Ristretti Orizzonti, 6 luglio 2019
La Camera Penale Veneziana "Antonio Pognici" aderisce alla manifestazione di protesta e alla conseguente astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziale indetta per la giornata del 9 luglio 2019 dall'Unione Camere Penali Italiane per sensibilizzare l'opinione pubblica, oltre che i Giuristi, circa la drammatica situazione attuale in cui versano gli Istituti di Pena in tutta Italia.
L'umiliante condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo per "trattamento inumano e degradante" (sentenza "Torreggiani") sembrava costituire un'occasione di riscatto: la novellazione che ne è seguita, gli Stati generali dell'esecuzione penale, la delega per la riforma dell'ordinamento penitenziario si muovevano in questa direzione.
Ignavia politica prima, miopia culturale, dopo, hanno bruscamente interrotto questo percorso. Peggio: si è imboccato un tornante di civiltà giuridica, e forse di civiltà tout court, in cui la minaccia del carcere sembra costituire l'unica risorsa di una politica incapace di farsi carico dei reali problemi della società, rimuovendone o contenendone le cause, ma abilissima se non nel fomentare, certo nello strumentalizzare le ansie collettive.
Si è accentuata la vocazione "carcero-centrica", in totale dicotomia con i principi della Costituzione. Tale spinta si pone del resto anche in contrasto con le statistiche che registrano, in modo continuo e costante, un calo del numero di reati ormai da oltre 10 anni (-34,8% per gli omicidi volontari, -33,3% per le rapine, - 8,5% per i furti in casa).
La questione, quindi, non è solo "penitenziaria": una società che affida le sue sorti alla risposta penale, è una società che si consegna ad una democrazia autoritaria, che vagheggia uno "Stato penale", perché incapace di crescere nel rispetto dei diritti e delle garanzie di uno Stato di diritto.
I dati statistici del Ministero della Giustizia sugli istituti di pena sono impietosi e preoccupanti, invero, si è raggiunto il numero esorbitante di 60.476 detenuti (9.948 in più rispetto alla capienza massima consentita). La media nazionale, in continuo aumento, sfiora il 130%, rispetto alla capienza disponibile. Vi è un solo medico di base ogni 315 detenuti anziché un medico ogni 150, come previsto. Le piante organiche sono totalmente insufficienti.
Nel 2018 sono morti 148 detenuti, dei quali ben 67 sono stati suicidi. Nel 2019, siamo già arrivati a 60 morti, di cui 20 suicidi. Con una media di un decesso ogni 3 giorni.
Nella Casa Circondariale di Santa Maria Maggiore a Venezia, come risulta dalla relazione sull'amministrazione della giustizia del Tribunale di Sorveglianza, il sovraffollamento è costante e la capienza è superiore a quella "tollerabile". Nell'ultimo anno vi sono stati tre tentativi di suicidio e 102 atti di autolesionismo.
Una problematica continua a essere la difficoltà di applicazione dell'istituto di cui all'art. 148 c.p., il quale prevede che nel caso in cui nel corso dell'esecuzione della pena sopravvenga al condannato una infermità psichica, il giudice ne dispone il ricovero; purtroppo la chiusura delle corrispondenti strutture (ospedali psichiatrici giudiziari), unitamente alla impossibilità di utilizzare le Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza), pone oggi rilevanti interrogativi in ordine all'opportunità o meno di disporre che tale forma di ricovero sia comunque attuata presso un istituto penitenziario.
Infine per quanto riguarda la concessione delle riduzioni di pena ovvero di risarcimenti del danno, ex art. 35 ter O.P., conseguenti alla violazione dell'art. 3 della Convenzione dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali nei confronti di soggetti detenuti o internati, l'Ufficio di Sorveglianza di Venezia per l'anno 2018 ha accolto ben 94 richieste, con soli 10 rigetti e 41 inammissibilità, mentre per il primo semestre dell'anno 2019 vi sono state già 56 richieste accolte, 2 soli rigetti e 15 inammissibilità. La situazione negli altri Istituti di pena del Veneto è analoga, se non peggiore, come per le Case Circondariali di Verona e Treviso. Ciò a dimostrazione del fatto che, nonostante le pesanti condanne e censure pervenute in sede europea, le condizioni dei detenuti in Italia sono sempre peggiori e vengano palesemente ignorate dal nostro legislatore.
