di Antonella De Gregorio
Corriere della Sera, 18 luglio 2019
Via libera definitivo al ddl per tutelare le vittime di violenza di genere. Inseriti nuovi reati: revenge porn e sfregio al volto. Tempi più rapidi e pene più severe. Il ministro Bonafede: "Ora lo Stato dice che le donne non si toccano". Via libera definitivo al "Codice Rosso", il dibattuto disegno di legge che dispone le misure per tutelare le vittime di violenza domestica e di genere. Il testo varato dal Senato - identico a quello approvato alla Camera - ha ottenuto 197 voti a favore, 47 astensioni e nessun voto contrario. A favore hanno votato M5S, Lega, Fi, Fdi e Gruppo delle Autonomie. Pd e Leu si sono astenuti.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 18 luglio 2019
Legge di modifica del codice penale, di procedura penale e altre disposizioni in tema di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. Nessun voto contrario. L'Aula del Senato ha approvato definitivamente il "Codice rosso", la legge che interviene, in parte innovando in parte modificando, sulla disciplina penale della violenza domestica; 197 i sì, 47 le astensioni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 luglio 2019
La leader radicale contesta: "dovevano arrestarmi, la legge è uguale per tutti". Alla fine è riuscita nel suo intento, ma non fino in fondo perché avrebbe voluto farsi arrestare come succede agli altri cittadini. Dopo anni di disobbedienza civile, sponsorizzando pubblicamente la sua iniziativa sull'auto coltivazione di marijuana sul terrazzo di casa per sollecitare il pieno utilizzo a fini terapeutici, ieri Rita Bernardini, esponente del Partito Radicale, ha subito un fermo dai carabinieri.
Lo ha preannunciato lei stessa tramite un post su Facebook con tanto di foto delle sue rigogliose piantine di marjuana, spiegando che la mattina presto è stata raggiunta da una telefonata dei carabinieri mentre si trovava su un treno in direzione di Parma, dove avrebbe dovuto partecipare al laboratorio Spes contra Spem, nel carcere della città emiliana.
Alla domanda "lei è in casa?", l'esponente del Partito Radicale ha risposto semplicemente "no, veramente sono sul treno in direzione Parma e sto fuori due giorni". I carabinieri però le hanno ordinato di andarli a raggiungere subito. Il tempo di scendere dal treno e prendere un taxi, ha raggiunto immediatamente la sua abitazione. Una volta giunta lì, è stata condotta in caserma, assieme alle buste contenenti le piantine di marjuana sequestrate durante l'ispezione.
Bernardini non è stata arrestata, ma solamente denunciata. Per questo l'esponente radicale ha espresso tutto il suo disappunto - facendolo mettere anche nel verbale - per la decisione della Procura di Roma di non procedere al suo arresto, come accade a tutti i cittadini. "Così si usano due pesi e due misure e la legge finisce per non essere uguale per tutti", commenta amaramente Rita Bernardini.
L'avvocato Giuseppe Rossodivita, anch'esso esponente radicale, sottolinea che coglieranno l'occasione di un eventuale processo per mettere sotto accusa una legge secondo loro irragionevole e criminogena. "Sarà una buona occasione per aprire un dibattito al quale la classe dirigente di questo paese si è sempre sottratta e continua a sottrarsi", dichiarano Maurizio Turco e Irene Testa, Segretario e Tesoriere del Partito Radicale.
"La legalizzazione della marijuana e la distribuzione controllata di eroina fanno parte di una politica di sicurezza volta al contenimento della criminalità che grazie alle leggi in vigore - agisce sul mercato in regime di monopolio. Con l'alibi di tutelare le persone, si consegnano nelle mani di organizzazioni senza scrupoli che vendono sostanze pericolose, pericolo dovuto alla proibizione". Non manca la solidarietà da parte di altre forze politiche.
