di Giulia Martinelli
Città Nuova, 8 giugno 2019
All'interno del carcere di Marassi di Genova è nato un programma radiofonico guidato da don Roberto Fiscer, ex deejay sulle navi da crociera ed oggi parroco, che ha deciso di dare voce a un gruppo di 5 detenuti in onda ogni settimana. Dopo oltre due anni da responsabile dell'audioteca all'interno del carcere di Marassi a Genova, don Roberto Fiscer, ex deejay sulle navi da crociera e oggi parroco di Ss. Annunziata del Chiappeto, ha deciso di aprire uno studio di registrazione all'interno del carcere coinvolgendo 5 detenuti.
"Volevo portare la musica all'interno del carcere - ci racconta don Roberto - è il mio modo per parlare di Dio trasmettendo speranza". Don Roberto è già responsabile di una radio parrocchiale, "Radio fra le note", che trasmette quotidianamente dalla parrocchia. Tra i programmi in onda due sono registrati all'interno di due ospedali pediatrici: "A tutto Gas" dall'Ospedale Gaslini e "Luci a San Martino" dall'ospedale San Martino.
Così nel febbraio scorso è nato un nuovo programma: "Radio Deejail" registrato il giovedì all'interno dell'audioteca e in onda ogni venerdì alle ore 18.00 per un'ora. Gli argomenti vengono scelti insieme: dall'ecologia allo sport, ma si parla anche di amore, televisione, radio, famiglia e molto altro, non manca ovviamente la musica.
Gli speaker sono 5, una squadra ormai collaudata: Aldo, il chitarrista del gruppo, a cui è affidata anche la preghiera prima della registrazione; Zorba (questo il suo pseudonimo), laureato in storia, lo chiamano "il filosofo"; Jonathan, ragazzo sudamericano molto credente, nei suoi pensieri c'è sempre un riferimento alla fede; Leonard, l'esperto di sport, e "Zio" Stelvio, il più anziano del gruppo, a cui, tra le altre cose, spettano i saluti di entrata e di uscita ("È una forma di rispetto", ci spiega don Roberto). L'età va dai 23 ai 65 anni.
Ad aiutare durante la registrazione c'è la signora Dolores e suor Lucia, spunti e approfondimenti vengono invece cercati da una redazione esterna di volontari formata da Chiara, Anna, Federica e Maddalena. Uno spunto importante lo porta anche Stefano, con una pagina di riflessione da chi il carcere lo ha vissuto in prima persona da detenuto e oggi in libertà collabora con la redazione esterna.
"Con emozione ricordo una delle prime puntate andate in onda: abbiamo parlato di maschere, il carcere ti obbliga a togliere una maschera che hai tenuto per troppo tempo, sei obbligato a fare i conti con quello che sei, da qui parte il percorso di guarigione. Grazie alla radio poi la loro voce esce fuori dalle mura carcerarie ed è come un'anticipazione di libertà".
E la voce è anche un modo per confortare ed entrare in contatto con i famigliari e gli amici che sono fuori e soffrono la mancanza. Ma ciò che più ha colpito don Roberto è la condivisione che si è creata intorno al progetto: "All'interno del carcere si creano forti legami, i loro primo pensiero è stato: sarebbe bello coinvolgere e far vivere questa esperienza anche agli altri". Non resta che mettersi in ascolto di "Radio fra le note" attraverso Internet, la App e il canale 810 del digitale terrestre.
di Angela Azzaro
Il Dubbio, 8 giugno 2019
Da quando sono nati i Pride, tante conquiste sono state fatte, tanti passi avanti messi a segno. Ma la strada da fare è ancora molta. Per questo ogni anno il rito si ripete con pari intensità. Nel 2019, come accade da diversi anni, il Pride italiano si articola in diverse manifestazioni che attraversano tutto il Paese, da maggio fino a settembre.
È l'idea giusta che non serve solo un grande appuntamento, ma una visibilità diffusa, ancora più necessaria in quelle parti del Paese dove ancora resistono i pregiudizi. Questo sabato si preannuncia particolarmente intenso: scenderanno in piazza Roma, Trieste, Pavia, Messina, Ancona. Una festa dei diritti, dell'orgoglio, contro le discriminazioni.