I detenuti, seppur abituati loro malgrado a condizioni di vita disumane, sono esasperati per la mancanza di acqua o di adeguate cure mediche in relazione a gravi malattie, hanno posto in essere delle forme di proteste molto forti e violente, spesso distruggendo interi padiglioni e/o appiccando incendi, come avvenuto negli istituti di pena di Trento, Rieti, Sanremo, Spoleto, Campobasso, Agrigento, Trapani, Barcellona, e Poggioreale.
Il venir meno di ogni speranza di cambiamento e di poter concretamente contare su misure alternative o quantomeno sulla finalità rieducativa della pena stanno creando sempre più situazioni di disagio e di disperazione all'interno della carceri italiane, con gli inevitabili rischi che tutto ciò inevitabilmente comporta.
Appare assolutamente necessario riattivare, con la massima urgenza, un percorso virtuoso volto a umanizzare la pena in modo da ricondurre l'esecuzione penale nell'ambito della legalità costituzionale. Ne discutiamo, dunque, il 9 luglio p.v. alle ore 12,00 presso l'Aula della Corte d'Assise (Aula "C") del Tribunale Penale di Venezia.
La Presidente
Il Consiglio Direttivo
La Commissione Carcere della Camera Penale Veneziana
cronachedellacampania.it, 6 luglio 2019
Poggioreale si appresta a vivere un nuovo "12 luglio" (come quello del 1968) annunciano i movimenti napoletani solidali con le persone detenute, che ieri sera si sono dati appuntamento nel centro "O Sgarrupato" in vico Lepre per preparare la mobilitazione convocata per venerdì prossimo alle 18,30 davanti al carcere in lato piazzale Cenni. I parenti dei detenuti di Poggioreale chiamano a raccolta tutte le persone che solidarizzano con i detenuti e li invitano a portare delle "pentole e cucchiai di legno per farci sentire il più possibile dai detenuti".
La protesta nasce dall'esigenza di portare ancora una volta all'attenzione dei media nazionali le estreme condizioni di degrado in cui versa la struttura di Poggioreale e dopo gli episodi che si sono verificati il mese scorso nella casa circondariale, dalla morte di tre detenuti (2 sono i casi di suicidio) in soli tre giorni alla rivolta del 16 giugno scorso che ha interessato tutti i reclusi, oltre 200, nel padiglione Salerno che chiedevano il ricovero di un altro detenuto.
"A fronte di circa 1600 posti - denunciano i parenti dei detenuti di Poggioreale - sono rinchiusi circa 2400 detenuti; a questo si aggiungono condizioni sanitarie inaccettabili, l'assoluta mancanza di un'assistenza medica. Oggi ci sembra ancora più urgente lottare contro l'istituzione carceraria, in particolare in una fase in cui giustizialismo e populismo penale invadono ed egemonizzano il discorso pubblico". Di "emergenza carcere", intanto, si discuterà a Napoli anche il 9 luglio, nel corso di una iniziativa convocata nel giorno dell'astesione dei penalisti italiani, nel palazzo di giustizia dalle 10.
Oltre alle relazioni del Garante Palma e del coordinatore della commissione ministeriale per la riforma dell'ordinamento penitenziario Glauco Giostra, sono previsti tra gli altri anche gli interventi della direttrice del carcere di Poggioreale Maria Luisa Palma, del presidente della Corte di Appello di Napoli, Giuseppe De Carolis di Prossedi, Luigi Riello, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Napoli, del procuratore di Napoli, Giovanni Melillo e dei rappresentanti di Ristretti Orizzonti, giornale di informazioni sul carcere, e dell'associazione Antigone per i diritti dei detenuti e di altri rappresentanti istituzionali e del mondo forense.
di Giulia Bellaveglia
quilivorno.it, 6 luglio 2019
Ottantatré detenuti partecipano a quattro laboratori musicali all'interno del carcere e tre di loro realizzano a mano tre violini grazie all'aiuto del liutaio Giovanni Pasquali. Pomeriggio speciale alle Sughere quello di venerdì 5 luglio alle 14 negli spazi della struttura. Ben ottantatré detenuti in regime di massima sicurezza hanno preso parte ai quattro laboratori musicali realizzati all'interno del carcere grazie al progetto Musica, arte, scienza finanziato dal Miur.
