sienafree.it, 20 maggio 2019
Chef per un giorno pronti ad accogliere gli ospiti con un pranzo "oltre le sbarre". Mercoledì 22 maggio la Casa di reclusione di Ranza, a San Gimignano, ospita la terza edizione di "Insieme con gusto", iniziativa che vede protagonisti i detenuti del circuito di Alta Sicurezza che studiano nella sede carceraria dell'Istituto Enogastronomico di Colle Val d'Elsa, indirizzo dell'Istituto d'Istruzione superiore statale "Bettino Ricasoli" di Siena. I detenuti - corsisti delle classi III, IV e V C - prepareranno antipasti, primi e secondi piatti e dessert per circa 80 persone presenti su invito.
L'iniziativa "Insieme con gusto" è stata avviata nel 2017 e ripetuta con crescente interesse e partecipazione sia da parte degli ospiti che dei detenuti studenti, pronti a cimentarsi ai fornelli e a mettere in campo la creatività in cucina che anima anche il loro blog "Scriviamo... con gusto", scriviamocongusto.wordpress.com, dove vengono raccolte ricette e riflessioni degli stessi studenti delle cinque classi dei regimi di Media e Alta Sicurezza. Grazie al blog e ad altri progetti didattici, gli studenti riescono a valorizzare le loro potenzialità e capacità con laboratori dedicati alla cucina e occasioni di confronto con il mondo esterno.
di Michela Allegri
Il Mattino, 20 maggio 2019
I primi a scendere a terra sono stati una donna incinta e il marito, proprio quando il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ribadiva il diniego allo sbarco. Anche i 47 migranti a bordo della Sea Watch3 sono approdati a Lampedusa, mentre l'imbarcazione della Ong tedesca, sequestrata dalla Finanza, è stata scortata fino a Licata.
La decisione di fare scendere i profughi è stata presa dai pm di Agrigento: il procuratore capo Luigi Patronaggio e l'aggiunto Salvatore Vella, gli stessi che per primi avevano indagato il ministro per il caso Diciotti, e che ora procedono per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Un via libera che ha irritato il vicepremier leghista, che poche ore prima si era scagliato anche contro l'Onu per le critiche al decreto sicurezza bis, e che riapre il fronte - mai sopito - dello scontro tra Viminale e magistratura. "È una nave fuorilegge - dice Salvini - Se qualche procuratore intende fare il ministro si candidi".
Poi, minaccia azioni giudiziarie: "Sono pronto a denunciare chiunque faccia scendere immigrati irregolari. Vale anche per organi dello Stato: se questo procuratore autorizza, vado fino in fondo". Salvini assiste allo sbarco in diretta tv, "se qualche ministro ha dato l'autorizzazione ne risponderà davanti agli italiani. È stato Patronaggio o Toninelli", sbotta. E a stretto giro arriva la replica del ministro delle Infrastrutture: "Se ha qualcosa da dirmi, me la dica in faccia. L'epilogo della vicenda è legato al sequestro. Si informi prima di parlare e trovi soluzioni vere sui rimpatri".
Intanto la procura di Agrigento fa sapere che il blocco della nave serve consentire accertamenti e anche per verificare se la condotta del comandante o della Ong abbia violato la legge. Ma il fronte dello scontro è più ampio e mette di nuovo a rischio la tenuta del governo. Perché il dossier sui migranti agita gli ultimi giorni di campagna elettorale per le Europee, con Salvini che cerca di forzare i tempi per avere l'ok al decreto sicurezza bis in Cdm: "Spero che nessuno voglia perdere altro tempo", dice. E sottolinea poi il "silenzio" del premier Conte, "sono abituato ad avere avversari tra i poteri forti".
Anche la tensione con Luigi Di Maio resta alta, con il leader del M5S impegnato mostrare il volto moderato del Movimento rispetto alla Lega. La convinzione del Viminale è che l'intervento della Finanza sia stato fatto d'accordo con i pm per aggirare il divieto di sbarco, "un'accelerazione d'intesa che ha spogliato il Viminale delle sue competenze " dicono dal ministro. Tesi che non trova d'accordo Di Maio: "Nessun espediente, la magistratura è indipendente. La Chiesa Valdese ha lanciato una disponibilità, lavoriamo sulla redistribuzione, queste tensioni non fanno bene al Paese".
Ma Salvini se la prende con tutti. Risponde con veemenza anche all'Alto Commissariato Onu, che in una lettera al ministro degli Esteri aveva criticato le direttive anti-migranti e chiesto di non approvare il decreto sicurezza bis. "È da Scherzi a parte", il commento del vicepremier leghista. Mentre il ministro Enzo Moavero incarica il Rappresentante italiano alle Nazioni Unite di contattare i firmatari della lettera "per chiedere elementi più precisi sulle fonti utilizzate".
di Claudio Magris
Corriere della Sera, 20 maggio 2019
Quando Francesco parla di tutti gli esseri umani esposti a sofferenze e ingiustizie non fa che annunciare, come è suo dovere, il messaggio evangelico. Fake News, da qualche tempo una delle parole più frequenti della nostra realtà e delle sue cronache ; se arriva una notizia la prima cosa che ci si chiede è se non sia falsa, una fanfaluca o una truffa.