Nel luglio del 1969 - esattamente cinquanta anni fa - a New York ci fu il primo Pride, nato dopo gli scontri con la polizia. Nel locale Stonewall, frequentato principalmente da trans, le forze dell'ordine avevano la cattiva abitudine di fare irruzione, picchiando le presenti e arrestandole. La colpa? Erano considerate un problema di ordine pubblico solo per il fatto di esistere, di essere quello che erano. Ma quel giorno di 50 anni fa, Sylvia Rivera disse basta: si levò una scarpa e la lanciò contro la polizia, dando inizio alla rivolta. Una rivolta che non si è ancora fermata. Il gesto di Sylvia, morta nel 2002, è paragonabile a quello di Rosa Park per i diritti degli afroamericani: un gesto che riscatta una intera comunità discriminata.
Da allora, molte scarpe sono state lanciate, molte rivolte, personali e collettive, sono andate in scena. Roma per esempio festeggia i 25 anni del primo Pride. All'inizio erano pochi, oggi le strade della capitale si riempiono perché tanta strada è stata fatta, tanta ne resta da fare. Finché un solo ragazzino o una ragazzina vengono presi in giro perché non sono eterosessuali, non ci si può fermare. Un altro anniversario ci aiuta allora a ricostruire questo mosaico della Storia, fatta di contraddizioni, di passi avanti e di pericolosi rigurgiti.
Il 5 giugno di tre anni fa furono approvate le unioni civili. Dopo vari colpi di scena e il timore di non farcela ancora una volta, il governo Renzi mise la fiducia e divennero legge dello Stato. Lo stesso coraggio non ha poi avuto il governo Gentiloni quando si trattava di mettere la fiducia per far approvare lo ius soli temperato. La battaglia, portata avanti dalla senatrice dem Monica Cirinnà, ha già permesso a diecimila persone di unirsi civilmente uscendo da una condizione di clandestinità. La normativa ha consentito l'accesso a diritti fondamentali, come la reversibilità della pensione o la possibilità di avere accanto in ospedale il proprio compagno se si è malati. Ma ha consentito anche di affermare nel senso comune la "normalità" dell'amore tra due uomini e tra due donne, ha costruito un simbolico diverso.
Purtroppo non basta. Sono tanti gli episodi di omofobia, tante le affermazioni che tendono a riportare indietro le lancette dell'orologio. Si deve lottare ancora, non solo perché le coppie che decidono di unirsi possano accedere al matrimonio vero e proprio come le coppie etero, ma per cambiare profondamente la cultura e la società.
Il Pride è tutto questo: orgoglio, diritti, costruzione di una società diversa, in cui tutti e tutte siano più liberi. È così che nasce la connessione, sempre più forte, con una parte del movimento femminista. Quando leggete la sigla di chi partecipa alle manifestazioni, Lgbtq, non spaventatevi. Stiamo parlando di questa apertura.
"B" per esempio sta per bisexual, "q" sta per queer, un movimento che è anche una disciplina universitaria e che, indipendentemente dalla traduzione letterale, significa nuove identità, nuove soggettività, cioè la possibilità per tutti di essere se stessi fuori dalla norma imposta. Il Pride è per tutti e tutte, per la libertà di essere sempre se stessi. Una buona ragione per continuare a lanciare la scarpa contro il potere.
di Marco Bresolin
La Stampa, 8 giugno 2019
Ritorna l'idea di deportare i migranti irregolari nei Balcani. Il piano, avanzato un anno fa dai governi di Austria e Danimarca, ieri ha ricevuto il via libera dai ministri dell'Interno dei 28 Paesi Ue, riuniti a Lussemburgo (per l'Italia c'era il sottosegretario Nicola Molteni).
Il Consiglio ha discusso la nuova direttiva sui rimpatri e ha definito una sua posizione, che ora dovrà essere negoziata con il Parlamento. Tra i punti dell'intesa c'è anche "la possibilità di rimpatriare un cittadino di un Paese terzo verso qualsiasi Paese terzo sicuro". Si tratterebbe di una svolta clamorosa, visto che il tema è molto controverso. La stessa Commissione europea aveva bocciato l'idea un anno fa.
