di Juan Luis Cebrián*
La Stampa, 19 luglio 2019
Camminare per le strade di grandi città latinoamericane sta diventando un'attività ad alto rischio. Restarsene a casa, anche". Sono passati quasi vent'anni da quando lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano ha pronunciato questa frase e da allora la realtà non ha fatto altro che confermarla. Nonostante la sua apparente identità comune, l'America Latina è più simile a un arcipelago che a un continente, e dopo l'indipendenza della Spagna e dal Portogallo ha vissuto una storia di frammentazione e di scontri.
Malgrado l'uso dello spagnolo e del portoghese, lingue sorelle, abbia cementato una cultura riconoscibile come identitaria, e allo stesso tempo simile in tutti quei Paesi. Nell'ultimo quarto del secolo scorso un nuovo tratto comune li ha uniti: l'ingombrante debito estero di quasi tutto il territorio. E ora, che la storia torna a frammentare e a contrapporre i suoi vari Stati, un'altra caratteristica comune sembra cancellare le differenze: l'esistenza di una violenza letale che la rende, insieme all'Africa sub-sahariana, la regione con il più grande numero di omicidi nel mondo.
Quasi un terzo degli omicidi commessi ogni anno sulla Terra avvengono in America Latina. Le due grandi potenze dell'area, Messico e Brasile, insieme al Venezuela e ai piccoli Paesi centroamericani sono in testa alla lista. Nella regione, data per conquistata alla democrazia alla fine del secolo scorso, l'emergere del chavismo e dei suoi alleati in Bolivia e in Ecuador, insieme alla resilienza del regime cubano, hanno ben presto annunciato la nuova emergenza del populismo che ora ne domina le strutture politiche.
In realtà il populismo è una malattia endemica di quei luoghi sin dall'indipendenza dalla corona di Spagna e dall'impero portoghese. A prescindere dal segno ideologico. Dal peronismo al castrismo, da Trujillo a Pinochet, dalle giunte militari alle dittature rivoluzionarie, gli appelli alle masse e il ricorso alle armi da secoli sono una costante nella politica latinoamericana. Guerre civili come quella colombiana o la pressione dei cartelli della droga e delle bande organizzate sono uno scenario costante di sangue e di fuoco contro cui nessun governo è stato in grado di combattere con successo.
Questa situazione è stata ed è compatibile con livelli di crescita e di sviluppo a volte considerevoli, anche se si verificano lunghi periodi di stagnazione che vengono in genere coronati da recuperi tanto rapidi quanto instabili.
Negli ultimi due decenni diversi milioni di latino-americani sono diventati consumatori e sono entrati a far parte della classe media e alcuni stati come il Perù hanno a lungo mantenuto una crescita del Pil vicina o superiore al 5 per cento annuo, anche se i loro ultimi cinque presidenti consecutivi sono stati in un modo o nell'altro incarcerati con accuse di corruzione non sempre provate.
Come in alcuni Paesi sviluppati, l'Italia o la Spagna, ad esempio, l'economia sembra andare avanti per conto proprio, al di fuori o malgrado la politica. Ciononostante, la violenza non ha smesso di crescere e questo evidenzia che la sua origine non si basa solo sulle enormi disuguaglianze sociali e sulla povertà di grandi parti della popolazione. La diffusa corruzione, un'altra caratteristica comune a questi Paesi, e la sua presenza quasi epidemica nelle forze di sicurezza, nella polizia e in non pochi eserciti, contribuisce al fallimento nel mantenimento dell'ordine pubblico e facilita il lavoro della criminalità organizzata.
La permanenza di tradizioni e culture ancestrali, poi, conferisce agli atti criminali una straordinaria crudeltà. Brasile e Messico hanno inaugurato quest'anno regimi politici di ideologia praticamente opposta, ma molto simili nei profili demagogici e persino folkloristici incarnati dai loro leader.
Entrambi si inseriscono nel filone principale di ciò che potremmo chiamare il nuovo disordine latinoamericano, in cui la ferita aperta del Venezuela, l'instabilità istituzionale in Perù, le difficoltà del piano di pace in Colombia, un Paese che ha ricevuto più di un milione e mezzo di profughi dal regime di Maduro, l'incognita politica e il fallimento economico dell'Argentina e le carovane di migranti centroamericani che in marcia verso gli Stati Uniti, compongono un quadro epico e drammatico del destino delle loro popolazioni.
Sia Bolsonaro, un pre-fascista, sia López Obrador (Amlo), rappresentante tardivo dei valori fondanti del Messico rivoluzionario, affrontano situazioni molto difficili che gravano sullo sviluppo politico ed economico dei loro Paesi. Si sono offerti al loro popolo come la soluzione, e magari lo fossero, anche se in realtà sono essi stessi in gran parte il problema. Bolsonaro è il Trump brasiliano, altrettanto rozzo e ignorante, ma molto meno divertente e popolare.