"Quando sono arrivato ho trovato questo splendido progetto già avviato - ha spiegato Carlo Mazzerbo, direttore della casa circondariale - Ragion per cui non ho potuto far altro che supportarlo".
In particolare, tre delle ottantatré persone hanno realizzato a mano grazie all'aiuto del liutaio Giovanni Pasquali tre violini, uno dei quali sarà suonato al concerto in programma dal Duo Baldo composto dai musicisti Aldo Gentileschi e Brad Repp.
"L'idea della costruzione dei violini è partita da una serie di modellini in legno realizzati dai detenuti in passato" ha affermato Marta Lotti, musicista e referente del progetto. Presenti alla conferenza di presentazione dell'iniziativa Girolamo Deraco, compositore del laboratorio, Marco Garghella, commissario coordinatore, Alfredo Villano, responsabile reparto alta sicurezza e Salvatore Giffoni, viceispettore.
"Grazie a questo progetto è nata una logica di lavoro comune - ha concluso Giovanni De Peppo, garante dei detenuti per il Comune - Le carceri fanno sicurezza e la sicurezza dipende anche dal sentirsi parte di una comunità per provare ad uscire da queste strutture come una persona migliore".
giustizianews24.it, 6 luglio 2019
Primo colloquio effettuato con la piattaforma "Skype for Business" nella Casa Circondariale femminile di Roma Rebibbia "Germana Stefanini". Si è svolto il 3 luglio scorso, dalle ore 13:15 alle ore 14:15 e a beneficiarne è stata una detenuta italiana che per un'ora ha potuto videochiamare i propri congiunti residenti a Napoli. Lo rende noto il Ministero della giustizia.
"Il colloquio si è svolto nei luoghi e con le modalità stabilite dalla circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del gennaio scorso. Tutto è filato liscio sotto ogni aspetto e non si sono verificate criticità legate ad anomalie tecniche o di collegamento. Nei prossimi giorni si sperimenteranno i primi colloqui con familiari residenti all'estero, attraverso videochiamate in Europa e intercontinentali", conclude la nota.
estense.com, 6 luglio 2019
Il 9 luglio si asterrà dalle udienze e dalle attività giudiziarie: "Il Governo prenda coscienza della reale portata del problema". Gli ultimi episodi avvenuti presso la Casa circondariale di Ferrara (due tentativi di suicidio e un incendio appiccato da un detenuto) hanno destato la preoccupazione del direttivo della Camera Penale Ferrarese.
Preoccupazioni che hanno portato l'organismo a emanare un comunicato in cui si dichiara che "detti episodi costituiscono purtroppo un connotato sempre più frequente nei nostri istituti di pena". Ci si riferisce a quanto avvenuto il 3 e 4 luglio con il tentato suicidio di Eder Guidarelli e quello del giorno successivo. "Luoghi che, per loro natura e destinazione - prosegue il direttivo della camera Penale Ferrarese - dovrebbero essere di garanzia anche per l'incolumità di chi abitualmente li frequenta ed invece costituiscono un rischi quotidiano".
Proprio sulla questione carcere, è stata proclamata dalla Unione Camere Penali Italiane per la giornata del 9 luglio un'astensione dalle udienze penali e dalle attività giudiziarie, "a cui la Camera Penale Ferrarese aderisce con convinzione". "Lo scopo di questa iniziativa - conclude il comunicato - è quello di puntare l'attenzione carceraria in Italia, invitando in primis il Governo a prendere coscienza e conoscenza della reale portata del problema".
di Rachele Gonnelli
Il Manifesto, 6 luglio 2019
I prigionieri terrorizzati dopo la strage di Tajoura. L'inviato Cochetel dell'Unhcr denuncia la cecità dell'Europa e invoca canali alternativi ai barconi perché possano fuggire dalla guerra.
