di Paola Treppo
Il Gazzettino, 2 agosto 2018
Arrestato in provincia di Gorizia per estorsione, portato in carcere a Udine, un giovane straniero di 33 anni, residente a Udine, si è impiccato con un lenzuolo nel bagno del carcere ed è morto nella giornata di ieri, martedì 31 luglio. Inutili, purtroppo, i tentativi di soccorrerlo da parte della polizia penitenziaria e dei sanitari.
Il 33enne era stato rinchiuso nella casa circondariale di Udine da 4 ore quando ha messo in atto il tragico gesto. Era stato arrestato già una settimana fa, condannato a un anno e poi scarcerato per un altro reato. Ieri, poi, per lui erano scattate nuovamente le manette. "Quando è stato portato in cella, in una parte del carcere protetta, non aveva dato segni di sofferenza e non era paso agitato" riferisce Leonardo Angiulli, segretario generale del Triveneto della Uil Pa Polizia Penitenziaria.
di Stefania Moretti
Corriere della Sera, 2 agosto 2018
Sospetto il suicidio di uno dei testimoni, un 21enne egiziano. Stefano Anastasia: "Quella di Hassan non è una voce isolata, sono almeno dieci i detenuti che parlano di violenze".
Si è impiccato alle sbarre della finestra della cella di isolamento con un asciugamano. Hassan, 21 anni, egiziano rinchiuso nel carcere Mammagialla di Viterbo, è morto martedì dopo una settimana di agonia. A un passo dalla libertà: sarebbe uscito dal carcere i primi di settembre. Quattro mesi fa era stato ascoltato da collaboratori del garante dei detenuti di Lazio e Umbria, Stefano Anastasia che, dopo il suo racconto, ha inviato un esposto alla procura viterbese.
La testimonianza di Hassan - Vi si legge che Hassan diceva di essere stato picchiato il 20 marzo "da alcuni agenti di polizia penitenziaria", i quali "con molta probabilità gli avevano lesionato il timpano dell'orecchio sinistro", perché "sentiva come il rumore di un fischio". Il ragazzo avrebbe mostrato le sue ferite ai collaboratori del garante: segni rossi sulle gambe e tagli sul petto. "Ho paura di morire", avrebbe detto. Perché episodi simili sarebbero stati "frequenti soprattutto nei confronti di detenuti stranieri".
Quella di Hassan non è una voce isolata: almeno dieci i detenuti che parlano di violenze dentro il carcere Mammagialla, nei locali docce, sulle scale o in stanze in uso alla sorveglianza. Tutte zone lontane dalle telecamere di sicurezza. "Quando ci portano lì sappiamo che è per essere picchiati", ha raccontato un detenuto. Un altro sostiene che alle violenze seguiva l'isolamento, per fare in modo che chi veniva malmenato non avesse contatti con nessuno.
Picchiato e messo in isolamento - Anastasìa aveva chiesto il trasferimento di Hassan a un altro penitenziario. Trasferimento mai avvenuto: secondo il Dap, il giorno stesso del presunto pestaggio, il ragazzo aveva opposto resistenza a un controllo nella sua cella, dove furono trovati medicinali a base di oppiacei. "Ciò - continua l'esposto - avrebbe reso necessario il ricorso alla forza fisica", previsto dall'ordinamento penitenziario. Ma le escoriazioni che il 21enne aveva, stando ai sanitari interpellati dal Dap, sono "incompatibili con un'azione offensiva in suo danno". Quel che è certo è che Hassan era stato messo in isolamento per punizione la settimana scorsa. Una misura disciplinare eseguita a tre mesi e mezzo da quel controllo finito male.
In cella di isolamento era arrivato il 23 luglio: neanche due ore e si è impiccato. Soccorso dagli stessi agenti della penitenziaria che dicono di aver fatto tutto il possibile per salvarlo. "Per quel che ci risulta, da aprile in poi, Hassan non doveva neanche essere a Viterbo - afferma Anastasìa. Gli ultimi mesi che gli restavano da scontare erano in esecuzione di una vecchia condanna del tribunale dei Minori. Quando è così, i detenuti entro i 25 anni devono espiare la pena in un istituto minorile".