Amlo gode di una popolarità senza pari nel suo Paese e, di fronte alla spudorata vergogna degli altri due, ha un pensiero più articolato ed è latore di un messaggio più profondo, anche se polverizzato dalla sua demagogia oratoria e mitizzato grazie ai bagni di folla. Con Trump entrambi hanno in comune il fatto che nello spazio di pochissimo tempo hanno subito defezioni nella propria squadra. Recentemente si è dimesso il ministro delle Finanze messicano, un esperto tecnocrate che per mesi ha dovuto confrontarsi con il capo del gabinetto economico, Alfonso Romo, il miliardario di Monterrey che cerca di combinare il populismo del suo presidente con le aspettative economiche degli imprenditori.
In contrasto con l'ortodossia fiscale del primo, questi si sforzano di promuovere politiche espansive che sottraggano il Paese alla minaccia della recessione. Anche se per ora, a parte alcuni incidenti, non si sono verificate gravi catastrofi a Brasilia o nella capitale azteca, lo scetticismo e la paura si diffondono tra gli operatori economici.
Il disastro del Venezuela, ormai uno stato fallito, e la stagnazione dell'Argentina, che andrà alle urne alla fine dell'estate, completano un panorama di confusione e scarse aspettative a breve termine. Per continuare a parafrasare Galeano, si potrebbe riassumere che il carattere primordiale di questo problema è che "chi non è prigioniero del bisogno è imprigionato dalla paura". Il ricorso al populismo, ora così in voga, minaccia di accrescerli entrambi.
*Traduzione di Carla Reschia
di Laura Cianciarelli
it.insideover.com, 19 luglio 2019
Dal crollo del califfato in Siria e Iraq, la questione del rimpatrio dei foreign fighters, detenuti nei centri curdi nel nord della Siria, è all'ordine del giorno. Non così quella sul loro destino, una volta tornati in patria. Verosimilmente, gli ex-combattenti dovranno scontare una pena detentiva per i reati commessi: solo un inizio, nel loro caso, di un percorso lungo e accidentato, che dovrebbe portarli a rivedere in maniera critica quel bagaglio ideologico grazie al quale possono fare nuovi adepti proprio all'interno delle carceri.
Già in passato - come nel caso del famigerato Camp Bucca, in Iraq - le carceri si sono rivelate terreno fertile per il reclutamento di jihadisti. Ed è oggi opinione condivisa che la reclusione acceleri il processo di radicalizzazione dei prigionieri, esponendoli più facilmente al contatto con teorie ideologiche e rendendoli facili prede di reclutatori pro-jihad.
L'attività dei reclutatori - Per i soggetti reclutatori - secondo un'analisi condotta da Anne Speckhard e Ardian Shajkovci - le carceri rappresentano un'occasione unica da sfruttare, non dovendo nemmeno faticare per trovare nuove reclute, già tutte presenti nello stesso luogo. Il loro ruolo consiste "solo" nel diffondere le proprie idee e nel fomentare una "violenza per procura", ovvero indottrinando altre persone affinché, una volta uscite, conducano azioni terroristiche in nome del gruppo. Le potenziali reclute non sono necessariamente detenute per reati connessi al terrorismo, anzi hanno spesso pene brevi da scontare.
Ma proprio per questo possono essere avvicinate e istruite, senza suscitare particolari sospetti, perché commettano attacchi una volta fuori dal carcere. Anche per i soggetti finiti in carcere perché già terroristi o fiancheggiatori di organizzazioni terroristiche la detenzione può essere un'esperienza deleteria. Li può rafforzare nella loro dedizione alla causa jihadista, attraverso il contatto con individui ancora più estremisti, e può ampliare il loro "network" di conoscenze nella rete del terrore. Secondo i dati elaborati dall'International Center for the Study of Radicalisation (Icsr), il 27 per cento dei sostenitori dell'Isis sarebbe stato radicalizzato in carcere: una percentuale alta, che fa riflettere sulla necessità di misure effettive di recupero degli ex-combattenti.
I soggetti reclutati - Coloro che entrano in carcere per la prima volta sono individui particolarmente vulnerabili e possono trovarsi ad affrontare numerose minacce, di fronte alle quali sono costretti a elaborare dei modi per difendersi. Uno di questi consiste proprio nell'affiliarsi ai prigionieri musulmani, i quali formano già un gruppo compatto che organizza momenti di preghiera e di studio. Gli individui che si avvicinano a questi gruppi o si convertono in carcere per diventarne parte sono elementi potenzialmente sensibili a una successiva radicalizzazione.
I neo-convertiti, in particolare, essendo più ingenui e quasi sprovveduti nei confronti dei reali dettami dell'islam, sono facile preda di reclutatori islamisti, incitanti alla violenza. La conversione e radicalizzazione delle persone in carcere costituisce una minaccia per la sicurezza proprio per la sua imprevedibilità.
