di Luca Speranza
ilpescara.it, 21 maggio 2019
Tribunale, la digitalizzazione dei documenti affidata ai detenuti minorenni. Il Centro per la Giustizia Minorile per il Lazio, l'Abruzzo e il Molise ha sottoscritto a Pescara una convenzione con un'associazione che si occupa di detenuti, per affidare loro questo importante compito.
Digitalizzare tutta la documentazione del Tribunale di Pescara attraverso un percorso di reinserimento e recupero. Protagonisti del progetto i detenuti minorenni abruzzesi che, grazie alla convenzione firmata dal Centro per la Giustizia Minorile per il Lazio, l'Abruzzo e il Molise con l'Associazione di volontariato "Voci di Dentro", il Tribunale, l'Ufficio distrettuale di esecuzione penale esterna, l'Ufficio di Sorveglianza e la Casa Circondariale della città abruzzese potranno essere avviati a questo importante compito.
Oltre ai minori, anche altri giovani detenuti potranno partecipare all'iniziativa che prevede l'attività non retribuita da svolgere nel Tribunale di Pescara, dove a seguito di un'attività formativa potranno dematerializzare e archiviare in formato digitale atti e documenti che saranno archiviati nel sistema informatico del Tribunale, come ad esempio documenti post dibattimento penale, procedure d'appello e sentenze passate in giudicato.
di Marta Ghezzi
Corriere della Sera, 21 maggio 2019
Le idee di un parroco per creare legami con il quartiere. La Casa circondariale San Vittore infatti è in centro città. Costruita anche una "cella" nel cortile della chiesa. Il carcere di San Vittore, a Milano, è in piena città. Una circonvallazione corre proprio sotto le sue mura di cinta, intorno ci sono condomini, scuole, negozi, un teatro, i giardinetti dove giocano i più piccoli.
I detenuti sono i vicini di casa di un intero quartiere, ma solo sulla carta: sono una presenza muta, non c'è contatto. E sempre stato così, una prossimità vissuta nell'indifferenza. Fino a due anni fa. Quando dal territorio è emerso il desiderio di un legame.
"In una società davvero inclusiva non si esclude nessuno: quel tassello, il collegamento fra la comunità e il carcere, mancava. Ci siamo interrogati sul significato e su come riuscire a creare relazioni, dando vita a un piccolo gruppo di lavoro", spiega don Serafino Marazzini, parroco di San Francesco d'Assisi al Fopponino, la chiesa da cui è partita l'iniziativa. Legame, quando si parla di una casa di reclusione, non significa necessariamente contatto fisico.
"Abbiamo pensato che la prima cosa da fare fosse, molto semplicemente, raccontare cosa è il carcere. La gente non lo sa, c'è un immaginario collettivo falsato, terreno fertile per i pregiudizi, i sospetti, le paure", spiega Davidia Zucchelli, coordinatrice del Gruppo Carcere. Fra le prime mosse pubbliche c'è stato l'allestimento, lo scorso anno, di una cella carceraria dentro il cortile della chiesa. Una cella non diversa da quelle di San Vittore.
I partecipanti potevano scegliere se limitarsi a guardarla da fuori o se vivere, in prima persona, l'esperienza dell'ingresso in prigione. Il percorso, messo a punto da Caritas Ambrosiana, non fa sconti: dopo aver lasciato gli effetti personali si entra nella cella, e la porta viene chiusa. "Stupore, angoscia, solitudine, claustrofobia: i messaggi lasciati dai visitatori ci hanno fatto capire l'importanza di questo passaggio", dice una volontaria, Giovanna Bacchini.
Il gruppo ha poi studiato un fitto calendario di incontri per avvicinare il più possibile il mondo carcerario al grande pubblico. Hanno partecipato, fra gli altri, Giacinto Siciliano, direttore del carcere di San Vittore; Gloria Manzelli, dirigente dell'Amministrazione Penitenziaria e i volontari delle associazioni carcerarie "Il Girasole" e "Sesta Opera".
"Molte persone del gruppo hanno deciso di fare un percorso di formazione e ora entrano con regolarità a San Vittore come volontari. Altre seguono la raccolta di indumenti nuovi e usati per i detenuti e si occupano di fundraising", racconta don Marazzini. Che aggiunge: "il nostro obiettivo non è però avere tutti in prima linea. L'intento è stimolare, far nascere una nuova consapevolezza nel quartiere. Dietro al gruppo c'è un'intera comunità che stiamo cercando di coinvolgere". Piccoli passi in direzioni diverse.
Per Pasqua, sessanta bambini impegnati nel catechismo (fascia di età: 10-12 anni), sono stati invitati a scrivere (a casa) un biglietto di auguri a un detenuto. In questi giorni, infine, è partita la ricerca di giovani per un progetto di scuola di italiano nel periodo estivo. "I corsi seguono il calendario scolastico, così da metà giugno ai primi di settembre rimane un vuoto da colmare", rivela Zucchelli. "Il fundraising coprirà le spese vive di questa scuola estiva e servirà per dotare di nuovi arredi le sale dei parlatori del carcere".
agensir.it, 21 maggio 2019
Al via giovedì 23 maggio, alle ore 16, presso il carcere circondariale milanese di San Vittore il ciclo di lezioni concerto "Discovering Bach", format di cinque appuntamenti ideato per portare e raccontare la bellezza delle musiche composte da Joahn Sebastian Bach (1685-1850) ai detenuti ospiti di cinque strutture di reclusione italiane. Un progetto nato dall'incontro di Arnoldo Mosca Mondadori con Maria Cefalà, studiosa e interprete specializzata nel repertorio del grande artista tedesco e organizzato e promosso dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti onlus (
Cefalà, a partire dal primo appuntamento, sarà ogni volta protagonista al pianoforte di uno spettacolo da 50 minuti circa dove eseguirà dal vivo alcuni brani di Bach spiegando di ciascuno il senso rispetto alla storia e agli aspetti fondanti la poetica di uno dei più grandi geni musicali di ogni tempo. Le performance verranno precedute da brevi introduzioni sul tema della "bellezza" di cinque personalità del mondo della cultura, tra cui il giornalista scientifico Luigi Bignami, la dantista e scrittrice Maria Soresina, il cappellano del carcere di Padova e scrittore don Marco Pozza, il linguista e scrittore Agostino Roncallo.
