di Carlo Bonini e Giuliano Foschini
La Repubblica, 24 giugno 2019
A Lecce, nella stessa inchiesta che ha già fatto scattare gli arresti per i magistrati Nardi e Savasta, ora compare anche il deputato del Pd: era considerato colui che poteva risolvere problemi e orientare nomine. Il rumore è assordante e alta è ancora la polvere.
di Patrizio Gonnella*
antigone.it, 24 giugno 2019
Nelle ultime settimane abbiamo visitato alcune carceri italiane insieme ai sindaci delle rispettive città. Un'iniziativa che rientra nella campagna "Il carcere è un pezzo di città", lanciata dalla nostra associazione. I Comuni possono avere un ruolo importante nella costruzione di legame tra carcere e comunità, fondamentale affinché la pena sia più vicina al dettato costituzionale. Perché ciò avvenga i primi cittadini devono essere inclusi tra i soggetti cui l'ordinamento penitenziario affida la possibilità di visitare le carceri. Anche sul terreno di questa modifica legislativa ci stiamo muovendo.
di Michele Di Bari*
Il Sole 24 Ore, 24 giugno 2019
Ai Prefetti della Repubblica non spetta interpretare, ma applicare le norme anche quando i loro effetti provocano diffuse critiche. Non potrebbe essere altrimenti poiché se non fosse così ci si troverebbe di fronte ad altrettante diffuse illegalità.
Allora è necessario chiedersi se oggi gli istituti sui quali poggiano essenzialmente le leve di prevenzione antimafia, affidate ai prefetti, come le proposte di scioglimento dei consigli comunali e le interdittive, vadano modificati Non sono mancati disegni o proposte di legge in Parlamento. Anche recenti decisioni del Tar Lazio di annullamento dei provvedimenti di scioglimento di alcuni consigli comunali hanno innescato diverse prese di posizione che per certi versi possono rivelarsi proficue al dibattito.
Occorre partire dalla complessità del procedimento di scioglimento del consiglio comunale, fondato su accertamenti progressivi che passano attraverso dettagliate notizie delle forze di polizia, dalle risultanze dell'accesso agli atti del Comune, dallo scrutinio in seno al Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza, a cui partecipa anche il Procuratore della Repubblica, fino ad arrivare, ove proposto dal prefetto, all'approvazione in consiglio dei ministri del provvedimento di scioglimento, adottato con Dpr.
È evidente che l'articolato e rigido sistema di cautele, posto a presidio del consiglio comunale, ne consolida lo spirito democratico dell'istituzione. D'altra parte è anche vero che il rigore del procedimento e delle sue fasi ben circoscritte non impedisce che nell'immediatezza, in presenza di una conclamata situazione, fatti salvi i presupposti di legge, possa essere proposto lo scioglimento del consiglio comunale con maggiore celerità, senza la nomina della commissione di accesso agli atti del Comune.
Ma anche la mancanza di concreti e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità di tipo mafioso rende agevole la proposta di archiviazione del procedimento. Un istituto che conserva una sua imprescindibile attualità sul quale, come detto, i provvedimenti di annullamento hanno nuovamente aperto il dibattito. E ciò purtroppo avviene ciclicamente quando uno scioglimento di un consiglio comunale desta clamore, oppure ci si ritrova dinanzi a una sentenza di annullamento.
Su quest'ultimo punto, a dire il vero, la percentuale di provvedimenti di accoglimento dei relativi ricorsi è bassissima in primo grado, per poi quasi scomparire in appello. Quindi, si tratta di un istituto che a legislazione vigente conservale caratteristiche di una legge ben strutturata, di un robusto presidio di legalità in territori martoriati e vulnerabili dove lo Stato con pervicacia intende esserci.
Ed oggi che le infiltrazioni mafiose nei gangli dell'amministrazione comunale assumono sempre più il volto raffinato della forza calma, delle intese che si perfezionano non più nei boschi, ma nei comodi studi professionali, non si può abbassare la guardia. Certamente è una sfida che esige rigore e lungimiranza, ma non per questo bisogna rassegnarsi.
L'esperienza maturata, soprattutto negli ultimi anni, può guidare un processo di cambiamento. Si immagini che spesso i commissari già all'atto di insediamento sono nell'impossibilità di adottare anche i provvedimenti di ordinaria amministrazione, rendendosi conseguentemente necessario ipotizzare un nuovo assetto capace di consentire ai commissari di poter svolgere la loro attività a tempo pieno, con maggiori possibilità di incidere su posizioni giuridiche e economiche del personale comunale.