La difesa dei sindacati di polizia penitenziaria - Sul suo suicidio indaga la procura viterbese che fisserà a giorni l'autopsia. Quanto all'esposto del garante dei detenuti, resta sulla scrivania del procuratore capo Paolo Auriemma. La prassi vorrebbe l'apertura di un fascicolo almeno a modello 45, senza indagati né ipotesi di reato, in attesa di accertamenti più approfonditi. Un'inchiesta che si preannuncia già complessa e delicata. Perché gli stessi detenuti hanno parlato di visite mediche avvenute a distanza di settimane o mesi dai presunti pestaggi.
Sull'esposto di Anastasìa e sul suicidio di Hassan è intervenuta l'Unione dei sindacati di polizia penitenziaria con un comunicato durissimo: "Spiace dover constatare che il lavoro dei garanti dei detenuti dia sempre motivo di perplessità sulla bontà del loro ruolo perché le denunce che fanno risultano sempre incomplete, visto che non dialogano con la polizia penitenziaria.
È molto facile adombrare responsabilità ma la realtà dei fatti, al di là che la morte di chiunque resta un dramma anche per tutti coloro che non hanno potuto evitarlo, dimostra che l'operato degli agenti è stato encomiabile come sempre e che nessuno poteva evitare l'irreparabile con le attuali risorse a disposizione".
quinewsfirenze.it, 2 agosto 2018
Il sindacato di polizia penitenziaria Uil Pa ha denunciato la caduta di frammenti nei passaggi in cui circolano detenuti e agenti. L'allarme è stato lanciato in una nota nella quale la Uil Pa spiega che nei giorni scorsi nel carcere di Sollicciano "si sono verificati dei distacchi di "pezzi di cemento armato" dai pilastrini dei balconcini delle sezioni detentive che cadendo hanno invaso i locali dei passeggi sottostanti ove circola personale e detenuti".
A puntare il dito sulla questione della sicurezza nell'istituto penitenziario è il segretario generale territoriale della Uil Pa Antonio Mautone. "Già tempo addietro - si legge nella nota - avevamo denunciato lo stato di totale abbandono e problematiche strutturali in cui versava e versa l'istituto fiorentino, un istituto questo in cui la totale assenza di un opera di manutenzione ordinaria programmata negli anni scorsi, sta oggi giorno portando i suoi primi effetti.
Pensare che una struttura dello stato possa procurare dei danni fisici a chi privato della libertà è costretto a risiedervi e agli operatori di polizia che prestano la loro attività lavorativa è una cosa del tutto anomala e poco consona in una stato di diritto in cui le norme devono essere rispettate anche quelle che riguardano la sicurezza sui posti di lavoro".
Nella stessa nota il sindacato spiega di aver già chiesto all'amministrazione di interdire "l'intera area in cui potrebbero verificarsi ulteriori crolli ma programmando opere di ristrutturazioni immediate, mirate a mettere in sicurezza un luogo in cui la sofferenza delle persone già è grande e che quindi non deve essere ulteriormente aumentata".
di Federico Dagostino
comune.torino.it, 2 agosto 2018
Trascorrere l'estate in carcere è per la gran parte delle persone un momento emotivamente più pesante di altri. Sono ridotte le attività a causa delle ferie del personale di sorveglianza, le stesse famiglie sono magari lontane per una vacanza e il caldo opprimente delle celle non agevola la vita e la convivenza in questo periodo dell'anno.
Così, pur non rientrando le donazioni nella "mission" dei garanti dei diritti dei detenuti, la garante torinese, Monica Cristina Gallo, seguendo una tradizione consolidata nel nostro territorio, ha deciso, utilizzando i fondi a disposizione per la sua attività, di garantire il diritto alla socialità, in particolare proprio in questi mesi estivi, donando una cinquantina di scacchiere ai detenuti.
Accompagnata nel penitenziario torinese dal presidente del Consiglio comunale Fabio Versaci e dai dirigenti della Città, Flavio Roux e Franco Berera, la Garante ha consegnato le scacchiere questa mattina alle persone detenute nella casa circondariale "Lorusso e Cutugno".
