di Sandra Rizza
Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2015
Un ex funzionario spiega il ruolo dell'uomo voluto da Scalfaro. Adalberto Capriotti era un'animella, non contava nulla. A comandare era Di Maggio". Parola di Salvatore Cirignotta, nel 1994 dirigente dell'ufficio detenuti del Dap, il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, oggi manager della Asp di Palermo, che ieri ha deposto nel processo sulla trattativa Stato-mafia.
Rispondendo alle domande del pm Nino di Matteo, il manager ha confermato in aula che a volere Di Maggio nel ruolo di vice-direttore del Dap era stato nel 1993 l'allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro: "Di Maggio lo diceva apertamente: mi devono sopportare - ha spiegato Cirignotta - perché sono stato messo qui da Scalfaro e per tutti i sette anni del suo mandato non mi possono fare niente".
Il testimone ha poi parlato della fuga di Felice Maniero, il boss della mafia del Brenta, evaso dal carcere di Padova nel 1994. Sottolineando i rapporti stretti tra Di Maggio e il colonnello Enrico Ragosa, che proveniva dai servizi segreti e poi divenne responsabile della segreteria di sicurezza del Dap, ha detto: "Ragosa mi chiese il fascicolo di Maniero. È una mia congettura, ma penso che i servizi potrebbero avere contribuito all'evasione".
Recentemente rinviato a giudizio per una fornitura milionaria di pannoloni alla Asp di Palermo, Cirignotta ha infine raccontato che Di Maggio a Roma "abitava nella stessa casa del colonnello Umberto Bonaventura", in servizio al Sismi, e che quest'ultimo gli era stato presentato come "un collaboratore del generale Mori". Dulcis in fundo: "Dopo l'inchiesta Mani Pulite, Scalfaro e il capo della Polizia Parisi erano convinti della necessità di far entrare il Viminale nell'amministrazione delle carceri, a tutela della classe politica.
La gestione dei pentiti era considerata importante, c'era un interesse a tenerli sotto controllo per quello che potevano dire dei politici. Nicolò Amato, l'ex capo del Dap, non avrebbe mai acconsentito ad una cosa del genere". Poi il manager ha ritenuto di precisare: "Sto parlando di sensazioni". Il pm Di Matteo, infine, ha chiesto di citare in aula i pentiti Vito Galatolo e Carmelo D'Amico.
Askanews, 6 marzo 2015
Non fu commesso alcun reato di turbativa d'asta o abuso d'ufficio nel centro amministrativo Giuseppe Altavista del Dap, all'epoca in cui Enrico Ragosa era direttore generale risorse materiali, beni e servizi del Dipartimento amministrazione penitenziaria.
Il Gup del tribunale di Roma, Maria Grazia Giammarinaro, in particolare, ha fatto cadere tutte le contestazioni. Nei confronti di Ragosa, assistito dall'avvocato Marco Franco, è stato dichiarata una sentenza di non luogo a procedere "perché il fatto non sussiste", come sottolinea il suo difensore che si dice "soddisfatto per la decisione odierna, ma dispiaciuto nel dover constatare che si è dovuti arrivare fino all'udienza preliminare, quando c'erano a nostro parere tutti gli elementi per una sollecita archiviazione".
Il caso che ha coinvolto Ragosa, chiamava in causa anche altri tre funzionari del Dap ed un imprenditore. In particolare, in base alla ricostruzione del pubblico ministero, si faceva riferimento all'acquisto di apparecchi radio da collocare sulle auto di servizio. Dopo una ispezione ministeriale erano state riscontrate alcune improprietà e di lì era stata avviata in breve una indagine. Ragosa è stato una vita nell'antimafia, anche al fianco di Giovanni Falcone.
Il generale, carriera di grande merito nell'esercito, vanta un curriculum di tutto rispetto. Dopo gli incarichi al Sismi c'è stato il lavoro nel settore delle carceri e la fondazione del Gom (Gruppo operativo mobile), fiore all'occhiello della penitenziaria. Nel procedimento concluso oggi era stata coinvolta anche Claudia Greco, la donna che per oltre trent'anni aveva ricoperto il ruolo di direttrice del centro Altavista. Anche per lei è stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere.
Adnkronos, 6 marzo 2015
Al via, il 27 marzo 2015, la seconda Giornata nazionale del teatro in carcere. L'iniziativa, istituita solo lo scorso anno, si celebra in concomitanza con la 53a Giornata mondiale del Teatro (World Theatre Day) indetta dall'Istituto Internazionale del Teatro presso la sede Unesco di Parigi. Nei primi giorni di marzo sarà reso noto il nome della personalità alla quale la Comunità internazionale del Teatro affiderà la composizione del messaggio per il World Theatre Day che sarà, come di consueto, tradotto in oltre 35 lingue e letto in tutte le sedi nelle quali si svolgeranno le celebrazioni.