A San Vittore sarà Arnoldo Mosca Mondadori a introdurre la scaletta riflettendo sulla vocazione alla spiritualità e quel senso del divino che emana l'arte di Bach, per il quale, secondo Leonard Bernstein, "la musica era religione, comporla il suo credo, suonarla una funzione religiosa".
Obiettivo del progetto è proporre il bello e la cultura come innesco di un percorso di riflessione che incoraggi le platee dei detenuti a scoprire insieme a Bach qualcosa di sé e ad esprimere liberamente la propria emotività. Le aspettative dei detenuti prima delle lezioni-concerto, le loro impressioni a caldo, i loro volti, le loro idee, le loro storie diventeranno così un libro di pensieri e documentario.
Ogni tappa di "Discovering Bach" verrà infatti registrata in alta definizione e filmata in 4K dando la così la possibilità al mondo della reclusione di farsi testimonianza fuori, esempio per il mondo al di là delle sbarre di come la bellezza non giudichi l'umanità ma semplicemente le appartenga. Dopo Milano, "Discovering Bach" entrerà nelle case circondariali di Pavia, Brescia, Napoli e Vigevano.
cronacacomune.it, 21 maggio 2019
Giovedì 23 maggio nella Casa circondariale e venerdì 24 maggio in piazza a Pontelagoscuro saranno presentate due nuove produzioni. Uno spettacolo di teatro-carcere il 23 maggio e uno per gli spazi aperti il 24 maggio: due interventi che riassumono il lavoro che Teatro Nucleo da 40 anni realizza, rendendo Ferrara protagonista della ricerca teatrale internazionale dedicata ai non-spettatori, alle persone che si incontrano per strada, a chi - attraverso il teatro - può costruire nuove possibilità.
In questo filone di azioni si pone il lavoro in carcere di cui Teatro Nucleo - fondatore del Coordinamento Teatro-Carcere della Regione Emilia Romagna - è capofila a livello nazionale. Album di Famiglia, la nuova produzione con e per i detenuti-attori di Ferrara, con la drammaturgia di Horacio Czertok e di Marco Luciano, sarà presentata in forma di studio giovedì 23 maggio nel Teatro della Casa Circondariale G. Satta. La presentazione sarà dedicata agli studenti della Cattedra di esecuzione penale della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Ferrara e agli studenti delle classi quinte del Liceo L. Ariosto, che forniranno un feedback strutturato sull'esperienza vissuta in un successivo incontro, il 27 maggio.
Album di Famiglia sviluppa il tema biennale „Padri e figli", comune a tutti i progetti del Coordinamento Teatro-Carcere dell'Emilia Romagna. Il processo laboratoriale alla base del lavoro, iniziato ad ottobre 2018 con il coinvolgimento di sedici detenuti, esplora la figura di Amleto nelle varie riscritture del '900, da Heiner Muller a Laforgue.
Attraverso uno scambio di suggestioni e spunti letterari forniti dai registi ai detenuti, e da questi rielaborati in scritture biografiche, si realizza uno studio quasi antropologico del rapporto padre/figlio legato ai temi della colpa, del lutto, dell'eredità e del conflitto generazionale in una costruzione scenica fortemente corale e dinamica, che utilizza danze e musiche tradizionali dei Paesi di provenienza dei detenuti: dalla Russia al Marocco, dall'Italia all'Albania, dalla Romania alla Spagna, da Cuba alla Tunisia alla Moldavia. Una messa in scena che non segue un senso filologico né una narrazione tradizionale, ma che è in grado fi far emergere gli archetipi del conflitto tra padri e figli attraverso immagini, simboli e topoi della tragedia.
Dallo spazio chiuso delle carceri agli spazi aperti: venerdì 24 maggio alle ore 17.30 nella Piazza di Pontelagoscuro, andrà in scena l'anteprima di Domino, ultimo progetto di teatro per gli spazi aperti di Teatro Nucleo, con la regia di Natasha Czertok, prima della partenza per un lungo tour internazionale.
Dall'1 al 10 giugno Domino sarà, infatti, in Bulgaria a Plovdiv, Capitale Europea della Cultura 2019, come parte attiva ed elemento fondante di Odyssée Karavana, progetto teatrale internazionale di tredici Compagnie che stanno attraversando l'Europa per sottolineare la necessità del dialogo e del superamento dei confini, materiali e immateriali.
Gli oltre duecento tra artisti e tecnici di Odyssée Karavana, progetto promosso dal Citi - Centre International pour les Théâtres Itinérants convergeranno in quattro punti chiave: Plovdiv in Bulgaria, Ferrara in Italia, Salonicco in Grecia e Bruxelles in Belgio. Qui la carovana terminerà il viaggio, con una conferenza internazionale ad agosto 2019 all'interno del Théâtres Nomades Festival dopo aver incontrato oltre 20.000 spettatori in un tour composto di 25 spettacoli e performances, tra i quali Domino di Teatro Nucleo, unica Compagnia italiana partecipante al progetto.
