di Adolfo Pérez Esquivel
Il Manifesto, 27 giugno 2019
La guerra giudiziaria è diventata oggi lo strumento statunitense per modificare gli equilibri politici nello storico "cortile di casa". Si denigrano ex governanti progressisti per evitare che tornino a crescere alternative popolari alle politiche neoliberiste Usa. Papa Francesco ha di recente lanciato l'allarme sul ricorso al lawfare, alla guerra giuridica, come meccanismo di intervento nello scenario politico. Nel suo discorso al Vertice dei giudici panamericani ha spiegato che "il lawfare, oltre a mettere in grave pericolo la democrazia dei paesi, generalmente viene utilizzato per minare i processi politici emergenti e propendere alla violazione sistematica dei diritti sociali".
Il lawfare è stato definito dal Comando Sud degli Stati uniti parte della strategia per assicurare l'influenza e tornare allo stato di subordinazione del continente che per Washington è sempre stato il "patio trasero" (cortile di casa). Una strategia utilizzata nei colpi di Stato, come quelli contro i governi di Honduras e Paraguay. Quando i golpe "bianchi" istituzionali falliscono, cercano di imporla con la forza come fatto storicamente orchestrando colpi di Stato insurrezionali o minacciando interventi militari diretti come nei confronti del Venezuela, un paese costretto ad affrontare pressioni e sabotaggi di ogni tipo contro la sua popolazione, con il blocco statunitense che causa la penuria di alimenti e farmaci.
L'attuale amministrazione statunitense ha accentuato il proprio interventismo nella regione, cercando di recuperare lo spazio egemonico perso dopo il fallimento delle politiche neoliberiste negli anni 90 con l'ascesa di governi progressisti che hanno messo in essere strategie all'insegna di una maggiore sovranità e giustizia sociale. Per garantire i propri interessi, Washington non può permettere che un paese indipendente e sovrano esca dalla sua orbita di dominio. Il ritorno alle politiche neoliberiste in diversi paesi della regione favorisce la ricolonizzazione del continente, l'acuirsi della dipendenza, l'esclusione sociale, la concentrazione della ricchezza, finendo per rendere spurie le democrazie latinoamericane.
La guerra giuridica è utilizzata per denigrare e attaccare ex governanti progressisti, per evitare che tornino a crescere alternative popolari alle politiche neoliberiste. Non si tratta di fatti isolati: rispondono a politiche imposte dagli Usa in tutto il continente; è quello che accade in Brasile contro Lula e Dilma Rousseff, la perversa impalcatura giuridica e politica usata per impedire la candidatura di Lula alle elezioni. Le denunce del giornalista statunitense Glenn Greenwald, vincitore del Premio Pulitzer nel 2014 insieme allo staff del Washington Post, hanno rivelato com'è stato costruito il processo contro Lula, la perversione e le falsità del giudice Sergio Moro, di Bolsonaro e dell'ambasciata statunitense.
In Argentina è stata costruita un'architettura politica basata sull'intervento della giustizia attraverso lo spionaggio, con l'intervento diretto e parastatale di agenzie di intelligence, con un grande impegno da parte dei media, concentrati in poche mani, e di giornalisti diventati spie. Come è stato possibile che un autista come Oscar Centeno abbia avuto a sua disposizione informazioni e dati tali da costruire un piano per denunciare Cristina Kirchner, i suoi figli ed ex funzionari del suo governo? Il popolo non è stupido. L'inganno e la bassezza messi in campo assomigliano all'operato nefasto del giudice Moro contro Lula in Brasile o a quanto è stato compiuto in Ecuador contro l'ex presidente Rafael Correa.
I nostri popoli credono nella giustizia, ma non credono più nel potere giudiziario. Il governo minaccia e condiziona i giudici. Certi magistrati temono le minacce e le rappresaglie, hanno paura che si inventino ragioni per sottoporli a un giudizio politico o per insabbiare il loro lavoro.
Quando un giudice indaga su fatti che coinvolgono funzionari dell'amministrazione giudiziaria e alleati del governo, come Marcelo D'Alessio, il procuratore Stornelli, i presunti repubblicanisti come il giudice Bonadío, la ministra della sicurezza sociale Patricia Bullrich, deputati della coalizione di governo, settori della corporazione dei giudici, i media mainstream e lo stesso presidente della nazione avviano una campagna feroce contro i giudici indipendenti, come Alejo Ramos Padilla, mirando a squalificarli e distruggerli per evitare che proseguano le inchieste.