Le tecniche della falsificazione sono molte. La bufala totale, l'annuncio di un avvenimento mai accaduto, di un disastro o di un attentato che non hanno avuto luogo. L'attribuzione di un delitto o di una delittuosa manovra a persone o a gruppi che non ne sono responsabili o la cui responsabilità non è stata accertata con rigore, come nei casi eclatanti di stragi. Menzogne goffe e pacchiane ma efficaci nel loro imponente e macchinoso rumore dai tanti decibel.
C'è un'altra tecnica efficace: censurare la comunicazione di un fatto, darne una versione amputata di alcuni fondamentali elementi e dunque alterata ; citare solo quegli aspetti che sono utili alla tesi che si vuol sostenere o al risultato che con quell'informazione si vuole ottenere. Questa operazione chirurgica svisa radicalmente il significato di ciò che si dice o si scrive. Se si dà notizia che un uomo ha sparato ad un altro è importante sapere se per caso pure quest'ultimo impugnava una pistola o stava per sparare. Un esempio di tale deformazione tramite sottrazione è costituito da tante faziose aggressioni mediatiche a papa Francesco I, attaccato quale eversore della Tradizione cristiana cattolica, sabotatore della bimillenaria struttura della Chiesa, delle sue gerarchie e delle sue verità.
Quale è la sostanza di tali anatemi ? Quando papa Francesco parla delle sofferenze degli uomini, di tutti gli esseri umani esposti a innominabili sofferenze e ingiustizie, non fa che annunciare, come è suo dovere, il messaggio evangelico, le parole di Gesù, il quale ha detto che respingerà e condannerà chi ha negato aiuto ai sofferenti, ai bisognosi, agli affamati assetati ed ignudi, perché così facendo ha negato aiuto pure a lui.
La stessa idea di Europa di papa Francesco, più volte da lui ribadita, è l'idea di un'Europa solidale, laica e cristiana in quanto è stato il cristianesimo a sfatare l'assolutezza totalitaria del potere ed affermare i diritti inalienabili di ogni individuo nei confronti di ogni potere. Lo ha sottolineato di recente con grande vigore un intenso saggio di Dario Antiseri, studioso e filosofo liberale e liberista.
Ma quando papa Francesco ha alzato la voce in difesa ad esempio dei migranti, gli ultimi degli ultimi, vittime di tutti e spesso usati da tutti in ignobili propagande politiche, è stato vilipeso e attaccato da demagoghi rozzi e inumani. Si è giunti a definirlo un agente al servizio di un bieco progetto di un nuovo Ordine asservito alla grande finanza speculativa e globalizzata, creatore di un'umanità omogeneizzata e indistinta. Papa Francesco diventa così un personaggio dei romanzi di James Bond, uno di quei nascosti o camuffati Signori del Male, a capo di misteriose e delittuose associazioni più o meno segrete che progettano distruzioni apocalittiche e planetarie.
Come rivelano queste accuse pacchiane, la barbarie è spesso anche kitsch. Del resto lo starnazzare contro i Pontefici - ben diverso dalla critica rispettosa ma anche doverosamente dura nei confronti dell'uno o dell'altro pontificato - è un tiro al bersaglio prediletto nello sconcio Luna Park in cui viviamo. Quattro palle per un soldo, invita il baraccone.
È accaduto pure al predecessore di papa Francesco, a Benedetto XVI, oggetto di molte indecenti trivialità, alle quali la sua personalità di grande intellettuale studioso aveva forse difficoltà a rispondere con la dovuta rudezza, come il pastore che prende il bastone per scacciare i lupi. Non ho mai capito, ad esempio, perché chi fischiava Benedetto XVI per la sua contrarietà al matrimonio omosessuale non abbia sentito il dovere di tirare almeno pomodori, ma possibilmente pure corpi più contundenti, contro le finestre delle ambasciate di quei Paesi in cui - come documentava una spaventosa fotografia sul Corriere di qualche anno fa - gli omosessuali vengono decapitati.
Fake News sono pure le notizie parziali e dunque settarie. Spesso i bercianti contro papa Francesco lo accusano di infangare o alterare la tradizione cattolica. Dovrebbero leggere ciò che scriveva un notevolissimo intellettuale e poeta morto ancor giovane parecchi anni fa, Rodolfo Quadrelli, cattolico fortemente legato alla tradizione - che egli scriveva sempre con la maiuscola - il quale diceva che sia i tradizionalisti retrogradi sia i progressisti zelanti negano la vitalità della Chiesa : i primi perché la ritengono esaurita e dunque morta dopo i primi secoli, i secondi perché la vedono iniziare col modernismo, negandola in blocco per quel che riguarda i secoli precedenti.