"Siamo scudi umani" "Siamo noi le vittime della guerra", "Salvateci, grazie Carola, ma dov'è l'Unhcr?". Sono seduti per terra, accucciati a centinaia all'ombra di un muro, uno vicino all'altro - donne velate, uomini e bambini, tutti neri, con sguardi spauriti, spenti - tengono in silenzio questi striscioni fatti di piccoli teli che si agitano a una lieve brezza.
È la protesta dei prigionieri del centro di detenzione di Zawiya sulla costa della Tripolitania, andata in scena la sera di giovedì e rittwittata ieri in un video dal sito Exodus Fuga dalla Libia che raccoglie le voci e i racconti dei migranti. Alcuni sono stati trasferiti lì dopo l'evacuazione del centro di Qasr Bin Ghashir, chiuso due mesi fa dopo il raid di un gruppo di miliziani all'interno.
La prigione di Zawiya si trova in un luogo meno esposto, al momento, rispetto al centro di detenzione di Tajoura finito sotto le bombe tre giorni fa e reduce della più sanguinosa strage di civili dell'inizio del nuovo conflitto. Ma le condizioni di vita all'interno sono peggiorate ulteriormente negli ultimi giorni e il centro di Tajora bersagliato dai raid sembra un brutto precedente.
Il centro di Zawiya è gestito da una milizia con a capo un comandante jihadista chiamato Osama, da tempo dedito al traffico di esseri umani in combutta con la Guardia costiera di Serraj e ha permesso la protesta perché - come spiega il regista Michelangelo Severgnini di Exodus dal confine tunisino dove sta realizzando un film-documentario - "evidentemente non riesce più a gestire il centro, sono troppi, e poi probabilmente cerca di accreditarsi verso Haftar, sa che se arrivano a Zawiya le truppe del generale della Cirenaica, il primo che fanno fuori è lui". "Prima di pubblicare questo video - racconta Severgnini - ho chiesto a loro se non temevano rappresaglie. "No, Osama era davanti a noi", mi hanno risposto, "era lui che ci filmava", hanno aggiunto".
L'Unhcr in verità ha battuto un colpo. L'inviato speciale per il Mediterraneo dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati, Vinchent Cochetel dalla Tunisia ha lanciato ieri un forte denuncia dopo l'affondamento di un gommone proveniente dal porto libico di Zuwara e affondato ieri a largo di Zarzis in acque tunisine (80 morti affogati e dei 4 naufraghi recuperati, altri due morti in ospedale). "Nessuno mette a repentaglio la propria vita e quella dei familiari in questi viaggi disperati a meno che non abbia un'altra scelta - ha detto Cochetel - Dobbiamo fornire delle alternative significative che impediscano a queste persone di salire sulle barche". Cochetel accusa l'Europa di "cecità" sulla condizione dei rifugiati e dei migranti in Libi, chiede un ripensamento delle politiche sull'immigrazione. Dice che nelle sue ultime visite nei centri di detenzione libici ha trovato solo persone "pelle e ossa", paragonabili a quelle che aveva visto "in Bosnia negli anni 90 o nei campi di prigionia cambogiani dei Khmer Rossi". Racconta che "le autorità di questi centri sostengono di non avere più soldi per nutrirli e le organizzazioni umanitarie si rifiutano di provvedere per non avvallare il sistema di queste detenzioni arbitrarie, perciò questa gente si trova tra l'incudine e il martello".