Ma i governi hanno deciso di andare avanti per valutare la fattibilità di questo progetto: consentirebbe di aggirare gli ostacoli che oggi impediscono di rimpatriare quei migranti irregolari provenienti da Paesi che non hanno firmato accordi di riammissione. Verrebbero mandati in altri Stati (extra Ue) disposti ad accoglierli (in cambio di soldi).
L'accordo prevede una serie di condizioni. Questi trasferimenti sarebbero possibili soltanto in Paesi che rispettano pienamente i diritti umani (la Libia, per esempio, sarebbe esclusa). Inoltre servirebbe il via libera dei Paesi confinanti, per evitare i movimenti secondari.
L'esempio che viene fatto è quello dell'Albania (potenzialmente un Paese coinvolto in questo progetto, insieme con Kosovo e Montenegro): qualora Tirana accettasse di ospitare i migranti respinti dalla Ue, servirebbe il via libera della Grecia.
I ministri hanno anche dato il via libera a procedure "più chiare e più rapide" per i rimpatri e per i ricorsi, "norme più efficaci sui rimpatri volontari" e la possibilità di trattenere i migranti che non hanno diritto all'asilo "se questi costituiscono un pericolo per l'ordine pubblico".
di Nello Scavo
Avvenire, 8 giugno 2019
Dispone di una nave fornita da Roma che usa per le sue attività ai danni di chi cerca di arrivare nel nostro continente. L'Onu lo accusa, altri continuano a proteggerlo. Il comandante Bija deve molto all'Europa. A Zawyah la sua "guardia costiera" è operativa grazie a mezzi e fondi elargiti via Tripoli dai generosi donatori di Roma e Bruxelles. Ma Bija secondo l'Onu dovrebbe stare in galera, per i crimini commessi contro i migranti. Invece è libero di proseguire nel suo poliedrico business: trafficante di uomini, contrabbandiere, sorvegliante di centri petroliferi. Sempre travestito da rispettabile guardacoste.
Le autorità del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, assicuravano che Bija era stato reso "inoffensivo". In realtà sarebbe più in sella che mai, soprattutto per avere messo a disposizione del premier Sarraj la sua milizia che starebbe combattendo contro i clan alleati del generale Haftar. Diverse foto circolate in Libia ritraggono Bija mentre festeggia le vittorie sul campo insieme ad altri miliziani. Difficile che, con i servigi resi in favore del governo voluto dall'Onu, qualcuno lo consegni mai a un tribunale sempre dell'Onu.
Riconoscibile per la mano destra menomata dall'esplosione di una granata, Bija ha imparato presto a cavarsela in ogni situazione. Che le partenze siano frequenti o che debba periodicamente rallentare i flussi per compiacere le suppliche dei governi europei, Bija vince sempre: lo pagano per attrezzare la cosiddetta Guardia costiera, e se anche deve bloccare i barconi, incassa comunque dalle estorsioni a danno dei migranti. Le malelingue della vicina Zuara, dove le alleanze e le inimicizie si alternano al ritmo delle fasi lunari, dicono che Bija quando cattura migranti in mare, di solito si tratta di disgraziati messi in acqua dai clan nemici. Dal luglio 2018 è sottoposto a sanzioni stabilite dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: in particolare, divieto di viaggio e blocco delle attività proprio per i crimini su cui indaga la Corte penale internazionale dell'Aja. Le accuse contro di lui dovrebbero imbarazzare i suoi finanziatori.
"Le sue forze - si legge in uno dei documenti a disposizione dalla Procura presso la corte penale in Olanda - erano state destinatarie di una delle navi che l'Italia ha fornito alla Lybian Coast Guard". Alcuni uomini della sua milizia "avrebbero beneficiato del Programma Ue di addestramento" nell'ambito delle operazioni navali Eunavfor Med e Operazione Sophia. Inoltre proprio Bija è sospettato di aver dato l'ordine ai suoi marinai di sparare contro navi umanitarie e motopescherecci.