Alla passata edizione hanno aderito 44 istituti penitenziari con 60 iniziative in 17 regioni italiane: uno scambio tra dentro e fuori che evidenzia l'importanza di costruire ponti tra il carcere e il proprio territorio, utilizzando proprio l'arte del teatro. Quest'anno si prevede un ulteriore incremento delle iniziative e dei contesti coinvolti (il programma sarà costantemente aggiornato sul Sito del Coordinamento nazionale Teatro in carcere (www.teatrocarcere.it).
Le attività teatrali costituiscono un elemento fondamentale per una reale crescita del percorso di risocializzazione delle persone detenute: questo è il punto di partenza che ha indotto il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e il Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) a sottoscrivere, il 18 settembre 2013, il protocollo d'intesa per una maggiore promozione del Teatro in Carcere in Italia.
L'obiettivo è di realizzare in ogni regione una Scuola di formazione professionale di arti e mestieri collegati al teatro, al cinema, all'arte e alla cultura in generale. Il 23 luglio 2014 il protocollo viene esteso alla partecipazione dell'Università Roma Tre al fine di collaborare in modo non episodico per la promozione di iniziative di studio e ricerca. In funzione di tale intesa sarà celebrata la seconda Giornata nazionale del Teatro in Carcere. Il teatro è presente in oltre cento carceri italiane e non c'è altra nazione al mondo con un'esperienza così diffusa e qualificata sia dal punto di vista artistico che educativo.
intervista di Vittorio Zincone
Sette-Corriere della Sera, 6 marzo 2015
L'ex direttore finanziario di Fastweb, arrestato nel 2010, è stato a San Vittore, Rebibbia e poi ai domiciliari. Assolto in primo grado, ha scritto un libro: "Le celle educano solo a delinquere, costano 3 miliardi all'anno e tanti suicidi".
Sei finanzieri che arrivano all'alba, lo ammanettano e portano via pure le catenine d'oro dei figli con incise le dediche dei nonni. Il sequestro di tutti i beni. Anche di quelli della moglie. L'accusa infamante di associazione a delinquere transnazionale. L'immersione nel gorgo kafkiano delle carceri italiane. L'assoluzione, nel silenzio imbarazzato di chi lo aveva sbattuto in prima pagina. Quella di Mario Rossetti, 51 anni, ex direttore finanziario di Fastweb, è una storia da film. Lui ci ha scritto un libro: "Io non avevo l'avvocato" (Mondadori)
Rossetti entra a San Vittore il 23 febbraio 2010. È accusato di aver partecipato a un carosello di false fatturazioni milionarie nel caso Fastweb-Telecom Italia Sparkle. Poi viene trasferito a Rebibbia. Si fa otto mesi di domiciliari, il 17 ottobre 2013 arriva la sentenza di primo grado: assolto. L'intervista si svolge nella sua casa meneghina. Il terrazzo si affaccia (beffardamente?) sulla sede del Tribunale di Milano, il manager legge e traduce la frase di Cicerone incisa sulla facciata: "Sumus ad iustitiam nati... Siamo chiamati alla giustizia sin da quando siamo nati...".
Sorride amaro. Appena ci sediamo confesso: "Di lei e di Silvio Scaglia, l'ex amministratore delegato di Fastweb, anche lui accusato, incarcerato e poi assolto, ho sempre pensato: se sono finiti in prigione un motivo ci sarà". Replica: "In Italia sembra naturale diffidare di chi ha successo professionale. E ipotizzare che uno possa essere bravo e innocente è troppo banale".
Io: "È difficile immaginare che nel 2015 si possa finire nelle patrie galere senza aver fatto nulla e senza aver nulla da rimproverarsi". Lui: "Se così non fosse non avrei avuto il coraggio di scrivere questo libro". Chiedo: "Non lo ha scritto per influenzare il processo d'appello?". Risponde: "No. Gli avvocati me lo hanno addirittura sconsigliato. L'ho scritto per tre motivi: i miei figli, l'utilizzo violento della custodia cautelare e l'inutilità del carcere".
Partiamo dalla custodia cautelare.
"Io sono figlio di un carabiniere. Credo nella giustizia e ho avuto giustizia in un'aula di tribunale. Ma perché in Italia si nega così facilmente la libertà a un indagato? Se anche fossi stato colpevole io non avrei potuto reiterare il reato né inquinare le prove perché nel 2010 avevo lasciato il mio ruolo operativo in Fastweb da 5
anni. E non c'era nessun pericolo di fuga. Sa qual è la verità?".
Quale?
