di Valter Vecellio
Il Garantista, 4 gennaio 2015
Tu chiamala, se vuoi, "ragione di stato". A metà dicembre l'ex vice-presidente degli Stati Uniti durante l'amministrazione di George W. Bush, viene intervistato dall'emittente televisiva Fox News a proposito del rapporto della Commissione intelligence del Senato sulle torture praticate dalla Cia nei confronti di terroristi o presunti tali. Cheney è un repubblicano rude e spiccio del Nebraska, lo stato "where the West begins".
Non porta pistola e cinturone, ma è come se fosse. Gli chiedono se il presidente Bush era al corrente di quanto accadeva; risponde: "His man knew what we were doing... He authorized it. He approved it".
Poi, certo: sostiene che quel rapporto fortissimamente voluto dalla senatrice democratica Diane Feinstein che parla di disonestà e brutalità" da parte della Cia, è pieno di fesserie (il termine usato è più forte e volgare). L'ex vice presidente repubblicano poi attacca il rapporto definendolo "completamente sbagliato", "pieno di fesserie".
Non è assolutamente vero, sostiene, che la Cia abbia ingannato l'amministrazione sul programma: "L'idea che la commissione sta cercando di far passare che la Cia fosse in qualche modo agendo fuori dalle regole e che noi non fossimo informati, che il presidente non fosse informato, è semplicemente una bugia". Per Cheney Bush "era informato di tutto... sapeva tutto quello che doveva e voleva sapere, conosceva le tecniche, e non c'è stato alcun tentativo da parte mia di tenerlo all'oscuro".
Tutti erano informati, e quello che si faceva non era fuori dalle "regole"; questa la verità di Cheney. Non solo: quelle che i legali dell'amministrazione Bush definiscono eufemisticamente "tecniche di interrogatorio" si sono rivelate efficaci, contrariamente a quel che si sostiene nel rapporto, sono servite a sventare attentati. Se Parigi vale una messa, sventare attentati vale un waterboarding. A muso duro Cheney domanda: "Che cosa siete preparati a fare per ottenere la verità su possibili futuri attacchi contro gli Stati Uniti?".
Il fatto è che la Feinstein si è trovata per le mani materiale (o parte di materiale) relativo a persone arrestate e interrogate per il loro possibile, o probabile, o sicuro coinvolgimento in organizzazioni terroristiche di matrice islamica e attentati. Certamente quel rapporto frutto del suo caparbio lavoro (e sicuramente anche da imbeccate venute dagli stessi ambienti che quegli episodi hanno prodotto, e per ragioni che si possono benissimo intuire) molti avrebbero voluto non vedesse mai la luce; nella "logica" alla Cheney rendere pubblico il comportamento di importanti istituzioni americane con compiti chiave per la sicurezza mentre è ancora in corso la guerra al terrorismo, è qualcosa di assai simile al tradimento; viene in mente l'iroso monologo del colonnello Nathan Jessep interpretato da uno strepitoso Jack Nicholson, nel film Codice d'onore: "Voi vi permettete il lusso di non sapere quello che so io: che la morte di Santiago, nella sua tragicità, probabilmente ha salvato delle vite.
Voi non volete la verità, perché nei vostri desideri più profondi, che in verità non si nominano, voi mi volete su quel muro! Io vi servo in cima a quel muro! ... Io non ho né il tempo né la voglia di venire qui a spiegare me stesso a un uomo che passa la sua vita a dormire sotto la coperta di quella libertà he io gli fornisco. E poi contesta il modo in cui gliela fornisco! Preferirei che mi dicesse: la ringrazio... e se ne andasse per la sua strada. Altrimenti gli suggerirei di prendere un fucile e di mettersi di sentinella. In un modo o nell'altro io me ne sbatto altamente di quelli che lei ritiene siano suoi diritti...".
Per quel che ci riguarda è, però, la tentazione di un attimo: da inguaribili don Chisciotte si continua a credere che per quanto ottimo possa essere un "diritto" dello stato (e una sua ragione), sia comunque preferibile un mediocre Stato di diritto. La domanda cui conviene cercare di rispondere è: l'integrità morale di un paese conta più o meno persino della vulnerabilità fisica dei luoghi e delle persone? Cheney (e Bush), come il colonnello Jessep dicono che l'integrità morale può e deve essere calpestata, se l'emergenza lo richiede. Il presidente in carica, Barack Obama, al contrario dice che "i duri metodi utilizzati dalla Cia sono contrari e incompatibili con i valori del nostro Paese, che le tecniche utilizzate dalla Cia hanno danneggiato significativamente l'immagine dell'America e la sua posizione nel mondo e hanno reso più difficile perseguire i nostri interessi con alleati e partner".
Continuerà, promette, ad usare la sua autorità "di presidente per assicurare che non faremo mai più ricorso a questi metodi".