Intervistato da Amedeo Ricucci nell'autunno del 2017, Abd al-Rahman al-Milad, noto come Bija, all'inviato del Tg1 fece chiaramente intendere che in cambio di un ricco appalto per gestire la sicurezza dei siti petroliferi concessi ad aziende italiane, avrebbe smesso di doversi arrangiare con certi affari. Traffici che secondo gli esperti Onu si possono riassumere "nell'affondamento delle imbarcazioni dei migranti utilizzando armi da fuoco", la cooperazione "con altri trafficanti di migranti come Mohammed Kachlaf che, secondo fonti, gli fornisce protezione per svolgere operazioni illecite".
Diversi testimoni in indagini penali "hanno dichiarato - si legge nei report dell'Onu e dell'Aja - di essere stati prelevati in mare da uomini armati su una nave della Guardia Costiera chiamata Tallil (usata da Bija, ndr) e portata al centro di detenzione di al-Nasr, dove secondo quanto riferito sarebbero stati detenuti in condizioni brutali e sottoposti a torture".
Nonostante un curriculum che non lo fa certo somigliare a uno statista, Bija e i suoi uomini guadagnano spazio e potere. A quanto pare, senza imbarazzo per i suoi finanziatori. Tutto questo mentre le Nazioni Unite sono tornate a denunciare le "spaventose" e "disumane" condizioni dei campi di detenzione per migranti e profughi. "Siamo molto colpiti dalle spaventose condizioni di detenzione", ha detto a Ginevra il portavoce dell'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani, Rupert Colville che parla di stragi nel silenzio, "con decine di morti per tubercolosi" nelle prigioni a causa della loro sistematica denutrizione.
Strutture per le quali la Libia riceve centinaia di milioni di euro dall'Europa e specialmente dall'Italia. Stando alle cifre delle Nazioni Unite, sono circa 3.400 i migranti e profughi bloccati in vari campi di Tripoli. E la situazione è peggiorata dall'inizio dell'offensiva sulla capitale lanciata dal maresciallo Khalifa Haftar. Colville ne parla apertamente come di un "luogo d'inferno".
di Francesco Verderami
Corriere della Sera, 8 giugno 2019
Gli Usa avevano chiesto aiuto per l'addestramento. Tante linee nel governo, niente decisioni. Fuori c'è il mondo. E mentre i vicepremier discutono (senza il premier) sulle sorti del governo, nel mondo accadono cose che finiscono per coinvolgere anche l'Italia: gli Stati Uniti, per esempio, da alcune settimane premono su Roma per avere un "aiuto" in Siria.
È al ministro della Difesa che è stata recapitata la richiesta, e una simile questione potrebbe bastare per destare l'attenzione di Matteo Salvini e Luigi Di Maio che (insieme a Giuseppe Conte) dovrebbero concentrarsi sul tema e distrarsi dal problema del rimpasto. Anche perché Elisabetta Trenta, sebbene competente per materia, non può assumersi la responsabilità della risposta, che dev'essere necessariamente collegiale. Ma è lei che è stata contattata. I "vari colloqui" con gli interlocutori americani - lo raccontano fonti accreditate - sono stati "informali": modalità di solito adottata nelle fasi di sondaggio, per evitare di ingessare il confronto con atti ufficiali.
La rappresentante del governo non era impreparata. Due mesi fa il senatore americano Lindsey Graham - alla vigilia di una missione a Roma durante la quale avrebbe incontrato anche il capo dello Stato - aveva rilasciato un'intervista a Giuseppe Sarcina per il Corriere, anticipando che gli Stati Uniti avrebbero esortato l'Italia a "mandare suoi soldati in Siria": "Nel Nordest di quel Paese ci sono due rischi gravi: il ritorno dell'Isis e il possibile scontro tra la Turchia e le forze democratiche siriane. Noi stiamo formando uno schieramento insieme a Gran Bretagna, Francia e altri. E chiediamo all'Italia di aiutare l'America a stabilizzare la regione".
Era il messaggio di uno degli uomini più vicini a Trump, che ogni giorno parla con il presidente e ogni settimana riceve il suo invito a colazione. L'appello pubblico si sarebbe poi trasformato in una richiesta riservata, giunta direttamente dall'Amministrazione. In principio il ministro italiano si chiedeva cosa sarebbe stato domandato all'Italia, in termini di uomini e mezzi, e sotto quale bandiera sarebbe stata costruita la "coalizione". Poi ha compreso che sarebbero servite "solo" forze per l'addestramento. Ma anche questa opzione minimale mette il governo in difficoltà.