"Gli stessi magistrati hanno talmente poca fiducia nel sistema giudiziario che intanto ti fanno scontare la pena preventivamente. Mentre parliamo ci sono circa diecimila persone in carcere senza aver subito neanche il processo di primo grado. Nel mio caso c'è stato anche lo sputtanamento mediatico gratuito, che ha avuto un ruolo importante nel procedimento".
Perché?
"Inserire tra gli accusati i vertici di una società telefonica ha dato visibilità a un'inchiesta che altrimenti sarebbe stata una semplice storiacela di malavita".
Mentre era in carcere ha mai pensato di confessare qualcosa pur di uscire?
"Se avessi avuto qualcosa da confessare lo avrei fatto dopo 30 secondi. I pm mi hanno accusato seguendo il principio per cui una persona con la mia competenza non poteva non capire che era in corso una truffa miliardaria con la complicità di due dipendenti Fastweb".
Lei crede nella giustizia, ma non ama i pm. Le piace la "riforma Orlando" che prevede la responsabilità civile dei magistrati?
"Mi pare che vada nella giusta direzione. Se un chirurgo perde sotto i ferri cinque pazienti il sesto lo si fa curare a qualcun altro. Se su dieci persone che un pm sbatte in galera poi nove risultano innocenti gli si può consigliare di fare un altro mestiere? Lo sa ogni anno quante persone finiscono in carcere e poi risultano innocenti?".
No.
"Nemmeno io. Ho chiesto il dato a ministeri, tribunali, giornali, radio... Ma niente. È un mistero. Le pare normale? Ecco, senza modificare le prerogative dei pm e magari affidandone a loro la gestione, sarebbe bello che nei nostri tribunali ci fosse più trasparenza e accountability".
E carcere.
"Non rieduca. Educa... a delinquere. Sono uscito con una cultura approfondita sullo spaccio e le rapine".
Non esageri.
"Bisognerebbe fare una riflessione seria e culturalmente alta su che cosa vogliamo che sia il carcere in Italia. Invece gli unici a parlarne sono i radicali".
Lei si è fatto un'idea?
"So che non dovrebbe essere come è. In questo momento ci sono circa 50 mila persone che poltriscono dentro strutture antiquate e inadeguate a qualsiasi intento rieducativo. Il sistema carcerario costa circa 3 miliardi di euro all'anno. Tre miliardi per mantenere luoghi in cui ci si animala e si muore. L'anno scorso ci sono stati 43 suicidi tra i detenuti e una dozzina tra le guardie carcerarie. Lì dentro si vive nell'illegalità e nel disagio".
Il suo disagio.
"Oltre alla claustrofobia di cui nessuno ha tenuto conto? L'impossibilità di provvedere alla tranquillità della mia famiglia, dei miei figli. Al momento dell'arresto erano troppo piccoli per capire che cosa stesse succedendo, ma abbastanza grandi da ricordarsi il padre in manette. La violenza principale i pm l'hanno usata contro di loro, E contro mia moglie Sophie, lasciata con tre figli senza i soldi per pagare le bollette".
I magistrati pensavano che i suoi beni fossero frutto di illeciti.
"Neanche i figli minorenni di Totò Riina andrebbero lasciati senza i soldi per mangiare e sopravvivere".
Dopo il carcere e gli arresti domiciliari lei ha ripreso a lavorare?
"Sì, faccio soprattutto consulenze. Quando ho lasciato Fastweb, nel 2005, mi sono iscritto a un master triennale per imprenditori ad Harvard. Ogni volta che tornavo in Italia pensavo con tristezza alle differenze tra il modo di fare business negli Stati Uniti e in Italia. Se potessi vorrei spiegare ai pm che mi hanno fatto arrestare che cosa vuol dire fare impresa nel nostro Paese".
A cena col nemico?
"Con Piero Grasso".
Il presidente del Senato?
"Sì. Nel 2010 era procuratore nazionale antimafia. Il giorno del mio arresto commentò soddisfatto che quello che emergeva dalle indagini era una "strage di legalità". Ora, un magistrato non può e non deve scusarsi, ma la seconda carica dello Stato, forse qualche parola sul nostro caso potrebbe spenderla".
Nel suo libro lei racconta che al momento dell'arresto chiamò Lucio, un amico avvocato. Perché allora ha intitolato il volume "Io non avevo l'avvocato?".
"Il titolo me l'ha suggerito l'attore Antonio Albanese, a cui una sera ho raccontato la mia storia. Il senso è che non essendo io un delinquente al momento dell'arresto non avevo un avvocato pronto a intervenire. Chiamai Lucio perché con lui corro spesso all'alba e ho immaginato che fosse sveglio". Corre ancora?