Gallo ha anche espresso la disponibilità ad individuare le modalità per l'organizzazione di corsi di scacchi in collaborazione con volontari ed associazioni.
L'attenzione a questo gioco è già presente in carcere, ha ricordato, sottolineando come alcune scacchiere con i personaggi in cartone siano state realizzate proprio da alcuni detenuti.
"Il gioco degli scacchi aiuta a pensare e riflettere", ha commentato Versaci rivolgendosi alle persone che per qualche minuto hanno abbandonato le celle per recarsi nel teatro del carcere dove è avvenuta la consegna sottolineando come sia necessario
La delegazione comunale, in attesa di accedere al carcere per la consegna delle scacchiere e la visita ad alcuni reparti comprendere gli errori fatti per ritornare a condurre una vita normale. Al termine dell'incontro, la delegazione del Comune, accompagnata dagli ispettori della Polizia penitenziaria, si è recata in visita al reparto dei collaboratori di giustizia e al reparto femminile. Qui è stata richiesta alla Città la possibilità di ottenere arredi per locali idonei a creare ambiti di socializzazione tra le detenute.
di Michele Sciancalepore
Avvenire, 2 agosto 2018
Per il suo trentennale la Compagnia della Fortezza propone il visionario "Beatitudo", ispirato a Borges Punzo: "Abbiamo estratto la spiritualità dalle nostre fragilità".
Si sa che le beatitudini evangeliche contengono intrinsecamente un invito all'azione, nulla di passivo e statico, bensì estatico, un'uscita fuori da sé, una spinta perenne al movimento verso l'alto e l'altro. La corretta traduzione di "beati quelli che..." sarebbe infatti "in marcia coloro i quali...".
Beatitudo, l'ultimo lavoro della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo presentato in anteprima nazionale nel Carcere di Volterra, sembra essersi ispirato, oltre che liberamente all'opera di Jorge Luis Borges come apertamente dichiarato, proprio a un concetto di moto perpetuo nel costante tentativo di elevarsi e di liberarsi dalle zavorre di una realtà troppo materica e soffocante che rischia di non lasciare più alcun spazio all'immaginazione, alla fantasia, allo spirito. Rappresentare l'invisibile, inoltrarsi nei territori dell'immaginifico: questo l'obiettivo utopico di quello che è passato alla storia del teatro come "l'architetto dell'impossibile", quel Punzo che non a caso dal 1988 si è volontariamente recluso in una delle carceri, all'epoca più turbolente e violente della nostra penisola, non per fare teatro terapeutico o interventi artistico-umanitari ma per portare il cielo nelle celle, il sogno impalpabile dove c'era l'incubo concreto, "le parole lievi" (titolo dello spettacolo dello scorso anno) dove esistevano gesti intrappolati, il vento vitale dell'arte dove c'era la realtà asfittica e mortifera.
E per non essere un artista avvitato su stesso, beato e appagato nella sua illusione creativa aveva bisogno, come lui stesso ammette, di mura che lo contenessero, "di un ostacolo insormontabile da superare, di una realtà sempre pronta a offenderti, a vomitarti addosso tutta la sua impossibilità". I limiti fisici, burocratici, umani del carcere in pratica riflettevano ed esaltavano la quintessenza del teatro che ha nei suoi stretti impedimenti il senso e il fascino della propria esistenza e invita chi lo vive a sfidarli di continuo.
Bisogna tenere bene a mente il processo di questi trent'anni della Compagnia della Fortezza prima di accostarsi e di godere pienamente della dimensione visionaria di uno spettacolo che giunge al culmine di una ricerca sempre più tesa a destrutturare la realtà: "Borges è un ottimo compagno di viaggio in tal senso - spiega Punzo - perché i suoi personaggi, Averroé, Cartaphilus, l'Uomo Grigio, Asterione, vengono da tutte le epoche, ci sfuggono continuamente e ci hanno aiutato a evitare la trappola di una costruzione logica comprensibile". E in effetti c'è poco da capire.