Odyssée Karavana raccoglie l'eredità storica di Caravan MIR, lo straordinario tour trans-europeo che esattamente trent'anni fa coinvolse oltre duecento artisti in un Festival di teatro itinerante, da Mosca a Parigi, percorrendo da est a ovest quell'Europa divisa dal Muro di Berlino, che sei mesi dopo la fine del tour sarebbe stato abbattuto. La Bulgaria è solo la prima tappa del tour europeo di Domino, che nel corso dell'estate sarà in scena anche in Germania (Sommerwerft Theatre Festival, Francoforte) e Danimarca (Waves Festival, Vordingborg).
Con Domino, diretto da Natasha Czertok, Teatro Nucleo - forte di quarant'anni di storia per le strade, le piazze e i teatri - riparte con un tour internazionale sostenuto da Mibac, Regione Emilia Romagna e Istituto Italiano di Cultura di Sofia: "Oggi, a trent'anni dalla caduta del Muro, vogliamo accendere i riflettori sui nuovi confini sociali e sulla concreta, lenta e graduale perdita della libertà di pensiero" racconta la regista "Domino è uno spettacolo classico, nel significato antico: un rituale di incontro e di scontro con questioni che troppo spesso la nostra società si rifiuta di affrontare".
di Luigi Merano
Libero, 21 maggio 2019
Oggi scade la convenzione, la storica emittente vicinissima alla chiusura. Giachetti (Pd) in sciopero della fame e della sete finisce all'ospedale. "Domani (oggi, ndr) scade la convenzione, ma andremo avanti finché avremo ossigeno nella speranza di una proroga. L'ad ha già fatto sapere che senza rinnovo verranno pagati gli stipendi di maggio e non quelli di giugno.
Il problema è che non ci saranno neanche le risorse per sostenere i costi di produzione, a partire dall'accensione degli impianti". A parlare è il direttore di Radio Radicale, Alessio Falconio, preoccupato per la sopravvivenza della storica radio. L'attuale governo ha annunciato da tempo di non voler rinnovare la convenzione.
Se non ci sarà una proroga, la chiusura potrebbe essere inevitabile. Sono così ore febbrili per i lavoratori della radio che attendono una risposta dalla politica per capire quale sarà il proprio destino. Il Movimento 5 Stelle, che ha voluto più di tutti la fine della convenzione, alterna timidi segnali di apertura a conferme di uno stop, mentre continuano iniziative e scioperi della fame, come quello di Roberto Giachetti, esponente del Pd con una storia nel Partito Radicale, ricoverato ieri a Roma con segni di disidratazione e ipotensione dopo 83 ore di digiuno.
Le speranze sono riposte in primo luogo negli emendamenti al disegno di legge "Crescita", tra cui uno della Lega a prima firma di Massimiliano Capitanio che punta a una proroga di sei mesi e che ha trovato qualche apertura dal Movimento 5 Stelle.
"Noi ci rifacciamo alle parole di Di Maio che ha parlato della necessità di trovare una soluzione e alle aperture di Primo Di Nicola", ha spiegato ancora Falconio. Lo stesso direttore della radio rende poi omaggio alle molte iniziative a sostegno per la radio: "Siamo forti delle iniziative di digiuno di Giachetti, di Roberto Deriu al secondo giorno di digiuno, del sostegno di molti altri deputati del Pd, dell'iniziativa non violenta di Giuseppe Moles di Forza Italia, che digiuna dopo aver preso la staffetta da Maurizio Bolognetti, in sciopero della fame per 78 giorni", ha spiegato Falconio.
Il direttore ha poi ricordato che, "ci sono appelli di costituzionalisti, penalisti, storici, internazionalisti. Anche il mondo accademico si stringe attorno a noi". La speranza è tutta legata alla sorte di alcuni emendamenti: "Speriamo che si tenga conto dei criteri di necessità ed urgenza, anche alla luce delle indicazioni dell'Agcom", ha concluso.
Entrando nel dettaglio tecnico dell'emendamento leghista, bisogna ricordare che l'importo è inferiore a quello della precedente convenzione (3,5 milioni per sei mesi contro i 10 milioni per un anno del passato) e ciò potrebbe convincere i grillini a dare il via libera. "Se c'è la volontà politica una soluzione si trova", assicura il leghista Capitanio.
"Mi sembra di aver capito che ci sia l'idea di una proroga per poter aprire una gara, spero che vada in porto", aggiunge invece la leader di +Europa, Emma Bisognerà però attendere il vaglio di ammissibilità della presidenza della Camera. Secondo le indiscrezioni, potrebbe essere considerato inammissibile, ma la Lega appare pronta a fare ricorso. Si voterà, comunque, la settimana prossima, a campagna elettorale finita.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 21 maggio 2019
I pm: "Il nostro lavoro è prendere i cattivi, neri o bianchi che siano". I magistrati della Procura di Agrigento si lasciano scivolare addosso le accuse del ministro Salvini: "Abbiamo agito in stretto coordinamento con la polizia giudiziaria. Erano tutti informati, tutti - dice il procuratore aggiunto Salvatore Vella, titolare dell'inchiesta - Quello che sorprende è la reazione del ministro. Il nostro lavoro è prendere i cattivi, bianchi o neri che siano. Se, oltre ai trafficanti africani e libici, ne individueremo di europei abbiamo tutte le capacità, la forza e il coraggio di andare avanti. Ma questo clima di tensione, disancorato dalla conoscenza dei fatti, non aiuta".