"Quattro volte a settimana. Con un gruppo di amici. Ci chiamiamo i Turbolenti. La corsa è uno dei segreti della mia sopravvivenza". Il suo libro diventerà un film? "Non lo so. Non credo".
Il suo film preferito?
"Dovrei dire Train de vie perché è il film mio e di mia moglie. Ma ho amato molto anche La versione di Barney".
La trasmissione tv?
"Master Chef è un must per i miei figli. Lo vedo con loro".
La musica?
"The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd".
Il libro?
"La linea d'ombra di Joseph Conrad".
Ha letto molto in carcere?
"Sì, ma cose leggere, soprattutto gialli, Camilleri...".
Pensavo che mi dicesse che ha studiato a memoria "Il conte di Montecristo": storia di una carcerazione ingiusta e di una vendetta feroce.
"Non credo che la vendetta ti possa restituire nulla. E mi creda quando le dico che non ho scritto il libro per un interesse personale. L'ho scritto per chi non può reagire. Io, a differenza di migliaia di persone che subiscono ingiustizie, ho la fortuna di avere una voce e, paradossalmente, ho avuto la fortuna di essere stato costretto dalla sfortuna ad andare oltre".
La fortuna della sfortuna?
"È un paradosso. La sfortuna è stata la malattia che si è portata via il mio figlio più piccolo, Leone, nel febbraio 2014. Aveva cinque anni. Da quel momento la prospettiva della mia vita è cambiata. E i miei guai giudiziari sono andati sullo sfondo".
di Gemma Brandi (Psichiatra psicoanalista)
Corriere Fiorentino, 6 marzo 2015
Caro direttore, lo sprezzante cinismo e l'arrogante superficialità con cui degli operatori penitenziari hanno commentato il suicidio di un recluso sono stati in grado, per antitesi, di portare a galla il ricordo di un giovane agente di Polizia Penitenziaria calabrese che conobbi negli anni Ottanta: Spallato, di nome ma non di fatto, era un ragazzo fermo e gentile. Intanto perché parlo di cinismo.
La sofferenza, intima o esportata all'esterno, giustifica il lavoro di chi opera nei settori sanitario, sociale, giudiziario, della sicurezza e dunque meriterebbe il rispetto che si porta a ciò che si fa, per quanto complesso sia affrontarla. Il cinico - letteralmente colui che vive come un cane - avendo pagato in anticipo, si sente autorizzato a compiere malefatte senza sperimentare colpa. Se la sua anestesia etica non si concilia con il compito di rispondere al dolore, il degrado imboccato dalle carceri italiane - e a girare dalle altre istituzioni: scuola, strade, sanità, giustizia - corrobora tendenze ciniche strutturali grazie al diffuso, persistente, gratuito supplizio che accomuna agenti e reclusi trasformando la pena in punizione e il lavoro in tormento, e alimentando una profonda certezza creditoria.
Questo non giustifica gli atteggiamenti sotto accusa, ma li rende meno inspiegabili e ammette la prevenzione di gesti degenerati grazie a una ritrovata sollecitudine per il grido di aiuto che si leva dal carcere, e non solo oltre le sbarre. È che il crimine sembra avere poco a che fare con il bello comunemente inteso, specie a chi, dotato di mediocre sensibilità artistica, evoca scontate bellezze, ma non avverte l'incanto delle vicende umane, la magnanimità creativa della sofferenza, l'ispirazione artistica della trasgressione che pure riempie le pagine della letteratura e del cinema.
Tali forme nascoste del bello spingono una diciottenne newyorkese di oggi a definire, non importa quanto consapevolmente, il carcere cool, come sanno bene i fratelli Taviani. E ora un breve accenno alla superficialità. Gli osceni commenti sulla morte di un romeno imprigionato suscitano la pressoché unanime condanna. La sottovalutazione del rischio di diffonderli è prova di superficialità, forse facilitata da un uso poco critico della rete, quindi del "vizio supremo", stando all'Oscar Wilde di De profundis, il testo che scrisse da detenuto, auto accusandosi di superficialità appunto.
Per agire con autorevolezza servono pensiero e convinzione: né l'uno, né l'altra si colgono nelle macabre frasi in oggetto. Veniamo infine a Spallato. Non ricordo il nome proprio del giovane agente dagli occhi azzurri, un Gran Normanno "gettato" ventenne a lavorare in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Ero allora una psichiatra di poco più adulta. Osservai che, quando nella sezione montava di servizio lui, il luogo era tranquillo, contrariamente al solito.
Lo interrogai su tale disparità, ottenendo questa spiegazione: "Ho fatto un esperimento, se non rispondo alle domande degli internati e non sono garbato e disponibile nei loro confronti, smonto dal turno stanchissimo. Se invece presto attenzione alle loro richieste e faccio il possibile, non l'impossibile badi, per soddisfarne i bisogni, torno in caserma riposatissimo". Chiamai questo "il metodo Spallato", il metodo che consiste nel lavorare meglio per lavorare meno.