Nelle materie dei lavori pubblici, dell'urbanistica e della contabilità si avverte il bisogno che i commissari possano svolgere la loro azione con speditezza ed efficacia. C'è la necessità cioè di provocare una cesura rispetto all'attività dell'amministrazione sciolta per conferire una più incisiva credibilità e autorevolezza all'istituto di cui all'articolo 143 del Tuel.
*Capo del Dipartimento per le Libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno
di Luca Telese
La Verità, 24 giugno 2019
Il ministro della Giustizia: "Un giudice che si candida sappia che deve abbandonare la carriera per sempre. Il trojan? Sarà uno strumento sempre più utile alle indagini".
di Luigi Covatta
Il Mattino, 24 giugno 2019
L'altro giorno il quotidiano che aveva condotto in prima linea la campagna contro "un uomo solo al comando" titolava "Sulle spalle di un uomo solo" la cronaca dell'intervento di Mattarella al Csm (ma riferendosi anche al ruolo che il capo dello Stato è costretto a svolgere nel confronto con l'Ue sui conti pubblici): e se il commento di Massimo Giannini segnalava "la metamorfosi di un Presidente", i lettori più avveduti avranno invece notato la metamorfosi di un giornale.
La Stampa, 24 giugno 2019
La vicenda del cartello tolto dalla finestra del palazzo del Consiglio Regionale scatena la polemica. Il direttore del quotidiano triestino prende posizione a tutta pagina. Il caso Regeni fa ancora una volta discutere.
Il quotidiano triestino Il Piccolo prende posizione a tutta pagina contro la decisione del governatore della regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, di far rimuovere da una delle finestre del palazzo del Consiglio Regionale di Trieste lo striscione dedicato al giovane ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto all'inizio del 2016.
"Verità per Giulio Regeni", si legge in prima pagina. Accanto, l'intervento del direttore: "Sul balcone di casa propria ognuno mette ciò che vuole - commenta Enrico Grazioli - sul balcone del Palazzo della Regione a Trieste fino a pochi giorni fa uno striscione ricordava e testimoniava il bisogno di verità intorno all'assassinio di Giulio Regeni. Ma è stato tolto, definitivamente nascosto, con la solerzia dei maggiordomi che oggi, nel dizionario della politica, viene nobilitata con il termine pragmatismo".
Malgrado la disposizione di Fedriga, "il cartello resterà esposto sulle finestre degli uffici del Gruppo Movimento 5 Stelle nella sede della Regione", avevano comunque già annunciato i consiglieri regionali 5 Stelle del Fvg. Per i pentastellati Ilaria Dal Zovo, Mauro Capozzella, Cristian Sergo e Andrea Ussai il loro "è un gesto simbolico, per ribadire la vicinanza alla famiglia ed esprimere il sentimento di una comunità che non vuole smettere di credere alla ricerca della verità. La scelta del presidente Fedriga rappresenta un cattivo segnale, tanto più se la decisione non è stata condivisa con la famiglia di Giulio" hanno commentato.
Il governatore ha motivato la propria scelta parlando in qualche modo di possibili "strumentalizzazioni" della tragedia. "Malgrado non condivida la politica degli striscioni e dei braccialetti - ha infatti detto il presidente leghista - non ho fatto rimuovere lo striscione per più di un anno per non portare nell'agone politico la morte di un ragazzo. Evidentemente questa sensibilità non appartiene a tutti e ad ogni occasione non si perde tempo per alimentare polemiche", aveva scritto su Facebook.
Il presidente della camera Roberto Fico, il quale ha in programma di occuparsi proprio del caso Regeni nel corso della due giorni della delegazione della commissione Affari esteri e comunitari di Montecitorio a Berlino, non ha voluto commentare la scelta del governatore Fedriga.
Gli danno invece man forte Vannia Gava, coordinatore della Lega Fvg, che sottolinea il sostegno alla costituzione della commissione d'inchiesta in Parlamento: "Assurdo si usi la morte di un ragazzo come pretesto per legittimare la propria opposizione in Regione. Il vero schiaffo alla verità è quello di chi usa il caso Regeni per fare polemica". E il deputato Massimiliano Panizzut: "Le strumentalizzazioni da parte del Pd dimostrano quanto basso sia il profilo di alcuni esponenti politici".