Beatitudo non offre spiegazioni ma inonda di visioni. Un'opera volatile che è uscita dal carcere e presentata il 29 luglio in forma inevitabilmente riadattata al Teatro Persio Flacco, sempre a Volterra. Ma una metamorfosi davvero straordinaria l'ultima creazione di Punzo la vivrà il 4 agosto in uno dei più interessanti siti di archeologia industriale con il progetto, a cura di Cinzia de Felice, "Le rovine circolari" all'interno di una delle grandi torri di raffreddamento della Centrale Geotermica Enel Green di Larderello (Pisa), cui è stata demolita la parte superiore, trasformando il basamento rotondo in una grande arena che invasa dall'acqua apparirà come un grande lago circolare. Quindi un'opera d'arte fruibile da tutta la comunità e che diventerà uno dei teatri all'aperto più unici al mondo.
Ma indubbiamente suggestiva è stata comunque la messa in scena di Beatitudo all'interno della Fortezza Medicea il cui cortile si è presentato agli occhi dello spettatore ancora più ampio e indefinito con parte delle sbarre e dei cancelli divelti. Il colpo d'occhio è impressionante: tutto avviene quasi sempre dentro un'enorme vasca rettangolare coperta d'acqua su un'incerata che crea un effetto riflettente e una motilità e liquidità costanti.
Avvolto dalla colonna sonora di Andrea Salvadori, ora minimalista, ora epica o ritmata lo spettacolo è sempre fluido e ogni presenza, sia pur incisiva e folgorante, risulta inafferrabile e si dissolve senza soluzione di continuità.
Dai diciotto uomini con le loro lance di canna di bambù alte 15 metri che formano l'armata ai due contadini che seminano e annaffiano sull'acqua, dai libri che scivolano come barchette di carta in balia della corrente alle forme geometriche che galleggiano, dal bibliotecario alla principessa, dall'anziano che resta disteso sull'acqua per un tempo immemore alla donna che con voce angelica fa risuonare accenti balcanici, sono tutti personaggi simbolici e onirici.
E l'evocazione finale con lo stesso Punzo che avanza con l'enorme telo sollevato alle sue spalle non è meno fantasmagorica e si presta a ogni soggettivo volo pindarico della mente. Cosa c'è di oggettivo invece? L'essenza del teatro testimoniata dalle parole udite in apertura: "Tutto accade qui per la prima volta".
E di inoppugnabile c'è anche l'unico svelamento che il regista della Compagnia della Fortezza ci concede: "Questo è un lavoro sulla felicità. Ma guardandoci dentro ci siamo resi conto di quanto eravamo piccoli, fragili e incapaci di confrontarci con la parola felicità. Abbiamo scoperto un inferno dentro di noi, è stato estremamente doloroso; l'inferno della nostra vita quotidiana, qualcosa che ti tiene legato, che non vuole che ti muovi. Ma non ci siamo fermati e abbiamo estratto quella spiritualità che avevamo dentro provando a farla crescere e a condividerla con gli altri". In pratica una marcia verso la beatitudine, da "homo sapiens" a "homo felix".
Corriere della Sera, 2 agosto 2018
"Le rovine circolari", il nuovo spettacolo scritto e diretto da Armando Punzo per la compagnia della Fortezza, va in scena il 4 agosto alle 17 nell'arena creata appositamente alla centrale geotermica di Larderello.
L'energia dei luoghi e delle persone - Un grande evento collettivo, a ingresso gratuito fino a esaurimento posti, voluto in occasione delle attività per i trent'anni della compagnia formata dai detenuti del carcere di Volterra, che non vuole essere uno spettacolo fine a se stesso ma è concepito come la creazione di una grande opera d'arte, fruibile da tutta la comunità e che possa diventare simbolo di un territorio. Un'opera concepita come un grandissimo evento site specific che prenderà forma nell'area della Centrale Geotermica Enel Nuova Larderello, all'interno della quale una monumentale torre di raffreddamento è stata riconvertita a nuovo uso. Un luogo che sottolinea il forte legame simbolico fra tra la Compagnia della Fortezza e uno dei più interessanti siti di archeologia industriale esistenti in Italia, che si fa metafora di una esperienza artistica e culturale senza precedenti in quanto luogo di trasformazione e creazione di energia positiva.