Svolgere un ruolo di maggiore presenza nel quadrante medio-orientale non sarebbe facile, specie in un'area ritenuta fin qui lontana da qualunque ipotesi di impegno. E allora non deve essere stato un caso se in Parlamento - riferendosi proprio alla Siria - il titolare della Farnesina, Enzo Moavero, ha detto che "l'Italia è già impegnata nel vicino Libano, con ottima reputazione". Ma il Libano non è la Siria, dove la situazione è tale che a confronto persino la Libia sembra la Svizzera.
Fuori c'è il mondo. E in quel pezzo di mondo martoriato dalla guerra, gli attori regionali chiedono "uno sforzo all'Occidente", e gli Stati Uniti chiedono per conseguenza agli alleati di "fare la loro parte". Così, mentre in Italia si discute se si andrà o non si andrà al voto anticipato, se con la prossima Finanziaria verranno rispettati o sforati i parametri di Maastricht, all'Italia è stata posta una domanda. Ma da Roma non è ancora partita una risposta. A meno di non interpretare come una risposta il modo in cui viene sottolineato che il governo sta "rispettando gli impegni già pianificati", e che "non c'è arretramento sulle missioni internazionali già rifinanziate".
Il tema però è un altro, è l'eventualità di partire per la Siria, dove si confrontano russi, iraniani, sauditi, turchi, curdi. Dov'è bastato che Trump ipotizzasse il disimpegno americano per mettere in allarme gli israeliani. Ecco qual è il contesto, e se al momento l'Italia frena, è perché non può (cioè non vuole) andarci. E prende tempo perché deve calibrare la risposta da dare a Washington: bastano (e avanzano) le tensioni prodotte dal protocollo firmato coi cinesi, e la presa di distanza sulla gestione della crisi venezuelana.
Fuori c'è il mondo, e mentre Di Maio e Salvini si rivedranno la prossima settimana (forse insieme a Conte) per risolvere i problemi di politica domestica, la Trenta sta cercando di gestire come può il delicato dossier militare, tenendolo riservato. Al punto che pochi giorni fa al Senato, durante l'audizione in commissione Difesa, non ha accolto le domande dei parlamentari sulla Siria: per il ministro sarebbe stato motivo d'imbarazzo.
di Francesca Paci
La Stampa, 8 giugno 2019
A Roma il caso del ricercatore iraniano detenuto da 3 anni nel super carcere di Teheran con l'accusa di aver cospirato (accademicamente) con nemici della repubblica islamica. "Ahmadreza non può scrivermi ma da almeno un anno ci sentiamo per telefono quasi ogni giorno, certe volte non se la sente e non chiama, è molto depresso.
Quando parliamo però, mi chiede continuamente dei nostri figli di 16 e 7 anni e io evito di dirgli che il più piccolo, Ariyo, credendolo in Iran per lavoro, ce l'ha con lui perché non torna, perché ancora una volta ha mancato il suo compleanno il 28 dicembre, perché vorrebbe essere portato sulle spalle e teme che quando si rivedranno peserà troppo per giocare come facevano prima".
Vida Mehrannia ha una voce sottile che sembra possa spezzarsi da un momento all'altro mentre racconta del marito Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano 47enne arrestato con l'accusa di "intelligence con il nemico" nel 2016 a Teheran dov'era andato per partecipare a un seminario universitario. È venuta a Roma, invitata dalla senatrice Elena Cattaneo e da associazioni come Amnesty e FIDU che da 3 anni si occupano del suo caso, per appellarsi ulteriormente al governo italiano affinché faccia leva sugli storici rapporti con l'Iran e perori la causa di Ahmadreza, condannato a morte durante un processo a porte chiuse da un tribunale rivoluzionario inappellabile.