"Se oggi si ravvisa questo atto, bisogna spiegarsi come mai ciò non è stato ravvisato negli anni precedenti, visto che sono almeno sei anni che Rita Bernardini compie questa disobbedienza civile", osserva l'ex senatore del Pd Luigi Manconi. "La battaglia che compie non è una semplice lotta nonviolenta, ma è la politica radicale dell'obiezione di coscienza contro le leggi ingiuste. E quindi non si può che stare dalla parte di Rita Bernardini".
Sono tantissimi a oggi i pazienti che si curano con la marijuana terapeutica, traendone un effettivo giovamento per la propria patologia, soprattutto in presenza di dolori cronici, dovuti a malattie anche gravi. In Italia l'accesso alla cannabis medica è previsto da 12 anni, ma riuscire effettivamente a giovarsi di tali terapie resta un percorso a ostacoli.
Per questo motivo Rita Bernardini, assieme all'associazione LapianTiamo, chiede l'opportunità di pensare, per l'Italia, a una legge tesa a consentire l'auto coltivazione per fini terapeutici a tutti i pazienti che ne facciano regolare utilizzo. Un argomento, quest'ultimo, da inserirsi nell'ottica di una legalizzazione più ampia che riguarderebbe l'uso personale, ponendo l'accento sui potenziali vantaggi proprio in termini di colpo da infliggere al business della criminalità organizzata.
di Marianna Vazzana
Il Giorno, 18 luglio 2019
È morto Antonino Benfante, detto "Palermo", il killer dei fratelli Emanuele e Pasquale Tatone e di Paolo Simone, autista tuttofare di Emanuele, uccisi a ottobre del 2013 con due esecuzioni a distanza di 72 ore. Benfante, 55 anni, di origini siciliane, era stato condannato all'ergastolo con isolamento diurno per tre anni, pena resa definitiva dalla Cassazione ad aprile dello scorso anno. Da allora, più volte aveva manifestato segni di insofferenza dietro le sbarre del carcere di Vigevano dove si trovava rinchiuso, e più volte secondo quanto risulta al Giorno aveva tentato il suicidio. In un'occasione avrebbe cercato di incendiare una cella e, in un'altra, di aggredire un detenuto. Fatti culminati una decina di giorni fa nell'ennesimo tentativo di togliersi la vita stringendosi attorno al collo la maglia che indossava per impiccarsi.
Ma è caduto sbattendo violentemente la testa ed è stato trasportato in gravi condizioni all'ospedale di Vigevano: è deceduto ieri, dopo 11 giorni di agonia. Dure le parole del suo avvocato, Ermanno Gorpia: "Se un detenuto tenta il suicidio più volte ed è in isolamento, occorre piantonarlo. Benfante aveva già tentato più volte il suicidio ed era stato ricoverato in Psichiatria, ma la situazione è stata sottovalutata.
È stato fatto uno sbaglio enorme: chi è deputato alla custodia di soggetti, per quanto criminali possano essere, dovrebbe salvaguardarne la vita". Benfante, malato di Parkinson, era reduce da un'operazione non andata a buon fine: gli era stato installato un microchip nel tentativo di migliorare le sue condizioni, ma aveva contratto un'infezione. E gli era stata negata la scarcerazione chiesta in virtù del suo stato di salute. Benfante era stato arrestato l'1 dicembre 2013, a poco più di un mese dagli omicidi commessi il 27 ottobre, quando con due proiettili calibro 38 freddò Emanuele Tatone (sfrattato quella stessa estate da una casa popolare e malato gravemente) e Paolo Simone (pure lui malato, ucciso perché lo stava accompagnando) e il 30 ottobre, quando toccò a Pasquale, fratello di Emanuele, crivellato fuori da una pizzeria con un fucile calibro 12. Le indagini portarono a Benfante, con precedenti per tentato omicidio e traffico di droga, che allora era appena uscito dal carcere e in affidamento in prova ai servizi sociali. Incastrato da immagini delle telecamere, tabulati telefonici e testimonianze. Il movente? Contrasti con la famiglia Tatone, legati all'egemonia sullo spaccio a Quarto Oggiaro.