Gli stessi operatori del carcere sono portati a sottovalutare il fatto che persone condannate per crimini non legati in alcun modo al terrorismo possano diventare in poco tempo dei jihadisti. Molto dipende anche dalla capacità dei reclutatori, che di solito presentano tratti comuni: hanno cioè buone capacità comunicative, sono dotati di una grande intelligenza emotiva e scusano il passato criminale dei loro seguaci, arrivando persino ad apprezzarlo. Nella propaganda jihadista, infatti, i crimini commessi contro gli infedeli non sono qualcosa di cui vergognarsi, bensì azioni legittime, che devono essere fatte nel nome di Allah.
I programmi di de-radicalizzazione. Che il carcere possa favorire la radicalizzazione jihadista non è una novità. Nel 2006, ad esempio, se ne era già occupato il Dipartimento di Stato americano, che aveva sottolineato la necessità di realizzare un programma di de-radicalizzazione, destinato ai detenuti delle carceri gestite dalle forze statunitensi in Iraq.
Proprio i militari americani si erano resi conto che, nelle carceri di Camp Bucca e di Camp Cropper, i membri di Al-Qaeda avevano iniziato a indottrinare i detenuti, insegnando loro anche a realizzare ordigni esplosivi improvvisati, disegnando le istruzioni sulla sabbia. Inizialmente, le forze americane avevano cercato di isolare i jihadisti, allontanandoli dai prigionieri più vulnerabili; con l'aumento del numero dei prigionieri e lo sviluppo delle capacità di dissimulazione dei terroristi, questo metodo è risultato inadeguato. Da qui la necessità di veri e propri programmi di de-radicalizzazione.
Il tema riguarda da vicino anche l'Italia, seppur in misura inferiore rispetto ad altri Paesi europei. Il sistema italiano è al passo nella protezione dalla minaccia costituita dai foreign fighter e dagli homegrown terrorist. Recentemente, l'antiterrorismo italiano è stato elogiato per aver riportato in patria un jihadista dello Stato islamico, per sottoporlo a processo con l'accusa di terrorismo internazionale. Al momento, tuttavia, mancano nel Paese sia centri di de-radicalizzazione appositamente pensati, sia leggi che ne stabiliscano il funzionamento. Eppure servirebbero, per evitare che le carceri diventino l'ultima frontiera del jihad e quasi un'università, dove l'estremismo è l'unica materia insegnata.
d Claudio Lo Russo
La Regione, 19 luglio 2019
Con Mauro Broggini siamo entrati nella scuola alla Farera, il suo sogno professionale realizzato nel 2006. Ora, prossimo alla pensione, riavvolge il filo di un'esperienza unica: "Con orgoglio". Il complimento più bello, in 42 anni di insegnamento, Mauro Broggini lo ha ricevuto da un detenuto: "Maestro, tu non sei un uomo di parole, ma di parola. Mi ha commosso, lui non aveva nessun interesse a dirmelo".
In questa intervista contravveniamo, forse, alla regola della "giusta distanza". Al Cpt-Spai a Locarno, alla scuola InOltre in penitenziario, il prof. Broggini è semplicemente il Mauro. Il sorriso facile, il modo schietto di fissarti con i suoi occhi azzurri, la sua energia trascinante e contagiosa chiamano un "tu" confidenziale. Mauro Broggini corrisponde al profilo del docente insofferente alle burocrazie e ancora convinto che la regola del "buon maestro", come dice lui, sia voler bene ai propri allievi. Questo il faro che lo ha guidato in oltre quattro decenni di lavoro come insegnante di cultura generale, come docente mediatore e come ideatore e coordinatore, fino alla fine di agosto, della scuola InOltre in penitenziario: "In perché è fatta dentro, Oltre perché guarda al dopo la detenzione".
Con lui abbiamo varcato la soglia della Farera, dove si trovano donne e minorenni in attesa di giudizio. Qui il regime è duro, 23 ore di cella e una d'aria. La scuola è un raggio di luce in giornate troppo lunghe, l'occasione per sfuggire le proprie ombre e nutrirsi di stimoli positivi. Anzitutto, un momento in cui sentirsi ancora persone in relazione con il mondo oltre la cella. In aula, attorno ai tavoli, ci accolgono quattro storie, altrettanti visi femminili disponibili all'ascolto e all'incontro, nonostante tutto. Qui si legge, si dialoga, si fanno lezioni di cucina o di cucito. Una donna mi mostra con orgoglio il vestito da lei realizzato. È bello, davvero: non immaginava di esserne in grado, non aveva mai cucito prima.
Quello della scuola InOltre è per Mauro uno dei due sogni professionali realizzati. Il primo era stato la figura del docente mediatore: "Abbiamo iniziato in tre o quattro nella scuola professionale, adesso sono circa 50, dallo scorso anno anche nei licei". Qualche settimana fa Mauro ha concluso la sua esperienza di docente a Locarno, ora non gli resta che accompagnare la transizione con chi lo sostituirà in carcere, dove fin dal primo giorno, nel 2006, è stato coordinatore della formazione. Resterà però sempre vivo il ricordo, ci dice, di quei ragazzi che non ce l'hanno fatta, quelli che si sono persi su strade per loro troppo tortuose, fatte di devianza, abbandono, dipendenze e sofferenza.