Le indagini sul caso SeaWatch ripartono questa mattina al Palazzo di giustizia di Agrigento. Il comandante della nave Arturo Centore spiegherà come e dove ha salvato i 65 migranti presi a bordo e la rotta seguita fino all'Italia al procuratore aggiunto Salvatore Vella che ha iscritto il suo nome sul registro degli indagati per favoreggiamento all'immigrazione clandestina, il titolo di reato classico di ogni sbarco, ma non per la violazione della direttiva Salvini, cioè l'articolo del codice della navigazione che impone l'obbedienza ad un ordine impartito da una nave militare, in questo caso la motovedetta della Guardia di finanza che al suo arrivo al limite delle acque territoriali italiane notificò al comandante della Sea Watch la diffida ad entrare.
L'interrogatorio di Arturo Centore avverrà alla presenza dei suoi avvocati Alessandro Gamberini e Leonardo Marini. Le indagini dei pm di Agrigento mirano, come sempre, anche all'individuazione di eventuali scafisti tra i 65 migranti a bordo. Accertamenti in particolare su due telefoni cellulari trovati ad uno degli immigrati. Uno sembra un satellitare e potrebbe essere quello fornito dai trafficanti per comunicare la posizione. Di solito questi telefoni vengono buttati via durante la traversata. Dal suo esame e dagli interrogatori degli altri migranti, tutti ospitati nell'hot spot di Lampedusa, potrebbero venire spunti interessanti. La nave resta nel porto di Licata sotto sequestro probatorio e non preventivo, dunque a disposizione della Procura per la ricerca e la valutazione della documentazione di bordo, compresi le registrazioni delle conversazioni con le sale operative della Guardia costiera.
di Corrado Giustiniani
Il Dubbio, 21 maggio 2019
Una "fake news" al giorno toglie il medico di torno. Matteo Salvini non fa tempo a ripetere che i porti sono chiusi e che nessuno sbarcherà, ed ecco che la Procura di Agrigento fa scendere a Lampedusa i 47 naufraghi della Sea Watch, mentre il Viminale informa che quest'anno, alla data di lunedì 20 maggio, erano sbarcati 1265 immigrati (quelli ufficiali, identificati con tanto di impronte digitali).
Ospite ieri mattina degli studi di La7, il ministro dell'Interno ha comunicato che la politica del governo è una mano santa contro gli annegamenti, tanto che nel 2019 i morti in mare sono stati soltanto due. Ma ecco che viene smentito dai dati dell'Agenzia Onu per i rifugiati, che parlano di 402, finora, tra morti e dispersi nel Mediterraneo, mentre lo soccorre una precisazione del suo ministero: due sono solo i cadaveri che sono stati recuperati.
E poi gli immigrati irregolari, che a un mese dalle elezioni europee sono scesi magicamente a quota 90 mila dai 500 mila di cui si parlava nel contratto di governo. Ancora: un Paese raccontato per tanti mesi come insicuro, che ridiventa miracolosamente sicuro con il calo dei reati comunicato a pochi giorni dal voto. Per non parlare di una quinta bufala, dispensata ripetutamente dal nostro vicepremier: il rischio di islamizzazione dell'italica penisola. Smascheriamola subito: tra gli immigrati, i fedeli di Allah sono poco più di 2 milioni, ovvero il 3,5 per cento della nostra popolazione, e soltanto attorno al 2050, secondo una stima del Centro di ricerche Idos, supererebbero da noi quota 6 per cento e il 10 per cento in Europa. I 5,3 milioni di immigrati regolari del nostro Paese sono in larga prevalenza cristiani.
Ma quanti sono allora gli stranieri irregolari? Calcolarli è un esercizio assai complicato, di cui s'è fatta carico la Fondazione milanese Ismu. All'inizio del 2018 ne stimava 533 mila: sono questi i dati di cui si faceva forte il governo gialloverde. Il professor Gian Carlo Blangiardo, demografo dell'Università Bicocca, già colonna dell'Ismu e da tre mesi presidente dell'Istat, ha aggiornato la stima a gennaio del 2019: adesso sarebbero 600 mila gli immigrati ai quali si affibbia spesso il marchio di "clandestini".
Ma questo stock deriva in misura del tutto minoritaria dagli sbarchi. La verità è che da sei anni non viene approvato un decreto flussi che abbia al centro il lavoro dipendente. Il decreto del 2019 prevede appena 30.850 ingressi di cittadini non comunitari, in prevalenza per lavori stagionali, poi per conversione di permessi precedenti, o per lavoro autonomo, per permessi di studio e altro ancora. Insomma, in Italia non si può entrare legalmente per trovare un lavoro fisso.
È lo stesso sistema dei "decreti flussi", su cui si basa l'attuale legge sull'immigrazione, la Bossi- Fini del 2002, che crea percorsi irregolari e contorti. Prevede, infatti, che si debba entrare nel nostro Paese con il contratto di lavoro già in tasca, come se una famiglia in cerca di una badante, un ristorante che ha bisogno di un cameriere o un' impresa che non trovi sul mercato italiano un operaio specializzato, fossero disposti ad assumere questi lavoratori a scatola chiusa, sulla base di una foto e di un curriculum e senza averli mai visti all'opera. Le cose non vanno in questo modo.
Decreto flussi o no, il sistema largamente prevalente praticato in Italia per trovare un impiego è il seguente: entri con un visto turistico di tre mesi e cerchi lavoro, quando i tre mesi sono passati, diventi inevitabilmente "overstayer", ma intanto ti sei fatto notare e magari una famiglia o un'impresa promette di assumerti. A quel punto, se c'è un decreto flussi, te ne vai furtivamente nel tuo Paese d'origine, per tornare poi in Italia con tutti i documenti in regola per essere assunto, timbrati dal nostro consolato. Se il decreto flussi non c'è, resti lo stesso qui, ma da irregolare.