C'è chi accusa papa Francesco e i cattolici impegnati nel soccorso ai più sventurati - quali ma non solo i migranti sballottati in mare o sputati sulle spiagge - di trascurare i valori e la difesa della vita in tutto l'arco della sua parabola, dai primi battiti nel ventre materno agli ultimi sulla soglia della morte. Come mai non citano le parole e i moniti di papa Francesco sull'aborto e la sua disinvolta pratica, da lui definita "assassinio per mano di un sicario", parole chiare e dure raramente sentite ? Pure in questo caso, l'omissione ovvero censura di un aspetto della realtà presa in esame altera e falsifica quella stessa realtà. Fake News, No News.
di Andrea Tarquini
La Repubblica, 20 maggio 2019
Paesi in forte espansione economica e paesi in grave crisi, democrazie e regimi autoritari, superpotenze industriali-postindustriali, paesi emergenti, paesi poveri. Il mondo è composto da tante realtà diverse, ma quasi tutte con un dato in comune: la tendenza prevalente all´aumento delle spese militari, che negli ultimi cinque anni per la prima volta sono giunte al massimo livello dalla fine della guerra fredda. In particolare, le spese militari nel mondo in totale sono aumentate dello 0,4 per cento in termini reali a 1.686 miliardi di dollari.
Ma ben piú importante, in alcuni casi vertiginoso, è l´aumento dei bilanci per le forze armate negli Stati Uniti, in Cina, in Russia in India. Crescono le spese militari anche in Europa, Italia compresa anzi prima in percentuale tra i membri europei dell´Alleanza atlantica nonostante la spending review e l´alto debito sovrano, mentre tendono a calare in quasi tutti i Petrostati a causa dei bassi prezzi del greggio. Ecco la precisa diagnosi dell´ultimo rapporto annuale del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), forse la fonte più attendibile in materia a livello mondiale.
Vediamo la situazione, caso per caso. In Europa occidentale l´aumento complessivo è stato del 2,6 per cento, a conferma della tendenza iniziata l´anno precedente. Significativo il fatto che secondo il SIPRI è l´Italia il paese in cui è stato registrato l´aumento più notevole con un più 11 per cento tra il 2015 e il 2016. I dati sul nostro paese sono sostanzialmente confermati dalla Nato. Secondo cui la spesa militare italiana è aumentata l´anno scorso del 10,63 per cento.
Nell'Europa centrale le spese per la difesa sono cresciute complessivamente del 2,4 per cento. Più marcatamente in paesi Nato come Polonia o Baltici, dove, rileva il Sipri, è aumentata la percezione-allarme per la minaccia posta dalla politica aggressiva della Russia di Putin. Trend nuovo e forte anche nel pacifico Grande Nord: la Svezia ha appena deciso di ristabilire la leva obbligatoria per donne e uomini e di aumentare il bilancio della Difesa del 15 per cento, viste le continue, pericolose provocazioni aeree, navali, sottomarine, di cyberwar e fake news da parte del Cremlino.
Passiamo alle superpotenze. Gli Stati Uniti, dopo diversi anni di riduzione o contenimento, hanno aumentato le loro spese (611 miliardi di dollari) dell´1,7 per cento rispetto all´anno precedente. Ben superiore in percentuale è la crescita delle spese militari della Russia di Putin (69,2 miliardi di dollari, ma occorre tenere conto che il costo del lavoro anche nell´industria militare in Russia è infinitamente inferiore a quello negli Usa o in Europa) che registra una crescita del 5,9 per cento, e della Cina (analogo discorso come per la Russia sul basso costo del lavoro su cui "fare la tara") con 215 miliardi e un aumento del 5,4 per cento.
Putin ha rapidamente trasformato le sue forze armate dotandole di armamenti ultratecnologici dell´ultima generazione e di capacità operative dimostrate in modo devastante ad esempio con l´intervento in Siria. La Cina, che ha appena mostrato al mondo la sua prima portaerei fatta in casa, e dispone di migliaia di moderni jet da combattimento compresi tre modelli di cacciabombardieri stealth cioè invisibili ai radar nonché di una marina militare a crescenti capacità oceaniche di proiezione lontana della forza, ha a lungo termine capacità industriali e tecnologiche superiori a quelle russe, e si pone nel futuro come principale rivale degli Usa. Vola anche la spesa militare indiana, che aumenta dell´8,5 per cento, quinto paese nel mondo per investimenti nel settore militare) sia per l´arsenale nucleare coi primi missili intercontinentali, sia per modernissime armi convenzionali. Come il prossimo acquisto di circa 120 caccia invisibili Sukhoi Pak T-50, di produzione russa ma il cui sviluppo è reso possibile dalla collaborazione di team di ingegneri aeronautici indiani.
In Medio Oriente si registra una crescita solo in alcuni paesi come Iran e Kuwait, mentre in Arabia Saudita e Iraq la diminuzione è netta: in Arabia saudita il calo è addirittura del 30 per cento. Anche altri paesi petroliferi non mediorientali, ad esempio il Venezuela (meno 56 per cento) che recentemente si era lanciato in una pazzesca corsa al riarmo acquistando cacciabombardieri bisonici e tank russi, hanno dovuto contrarre le spese, per il calo del prezzo del greggio e per fattori di grave crisi economica interna.
