizioni di dire se lunedì ci sarà la riunione del governo", ha detto ai suoi. E i grillini hanno fatto sapere: "La creatura di Salvini era stata smontata pezzo per pezzo".
Contro il decreto del vicepremier leghista, quello che prevede le multe per chi salva i migranti in mare ed espropria le competenze di alcuni dicasteri, durante il pre-consiglio si sono schierati i tecnici di palazzo Chigi e dei ministri grillini (Difesa, Infrastrutture, Lavoro, Giustizia) e perfino la Farnesina che con Enzo Moavero è formalmente a sostegno di Salvini. Durante una riunione descritta dai 5Stelle "pacata, in quanto il rappresentante di Salvini ha riconosciuto la fondatezza delle critiche", il provvedimento voluto dal ministro dell'Interno è stato cannoneggiato. E rimaneggiato.
Nel mirino è finito l'articolo 1. Sia il rappresentante degli Esteri, sia quello della Giustizia, hanno fatto notare che non "si possono stabilire sanzioni e il divieto di salvataggio, in quanto nelle attività di soccorso in mare in acque internazionali non è possibile far valere la sovranità nazionale". Stoppato anche l'articolo 8, quello sul Commissario straordinario per eliminare l'arretrato nell'esecuzione delle sentenze e sull'assunzione a tempo determinato di 800 esecutori.
"Il Commissario sarebbe giustificato se ci fosse una grave inerzia e inefficienza da parte dell'amministrazione, ma non c'è né l'una né l'altra", hanno osservato gli esperti di Bonafede. "Con le assunzioni a termine si favorirebbe la creazione di sacche di lavoro precario e ciò è sconsigliabile", hanno obiettato i tecnici di Di Maio. Tant'è, che alla fine, Giorgetti ha dovuto ammettere: "Non so se faremo a fare tutte queste correzioni per lunedì". Salvini, contattato telefonicamente, ha però dato ordine di accelerare e, soprattutto, di... mediare: "Accogliete i rilievi, il decreto si deve fare a tutti i costi".
Così, nelle prossime ore, verranno celebrati incontri "bilaterali" tra gli esperi del Viminale e i rappresentanti dei vari dicasteri "per affrontare e risolvere i punti critici". Con i leghisti che danno per certo l'approdo del decreto lunedì in Consiglio dei ministri: "Si va verso una mediazione positiva, limeremo qualche dettaglio e non c'è alcun dubbio che lunedì il provvedimento si farà. I 5Stelle decina da che parte stare, con chi difende i confini o con gli scafisti?".
I grillini, mentre il premier Giuseppe Conte si eclissa per evitare di diventare il punch- ball, però non si lasciano impressionare: "Il decreto di Salvini è tutto da rifare, vanno scritti ex novo interi articoli e non c'è alcun accordo". Conclusione: "A questo punto neppure si sa se verrà celebrato il Consiglio dei ministri lunedì. Verrà fatto solo se ci sono scadenze improrogabili come alcune nomine".
Insomma, il solito scontro, come è già accaduto sullo sblocca cantieri, sul decreto crescita, etc. A farne le spese, con un rinvio complessivo a dopo le elezioni (se il governo resterà in piedi) sarebbe anche il provvedimento di Di Maio "per incentivare la natalità" con un fondo ad hoc a favore delle famiglie.
Per ritorsione infatti Salvini potrebbe stopparlo: non può accedere che a 6 giorni dalle elezioni la Lega resti senza bandierina da issare e i 5Stelle invece varino un loro decreto, scippato per di più nei contenuti al ministro leghista della Famiglia Lorenzo Fontana. Se questo sarà l'epilogo si scoprirà oggi pomeriggio, quando tornerà a riunirsi il pre-consiglio a palazzo Chigi.
di Claudia Morelli
Italia Oggi, 17 maggio 2019
Magistrati onorari, riforma della riforma in arrivo. Lo schema di disegno di legge inserito all'ordine del giorno per il consiglio dei ministri di lunedì porta a termine un confronto avvenuto "a singhiozzo" tra il ministero della giustizia e le rappresentanze dei magistrati onorari e poi sfociato in un accordo di massima un paio di mesi fa.
