di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 giugno 2019
"In nome di una idea sgrammaticata di "certezza della pena", si insegue un consenso popolare costruito sulla sollecitazione delle emotività più rozze e violente della pubblica opinione: il detenuto "marcisca in carcere". Una vocazione "carcero-centrica" in spregio della Costituzione, che non certo a caso fa riferimento alle "pene" (art. 27) e non alla "pena": dunque non solo carcere, ma anche altre sanzioni e misure che possano responsabilizzare il condannato in un percorso punitivo-rieducativo che consenta il suo recupero".
modenatoday.it, 25 giugno 2019
Nella Regione le celle sono più affollate del consentito e anche della media nazionale. A Modena solo un educatore ogni 168 detenuti. Dopo alcuni anni di deflazione, il tema del sovraffollamento penitenziario è nuovamente cruciale. E l'Emilia-Romagna non fa eccezione.
A fine marzo sono 3.641 i detenuti presenti, pari al 6% della popolazione carceraria nazionale. La regione è sopra la media nazionale per indice di sovraffollamento: al 31 marzo 2019 è al 129,8% contro il 120% del nazionale. Ciò significa che in regione gli spazi previsti in termini di capienza regolamentare per cento detenuti ne vedono presenti 130 con un'eccedenza di un terzo circa.
È quanto emerge dal Rapporto sulle condizioni di detenzione in Emilia-Romagna realizzato dalla sezione regionale di Antigone. "Il sovraffollamento incide sulla qualità della vita detentiva e puo' contribuire a comprimere diritti e aspettative dei detenuti, riducendo le possibilità di accesso alle attività trattamentali, ai servizi sanitari e scolastici, alle opportunità ricreative - si legge nel Rapporto - Considerando i dati da noi raccolti nel 2018, è difficile sostenere l'idea che sia l'eccesso di detenuti a determinare tale drammatico sbilanciamento: questo dato imbarazzante riflette piuttosto il dimensionamento strutturale delle attività rieducative e di supporto".
In media il rapporto tra detenuti ed educatori (lo staff dell'area giuridico-trattamentale) è di 80 a uno con picchi di 168 a uno nella casa circondariale di Modena dove ci sono tre educatori in organico, e di 118 a uno a Bologna dove gli educatori sono sette. A titolo di paragone si consideri che il rapporto medio tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria è di 2 a 1 con picchi di 1,4 a 1 a Rimini e Ravenna.
Meno di un terzo dei detenuti presenti nei dieci istituti penitenziari della regione lavora: 1.097 a fine 2018, di cui 36 per datori di lavoro esterno (in Veneto questi ultimi sono 350 e in Lombardia 287). Ricco, invece, il quadro su corsi di formazione qualificata: 17 attivati nel secondo semestre del 2018 con 156 iscritti, di cui 89 stranieri, ovvero il 4% dei reclusi. "Numeri contenuti che però collocano l'Emilia-Romagna al quinto posto in ambito nazionale dopo Lombardia, Puglia, Lazio e Piemonte".
Nello stesso periodo sono 20 i corsi conclusi con 166 iscritti e 149 promossi con titolo accreditato. In media l'11,1% dei detenuti è coinvolto in corsi professionali: sopra la media Ravenna con il 32,4% e Ferrara con il 14,2%. Scolarizzazione primaria e secondaria inferiore garantite ovunque: il 23,9% va a scuola, percentuali più elevate a Bologna (50,1%), Castelfranco Emilia (30,6%) e Ravenna (27%). Offerta sportiva disomogenea ma in otto istituti su dieci è garantito ai detenuti che lo chiedono almeno un accesso settimanale alla palestra.
Il regime a celle aperte è applicato in modo parziale, mentre in quasi tutti gli istituti è possibile cucinare in cella. Gli spazi destinati ai congiunti sono "tendenzialmente dignitosi". Quelli per la pratica di culti non cattolici sono presenti solo a Ferrara, Modena, Piacenza e Reggio Emilia, mentre il menù specifico per i detenuti musulmani sarebbe garantito ovunque.
Sette detenuti su dieci in Emilia-Romagna hanno una condanna definitiva, i restanti sono equamente distribuiti tra soggetti in attesa di primo giudizio e altri non definitivi (appellanti, ricorrenti, posizioni miste). Sono 581 i reclusi in circuiti specifici: 41 bis, alta sicurezza, collaboratori di giustizia, semiliberi, ex articolo 21, isolamento disciplinare e sanitario, transgender.
