di Roberta Gisotti
vaticannews.va, 26 giugno 2019
Oggi è la Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, una pratica aberrante, ancora largamente diffusa nel mondo. Intervista con Riccardo Noury, portavoce in Italia di Amnesty International. La tortura è un crimine sancito dal diritto internazionale, non è mai consentita né giustificata, nemmeno in casi di emergenza, instabilità politica, minaccia di conflitto armato e perfino stato di guerra.
Lo ricorda l'Onu, in vista della Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, che ricorre il 26 giugno, istituita nel 1997 per rimarcare quanto stabilito già 70 anni fa nella Dichiarazione Universale dei diritti umani, proclamata nel dicembre del 1948: "nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura, a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti".
Una grande sfida non ancora vinta dalle Nazioni Unite - Eliminare la pratica della tortura è stata tra le prime e maggiori sfide affrontate dalle Nazioni Unite, fino all'approvazione nel 1984 della Convenzione contro la tortura, i trattamenti e le punizioni crudeli, inumani e degradanti, entrata in vigore nel 1987 ed oggi ratificata da 163 Paesi, gran parte dei quali si rende però colpevole di trasgressioni, come denunciato da diverse organizzazioni umanitarie.
Oltre 50 mila le vittime registrate ogni anno - La lotta a questa pratica aberrante e vigliacca, che mira ad annientare la personalità della vittima e a negare la dignità della persona, deve continuare e rafforzarsi così come il sostegno a quanti, centinaia di migliaia di donne, uomini, giovani, sono stati in passato e sono ancora oggi torturati. Il Fondo dell'Onu per le vittime della tortura - sorto nel 1981 e finanziato con contributi volontari degli Stati - assiste ogni anno oltre 50 mila persone. Sono vittime di torture fisiche e psichiche, ed è difficile stabilire se i danni permanenti alla persona siano più gravi, in un caso o nell'altro.
La tortura persiste anche negli Stati sviluppati - Allo scopo di prevenire la tortura le Nazioni Unite hanno attivato un sistema di visite regolari nei Paesi da parte di organismi internazionali e nazionali indipendenti, ma l'alto numero di vittime sopravvissute, molte delle quali non riconosciute e non sostenute, è la prova della drammatica persistenza di questa pratica in tutto il mondo, sovente tollerata anche nei Paesi democratici nel contesto della lotta al terrorismo.
Altissima resta l'impunità, tanto che in molti Stati le prove d'accusa ottenute con la tortura sono ammesse nei tribunali, nonostante studi in materia ed opinioni di criminologi abbiamo dimostrato l'incertezza e l'infondatezza di questo 'strumento' coercitivo d'indagine: sotto tortura la vittima sovente fa il primo nome che ricorda, incolpa chiunque perfino se legato da vincoli affettivi, confessa reati non commessi.
Maggiore consapevolezza dell'opinione pubblica. La strada per eliminare la tortura nel mondo è ancora lunga e richiede nuovi interventi e maggiore consapevolezza nella pubblica opinione della gravità del fenomeno, come spiega Riccardo Noury, portavoce in Italia di Amnesty International
R. - Purtroppo non siamo a un punto incoraggiante perché buona parte dei Paesi che hanno firmato e ratificato la Convenzione dell'Onu contro la tortura, negli anni successivi alla sua adozione, si sono resi responsabili di torture saltuarie o sistematiche, non dando la minima idea di voler rispettare il dettato di quel trattato. La tortura in altre parole è universalmente vietata e quasi universalmente praticata.
Ogni anno Amnesty International ha riscontrato casi di maltrattamenti e torture in un centinaio di Paesi. Certamente il continente in cui la tortura è maggiormente impiegata resta l'Asia, l'Oriente considerato come vicino e lontano, quindi dal Medio Oriente in poi è pratica sistematica, quasi politica di governo di molti Paesi. Però non c'è un continente nel quale la tortura sia stata definitivamente messa al bando. Può esserlo nelle forme più rudimentali delle torture fisiche. Però oggi in molti Stati, soprattutto quelli più sviluppati, ci sono forme di tortura che non prevedono il contatto tra il torturatore e il torturato. Penso all'isolamento sistematico o a tutta una serie di tecniche di deprivazione sensoriale che sono state praticate a Guantanamo da parte degli Stati Uniti, così come in altri Paesi, come la Cina, nei confronti di prigionieri politici.
La tortura è anche un business...