Quello che in decenni passati i migliori economisti critici americani battezzarono "il complesso militare-industriale" gode insomma di ottima salute. Tanto più che i dati del Sipri non includono né il commercio di armi leggere come pistole, fucili da combattimento, bazooka, lanciarazzi portatili, né le spese di paesi chiusi a riccio con una censura assoluta, come la Corea del Nord.
di Salvatore Uccheddu
unicaradio.it, 20 maggio 2019
Il documentario con Joe Perrino e Giovanna Maria Boscani è un riflettore sulla situazione carceraria. Un viaggio surreale, sorprendente e a tratti malinconico attraverso le carceri sarde: Giovanna Maria Boscani, artista sassarese, e Joe Perrino, musicista cagliaritano, a bordo di una vecchia Ape Piaggio, hanno raggiunto tutte le case circondariali dell'Isola. L'obiettivo? Incontrare i detenuti e farsi affidare storie, ambizioni e sogni sotto forma di ex-voto. Il documentario ora cerca fondi per la distribuzione tramite una campagna di crowdfounding.
Da Uta a Nuchis, da Bancali a Badu e Carros passando per Massama, Isili, Alghero e Is Arenas, l'Ape è diventata la casa per disegni, scritti, oggetti realizzati dai carcerati. Questo è il racconto di Per Grazia Non Ricevuta, film documentario attualmente in montaggio, per la regia di Davide Melis e prodotto dalla società cagliaritana Karel.
Il film è alla ricerca di sostenitori che supportino la produzione e distribuzione: dal 1 aprile è partita la campagna di crowdfounding insieme a Banca Etica che ha selezionato Per Grazia Non Ricevuta sul bando "Impatto +", creato per progetti culturali. L'obiettivo di Karel è raggiungere 15 mila euro: si potranno inviare donazioni diverse. Chi farà una donazione al film riceverà un premio come la locandina del documentario autografata dai protagonisti.
Come ricompensa è possibile ricevera anche il dvd nel formato semplice o nel cofanetto speciale. Ma è disponibile anche il modello in scala dell'Ape Piaggio decorata a mano dall'artista Giovanna Maria Boscani. Chi farà una donazione speciale sarà menzionato come produttore associato. "Per Grazia Non Ricevuta" è realizzato con il contributo della Regione Sardegna; e il supporto della Fondazione Sardegna Film Commission. Qui il link per la campagna crowdfounding: produzionidalbasso.com/project/per-grazia-non-ricevuta-docufilm/
di Silvia Morosi
Corriere della Sera, 20 maggio 2019
Sequestrata la nave Ong. Il ministero dell'Interno: "I migranti non scendono, se qualcuno ha aperto il porto ne risponderà". Ma il pm ordina che vengano portati sull'isola. L'imbarcazione sarà portata a Licata. Scatta il sequestro da parte della guardia di finanza della Sea Watch 3 ferma da due giorni al largo di Lampedusa e i 47 migranti a bordo vengono fatti sbarcare: 18 di loro - donne e bambini- erano stati autorizzati a scendere dalla nave già venerdì. La svolta è stata voluta dal pm di Agrigento nonostante il no ripetuto per tutto il giorno da Matteo Salvini. Per il Viminale infatti la Sea Watch è "una nave fuorilegge" e il ministro dell'Interno ha fatto sapere di essere "pronto a denunciare" chi abbia autorizzato lo sbarco, pm compresi.
La vicenda dello sbarco dei migranti dalla Sea Watch ha creato tensione all'interno del governo, con uno scambio di "accuse" su chi possa aver autorizzato l'apertura dei porti italiani. Il vicepremier leghista ha scoperto dello sbarco - attraverso le motovedette, a piccoli gruppi su gommoni della capitaneria di porto - mentre era collegato in diretta tv da Firenze con Non è l'Arena su La7. "Chi è che li ha autorizzati a sbarcare? Io no, non ho autorizzato niente, deve essere qualcun altro. Io sorrido ma è grave. Perché siamo un Paese sovrano con leggi, regole, una storia e nessuna associazione privata se ne può disinteressare. Qualcuno quell'ordine lo avrà dato. Questo qualcuno ne deve rispondere", ha commentato Salvini, lasciando aperta la possibilità che l'input possa essere arrivato dal ministro M5s Danilo Toninelli. E ha aggiunto: "Per me possono stare lì" sulla Sea Watch 3"fino a quando non intervengono o l'Olanda o la Germania, o la Libia e Malta. Non vedo cosa c'entri l'Italia. Per me possono stare lì fino a ferragosto: gli porto da mangiare, gli porto da bere. Sono pronto a denunciare per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina chiunque sarà disponibile a far sbarcare immigrati da una nave fuorilegge. Questo vale anche per organi dello Stato".
A stretto giro è arrivata la risposta del ministro dei Trasporti. "Porti chiusi a Sea Watch come a tutte le navi che non rispettano le convenzioni internazionali. Salvini, se ha qualcosa da dirmi, me la dica in faccia. Non parli a sproposito. È evidente che l'epilogo della vicenda è legato al sequestro della nave da parte della magistratura, non serve un esperto per capirlo. Magari il ministro dell'Interno si informi prima di parlare. E trovi soluzioni vere sui rimpatri, non ancora avviati da quando è il responsabile della sicurezza nazionale".