A Tajoura, dopo lo scoppio delle due bombe cadute dal cielo e gli spari su chi cercava di salvarsi fuggendo in strada, dopo che i circa ottanta feriti sono stati portati nei piccoli ospedali della zona dalle ambulanze della Mezzaluna rossa, sono rimasti in 300 a dormire e bivaccare sotto i pochi sparuti alberi negli spiazzi vicini al centro ormai distrutto, sopra i materassi di gommapiuma insanguinati recuperati tra le macerie. Nessuno si occupa di loro, tranne qualche visita dei funzionari dell'Oim, l'Organizzazione delle migrazioni. E secondo Safia Misheli, funzionaria Oim, non è possibile aggiornare il conto dei morti perché "molti corpi non sono stati ancora recuperati mentre molti feriti gravi avrebbero bisogno di cure fuori da Tripoli o moriranno presto".
L'inviato speciale Onu Ghassam Salamé incontrando il ministro italiano Moavero Milanesi a Roma pochi giorni fa ha detto che gli europei "sono ossessionati dai centri per migranti, che invece sono un problema minore perché lì si trova solo il 2% di tutti gli immigrati irregolari in Libia, che sono 800 mila". Ma i circa 3 mila rinchiusi sotto le bombe sono i veri ostaggi della guerra.
di Dorino Fabris
voceisontina.eu, 6 luglio 2019
Si è conclusa la seconda edizione del Festival di Teatro ed Arte: quattro i luoghi che hanno ospitato le iniziative permettendo il coinvolgimento di realtà diverse su un tema scomodo e dai più percepito come estraneo. Con la mostra fotografica "Lo spazio della pena", allestita presso il Kinemax di Gorizia, si è concluso l'evento "Se io fossi Caino", festival di Teatro e Arte del carcere di Gorizia, giunto alla seconda edizione, incentrato quest'anno sul tema dell'"Arte per la riparazione".
Sviluppato in quattro giornate, il festival ha toccato quattro luoghi diversi, quasi a voler coinvolgere diverse realtà su un tema scomodo, riservato agli addetti ai lavori e, dai più, percepito come estraneo o attuale solamente sull'onda di emozioni forti suscitate da notizie di cronaca raccapriccianti. In tali occasioni la "normalità" si esprime con frasi del tipo "Chiuderli dentro e buttar via la chiave"; oppure, quando si affrontano i problemi delle e nelle carceri: "Cosa pretendono questi, di essere in villeggiatura?". E i responsabili della Cosa pubblica cavalcano spesso l'onda di questo comune sentire ricercando il consenso degli elettori con proposte di inasprimento delle pene, come fosse questo la panacea di tutti i mali e l'unico mezzo di prevenzione, la paura.
In questo clima di "normalità", l'immersione durante i quattro giorni del festival "Se io fossi Caino" nella realtà del carcere vista da angolature diverse, l'ascolto di esperienze di tutt'altro tenore rispetto al sentire dominante, proposte da chi su questo fronte è impegnato, ha offerto il respiro di un vento profetico.
Certo non è popolare parlare troppo del carcere, "con tutti i problemi che vivono le persone "normali" nel nostro Paese", come peraltro non è popolare affrontare il dramma epocale degli immigrati, "con tutti i problemi che devono affrontare già "gli italiani"". È molto più semplice e immediato ottenere il consenso concentrando l'attenzione contro qualcuno, contro il "diverso", sia esso il detenuto, il rifugiato... E così non si affronta realmente nessun problema, con l'alibi che prima c'è sempre qualcosa o qualcun altro, che dovrebbe avere la precedenza, a cui pensare... Per fortuna c'è chi si pone con serietà, competenza, professionalità e umanità davanti a queste problematiche, con uno sguardo aperto e lungimirante. Purtroppo poco se ne parla, perché non fa notizia, non ripaga, va controcorrente. Quattro i luoghi coinvolti nel festival: la Sala conferenze della Fondazione Ca.Ri.Go., il carcere di Gorizia, la Sala Bergamas a Gradisca, il Kinemax a Gorizia. Del Convegno del primo giorno, sul tema della giustizia riparativa, è già stato ampiamente riferito su Voce Isontina la settimana scorsa.