R. - È un grande business. Questo chiama in causa i Paesi più ricchi, quelli che dovrebbero essere all'avanguardia dal punto di vista dello sviluppo di una civiltà giuridica in favore del rispetto dei diritti umani. Questi Stati, invece, usano l'avanzamento tecnologico per produrre marchingegni infernali dalle sedie di contenimento fino ai manganelli elettrici, dalle cinture elettriche ai manganelli acuminati e altre diavolerie che oggi sono da tortura moderna, quella che lascia poche tracce visibili sui corpi delle persone ma segni indelebili nella psiche. Se penso all'orrore di alcuni strumenti, come le sedie o le cinture elettriche - usate in molti Stati negli Usa o nel Sudafrica - che scaricano alta tensione sui reni del prigioniero che ha queste cinture costantemente intorno alla vita... Ci sono pochi altri strumenti dell'orrore come quelli.
La tortura è ancora largamente praticata però se ne parla poco...
R. - È vero, è quasi un tabù ma è quasi come non esistesse più. Oppure c'è la consapevolezza che esiste ma è qualcosa che allontaniamo da noi perché incompatibile con il livello di civiltà e sviluppo che abbiamo raggiunto e devo dire anche perché sempre di più la tortura ha obiettivi mirati, serve contro le minoranze, contro i dissidenti, contro i cittadini stranieri, contro gli appartenenti a fedi religiose minoritarie, contro le donne, contro le persone Lgbt. Persone che nella maggioranza dei casi non suscitano grande attenzione o solidarietà. È come se venisse riservata in qualche modo agli 'altri' e dunque c'è un parte della società che non se ne interessa.
Quest'anno qual è l'impegno di Amnesty su questo importante fronte dei diritti umani?
R. - C'è un'importante scadenza. In questi giorni nell'Assemblea generale delle Nazioni Unite si discute una risoluzione per stringere e rafforzare i controlli sull'esportazione di strumenti di tortura. Nel mondo non c'è ancora un consenso sul fatto che queste 'diavoleriè non debbano essere prodotte o commercializzate; perfino l'Unione europea ha regolamenti molto blandi con un sacco di scappatoie. Allora, questa risoluzione dovrebbe rafforzare tutti i controlli impedendo che si facciano soldi letteralmente sulla pelle delle persone e quindi l'intento di questi giorni è di arrivare all'adozione di questa risoluzione all'Onu.
di Valentina Frezzato
La Stampa, 26 giugno 2019
Brindare, sorridere e sentirsi sazi con i prodotti che arrivano dalle carceri d'Italia: nel fine settimana ad Alessandria si mangerà e si berrà bene, aiutando anche chi cerca di reinventarsi una vita al di là degli sbagli.
In piazza Don Soria, di fronte alla casa di reclusione in centro città, due giorni di degustazioni con prodotti creati dietro le sbarre e la prima spillatura della birra solidale nata dalla collaborazione fra l'associazione Ises, Fuga di Sapori, Dolci evasioni e il Birrificio Trunasse a sostegno del progetto Social-Wood. Insieme hanno pensato a una ricetta di "riqualificazione": grazie alla vendita della birra, si potrà ripensare all'intero giardino della piazza.
Che, così, sarà recuperato e diventerà angolo verde per tutti. "Questa birra - spiega Andrea Ferrari, presidente Ises - nasce per sostenere i progetti sociali e solidali di Social Wood: da pochi giorni gestiamo, insieme alla cooperativa sociale Kepos e agli istituti di pena della città, il verde di questa piazza. L'evento ci permetterà di raccogliere fondi per questo progetto. L'obiettivo è fare in modo che la piazza torni a essere il salottino urbano di un tempo".
A pochi metri c'è l'ospedale, si fa qualche passo in più per arrivare in piazza della Libertà, sede di uffici. Sarebbe il primo parco vivibile del centro storico, in una zona da riqualificare. "Al progetto lavoreranno due detenuti appositamente formati che periodicamente usciranno per tagliare l'erba, aggiustare le panchine e mantenerla pulita". Con i fondi raccolti nel weekend, si potrà pensare alla costruzione di fioriere e giochi per bambini, con materiale di recupero. "I detenuti che decidono di intraprendere un percorso di cambiamento - aggiunge Elena Lombardi Vallauri, direttore degli istituti penitenziari di Alessandria - devono poter dimostrare cosa sanno fare e come intendono contribuire al benessere della comunità.