Il presidente Macri, forte della sua impunità, invita il procuratore Stornelli a un evento pubblico nella giornata delle forze armate, come per dargli manforte di fronte ai cinque rinvii a giudizio decisi dal giudice Padilla; burlandosi così di quella giustizia che dovrebbe servire. Le accuse in serie avanzate dal giudice Bonadío contro l'ex presidente Cristina Fernández, benché siano evidenti le falsificazioni, come ad esempio nella causa relativa all'importazione di gas liquefatto, mettono in evidenza la strategia del lawfare. A importare non sono verità, obiettività, giustizia, ma obiettivi politici al servizio del potere.
I servizi segreti delle ambasciate degli Stati uniti e di Israele continuano a tramare nell'ombra, con giudici che vanno e vengono per essere "formati": imparano come demolire qualunque opposizione politica e come indurre e manipolare campagne elettorali e opinione pubblica, sostenuti da una stampa canaglia che agisce nella totale impunità. L'obiettivo è arrivare a condannare prima dei giudici e instillare nella popolazione gli effetti di queste condanne mediatiche, sollevando sospetti e accuse. Le prove dell'appartenenza di Marcelo D'Alessio alla Dea, con legami stretti negli Stati uniti, in Israele, con la ministra Bullrich e il procuratore Stornelli, la sua partecipazione al vertice dei capi di Stato del G20 sono fatti gravi che attentano alla sicurezza del paese.
Nel corso di una perquisizione, sono stati trovate in possesso di D'Alessio armi sofisticate che non esistono nel paese, in dotazione alle forze armate statunitensi, e documentazione che attesta le sue responsabilità e connivenze con il governo. È molto grave che si permetta ad agenzie di intelligence parastatali di operare, come hanno fatto - lo si apprende dalla documentazione sequestrata - D'Alessio e la sua équipe in Venezuela e Uruguay, violando i diritti sovrani di paesi fratelli. È necessario denunciare il lawfare e chiarirne i meccanismi all'opinione pubblica. Ma non basta. Nella ricerca di alternative dovremmo mettere in atto strategie di maggiore trasparenza e controllo nella gestione pubblica e nell'amministrazione della giustizia e istituzionalizzare con maggiore determinazione efficaci meccanismi di controllo e democratizzazione della società.
cdt.ch, 27 giugno 2019
Le prove indicano che le forze dell'ordine fanno spesso uso di violenza contro i detenuti per punire ed estorcere confessioni. Un cittadino russo su 10 afferma di essere stato torturato dagli agenti delle forze dell'ordine. Lo riporta un sondaggio dell'istituto demoscopico indipendente Levada Center. I risultati offrono "prove spaventose che le forze dell'ordine usano la violenza contro i detenuti e la usano spesso", ha detto il Centro Levada. Il sondaggio è stato commissionato dall'ong Committee Against Torture e pubblicato ieri.
Tre quarti di chi ha affermato di essere stato torturato ha detto che le forze dell'ordine hanno usato la violenza per umiliare e intimidire. La metà ha detto che le autorità li hanno torturati per estorcere confessioni e un terzo ha dichiarato che la violenza è stata inflitta come punizione. Le forze dell'ordine russe sono state colpite da diversi scandali di torture, con vittime tra le persone LGBT in Cecenia, Testimoni di Geova e carcerati.
Nel 2018, gli investigatori dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno chiesto alla Russia di fermare le frequenti torture di detenuti e perseguire i responsabili. Lo riporta il Moscow Times. Mentre il 60% degli intervistati ha dichiarato di opporsi alla tortura in tutti i casi, il 30% ha dichiarato che la pratica è accettabile in rare occasioni. Allo stesso tempo, il 40% ha affermato che evitare la tortura renderebbe più difficile per le forze dell'ordine trovare i criminali. "Questi risultati sono spiacevolmente sorprendenti", ha detto l'avvocato dell'ong Dmitry Kozakov al quotidiano Kommersant. Levada ha condotto il suo sondaggio, pubblicato nella Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, tra 3400 intervistati in 53 regioni russe in gennaio e febbraio.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 26 giugno 2019
"PlusValue" si dedica, in qualità di partner, alla valutazione dell'impatto sociale ed economico del Programma 2121, l'accordo promosso dal Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria con il gruppo multinazionale di sviluppo immobiliare "Lendlease" e finalizzato a valorizzare l'inclusione sociale dei detenuti presenti negli istituti penitenziari della Lombardia attraverso la promozione di inserimenti lavorativi.