Durissimi invece i commenti di Letta e Boldrini. L'ex premier dem ha definito "vergognosa" la decisione di Fedriga, mentre l'ex presidente della Camera scrive su Twitter: "L'Egitto continua a sabotare le indagini su sequestro, la tortura e l'omicidio di Regeni. E la Lega che fa? Anziché ritirare l'ambasciatore italiano a Il Cairo ritira lo striscione dal balcone della Regione Fvg".
E intanto, sulla scia di quanto deciso dal governatore Fedriga, anche Gianfrancesco Menani, il nuovo sindaco di Sassuolo (Modena), sempre della Lega, ha fatto rimuovere dal balcone del palazzo comunale uno striscione dedicato al ricercatore italiano: "Resta ferma la nostra solidarietà alla famiglia Regeni, ma non aveva più senso tenere ancora lì quello striscione. È una vicenda non più di attualità e poi tra l'altro in centro storico ci stava anche male dal punto di vista estetico, tutto impolverato", è stata la sua spiegazione.
di Francesco Rubera
Italia Oggi, 24 giugno 2019
Il ricorso per Cassazione deve porre il giudice di legittimità nelle condizioni di comprendere il significato delle censure rivolte ai motivi della sentenza impugnata. Pertanto, deve contenere l'iter processuale da cui origina la sentenza impugnata della quale si chiede una valutazione giuridica differente.
È quanto ribadito dalla sezione V della Cassazione con sent. 13618/2019, depositata il 21/5/2019. Nella fattispecie, il contribuente ricorreva per la Cassazione della sentenza della Ctr di Palermo, contestando ben 7 motivi. La Cassazione rigettava le questioni di legittimità per infondatezza, avuto riguardo ai capi nn. 2, 4 e 6 della sentenza, mentre dichiarava inammissibili gli altri motivi per difetto di autosufficienza.
E invero, nel processo tributario, secondo l'art. 62 del dlgs 546/92, al ricorso per Cassazione si applicano le norme dettate dal codice di procedura civile in quanto compatibili con quelle del presente decreto. Il contribuente che non ha trascritto la parte integrale della sentenza impugnata è incorso in inammissibilità per difetto di autosufficienza (punti 1; 3; 5; 7). Riguardo al punto 1, come più volte ribadito dalla Suprema corte (ex multis: sent. 5185 del 2017) "in tema di ricorso per Cassazione, ove sia denunciato il vizio di una relata di notifica, il principio di autosufficienza del ricorso esige la trascrizione integrale del motivo che, se omesso, determina l'inammissibilità".
Quanto punto 3, non è stata evidenziata la trattazione delle contestazioni che riguardano l'interpretazione e l'applicazione delle norme di diritto e la ricostruzione del fatto di causa. Riguardo al motivo n. 5, la Corte di cassazione ha ribadito che l'esame delle censure riguardanti il vizio di motivazione dell'atto amministrativo deve riportare "testualmente" il contenuto che richiama asseritamente viziato, secondo la motivazione del giudice di merito.
Anche per la censura riportata nel settimo motivo è stato confermato il vizio di autosufficienza. In conclusione, è onere del ricorrente operare una sintesi funzionale alla piena comprensione delle censure mosse alla sentenza impugnata, al fine di consentire un esatto parametro di valutazione chiaro legato alla riproduzione dell'intero contenuto degli atti processuali di cui si verte in merito alla motivazione della sentenza impugnata.
ilvibonese.it, 24 giugno 2019
Anche la casa circondariale vibonese, in collaborazione con Libera e Sbv, aderisce alla campagna di sensibilizzazione europea "Non un mio crimine ma una mia condanna". "Non un mio crimine, ma una mia condanna" è il grido dei 100.000 bambini che ogni giorno entrano nelle 213 carceri italiane per incontrare il proprio papà o la propria mamma detenuti.
Ogni giorno varcano il portone degli Istituti penitenziari per incontrare il proprio genitore, per mantenere il legame affettivo fondamentale per crescere; sono emarginati a scuola, nel quartiere dove vivono, nel gruppo sociale di appartenenza poiché sono figli di genitori detenuti.