Ahmadreza Djalali, uno stimato esperto di medicina dei disastri che tra le altre cose ha lavorato quattro anni presso il Crimedim dell'Università del Piemonte Orientale, è molto più del nome e del volto che abbiamo imparato a conoscere per le campagne contro la sua prigionia. "Ahmadreza è uno di noi, come lo era Giulio Regeni, entrambi colpevoli di voler studiare il mondo con gli occhi della ricerca, la cui condizione imprescindibile è la libertà" ragiona Elena Cattaneo citando i dati dell'ultimo rapporto Free to Think sullo stato della libertà accademica, con 294 casi di attacchi mirati in 47 Paesi diversi. Accanto a lei, oltre a Vida Meharannia, siedono il vice-ministro all'università Lorenzo Fioramonti e la presidente della Commissione per i diritti umani del Senato Stefania Pucciarelli.
"Dobbiamo farci intermediari per la vita di Djalali anche in virtù della nostra posizione, nel quadro della comunità internazionale l'Italia è tra i Paesi più concilianti rispetto alla richiesta dell'Iran di una propria autonomia energetica e dovrebbe far valere questo ruolo" insiste Fioramonti, garantendo un intervento presso il ministro degli esteri Moavero.
A Djalali, in cella ormai da 37 mesi nel famigerato carcere di Evin, viene imputata la frequentazione con università considerate nemiche da Teheran, dall'Arabia Saudita a Israele: un peccato non mondabile nella Repubblica degli ayatollah che nel 2017 - l'anno delle prime proteste di Mashhad contro il ristagno economico e l'orizzonte nazionale bloccato - ha sentenziato per lui la pena capitale.
Lo stato dei diritti umani è la punta dell'iceberg di un Paese in cui la guerra intestina tra la fazione riformista del clero sciita e i falchi irriducibili tiene ostaggio la popolazione e l'intero sistema produttivo, gravato da un'inflazione alle stelle e da un carovita che da mesi porta in piazza non tanto i paladini della libertà quanto i sindacati, i lavoratori senza garanzie, le famiglie affamate.
Ahmadreza Djalali, per cui si sono mobilitati 75 premi Nobel e per cui la città di Novara ha chiesto la cittadinanza onoraria, pesa adesso 50 chili rispetto agli 82 che pesava tre anni fa. La moglie Vida tiene nel telefonino la foto "pelle e ossa" che hanno scattato al marito i suoceri, i soli autorizzati ad andarlo a trovare una volta al mese. Dalla Stoccolma in cui vive con i figli, Vida si batte, non smette di credere che si tratti solo di un pessimo film, vacilla: "Ahmadreza non ha fatto nulla oltre studiare. È chiuso in una cella d'isolamento con altre 8 persone, tutti prigionieri di coscienza come lui. Lo spazio è ampio ma da lì non si esce e le giornate trascorrono tutte uguali, la notte insonne, il risveglio occupato dal cucinarsi colazione, pranzo e cena, i libri messi a disposizione dal carcere da leggere come medicina per non impazzire. Mi dice che vorrebbe scrivere degli articoli scientifici ma non ce la fa, è fiaccato nello spirito e nel corpo, dovrebbe fare delle visite ematologiche ma non sono consentite, la speranza a tratti manca, la condanna alla pena capitale toglie il fiato".
C'è ancora tempo, sottolinea la senatrice Cattaneo. Ma non ce ne sarà a oltranza. Due mesi fa, nel quarantennale della rivoluzione khomeinista, l'associazione Nessuno Tocchi Caino, ha reso note le cifre delle esecuzioni del 2018 in Iran, storica maglia nera insieme all'arci-nemica Arabia Saudita. Si parla di almeno 277 sentenze, di cui 89 riportate da fonti ufficiali iraniane e 188 segnalate da fonti non ufficiali. Una macchina di morte a getto continuo e senza tema d'inferenze giudiziarie. Finora i ricorsi di Ahamadreza Djalali sono stati tutti respinti, così come non hanno avuto riscontro le raccolte di firme del genere presentata all'ambasciatore iraniano in Italia dal direttore generale di Amnesty International Gianni Rufini. C'è tempo, ce n'è un po', c'è da salvare una vita, tutte le vite, il pensiero dell'uomo.
di Francesca Caferri
La Repubblica, 8 giugno 2019
Murtaja Qureiris è il più giovane prigioniero politico. Arrestato a 13 anni ha adesso superato la maggiore età e rischia l'esecuzione. L'Arabia Saudita si starebbe preparando a mandare a morte un 18enne arrestato quando aveva 13 anni e accusato di aver protestato contro il governo, aver assistito a un crimine che sarebbe stato commesso dal fratello maggiore e aver partecipato al funerale dello stesso fratello, ucciso in quella che le autorità hanno definito una manifestazione violenta repressa dalla polizia.