Lo spettacolo in carcere a Gorizia - Il secondo giorno di "Se io fossi Caino" ci fa entrare all'interno del carcere di Gorizia. Al saluto del Direttore Alberto Quagliotto segue la presentazione dello spettacolo da parte di Elisa Menon, fondatrice e direttrice di Fierascena, Compagnia di Teatro Sociale. Anzi la presentazione riguarda tutto il progetto che ha coinvolto, quest'anno, i detenuti del carcere di Trieste e che va ben oltre l'allestimento dello spettacolo, richiedendo ai partecipanti uno sforzo di presenza, di partecipazione, di riflessione, un impegno nella fatica di esporsi, di mettersi in gioco, un coinvolgimento nella ricerca, nella preparazione.
La performance si propone come la punta dell'iceberg di questo lavoro protrattosi per alcuni mesi in carcere, la conclusione, l'opportunità di condividere la fatica con altri, di mostrarsi ad altri, di coinvolgere; l'occasione per abbattere un muro, per guardarsi negli occhi, per incontrarsi. E lo spettacolo "Soma - la parte corporea dell'uomo" riesce davvero in tutto questo.
L'attesa iniziale, la curiosità per l'evento inusuale lasciano presto il posto al coinvolgimento. Nel susseguirsi delle scene gli attori si trasformano, vanno via via impadronendosi della scena, conquistano il pubblico, interagiscono con le persone sedute di fronte a loro, si inseriscono tra il pubblico, i volti si distendono, si aprono, mostrano di sentirsi accolti... Il loro primo ingresso nel cortile-palcoscenico, schierati contro l'alto muro grigio ricamato di finestre con grate e reti, evocava le immagini dei confronti all'americana visti in tanti film, individui sospetti e anonimi.
Ma una spolverata di trucco sparsa con abbondanza ed entusiasmo dalla regista sui loro volti regala nuova vita a questi sguardi spenti e dopo un po' anche il pubblico si sente trasportare oltre i muri della prigione, lo scenario grigio ricamato di sbarre evapora, sfuma.
Sei attratto a seguire i volti e i gesti dei protagonisti, sei coinvolto dai loro sguardi, dai loro sorrisi, dai semplici oggetti di scena di uso quotidiano che prendono vita. Ti trascina la complicità con cui lavorano, la precisione dei loro movimenti, la coreografia misurata, la delicatezza dei loro gesti. Sei attento a cogliere il peso di quelle poche frasi che di tanto in tanto rompono il silenzio e ti entrano nell'animo: "Il dolore degli altri non mi sta in mano, e neppure in gola, più che altro sta nel petto, nella sua memoria."... "Vivo di ciò che non ho, a volte di ciò che non è". Davanti a qualche quadro non è possibile trattenere il groppo in gola, perché ognuno si sente chiamato in causa. Suggestiva la scena di Pinocchio nel paese dei balocchi; gli asini, tra il pubblico, animali da "soma", col rimando al titolo dello spettacolo "Soma", con tutti i significati che la parola porta con sé.
E alla fine un applauso liberatorio, lungo, prolungatissimo, caloroso. E loro, Samir, Remus, Elvis, Marco, Samuele, Miriam, Stefania ed Elisa si divertono a regalarci ancora qualche posa, qualche simpatico quadretto. I loro occhi riflettono una luce particolare. Hanno lavorato, faticato e ora si rendono conto di aver abbattuto un muro. Colgono la sincerità e il calore di quegli applausi che premiano il loro lavoro, la loro ricerca, il coraggio di esporsi, di mettersi in gioco. Pochi minuti ancora nella "bolla di libertà", perché il furgone li attende per riportarli nel carcere di Trieste.
Brava Elisa, brave Miriam, Stefania e Giulia. Complimenti Fierascena. L'arte, la bellezza ancora una volta hanno compiuto un miracolo.