Se queste strade non si aprono il tempo trascorso all'interno del carcere produce un circolo vizioso in cui gli errori diventano fallimenti e la mancanza di speranza riconduce ai comportamenti del passato". Una volta sistemata, pulita, rinnovata, potranno essere organizzati pomeriggi per bambini e famiglie. S'inizia da sabato e domenica: gli stand gastronomici, gestiti dal locale Hop, serviranno solo prodotti che arrivano dalle carceri italiane, attualmente in vendita nella bottega di Social Wood.
Domenica ci saranno i laboratori di apicoltura dell'associazione Cambalache e quelli sul riciclo del centro gioco Bianconiglio. Perché quello spazio non sarà solo verde, ma anche green: "Ogni bambino riceverà una borraccia del Gruppo Amag, sponsor della giornata, per sensibilizzare la cittadinanza alla riduzione dell'utilizzo delle bottiglie di plastica".
di Stefano Anastasia e Franco Corleone
Il Manifesto, 26 giugno 2019
I dati che saranno presentati oggi alla Camera confermano l'aumento degli ingressi e le presenze in carcere sia per detenzione sia di soggetti classificati come tossicodipendenti. Oggi sarà presentato alla Camera dei Deputati il Decimo Libro Bianco sugli effetti collaterali della legge antidroga sul carcere e la giustizia. Quest'anno, oltre a presentare i dati assai eloquenti sugli ingressi in carcere e sulle presenze negli istituti penitenziari per violazione della legge antidroga, il Libro bianco si caratterizza per la ricostruzione storica della politica sulle droghe lungo un trentennio.
Trenta anni sono passati dall'inizio della War on drugs in Italia, da quando Bettino Craxi - reduce da un viaggio negli Stati Uniti - alzò il vessillo della tolleranza zero contro la droga e fece compiere ai socialisti italiani una torsione proibizionista inconcepibile per il partito che fu di Loris Fortuna. La polemica fu molto accesa e l'obiettivo strumentale del segretario del Psi divenne la cosiddetta "modica quantità", prevista dalla legge come condizione di non punibilità del possesso di sostanze stupefacenti ai fini di consumo personale. Frutto di quella legge fu l'esplosione delle presenze in carcere di tossicodipendenti e per detenzione o piccolo spaccio di sostanze stupefacenti: così si passò rapidamente dai 35000 detenuti dei primi anni '90 agli oltre 60000 degli ultimi anni. Dato che non c'è limite al peggio, nel 2006 fu approvata con un colpo di mano la cosiddetta legge Fini-Giovanardi, che stringeva ancora di più la repressione, scegliendo la equiparazione di tutte le sostanze, leggere e pesanti, e prevedendo per tutte la stessa pena, da sei a venti anni di carcere. La politica non raccolse i richiami al rispetto della Costituzione e si dovette aspettare la decisione della Corte Costituzionale che nel 2014 smantellò gli aspetti più duri della legge.
I dati che presentiamo confermano l'aumento degli ingressi e le presenze in carcere sia per detenzione sia di soggetti classificati come tossicodipendenti. Aumenta a dismisura il numero delle segnalazioni ai prefetti. È un quadro impressionante perché il sovraffollamento che riprende a mordere è dovuto anche alla legge proibizionista e punitiva.
In questi mesi abbiamo assistito a una campagna di Antonio Polito sul Corriere della Sera, caratterizzata dall'anatema contro le canne e lo spinello, che non sarebbe più "leggero", come quello di una volta: fandonie che erano state propalate al tempo di Giovanardi, che avevamo smontato e che ora vengono riciclate da pulpiti sedicenti laici e democratici. Non ci si può dunque stupire delle proposte del ministro Fontana e del ministro dell'Interno Salvini, che propone di aumentare le pene per i fatti di lieve entità. La conseguenza sarebbe quella di affollare ancora di più le nostre carceri e di intasare i tribunali, ma questo non preoccupa chi ignora deliberatamente i vincoli dello stato di diritto e della Costituzione.
Resta lo scandalo della inadempienza del governo rispetto all'obbligo di convocare una Conferenza nazionale sulle droghe ogni tre anni, allo scopo anche di suggerire al Parlamento le necessarie modifiche alla legislazione. L'ultima conferenza, per altro blindata e senza contraddittorio, risale al 2009, l'ultima di reale confronto al 2000 a Genova. Una discussione libera e intelligente non sarà realizzata da questo Governo, ma in Parlamento sono state depositate importanti proposte di riforma della legge sulle droghe e di legalizzazione della cannabis. Per questo ci impegniamo a rilanciare una Conferenza autoconvocata. Il Libro Bianco rappresenta uno strumento per una iniziativa politica e culturale di vero cambiamento, che veda protagonisti i giovani, i consumatori, gli avvocati e i magistrati democratici, gli operatori del pubblico e del privato sociale, tutti uniti nel respingere la deriva proibizionista e punitiva, per conquistare diritti e responsabilità.
di Nicola Munaro
Il Gazzettino, 26 giugno 2019
Un fumetto, sullo stile di quello che fu Corto Maltese; un profumo e la creazione di maschere, un'arte tipica di Venezia. Tutto di provenienza dalle carceri cittadine di Santa Maria Maggiore e della Giudecca. Eccolo "Maschere di libertà", il progetto nato all'interno delle due case di reclusione di Venezia e che punta forte sulle arti di alcuni detenuti.