La denuncia arriva dalle organizzazioni saudite per la difesa dei diritti umani basate all'estero e dalla famiglia del ragazzo, che nella speranza di aumentare la pressione internazionale sul caso ha fornito a Cnn un video in cui si vede il giovane, Murtaja Qureiris, all'epoca di 10 anni, guidare un gruppo di bambini in bicicletta nel 2011 mentre sfrecciano nelle strade chiedendo diritti. Qureiris fa parte di una nota famiglia di attivisti sciiti della provincia orientale del regno, quella in cui gli scontri fra questa minoranza e il governo centrale sono frequenti.
E stato arrestato nel 2014 mentre con la famiglia si stava recando in Bahrein e si teme possa essere nel gruppo di detenuti che, secondo le informazioni dei gruppi in difesa dei diritti umani, saranno messi a morte nelle prossime settimane. Già ad aprile 37 persone erano state mandate a morte. "Nessuna delle accuse nei confronti di Murtaja è stata formalizzata", spiega Ali Abubisi della European Saudi Organisation for Human Rights, che sta seguendo il caso.
"La speranza è che la pressione internazionale possa contribuire a far sì che l'accusa sia costretta a fornire prove inconfutabili. Da quello che sappiamo è stata chiesta la pena di morte, seguita dalla pubblica crocifissione".
È proprio questa speranza ad aver spinto la famiglia a prendere posizione: i precedenti tentativi di chiedere notizie del ragazzo e la formalizzazione delle accuse nei suoi confronti avevano portato all'arresto di un altro fratello e di Abdullah, il padre di Murtaja, ritenuto uno degli organizzatori delle proteste.
L'inchiesta della Cnn ha rivelato che il caso di Murtaja combacia con quello denunciato dal gruppo di lavoro dell'Onu specializzato in detenzioni arbitrarie. Secondo gli esperti, nelle prigioni saudite c'era un ragazzo arrestato da minorenne per aver preso parte a manifestazioni pacifiche, aver partecipato a un funerale e detenuto in condizioni dure, la cui confessione era stata ottenuta con metodi non legali. Ma né gli esperti Onu né i portavoce del governo saudita hanno voluto rilasciare commenti alla Cnn sul caso.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 8 giugno 2019
Amlo fa marcia indietro e chiude le porte. E per evitare i dazi statunitensi si impegna a costruire nuovi centri di detenzione per migranti e altri posti di blocco. Ma a Trump non basta. Il Messico si accinge a fare il lavoro sporco per conto degli Stati uniti, mettendo decisamente tra parentesi il tanto sbandierato discorso sulla protezione dei diritti umani dei migranti e sulla fraternità universale.
È stato lo stesso ministro degli Esteri messicano Marcelo Ebrard, a capo della delegazione incaricata di negoziare con la controparte statunitense, a confermare la versione secondo cui il governo dispiegherà 6mila elementi della nuova Guardia nacional alla frontiera con il Guatemala: non un muro di cemento come quello tanto caro a Trump, ma una non meno devastante barriera militare.
Per supportare tale azione il governo di Amlo, secondo quanto ha rivelato il Washington Post, dovrà anche provvedere alla costruzione di ulteriori centri di detenzione per migranti e di altri posti di blocco finalizzati a ridurre il flusso di centroamericani in fuga dalla violenza e dalla povertà estrema dei rispettivi paesi, spesso e volentieri - e in maniera clamorosa nel caso dell'Honduras - provocate, mantenute e alimentate proprio dalle politiche statunitensi.