Gli ha fatto eco anche Luigi Di Maio: "Il sequestro lo esegue la magistratura quindi non credo sia un espediente" per far sbarcare i migranti a bordo "perché la magistratura è indipendente dal governo. Quando arrivano qui contattiamo i Paesi Ue e chiediamo la redistribuzione. Io credo che la politica delle redistribuzioni è l'unica strada che abbiamo per fronteggiare il fenomeno. Poi c'è il tema dei rimpatri".
Le autorità italiane avevano consentito il trasbordo e quindi lo sbarco a terra di 18 persone, i bimbi con le loro famiglie e una donna ustionata, ma il Viminale non aveva autorizzato fino ad ora l'approdo delle altre persone. La Sea Watch, nave di una Ong tedesca, ha soccorso i 65 migranti il 15 maggio a 30 miglia dalle coste libiche. Nelle ultime ore la nave era rimasta posizionata in acque internazionali, ai margini di quelle italiane. Ed è polemica tra il governo italiano e l'Onu dopo la lettera dell'Alto Commissario sul decreto sicurezza bis: "Viola i diritti dei migranti".
Secondo la missiva indirizzata al ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi - e trasmessa anche al ministero dell'Interno "la direttiva può incidere in maniera grave sui diritti dei migranti, compresi i richiedenti asilo e le vittime - o potenziali - di detenzione arbitraria, tortura, traffico di esseri umani e altre gravi violazioni dei diritti umani".
Diverse chiese protestanti avevano offerto la propria disponibilità ad accogliere gli stranieri. "Stanotte dormirò con i naufraghi, per terra, se mi verrà impedito di procedere allo sbarco entro sera. Non è una provocazione, ma un atto di solidarietà", aveva invece dichiarato il comandante della nave, Arturo Centore.
La Repubblica, 20 maggio 2019
Con un referendum la Svizzera ha detto sì a una legge più restrittiva sulle armi, secondo il modello delle norme antiterrorismo dell'Ue. I favorevoli sono stati il 63,7% dei votanti. Tra i Cantoni, solo nel Ticino la maggioranza è stata per il no. Al testo si erano opposti il partito conservatore e delle società sportive di tiro a segno. Il governo aveva fatto intendere che un'eventuale bocciatura della legge avrebbe potuto comportare un'esclusione della Confederazione elvetica, che non appartiene all'Ue, dagli accordi di Schengen e Dublino, con conseguenze negative in settori chiave come asilo, sicurezza e turismo e perdite per le casse svizzere di "diverse migliaia di milioni di franchi l'anno".
Le armi circolanti in Svizzera sono circa 2,3 milioni, tre ogni dieci residenti, proporzione che piazza il Paese al 16esimo posto nella classifica di armi pro capite. Non esiste un registro centrale delle armi, nè la legge approvata con il referendum lo introduce. La normativa prevede, però, che chi possiede un'arma ne comunichi il modello alle autorità e specifica quali armi sono proibite e quali sono consentite soltanto a chi debba farne uso sportivo, in questo caso con una "autorizzazione speciale" e controlli periodici.
Gli elettori svizzeri hanno anche approvato ad ampia maggioranza in un referendum una riforma fiscale per adeguare la tassazione delle imprese agli standard internazionali. Chiamati alle urne, il 66,4% dei votanti e l'insieme dei 26 cantoni elvetici hanno detto "sì" al pacchetto di misure elaborato dal Parlamento e che associa la riforma della tassazione delle imprese a nuove misure per il finanziamento del principale pilastro del sistema pensionistico, l'Assicurazione vecchiaia e superstiti (Avs).
La riforma dell'imposizione delle imprese è stata varata per evitare il rischio di sanzioni internazionali ed adeguare la legislazione svizzera agli standard dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Standard che esigono l'abolizione di statuti fiscali speciali concessi a società che operano prevalentemente a livello internazionale e che saranno quindi tassate come le altre. Il testo approvato è denominato "Legge federale concernente la riforma fiscale e il finanziamento dell'Avs (Rffa)". Esso abbina infatti a questa riforma fiscale alcune misure per assicurare i finanziamenti delle pensioni.
Una "compensazione sociale" pari a 2 miliardi di franchi l'anno che saranno versati nelle casse dell'Avs. Tale somma dovrebbe corrispondere all'importo perso dalla Confederazione e dai Cantoni per offrire anche in futuro una tassazione sufficientemente attraente per le imprese, affinché restino in Svizzera, dopo a riforma. Molti oppositori alla legge hanno deplorato l'esito della votazione e criticato che il quesito abbia unito due tematiche tra loro estranee per assicurarsi la maggioranza. In passato, proposte presentate separatamente sui due temi erano state bocciate in votazione popolare.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 20 maggio 2019
A sei settimane dall'inizio dell'offensiva per la conquista di Tripoli, Amnesty International ha denunciato l'esistenza di prove di attacchi indiscriminati contro il quartiere di Abu Salim che potrebbero essere qualificati, di fronte a un tribunale internazionale, come crimini di guerra. Il quartiere di Abu Salim - noto soprattutto per il famigerato carcere in cui nel 1996 Gheddafi ordinò una strage di detenuti - è stato attaccato coi missili durante una fase particolarmente aspra di combattimenti, intorno alla metà di aprile. A essere colpite sono state soprattutto le zone di Hay al-Intissar, Hay Salaheddin e il complesso residenziale chiamato "Edifici Kikla".