Il refrigerante geotermico come tempio dell'arte - La parte superiore è stata demolita, mentre il basamento e l'opera inferiore sono stati mantenuti e ristrutturati dando forma ad una grande arena dall'acustica particolarissima (l'ambiente è delimitato dalle pareti basse della torre di raffreddamento) e dallo scenario suggestivo dovuto all'unione di grandiosi elementi di archeologia industriale a una moderna concezione di opera contemporanea. Il refrigerante geotermico sarà invaso di acqua come a creare un grande lago di forma circolare con musiche e ritmi percussivi eseguiti dal vivo che trasformeranno lo spettacolo in una gigantesca opera d'arte che sarà fruita dal pubblico in maniera totalmente diversa, e dallo stesso pubblico partecipante quasi ri-creato in una nuova veste e con anche quest'ultimo trasformato, a sua volta, in opera d'arte. Una scenografia magnificente, appositamente progettata, concepita come la gradinata di un antico tempio circolare, che diventerà parte integrante del sito trasformandolo in uno dei teatri all'aperto più unici al mondo.
Punzo e Borges - In autunno il tour in diverse città. Stavolta Punzo ha esplorato il mondo di Borges, i suoi personaggi sospesi tra realtà e sogno, in bilico tra infinite possibilità. Un lavoro drammaturgico che pesca nell'intera opera del grande scrittore argentino e si traduce in un raffinato gioco di riflessioni, movimenti individuali e corali, intermezzi e sottofondi musicali. Gli elementi borgesiani ci sono tutti: i libri, il labirinto, gli specchi.
Ma è l'acqua a sciogliere ogni certezza. Con Funes, il Virgilio della messa in scena incarnato da Punzo, si compone il firmamento letterario di Borges: da Cartaphilus, all'Uomo Grigio, da Emma Zunz ad Asterione. Costumi e trucchi tra il surreale e l'espressionismo. Recitazione intensa, questa è la fucina da cui è uscito un attore come Aniello Arena, ed altri già mostrano un talento naturale forgiato dallo studio. Colpisce ancora la qualità perseguita in ogni dettaglio. "Mai cedere nell'essere esigenti - dice Punzo, vincitore di 5 premi Ubu -. L'impegno è necessariamente totalizzante, fare una regia dietro le sbarre una volta ogni tanto non servirebbe a nulla, il carcere si riprende tutto".
"Le barriere? Sono dentro di noi" - Ma Punzo non sente l'urgenza della redenzione. "Ogni spettacolo non è pensato per i detenuti, ma per il pubblico. Voglio che attori e spettatori entrino in un'altra dimensione, dimenticandosi del carcere. Le barriere da superare sono dentro di noi". Eppure per i detenuti (quest'anno in scena circa 80) si tratta di un'esperienza che cambia il senso della loro esistenza. Mesi di studio, workshop intensivi, prove. Quando la famiglia di Punzo si arricchisce di assistenti e stagisti che fanno a gara per stare accanto a questo guru, prossimo ai 60 anni, con il carattere e il fisico di un ballerino di flamenco. Ora l'obiettivo è realizzare un centro di formazione stabile che irradi il metodo e la filosofia in altre strutture italiane. Poi, com'è giusto che sia, la regole del carcere riprendono il sopravvento. Una buona parte dei detenuti non ha il permesso di uscire per le recite in teatro. Arrivano a sostituirli anche gli ex carcerati che hanno conosciuto questa esperienza artistica. Sempre pronti a dare una mano, lancia (o meglio bambù) in resta.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 agosto 2018
All'inizio di giugno un membro dello staff di Amnesty International ha ricevuto un messaggio sospetto in lingua araba via WhatsApp. Il testo conteneva dettagli su una protesta di fronte all'ambasciata dell'Arabia Saudita a Washington D.C. ed era seguito da un link.