L'associazione Bambinisenzasbarre da 13 anni si occupa di questi bambini, ne accoglie 10.000 nei suoi "Spazi gialli" e difende il diritto di avere l'affetto dei propri genitori durante la detenzione; promuove il mantenimento della relazione figlio-genitore durante la detenzione e tenta di sensibilizzare la società civile perché si faccia carico dei diritti umani, sanciti dalle convenzioni internazionali, in favore dei minori separati dai propri genitori detenuti, affinché il diritto alla genitorialità venga garantito, culturalmente assimilato e reso parte del sistema valoriale.
Quest'anno anche la Casa Circondariale di Vibo Valentia, grazie alla lungimiranza del direttore Angela Marcello, all'impegno di Chiara La Cava (responsabile area educativa) e del comandante Domenico Montauro, ed alla collaborazione del Sistema bibliotecario vibonese e di Libera Vibo Valentia, aderirà alla campagna di sensibilizzazione europea "Non un mio crimine, ma una mia condanna", riconoscendo la valenza trattamentale dell'iniziativa a sostegno delle relazioni familiari.
Nella mattinata di domani, martedì 25 giugno, presso l'"Area verde" dell'istituto attrezzata per l'occasione, si svolgerà un momento di festa, di incontro tra genitori detenuti ed i loro figli, proprio per rimarcare il diritto dei bambini di frequentare i loro papà e sottolineare il concetto che la carcerazione interrompe molti aspetti della vita, ma non dovrebbe mai interrompere il legame figlio-genitore; ad animare l'evento, alcune volontarie di Libera Vibo Valentia e delle animatrici professioniste, che intratterranno con tanti giochi e sorprese i più piccoli; ci sarà spazio anche per le letture ad alta voce, condotte da Anna Caruso e Katia Rosi del Sistema bibliotecario vibonese.
Inoltre, in occasione dell'iniziativa, il polo culturale vibonese diretto da Gilberto Floriani regalerà ad ogni bambino una copia del libro "Mago Mantello" di Francesco Domenico Giannino; l'autore, tra i fondatori dell'organizzazione di volontariato Compagnia del Mantello, unendo la sua esperienza di maestro alla sua attività di volontario ospedaliero ha deciso di portare il suo simpatico Mago dove c'è più bisogno di sorridere, ossia nei reparti di oncologia, nelle carceri, nelle ludoteche dei reparti pediatrici, dando vita ad un vero e proprio progetto nazionale. Le oltre 100 copie di "Mago Mantello" donate lo scorso maggio dalla Compagnia ai bambini calabresi saranno consegnate dal Sbv, oltre che ai figli di detenuti e a tutti i bambini del comune di Limbadi.
casertasette.com, 24 giugno 2019
Attestati, riconoscimenti, targhe ricordo e tanti apprezzamenti ed applausi nella gremita aula Franciosi, del dipartimento di Giurisprudenza dell'Università della Campania "Luigi Vanvitelli" a Santa Maria Capua Vetere, per la cerimonia di consegna - lo scorso 20 giugno - degli attestati di partecipazione agli studenti e corsisti dello stage di Diritto penitenziario e Giurisdizione di Sorveglianza alla presenza del Prefetto di Caserta, Raffaele Ruberto.
Presenti, il Direttore del dipartimento prof. Lorenzo Chieffi, il come Garante dei detenuti, prof. Samuele Ciambriello e gli ideatori del corso: il prof. Mariano Menna, titolare dello stage di diritto penitenziario e Giurisdizione di sorveglianza e la dottoressa Mena Minafra, referente del progetto "C'è tempo" svoltosi nell'ambito dello Stage.
Una sala gremita di studenti e corsisti dove si sono riproposti temi legati alla vita carceraria, trattati durante lo stage conclusosi con la consegna di attestati ma anche di targhe e riconoscimenti. Presenti molti addetti ai lavori e alcuni protagonisti che hanno raccontato le loro storie durante gli stage, come l'ex detenuto e attore Cosimo Rega (con un contributo in video), Filomena Lamberti (la donna che fu aggredita con dell'acido), Marisa Diana, la sorella del prete anticamorra don Peppe Diana e tanti operatori che lavorano nelle carceri campane, educatori, agenti e il Giudice di Sorveglianza Marco Puglia, destinatario anch'egli di una targa.
Applauditi in particolar modo il professor Mariano Menna e la dottoressa Mena Minafra per l'iniziativa che ha dato modo agli studenti di toccare con mano una realtà come quella carceraria spesso lontana dall'opinione pubblica.