"In regione sono detenuti solo esponenti dell'area antagonista (matrice anarchica), mentre non sono presenti imputati o condannati per delitti connessi al terrorismo di matrice jihadista". Sono 7 i detenuti in AS2, il circuito dedicato alle forme di eversione politica, a Ferrara. Sono 65 i detenuti in regime di 41 bis a Parma, 28 quelli in AS1 (sempre a Parma) e 281 in AS3 tra Bologna, Ferrara, Piacenza, Parma. I soggetti residenti in regione in carcere sono 2.494 su 3.641, tra loro anche molti stranieri residenti in Emilia-Romagna.
abruzzoweb.it, 25 giugno 2019
Il Ministero della Giustizia dovrà risarcirlo con un milione di euro, essendosi gravemente ammalato di cuore a causa di un'infezione di legionella, contratta mentre era in servizio nel carcere dell'Aquila. A stabilirlo è stato il Tribunale amministrativo regionale. A riferirlo il quotidiano Il Centro. Protagonista della vicenda un aquilano 60enne, assistente capo della polizia penitenziaria del carcere delle Costerelle.
A fine ottobre del 2011 l'uomo ha contratto la legionella bevendo l'acqua della caserma del carcere dove prestava servizio. L'infezione gli ha poi provocato una polmonite, che a sua volta ha determinato un grave scompenso cardiaco. Ora l'uomo ha un'invalidità del 100% e sta attendendo il trapianto di cuore.
Da oltre otto anni l'uomo ha ingaggiato una battaglia legale. Determinante per la sentenza a lui favorevole una perizia del 2014, che ha confermato oltre ogni ragionevole dubbio, l'esistenza di un nesso di causa tra la legionellosi e la grave malattia cardiaca, e dunque con il danno biologico e l'invalidità permanente.
Fuori di dubbio che la contrazione dell'infezione è avvenuta nel carcere come accertato dalle analisi di laboratorio eseguite sui campioni d'acqua prelevati nel novembre 2011. Il Tar non ha potuto far altro che condannare il ministero della Giustizia al maxi risarcimento del codice civile, che impone al datore di lavoro di tutelare l'integrità fisica dei propri dipendenti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 giugno 2019
Anna Beniamino e Silvia Ruggeri manifestano per la detenzione. Solidarietà da parte delle detenute al 41bis. Il Dap, intanto, ha disposto il trasferimento di Natascia Savio, un'altra del movimento.
Sono passati 28 giorni e le due donne anarchiche Anna Beniamino e Silvia Ruggeri, ancora continuano a fare lo sciopero della fame all'interno dell'alta sicurezza del carcere de l'Aquila, una sezione dove vigono regole restrittive che però non si discostano addirittura dalle cosiddette aree riservate del 41 e, teoricamente, ciò non dovrebbe accadere, così com'è stato denunciato dall'avvocata Caterina Calia tramite un reclamo al tribunale.
"Bevono solo una tisana, non prendono nemmeno un integratore, nulla", fa sapere il legale di Anna Beniamino. Uno sciopero della fame, così prolungato, che sta debilitando inevitabilmente sempre di più il loro corpo. Una di loro attende il medico autorizzato dal gip, ma da almeno 20 giorni - fanno sapere i legali - ancora non è giunto per la visita, nonostante più volte i difensori si sono recati in carcere per poter parlare, invano, con chi di dovere.
Ma nel frattempo si è aggiunto un altro episodio. Nonostante il clamore mediatico, almeno regionale, e la presa di posizione di alcuni politici della regione Abruzzo, in quella sezione è stata trasferita dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria un'altra donna. Si chiama Natascia Savio, 35enne, anarchica anche lei, ed è stata arrestata il 21 maggio in Francia e tradotta nel carcere di Bordeaux.
Dopodiché è stata estradata in Italia, di passaggio nel carcere di Rebibbia, per poi essere trasferita nella sezione As2 de L'Aquila. Anche Natascia ha intrapreso lo sciopero della fame. Questo trasferimento, agli occhi delle detenute, è apparso come una provocazione visto che l'obiettivo dello sciopero è il trasferimento immediato presso un altro carcere e la chiusura della sezione dove sono recluse.