È per questo che periodicamente abbiamo bisogno di sanatorie che svuotino il bacino di lavoro illegale che inevitabilmente si forma. Ben quattro ve ne sono state ancor prima della Bossi- Fini. Quella varata dal secondo governo Craxi nel 1996, con 105 mila regolarizzati, poi la legge Martelli del 1990, con 217 mila, il decreto Dini del 1995, con 246 mila, la regolarizzazione della Turco-Napolitano, che ha interessato 217 mila migranti, e nel 2002 forse la più grande sanatoria della storia d'Europa, quella della Bossi-Fini, che ha messo in regola 650 mila stranieri. Dovremmo forse considerare una sanatoria anche il decreto flussi del 2007, con 444mila lavoratori, in prevalenza rumeni e bulgari, divenuti allora cittadini comunitari.
La settima regolarizzazione è del 2009, riservata però soltanto a colf e badanti, 300 mila delle quali uscite alla luce del sole. L'ultima, quella del 2012, con il governo Monti, che però ha fallito nei suoi obiettivi, intercettando appena 90 mila lavoratori. Ma poneva condizioni troppo onerose, in piena crisi economica: 1000 euro "una tantum" a carico del datore di lavoro che intendesse regolarizzare e sei mesi di contributi arretrati da versare. Sono passati sette anni e inevitabilmente il bacino si è riempito: bisogna avere il coraggio di proporre la nona regolarizzazione della nostra storia, con benefici per l'Inps, per i lavoratori e per le imprese, alcune delle quali sono quasi costrette a utilizzare irregolari.
I 500 o 600 mila stimati, quindi, in parte non sono mai stati regolari, in parte hanno perso il titolo, perché è scaduto e per non avere più un lavoro. "Ma certamente, di questo numero complessivo, i migranti provenienti dagli sbarchi rappresentano una quota minoritaria" conferma Livia Ortensi, demografa, responsabile del settore Statistica della Fondazione Ismu. Invece Salvini (e non solo lui), quando parlava prima dei 500 mila clandestini, si riferiva all'invasione via mare, e non anche agli immigrati che sono da molti anni con noi e che andrebbero fatti emergere.
Ma ecco la dichiarazione resa il 23 aprile dal vicepremier e ministro dell'Interno: "Il numero massimo stimabile di irregolari presenti in Italia dal 2015 è di 90 mila persone e non di 500- 600mila come sostenuto finora". Sostenuto anche da lui, ovviamente. Ha poi spiegato che dal 2015 sono sbarcati 478mila migranti: 268mila hanno lasciato l'Italia, e sono presenze certificate in Paesi Ue, e altri 119 mila sono rimasti in strutture d'accoglienza in Italia.
Sottraendo dunque a 475mila queste due ultime cifre, si ottengono 90 mila migranti, quelli di cui non c'è traccia. Numero assai meno inquietante, da mettere in pasto all'opinione pubblica prima del voto, come atto di buon governo. Nel commentare i dati che gli esperti del ministero dell'Interno hanno consegnato a Salvini, l'Ismu fa presente, come detto, che la Fondazione considera l'intera popolazione immigrata, al primo gennaio 2018, mentre invece il ministro si riferisce solo agli sbarchi, e per giunta in un periodo lungo quattro anni e quattro mesi: è dunque il suo un dato di flusso e non di stock. I due numeri "non sono dunque confrontabili, anche se - sostiene l'Ismu - compatibili".
La seconda notizia fasulla è quella, come abbiamo visto, dei "porti chiusi". Vero che gli sbarchi si sono notevolmente ridotti negli ultimi due anni. Dal 1 gennaio del 2018 al 17 maggio dell'anno scorso, il calo è stato del 97 per cento rispetto allo stesso periodo del 2017, e questo per effetto dei provvedimenti del ministro Pd Marco Minniti, che ha fornito motovedette alla Libia e imposto un codice di condotta alle Ong, con l'obbligo di non ostacolare le imbarcazioni libiche quando riportano all'inferno dei campi recintati i migranti fuggiti da quelle coste. Nello stesso periodo di quest'anno un altro calo vistoso, dell'88 per cento rispetto al 2018, tanto che a tutto il 20 di maggio, secondo fonti ufficiali del Viminale, erano solo 1.265 i migranti sbarcati.
Ma non è vero che i porti siano stati chiusi, ritornello che invece ama ripetere il ministro dell'Interno. Nessun provvedimento del genere è stato mai adottato, come ha dimostrato l'Asgi, l'Associazione degli studi giuridici sull'immigrazione.
Né poteva essere preso da Salvini. Semmai è il ministro dei Trasporti che potrebbe assumere una decisione del genere - lo ricorda il servizio Fact cheking dell'Agi - in base all'articolo 83 del Codice della Navigazione, in alcuni casi molto limitati: ma Toninelli non ha mai deciso niente di tutto questo. C'è però la Convenzione Onu di Montego Bay sul diritto del mare, che all'articolo 25 concede a un governo la possibilità di negare l'autorizzazione allo sbarco quando il passaggio di una nave "non è inoffensivo".
Cioè, come si spiega all'articolo 19, quando "arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero". Ma per ora "porti chiusi" continua ad essere uno slogan caro al ministro e non il risultato di una decisione concreta. Lo stanno a dimostrare gli stessi sbarchi appena citati.