È pensando a loro che molti anni fa ha iniziato a immaginare quella che sarebbe divenuta la scuola InOltre. Negli anni, oltre alle lezioni ha proposto conferenze e concerti, sempre a costo zero, grazie alla generosità dei tanti che si sono messi a disposizione: "Vedere 80 detenuti nella palestra della Stampa che ascoltano e cantano musica è qualcosa che mi fa emozionare". Scuola e cultura, due strumenti fondamentali per il reinserimento. Ma ancor prima si tratta di "far capire loro che non sono dimenticati". Mauro cita un dato: "Ci sono donne docenti e mai, mai nessuna è venuta a dirmi che un detenuto le ha mancato di rispetto. Questo è un primo passo: se inizi a rispettare l'altro quando sei dentro, forse lo farai anche fuori".
Stimoli culturali e formativi molto diversi fra loro, portati da persone appassionate, possono aprire finestre su di sé e sul mondo capaci di produrre conseguenze impreviste. È un pensiero ingenuo, ottimista, realista?
Io ci credo. Soprattutto alla Stampa i discorsi fra di loro sono sempre gli stessi: l'avvocato, il processo, il procuratore... Il portare la scuola, il portare le conferenze e i concerti, dà l'opportunità di cambiare argomento e di crescere. L'importante è aprire queste finestre, poi sta a loro affacciarsi e vedere che cosa sta attorno. Per altro le persone esterne in questi anni sono sempre state molto motivate, perché entravano in un ambiente di cui si parla sempre ma che non si conosce realmente. Tempo fa mi diceva il professor Romer, uomo di scienza, che raramente ha trovato l'attenzione e il piacere di apprendere visti in penitenziario. L'importante è portare loro la positività.
Ritorniamo alle origini? Che cosa ti ha condotto in carcere?
Ho cominciato a venirci 40 anni fa per seguire dei ragazzi che frequentavano la Spai e che magari finivano quaggiù. In questo modo ho conosciuto altri giovani, ai quali ho cercato di dare una mano, per un apprendistato o per la scuola, ma più che altro per rendere loro visita. Anche qui si proponeva qualcosa, in modo però non strutturato. Finché un direttore illuminato, Mauro Belotti, mi ha convocato nell'imminenza dell'apertura della Farera. Con lui c'erano Mauro Albisetti, giudice dei provvedimenti coercitivi, e l'allora giudice dei minorenni Silvia Torricelli. Belotti mi ha detto: "È una vita che coltivi l'idea della scuola: adesso mettila in piedi". Così ho pensato alle materie canoniche da inserire in un carcere - cultura generale, informatica, educazione visiva, ginnastica, un po' di matematica - aggiungendo educazione alimentare e cura della casa, perché vedevo il degrado igienico in cui erano abituati a vivere alcuni ragazzi, soprattutto tossicodipendenti. L'anno dopo l'inizio alla Stampa, dove si è cominciato a formare anche apprendisti: cucina, stamperia, legatoria e falegnameria.
Con quale emozione si chiude questa pagina della tua vita?
Chiudo con la consapevolezza di aver fatto un percorso bellissimo, di aver coronato un sogno. Porto nel cuore il sorriso, la riconoscenza di gente che a volte mi capita di incontrare fuori, e magari con un semplice "grazie" ti dice molto di più che con tante parole. È importante, ha un valore, perché io stesso dopo ogni lezione dico sempre loro "grazie" per la cortesia, l'attenzione, la partecipazione, la schiettezza con la quale sono entrati in contatto con me. Il mio orgoglio è sapere che non esiste un altro penitenziario in Svizzera con una struttura formativa come la nostra. La mia esigenza era però quella di poter accompagnare i detenuti anche una volta usciti, quindi 42 anni di scuola professionale mi hanno permesso di conoscere molte persone che possono offrire loro un lavoro: ci sono ex allievi che hanno tre o quattro anni meno di me...
Qual è la sensibilità nella nostra regione verso ex detenuti che vorrebbero un'altra occasione anche a livello professionale?
Dal mio punto di vista il Ticino si è sempre dimostrato un cantone aperto. In questi anni mai ho avuto la porta sbattuta in faccia, ho sempre trovato ascolto anche in datori di lavoro scottati da una prima esperienza negativa. Credo che il tutto risieda nel fatto di essere chiari fin dall'inizio, pur senza entrare nei dettagli del vissuto della persona che si va a presentare. Molti giovani hanno fatto il loro percorso, altri si sono persi di nuovo, così ho imparato che nessuno può avere la presunzione di possedere la bacchetta magica con cui risolvere il malessere del prossimo. Però ricordo ragazzi e ragazze che sono state delle autentiche scommesse, magari in settori delicati come la sanità, e che sono state vinte.
Come gestire le emozioni innescate dal varcare la soglia del carcere: incontrare la sofferenza altrui, sapere di avere di fronte qualcuno che forse ha commesso qualcosa, come dici tu, di inenarrabile?