Sono stati loro, infatti, a volere a gennaio l'apertura di un corso per la realizzazione di maschere, dando così il via ad altre idee che hanno trovato terreno fertile nella volontà dei volontari che ogni giorno varcano i cancelli di Santa Maria Maggiore e della Giudecca per far sembrare il più normale possibile quella che è, di fatto, una vita impossibile.
Partendo dalle maschere, si è poi sviluppata anche l'idea di un fumetto, grazie all'abilità nel disegno di uno degli ospiti della struttura. È stato lui a tratteggiare - sullo stile del fumetto di Hugo Pratt - a dare forma e visi ai protagonisti di una storia d'amore impossibile che ha la sua ambientazione perfetta nella Venezia del Settecento, lì dove un pescatore si innamora di una nobildonna. Storia e fumetto che verranno presentati - assieme alle maschere - venerdì pomeriggio al negozio di Mestre Il Fontego, in via Paruta.
Quella sarà anche l'occasione per dare alla luce il terzo step del progetto realizzato all'interno delle mura del carcere veneziano, ovvero il Profumo di Venezia, lo stesso nome anche del fumetto: si tratta della quintessenza della città d'acqua. Note di testa del profumo saranno legno di cedro del Libano, camomilla del Marocco e bergamotto; note di cuore: pepe rosa, rosa damascea, ylang ylang e come note di fondo: myrra (un omaggio alla protagonista della storia d'amore, ndr), incenso legno di sandalo mysore, legno di guayaco del Perù.
"Maschere di libertà - spiega Fabrizio Longo, tra i promotori del progetto - dà una possibilità ai detenuti di imparare un mestiere che ancora offre buone opportunità di lavoro esterno, favorisce un dialogo costruttivo e rilassato tra le etnie, richiama l'interesse di laboratori esterni e l'impegno durante il corso, allontana detenuti e detenute da pensieri negativi rispetto alla loro condizione".
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 26 giugno 2019
Orfini, Migliore e altri deputati si oppongono al documento preparato da Quartapelle. "È invotabile, gli accordi con Tripoli vanno stracciati", dice l'ex presidente del partito. E il gruppo dei dissidenti sottoscrive il testo presentato dalla sinistra e dai radicali. Quartapelle replica: "Tripoli da sola non ce la fa".
A colpi di risoluzioni sulla Libia la sinistra si divide. Domani alla Camera si vota la proroga delle missioni internazionali, incluso il punto in cui si parla degli accordi con la Libia per contenere il flusso dei migranti. Motovedette, centri di permanenza, addestramento. Sulla scia della linea di Gentiloni-Minniti, a cui ora sono però aggiunte alcune avvertenze, quegli accordi sono confermati anche dal Pd, oltre che dalla maggioranza giallo verde e da Forza Italia.
Ma un gruppo di sei dem più Liberi e uguali e i Radicali ha chiesto si voti domani una risoluzione contro: "Gli accordi con la Libia vanno stracciati. È un paese in guerra, è illegale prorogare le intese, in palese violazione dei diritti umani ". Capofila della risoluzione è Matteo Orfini, ex presidente del Pd, che già nelle settimane passate aveva chiesto una presa di posizione diversa e una discussione con Nicola Zingaretti.
Oggi in un post su Facebook, spiega e attacca l'altra risoluzione, quella ufficiale del partito: "Il sostegno alla cosiddetta guardia costiera libica per la gestione dei flussi migratori è per me invotabile. Gli accordi vanno cassati. La Libia è un paese in guerra e rimandarci chi dalla guerra scappa è illegale. Oltre che disumano. Nel Pd ci sono su questo idee diverse. Secondo alcuni, nonostante oggi in quel paese sia scoppiata una guerra, vanno difesi a oltranza. Una posizione per me incomprensibile e proprio per questo avrei voluto discuterla, per capirne le motivazioni. Dico avrei voluto perché purtroppo una riunione su questo non è mai stata convocata".