Durante l'evento dal titolo "Carcere e Giustizia, ripartire dalla Costituzione", il sindaco di Santa Maria Capua Vetere, Antonio Mirra, ha annunciato - come riferisce oggi il Mattino - anche la prossima gara per l'allacciamento della rete idrica della città al carcere. "La procedura per la realizzazione della rete idrica per il carcere di Santa Maria Capua Vetere è in dirittura di arrivo e la gara sarà bandita a breve.
Purtroppo, ci sono stati dei passaggi burocratici da rispettare, come lo step della conferenza dei servizi ed altro ma, anche con lo sforzo del poco personale dell'ufficio tecnico, entro breve riusciremo a pubblicare il bando per consentire la partecipazione delle imprese interessate".
Come nella lezione del 10 maggio scorso, il Prefetto Raffaele Ruberto e tutti i partecipanti alla manifestazione hanno rivolto un caloroso applauso alla polizia penitenziaria che ogni giorno svolge il proprio lavoro con rigore e fatica: in particolar modo è stato rivolto un ringraziamento particolare al dottor Gaetano Diglio, comandante del carcere di Poggioreale per le vicende note degli ultimi giorni (di pochi giorni fa una protesta dei detenuti).
Presenti anche il dottore Michele Lastella vicario del Prefetto di Caserta, il comandante del carcere di Secondigliano, Antimo Cicala e la dottoressa Antonella De Simone del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Presenti 120 studenti e alcuni detenuti dei penitenziari di Santa Maria e Pozzuoli. Il musicista Marco Zurzolo ha inviato un messaggio ai ragazzi così come ha fatto il fotografo Giovanni Izzo.
La dottoressa Mena Minafra ha ringraziato pubblicamente tutti gli artisti che hanno contribuito alla realizzazione del la parte culturale ed artistica dello Stage, citando tutti i nomi: i Musicisti Marco Zurzolo, Marco De Tilla, Davide Davide Costagliola e Carlo Fimiani e Alessandro Tedesco; gli Attori: Pietro Bontempo, Corrado Taranto, Andreina Raucci e Cosimo Rega. Inoltre, un particolare ringraziamento è stato rivolto al Fotoreporter Giovanni Izzo "perché le sue non sono fotografie ma dipinti parlanti" e Paola Mattucci presidente dell'Associazione Mitreo Film Festival.
di Mariaconsiglia Flavia Fedele
mardeisargassi.it, 24 giugno 2019
"Odio gli indifferenti", affermava Antonio Gramsci. Per questo non possiamo più tacere. Da giorni, nelle carceri italiane e, in particolare, nel penitenziario di Poggioreale, nel cuore di Napoli, si sta consumando un'importante rivolta. I detenuti, infatti, come spesso accade con l'aumento delle temperature e del conseguente degrado dei luoghi di detenzione, chiedono maggiori diritti, condizioni migliori che consentano loro di preservare lo status di esseri umani. Chiedono, su tutto, l'accesso all'acqua.
Molte delle strutture della Penisola, infatti, presentano tubature logorate dal tempo, dall'usura, da una manutenzione scarsa e inefficiente. Condutture incapaci, quindi, di garantire il giusto rifornimento a tutti gli ospiti - il più delle volte ben sopra il numero consentito - e a ciascun piano degli edifici in questione. Per tale motivo, in molti di essi si mettono in atto delle soluzioni alternative quali il limitare le forniture nelle ore notturne.
Segnalazioni arrivano, come denuncia anche il Garante dei Detenuti della Campania Samuele Ciambriello, oltre che da Napoli, da Ariano Irpino, Salerno, Bellizzi Irpino e da Santa Maria Capua Vetere, penitenziario noto per essere stato inaugurato senza acqua potabile e per il quale nel 2015 - dunque quattro anni fa - la Regione Campania ha stanziato circa 2 milioni di euro per intraprendere i lavori di costruzione della condotta. Lavori attualmente non avviati perché, segnala l'Associazione Antigone, ancora non è stata indetta la gara d'appalto europea. Per un'altra estate, dunque, circa 1000 persone dovranno continuare ad arrangiarsi con un pozzo semi-artesiano munito di impianto di potabilizzazione. Come se non bastasse, il carcere del casertano dista appena 600 metri dallo Stabilimento di Tritovagliatura e Imballaggio Rifiuti, lo Stir, che con il caldo produce un olezzo talvolta insopportabile per i reclusi. Ma esempi di degrado simile, di acqua dilazionata o assente, non mancano in altre zone di Italia, come in Sicilia, nel carcere Petrusa di Agrigento.