Non c'è una ricetta. Di molti noi non sappiamo perché sono lì. Io sono genitore, marito, insegnante, sono anche stato giudice di pace: l'idea di certi reati mi rivolta dentro. Però si deve fare lo sforzo, con noi stessi e con gli altri, di restare legati al nostro obiettivo: portare lì dentro la scuola, portare quelle due ore di sollievo in persone che spesso sono dimenticate da tutti. Se poi riusciamo a metterci qualcos'altro - una carezza, un abbraccio, un sostegno - meglio ancora. Poi, è chiaro, andare via è sempre un peso, soprattutto con i minori fa male. Resta la consapevolezza che la scuola può essere la chiave di volta.
Per chiudere questo cerchio, torniamo al primo giorno di lezione in penitenziario?
Il primo non lo ricordo, ma ricordo da dove sono partito la prima volta che negli anni 80 sono venuto qui. Era un ragazzo che frequentava la Spai, finito in carcere. È morto un paio di anni fa, purtroppo dopo una vita ai margini, fatta di dipendenze e di malattia. Poco tempo prima l'ho incontrato a Locarno e mi ha ricordato che tanti anni prima ero andato alla Stampa per lui, per andare a trovarlo. A quei tempi non era ancora stata istituita la figura del docente mediatore, ma io avevo già questa visione di un docente che andasse oltre la semplice trasmissione di nozioni. Ripensandoci adesso, finisco felice di quel che ho fatto e altrettanto felice guardo avanti, a quel che farò. Intanto ringrazio già chi porterà avanti l'avventura della scuola InOltre.
agenzianova.com, 19 luglio 2019
Il Consiglio nazionale di giustizia (Cnj) del Brasile ha reso noto che la popolazione carceraria del paese ha raggiunto quota 812.564 detenuti, alla data di mercoledì 17 luglio 2018. Secondo i dati pubblicati oggi, 18 luglio, dal Cnj, il 41,5 della popolazione totale, 337.126 detenuti, è costituita da carcerati in attesa di giudizio. A questa platea va aggiunto il numero potenziale di 366.500 persone che sono state colpite da mandati di arresto, non eseguiti, in tutto il paese.
Attualmente, il Brasile ha la terza più grande popolazione carceraria del mondo, dietro solo agli Stati Uniti e alla Cina. A giugno del 2016 la popolazione carceraria era di 726.700 detenuti. I dati Cnj indicano che la popolazione carceraria brasiliana cresce a un tasso del 8,3 per cento annuo. Se non si porrà rimedio alla crescita, il Cnj calcola che il numero dei prigionieri potrebbe raggiungere 1,5 milioni nel 2025.
Il Cnj conta i prigionieri già condannati e quelli in attesa di processo, compresi i detenuti che scontano la pena in regime semi-aperto, aperto, affidamento in casa famiglia e affidamento in prova. Il monitoraggio esclude i detenuti con cavigliera elettronica e quelli agli arresti domiciliari. Il Cnj, che aggiorna quotidianamente la propria banca dati con le informazioni provenienti dai tribunali di tutti gli stati, informa che il numero di detenuti potrebbe essere persino più alto perché alcuni stati hanno fornito informazioni ancora parziali.
Il sovraffollamento e il numero dei detenuti in attesa di giudizio sono stati due punti criticati dalla Corte suprema (Stf) nel settembre 2015 quando, nell'analizzare la situazione, la Corte affermò che il sistema viola maniera generalizzata i diritti dei prigionieri nei confronti della dignità e dell'integrità psico-fisica, sottolineando che e la violazione dei diritti fondamentali dei prigionieri produrrebbe ancora più violenza contro la società stessa.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 19 luglio 2019
È stato assolto ieri Erol Onderoglu, il rappresentante di Reporters sans frontieres in Turchia accusato di "propaganda terroristica" a favore del Pkk curdo. Il giornalista rischiava oltre 14 anni di carcere per aver partecipato a una campagna di solidarietà a sostegno del quotidiano filo-curdo Ozgur Gundem, poi chiuso dalle autorità di Ankara.
Scagionati, sempre dalle stesse accuse, anche lo scrittore e giornalista Ahmet Nesin e la direttrice della Fondazione turca per i diritti umani Sebnem Korur Fincanci. I tre potranno anche chiedere una compensazione economica per il loro arresto nel giugno 2016, quando trascorsero una decina di giorni in carcerazione preventiva.
"L'assoluzione" di oggi (ieri ndr) è una vittoria eccezionale della giustizia e della libertà di stampa in un Paese in cui l'una e l'altra vengono violate ogni giorno", ha commentato su Twitter il segretario generale di Rsf, Christophe Deloire. Ma per Onderoglu non è finita qui: l'attivista è imputato in un altro processo per "propaganda terroristica" che si aprirà a novembre per aver sostenuto l'appello per la pace degli accademici turchi contro le operazioni militari di Ankara nel sud-est curdo.