Orfini sostiene che non si possono ignorare i lager libici e che le avvertenze dell'altra risoluzione dem firmata tra gli altri da Marco Minniti e da Lia Quartapelle sono all'acqua di rose: " Una risoluzione in cui sostanzialmente si dice che quegli accordi vanno bene, ma bisogna avere garanzie che le motovedette non vengano usate per fare la guerra e che i diritti umani vengano rispettati. Come se tutto il resto andasse bene. Non so chi l'abbia discussa e dove. Immagino che il segretario Zingaretti ne sia stato informato e che questa sia la linea della segreteria. Ma so che per me è invotabile. Perché continuare a fingere di non vedere i lager, le torture, le morti nel Mediterraneo davvero non si può".
Il documento che chiede di cancellare gli accordi con la Libia è stato preparato e sottoscritto anche dal leader della Sinistra-Leu Nicola Fratoianni insieme con Erasmo Palazzotto e Laura Boldrini, Luca Pastorino, Roberto Speranza di Articolo 1, il radicale Riccardo Magi e i dem Gennaro Migliore, Giuditta Pini, Luca Rizzo Nervo, Fausto Raciti, Enza Bruno Bossio. Una risoluzione che prende le mosse dalla grave instabilità che caratterizza la Libia dal 2011, anno della cattura e uccisione del colonnello Gheddafi.
"Oggi, in Libia, gli sfollati interni che non possono tornare alle proprie case sono circa 193.600, circa 57.600 sono i rifugiati e richiedenti asilo attualmente registrati presso l'Unhcr in Libia; a Tripoli sono quasi 94.000 gli sfollati a causa del conflitto in corso dallo scorso 4 aprile mentre l'Organizzazione mondiale della Sanità ha precisato che i combattimenti hanno causato finora 653 morti, tra cui 41 civili e 3.547 feriti, tra cui 126 civili".
"L'Unhcr - prosegue il testo - stima che oltre il 48% degli sfollati sia composto da bambini con meno di 18 anni; l'attuale condizione libica ha contribuito ad aggravare la situazione migratoria in particolare per quanto riguarda le condizioni di permanenza dei migranti e dei rifugiati nei centri di detenzione sommando alla ferocia del trattamento dei migranti ampiamente documentata i rischi oggettivi di uno stato di guerra".
Naturalmente la presa di posizione del gruppetto di Orfini non piace a Lia Quartapelle che insieme a Minniti ha preparato il testo "ufficiale" del gruppo. "Il Pd - spiega la deputata - chiede che l'Italia si assuma le sue responsabilità verso un paese che da solo non può cavarsela. Spiace che Orfini e gli altri colleghi non condividano questo punto di vista e trovo singolare che firmino una risoluzione alternativa con altri gruppi parlamentari senza averne discusso con chi ha lavorato nel merito sul provvedimento". E comunque, dice la Quartapelle, "leggo che il Pd sarebbe spaccato perché 6 deputati su 111 hanno firmato un testo sulle missioni internazionali e specificatamente sulla Libia diverso quello già votato in commissione dal Partito democratico. Il testo del Pd dice una cosa molto semplice: abbandonare la Libia, votando contro le missioni internazionali in quel paese, vuole dire destabilizzarla".
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 26 giugno 2019
Adesso alla comandante Carola non resta che decidere se e quando mandare avanti le macchine della Sea-Watch, infrangere il divieto d'ingresso in acque italiane ed entrare in porto a Lampedusa. "So che perderò la nave, ma devo portare a terra queste persone", aveva annunciato ieri in un'intervista a Repubblica consapevole delle conseguenze della sua decisione: multa fino a 50.000 euro e confisca della nave.
La Ong, cui questa prospettiva non piace, non ha ancora deciso se avallare la decisione della comandante, che sembra ormai inevitabile dopo il verdetto della Corte europea dei diritti dell'uomo. I giudici di Strasburgo hanno respinto il ricorso dei 42 migranti, che invocavano un intervento urgente per porre fine a un trattamento disumano al quattordicesimo giorno a bordo. Per la Corte, non ci sono i "motivi eccezionali" che possono discendere dal rischio di "danni irreparabili alle persone".