Per ovvi motivi, allora, tra le principali conseguenze dello scarso accesso al bene primario per eccellenza, il disagio maggiore si ha in termini di igiene, quindi di salute. Proprio come sta succedendo nel penitenziario partenopeo dove, dopo un malore che ha visto protagonista un giovane prigioniero, sono montate numerose proteste, in particolare nel padiglione Salerno, a opera di circa 200 detenuti comuni. I reclusi, infatti, spaventati dalla possibilità di un'epidemia - per fortuna scongiurata -, intendono denunciare le condizioni inumane in cui sono costretti a sopravvivere e a reclamare il loro diritto a uno sconto di pena nient'affatto degradante.
A tal proposito, l'articolo 27 della Costituzione italiana si esprime in modo chiaro e deciso: Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma se il condannato è costretto a sovraffollamento, carenza di personale penitenziario e medico, abiezione, degrado, miseria e promiscuità, si può concretamente auspicarne la riabilitazione? Allo stato attuale sembra piuttosto difficile.
Il centro di detenzione di Poggioreale ospita circa 2400 persone, vale a dire 800 in più della sua capienza massima, per un totale di dieci padiglioni, di cui, al momento, due non agibili e uno per metà. I detenuti, quindi, sono costretti a vivere come bestie, ammassati gli uni agli altri tra pareti persino a rischio crollo, segnate dal tempo e dalla muffa. Come denuncia Ciambriello, però, per le aree Livorno, Salerno, Milano e Napoli il Ministero delle Infrastrutture ha stanziato circa 12 milioni di euro, fermi al Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche, impegnato nei sopralluoghi, con il rischio che i lavori vedano il via fra circa due anni, un tempo infinito per chi tra le mura della casa circondariale è costretto a trascorrere ancora molti giorni: "Chiedo ufficialmente il commissariamento, la nomina di un commissario ad acta per questi lavori con l'obiettivo di coniugare efficacia ed efficienza", ha dichiarato il Garante dei Detenuti.
Quella dello scorso 16 giugno, infatti, rischia di non essere una semplice protesta, bensì la miccia di una contestazione - stavolta finita senza gravi danni o feriti - che potrebbe perdurare o riaccendersi alla prossima occasione, mettendo in pericolo non solo i detenuti, ma anche gli agenti, in numero sempre ridotto rispetto al necessario: "Il sotto organico degli agenti, il cui lavoro è encomiabile, è il vero problema: di 4000 impiegati in Campania, 800 al giorno di media non lavorano per varie motivazioni, fra cui la principale è il logorio psicofisico professionale, per cui chi rimane fa dei turni massacranti. Stando ai dati, ci sono circa 12mila persone che devono fare il loro ingresso in carcere. Sono necessari, quindi, più agenti, più educatori, più assistenti sociali. Alla persona che sbaglia va tolto il diritto alla libertà, non alla dignità".
L'universo carcerario resta, comunque, un buco nero nell'informazione e nella legge italiana, entrambe grandi assenti quando si tratta di diritti, in questo caso di chi ha commesso un reato, per l'opinione pubblica un reietto mantenuto dallo Stato che gli garantisce vitto e alloggio. In fondo, se ci si limita a leggere quelle che dovrebbero essere le condizioni di vita galeotta secondo regolamento, il quadro che ne viene fuori è alquanto accettabile, con la dignità umana mai messa in discussione.
Quando si oltrepassano le sbarre, invece, le porte dell'inferno si spalancano al nuovo inquilino con l'articolo 3 della Convenzione dei Diritti Umani - che proibisce la tortura e il trattamento o la pena disumani o degradanti, uno dei traguardi più importanti delle società moderne - del tutto depennato. Violazione che ha portato, anche recentemente, alla condanna da parte della Corte di Strasburgo nei confronti dell'Italia, rea non solo di non garantire condizioni imprescindibili al recluso, ma anche di non impegnarsi in alcun modo alla sua riabilitazione, specie nei casi di ergastolo ostativo, dunque senza possibilità di condizionale. Un problema che, tuttavia, non riguarda soltanto le situazioni più gravi.