di Oscar De Simone
Il Mattino, 18 luglio 2019
I familiari: "Vogliamo giustizia". Sono ancora in attesa di risposte i familiari di Claudio Volpe, morto nel carcere di Poggioreale all'età di 34 anni. Il decesso lo scorso 10 febbraio, avvenuto dopo tre giorni di febbre alta, non ha mai convinto i parenti che da subito decisero di approfondire la vicenda. Nessuna indicazione però, sarebbe venuta dall'inchiesta dalla Procura di Napoli e dai risultati dell'autopsia. Cinque mesi di silenzio in cui ai dubbi si alterna lo sconforto.
"Non sappiamo che fare e a chi rivolgerci", dichiara la sorella di Claudio, Santina. "Ogni volta che il nostro avvocato va in tribunale gli vengono date risposte differenti rispetto ai risultati degli esami. A questo punto vogliamo vederci chiaro perché è assurdo morire con la febbre alta. Solo grazie ai suoi compagni di cella sappiamo qualcosa e cosa sia successo poco prima della morte". Proprio in quelle ultime ore di vita - secondo il racconto di chi era con lui in cella - Claudio avrebbe accusato una forte stanchezza. Un affaticamento che non gli avrebbe consentito neanche di lavarsi. "Per questo motivo - continua Santina - mio fratello si sarebbe messo in branda chiedendo di essere svegliato dopo poco. Ma così non è stato. È stato trovato direttamente morto e nessuno sa cosa sia accaduto. Adesso siamo disperati e insieme al nostro legale stiamo cercando tutte le risposte. Non ci fermeremo perché abbiamo ancora tanti dubbi e vogliamo essere certi di quello che è successo".
finok.eu, 18 luglio 2019
L'appello del Garante per i diritti dei detenuti. Le questioni messe in luce nella lettera dei detenuti all'interno della Casa Circondariale "Antimo Graziano" di Bellizzi erano note al Garante Provinciale per i Diritti, Carlo Mele, che le ha più volte segnalate. Da due anni il Tribunale di Sorveglianza convoca in maniera costante un tavolo specifico con i dirigenti dell'Asl e i direttori sanitari dei quattro istituti in provincia di Avellino (Ariano - Sant'Angelo - Bellizzi e Lauro che ospita detenute madri) e la direzione delle Case Circondariali, sul tema della salute in carcere che risulta essere una assoluta priorità.
Prima di tutto comprendere le condizioni di chi vive la pena detentiva e poi cercare di valutare in che modo può essere assicurato un servizio, purtroppo sia ben lontani dall'applicare questo metodo. Ce lo conferma Carlo Mele che è stato a Bellizzi qualche giorno fa per svolgere il suo ruolo di Garante: "I Magistrati sono interessati a passare la pratica in Procura. Capisco che la necessità dell'Asl sia assicurare i servizi ai detenuti con lo stesso criterio che assegna i servizi ai cittadini, però c'è una differenza sostanziale: i cittadini possono anche andare a curarsi altrove, i detenuti no. Ci sono ritardi nelle visite, nella somministrazione dei farmaci, non c'è uno psichiatra per il carcere che garantisca una continuità.
A questo si aggiungono i disagi delle famiglie nel raggiungere Sant'Angelo o Ariano, visto che la maggior parte dei detenuti non è residente in provincia, sono giovani e spesso si ritrovano da soli. In più parte degli istituti ha dei problemi strutturali, alcune sezioni sono molto vecchie, fatiscenti. C'è ancora la questione del sovraffollamento, Bellizzi ha cento detenuti in più di quelli che potrebbe mantenere, il personale è sotto organico e poi la mancanza di acqua, sottolineata all'Alto Calore, perché non si tratta semplicemente di assicurare che ci sia, ma occuparsi delle cisterne che sono obsolete. Ad Ariano ad esempio non arriva l'acqua in infermeria e si va avanti con le bottiglie, le cisterne erano state costruite per strutture che all'inizio avrebbero dovuto ospitare 150 e 300 detenuti, oggi sono raddoppiati, serve una manutenzione per evitare che l'acqua si disperda".