Il teatro di burattini - "Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli" è stato il tema del teatro di burattini proposto il terzo giorno a Gradisca da Gigio Brunello, autore di teatro, attore e burattinaio. Un improbabile dialogo tra Gesù e Pinocchio, - entrambi figli di falegname, entrambi dietro le sbarre, entrambi non vedono l'ora di uscire, - sul tema della libertà e della prigionia. Raccontano il camminare liberi, la brutalità dell'improvvisa, inspiegabile reclusione. Non si arrendono neppure quando i chiavistelli stridono e una voce chiama verso un destino prevedibilmente tragico. Una riflessione struggente, la cui eco ritorna ancora alla mente e al cuore anche dopo che le luci si sono spente. Allo spettacolo è seguito un interessante dialogo tra don Paolo Zuttion e il burattinaio Gigio.
Il percorso fotografico - E infine, il quarto giorno del festival, Elisa, Miriam e Stefania hanno accompagnato i visitatori nel percorso segnato dalle fotografie scattate da Marco Fabris nella Casa circondariale di Trieste, per aiutarli a cogliere il senso di quegli scatti illustranti luoghi e momenti della quotidianità alienante di un detenuto: dalle sbarre di un cancello, all'angolo del caffè, dalla stanza della lavatrice, al passaggio del piatto attraverso le sbarre, dalla cucina all'angolo doccia... Luoghi contrassegnati dall'assenza di bellezza. E lungo il percorso un interminabile e monotono elenco di parole, di norme, di passi che scandiscono meticolosamente le ore delle interminabili giornate vissute in prigione.
La mostra si proponeva come azione di sensibilizzazione sulla necessità che un detenuto attraversa di adattarsi alla vita in carcere e, di conseguenza, di riadattarsi alla vita fuori di essa alla fine della reclusione. Sembra, e ce lo auguriamo, che il festival proporrà altre edizione, a scadenza biennale. Abbiamo tutti bisogno di bellezza e di profezia.
torinoggi.it, 6 luglio 2019
Organizza l'associazione La Brezza, doppio appuntamento mercoledì 24 e giovedì 25 luglio. Prenotazioni obbligatorie entro lunedì 8. "Pagina bianca" è il titolo della performance teatrale che l'associazione La Brezza organizza presso il teatro della Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno" (via Maria Adelaide 35 a Torino), con un doppio appuntamento fissato per mercoledì 24 e giovedì 25 luglio, sempre alle ore 20.30. In scena Aldo, Alice, Chanel, Francesca, Ivo, Ghofran, Lidia, Lucia, Luigi, Mario, Paola, Raffaele, Stefan e Tarik, regia di Stefania Rosso, dipinto di Mirella Ribero.
Per chi lo desidera c'è la possibilità di prendere un aperitivo a cura della cooperativa Liberamensa, al costo di 10 euro, alle ore 18.30. Per tutti gli altri ingresso gratuito dalle ore 19.30 alle 20.15. Si raccomanda di presentarsi davanti alla Casa Circondariale con un documento d'identità valido, senza borse e cellulari, oppure muniti di lucchetto. Prenotazione obbligatoria entro lunedì 8 luglio inviando nome, cognome, luogo e data di nascita, codice fiscale, alla mail
La Brezza è un'associazione di volontariato, che ha la finalità di svolgere attività di accoglienza e di ascolto a favore delle persone detenute e di promuovere interventi finalizzati alla sensibilizzazione del territorio nei confronti del mondo carcerario per far sì che il grande divario esistente tra la società e il carcere possa essere, sia pure in parte, attenuato.
agensir.it, 6 luglio 2019
Si chiama "Oltre le barriere" il progetto che prenderà il via oggi 6 luglio e che porterà nove ragazzi, detenuti nella Casa circondariale di Pescara, in pellegrinaggio al santuario di Loreto. L'iniziativa è promossa dalla sottosezione di Pescara dell'Unitalsi nell'ambito del pellegrinaggio regionale. I detenuti saranno affiancati da due esterni e svolgeranno attività di servizio al fianco degli altri volontari dell'associazione.