Sulla sicurezza, come sugli immigrati irregolari, il vicepresidente del Consiglio ha improvvisamente cambiato linea, osservando che i delitti adesso sono calati: meno 12 per cento gli omicidi, nel primo trimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, meno 20,9 per cento le rapine, meno 18,8 per cento i furti in abitazione, temendo i quali, peraltro, è stata appena approvata la legge sulla legittima difesa.
Peccato che è da più cinque anni che i reati siano in calo. Nel 2013 ci fu il picco di 2 milioni e 900 mila denunce, record negativo del decennio, mentre a fine 2017 eravamo già scesi a 2 milioni e 360 mila. E allora, come mai si continua a soffiare sulle paure degli italiani? L'Osservatorio europeo sulla sicurezza ha appena fatto sapere che, mentre nel 2012 il 50 per cento dei nostri connazionali lamentava una "insicurezza legata alla criminalità", questa era scesa al 46 per cento nel 2014, al 41 per cento nel 2016 ed è calata addirittura al 38 a gennaio di quest'anno, dato che ben pochi mezzi d'informazione hanno messo in risalto. Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.
Direttori, graduati e redattori che animano i mezzi d'informazione, dovrebbero meditare su queste parole dell'illustre magistrato. Soprattutto i direttori, perché sono loro a dare la linea. Personalmente, non ho mai letto, visto o sentito un'apertura di giornale, di telegiornale o di giornale radio, o un articolo di fondo o quant'altro, che dicesse. "Calano i delitti: l'Italia è un Paese sicuro". Non prendiamocela quindi sempre con i social, con le fake news e con Salvini.
di Massimo Franchi
Il Manifesto, 21 maggio 2019
A Genova la vittoria dei camalli: il generatore per lo Yemen non sale sul cargo saudita. Cgil: sciopero in tutti i porti per evitare carichi. Indiscrezioni sull'aggiramento del blocco a La Spezia: all'arsenale potevano essere caricati anche 8 cannoni. La Bahri Yanbu accolto all'alba con razzi e lacrimogeni. Poi la prefettura dà ragione ai lavoratori: il materiale "border line" viene trasferito fuori dal porto.
Hanno vinto i camalli, ha vinto la "guerra alla guerra". Lo sciopero e il presidio indetti a Genova contro la Bahri Yanbu è riuscito: la nave cargo saudita arrivata ieri mattina non verrà caricata con i generatori elettrici che sarebbero serviti per la guerra in Yemen. E il blocco da oggi si estende a tutti i porti liguri per evitare che il carico avvenga nel porto militare di La Spezia, lontano dai riflettori accesi meritoriamente da lavoratori e Cgil nel capoluogo.
Sotto una forte pioggia alle 4 e 30 la nave è stata accolta dagli striscioni e dai fumogeni del Collettivo autonomo dei lavoratori portuali (Calp) che hanno anche tentato di salire sul cargo. Poi i lavoratori della Compagnia unica dei camalli hanno impedito le operazioni di carico nell'area di attracco della nave partendo con un presidio al varco portuale Etiopia, in lungomare Canepa. Lo sciopero deciso domenica dalla Filt Cgil era mirato: riguardava tutti gli operatori di mare e di terra che avrebbero dovuto lavorare sulla Bahri Yanbu, il cargo della compagnia marittima dell'Arabia Saudita che trasporta materiale bellico diretto a Gedda e da lì al conflitto civile in Yemen.
La mobilitazione partita già la scorsa settimana sotto la scia del boicottaggio avvenuto al porto francese di Le Havre aveva visto saldare le posizioni dei camalli con quelle delle ong laiche come Arci, Amnesty, Libera, Opal per il disarmo e cattoliche Acli, Salesiani del Don Bosco, comunità di San Benedetto. Tutti uniti dallo striscione: "Porti chiusi alla guerra, porti aperti ai migranti".
Sotto accusa c'erano i generatori della Defence Tecnel di Roma, materiale militare che invece l'agente a Genova della Bahri sosteneva essere "civile". La scoperta dei generatori "border line" aveva portato anche la Cgil - dopo il collettivo autonomo dei lavoratori portuali (Calp) - alla mobilitazione totale anche sotto la spinta della affollata assemblea pubblica di venerdì.
Il suggello alla vittoria dei lavoratori è arrivata dalla riunione tenuta in prefettura con i rappresentanti sindacali, i vertici dell'Autorità portuale e i dirigenti del Gmt, il terminal. Niente carico e generatori spostati in un'area protetta del Centro smistamento merci (Csm). Quando verso mezzogiorno la polizia ha scortato gli operatori che spostavano i grossi generatori il blocco è stato tolto fra la felicità di tutti. "Avevamo proposto noi di portare fuori la merce contestata e ci hanno ascoltato", commenta Luigi Cianci della Cooperativa unica dei camalli e delegato Filt Cgil. "A parte il comportamento vergognoso di Cisl e Uil, questa volta c'era tanta voglia nei lavoratori di fare qualcosa, di cominciare ad agire, di scrollarsi di dosso l'apatia", spiega Richi del Calp.
Nel primo pomeriggio però iniziava a farsi concreta la possibilità che il generatore potesse essere spostato al porto di Spezia dove secondo indiscrezioni potrebbero arrivare nelle prossime ore, via treno, anche gli 8 cannoni Caesar che sono stati all'origine del blocco al porto di Le Havre. Per evitare che il problema di Genova si ripresenti perfino peggiorato a La Spezia la Filt Cgil assieme alla Cgil Liguria hanno indetto uno sciopero preventivo per tutti i porti della regione. "Abbiamo deciso di dichiarare lo sciopero dei lavoratori addetti a tutti i servizi e alle operazioni portuali, di mare e di terra, che riguardano gli scali liguri dove avvenga l'eventuale attracco della nave Bahri Yanbu - spiega Laura Andrei, segretaria regionale della Filt Cgil - perché non si proceda con l'imbarco di materiale bellico impiegato in operazioni definite dalle Nazioni Unite "crimini di guerra". Anche all'arsenale di Spezia riusciremmo a bloccare il carico".