Più passa il tempo, più aumenta a macchia d'olio la solidarietà da parte di altre detenute Oltre ai loro compagni anarchici reclusi in altre carceri, Infatti, sempre nel carcere de L'Aquila, le donne recluse al 41bis, apprendendo la notizia dello sciopero della fame tramite il tg regionale, hanno cominciato ad intraprendere la battitura delle bottigliette di plastica come forma pacifica di solidarietà.
Uno sciopero della fame che non è una novità nella galassia anarchica. Negli anni 70 l'attuò Pasquale Valitutti, conosciuto per essere l'unico testimone della morte di Giuseppe Pinelli, volato dalla finestra dal quarto piano della questura di Milano. Oggi, malgrado da anni sia costretto a vivere su una sedia a rotelle, continua a manifestare e partecipare alle lotte politiche. Ma la sua storia, appunto, riguarda anche lo sciopero della fame che intraprese, quando, durante i cosiddetti anni di piombo, finì in prigione con l'accusa di lotta armata.
Intraprese uno sciopero della fame che durò oltre un mese ed è lì che si ammalò. Ma lo sciopero della fame è un metodo che fu applicato anche dagli anarchici degli anni 20. In primis da Errico Malatesta, il fondatore del famoso quotidiano "Umanità nuova" e uno dei principali teorici del movimento anarchico. Venne arrestato, ingiustamente, nel 1920 e intraprese uno sciopero della fame che gli minò le sue condizioni fisiche.
Una pratica che però non va sempre a buon fine. Si può morire anche. L'ultima morte a causa dello sciopero della fame in carcere è avvenuta nel 2017. Parliamo di Salvatore "Doddore" Meloni, l'indipendentista sardo di 74 anni che stava scontando alcune condanne per reati fiscali. Dopo 50 giorni di carcere e 50 giorni di sciopero della fame aveva ricominciato a bere, ma quel corpo da gigante era gravemente fiaccato e morì in ospedale.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 25 giugno 2019
Era emozionato Max Paiella al termine dell'esibizione nella Casa circondariale di Velletri, organizzata, in occasione della Festa della Musica, dall'Ordine degli avvocati di Roma. Con lui c'era l'inseparabile Attilio Di Giovanni, tastierista di cantautori esilaranti creati e interpretati da Paiella in quindici anni di presenza alla trasmissione radiofonica Il Ruggito del Coniglio, come il brasiliano depresso Vincius du Marones, il greco imbroglione Demetrios Parakulis, il virilizzatore russo Nikola Tkorkov. Applausi e risate dal pubblico conquistato dalla sua comicità, dalle ballate parodistiche e dallo swing coinvolgente.
"Era la prima volta che entravo in un carcere e intrattenere un pubblico di persone in stato di detenzione - racconta l'artista romano - è stata un'esperienza faticosa ma al tempo stesso molto intensa, in cui ho incontrato un'umanità dolente, difficile ma piena di voglia di vivere. Sono rimasto colpito anche dalla grande disponibilità del personale che lavora nella casa circondariale per la grande gentilezza".
L'evidente emozione, inaspettata in un implacabile dissacratore che ha sorpreso anche operatori penitenziari e organizzatori, porta a evitare domande "scanzonate" e a lasciare spazio ad altri tipi di quesiti. Ci rivolgiamo dunque al Paiella attento osservatore del sociale, degli aspetti belli e brutti della nostra società. Un artista interessato a promuovere quella che definisce la "sostenibilità del bene" e che lo ha portato di recente a dedicare un audiolibro a Rodari per le tante risposte che danno le sue storie "a domande poste con profondità e leggerezza dai bambini su temi importanti che ci riguardano tutti".
Come è stato imbracciare la chitarra sul palcoscenico di un carcere?
"Mi ha colpito la grande disponibilità ad apprezzare la musica e l'intrattenimento da parte dei detenuti. Ho notato la necessità di vivere a pieno ogni momento e comunicare le proprie emozioni, questo mi ha commosso, mi ha fatto apprezzare maggiormente la libertà e la possibilità di esprimermi. Lo stato di detenzione è una condizione in cui la verità più profonda dell'essere umano esce fuori con tutta la sua forza".
Lei è nato e vive a Roma e gran parte dei suoi personaggi hanno caratteristiche (vizi, cinismo, espressioni...) tipicamente romane, apprezzati comunque ormai anche dal pubblico di tutta Italia. Nel carcere di Velletri però ci sono anche molti detenuti stranieri. È riuscito a coinvolgere anche loro?