Le mancanze segnalate dai detenuti sono anche altre, riguardano i percorsi educativi e sociali, nonché l'assenza degli operatori che dovrebbero aiutare nei corsi di formazione e nei laboratori del reparto dinamico trattamentale: "Anche su questo punto siamo intervenuti, l'educatore è spesso soltanto uno, sempre diverso, ce ne vorrebbero almeno cinque. La questione trattamentale deve essere seguita con attenzione, ci sono detenuti definiti incompatibili con il regime carcerario ma sono ancora in carcere. E qui decide la giustizia ed entriamo ancora in un altro problema, quello dell'assenza di difesa.
Gli avvocati d'ufficio la maggior parte delle volte non si vedono, appongono una firma senza nemmeno conoscere il detenuto e sono io come Garante con i miei collaboratori a fare consulenza legale, a spiegare come uscire dai meandri della giustizia e dalle lungaggini della burocrazia. Queste persone sono in carcere e non c'è chi ne ha cura su molti livelli, se parliamo di un luogo in cui è necessario fare trattamento, recupero e riabilitazione, bisogna svolgere queste attività per evitare che sia solo un luogo di segregazione, lo impongono le leggi che noi non siamo in grado di rispettare, perciò l'Europa bastona continuamente l'Italia".
Complessità molteplici, fratture nel sistema che sembrano insanabili: "In carcere bisogna andare e starci un po' di tempo per riuscire a rendersi conto di cosa significhi. Quando si invoca il carcere a vita non si ha idea di quello che si afferma, il carcere quello che ha lo restituisce. La pena finisce ad un certo punto, se non è stato fatto un percorso di reinserimento allora il carcere non è servito".
Da dove si parte dunque per garantire i diritti e migliorare in maniera sostanziale lo stato delle cose nelle carceri della nostra provincia? Carlo Mele non ha dubbi: "È il tema della salute ad essere centrale, quello dell'Asl è un presidio, il dipartimento locale deve considerare il carcere nella sua programmazione. Questa bagarre tra l'Asl e le direzioni delle strutture non aiuta, genera il malcontento degli uni rispetto agli altri. Per dire, lo psichiatra deve sapere che un intero giorno della sua settimana lavorativa sarà dedicato ai detenuti, a Bellizzi sono garantite soltanto 18 ore a settimana per 600 detenuti, perché la carcerazione in sé procura malattia mentale, causa sconforto.
I detenuti hanno necessità di parlare, piangono appena hanno la possibilità di sfogarsi con qualcuno. Abbiamo pensato alle cartelle cliniche informatizzate per far si che la farmacia fosse fornita rispetto alle necessità dei detenuti. C'è bisogno di più educatori e assistenti sociali, stiamo pensando - come ufficio del Garante - di proporre quest'attività di consulenza legale insieme alla Camera Penale e all'Ordine degli Avvocati, di implementare il sostegno ai detenuti col supporto di psicologi. Oggi purtroppo è tutto considerato in maniera superficiale, per questo c'è tanta rabbia da parte dei detenuti che si rivalgono sul personale penitenziario con cui, per forza di cose, non si riesce ad instaurare una buona relazione, un rapporto di comunicazione e collaborazione".
di Maddalena Berbenni
Corriere della Sera, 18 luglio 2019
Non fosse abbastanza chiara la strada imboccata in via Gleno, ci sono i rinforzi a evidenziarla una volta di più. Undici agenti di Polizia penitenziaria sono stati destinati al carcere di Bergamo, notizia attesa e ufficializzata ieri, con la direttrice Teresa Mazzotta senza nemmeno un dubbio sugli obiettivi di questo potenziamento: "Dopo il primo periodo di inserimento - dichiara - i nuovi agenti verranno impiegati subito nell'ambito delle attività formative e di avviamento al lavoro dei detenuti".