di Marcello Lazzerini
lindro.it, 26 giugno 2019
Fra i tanti temi dimenticati dal dibattito che infiamma ormai da mesi la politica italiana, ve n'è uno che riguarda le condizioni di vita di migliaia di persone, particolarmente disagevoli in questi torridi giorni: è quello delle carceri italiane, dove non si è mandati a "marcire", come un ministro ha detto, ignorando la funzione che la Carta costituzionale assegna al sistema carcerario, che è quello dove si è reclusi per scontare una pena, ma anche dove si svolgono attività formative ed educative allo scopo di favorire il recupero e il reinserimento dei detenuti nella società. Anche l'informazione è spesso carente e approssimativa, ignorando talvolta le reali condizioni dei vari istituti di pena.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 giugno 2019
Al carcere di Pianosa ci sono "metodi di trattamento nei confronti dei ristretti sicuramente non improntati al rispetto della persona ed i principi di umanità". A rivelarlo - denunciando pestaggi, violenze fisiche, ma anche psicologiche - fu l'allora magistrato di sorveglianza di Livorno, il dottor Rinaldo Merani. Parliamo del 5 settembre 1992, in pieno emergenzialismo scaturito dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio.
di Anna Spena
vita.it, 26 giugno 2019
Si dice che un bimbo con la mamma o il papà in carcere sia "un bimbo con un segreto". Il genitore in prigione diventa, nelle parole del bambino, "malato"; "in viaggio"; "assente per lavoro". Finanziato dal Bando Prima Infanzia, approvato dell'impresa sociale Con i Bambini, "la barchetta rossa e la zebra" vuole combattere la povertà educativa minorile dei figli di genitori detenuti nel carcere maschile Marassi e nella casa Circondariale femminile Ponte Decimo di Genova.
di Carlo Fusi
Il Dubbio, 26 giugno 2019
Le regole ci sono, anche piuttosto dettagliate. Ma prima ancora delle regole - ed è l'elemento che determina e scandisce il loro funzionamento - viene ciò che le sottende: ossia la cultura, lo spirito che codifica e impregna i comportamenti sociali. Non basta. Ancora più in profondità c'è la fiducia: sia dei cittadini verso le istituzioni che viceversa. "Il cerchio si stringe", mormora Gherardo Colombo seguendo il filo del suo ragionamento. Un filo che parte dalle leggi e si dipana a cerchi concentrici per ricomprendere i comportamenti. È il filo che tiene unite le aggregazioni sociali e che oggi presenta evidenti (e pericolosi) segmenti di logoramento.
Partiamo dalle intercettazioni, dottor Colombo. Dove bisogna porre il discrimine tra esigenze d'indagine e rispetto della privacy? Esattamente quanto ampio è il campo di lavoro dei trojan?
"Ci sono due diritti costituzionalmente garantiti: quello alla riservatezza e quello alla sicurezza. Da una parte il diritto dei cittadini ad avere una vita non esposta all'intrusione; dall'altra limitazioni alla libertà personale per tutelare altri diritti che hanno il medesimo rango costituzionale. Per le intercettazioni la legge dispone limiti come per tutti gli strumenti investigativi. Possono essere effettuate solo per reati di una specifica gravità. Quando ci sono gravi indizi di reato e quando risultano assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini. Quanto all'uso dei trojan, cambia a seconda se le intercettazioni riguardano persone presenti oppure conversazioni con altri. Se ricordo bene, le prime possono essere autorizzate solo se nel luogo si sta commettendo attività criminosa. Poi vanno contemplate le norme della legge Spazza-corrotti, che prevede l'agente sotto copertura e che io invece chiamerei agente provocatore. Dunque ricapitolando. Le intercettazioni possono essere autorizzate solo per determinati reati; solo se esistono gravi indizi di colpevolezza; solo se risultano assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini e infine, se nel domicilio, solamente se si sta consumando l'attività criminosa".