Filt e Cgil Liguria "auspicano che anche l'Italia, come gli altri stati europei, decida finalmente di dare un segnale forte contro la più grave catastrofe umanitaria del mondo". A conferma del livello di intatta civiltà di buona parte di Genova arriva il commento del presidente di Federlogistica ed ex presidente dell'autorità portuale Luigi Merlo: "Credo che la decisione dei camalli e della comunità dei lavoratori portuali vada rispettata perché fa parte della loro storia e identità. È vero che c'è il libero scambio delle merci - ha completato Merlo - ma c'è anche la scelta individuale, importante, etica e morale, che credo debba essere rispettata e faccia pienamente parte della storia del porto di Genova".
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 21 maggio 2019
Nella visione del governo la guerra è da tempo diventata "umanitaria" e l'accoglienza umanitaria è tout-court "criminale". Quando dovrebbe essere evidente che chi apre i porti ai mercanti di armi e li chiude al soccorso umanitario e all'accoglienza, distrugge la civiltà, cancella il futuro e prepara il campo aperto dell'odio. Se volete avere una rappresentazione tangibile e concreta della natura del governo in carica, quello del "contratto" tra sovranismo razzista della Lega e populismo giustizialista del M5S, guardate il Belpaese da nord a sud, nei suoi due porti di Genova e di Lampedusa.
Da una parte, nella capitale ligure, è attraccata la nave saudita Bahri Yanbu, tradizionalmente carica di armamenti; dall'altra nell'estrema isola siciliana rimaneva fino a 48 ore fa confinata al largo la Sea Watch, la nave di soccorso umanitario ai profughi. Porti aperti, per decisione del governo italiano, ai carichi di armi per un paese in guerra come l'Arabia saudita e per il conflitto sanguinoso in Yemen; porti chiusi, sempre per decisione del governo italiano e in particolare del ministro dell'odio Matteo Salvini, invece per i carichi di esseri umani disperati.
Ma per entrambi, ecco la novità, di fronte ai silenzi, alle ambiguità, alla tracotanza del governo che ora si rimpalla le responsabilità, in crisi con se stesso e con la coscienza della società civile italiana, sul fronte dei porti è scesa in campo la protesta. Di chi a Genova, attivisti e sindacalisti, non vuole più contribuire ad insanguinare il mondo con i traffici di armi e blocca una nave la Bahri Yanbu di fatto militare - appartiene infatti alla società saudita che gestisce il monopolio della logistica militare di Riyadh.
A Lampedusa è scesa in strada una lenzuolata di civiltà che vuole accogliere invece che respingere chi fugge disperato dalle troppe nostre guerre e dalla miseria prodotta dal nostro modello di rapina delle risorse energetiche, in Africa e non solo.
È una sintonia di avvenimenti con la quale irrompe nell'Italietta ripiegata su se stessa, la questione internazionale. Perché entrambe le vicende sono casi internazionali e chiamano in causa subito l'Europa, significativamente alla vigilia del voto per le europee. Infatti la nave saudita, che porta armi e/o strumentazioni comunque destinate alle forze armate della monarchia saudita infatti, è partita dagli Stati uniti, passata per il Canada prima di arrivare in Europa, ha come destinazione Gedda e, dopo avere caricato munizioni di produzione belga nel porto di Anversa, ha visitato e cercato di approdare nel Regno unito, in Francia e in Spagna. Sempre accolta dalla protesta dei pacifisti, degli attivisti dei diritti umani e dei portuali locali.
E l'Italia non è un attracco qualsiasi: qui su licenza tedesca sono prodotte bombe dalla Rwm Italia (con sede a Ghedi, Brescia, e nello stabilimento a Domusnovas, in Sardegna) che vengono utilizzate contro la popolazione civile yemenita. È un traffico di morte con il concorso dell'intera Europa: secondo i rapporti della stessa Ue sulle esportazioni di armi, gli Stati membri dell'Ue hanno emesso nel solo 2016 almeno 607 licenze per oltre 15,8 miliardi di euro in Arabia saudita. Ieri il porto di Genova è stato bloccato dalla manifestazione degli attivisti e dei camalli, ma il governo ha aggirato la protesta e fatto attraccare la nave lo stesso.
Anche a Lampedusa alla fine, la nave Sea Watch confinata al largo per giorni è stata fatta approdare e sono stati fatti scendere i migranti. E con l'accoglienza popolare, quasi festosa allo sbarco dei 47 profughi, è andata in onda l'alternativa del "modello Mimmo Lucano", l'ex sindaco di Riace ora al bando ed esiliato perché ha dimostrato che l'integrazione è possibile, è concreta ed è fattore produttivo, di nuovo lavoro e di nuova civiltà. Subito si è scatenata la reazione rabbiosa del ministro dell'Inferno, sponsor di quel "Decreto sicurezza bis" che le Nazioni unite accusano apertamente di "violare di diritti umani". Così la nave umanitaria è stata sequestrata e il comandante è stato denunciato per "favoreggiamento dell'immigrazione clandestina".