La parola d'ordine è: misure alternative. Adesso e in futuro. "Vorremmo destinare una palazzina attualmente vuota, che si trova nell'intercinta ma fuori dal muro perimetrale, a chi accede alle misure alternative, detenuti in semi libertà o ammessi al lavoro esterno". I primi, oggi, sono una ventina, 13 gli altri. "Ci siamo detti: perché non utilizzare un edificio che già esiste? È stato eseguito un primo sopralluogo da parte dei tecnici, che ora dovranno stendere un progetto, io spero realizzabile nel 2020 - spiega Mazzotta. Potrebbe accogliere fino a 40 detenuti, che in questo modo lascerebbero liberi altri spazi".
Ha un senso, per almeno due ragioni. Da una parte per il cronico problema del sovraffollamento: 550 persone (ma il numero oscilla) su 321 posti disponibili. E poi per i 380 detenuti in esecuzione pena. Tanti, soprattutto per una casa circondariale che dovrebbe accogliere solo chi è in attesa di sentenza definitiva. "Intendiamo puntare sulle misure alternative e sul reinserimento sociale anche per questo", puntualizza Mazzotta, arrivata da Milano a giugno 2018, nel pieno dello scandalo che ha travolto il suo predecessore Antonino Porcino, e nominata a tutti gli effetti a febbraio.
Gli undici agenti - dieci uomini e una donna - giureranno a fine mese e saranno operativi a partire da agosto. Rientrano nel piano di mobilità predisposto dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria in base alle esigenze evidenziate dalle carceri di tutta Italia e hanno appena terminato il 175esimo corso. Quantitativamente vanno a rimpiazzare gli undici colleghi che il Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria regionale ha distaccato per motivi di incompatibilità ambientale dopo le perquisizioni di inizio aprile: sono sotto indagine per spaccio e corruzione, ultimo filone dell'inchiesta partita dagli ex vertici.
"Siamo estremamente contenti di questi nuovi arrivi - riprende la direttrice - perché speriamo vadano in continuità con gli obiettivi che ci siamo posti anche attraverso la serie di relazioni con il territorio che stiamo rinsaldando. Sono ragazzi appena formati, che hanno bene chiaro che oltre a sicurezza e ordine, bisogna prevedere un intervento trattamentale".
A proposito di fare rete con il territorio, la direttrice prevede l'attivazione, in autunno, di altri corsi dopo l'ultimo per parrucchiere e "nail art", esperte in manicure. "Abbiamo preso contatti con imprenditori del settore della lavorazione della gomma, del caseario e delle pulizie".
Con la palazzina per le misure alternative potrebbero arrivare altre forze. "L'ideale sarebbe arrivare a una ventina di agenti in tutto - calcola la direttrice. Undici ci sono stati assegnati ora ed è un grande risultato, contiamo di ottenerne altri sette, otto con i futuri corsi. Lavoreremo perché ci possa essere una valutazione ulteriore delle assegnazioni".
cronachedellacampania.it, 18 luglio 2019
Stamane davanti alla Casa circondariale di Poggioreale a Napoli, il segretario generale del sindacato polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo, dopo aver visitato l'istituto penitenziario, terrà una conferenza stampa per illustrare la grave situazione del carcere di Poggioreale e per illustrare tutte le iniziative che verranno messe in campo per la salvaguardia del personale e dei detenuti. Intanto sempre stamane Maria Luisa Palma, direttrice del carcere di Poggioreale intervenendo in diretta su radio Crc ha spiegato: "Se mancano gli agenti al mattino, figuriamoci il pomeriggio.