Sono ormai quattro anni che la sottosezione dell'Unitalsi di Pescara ha avviato la collaborazione con il carcere, prima portando "pellegrina" la Madonna di Lourdes e l'anno successivo la Madonna di Fatima. "Dal 2017 è stato realizzato quello che era un forte desiderio: coinvolgere i detenuti al servizio all'altro. Ciò è stato possibile attraverso l'amicizia con suor Livia Ciaramella, responsabile dei percorsi rieducativi all'interno dell'istituto di pena", spiega una nota dell'Unitalsi.
I nove ragazzi, individuati in base al loro percorso e alla loro storia giudiziaria, "hanno risposto con entusiasmo. Il mese scorso, i giovani sono stati coinvolti in tre momenti d'incontro e formazione: il primo con il focus sull'associazione e Lourdes, il 10 giugno; il secondo su Loreto, il 17 giugno; e il terzo sul servizio di volontariato, il 24 giugno, con particolare attenzione al refettorio e all'esterno nel contesto delle celebrazioni del pellegrinaggio, i servizi in cui saranno impiegati i detenuti".
"Non è la prima volta che coinvolgiamo i detenuti nelle nostre iniziative - spiega Federica Bucci, presidente della sottosezione Pescara -: dall'anno scorso partecipano anche a eventi come la Giornata nazionale, che accoglie i volontari segnalati dalle educatrici o in affido ai servizi sociali, che sono a fine pena. Siamo molto grati a Franco Pettinelli, l'ex-direttore del carcere, grazie al quale tutto questo è stato possibile, e salutiamo con gioia la nuova direttrice, Lucia Di Feliciantonio. Siamo certi che in futuro ci saranno tante occasioni per migliorare la nostra collaborazione con nuove modalità e proposte".
"Andare oltre le barriere significa superare quelle del carcere, quelle del pregiudizio, quelle causate dalla malattia e dalla disabilità - conclude Bucci -. I detenuti hanno l'occasione di avere un rapporto diretto con la società, di uscire dalle loro celle e andare incontro ai loro fratelli malati e con disabilità per aiutarli a vivere l'esperienza del pellegrinaggio. Questo è lo scopo del progetto, e il motivo per cui è così importante per noi".
Gazzetta del Mezzogiorno, 6 luglio 2019
Oltre 400 bambini di etnia uigura, in una sola città dello Xinjiang, sono stati separati da uno o da entrambi i genitori, finiti in carcere o internati in strutture di rieducazione: contro le piaghe "del terrorismo e dell'estremismo" soprattutto religioso, come rivendica Pechino, neanche loro sfuggono al processo di "mandarinizzazione" che va avanti spedito nella regione del nordovest della Cina, caratterizzata dalla forte minoranza musulmana turcofona.
Se sono centinaia di migliaia, se non più di un milione secondo alcuni rapporti rimbalzati all'Onu, gli adulti rinchiusi nei centri di detenzione, il passaggio aggiuntivo è la campagna che passa per scuole e dormitori dedicati alle nuove generazioni. Da un'inchiesta della Bbc, ad esempio, è emerso che uno delle decine di uiguri intervistati e residenti in Turchia, Abdurahman Tothi, ha raccontato di non avere più notizie dei suoi figli da tre anni, dopo il loro viaggio con la madre nello Xinjiang per una visita ai nonni.
L'uomo ha spiegato di aver trovato un video online di un bambino che è sicuro essere suo figlio, Abdulaziz, che parla in mandarino e non in uiguro, la sua lingua madre. "Il loro obiettivo - è stata la sua amara spiegazione - è di farne degli han cinesi, portandogli via la loro vera identità".
I bambini sono destinati, secondo la ricostruzione della tv britannica, a scuole con enormi dormitori, sorte negli ultimi anni con i centri "di addestramento vocazionale" destinati agli adulti che, dopo aver commesso reati, puntano al reinserimento sociale. Su 60 interviste, genitori o parenti hanno raccontato nei dettagli la scomparsa di oltre 100 bambini. Una fonte diplomatica che ha visitato la regione ha rimarcato le "evidenze di primarie e sistematiche violazioni dei diritti umani" in una strategia che non ammette "soluzioni alternative" al modello han, l'etnia maggioritaria in Cina.
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