"Credo di esserci riuscito. La musica e le parole possono essere un veicolo di messaggi importanti ma prima di tutto veicolano emozioni. In caso contrario non potremmo apprezzare canzoni in inglese di cui spesso non capiamo a pieno il significato".
Oggi Max Paiella sarà in un altro inconsueto contesto, lo Spazio We Gil di Largo Ascianghi, a Roma, evento dedicato ai temi dell'inclusione e della partecipazione dove alle 17,30 leggerà alcuni brani tratti dal Libro dei Perché di Gianni Rodari. A chi gli ha chiesto (al Salone del libro di Torino dove l'audiolibro è stato presentato) il motivo di questa scelta ha risposto: "Perché è un trattato sull'altruismo, sulla tolleranza, sulla comprensione dell'umanità, nel bene e nel male, sull'importanza dell'aiutare le persone diverse e disagiate".
Una risposta che spiega in fondo anche perché abbia accettato di esibirsi di fronte "all'umanità dolente" del carcere, un pubblico diverso eppure con tanto bisogno di risate, musica ed emozioni positive.
24live.it, 25 giugno 2019
"La struttura va potenziata". I deputati nazionali del Movimento 5 Stelle, Alessio Villarosa e Grazia D'Angelo sono stati in visita istituzionale alla Casa Circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto, riscontrando la criticità segnalate dagli operatori e la necessità di messa in sicurezza da parte del Ministero della Giustizia.
"Non permetteremo che fatti come quelli accaduti di recente - ha dichiarato il sottosegretario del Ministero dell'Economia e delle Finanze Alessio Villarosa - possano continuare a destabilizzare una struttura efficiente ma che va potenziata e messa in sicurezza al più presto, utilizzando i fondi destinati all'edilizia carceraria, ancora in larga parte non sfruttati". La Casa circondariale Vittorio Madia di Barcellona Pozzo di Gotto al momento ospita 230 detenuti, suddivisi in 5 reparti, ed ha bisogno di un reale potenziamento sia nell'organico, sia nelle misure di sicurezza.
"Come promesso - spiega Villarosa - dopo un primo incontro informale con i lavoratori, oggi insieme alla collega Grazia D'Angelo abbiamo visitato ufficialmente tutta la struttura carceraria, grazie alla disponibilità della direttrice, che ci ha fornito un report dettagliato illustrandoci le principali criticità dei plessi, tre dei quali sono ancora chiusi in attesa dei lavori di ristrutturazione".
"Il nostro obiettivo - chiarisce la senatrice Grazia D'Angelo, componente della Commissione Giustizia a Palazzo Madama - è quello di intervenire nell'immediato sottoponendo le problematiche riscontrate al sottosegretario Vittorio Ferraresi e al Ministero. Le priorità sono quelle di garantire dei collegamenti fra i vari edifici presenti all'interno della struttura, ovviamente nel rispetto dei vincoli imposti dai Beni culturali, e di far fronte a tutte le difficoltà organizzative, lavorative e strutturali di una realtà complessa che ospita inoltre circa 70 detenuti con problemi psichici".
di Mattia Feltri
La Stampa, 25 giugno 2019
Se la notte scorsa è rimasta senza soluzione, oggi sarà il tredicesimo giorno in cui ai quarantadue naufraghi della Sea Watch sarà impedito di sbarcare in Italia. C'è stato un tempo, non tanto lontano, nel quale una decisione del genere, così irrimediabile, sfrontatamente cinica, disumana, avrebbe sollevato le rimostranze di molti.
Le rimostranze ci sono ancora, sempre qualcuna in meno, sempre meno vibranti o meno divulgate: tutto invecchia rapidamente, viene a noia, diluisce nella ripetitività, anche le regole di una politica che afferma la sua vigoria su un manipolo di migranti indegni non si dice dell'accoglienza, ma del soccorso.
Senza accorgersi si arretra, e intanto che Matteo Salvini non arretra affatto, dice e di conseguenza fa, nell'approvazione febbrile dei suoi sostenitori - colmi di appassionata intensità, diceva il poeta. Siamo arrivati a un punto imprevedibile, poiché a chi ha portato la responsabilità della politica è sempre successo di fare il male in nome di un bene successivo. Non è mai una buona scelta: fare il male per il bene è illudersi che male e bene siano merci di un buon baratto.