Quel giovane aveva scoperto da solo la condotta che pagava con i malati di mente, e direi con gli uomini in genere: una forma di rispetto gentile per l'altro, per umile e fastidiosa che appaia la sua condizione, senza strafare. Il carcere forma o deforma. Di Spallato non ho avuto più notizia. Talvolta mi domando dove sia oggi, dove lavori, dove applichi e se applichi ancora il suo metodo. Certo il suo cuore non era cinico e voglio sperare che il carcere lo abbia ulteriormente formato, come ha fatto e potrebbe fare con molti operatori penitenziari e in tal caso anche con molti detenuti.
di Giancarlo Capozzoli
www.huffingtonpost.it, 6 marzo 2015
Dopo dieci anni come Garante dei diritti dei detenuti, uno fra i primi ad essere nominato nel 2005, da qualche giorno l'avvocato Angiolo Marroni è in procinto di liberare gli uffici all'Eur, della regione Lazio, destinati al Garante dei detenuti.
Lo abbiamo incontrato per discutere con lui di quanto sia cambiata, in meglio e in peggio, la situazione dei detenuti, non solo nel Lazio, ma in tutta Italia.
"Intanto le dico che non vado in pensione. Stiamo mettendo su una Associazione a favore dei detenuti, si chiamerà "Art. 27", come l'articolo della Costituzione che riguarda la funzione della pena".
Avvocato Marroni, come è oggi la situazione dei detenuti in Italia?
"Rispetto a dieci anni fa, posso affermare con assoluta certezza, che la situazione è nettamente migliorata".
In che termini?
"Innanzitutto il problema principale della situazione carceraria, come ben sa, è il sovraffollamento. Rispetto a dieci anni fa, anche da questo primo punto fondamentale la situazione è decisamente migliorata. Oggi in Italia i detenuti sono circa cinquantaquattromila. Nel Lazio cinquemila e settecento due. Questo è potuto accadere grazie alla possibilità concreta di attuare misure alternative alla carcerazione".
La ascolto, continui.
"Non solo sotto questo aspetto la situazione è cambiata in meglio. Ma anche rispetto alle stesse condizioni interne. Voglio dire che, nei quattordici istituti di pena presenti nel Lazio, ad esempio, non si sono verificati, se non raramente, episodi di violenza sui detenuti. Tutto questo avviene ed è avvenuto in questi anni, grazie anche ad una consapevolezza della polizia penitenziaria stessa, che, ora, è più attenta anche ai diritti dei detenuti stessi".
In generale possiamo dire, quindi, che c'è stata, anche grazie alla istituzione della figura del Garante dei detenuti, una maggiore attenzione alla condizione e ai diritti dei detenuti.
"Sì certo. In questi anni molto si è fatto in vista di un trattamento realmente educativo e socializzante dei detenuti stessi. Nonostante tutto, però, non bisogna dimenticare che il problema di fondo rimane. C'è stato un miglioramento, non una risoluzione del problema. Il numero, tanto per fare un esempio, di educatori e psicologi per i detenuti, è sempre minore a fronte della richiesta".
Tra i diritti fondamentali della persona umana, e quindi anche della persona umana detenuta, c'è il diritto alla salute...
"Certo. E da questo punto di vista, c'è stato un cambiamento di rotta, netto. Il sistema sanitario carcerario non è più affidato all'Amministrazione penitenziaria, ma alle Asl di riferimento. Voglio dire che il cittadino detenuto è a tutti gli effetti un cittadino affidato alle Asl di competenza di quel territorio in cui è detenuto".
Mi sembra un cambiamento davvero rivoluzionario.
"In parte lo è davvero. Abbiamo portato avanti questa battaglia in questi anni fino a stabilire dei protocolli di intesa con le Asl. Abbiamo ottenuto le Carte dei servizi sanitari, appunto".
Un altro diritto fondamentale è il diritto al lavoro...
"Sì certo. In parte, posso affermare che molti detenuti lavorano già all'interno degli istituti di pena. Ad esempio, la manutenzione ordinaria del carcere stesso, la distribuzione del cibo, la preparazione in cucina, le pulizie degli ambienti, quasi tutte le manutenzioni ordinarie sono affidate e svolte dai detenuti stessi. Ma il problema vero riguarda la possibilità reale per un detenuto di trovare un lavoro fuori, una volta che finisce di scontare la pena, o anche con l'art. 21 dell'ordinamento penitenziario".
Le cooperative sociali.... giusto?