Peccato che Obama non abbia mosso un solo dito per fare luce sulle ragioni che hanno spinto l'amministrazione Bush a scatenare la seconda guerra in Irak anche quando il "nodo" Saddam, come ci ricorda instancabile Marco Pannella, poteva essere risolto con il suo esilio; invece di questa soluzione pacifica, si è preferita una guerra: pressioni del complesso militare-industriale? Peccato che Obama abbia sostanzialmente "coperto" tutti coloro che hanno mentito adducendo ragioni che si sono rivelate false, basate su prove che non erano tali, per poter condurre questa guerra; peccato che Obama nei fatti abbia "perdonato i Bush e i Cheney, i Donald Rumsfeld e i Colin Powell; e peccato infine che tuttora appaia intenzionato a non aprire casi giudiziari, né a puntare il dito contro l'amministrazione che lo ha preceduto o il direttore della Cia John Brennan, al quale ha rinnovato la sua fiducia.
L'8 gennaio prossimo il rapporto della Commissione Intelligence del Senato americano sulle torture della Cia verrà pubblicato come libro. Gli esperti legali dell'Onu sostengono che gli Stati Uniti hanno l'obbligo derivante dal diritto internazionale, di mettere sotto processo i sospettati di aver praticato le torture, e che i responsabili potrebbero/dovrebbero finire in stato d'accusa all'estero. Al di là delle nobili, infiammate, parole anche per Obama l'integrità di un paese può essere sacrificata, come dicono (e hanno fatto) Bush e Cheney: meglio, insomma, "l'ottima" ragione di stato, che il "mediocre" stato di diritto.
www.ncr-iran.org, 4 gennaio 2015
Negli ultimi giorni 32 detenuti condannati a morte sono stati trasferiti dalla prigione di Ghezel Hessar a quella di Tehran-e Bozorg (la Grande Tehran) ad Hassan Abad, Tehran. I detenuti trasferiti provengono dalla sezione 2 e sono tra quelli che nelle scorse settimane avevano iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le esecuzioni collettive. Per terrorizzare questi prigionieri due aguzzini del carcere, Rajabzadeh e Norouzi, li hanno brutalmente picchiati e torturati appena arrivati alla loro nuova destinazione. Del gruppo fa parte anche Javad Jahani, uno studente di 25 anni, crudelmente frustato e ferito. Javad Jahani è stato arrestato arbitrariamente insieme a suo fratello Abedin Jahani quattro anni e mezzo fa.
La Resistenza Iraniana chiede all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e a tutti gli organismi in difesa dei diritti umani di adottare misure immediate ed efficaci per salvare le vite di questi prigionieri e per impedire che vengano minacciati, torturati e giustiziati.
Ansa, 4 gennaio 2015
Un detenuto del carcere di Rikers Island è stato trovato morto nonostante fosse sotto osservazione per il rischio di suicidio. Il caso riapre le polemiche sul carcere di New York, finito nel mirino del Dipartimento di Giustizia, che ha denunciato lo città per abusi sui detenuti. Il sindaco Bill De Biasio ha proposto una serie di cambiamenti, incluse telecamere di sorveglianza, programmi terapeutici per i detenuti e formazione per gli agenti carcerari.
Il sistema carcerario Usa è al centro della polemica anche dopo le accuse rivolte da Ahmed al-Ragye, figlio di Abu Anas al-Libi, morto ieri sempre a New York: "Riteniamo gli Usa responsabili della morte di mio padre. Ha sviluppato un cancro mentre era detenuto in America" ha detto all'agenzia Reuters Ahmed al-Ragye. Ragye ricorda che il padre, ritenuto responsabile degli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998, è stato sottoposto a "un intervento chirurgico in un ospedale e rimandato in prigione nonostante le sue condizioni non fossero stabili".
www.pane-rose.it, 4 gennaio 2015
Se usciranno, ma non è affatto scontato, sarà per la decisione dell'emittente televisiva qatarina di voler chiudere Mubasher Masr Channel più che per un gesto di clemenza. Quel canale di Al Jazeera è un coltello nel fianco della casta militare del Cairo e risulta indigesto anche a poliziotti e magistrati. Per i servizi trasmessi i giornalisti australiano Peter Greste, egitto-canadese Mohamed Fahmy ed egiziano Baher Mohamed sono stati condannati chi a sette, chi a dieci anni, inanellando finora 371 giorni di galera. Motivi: concorso in terrorismo, attentato alla sicurezza nazionale e diffusione d'informazioni false, accuse respinte dai tre che sostengono d'aver solo svolto il proprio lavoro.
Fra cui interviste a taluni leader della Fratellanza Musulmana poi arrestati (Mohammed Badie) che non rappresentavano certo un'adesione alla politica della Confraternita come sostengono i pm. Eppure da oltre un anno l'aria di restaurazione, che aveva rovesciato il presidente Mursi e represso le proteste islamiche, non va per il sottile. Dopo i militanti della Brotherhood sono finiti dentro giornalisti, blogger, agitatori di Tahrir, oppositori di varie sponde. Rispetto alla massa degli attivisti incarcerati con numeri che oscillano fino alle 12.000 unità (il governo rigetta queste cifre ma non ne fornisce altre, tanto che da tempo si parla di cittadini desaparecidos), per i tre cronisti il tam-tam di sostegno è stato battente.