"Per favore, prendi parte alla protesta per i tuoi fratelli detenuti in Arabia Saudita, di fronte all'ambasciata saudita a Washington. Mio fratello è stato arrestato durante il Ramadan e io ho attualmente una borsa di studio, quindi per favore non fare riferimento a me (link). Segui la protesta che inizierà tra meno di un'ora. Abbiamo bisogno del tuo sostegno!" Gli esperti in tecnologia di Amnesty International hanno verificato che, se il destinatario avesse aperto il link, sul suo smartphone si sarebbe installato "Pegasus", un sofisticato software di sorveglianza sviluppato dalla compagnia israeliana Nso Group.
Uno smartphone infettato da "Pegasus" viene completamente controllato da chi lo ha attaccato, consentendogli di spiare chiamate telefoniche, messaggi, immagini, liste di contatti e altro ancora.
Il messaggio WhatsApp al membro dello staff di Amnesty International è stato inviato durante una settimana in cui l'organizzazione stava svolgendo una campagna per il rilascio di sei attiviste per i diritti umani arrestate in Arabia Saudita. Un altro attivista che si occupa di diritti umani in Arabia Saudita ha ricevuto un messaggio del genere.
"È noto che la Nso Group vende il suo software di spionaggio solo ai governi. Crediamo quindi che si sia trattato di un tentativo di spiare Amnesty International da parte di un governo ostile al nostro lavoro", ha dichiarato Joshua Franco, direttore del programma Tecnologia e diritti umani di Amnesty International. Ulteriori indagini di Amnesty International hanno scoperto che il dominio del link appartiene a un'ampia infrastruttura di oltre 600 siti sospetti precedentemente collegata alla Nso Group.
Amnesty International teme che una situazione del genere potrebbe verificarsi ai danni di altri attivisti per i diritti umani in ogni parte del mondo. Nel 2017 il gruppo di ricerca Citizen Lab di Toronto ha scoperto il coinvolgimento della Nso Group in un simile sistema di spionaggio in Messico. Attivisti, giornalisti e dirigenti dell'opposizione politica hanno ricevuto falsi messaggi contenenti "Pegasus" allo scopo di ridurre al silenzio le voci critiche. "Pegasus" è stato usato anche per colpire il noto difensore dei diritti umani degli Emirati Arabi Uniti Ahmed Mansoor, in carcere dal 2017.
Questa è la replica inviata della Nso Group ad Amnesty International: "La Nso Group sviluppa cyber-tecnologia per consentire alle agenzie governative di identificare e stroncare piani terroristici e criminali. Il nostro prodotto è concepito per essere usato esclusivamente nelle indagini e nella prevenzione dei reati e del terrorismo. Ogni uso della nostra tecnologia che sia contrario a quello scopo è una violazione delle nostre politiche, delle norme contrattuali e dei valori che difendiamo come compagnia". "Se emerge una denuncia riguardante una violazione del nostro contratto o l'uso inappropriato della nostra tecnologia, come Amnesty ha fatto sapere, noi svolgiamo indagini e prendiamo le iniziative appropriate basate sulle nostre conclusioni. Apprezziamo ogni singola informazione che possa aiutarci in ulteriori indagini sul caso".
di Micol Flammini
Il Foglio, 2 agosto 2018
Russofobia e russofilia a confronto. Ragionare di Russia, parlare di Putin sembra ormai impossibile senza esprimere esaltazione o terrore. Intanto, mentre Stati Uniti e Unione europea scelgono se sedersi dalla parte dei russofili o dei russofobi in base a questa dicotomia ci si indebolisce, il Cremlino coltiva anche altre amicizie.
La Russia è in Africa da anni e lì non cerca materie prime o pozzi di petrolio, ma capitale umano. Questo è quello che fa in Nigeria, Kenya e Repubblica centrafricana, dove sono stati uccisi martedì tre cittadini russi. Un giornalista, un regista e un cameraman. Orkhan Dzhemal, Aleksandr Rastorguev e Kirill Radchenko.