Sebbene queste zone siano controllate dalle Forze di sicurezza centrali di Abu Salim, una milizia affiliata al Governo di accordo nazionale di al-Sarraj, le immagini satellitari analizzate da Amnesty International non hanno evidenziato la presenza, al momento degli attacchi, di basi militari, posti di blocco od obiettivi militari nelle aree residenziali colpite o nelle loro immediate vicinanze. Non è certo chi abbia effettuato gli attacchi su Hay al-Intissar, Hay Salahaddin e gli "Edifici Kikla". Le forze di al-Sarraj e l'Esercito nazionale libico (Eln) del generale Haftar si sono lanciati accuse a vicenda. Tutti i residenti di Abu Salim sentiti da Amnesty International hanno puntato il dito contro l'Eln. Quello che è chiaro è che entrambi gli schieramenti militari sono in possesso di razzi 107mm e lanciatori Grad, le armi impiegate negli attacchi. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità dal 4 aprile, quando è iniziata l'avanzata su Tripoli delle forze del generale Haftar, oltre 454 persone sono state uccise e 2.154 ferite. Tra i morti e i feriti ci sono anche operatori sanitari. Circa 70.000 persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, a volte ricostruite dopo il conflitto del 2011. La situazione umanitaria è inoltre resa difficile dalle frequenti interruzioni della corrente e dalla carenza di forniture mediche ospedaliere.
di Sara Mauri
Il Giornale, 20 maggio 2019
Chiesti i dossier al dipartimento di Giustizia. L'obiettivo è il Memorial Day del 27 maggio. E Pare che Trump abbia deciso di essere visto agli occhi del mondo come un nuovo "elargitore" di grazie. E che il perdono non resti prerogativa di pochi.
Sembra, infatti, che Trump stia preparando le carte per graziare alcuni militari Usa accusati di aver commesso crimini di guerra. Appena chiusa la vicenda della concessione di grazia a Conrad Black, ex magnate dei media che aveva pubblicato un libro generoso su Trump, arriva questa nuova sorpresa: secondo il New York Times, venerdì la Casa Bianca avrebbe richiesto al Dipartimento di Giustizia i dossier necessari per procedere alle grazie di diversi membri delle forze armate.
Le richieste sarebbero state inviate il giorno prima della celebrazione dell'Armed Forces Day, giorno dedicato alle forze armate, in previsione del Memorial Day del 27 di maggio, giorno in cui l'America rende omaggio ai caduti in guerra. Tra le richieste di documenti per la grazia (a parlare funzionari Usa che hanno scelto l'anonimato), ci sarebbe quella di Edward Gallagher, capo delle operazioni speciali dei Navy Seals.
Accusato di aver sparato a civili disarmati e dell'uccisione di un prigioniero nemico in Irak, Gallagher dovrebbe essere processato nelle prossime settimane. Gli altri file dovrebbero contenere il caso di un ex appaltatore della sicurezza recentemente dichiarato colpevole di sparatorie verso iracheni disarmati nel 2007; il caso del maggiore Mathew Golsteyn, berretto verde dell'esercito accusato di aver ucciso un afghano disarmato nel 2010 e il caso di un gruppo di cecchini dei Marines che avevano urinato sui cadaveri di combattenti talebani morti.
I documenti potrebbero contenere casi di altri militari. I membri delle forze armate accusati di crimini di guerra sono stato sostenuti da legislatori conservatori e molti hanno spinto affinché Trump intervenisse. Per la giustizia americana si tratta di persone condannate o in attesa di giudizio per crimini di guerra. I file includono dettagli sulle accuse penali o lettere che indicano pentimento. La concessione di grazia ai militari accusati di aver commesso crimini di guerra, però, non sarebbe un fulmine a ciel sereno.
Già in passato, infatti, Trump aveva concesso delle grazie aggirando i protocolli e i canali tradizionali. Solamente all'inizio di maggio, ha graziato Michael Behenna, condannato per aver ucciso un iracheno durante un interrogatorio nel 2008. Ma il Trump aveva anche graziato alleati, come l'ex sceriffo dell'Arizona Joe Arpaio.
Per l'assemblaggio dei file di grazia ci vogliono in genere mesi, ma i dossier sui militari dovranno essere pronti prima del Memorial Day. Se la richiesta dei documenti necessari per elargire le grazie mostra un segnale evidente delle intenzioni del presidente, è vero anche che Trump è noto per i suoi cambi di opinione repentini. La Casa Bianca non ha commentato. L'America concederà davvero la grazia ai militari Usa accusati di crimini di guerra? Per saperlo dovremo aspettare il 27.
di Domenico De Masi
Il Fatto Quotidiano, 20 maggio 2019
Dalle 16 alle 17 del 25 aprile scorso il Dipartimento della Polizia Federale del Paranà ha permesso a me e a mia moglie di visitare il presidente Luiz Inácio Lula da Silva nel carcere di Curitiba, dove è detenuto dal 7 aprile 2018 e dove deve scontare altri sette anni di prigionia.