Un brutto e forse inatteso colpo per la Ong, che ha commentato così: "La Corte ritiene che le condizioni a bordo non costituiscano un danno imminente e irreparabile all'incolumità dei naufraghi e chiede però all'Italia di prestare supporto alla nave. Resta la responsabilità del comandante di portare in salvo i naufraghi". Parole che suonano come un via libera alle scelte della giovane capitana. Rackete ha sperato fino all'ultimo in un verdetto che sollecitasse l'Italia a consentire lo sbarco immediato. Ma così non è stato. Le controdeduzioni fornite dal Viminale sono bastate ai giudici di Strasburgo per emettere una sentenza che si limita a invitare l'Italia "a continuare a fornire l'assistenza necessaria" alle persone a bordo "vulnerabili" per età o condizioni di salute.
Come dire che, finché la nave continuerà a pendolare di fronte a Lampedusa, l'Italia dovrà garantire generi di prima necessità e eventuali cure mediche. Come nei giorni scorsi, quando il Viminale ha consentito l'evacuazione di 11 tra donne incinte, bambini, uomini in gravi condizioni di salute. Salvini, che già prima del verdetto aveva annunciato: "La nave in Italia non arriva, per me può restare in mare fino a Natale", dopo si ringalluzzisce: "Anche la Corte di Strasburgo conferma la scelta di ordine, buon senso, legalità e giustizia dell'Italia: porti chiusi ai trafficanti di esseri umani e ai loro complici", mentre il suo sottosegretario Molteni si lascia andare a un attacco a chi sostiene le ragioni umanitarie: "Aspettiamo con ansia le reazioni di Boldrini, Saviano e compagni vari".
A bordo, il no di Strasburgo è stato accolto con scoramento. Difficile per la comandante tenere tranquilli i 42 migranti, che ieri avevano fatto arrivare a terra un drammatico videomessaggio: "Siamo scappati dalle prigioni libiche e oggi siamo prigionieri su questa nave. Vi chiediamo aiuto, fateci sbarcare. Non è più possibile vivere qui in queste condizioni, seduti o sdraiati. Non c'è spazio per tutti". Appello raccolto dal Garante dei detenuti Mauro Palma, che ha presentato un esposto alla procura di Roma chiedendo di valutare se - nella decisione del governo di vietare lo sbarco - possa ravvisarsi una condotta penalmente rilevante di violazione della libertà personale. Il moltiplicarsi di appelli, da don Ciotti a Emma Bonino, a questo punto, non sembra però in grado di sbloccare la situazione.
Il timone è in mano a Carola Rackete. Sarà lei a decidere se regalare la libertà a quei 42 migranti, nelle stesse ore in cui il Parlamento è chiamato a votare il rinnovo degli accordi con il governo libico per il controllo dei flussi migratori. Una questione sulla quale si è espresso ieri il Consiglio supremo di difesa, riunito al Quirinale dal presidente della Repubblica: "La Libia resta una priorità per il nostro Paese.
Solo il ripristino del dialogo tra tutte le parti potrà creare le condizioni per un reale processo di pace e di conseguente stabilità e controllo del territorio". Ma il voto sul rinnovo della missione finisce per spaccare il Pd con un'ala del partito, capofila Matteo Orfini, che firma con Leu e Radicali una risoluzione per l'immediata sospensione di quegli accordi, voluti dall'ex ministro Pd Marco Minniti: "Vanno strappati, la Libia è un Paese in guerra e rimandarci chi scappa è illegale e disumano".
di Marco Boccitto
Il Manifesto, 26 giugno 2019
La dura denuncia del relatore speciale sulla povertà estrema Philip Alston: solo i ricchi potranno permettersi di fuggire da fame e conflitti. A metà tra un discorso di Thomas Sankara e un aggiornamento degli Olocausti tardovittoriani di Mike Davis, sull'innesco politico prima ancora che climatico di fenomeni devastanti come El Niño, lo special rapporteur dell'Onu per la Povertà estrema, Philip Alston, ha illustrato con la giusta dose di apocalittico realismo i termini della faccenda. Ripetendo, con toni forti e autorevoli, quanto è e sarà sotto gli occhi di tutti, che saranno i più poveri a subire i danni causati dai più ricchi, che i mutamenti climatici in atto travolgeranno chi vi ha meno contribuito.
E che oltre alla scarsità di cibo, acqua e luoghi sicuri in cui vivere, con conseguenti conflitti, migrazioni di massa e vie di fuga che solo i ricchi potranno permettersi, a rischiare seriamente l'estinzione di fronte "agli sconvolgimenti che sono in arrivo" sono gli stessi diritti umani.