I poliziotti devono garantire situazioni di sicurezza per tenere al sicuro detenuti e addetti, ma questo non è solo una problematica di Poggioreale, ma di tutti gli istituti penitenziari italiani. A settembre, quando inizieranno anche i corsi di formazione professionale finanziati dalla Regione, si determinerà la necessità di avere delle finestre di dialogo pomeridiane".
E a proposito della mancanza di personale e di figure di assistenza sanitaria e psicologica per i detenuti ha affermato: "Gli educatori sono funzionari dello Stato ed hanno un orario di servizio ben ferrato. Per quanto riguarda gli psicologi, sono figure di aiuto che devono essere inserite nella cura del detenuto e delle famiglie. Se riuscissero, l'Asl e la Regione, ad avere questa competenza è probabile che, assieme alle figure convenzionali, potrebbe esserci una copertura di cure e tutela più lunga durante la giornata".
foggiatoday.it, 18 luglio 2019
Sono i corsisti del carcere di Foggia che stanno partecipando al corso organizzato da Smile Puglia in partenariato con il Consorzio Aranea. Una volta scontato il loro debito con la giustizia, avranno una possibilità di riscatto. Sono 13 i detenuti del carcere di Foggia che stanno partecipando al corso per "Operatore della Ristorazione".
Il corso è tenuto da Smile Puglia, in partenariato con il Consorzio Aranea, nell'ambito dell'Avviso1/2017-Linea 1 Inclusione "Iniziativa sperimentale di inclusione sociale per persone in esecuzione penale".
Il Progetto finanziato dalla Regione Puglia - P.O.R. Puglia - Fesr - F.S.E. 2014 - 2020 - rilancia la collaborazione istituzionale tra Istituti penitenziari, Enti di formazione e terzo settore fondamentale per l'efficacia dei percorsi di crescita personale e di reinserimento lavorativo e sociale della persona detenuta. Il corso di formazione è stato promosso in stretta collaborazione con la Direzione del penitenziario. Oltre alle attività formative, si stanno realizzando un servizio di mediazione culturale e l'organizzazione di un laboratorio teatrale.
La parte teorica del corso è incentrata su diverse tematiche: lezioni di sicurezza sui luoghi di lavoro, informatica, inglese turistico, elementi di chimica e merceologia per arrivare poi ad approfondire l'arte culinaria, attraverso la fase di simulazione in contesto operativo. Gli allievi sono stati chiamati a confrontarsi con un tema, quello della cucina tipica a chilometro zero: un momento esperienziale mirato alla ricerca e alla contestualizzazione storica della realtà di Capitanata, attraverso la descrizione delle eccellenze locali, la loro valorizzazione nella quotidianità e la sperimentazione innovativa della cucina.
È stata applicata una didattica basata sull'esperienza, sul fare, sull'assaggiare, vedere, sentire e partecipare. Gli allievi detenuti hanno simulato una co-progettazione insieme ai docenti, proponendo di giorno in giorno nuove ricette. La formazione può costituire un allentamento della tensione, un impegno mentale che favorisce la non fissazione nel qui e ora della cella, un'occasione d'incontro con persone che, provenendo dall'esterno, favoriscono una sensazione di minore abbandono.
La formazione per il detenuto non è solo un'occupazione del tempo ma è anche la soddisfazione di un bisogno, un'opportunità a livello personale per rimettersi in gioco e per riscoprire risorse, abilità e potenzialità che molto spesso non sapeva nemmeno di possedere e che, all'interno di un sistema relazionale, gli consentono di riacquistare fiducia in sé stesso.
I detenuti che hanno deciso di partecipare al percorso si sono mostrati motivati ed entusiasti. Hanno messo grande impegno nella preparazione di primi e secondi piatti e nella realizzazione di dolci e prodotti da forno. "Sono davvero ammirevoli - ha sottolineato il presidente di Smile Puglia- Antonio De Maso - l'entusiasmo e l'impegno che i corsisti, Federico, Anacleto, Luigi, Giuseppe, Vincenzo, Giuseppe, Islam, Michele, Fabio, Christian, Alessio, Luigi e Domenico, hanno profuso nel seguire tale iniziativa. Alcuni evidenziano naturali propensioni e talento per le attività di pasticceria e di cucina. Molti di loro potranno sicuramente impiegarsi in entrambi i settori".