Siamo amici di Lula dal 2003 quando, in sua presenza, Oscar Niemeyer ci consegnò ufficialmente il progetto dell'Auditorium di Ravello. Prima di recarci nella prigione abbiamo pranzato con gli avvocati che lo difendono gratuitamente fin dal primo grado del processo.
Ci hanno aggiornato sulla situazione penale del presidente, sullo stato di avanzamento del ricorso al Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, sulla procedura che avremmo dovuto rispettare nel carcere prima, durante e dopo la visita. In effetti non si tratta di un carcere vero e proprio, ma di una caserma della polizia Federale inaugurata - ironia della sorte - proprio da Lula nel 2007, quando era presidente, e ora usata come carcere speciale per i principali condannati nell'ambito dell'operazione Lava Jato, la versione brasiliana di Mani Pulite, condotta dal giudice Moro, poi gratificato dal presidente Jair Bolsonaro con ben due ministeri riuniti in un super-ministero della Giustizia e della Sicurezza pubblica.
Per arrivare alla cella di Lula siamo stati presi in consegna da un militare giovane e gentile che sovrintende a tutta la giornata del prigioniero; siamo stati sottoposti a un'attenta ma cortese perquisizione da parte di due poliziotte; abbiamo salito le scale che portano al piano superiore e siamo passati accanto a un microscopico cortile con alti muri di cinta che lasciano intravedere in alto solo un quadrato di cielo: è il luogo dove Lula, se vuole, può trascorrere l'ora d'aria quotidiana. Un piccolo corridoio porta alla cella del prigioniero.
Davanti alla porta due guardie vigilano notte e giorno le telecamere a circuito chiuso. Lula ci accoglie con visibile affetto. Indossa una tuta, ci fa sedere a un tavolino di plastica con quattro sedie. Insieme a un letto che mi colpisce per la sua piccolezza, a uno scaffale, a un armadio, a un comodino, a un televisore (abilitato solo a tre canali nazionali) e a una cyclette (su cui fa sette chilometri al giorno per tenersi allenato), è tutto ciò che arreda una stanza di circa quattro metri per cinque. Qui Lula è condannato a stare in totale isolamento 24 ore su 24.
Il lunedì, se vuole, può ricevere un cappellano; il giovedì, dalle 16 alle 17, può ricevere una o al massimo due persone, dietro permesso della direzione della prigione. L'unico conforto gli viene dalle voci che gli arrivano dall'esterno del carcere, dove un presidio di un centinaio di compagni convenuti da tutto il Brasile è attendato a turno, notte e giorno, e gli augura a gran voce il buon giorno, la buona notte, la libertà. Lula non è un intellettuale e quindi la lettura gli fa compagnia meno di quanta ne farebbe a me.
Lui ha fatto studi sgangherati, anche se è il presidente del Brasile che ha creato il maggior numero di università disseminate in tutto il paese. Mi dice: "Mia madre era analfabeta e io sono ignorante. Ma mi chiedo come fanno tanti politici e tanti magistrati, pure essendo istruiti, a commettere errori e ingiustizie così gravi". E poi aggiunge: "Sono ignorante, eppure avevo previsto la crisi prima di Tony Blair, prima di Putin, prima di Obama. Soprattutto avevo previsto che il prezzo maggiore l'avrebbero pagato i lavoratori".
La figlia gli ha fatto avere un termos di caffè. Ce ne offre con la fugace felicità di poterci accogliere quasi come se stessimo a casa sua. Parliamo dell'Italia: ricorda i suoi incontri ufficiali con Craxi, Berlinguer e Andreotti; i suoi seminari con i sindacalisti della Cgil e della Cisl. Si rammarica di essere stato solo una volta a Napoli: per assistere a una partita di Maradona.
Sogna di tornare a visitare la toscana, ma è consapevole che il sogno non si avvererà. "Il Pci, tramutandosi man mano in Pd, ha dimenticato il popolo", dice con la sua solita, fulminante lucidità. Si accorge che io guardo la cella con malcelato sgomento e mi dice: "Non preoccuparti: sono vissuto per anni, insieme a mia madre e ai miei sette fratelli, in una stanza molto peggiore di questa, nel retrobottega di un bar di San Paolo".
Ha fatto il lustrascarpe, il venditore ambulante, l'operaio in una fabbrica metalmeccanica dove, a 19 anni, ha lasciato un dito sotto una pressa. Mi chiede cosa penso dell'attuale situazione politica nell'Occidente e dello stato di salute della democrazia. Gli dico che sto leggendo Post-democrazia di Colin Crouch e mi è sempre più chiaro perché il neo-liberismo non poteva non fare piazza pulita di tutte le grandi riforme che lui ha realizzato durante gli otto anni della sua presidenza: Bolsa Família, Fome zero, Programa de Aceleração do Crescimento, difesa dell'Amazzonia, promozione dell'agricoltura familiare, Brasil Sem Miseria, aumento della scolarizzazione, tutti i programmi di welfare grazie ai quali 40 milioni di brasiliani hanno scalato i gradini sociali e il 54% ha raggiunto la classe media.