Da quello della potente tivù di Doha, a interventi di Amnesty International, interrogazioni di parlamentari europei e canadesi, però la situazione generale è rimasta ostile. La rinuncia a "mettere il naso negli affari egiziani per ordire complotti", che è l'accusa rivolta ai reportages di Al Jazeera, può distendere i rapporti fra Egitto e Qatar e ora i giudici hanno prospettato una revisione del processo. Anche per casi politici alla ricerca della piena legittimazione internazionale, come quello del presidente-generale Al Sisi, il corto circuito che si crea coi lavoratori della comunicazione e della documentazione è crescente. Un decreto emanato in novembre che può applicarsi alla situazione dei tre, ovviamente se un nuovo processo ridimensionerà le accuse, può prevedere l'allontanamento di cittadini stranieri che verrebbero espulsi. Non se ne avvantaggerebbe il cronista egiziano Mohamed.
Negli sviluppi aperti la direzione di Al Jazeera ha dichiarato che le autorità del Cairo "Possono scegliere di continuare a mostrare al mondo il proprio volto peggiore o liberare rapidamente i tre". Una stoccata che non risulterà gradita all'orgoglio del presidente, ma con cui lo staff televisivo qatarino cerca di giustificare la sostanziale rinuncia al principio dell'informazione su cui ha costruito il proprio successo. La partita sui tre è aperta e per nulla scontata. Comunque c'è chi sta molto peggio: per i free lance senza tutele e gli attivisti dell'opposizione islamica e laica la chiave delle celle è stata gettata.
di Davide Illarietti
Corriere della Sera, 4 gennaio 2015
San Quintino, come Alcatraz, non è famosa per il comfort. Al contrario. Per essere una delle prigioni più dure d'America - di sicuro la più tristemente celebrata da Hollywood, per il suo famoso "braccio della morte" - è anche un buon trampolino di lancio. O almeno potrebbe esserlo, per i diciotto detenuti selezionati dal programma "Code 7370".
L'iniziativa ha fatto scalpore oltre Atlantico: all'interno del carcere-simbolo della sedia elettrica, l'anticamera della morte più grande degli Stati Uniti, una classe di detenuti studia informatica e programmazione a livelli da Silicon Valley. "Alcuni dei detenuti di lungo corso non hanno mai usato un computer. Non hanno mai posseduto uno smart phone" spiegano gli ideatori del programma.
"Il reinserimento nel mondo del lavoro può essere estremamente difficile". Dietro le sbarre il tempo si ferma. E dopo due anni come dieci niente è più lo stesso, là fuori, nell'era di internet. Per questo l'associazione no-profit "Last Mile" ha lanciato il corso-pilota di quattro giorni su sette, otto ore al giorno, in cui i detenuti fanno programmazione intensiva con due docenti volontari di Hack Rock, un campus di San Francisco dove tre mesi di lezioni, di norma, costano non meno di 17 mila dollari. "In teoria, una volta fuori di prigione questi detenuti potrebbero guadagnare stipendi a sei cifre nella Silicon Valley" scrive ottimisticamente Ariel Schwartz su Co.Exist.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 3 gennaio 2015
Spinta perduta nonostante gli appelli e i recenti scandali a più di vent'anni da Mani pulite la svolta annunciata è ancora ai primi passi. Ma la politica non può rinunciare a promuovere leggi per far emergere i traffici illeciti.
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 3 gennaio 2015
L'unico riferimento ideale, nel discorso di fine anno di Napolitano, è quello al Papa. Le correnti filosofiche, politiche, ideali, che pure sono presenti nel vissuto di Napolitano, sono scomparse per far posto al messaggio di pace del Papa.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 3 gennaio 2015
Francamente speravo di ricevere una secca smentita. Mi auguravo che qualcuno, stamattina, rispondesse indignato alle accuse, pesantissime, che ieri abbiamo lanciato dalla prima pagina del nostro giornale.
di Carlo Di Foggia
Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2015
Il Sottosegretario all'Economia Zanetti: "norma scritta male, sana anche le furberie più gravi". La guerra intestina al Tesoro ha partorito un pasticcio che aiuta grandi evasori fiscali. "Sì, per com'è scritta quella norma ha un impatto pesante, salva tutti i reati e non va bene", spiega il sottosegretario all'Economia Enrico Zanetti (Sc).
Adnkronos, 3 gennaio 2015
Questa mattina Marco Pannella, in sciopero totale della fame e della sete da oltre 90 ore "per difendere il messaggio alle Camere di Napolitano" sulle carceri "dai comportamenti opposti assunti dal presidente del consiglio Renzi", si ricovererà per prudenza in una struttura sanitaria a Roma per proseguire la propria azione nonviolenta sotto controllo medico. Pannella potrà comunque eventualmente allontanarsi per alcune ore dalla struttura sanitaria nel corso della giornata.
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