"Guardi, questo è un punto fondamentale. Le cooperative sociali sono state e sono ancora una conquista in vista del reintegro sociale degli ex detenuti. La cronaca attuale purtroppo ci ha spinti indietro di anni".
Si riferisce alla inchiesta Mafia Capitale....
"Sì.... voglio solo dire che ci sono attualmente millequattrocento detenuti impiegati nella cooperativa 29 giugno, che devono essere tutelati, ora. Inoltre ad oggi, in seguito a quanto emerso finora dalle indagini, non si vuole più affidare lavori alle cooperative sociali, nonostante il sistema abbia funzionato a dovere".
Lei ha portato ad esempio Buzzi e la sua cooperativa sociale. Si è fatto una idea?
"Naturalmente no, non ci eravamo accorti di nulla. Voglio solo dirle che, a mio avviso, parlare di Mafia, è servito per poter utilizzare una procedura investigativa, diversa. Più aspra, anche".
Torniamo ai detenuti comuni.... e ai loro problemi. Dicevamo del diritto al lavoro...
"Guardi: il 15% dei detenuti lavora oggi, alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria. Questo implicherebbe, secondo i dettami della Costituzione stessa, uno stipendio ordinario garantito. E invece ci si appoggia poi a contrattazioni semplici. Questo perché l'Amministrazione penitenziaria stessa ha pochi soldi da investire in questo, e in generale, ed inoltre la maggior parte del lavoro manutenutario ordinario è, nella quotidianità, diviso per molti detenuti per poche ore al giorno".
Si vuole dare, vuole dire, la possibilità che molti lavorino, e di conseguenza occupino il proprio tempo, naturalmente dividendo il poco stipendio in tanti.
"Sì esatto. Una precarietà costretta diciamo. Nonostante tutto però si deve anche riflettere sui passi in avanti fatti in questi anni. Rispetto, ad esempio, alla formazione professionale che ha registrato davvero dei balzi in avanti grazie soprattutto ad Enti di formazione come l'Enaip delle Acli, ma non solo".
Sì anche io ho notato la quantità di corsi di formazione professionale attualmente a Rebibbia...
"Sì... ma anche questo obiettivo sta registrando, per il motivo a cui facevo prima riferimento, un certo rallentamento".
Mi sembra di poter affermare con una certa sicurezza che uno dei problemi principali dei detenuti, sia l'analfabetismo. Quanto è davvero un problema, attualmente?
"Guardi, che il carcere sia pieno di uomini, ragazzi che sanno a stento leggere e scrivere è chiaro. Ed è un grosso problema. Però posso affermare che in questi anni anche in questo ambito c'è da registrare un certo miglioramento. Pensi che attualmente sono centoquaranta i detenuti che seguono i corsi universitari. Abbiamo creato un vero e proprio polo universitario in collaborazione con le Università di Tor Vergata, della Tuscia, La Sapienza. Il numero dei detenuti laureati aumenta, alcuni anche detenuti dell' Alta Sicurezza. Uno studente-detenuto, Giulio Silvano, si è laureato in Giurisprudenza ad esempio e parlo di una laurea magistrale a Roma 3".
Sì, mi sembra un buon risultato. Considerando poi che molti appunto partono da condizioni drammatiche di alfabetizzazione.
"Ci sono le scuole per tutti i livelli. Ed ora anche il polo universitario. Si sta tentando di rendere il carcere un luogo meno violento di quello che è ed è sempre stato".
Violenza... Credo sia la parola giusta...
"La violenza c'è, è un luogo deputato alla violenza... direi... eppure il rapporto stesso tra detenuti e polizia penitenziaria sta migliorando".
Possiamo dire che l'istituzione di figure mediatrici come gli educatori o gli psicologi ha mitigato questa violenza tra guardie e detenuti anche?
"Sì sicuramente. Ma il numero degli educatori e degli psicologi è risibile e inadeguato. Una figura molto importante istituita in questi anni e molto richiesta dagli amministratori penitenziari è quella degli intermediatori culturali. Si abbattono le barriere, culturali e linguistiche, soprattutto per i detenuti stranieri".
Secondo Lei, cosa si è ottenuto maggiormente in questi dieci anni?
"Che il carcere sia diventato un luogo aperto. Aperto a noi, esterni, osservatori e garanti. Aperto alle istituzioni. Questo ha portato ad una rasserenamento generale dell'ambiente. Certo il problema, la carcerazione, resta. Ma c'è un miglioramento dei rapporti detenuti-guardie che condividono davvero lo stesso spazio. Io stesso ho tenuto dei corsi agli uomini della polizia penitenziaria, e posso dirle che dopo una certa diffidenza iniziale, si è potuto
registrare un netto miglioramento delle relazioni".
Il sistema penitenziario sembra sempre in emergenza...