"Apartheid climatico" è la calzante definizione usata dallo studioso australiano, parte di un gruppo di esperti indipendenti che ha lavorato a una sorta di sintesi delle ricerche condotte fin qui su una materia così incandescente. Le conclusioni sono sdegno allo stato puro per il modo in cui Donald Trump sta "silenziando attivamente" la ricerca sul climate change e per come Jair Bolsonaro sta svendendo l'Amazzonia alle società minerarie. Ma sono anche una condanna senza appello per i passi "palesemente inadeguati" intrapresi dalle Nazioni unite e dallo stesso Consiglio Onu per i diritti umani - nella cui sede il rapporto verrà presentato, venerdì a Ginevra - che per Alston "non può più limitarsi a organizzare panel di esperti, produrre inutili rapporti, esortare gli altri a fare di più quando di per sé fa ben poco. Spuntare caselle non salverà l'umanità dal disastro imminente".
di Fabio Di Todaro
La Stampa, 26 giugno 2019
Si punta alla prevenzione: importante il ruolo dei pediatri e dei medici di base per riconoscere i primi segnali. Oltre che dalla comunità scientifica, l'appello adesso arriva dall'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza. "Serve un piano d'azione per proteggere i minori dalle droghe e dall'alcol", ha scritto la Garante Filomena Albano al Governo, alla Conferenza delle Regioni e a quella Stato-Città. "Sono sempre più numerosi i giovanissimi che fanno uso di sostanze stupefacenti e alcoliche - si legge nella lettera -. Bisogna aumentare la frequenza dei controlli periodici, i cosiddetti bilanci di salute, tra i 10 e i 14 anni. E poi vanno rafforzati, a livello locale, i controlli sul rispetto dei divieti di vendita ai minori di 18 anni".
Tra queste, quella di riconoscere precocemente i preadolescenti a rischio di dipendenze, assegnando un ruolo importante ai pediatri di libera scelta e ai medici di famiglia. Come testimoniano sovente le cronache, sono sempre più numerosi i giovanissimi che fanno uso di sostanze stupefacenti e alcoliche. E, come testimonia la comunità scientifica, si comincia sempre prima.
"È cambiato il modo di consumare droga, si allunga sempre di più l'elenco delle sostanze che eludono le norme vigenti e che possono essere reperite via internet", si legge nella lettera, redatta dopo mesi di confronto con istituzioni, operatori e professionisti del settore. Dalle audizioni è emerso un quadro con esperienze di rilievo, ma con un'offerta disomogenea sul piano nazionale. Come agire, allora? "Prevenzione e presa in carico, pure se precoce, sono solo due dei possibili interventi", prosegue Albano. Oltre all'incremento dei controlli tra i 10 e i 14 anni, l'Autorità suggerisce che, al momento del passaggio dalle cure del pediatra a quelle del medico di base, il primo rediga e trasmetta una scheda clinica per ogni ragazzo. Obbiettivo: individuare precocemente i ragazzi che rischiano di sviluppare una delle dipendenze sopra citate.
Alcol e giovani - L'abitudine a consumare alcol, fino a ubriacarsi, emerge infatti a partire dall'adolescenza. Fondamentale rimane pertanto l'impegno in termini di sensibilizzazione, portato avanti da molte associazioni ed enti non profit. Oltre che sulle droghe, l'Autorità ha alzato la voce soprattutto relativamente al consumo di bevande alcoliche da parte dei giovanissimi. Molti di loro ignorano i rischi: dalla possibilità di provocare un incidente stradale alle progressive alterazioni nella fase di maturazione cerebrale. L'Italia, nel contesto europeo, vanta un triste primato: assieme ad altri, è il Paese in cui sia le ragazze sia i ragazzi (soprattutto) bevono di più, in assoluto. Nel 2017, il 42,3 per cento delle prime e il 52,5 per cento dei secondi (11-25 anni) ha consumato almeno una bevanda alcolica nel corso dell'anno. Tutto ciò nonostante il divieto di vendita in vigore fino ai 18 anni (speso non rispettato) e le indicazioni provenienti dalla comunità scientifica (i giovani non dovrebbero mai bere almeno fino ai 21 anni, dal momento che il loro cervello è in formazione).
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 26 giugno 2019
Dopo le denunce sulle drammatiche condizioni dei bambini di migranti nei centri di detenzione al confine con il Messico, raccontate anche in questo blog qui, le autorità americane hanno disposto il trasferimento di oltre 300 minori dalla struttura di El Paso. Lo ha riferito la deputata del Congresso Veronica Escobar.