Personaggi molto conosciuti in Russia. Nella storia della morte dei tre si concentrano tutti gli scandali di Mosca: l'Ucraina, le truppe mercenarie, il cuoco di Putin e persino Mikhail Khodorkovski, magnate russo del petrolio, oppositore del Cremlino in esilio a Londra. Rastorguev, Dzhemal e Radchenko erano in Repubblica centrafricana per girare un documentario, finanziato da Khodorkovski, sulla Wagner, la compagnia di mercenari sostenuta economicamente da Yevgeny Prigozhin, conosciuto come il cuoco di Putin.
Che Prigozhin stesse spostando i suoi interessi dal medio oriente - dove il magnate a capo della società Euro Polis ha un accordo, confermato anche dall'ambasciatore siriano a Mosca, con il governo siriano per proteggere i pozzi di petrolio e ottenere in cambio il 25 per cento dei proventi -all'Africa era una notizia che circolava sui giornali russi da alcuni mesi. I tre cittadini russi cercavano le prove dell'attività di questo esercito parallelo di una Russia sotterranea, che sembra avere anche un presidente alternativo, ma molto vicino al Cremlino: Yevgeny Prigozhin.
Dzhemal era un giornalista esperto di islam radicale, di Caucaso e studiava le mosse dei contractor sin dalla loro comparsa in Ucraina, dove inizialmente Progozhin finanziava i separatisti del Donbass per poi decidere di mettere su il suo esercito, attività che univa alla fabbrica dei troll di San Pietroburgo, la Internet research agency artefice delle interferenze nelle presidenziali americane.
La missione russa in Africa non sarebbe paragonabile però né a quella in medio oriente, non è lì per sfruttare le risorse del territorio, né a quella in Europa o negli Stati Uniti, non ha interesse a interferire nella politica. La Russia sarebbe lì con un progetto a lungo termine, per creare la nuova classe dirigente, formare truppe, insomma russizzare il capitale umano approfittando dei vuoti di potere.
Secondo un'inchiesta di Kommersant, Prigozhin avrebbe anche progettato di mandare degli aspiranti politologi africani a studiare in Russia per farli tornare in prossimità delle elezioni, secondo una strategia che Mosca utilizzava sin dalla Guerra fredda. Era stato il governo francese il primo a osservare con preoccupazione la presenza di truppe di Mosca irregolari nella Repubblica centrafricana. I russi inizialmente avevano ottenuto il via libera dall'Onu per portare nella regione armi di piccolo calibro e istruttori che insegnassero a usarle.
Per più di sei mesi, Mosca ha mantenuto una presenza militare costante nella Repubblica centrafricana, un paese in cui dal 2013, in seguito al rovesciamento dell'ex presidente Francois Bozizé, continuano gli scontri e gli attacchi sferrati contro i Caschi blu. L'operazione russa però deve essersi spinta oltre, e insieme ai militari sarebbero arrivati anche i mercenari e dei consulenti che lavorerebbero con il presidente Taoudera, che tra le sue guardie del corpo avrebbe anche quaranta russi.
I tre cittadini russi sono stati uccisi da dei ribelli mentre tornavano dalla città di Sibut, a 200 chilometri dalla capitale, dove gli istruttori di Mosca da gennaio addestrano ed equipaggiano le forze armate nazionali. Aleksandr Rastorguev, Orkhan Dzhemal e Kirill Radchenko sono stati uccisi a un posto di blocco, tornavano dopo aver fatto delle riprese, erano stati nei posti in cui operano le truppe mercenarie della Wagner, e la loro attività non doveva essere ben vista. Dzhemal era un giornalista di inchiesta, amava intrufolarsi in tutte le malefatte del Cremlino, guerre mercenarie incluse.
E poi c'è Mikhail Khodorkovski, l'oligarca dissidente, ex proprietario della Yukos, compagnia petrolifera rilevata da Rosneft. Khodorkovski ha molti conti in sospeso con Putin, fu condannato nel 2010 per appropriazione indebita e riciclaggio di denaro. Secondo molti osservatori non era vero, il presidente voleva soltanto liberarsi di uno degli uomini più potenti della Russia, uno dei pochi oligarchi che lo avevano contestato, che si era arricchito senza il suo permesso.
di Stefano Pasta
Avvenire, 2 agosto 2018
In Malawi le piaghe da decubito possono venire per come si dorme in prigione. L'uno ammassato all'altro, sdraiati su un fianco perché, pur per terra, non c'è posto per tutti. Ogni tanto una guardia urla un ordine e tutti devono voltarsi sull'altro lato. "Più che celle - spiega Paola Germano della Comunità di Sant'Egidio - sono caverne senza spazio, luce e aria.