A ripercorrerlo oggi con la memoria, sembrano miracolosi gli anni in cui tutto questo si potette fare ed è lampante il motivo per cui il capitalismo non poteva tollerarlo. Non a caso Warren Buffet, il quarto uomo più ricco del mondo, ha detto senza ritegno: "La lotta di classe esiste, siamo noi ricchi che la stiamo conducendo, e la stiamo vincendo". Lula è in gran forma, lucido e combattivo come non mai, per nulla fiaccato da un anno di isolamento carcerario.
È consapevole che, in America e in Europa, la sinistra non uscirà alla svelta dalla situazione in cui si è cacciata e che ora ha davanti a sé una lunga marcia da compiere. Anche i processi, le condanne, l'odio scatenato contro il Partito dei Lavoratori (Pt), le colpe vere che il Pt ha commesso e quelle che gli sono state cucite addosso dai mass media implacabili e concentrici, sono come un grande seminario, una grande auto-analisi alla quale la sinistra è costretta e dalla quale uscirà migliorata. Parliamo dei social media e del ruolo che essi hanno svolto nelle ultime elezioni brasiliane: Bolsonaro ha 7 milioni di follower su Facebook e 3,5 su Linkedin, oltre ad avere alle spalle la guida e la protezione di Bennon.
Mi ricorda che qualche mese fa è morto un suo nipotino e il figlio di Bolsonaro ha esultato twittando che si trattava di una giusta punizione divina. Mi dice pure che quando sua moglie, morta di cancro, andò a farsi la prima tac, il referto apparve su Facebook prima di essere comunicato a lei e a lui. A suo avviso, comunque, il rapporto fisico, diretto, con il popolo, resta assi più umano, caldo, convincente di quello via internet. Insieme ci chiediamo - senza saper dare una risposta - come mai, in tutto il mondo, la destra usa internet con maggiore frequenza e maggiore efficacia della sinistra.
Comunque la destra indulge alle fake news con una spregiudicatezza immorale che sarebbe impraticabile da parte di una sinistra coerente con i propri valori. Gli faccio notare che prima le bugie erano monopolio dei potenti - direttori di giornali, capi di Stato, ecc. - mentre ora, grazie a internet, sono alla portata di tutti: internet ha democratizzato la falsità. Ci fa notare che, nella società postindustriale, le dittature si appropriano del potere con modi e tecniche affatto diverse da quelle cui eravamo abituati nella società rurale e in quella industriale. Oggi, per fare un golpe, non occorrono più i manganelli e i carri armati: basta l'azione combinata di quattro strumenti: i media, la magistratura, i social media e le libere elezioni.
Con i media si manipolano le masse demonizzando gli avversari e rendendone ovvia e attesa l'eliminazione; con la magistratura li si mette in galera eliminandoli dalla competizione elettorale; con i social media si vincono le elezioni; con le elezioni si assicura un alibi democratico alla dittatura. In questo modo il Brasile è passato in soli tre anni da una democrazia compiuta a una post-democrazia in cui il presidente Bolsonaro, il vice-presidente e sette ministri sono militari. E, per colmo del paradosso, i militari, rispetto a Bolsonaro a suoi tre figli energumeni che lo affiancano notte e giorno, appaiono come altrettanti saggi moderati.
Lula ci parla con calore e affetto. Soprattutto con la sottintesa consapevolezza della propria qualità di leader e del proprio ruolo di guida morale. Sa che in carcere sta conducendo la sua ultima battaglia, quella per il riconoscimento della propria innocenza; sa che da questa cella angusta deve riuscire a smascherare il "golpe" realizzato contro di lui, contro il Pt e contro i lavoratori tutti, dalla destra brasiliana in combutta con gli Stati Uniti di Donald Trump.
Ma soprattutto è cosciente che in questi pochi metri quadri si compie un piccolo pezzo di storia sua personale e del Brasile. Un'ora passa presto. Il carceriere ci ricorda che i 60 minuti sono scaduti. Lula ci lascia con tre viatici: sua madre gli ha sempre raccomandato la dignità e lui non la baratterà mai con la libertà. Ora ha 72 anni di età e ha da scontare altri sette anni di pena.
Gli piacerebbe vivere in casa con i figli e i nipotini, ma non accetterebbe mai gli arresti domiciliari o il braccialetto elettronico. Si batterà fino alla fine per il riconoscimento della propria innocenza ma, se non riuscirà a dimostrarla, morirà in questa stanza, dignitosamente. Sulla porta, prima che noi lo lasciamo nella sua solitudine coatta, tiene a dirci ancora due o tre cose: "Se, fuori di qui, parlerete di questo nostro incontro, riferitelo in piena libertà, con le parole che vi suggerisce il cuore.
Però intrattenetevi un poco con i compagni che presidiano la prigione per farmi sentire il loro affetto, riferite loro la mia gratitudine e ditegli, per conto mio, che la lotta è di lunga durata e che la dignità non può essere barattata con nulla". Strana storia questa del Brasile, paese grande e incomparabile, dove però Bolsonaro vive nel palazzo presidenziale di Brasilia e Lula vive in una cella di pochi metri quadrati.
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