Questo il perimetro normativo. E la sostanza, almeno dal suo punto di vista, qual è?
"Per me il punto principale è la fiducia. Che non riguarda solo le intercettazioni ma investe in generale il tema sociale del controllo. Con le telecamere negli asili, negli ospedali, negli ospizi e così via. Quando e dove succede che si ricorra così pesantemente a strumenti di controllo di questo genere? Lei, come me, avrà sicuramente visto il film Le vite degli altri. Perché la Stasi operava in quel modo? Perché esisteva un grandissimo scollamento tra il cittadino e le istituzioni. Queste non si fidavano per niente del cittadino e viceversa. Lasciamo perdere le ragioni di questa sfiducia reciproca. Sta di fatto che era venuto meno il collante della società e si ricorreva a qualunque forma allora ipotizzabile di controllo. A mio avviso oggi noi stiamo seguendo, almeno un po', la medesima tendenza. Il ricorso così frequente a qualsiasi forma di controllo possibile dipende dalla sfiducia che esiste da parte delle istituzioni verso i cittadini; dei cittadini nei riguardi delle istituzioni e dei cittadini tra di loro".
E questo dove porta? Qual è il rischio che si corre?
"A mio avviso il rischio più forte è che più si utilizzano questi strumenti e maggiormente quell'utilizzo concorre a diminuire la fiducia. Ad un certo punto ci troveremo ad essere obbligati al loro uso perché nessuno si fida più di nessuno. Peraltro non dimentichiamo che si tratta di forme di controllo assai incerte. Perché fotografano, filmano o registrano dei momenti completamente avulsi dal resto. Quando facevo il magistrato affrontavo le intercettazioni con grandissima cautela perché un conto è leggere e un conto è sentire. E con ancora un rischio ulteriore. Pensiamo alle telecamere negli asili. In quel caso sembra diventi più importante acquisire la prova rispetto all'esigenza di tutelare le persone. La telecamera filma, per dire, per tre mesi i maltrattamenti verso i bambini e solo dopo tre mesi si fa la notizia di reato. Così viene privilegiata la repressione rispetto alla prevenzione. La ricerca della prova in questo modo confligge con la prevenzione del maltrattamento".
Stiamo dicendo che le intercettazioni cosiddette a strascico sono una violenza?
"A rigore dovrebbero essere impossibili. Se infatti leggiamo le disposizioni del Codice del 1989, dovremmo essere garantiti da quel pericolo. Forse non è sempre così. Poi ovviamente bisogna fare delle distinzioni. Se pensiamo ai reati di associazione - mafiosa, terroristica, delinquenziale - è giustificabile l'idea che l'intercettazione possa essere legittima praticamente sempre. Perché l'attività dell'associazione a delinquere è continua. L'interrogativo si pone se si tratta di un reato singolo. E si pone sempre più pesantemente quanto più lo strumento è invasivo. Senza dimenticare un'altra questione decisiva, e cioè se le intercettazioni al di fuori del processo penale sono utilizzabili oppure no. Forse non sarebbe male organizzare un convegno su questo".
E quali devono essere - se ci devono essere - i limiti alla diffusione e pubblicazione delle intercettazioni?
"Io penso che bisognerebbe tornare allo spirito originario del Codice di procedura penale dell' 89. Prevedeva che tutto quello che stava prima della formazione della prova non esistesse. Che l'informazione di garanzia mai e poi mai equivaleva alla contestazione di un reato, e tanto meno di una condanna. Che la prova si formasse in dibattimento e non prima. Come dovrebbe essere anche adesso".
E invece non è. Il vento spira in senso opposto. E mette paura.
"Sa qual è il problema vero? È della cultura. Del modo di intendere le cose. La Costituzione dice che tutte le persone sono degne e sono degne quanto tutte le altre. Invece succede, spesso anche da parte dei media, che la dignità della persona sia considerata un incidente, un bene calpestabile. E anzi più la notizia sconvolge la dignità di una persona e più è considerata ghiotta. Le norme esistono. Anche riguardo la pubblicabilità delle notizie e delle intercettazioni. Invece sembra che un po' di persone lavorino per fini opposti. Ai giornalisti le intercettazioni arrivano da qualche parte, no? Non è che vengono comunicate ufficialmente".