Le condizioni carcerarie sono molto critiche in Italia, ma diventano drammatiche in Malawi, uno dei paesi più poveri al mondo secondo l'Onu". Sant'Egidio - con oltre 10mila membri nel piccolo Stato africano - è presente in 15 carceri malawiane da 14 anni. Dietro le sbarre manca tutto: letti, cibo, medicine, coperte. Non c'è acqua per bere, per lavarsi, per cucinare e mantenere le condizioni igieniche minime. Per questo la Comunità ha costruito il sistema idrico di quattro prigioni: sabato 14 luglio c'è stata l'inaugurazione di 6 rubinetti, docce e gabinetti in quella di Mulanje, al confine con il Mozambico e alla falde della grande montagna che molti ritengono piena di spiriti. Grande festa anche tra le case intorno: l'acqua arriverà anche a loro. Un coro misto di detenuti e abitanti "oltre le sbarre" cantava: "Community, unity".
"Il primo nostro impegno - racconta Paola Germano - è visitare i carcerati, costruendo un rapporto di amicizia e ponti tra dentro e fuori. Conosciamo oltre 10mila detenuti".
In Malawi e in altri Stati africani vi è un forte disinteresse per gli arrestati: "I casi - continua - vengono dimenticati e si invecchia dietro le sbarre. Con i nostri legal clinic ci occupiamo di persone di cui nessuno ricorda neanche le ragioni della carcerazione". Sono 3.500 quelle che Sant'Egidio ha liberato negli ultimi dodici mesi, compreso un anziano di 80 anni, detenuto con il nipote di 13: accusati di un furto mai dimostrato, erano reclusi da un decennio, magri scheletrici.
"Si mangia - dice Germano - una specie di polenta solo una volta al giorno, per chi non ha parenti che portano del cibo la sopravvivenza è veramente dura". Spesso si finisce in carcere per anni per piccoli furti per mangiare o ragioni assurde: "Molti ragazzi di strada vengono arrestati perché non hanno la carta di identità, che è a pagamento". In Malawi non esiste un registro anagrafico statale, per questo il programma "Bravo!" di Sant'Egidio iscrive i bambini all'anagrafe.
Molti dei diecimila membri di Sant'Egidio sono giovani: "Da loro viene la speranza per cambiare un paese in cui tutte le infrastrutture si reggono su due generatori, la carestia è endemica e le inondazioni per problemi ambientali sono cicliche".
Intanto dalla collinetta di Mulanje due volte alla settimana si sentono canti religiosi. Dall'amicizia con i membri della Comunità che visitano i detenuti, infatti, è scaturita la richiesta di preghiera e di speranza: all'interno del carcere è nato un gruppo di Sant'Egidio, formato da un centinaio di prigionieri e da alcune guardie. Racconta Germano: "Aiutano i prigionieri più deboli, fanno la preghiera due volte alla settimana. Il Vangelo è per tutti".
Nova, 2 agosto 2018
I detenuti del movimento di protesta del Rif non intendono chiedere l'amnistia reale, secondo quanto rivelato dai familiari. Lo hanno anche confermato i legali dei detenuti, aggiungendo che i loro legali preferiscono attendere le sentenze di appello.
Lo scorso 15 luglio migliaia di persone hanno manifestato nella capitale Rabat contro l'arresto di leader e attivisti del movimento di protesta della regione settentrionale scossa tra il 2016 e il 2017 dalle violente manifestazioni organizzate dal movimento Al Hirak al Shaabi (Movimento popolare). Lo scorso 26 giugno un tribunale marocchino ha condannato 53 membri del Movimento Hirak a pene detentive da un anno a 20 anni. Il leader della protesta Nasser Zefzafi e altri tre sono stati condannati a 20 anni di prigione per aver complottato e minato la sicurezza dello Stato.
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