"Ci teniamo a ringraziare tutto lo staff dei nostri docenti e dei nostri tutor: Pina Di Cesare, Massimo D'Amico, Giuseppe De Cato, Marzia Salsapariglia, Franco Foglio, Pietro Perrino, Lucy Serena, Luigi Talienti, Giorgio Cicerale, Pietro Del Gaudio, Lucia Di Domenico, Umberto Mastroluca, Mario Ognissanti, Giuseppe Scarlato, Vincenzo Romano, Rocco Serena, Luigia Cristiani e Carmela Longo. Hanno seguito quotidianamente gli allievi, in modo professionale e appassionato, trasmettendo conoscenze e competenze non solo squisitamente culinarie, ma soprattutto aprendo dialoghi e confronti di profonda umanità. Inoltre, a fine corso si prevedono momenti dedicati all'approfondimento degli strumenti di ricerca attiva del lavoro", ha sottolineato e concluso la coordinatrice del percorso formativo Grazia Francavilla.
di Mauro Gatti
riforma.it, 18 luglio 2019
Dal 2018 un progetto pilota finanziato dall'Otto per mille della Chiesa Battista per sostenere gli agenti di Polizia penitenziaria e prevenire il rischio di "burnout". Le persone che operano nel Corpo di Polizia Penitenziaria sono esposte quotidianamente a un così forte ed evidente disagio psicologico tanto che l'opinione pubblica ne è informata costantemente. Infatti spesso si hanno notizie di eventi drammatici che coinvolgono queste persone che operano a contatto con situazioni di sicurezza sociale e di controllo della devianza.
Prima del 15 dicembre 1990 questo organismo deputato alla sicurezza, aveva la denominazione di Corpo degli Agenti di Custodia. Da questa data il Corpo venne smilitarizzato assumendo la odierna denominazione di Corpo di Polizia Penitenziaria. La custodia ha tuttavia radici di fondazione già nel lontano 1817, ma si strutturò definitivamente nel 1873.
Forse non è azzardato dire che, nella storia, l'uomo deve sempre aver vigilato su un altro uomo ritenuto dannoso per altri uomini affinché pagasse per il suo comportamento in un regime di controllo. Chi controlla altri uomini è soggetto a tensioni, stress, pensieri, in grado, nel tempo, di incidere sul suo tono dell'umore come sulla condizione psichica più ampia che comprenda dunque l'emozione e il comportamento vero e proprio come risultato del substrato emotivo.
Nella interpretazione psicologica della totalità dell'uomo, ogni comportamento è la conseguenza della emozione. Le persone dedicate alla sicurezza sociale, dunque, sono esposte più di altre a situazioni psicologiche difficili da gestire, in quanto essere vicino costantemente ad individui con un disagio sociale, che porta alla violenza e alla mancanza di rispetto delle regole, determina una sorta di onda emotiva di tale intensità e profondità, capace, nel tempo, di investire e disorientare la personalità dell'operatore al punto da fargli perdere significato esistenziale e lucidità. È chiamata sindrome di burnout. Le conseguenze di stare vicino al disagio degli altri provoca, dunque, uno stress talmente forte da creare nel tempo nella persona un tale disorientamento che può produrre conseguenze drammatiche.