"Questo caso non avrebbe mai dovuto essere aperto. Sin da subito è apparso chiaro che le assurde accuse rivolte contro di loro e altri che avevano preso parte alla campagna di solidarietà con Özgür Gündem avevano l'obiettivo di ridurre al silenzio e intimorire i difensori dei diritti umani, i giornalisti e l'intera società civile turca. Purtroppo altre persone che avevano preso le difese di Özgür Gündem sono ancora sotto inchiesta o sono state già condannate.
Chiediamo alle autorità turche di annullare tutte le accuse e porre fine all'accanimento giudiziario nei confronti dei difensori dei diritti umani", ha dichiatato Milena Buyum, campaigner di Amnesty International sulla Turchia. Delle 56 persone che avevano preso parte alla campagna di solidarietà, ne sono state poste sotto inchiesta 49.
Trentotto di queste sono state rinviate a processo. I 31 processi portati a termine hanno visto quattro assoluzioni e 27 condanne per un totale di oltre 24 anni di carcere e 10.500 euro di multe. In due casi, le sentenze contro i "direttori per un giorno" non sono state sospese e il difensore dei diritti umani Murat Çelikkan e la scrittrice e giornalista Ayse Düzkan sono stati condannati rispettivamente a due e a cinque mesi. Sono poi stati rimessi in libertà vigilata.
La Repubblica, 19 luglio 2019
L'appello di Unicef. Non desiderati, vittime di sfruttamento e abusi: decine di migliaia di minorii nel campo e in diverse aree della Siria nel limbo. In Siria, nel nordest del paese, almeno 70.000 persone vivono nel campo di Al-Hol. L'Unicef stima che più del 90% di loro sono donne e bambini. Tra i bambini, circa 20.000 sono siriani. I restanti 29.000 provengono da 62 paesi diversi, compresi 9.000 dall'Iraq. La maggior parte ha meno di 12 anni. Questi bambini sono altamente vulnerabili, sono sopravvissuti a duri combattimenti e hanno visto inimmaginabili atrocità.
Ragazzini di 12 detenuti. I bambini ad Al-Hol affrontano una difficile situazione umanitaria, per molti ulteriormente aggravata dall'aver subito recenti esperienze di abuso o dall'essere stati costretti a combattere o a compiere atti di violenza estrema. Questi sono solo una parte di un più ampio gruppo di bambini presumibilmente associati al conflitto armato, bloccati nei campi, in centri di detenzione e orfanotrofi in Siria, soprattutto nel nordest. Molti, anche di 12 anni, sarebbero stati detenuti. Questi bambini continuano ad essere esposti ad un elevato rischio a causa dell'acuirsi delle violenze. Nella provincia di Idlib nel nordovest del paese, circa 1 milione di bambini sono stati intrappolati per mesi e mesi nel mezzo di pesanti combattimenti. Il loro destino e il loro futuro sono in bilico. I bambini al campo di Al-Hol richiedono cure, protezione e assistenza salvavita, soprattutto con le alte temperature estive.
Impossibile l'accesso all'acqua. "Migliaia di ragazzi e ragazze al campo di Al-Hol non hanno mai avuto la possibilità di essere soltanto dei bambini. Questi sono bambini. Meritano di ricevere cure, protezione, attenzione e servizi a i massimi livelli. Dopo anni di violenze, non sono desiderati, sono stigmatizzati dalle loro comunità locali o evitati dai loro Governi," ha dichiarato Fran Equiza, Rappresentante Unicef in Siria, dopo una missione al campo di Al-Hol la scorsa settimana. Nonostante sia le violenze nell'area sia l'afflusso di persone che arrivano ad Al-Hol stiano diminuendo, i bisogni umanitari restano critici, come l'accesso ad acqua sicura e l'assistenza sanitaria. "Stiamo lavorando con i nostri partner e donatori per garantire ai bambini assistenza salvavita immediata. Una goccia nell'oceano. È necessario fare molto di più per continuare a fornire ai bambini servizi di base e protezione fra cui il reintegro nelle loro comunità locali e un ritorno sicuro nei propri paesi di origine", ha aggiunto Equiza.
Il reintegro nelle comunità. L'Unicef ricorda a tutte le parti coinvolte che questi sono bambini. Hanno il diritto di essere salvaguardati, ricevere documentazione legale e accesso alla riunificazione familiare. Noi chiediamo azioni immediate: A tutti gli Stati Membri coinvolti: in linea con il superiore interesse dei bambini e in pieno accordo con gli standard legislativi internazionali, di assumersi piena responsabilità per il reintegro dei bambini nelle comunità locali e un rimpatrio sicuro dei bambini nei propri paesi. A tutte le parti in conflitto in Siria e coloro che possono esercitare un'influenza: di facilitare un accesso umanitario incondizionato, all'interno di Al-Hol e ovunque in Sira, per raggiungere ogni bambino che abbia bisogno di aiuto, ovunque esso sia.