Infatti. Peraltro quel tipo di pubblicazione in taluni casi sarebbe anche un reato...
"Beh però se qualcuno vi chiede come vi sono arrivate, avete la facoltà di non rispondere".
Dottore, quel difetto culturale, come lo chiama lei, come si supera?
"Secondo me siamo messi male. Oggi è dominante una cultura che punta alla discriminazione. Che vuole considerare chi commette un reato una specie di diverso, un deviante: un indegno. Al contrario la Costituzione dice che le pene non devono ledere la dignità, devono tendere al recupero. Anche chi ha commesso un reato per cui è stato condannato in via definitiva comunque non potrebbe essere sottoposto a trattamenti inumani e non potrebbe subire violenze fisiche o psicologiche. Se oggi invece la cultura si muove su piani opposti, qualsiasi disposizione venga emanata risulta fallace. Solo che un intervento culturale può avere effetti solo in tempi non brevi, né medi. Per questo la vedo abbastanza male".
Recuperando il concetto di fiducia. Come fa la magistratura, dopo le vicende del Csm, a recuperare autorevolezza, prestigio, attendibilità?
"Guardi, può apparire paradossale rispetto a tutto quel che ho detto finora. Può apparire paradossale, cioè, che io mi richiami alle procedure. Se mettiamo insieme due cose, la trasparenza e le procedure, allora certi comportamenti, certe degenerazioni diventano più difficili. Facciamo un esempio su un piano totalmente diverso. Mettiamo che si debbano stabilire alcune regole, condivise, per la convivenza dentro casa: a che ora si pranza, chi fa la spesa e come, chi si occupa di pagare le bollette eccetera. Si condividono e si stabiliscono delle procedure. Per quel che riguarda il Csm, per esempio, le domande di trasferimento devono essere decise secondo l'ordine cronologico".
Non a pacchetto...
"Secondo l'ordine cronologico punto e basta. E tutto si deva fare in maniera trasparente".
Cioè come, che significa?
"Significa che l'attività svolta deve essere pubblica, chiunque deve essere messo in grado di verificare se la procedura è stata seguita, e deve conoscere il perché della decisione alla quale la procedura ha portato. Poi potranno magari esserci anche momenti, rari e temporanei, di necessaria segretezza. Ma la regola generale deve essere la trasparenza. E attenzione: se ci sono delle eccezioni, devono poter essere spiegate. Ritorno al punto principale: è una questione di cultura, altrimenti è inutile".
Ma secondo lei è davvero il carrierismo il male oscuro della magistratura?
"Guardi, quando il carrierismo non era così esasperato e le nomine tendenzialmente seguivano il criterio dell'anzianità, penso che in ogni caso chi non era coerente con il pensiero dominante veniva comunque escluso. Il posto di Procuratore, dopo un breve periodo in cui identificava il Dirigente, è ritornato ad essere più un posto di comando che di coordinamento. Capo e Dirigente son due cose diverse: a noi italiani il Dirigente non piace, ci piace molto il Capo. La spinta ad occupare posizioni di comando era meno sentita. Adesso la tendenza è opposta. C'è l'affermazione del Sé ma c'è anche tanto altro".
Ma in conclusione, dottor Colombo. Lei ha fatto il magistrato in periodi, diciamo così, assai complicati. Cos'ha provato leggendo cosa succedeva nel Csm per le nomine?
"Ma, sa: io sono rotto a tutte le esperienze. Nel 1981, quando abbiamo scoperto la P2, il vice presidente del Csm risultava avere il suo nome tra gli appartenenti alla Loggia di Gelli. E il ministro della Giustizia dell'epoca aveva presentato domanda per entrarvi. Abbiamo trovato la sua richiesta autografa di adesione. Per cui, ormai, non sono particolarmente portato allo stupore".