Lo schema messo a punto dai tecnici del guardasigilli Alfonso Bonafede apporta modifiche alla più ampia riforma del 2017, n. 117, da una parte per dettare regole più stringenti in materia di incompatibilità e dall'altra per risolvere questioni più "sindacali" (ricordiamo che la variegata categoria di magistrati onorari si è astenuta dalle udienze a scaglioni nel mese di maggio e fino ad oggi). Lo schema ridisegna le incompatibilità, equiparandole a quelle parentali previste per la magistratura ordinaria.
E in ogni caso gli avvocati e i praticanti abilitati non possono esercitare le funzioni di magistrato onorario in uffici giudiziari compresi nel circondario del tribunale nel quale esercitano la professione forense, ovvero nel quale esercitano la professione forense i loro associati di studio, i membri dell'associazione professionale, i soci della società tra professionisti.
Sono riviste le modalità di pagamento, ogni due mesi e non più trimestrali; prevista la possibilità di chiedere il trasferimento di sede per assistere un familiare in stato di bisogno o disabile; viene stabilita una opzione per la liquidazione della indennità (anche fissa); si precisa che i magistrati in servizio potranno continuare ad esercitare fino al 68° anno di età mantenendo le stesse funzioni mentre la liquidazione dell'indennità sarà calcolata fino alla fine dell'incarico e non più limitatamente ai primi 4 anni di servizio. Novità infine anche per le funzioni di pubblico ministero per i procedimenti assegnati al tribunale in composizione monocratica.
di Caria Corsetti
Left, 17 maggio 2019
L'annuncio di soluzioni come questa alimenta il rancore diffuso e indebolisce lo stato di diritto. L'introduzione della legge del taglione nel Codice di Hammurabi del diciottesimo secolo a.C. fu indubbiamente un avanzamento in senso progressivo. Non si affidava la determinazione della pena alla libera vendetta delle vittime, ma si stabiliva una proporzionalità.
Non si poteva infliggere una pena superiore al danno ricevuto. Il principio di diritto conosciuto con la locuzione "occhio per occhio" introduceva dunque un bilanciamento che limitava le degenerazioni vendicative. Il principio di proporzionalità, nei secoli, sì è ulteriormente raffinato e si è agganciato, in termini progressivi, al grado di civilizzazione delle società, in una costante tensione protesa a trovare un punto di equilibrio tra la gravità dell'illecito e l'entità della pena che avrebbe dovuto essere inflitta. La finalità della funzione rieducativa è anch'essa correlata alla proporzionalità, posto che una pena percepita come ingiusta non predispone sotto il profilo psicologico, alla rieducazione. La funzione della prevenzione, della dissuasione o della difesa sociale, confermano la concezione della pena polifunzionale nel nostro ordinamento.
L'ottica rieducativa ha consentito l'elaborazione di misure alternative alla detenzione che incentivano la partecipazione e la collaborazione attiva del detenuto. L'elaborazione dottrinaria sulla polifunzionalità della pena, e la giurisprudenza costante elaborata nelle direzione del rafforzamento del senso di giustizia per una più qualificante convivenza civile, non hanno impedito al potere esecutivo di celare la propria incapacità dando in pasto all'opinione pubblica l'idea che la civiltà giuridica potesse essere buttata alle ortiche, indicando alle masse che la soluzione al reato odioso della stupro potesse essere risolto con la castrazione chimica.
Pur volendo trascurare il fatto che l'inibizione chimica degli ormoni della libido, una volta sospeso il trattato euro farmacologico, scatena un aumento della aggressività del violentatore, la soluzione proposta conferma ancora una volta, ove ce ne fosse bisogno, che i proponenti non hanno alcun;) intenzione di trovare una soluzione legislativa, quanto piuttosto hanno intenzione di indebolire lo stato di diritto amplificando il sentimento di rancore delle masse.
Il solo evocare hi paiola "castrazione" alimenta il senso di paura e nello stesso tempo costruisce un canale verso il culaie orientare la propensione alla vendetta di cena parte del l'elettorato. Invocare la castrazione chimica significa negare che lo stupro sia una azione volta ad affermare un potere e un controllo, e significa relegarlo a mera espressione genitale.