Nel nostro Paese, infatti, in nome di una sicurezza del cittadino mai garantita ma sempre sbandierata e in barba a una Costituzione che parla di pene, in contrasto a un qualsiasi reato l'unica condanna si rivela la detenzione. Pensare a un processo di decarcerizzazione al fine di individuare un luogo e una modalità diversa di sconto della colpa, invece, sarebbe una prima importante soluzione, un tentativo di rispondere a esigenze e, soprattutto, a dignità di ogni singolo individuo coinvolto. Un concetto che, tuttavia, si rivela del tutto estraneo al legislatore italiano.
A tal proposito, è di appena pochi giorni la notizia di un accordo interministeriale che consentirà al governo di costruire una casa circondariale negli spazi dell'ex Caserma Cesare Battisti di Cavalleggeri, quartiere periferico di Napoli, già storicamente bistrattato e complesso, trovandosi alle spalle dell'area un tempo occupata dall'Italsider e dall'Eternit, con conseguenti danni alla popolazione, vittima di amianto e abbandono. "Ci opporremo a questa scelta non condivisa. Realizzare una qualsiasi opera (a maggior ragione quando impattante) senza ascoltare le esigenze delle comunità mostra quanto sia profondo il solco tra governo e cittadini", ha tuonato Diego Civitillo, Presidente della X Municipalità partenopea.
Il protocollo è stato firmato il 13 giugno presso Palazzo Salerno, in Piazza del Plebiscito, dai Ministri Bonafede e Trenta, rispettivamente a capo della Giustizia e della Difesa, al fine di individuare aree militari inutilizzate dove possano essere realizzati nuovi penitenziari in modo da scongiurare il sovraffollamento: "Abbiamo ereditato una situazione carceraria drammatica. Invece di fare indulti e leggi svuota-carceri che non servono a nulla, abbiamo deciso di investire risorse nell'edilizia penitenziaria", ha dichiarato Bonafede, chiarendo senza indugi la posizione in tema dell'attuale esecutivo, confermatosi distante dalla realtà e dalla Costituzione.
Nello specifico, la struttura di Cavalleggeri verrà destinata a madri detenute o a minori, supportando così gli istituti di Pozzuoli e Nisida. L'accordo, ovviamente, soddisfa i firmatari i quali, massimizzando il risultato grazie a questa reciproca collaborazione, diminuiranno spesa e tempi di risoluzione dei rispettivi problemi, ma condannano la gente comune, come sempre inascoltata dalla politica.
Ancora una volta, infatti, a non essere interpellati, sono stati i cittadini, in particolare quelli dell'area circostante che vedranno mutare il volto di un quartiere già lento nella sua proiezione nel futuro e debole in termini di offerta proposta a chi lo abita, con il rischio di ulteriore abbandono di una periferia che potrebbe farsi ancora più periferica. Così come potrebbe succedere altrove, considerando che le prossime costruzioni saranno quattro e altrettante le ulteriori sedi individuate.
L'ex Caserma Cesare Battisti, inoltre, avrebbe potuto rappresentare un importante polmone verde per la zona, una vasta area in balia di se stessa da più di dieci anni che nessuno ha pensato di riqualificare e mettere a disposizione della cittadinanza. Soprattutto in una comunità come quella partenopea in cui i minori non hanno alcun luogo di aggregazione o socialità, parchi in cui giocare, trascorrere i propri pomeriggi e combattere la noia, spesso miglior alleata della micro e della macro criminalità. Al tempo stesso, avrebbe potuto farsi casa di donne costrette a rifugiarsi altrove per la propria sicurezza, per non rischiare di soccombere all'ennesimo marito violento o stupratore di turno. E, invece, tanto per cambiare, alle gabbie interiori che già affliggono le categorie più deboli, si sceglie di costruirne delle altre, come a tenerle sempre più lontane da un mondo che le rifiuta e nel quale sono inadatte ad ambientarsi senza alcun tipo di supporto.
Odio gli indifferenti, affermava Antonio Gramsci. Per questo non possiamo più tacere. Per questo, dobbiamo smettere di pensare che soprusi, violenze, violazioni, diritti negati riguardino solo i delinquenti. Per questo, dobbiamo smettere di gioirne. Perché non siamo semplici esseri viventi, siamo esseri umani. Fuori e, ancor più, dietro le sbarre.
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