Il lavoro di Unicef. Con i suoi partner, l'Unicef continua a rispondere ai bisogni dei bambini ad Al-Hol: Negli ultimi mesi, almeno 520 bambini separati o non accompagnati sono stati identificati, 214 di questi sono stati riunificati con membri delle loro famiglie, mentre 74 sono ospitati in centri di assistenza temporanei; L'Unicef sta supportando spazi per l'apprendimento presso il campo utili per 3.000 studenti, oltre a spazi a misura di bambini e squadre mobili per la protezione dell'infanzia. Sono stati raggiunti 12.000 bambini con attività ricreative, supporto psicosociale, case management e cure speciali per i bambini separati e non accompagnati.
La costruzione di strutture fisse. Dall'inizio dell'anno le squadre mobili per la salute e la nutrizione supportate da Unicef e Oms hanno fornito vaccini e servizi per la nutrizione ai bambini nel campo attraverso strutture fisse e team mobili. Ogni giorno, l'Unicef e i suoi partner forniscono circa 1,7 milioni di litri di acqua potabile e 750.000 litri di acqua per uso domestico. Dato che il consumo di acqua durante l'estate cresce, sarà una sfida continuare a garantire quantità sufficienti di acqua. Sono state installate più di 1.280 latrine.
di Italo Cosentino
sicurezzainternazionale.luiss.it, 19 luglio 2019
Le prigioni ecuadoriane sono fuori controllo. Lo riconoscono le stesse autorità del paese andino che il 15 luglio hanno ampliato per altri 30 giorni lo stato di emergenza nelle carceri del paese, in vigore già da due mesi. Tre rivolte avvenute nelle ultime settimane dimostrano che la situazione è grave. Tra metà maggio e fine giugno dieci detenuti sono morti, due di loro sono stati inceneriti e un altro decapitato di fronte all'impotenza delle forze di sicurezza del paese sudamericano. Il presidente dell'Ecuador, Lenín Moreno, ha decretato il 16 maggio scorso lo stato di emergenza nel sistema carcerario di fronte alla chiara mancanza di infrastrutture e risorse, al sovraffollamento soffocante e alla tensione all'interno dei centri.
Ma quel passo non ha fermato l'ondata di violenza: una settimana dopo due prigionieri che condividevano una cella sono morti, uno sparato e l'altro pugnalato; dieci giorni dopo, uno scontro tra bande ha posto fine alla vita di altre sei persone e, di nuovo, dopo altre due settimane, un alterco ha provocato due morti e 19 feriti, con numerosi detenuti portati in isolamento dopo un intervento della polizia.
A fine giugno il ministro dell'Interno ecuadoriano, María Paula Romo, avrebbe dovuto comparire davanti all'Assemblea nazionale per rendere conto della situazione critica delle prigioni, ma ha invece inviato il suo vice ministro, Patricio Pazmiño. Il numero due di Romo ha esposto le cifre e le ragioni dello stato "caotico" delle 11 carceri nel paese: in appena mezzo anno sono morti 49 prigionieri, dieci in meno rispetto al 2018. 19 sono stati uccisi, nove si sono suicidati e l'ultimo di loro è stato vittima di un omicidio colposo. La maggior parte del problema si concentra nei due centri di riabilitazione sociale della città di Guayaquil, la principale città del paese, sulla costa del Pacifico, dove fino a maggio 14 detenuti sono stati assassinati, 12 in più rispetto a tutto l'anno scorso. L'altro carcere problematico è quello della provincia di Cotopaxi (centro-nord del paese), che per anni ha mantenuto statistiche tra tre e quattro morti violente e quest'anno ha già superato i record precedenti.
Romo è intervenuta in parlamento il 15 luglio. L'esecutivo attribuisce l'alta conflittualità carceraria a uno scontro tra bande organizzate che lottano per il controllo dei padiglioni maschili, approfittando di un alto livello di sovraffollamento, oltre il 40% della capacità massima, e che i numeri delle forze di sicurezza sono insufficienti, sebbene durante i due mesi di stato di emergenza la polizia sia stata autorizzata a mantenere il controllo all'interno delle prigioni e l'esercito è stato inviato all'esterno per evitare tensioni con familiari e visitatori.
"Non abbiamo trascurato la sicurezza dei cittadini, ma a causa dell'attuale situazione è stato necessario assegnare 2.600 agenti di polizia per pacificare le prigioni" - ha giustificato il dipartimento di polizia in una dichiarazione resa pubblica all'inizio di giugno. Gli 11 centri carcerari ecuadoriani hanno la capacità di ospitare 28.500 detenuti, ma ad oggi ospitano 40.006 detenuti, che non hanno sale da pranzo e lamentano le frequenti interruzioni del servizio idrico.
Con la dichiarazione dello stato di emergenza, il governo di Quito ha sbloccato 27 milioni di dollari e ha disposto altre tre misure: richiedere il sostegno ai giudici in modo che non contraddicano le azioni disciplinari che vengono intraprese all'interno del sistema penitenziario, migliorare l'alimentazione di detenuti e tecnologie per prevenire atti di violenza e, infine, riclassificare i detenuti "in base alla loro pericolosità, comportamento e causa per cui sono privati della loro libertà" per ridistribuirli tra le diverse carceri del paese.