Ecco che le due anime del "contratto di governo" si ritrovano unite negli intenti finali, anche elettorali. Non dimentichiamo però che la loro forza, sempre più fragile, deriva dai disastri provocati dai governi precedenti italiani ed europei, di centrodestra e di centrosinistra, sia per l'accoglienza dei migranti che per le guerre infinite in corso. È così. Questo governo gestisce nient'altro che una vergognosa eredità, quella delle decine di muri eretti alle frontiere di ogni paese europeo e, nel Mediterraneo, della esternalizzazione dei confini alle presunte autorità della Libia.
Che, nonostante sia travolta da mesi da una guerra intestina e per procura, continua ad essere chiamata in causa ogni giorno dal ministro degli interni Salvini perché, con la sua milizia che si chiama "guardia costiera libica", tenga ben aperti ai migranti le carceri e i campi di concentramento. Mentre nella grammatica corrente, la guerra è da tempo diventata "umanitaria" e l'accoglienza umanitaria adesso è tout-court "criminale". Quando dovrebbe essere evidente che chi apre i porti ai mercanti di armi e li chiude al soccorso umanitario e all'accoglienza, distrugge la civiltà, cancella il futuro e prepara il campo aperto dell'odio.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 21 maggio 2019
Il soccorso in mare costituisce il fondamento stesso del sistema universale dei diritti umani. La portavoce italiana di Sea Watch è Giorgia Linardi (quella ragazza bionda che appare talvolta in televisione). Non ancora ventinovenne, è nata a Como e ha lavorato presso l'Alto commissariato per i rifugiati e per Medici senza frontiere. Uno dei comandanti delle imbarcazioni di Open Arms è un giovane uomo, Riccardo Gatti di Calolziocorte (Lecco), in passato operatore in una comunità per minori.
Colti, conoscono le lingue e sono curiosi del mondo e degli esseri umani: dalla provincia italiana ai mari tra Europa e Africa il passo può essere brevissimo. Nati negli anni in cui i muri dell'Europa venivano abbattuti, faticano ad accettare - come milioni di loro coetanei - che le frontiere risultino aperte alle merci e ai capitali e non a chi fugge da guerre e miserie, da conflitti tribali e persecuzioni etniche, religiose, politiche e sessuali.
In genere, non c'è in loro alcun tratto eroicistico né una postura profetica e predicatoria. Ritengono, piuttosto, che salvare vite umane sia un obbligo razionale che in questo momento assolvono e che non li rende migliori degli altri. Appartengono alla generazione dei "giovani contemporanei", secondo la definizione evocata dalla madre di Giulio Regeni.
Tra loro, la gran parte di quanti agiscono come volontari, operatori e attivisti dei diritti umani non esprime iattanza e tantomeno velleità superomistiche. E questo li rende schivi e riottosi, a eccezione di qualche leader particolarmente narcisista, così prossimi a noi, sostituibili e alla portata di chi volesse svolgere quel lavoro per un periodo determinato della propria vita. Qualcosa già hanno ottenuto (come, peraltro, l'Ong italiana Mediterranea).
Si è dimostrato inequivocabilmente che i porti italiani - è fin troppo ovvio - sono aperti. Chi continua a negarlo, come il ministro dell'Interno, lo fa per convincere se stesso e i propri cari. Insomma, anche il tonitruante Capitano rivela una sindrome da insicurezza. E sono aperti, quei porti, innanzitutto per una ragione: non esiste un solo atto formale del Consiglio dei ministri, un decreto o un provvedimento scritto che abbia disposto quella chiusura.
E se pure esistesse tale misura, sarebbe destinata a decadere, perché in conflitto oltre che con l'articolo 10 della nostra Costituzione, con tutti, ma proprio tutti, gli obblighi internazionali fissati dalla Convenzione di Ginevra per i Rifugiati e da quella sulla Salvaguardia della vita umana, da quella sul Diritto del mare e dalla Sar. E, ancora, si è dimostrato che, per ricorrere a un'immagine abusata, "esiste un giudice a Berlino", come (prima di Bertolt Brecht) ha raccontato Enrico Broglio in un'opera del 1880. Qui non siamo in Germania, ma ad Agrigento e il magistrato che compie il suo dovere è un pubblico ministero.
Certo, tra la Prussia di Federico il Grande e l'Italia attuale corrono due secoli e mezzo e la distanza sotto tutti i profili è vertiginosa, eppure una qualche affinità c'è: l'iniziativa del procuratore Patronaggio appare rara e fin solitaria. Almeno rispetto all'orientamento della grande maggioranza della classe politica, di una parte significativa dell'opinione pubblica e di molti magistrati. Per questo va apprezzata: perché risulta, a un tempo, rispettosissima delle norme e autonoma nei confronti della mentalità dominante.
Ed è forse giusto che sia così. Tuttavia, va ribadito, il soccorso in mare costituisce il fondamento stesso del sistema universale dei diritti umani. Ovvero la base su cui si fonda il principio di reciprocità che, a sua volta, sostanzia il legame sociale e dà vita al consorzio umano. Per questa ragione insidiare il diritto-dovere di soccorso rappresenta un attentato alla civiltà giuridica.
Eppure (ecco ancora quella sensazione di solitudine) sembra che quel valore essenziale così alto e al contempo così tragicamente concreto - una questione di vita o di morte - interessi solo esigue minoranze. Ne consegue che, a farsi carico di quella responsabilità tanto onerosa, sembrano rimasti solo il mestiere del soccorso ("la legge del mare") e quanti lo praticano, guardia costiera e navi mercantili e militari comprese. Sono solo questi, ed è disperante, a salvare l'onore di un'Europa torpida e codarda.
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