"I soldi sono pochi. La burocrazia pesante. Voglio dire: i direttori sono prigionieri della burocrazia interna. Accade, è accaduto, che i fondi regionali non si siano potuti spendere".
All'inizio ha fatto un cenno veloce al sovraffollamento delle carceri che è costato all'Italia una condanna da parte della Corte europea dei diritti. In che modo si potrebbe ovviare a questo enorme problema? Costruendo nuove carceri?
"No assolutamente. La costruzione di nuove carceri non ha senso. Anzi, alcuni andrebbero chiusi. Regina Coeli ad esempio è un carcere anomalo, senza campo sportivo e senza area verde. Il carcere di Latina anche andrebbe chiuso: è un istituto vecchio, e con poco spazio. Credo che ne sia prevista la chiusura".
Dalla sua esperienza, si è fatto una idea della composizione della popolazione detenuta?
"Poveri. Poveri. E poveri. Meridionali. Molti in attesa di giudizio. Nel Lazio sono mille e ventisei in attesa di giudizio. Se non sbaglio quelli in attesa di un procedimento conclusivo sono circa tremila, solo nel Lazio".
Prima faceva riferimento ai quattordici istituti del Lazio...
"Sì ma a questi va aggiunto il Cie che è come un istituto di carcerazione. Ora finalmente nel Cie di Ponte Galeria la reclusione può durare al massimo tre mesi. Prima era di diciotto mesi. Si immagina uomini e donne recluse per diciotto mesi senza aver compiuto un vero reato in condizioni estreme? Un vero e proprio carcere con le sbarre, e le pessime condizioni ambientali e sanitarie proprie di un carcere. E senza una vera attività trattamentale. In attesa, semplicemente".
L'ozio forzato... In attesa di cosa esattamente?
"In attesa di essere rimpatriati intanto. Quando escono, se non rientrano nei paesi di origine, stando alla legge di immigrazione clandestina, tornano in carcere. Questa volta in uno vero. È una situazione disperata e degradante, mi creda. Il Cie poi è situato vicino all'aeroporto di Fiumicino proprio come per agevolarne i rimpatri".
Possiamo affermare che oggi in Italia c'è una effettiva tutela dei diritti dei detenuti?
"Sì e no. C'è un miglioramento delle condizioni di base. Ma, ad esempio, se la sessualità, come è, è un diritto, allora già questo è un diritto violato... In altri paesi europei, penso alla Spagna, è possibile far incontrare i detenuti con le proprie compagne, mogli... Perché in Italia non si dà questo diritto?".
C'è, a suo avviso, un'altra palese violazione del Diritto in Italia, secondo lei?
"Sì. Il 41 bis è una palese violazione della Costituzione. Non prevede trattamento, solo pena".
Ristretti Orizzonti, 6 marzo 2015
"Le strutture penitenziarie di Iglesias (Cagliari) e Macomer (Nuoro), benché senza detenuti, risultano ancora operative. Lo si evince dai dati diffusi dal Ministero relativi alla situazione delle carceri al 28 febbraio scorso dove vengono conteggiati, al fine di indicare la capienza regolamentare, sia i posti di "Bonu Trau" (46) sia quelli di "Sa Stoia" (62)".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme" sottolineando che "a fronte di questa disponibilità risultano invece in sofferenza per sovraffollamento ancora tre Istituti".
"La Sardegna registra attualmente la presenza di 1.834 detenuti (40 donne e 421 stranieri) con 2.774 posti regolamentari. Tuttavia la distribuzione delle persone private della libertà - viene fatto osservare da Caligaris - risulta disomogenea con una concentrazione negli Istituti di Oristano (285 detenuti, la maggior parte in regime di alta sicurezza, per 266 posti) e di Tempio Pausania (198 per 167) dove per far fronte al sovraffollamento è stato necessario introdurre la terza branda in diverse celle destinate a due persone. In difficoltà anche Lanusei con 40 persone per 34 posti. Mentre la Casa Circondariale di Sassari-Bancali è al limite della capienza (331 detenuti per 363 posti). Un'eccedenza di disponibilità di spazi si registra nelle Colonie Penali (complessivamente tra Mamone, Isili e Is Arenas si tratta di 561 posti) e nella Casa di Reclusione di Alghero (67 detenuti per 158) dove però è in atto un progetto innovativo trattamentale per il reinserimento sociale dei condannati".