Lo stupro non è conseguenza del desiderio, lo stupro è esercizio del controllo di un soggetto su un'altra persona ed è un'arma per esercitare potere, è annullamento della realtà umana della donna. Per cui non è lo spauracchio della chimica farmacologica che lo può prevenire, semmai una adeguata educazione sessuale sin dalla scuola primaria, da sempre osteggiata dal fondamentalismo religioso che da noi è di matrice cattolica.
L'assenza di educazione di genere, l'assenza di politiche volte ad impedire forme di discriminazione, la diffusione di religioni che hanno lo stupro nelle loro strutture simboliche, sono questi gli clementi che contribuiscono a diffondere la cultura dello stupro nella quale la castrazione chimica si innesta come esibizione di una banalizzazione del problema e della sua soluzione. La castrazione chimica rievoca, in definitiva, la legge del taglione che se nel diciottesimo secolo A.C poteva qualificarsi in tutta la sua valenza progressiva, è indubbio che nel 2019 D.C. sconta una innegabile regressiva cialtroneria.
di Lodovica Bulian
Il Giornale, 17 maggio 2019
Il Carroccio boccia la proposta: "È punitiva a favore delle Procure". Nei giorni della nuova tangentopoli, dell'ondata di arresti e di inchieste da nord a sud - l'ultima ieri ha coinvolto un sindaco della Lega - il M5s accelera sul suo cavallo di battaglia, la giustizia.
Ma la riforma del processo penale, annunciata dal ministro Alfonso Bonafede, rischia di trasformarsi nel nuovo terreno di scontro degli opposti schieramenti insieme al governo. Con il caso Siri che ancora brucia al Carroccio e all'orizzonte quello che potrebbe aprirsi su un altro leghista, il viceministro Edoardo Rixi - la sentenza del processo sulle spese pazze in Piemonte è prevista dopo le Europee.
In questo clima è arrivato ieri l'avvertimento di Bonafede: "La riforma del processo penale si farà entro il 2019. Spero prima dell'estate di portarla all'attenzione del Cdm, anche perché è pronta da un mese e mezzo, e poi entro fine anno ci sarà l'approvazione". Non solo, le lungaggini sarebbero colpa della Lega, secondo Luigi Di Maio, visto che "Salvini ha fatto saltare già due volte la riunione".
Per ora la partita resta congelata fino al 26 maggio. Ma all'indomani delle urne, la legge che nelle intenzioni dovrebbe ridurre i tempi dei processi dopo lo stop alla prescrizione, aprirà l'ennesimo duello. Nei patti, il via libera alla norma grillina - inserita lo scorso novembre nel pacchetto anticorruzione - che stoppa la clessidra giudiziaria dopo la sentenza di primo grado, era "condizionato" alla riforma organica del processo penale.
Altrimenti, il solo stop alla prescrizione sarebbe stato una "bomba atomica sui processi", così l'aveva definita il ministro Giulia Bongiorno. Ma i contenuti della bozza di riforma preparata dal ministro grillino avrebbero già irritato gli esponenti di via Bellerio con proposte considerate "irricevibili, troppo spostate a favore delle procure. Noi siamo garantisti, ma loro vogliono una riforma punitiva".
Tanto che Salvini ha già mandato a dire che sul punto non cederà: "Valuteremo la proposta e la emenderemo. Gli accordi sulla giustizia sono chiari. Quindi o parte la riforma complessiva del processo penale, in cui la prescrizione potrà essere una minima parte del complesso, oppure non esistono processi all'infinito che vanno a sovrapporsi in una struttura come quella di oggi che è barbara". "La riforma si scrive in via Arenula", ha ribattuto ancora lo stesso Bonafede.
Sul balletto Forza Italia attacca: "Viene quasi da ridere, anzi da piangere, assistendo alle convulsioni del governo sulla giustizia - dice Anna Maria Bernini. La Lega, dopo aver approvato supinamente il taglio della prescrizione, improvvisamente si accorge che i Cinque Stelle vogliono una riforma della giustizia punitiva, totalmente spostata sulle procure e priva di garanzie per gli imputati".
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