Non è tutto. Sempre secondo il Wp, si starebbe anche negoziando un piano regionale in base a cui i migranti centroamericani dovrebbero cercare asilo nel primo paese in cui entrano dopo aver lasciato le proprie case, di modo che gli Stati uniti potrebbero rispedire ogni guatemalteco in Messico e ogni salvadoregno e honduregno in Guatemala. Nient'altro che una variante della pretesa statunitense - sempre respinta dalle autorità del paese confinante - di imporre al Messico lo status di "paese terzo sicuro" dove rimandare tutti i richiedenti asilo.
Già annunciato invece da parte del governo il blocco dei conti di diverse persone e organizzazioni presumibilmente impegnate nel traffico di migranti e nell'organizzazione di carovane illegali dirette verso gli Stati uniti. Nulla di tutto questo però potrebbe essere sufficiente a placare il presidente Usa, scongiurando l'entrata in vigore, lunedì prossimo, dei dazi - inizialmente del 5%, ma con aumenti progressivi fino al 25% - su tutti i prodotti messicani.
In attesa degli sviluppi della terza giornata dei negoziati, la portavoce della Casa bianca Sarah Sanders ha assicurato che la posizione degli Usa non è cambiata: "Stiamo ancora procedendo verso l'applicazione delle tariffe". Dopotutto, come ha ricordato Trump con la sua abituale arroganza, "sono loro ad aver bisogno di noi, non viceversa". Ma ci sono anche tanti, tra attivisti ed esperti, convinti che il governo messicano non dovrebbe affatto cedere alle pressioni Usa. Non solo perché, come ha evidenziato Vicente Sánchez, ricercatore del Colef (Colegio de la Frontera), i flussi migratori non si arrestano per decreto, ma anche perché il governo di Amlo ha già adottato in buona parte le misure richieste dagli Usa: ospitando, soprattutto a Tijuana e Ciudad Juárez, i migranti che attendono dalle autorità statunitensi una risposta alla loro richiesta di asilo, aumentando la vigilanza alla frontiera con il Guatemala e incrementando drasticamente le espulsioni, con tanti saluti all'originario approccio umanitario alla questione migratoria. Intanto, Amlo si appella all'unità nazionale, annunciando per oggi, a Tijuana, un atto "in difesa della dignità" del paese oltre che, ebbene sì, "a favore dell'amicizia con gli Usa".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 8 giugno 2019
In Vietnam la "realizzazione, archiviazione, diffusione e propaganda di materiali e prodotti che intendono opporsi allo stato della Repubblica socialista" è un reato grave per il quale l'articolo 117 del codice penale prevede fino a 20 anni di carcere. Ieri Nguyen Ngoc Anh, un ingegnere idraulico e ambientalista della provincia di Ben Tre, è stato giudicato colpevole di tale reato e condannato a sei anni di prigione. La "colpa" di Nguyen Ngoc Anh è di aver usato il suo profilo Facebook nel giugno scorso per invitare la popolazione a protestare pacificamente contro la proposta di creare nuove zone economiche speciali che avrebbero comportato la cessione di terreni a proprietà straniere. Aveva ottenuto decine di migliaia di "like".
In precedenza Nguyen Ngoc Anh aveva criticato il governo a proposito del cosiddetto "disastro di Formosa" del 2016, quando un'azienda taiwanese aveva scaricato in mare rifiuti tossici che avevano causato la morte di milioni di pesci. Il cartello che mostra nella foto recita: "I pesci hanno bisogno di acqua pulita, il popolo di trasparenza". È sempre più evidente che le autorità vietnamite stanno estendendo ai social media la loro morsa, già sistematica nei confronti del dissenso offline. A gennaio è entrata in vigore una legge sui reati informatici che richiede alle aziende del settore di conservare i dati personali degli utenti e fornirli alle autorità quando li richiedano.
di Anna Lisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 7 giugno 2019
A colloquio con il Garante nazionale delle persone private della libertà. Nella "Repubblica" di Platone, Socrate parla di giustizia con Polemarco e arrivano ad affermare che, come i cavalli se vengono trattati male diventano peggiori, anche gli uomini maltrattati diventano più ingiusti.
- I giudici della Consulta oltre il muro che separa i giusti dagli ingiusti
- Il film choc sulle carceri italiane dove la giudice della Consulta abbraccia la detenuta
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