Vari media americani avevano rivelato nei giorni scorsi le condizioni a dir poco precarie dei bambini - separati dalle rispettive famiglie - in queste strutture, con quelli più grandi che si occupano dei più piccoli, compresi i neonati, il tutto a fronte di una grave mancanza d'acqua, insufficiente alimentazione e pessime condizioni igienico-sanitarie. Ai minori era impedito di fare la doccia per giorni, e come raccontava Newsweek, funzionari di governo hanno sostenuto di fronte ai dei giudici federali che non avere del sapone o degli spazzolini da denti e dormire per terra su pavimenti di cemento non rappresenterebbe una violazione della legge che regola e limita la permanenza di minori in centri di detenzione.
Quindici bambini detenuti a El Paso si sono ammalati di influenza, altri 10 sono tenuti in quarantena medica, come hanno riferito alcuni avvocati che avevano visitato la struttura. Tuttavia, non è chiaro dove siano stati portati i bambini. La stessa Escobar afferma che sono stati sistemati in un altro edificio a El Paso. Ma a detta di Human Rights Watch in quel luogo le condizioni non sarebbero migliori: come afferma una delle legali dell'associazione per i diritti umani, le testimonianze parlano di bambini che dormono per terra e che anche qui non sarebbero sufficienti le condizioni igieniche.
di Loretta Bricchi Lee
Avvenire, 26 giugno 2019
Un gruppo di legali è entrato nel centro di El Paso: è scoppiata la bufera che ha travolto le autorità Gli oltre 300 piccoli, da tempo reclusi dopo la separazione dai genitori, sono stati trasferiti dal Texas. Si dimette il capo delle frontiere. Sporchi, abbandonati, malati. Così un gruppo di avvocati ha trovato oltre 300 baby-migranti detenuti nel centro di Clint, vicino alla texana El Paso, dopo essere stati separati dalle loro famiglie.
L'effetto del loro racconto, raccolto dai media, è stato dirompente. L'indignazione dell'opinione pubblica ha "costretto" le autorità a prendere misure immediate. I piccoli sono stati trasferiti e, perfino, la Casa Bianca, attraverso il vicepresidente, Mike Pence, ha condannato l'accaduto. Il problema, però, resta. La politica di "tolleranza zero" inaugurata da Donald Trump, con la decisione di recludere minori e famiglie in attesa dell'esame della richiesta d'asilo, ha mandato in tilt il sistema. I luoghi di detenzione sono al collasso.
Lo dimostra il fatto che un gruppo di cento bambini portati via da Clint sono poi ritornati al punto di partenza, ieri, senza alcuna spiegazione. La vicenda è cominciata lunedì quando un gruppo di legali ha ottenuto l'autorizzazione di visitare il centro. Gli avvocati si sono trovati di fronte una situazione sconfortante: i bimbi erano chiusi "celle orrende", sovraffollate, e "gravemente trascurati", tanto che gli adolescenti si prendevano cura dei più giovani.
Evidenti le pessime condizioni igienico- sanitarie: non solo mancavano docce, sapone, dentifricio e spazzolini, ma pure cibo e coperte. I piccoli erano sporchi, con indosso gli stessi indumenti con cui avevano oltrepassato il confine, infestati di pidocchi e malati per aver dormito per settimane per terra su pavimenti di cemento.
In un primo tempo, i funzionari del dipartimento dell'immigrazione Usa hanno cercato di difendersi sostenendo che nulla di quanto riportato rappresentava una violazione delle regole. Hanno, però, dovuto ammettere che i centri in questione sono attrezzati per ospitare i migranti per un massimo di tre giorni, mentre ora la reclusione si prolunga. Le giustificazioni non hanno, però, convinto i cittadini e nemmeno le istituzioni. La stessa portavoce dell'ufficio del reinsediamento dei rifugiati - che è parte del ministero della Sanità - ha detto di essere di fronte a "una crisi umanitaria" che "peggiora di giorno in giorno".
Alla fine, il commissario temporaneo per la sicurezza delle frontiere, John Sanders, ha presentato le dimissioni. Nelle stesse ore, i legislatori dibattevano una misura di emergenza per far fronte all'esaurimento dei fondi per la gestione dei centri di detenzione prevista per la fine del mese. Il finanziamento di 4,5 miliardi di dollari - tra cui 2,9 miliardi di dollari per l'assistenza à rifugiati e ai migranti - deve essere autorizzato dalla Camera e dal Senato prima della scadenza del 4 di luglio. Il presidente Trump potrebbe, però, imporre il veto a meno di non ottenere dall'opposizione qualche concessione nella lotta all'immigrazione irregolare.
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