Il Gazzettino, 19 luglio 2019
"Insieme si può" inaugura un nuovo penitenziario in Madagascar, dove violenze, promiscuità, condizioni igieniche pessime e cibo scarso sono all'ordine del giorno. Oggi una quarantina di detenuti della struttura di Marovoay hanno riacquistato dignità. Sì, perché hanno realizzato mattone su mattone con le loro mani il carcere dove si trovano, con la guida e l'aiuto economico di Insieme si Può supportato, in questo progetto, dalla Parrocchia di Cortina, dalla ditta IF Informatica di Valenza, dalla Fondazione Umano Progresso di Milano oltre che da altri gruppi e da singoli benefattori.
Tutto è nato lo scorso anno, da una visita in Madagascar dell'Associazione. Da qui l'idea di dare una mano e il percorso, molto veloce, per arrivare a realizzare un edificio praticamente nuovo. Era il 2018, infatti, quando un gruppo di volontari della Onlus ha varcato l'ingresso del penitenziario di Marovoay, una cittadina di 15 mila abitanti, restando orribilmente impressionato dalle condizioni di vita degli ospiti. I circa 40 carcerati, per lo più accusati di furto, vivevano in una struttura fatiscente e a rischio crollo.
Niente letti, niente materassi, un unico gabinetto all'aperto, una rientranza nel muro usata per lavarsi. Cibo scarso al punto che Maurizio Crespi, missionario in Madagascar da trent'anni, a più riprese è stato costretto a rifornirne la mensa con riso e fagioli. Condizioni disumane che hanno portato a formulare il progetto prima della ristrutturazione e poi della costruzione di un nuovo edificio. Verificato il fatto che da parte dell'autorità carceraria non c'era nessuna intenzione di intervenire Insieme si può si è rimboccata le maniche.
È così iniziata la costruzione di una nuova struttura, situata su due piani, dotata di camerate, servizi igienici e cucina. Alla costruzione hanno partecipato gli stessi carcerati e il risultato è una casa che, oggi, è la più bella di tutto il Paese. L'inaugurazione è avvenuta alla presenza del Ministro della Giustizia e delle massime autorità carcerarie e politiche della regione. Da Belluno sono arrivati Piergiorgio Da Rold, Antonio De Riz, Teresa Vedana e Giusy Casagrande.
Il Dubbio, 18 luglio 2019
Ancora scintille sulle modifiche al Decreto sicurezza bis. i leghisti contro "le donne rom che fanno figli per evitare il carcere". ma i 5stelle non ci stanno. Il dl sicurezza bis divide ancora i due soci di maggioranza.
Secondo l'Adnkronos, i 5Stelle sarebbero molto "nervosi" per un emendamento targato Lega che esclude il differimento dell'esecuzione della pena per le donne incinte. La proposta di modifica in questione - che il Carroccio preme per inserire ma, viene sottolineato, non sarebbe stata ancora presentata - prevede l'abrogazione di quella parte dell'articolo 146 del codice penale che include le donne incinte e le madri di bambini di età inferiore a un anno tra i soggetti per i quali è previsto il rinvio obbligatorio dell'esecuzione della pena.
Una misura che, in ambienti leghisti, viene giustificata come il tentativo di "mettere un freno" al "fenomeno delle donne rom che fanno figli apposta per non andare in galera", come ha detto, ancora all'Adnkronos, il deputato leghista Igor Iezzi, tra i firmatari dell'emendamento del Carroccio. Ad ogni modo, sottolinea il parlamentare del Carroccio membro della Commissione Affari Costituzionali, "c'è una valutazione in corso" con il Movimento 5 Stelle sul contenuto di questo emendamento.
E infatti proprio dal M5S si levano critiche dure nei confronti di un provvedimento che - rimarcano fonti parlamentari pentastellate - "potrebbe aprire a scenari inquietanti". Proprio il mese scorso ha fatto molto discutere un post pubblicato su Facebook dal vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini a commento di un articolo dedicato alla vicenda di una donna rom, dal titolo: "Viene liberata perché è incinta: "madame furto" deruba un'invalida".
"Questa maledetta ladra in carcere per trent'anni, messa in condizione di non avere più figli, e i suoi poveri bimbi dati in adozione a famiglie perbene. Punto", aveva scritto sui social il segretario della Lega. Del resto dalle parti del Carroccio non negano che l'emendamento ssia necessario per "mettere un freno" al "fenomeno delle donne rom fanno figli apposta per non andare in galera".
Il Dubbio, 18 luglio 2019
Ancora scintille sulle modifiche al Decreto sicurezza bis. i leghisti contro "le donne rom che fanno figli per evitare il carcere". ma i 5stelle non ci stanno. Il dl sicurezza bis divide ancora i due soci di maggioranza.
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