E però è successo, e chi sceglieva il male in nome di un bene successivo brigava nell'ombra per scampare al giudizio morale degli elettori, che quando sono giudici, si sa, non prevedono attenuanti. Salvini no, lui fa tutto sotto il sole, vuole essere visto, vuole essere investito da quel giudizio morale perché è un giudizio favorevole e crescente. Fare il male in nome di un male immediato, che appaghi il desiderio di spietatezza e lo commuti in consenso.
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 25 giugno 2019
Già avanti negli anni, sconta la massima pena per mafia: è in isolamento e non ha diritto a benefici, ma si è preparato al diploma classico. La commissione del liceo Berchet in carcere per fargli sostenere l'esame. L'esame di maturità sostenuto da una cella, con la prospettiva di non uscirne mai. Un uomo condannato all'ergastolo ostativo, dopo un tempo lunghissimo al carcere di Opera, sceglie di cambiare la sua testa, non potendo cambiare la sua vita.
Apre i libri di greco, latino, filosofia. Studia solo, per anni, immaginando di essere tra i banchi del liceo classico. E in questo modo adesso può riscuotere quello che si è conquistato: l'attenzione di una schiera di professori che oggi lo ascolteranno, per circa mezz'ora. Interessati a capire (forse) non solo che cosa ha imparato delle varie materie, ma anche come è cambiato in tutti questi anni. E chi è diventato adesso, come persona.
I commissari del Berchet entreranno nel penitenziario. Saranno lì apposta per lui, che non incontra mai nessuno. Un po' emozionati, come lo è senz'altro quel maturando/detenuto per cui la legge esclude a priori benefici penitenziari ma soprattutto la possibilità di un "riesame" della situazione generale: non gliela concederanno mai, durante l'infinito sforzo di rieducazione in cella. È così per sette ergastolani su dieci, inchiodati alla pena perpetua "rigida e immodificabile" dell'ostativo (regime per cui la Corte europea ha appena condannato l'Italia affermando che viola la Convenzione dei diritti dell'uomo).
In carcere ci si dovrebbe riabilitare: ma da dove dovrebbe trarre motivazione il detenuto, se sa che nessuno riconoscerà i progressi che ha fatto nel percorso rieducativo? Ecco allora la cultura che in un certo senso libera (la radice della parola "libro" sta proprio lì...) da quell'orizzonte chiuso. L'ergastolano chiamato dalla commissione d'esame ha già conquistato proprio questo: la speranza di essere finalmente visto da qualcuno (i professori?) per come è diventato, "riconosciuto" come uomo diverso da prima, valutato per ciò che dimostra oggi e non solo per il reato che ha commesso ieri. È un diritto, in fondo: l'aspettativa al riconoscimento dell'avvenuta rieducazione. Se lo sguardo degli altri ci definisce, è una opportunità tutt'altro che banale, anzi preziosa, vitale.
"Libertà è credere ostinatamente che ci sia una strada diversa e possibile. È scegliere attimo per attimo, nel presente, sapendo che nessuna scelta è mai definitiva: il perdono più difficile è quello che viene (o non viene) da noi stessi, ma sempre ci si può correggere, si può riparare", ripeteva Carmelo Musumeci, ex boss della Versilia diventato simbolo degli uomini ombra, i condannati all'ergastolo ostativo.
Lui ha scontato trent'anni di carcere, molti durissimi, in isolamento completo, dovendo chiedere il permesso per tutto, persino per un foglio su cui scrivere, e senza nemmeno l'ora d'aria. Solo, fermo a guardare il muro della sua stanza con la branda e una valigia che non poteva preparare mai. Lui - caso unico ed eccezionale - è riuscito incredibilmente a ribaltare la propria storia, distogliendo lo sguardo da quel muro e puntando altrove.
La sua scarcerazione, che pareva impossibile, è avvenuta. Libertà è partecipazione anche rispetto al proprio destino, insegna la storia unica di Musumeci. Il maturando, già avanti con gli anni, è solo all'inizio del cammino. Porta sulla coscienza il peso di una condanna per criminalità organizzata e continua a scontare la sua pena, privato del diritto più prezioso: la libertà di movimento, di espressione, di viversi gli affetti. Eppure almeno per oggi, almeno per mezz'ora, qualcuno lo guarda nel presente, qualcuno lo ascolta. E lui spera.
quotidianomolise.com, 25 giugno 2019
L'assessore Nicola Cavaliere: "Il potere educativo dell'agricoltura non ha confini". Stamane a Larino conferenza stampa di presentazione di un progetto importante che unisce cultura, lavoro e sociale e che rivela il valore più profondo e non solo economico dell'agricoltura.