In base alla triste realtà sociale dei suicidi degli Agenti di Polizia Penitenziaria conseguenti alla sindrome di burnout, nel 2018 e nel 2019 la Chiesa battista di Civitavecchia ha voluto proporre e realizzare, con un finanziamento dell'otto per mille battista, un Progetto Pilota di sostegno psicologico specialistico per gli Agenti di Polizia Penitenziaria che operano nelle carceri. Finalità del progetto è stata operare nella prevenzione e nella anticipazione delle dinamiche di disagio, andando nella direzione di un aiuto concreto per gli agenti attraverso un professionista che conoscesse già le complesse dinamiche psicologiche della carcerazione per avvicinare e sostenere, con deontologia professionale e una competenza psicoterapeutica diretta e specifica, il complesso lavoro trattamentale dell'agente. Metodologia del progetto sono stati i colloqui e le tecniche di autocontrollo con tempo di durata di sei mesi. In alcune specifiche circostanze, si è ravvisata l'opportunità che dei colloqui con gli agenti venissero svolti insieme a direttori e commissari, per favorire quanto più possibile e con la massima sinergia di competenze, il senso di appartenenza al Corpo.
Riguardo la necessità di incoraggiare negli agenti questo senso di appartenenza, non può non essere ricordato che già nel 2014 era stata prevista dal Ministero della Giustizia in ogni Istituto di Pena la figura del facilitatore, una figura autorevole e con spiccate abilità relazionali, individuata in un dipendente ministeriale dell'Istituto, che, resosi disponibile e volontario, avrebbe dovuto facilitare i rapporti tra personale e istituzioni.
Purtroppo, la figura del facilitatore non ha avuto seguito e continuità. Per una attività di dedizione così significativa e specialistica alla persona-agente, è consigliabile una presenza dedicata, meglio con una professionalità specifica e con competenze psicoterapeutiche, in quanto, le problematiche di chi svolge attività lavorativa nelle carceri sono profonde, spesso subdole e latenti, in grado di cambiare e modificare il tono dell'umore curvandolo verso il nervosismo, la perdita di lucidità, la demotivazione come la depressione.
In questi sei mesi di attività professionale dedicata esclusivamente al Corpo di Polizia penitenziaria, sono emerse alcune considerazioni riguardo un modello di intervento specifico. È opportuno svolgere un preciso e attento lavoro di squadra in cui partecipino, oltre gli agenti, anche i commissari e gli ispettori al fine di realizzare una attività capillare che consenta di mettere l'agente al centro di un processo di coinvolgimento e che quindi favorisca il terapeutico senso di appartenenza.
Infatti, è proprio il senso di appartenenza che consente di arginare la perdita di senso, quella triste condizione psichica che spesso attanaglia chi svolge lavori di difesa sociale a stretto e continuo contatto con la popolazione detenuta assorbendone le relative complesse e insidiose dinamiche di adattamento al regime carcerario. È altresì necessario precisare che la finalità del progetto pilota, non era rivolto solo agli agenti, ma, dove richiesto e necessario e previa necessaria autorizzazione del Commissario, anche per i loro familiari allo scopo di svolgere un servizio psicologico che proponesse linee guida comportamentali.
Spesso i familiari subiscono - più o meno consciamente - le dinamiche e i disagi che gli agenti assorbono nel loro lavoro. In conclusione, il tipo di lavoro realizzato in questo progetto ha avuto la caratteristica di andare verso la persona con una modalità che ha previsto, tuttavia, un necessario accordo con le varie competenze di Polizia Penitenziaria che operano nel carcere. Tale modalità sinergica ha permesso di individuare gli agenti più a rischio di burnout, quindi incontrarli per spiegare il significato dell'aiuto e successivamente sostenerli con specifiche tecniche psicoterapeutiche previste dal professionista, fuori dall'orario lavorativo. Una sinergia di lavoro di squadra si considera fondamentale per un sostegno completo ed efficace.
Senza un metodo così strutturato, il progetto non avrebbe avuto gli stessi apprezzati riconoscimenti dalle figure che ne hanno usufruito, pur nella sua breve durata e che ha prodotto un benessere sufficiente da migliorare il contatto comunicativo con i detenuti a vantaggio di una gestione più adeguata e professionale delle dinamiche relazionali detentive.
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