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 26 giugno 2019
Incontro in Italia dei responsabili delle amministrazioni penitenziarie di Spagna, Portogallo, Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. Poi una piattaforma di lavoro comune per contrastare le attività criminali nelle prigioni.
di Liana Milella
La Repubblica, 26 giugno 2019
Nino Di Matteo correrà per il Csm. Nelle elezioni suppletive che si svolgeranno il 6 e il 7 ottobre. Correrà, ma come indipendente, per il gruppo di Piercamillo Davigo, Autonomia & Indipendenza. A proporlo non è il vertice della corrente, ma la sua base. Richiesta ovviamente accolta. Noto per aver sostenuto la pubblica accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia, concluso con anni di condanne in primo grado, e conosciuto per il suo lavoro a Palermo che costa a lui e alla sua famiglia una vita blindata per le pesanti minacce di Cosa nostra, Di Matteo conferma la sua candidatura.
Che cade in un duplice momento particolare, per lui, ma anche per la magistratura italiana. Partiamo dal secondo aspetto. Le elezioni suppletive per due posti da pm tra i 16 togati di palazzo dei Marescialli si tengono per via dell'inchiesta di Perugia sull'ex presidente dell'Anm Luca Palamara accusato di corruzione. Tra i togati coinvolti, e costretti a dimettersi, anche Luigi Spina (Unicost) e Antonio Lepre (Mi).
In assenza di una lista dei non eletti (per 4 posti di pm corsero a luglio 2018 solo 4 pm), la via delle elezioni suppletive è obbligata. A proporre che si superino le correnti per il voto di ottobre è stato Eugenio Albamonte di Area, ex presidente dell'Anm. La prima candidatura fuori dalle dinamiche correntizie, anticipata dal Dubbio, è proprio quella di Di Matteo.
Che solo qualche giorno fa è stato destinatario di un attestato di stima e solidarietà da oltre un centinaio di suoi colleghi che hanno scritto al presidente Sergio Mattarella per sollecitare una presa di posizione del Csm sulla decisione del capo della Procura nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho di escluderlo dal gruppo che indaga sui mandanti delle stragi per via di una sua intervista.
Di Matteo si è rivolto al Csm per contestare la decisione e ribadire di non aver rivelato alcuna pista investigativa segreta, ma di aver solo ripetuto fatti noti da anni. 11 Csm non si è ancora occupato della vicenda. Ma il gruppo che apertamente ha difeso Di Matteo è stato A&I con le dichiarazioni del componente del Csm Sebastiano Ardita.
lanuovariviera.it, 26 giugno 2019
Due mesi a disposizione della città. È il progetto finanziato al quale il comune di San Benedetto ha aderito e che vedrà tre detenuti in affidamento che lavoreranno al fianco degli operai del Comune di San Benedetto su aree verdi e per la manutenzione.
Una iniziativa sperimentale che ha visto l'assessorato diretto da Emanuela Carboni raccogliere l'invito dell'associazione "Il Germoglio" a mettere in campo un progetto che assicurerà un concreto lavoro di supporto, organizzazione e sostegno nell'attuazione di misure alternative alla pena e alla detenzione.
"Un progetto - spiega l'assessore Carboni - che abbiamo abbracciato volentieri e per il quale ci siamo subito mossi al fine di trovare i fondi necessari alla sua realizzazione". Ieri mattina, alla presentazione dell'iniziativa in Comune, erano presenti anche il presidente ed il vice presidente dell'associazione "Il Germoglio", vale a dire Cosimo Bleve e Giuseppe Giuliano che hanno rimarcato quanto sia necessario credere nella possibilità di reintegrazione ringraziando il comune per aver accolto questo progetto.
L'iniziativa vedrà coinvolti, ovviamente, il settore dei servizi sociali con Antonio Di Battista e quello dei lavori pubblici con Lanfranco Cameli. I detenuti lavoreranno per quattro ore al giorno, tre giorni alla settimana per ventisette giorni lavorativi. "Questo significa - ha spiegato Di Battista - che l'iniziativa coprirà circa due mesi". Il costo complessivo dell'operazione ammonta a circa 2.250 euro che saranno a carico del Comune.
- Sicilia: emergenza idrica nelle carceri, scatta la protesta dei detenuti
- "Metodo mafioso" se l'estorsione avviene con modalità che rievocano la forza del clan
- Amanda Knox, definitiva la condanna dell'Italia: "Violati i diritti della difesa"
- Roma: taglio alle classi scolastiche a Rebibbia, sciopero dei prof
- Enna: i detenuti protestano per la mancanza d'acqua e non rientrano in cella