"Dalla conoscenza alla tutela del patrimonio ambientale" è il nome dell'iniziativa, promossa dalla Direzione della casa circondariale del centro basso molisano e approvata dall'Arsarp e dalla Regione Molise, che si sviluppa in due fasi: teoria e pratica per entrare a stretto contatto con la biodiversità e per educare alla difesa dell'ambiente e del territorio.
Il territorio è proprio uno dei settori in cui la malavita negli ultimi anni coltiva maggiormente i propri interessi, quindi è importante ripartire proprio da qui e coinvolgere i detenuti del carcere di Larino, dove tra l'altro è presente da oltre un quinquennio anche una sezione dell'istituto Agrario, in un percorso esperienziale che aiuterà loro a guardare le cose da un'altra prospettiva.
"Si tratta - ha commentato l'assessore Nicola Cavaliere, presente stamattina alla conferenza - di un progetto nobile e ambizioso che merita il massimo sostegno da parte della Regione. Sono convinto che il programma otterrà ottimi risultati e l'auspicio è che tali forme di collaborazione possano evolversi in futuro per valorizzare sempre di più e a tutti i livelli il potere educativo dell'agricoltura".
di Letizia Cini
iltelegrafolivorno.it, 25 giugno 2019
"Lo studio è l'evasione della mente". Il braccio tatuato sbuca fra le sbarre della finestra. La mano stringe il lembo di un paio di pantaloncini azzurri: molletta, filo. Bucato steso. Sopra, una fila di scarpe da ginnastica appoggiate sul cemento del davanzale, messe lì a prendere aria, mentre nei corridoi risuonano le note di un brano del melodramma napoletano. Un'operazione quotidiana, ordinaria all'interno di un carcere. In un giorno che ordinario non è.
Nel cortile della Casa di reclusione De Santis di Porto Azzurro, nota a chiunque abbia una certa frequentazione con l'Isola d'Elba con il nome di Porto Longone, è appena iniziato l'open day di orientamento alla scelta dei corsi di laurea per i detenuti diplomati o in procinto di prendere la licenza superiore. Insieme ai maturandi, Saverio, Santino, Gianfranco, Alì, Giuseppe, Manlio, Leonard. Studenti detenuti, ragazzi che già frequentano un corso di laurea e ambiscono a un futuro migliore passando attraverso la porta della conoscenza.
"Sono 7", spiega con orgoglio Licia Baldi, presidente dell'associazione "Dialogo", motore dell'iniziativa, che da anni collabora con la casa di reclusione e - fra le tante iniziative - ha dato vita anche a "Universo Azzurro", che ha l'obiettivo di accompagnare i detenuti al conseguimento della laurea.
Composto, attento, il gruppetto di studenti speciali ascolta i docenti arrivati dall'Università di Pisa per consegnare nelle loro mani gli strumenti e i supporti capaci di aprire quella porta. Consigli e impegni concreti sui corsi di studio universitari. "Sono troppo vecchio ormai, qualche anno fa ci avevo pensato, ma poi è capitata un'opportunità di lavoro e ho lasciato stare", rompe il ghiaccio Lorenzo Bozano, l'ex biondino della spider rossa condannato per l'omicidio di Milena Sutter. Oggi vive in regime di semilibertà, facendo volontariato.
Per Giuseppe, invece, un futuro è ancora possibile. "Sono dentro per omicidio, avevo 22 anni e da quasi sette sono in carcere - spiega - Frequento filosofia, ho dato due esami; durante il giorno lavoro, in regime di semi libertà in un ristorante. Cosa mi ha spinto a mettermi sui libri? Il mio corpo è chiuso, ma la mia mente no".
Grazie all'uso di Skype garantito dal direttore della Casa di reclusione Francesco D'Anselmo, gli studenti possono sostenere gli esami senza lasciare lo Scoglio: non tutti godono dei benefici di legge. Lo sa bene M., 33 anni e 30 ancora da trascorrere dietro le sbarre: "Questo è l'unico luogo in cui la mente va indietro studiare è l'unico modo per evadere".