"Insomma facendo un po' di conti, la Sardegna - conclude la presidente di SDR - non sembra quella felice realtà che il Dipartimento rappresenta con i numeri. È quindi opportuno un approfondimento sulle reali disponibilità e occorre fare chiarezza sul destino delle strutture penitenziarie di Macomer e Iglesias anche perché se come più volte ribadito dal Ministero devono restare chiuse non si comprende perché risultino disponibili 108 posti ormai cancellati"
Dire, 6 marzo 2015
Nei giorni scorsi il carcere di Paliano (Fr) ha fatto parlare di sè "perché ospita un detenuto con un Fine Pena Mai che, in 20 anni di reclusione, si è laureato per ben tre volte". Ma la storia del plurilaureato - resa nota dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni- può essere considerata "l'emblema di quanto accade all'interno del carcere del frusinate".
Il garante spiega che "nella struttura ci sono 59 detenuti che provengono prevalentemente dal meridione d'Italia. Hanno tutti lunghe condanne da scontare ma la stragrande maggioranza di loro ha intrapreso un percorso di revisione critica della propria condotta criminale".
Per le caratteristiche climatiche della zona, "la struttura è l'unico sanatorio-convalescenziario dell'Amministrazione penitenziaria; attualmente, 4 detenuti sono in cura per patologie connesse alla Tbc. Tutti i reclusi presenti (sia uomini che donne) lavorano, chi in cucina, chi nella manutenzione del vecchio castello Colonna, altri ancora nelle ristrutturazioni delle celle detentive, tutte in regola con i requisiti europei (bagno in camera e acqua calda)".
L'attività trattamentale "prevede che i reclusi seguano la strada lavorativa o istruttiva a seconda delle proprie capacità ed attitudini. Oltre che in cucina, nella pasticceria e in pizzeria, è possibile ad esempio lavorare anche nel piccolo allevamento di animali presente".
Ancora, "le attività di formazione professionale sono legate alla falegnameria e al restauro; di recente è stato attivato anche un primo con un corso di iconografia. Per quanto riguarda cultura e istruzione, ci sono una compagnia teatrale e un coro formato da operatori e detenuti".
Infine, "la campanella dell'anno scolastico 2014-2015 è suonata anche qui. Oltre alla prima laurea, ci sono stati i primi diplomati in ragioneria, iscritti all'istituto tecnico di Anagni, che hanno deciso di iscriveranno all'università di Cassino".
Secondo Angiolo Marroni, "lavoro, istruzione e cultura sono i capisaldi del percorso di recupero sociale di coloro che perdono la propria libertà personale. Colpisce, in alcuni commenti la non comprensione della funzione della pena ai fini del reinserimento sociale di chi ha commesso un reato".
Per questo, conclude il Garante, "sotto questo punto di vista, Paliano, con le sue attività, rappresenta sicuramente un esempio di buone pratiche. L'emblema di come, pur fra mille difficoltà, si possa comunque perseguire quella funzione trattamentale prevista dall'articolo 27 della nostra Costituzione".
Ansa, 6 marzo 2015
Due detenuti stranieri hanno tentato il suicidio, mediante impiccagione, nei giorni scorsi nel carcere di Modena. Uno è stato salvato da un sovrintendente della Polizia penitenziaria che si è accorto che qualcosa non andava nel suo comportamento; l'altro, invece, è stato salvato da un primo intervento del compagno di cella e, subito dopo, dalla polizia penitenziaria e dai medici che ne ha disposto l'invio in ospedale. Lo racconta Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe con Francesco Campobasso, segretario regionale. "Sono sempre tanti gli eventi critici compiuti dai detenuti nelle carceri italiane e Modena non è da meno - ha detto Durante. Ciò dimostra quanto sia necessaria la presenza della polizia penitenziaria nelle sezioni detentive".
di Annalisa Lista
www.west-info.eu, 6 marzo 2015
I detenuti hanno il diritto di leggere? Una questione di cui si è occupata la Lila Toscana Onlus, avviando il progetto Leggere è un diritto? nella casa circondariale "Mario Gozzini" di Firenze per promuovere l'avvicinamento dei reclusi alla letteratura. Un ciclo di letture che durerà da marzo a novembre, durante le quali un gruppo di detenuti è chiamato a svolgere una serie di riflessioni su quattro testi di scrittori italiani. Con i quali si incontreranno alla fine di ogni ciclo di appuntamenti. Filo rosso nella scelta dei brani sarà il tema della diversità, come valore in sé ma anche come fonte di stereotipi. Un modo per sentirsi liberi e per diventare consapevoli dell'impegno necessario al reinserimento sociale. I testi scelti per il commento sono: A piedi nudi sulla terra (Mondadori 2011) di Folco Terzani, Lisario o il piacere infinito delle donne (Mondadori 2014) di Antonella Cilento, Ogni altra vita, storia di italiani non illustri (Il Saggiatore 2015) di Paolo di Stefano e, per finire, Pugni (Sellerio 2006) di Pietro Grossi.
- Savona: Sappe; un sospetto caso di tubercolosi si è trasformato in evasione
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