di Valentina Stella
Il Dubbio, 7 giugno 2019
Il docu-film "Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri" domenica su Rai1. "Quando usciremo da qui vorremmo fare qualcosa di buono ma la gente continua a guardarci male". Così un giovane recluso nell'Istituto penale per minorenni di Nisida si è rivolto al giudice costituzionale Giuliano Amato. In queste parole c'è tutto il senso del docufilm "Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri", prodotto da Rai Cinema e Clipper Media per la regia di Fabio Cavalli.
di Franca Giansoldati
Il Messaggero, 7 giugno 2019
La giudice della Corte costituzionale, Daria De Pretis, nel carcere femminile di Lecce si trova di fronte ad una detenuta che a bruciapelo le chiede: "Cosa si porterà a casa dopo questa giornata trascorsa qui dentro con noi detenute?". "Tornerò indietro portandomi dentro le vostre facce". Ma non riesce a continuare e si ferma. È commossa e le lacrime si affacciano. La detenuta posa il microfono e va ad abbracciare una donna come lei, e in quel momento due mondi ermeticamente chiusi - da una parte quello dei detenuti e dall'altra quello dell'Alta Corte, una istituzione percepita come sideralmente lontana dalla gente - all'improvviso si avvicinano, si uniscono, si parlano.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 giugno 2019
La capienza regolamentare effettiva è di 46.824 posti. Per il Ministro Bonafede va affrontato "puntando all'incremento dei posti detentivi, combinato con un'accorta politica di espulsione degli stranieri". Il sovraffollamento carcerario non accenna a diminuire.
Secondo i dati del Dap pubblicati sul sito del ministero della Giustizia, al 31 maggio di quest'anno risultano presenti 60.472 detenuti su una capienza regolamentare di 50.528 posti. Quindi risulterebbe una presenza di 9.944 reclusi in più.
gnewsonline.it, 7 giugno 2019
È in fase di ultimazione una Circolare che ricomprenda la nuova gestione dei circuiti penitenziari: lo ha detto ieri in Commissione parlamentare Antimafia il capo del Dap, Francesco Basentini. "Si vuole ridisegnare la parte relativa alla custodia. Fermo restando l'esistenza dei circuiti, si vuole organizzare un nuovo sistema gestionale perché abbiamo problemi e la tenuta della sicurezza è un obiettivo imprescindibile", ha spiegato.
di Angelo Visci
eunews.it, 7 giugno 2019
La lotta contro il terrorismo è una priorità assoluta dell'Unione europea e prevenire la radicalizzazione in tutte le sue forme è un urgenza per gli Stati Membri. Così, dopo che le conclusioni della relazione della commissione speciale sul terrorismo del Parlamento Ue hanno sottolineato la necessità di affrontare la sfida crescente della radicalizzazione nelle carceri e di sviluppare e attuare misure più efficaci in questo settore, il Consiglio europeo riconosce il rischio potenziale per i cittadini dell'Unione derivante da atti terroristici ispirati, organizzati, facilitati o commessi da autori di reati di terrorismo ed estremismo violento. A maggior ragione se questi individui si sono radicalizzati nel corso della loro permanenza in carcere.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 7 giugno 2019
Caso Palamara. Allarme dei Giuristi democratici: magistratura sotto attacco da parte del governo. "Tutti dobbiamo cominciare a lavorare a una riforma del Csm, del resto era scritto nel contratto di governo. Ci vogliono criteri obiettivi che premino il merito", è la posizione del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in merito al caso Palamara che sta minando il Consiglio superiore della magistratura. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, per una volta concorda con il collega pentastellato: "È urgente una riforma dei criteri di nomina ed elezione del Csm e la riforma dell'ordinamento giudiziario". Bonafede in serata è salito al Quirinale per un incontro con il presidente Sergio Mattarella in cui avrebbe appunto presentato le proposte di riforma del Consiglio superiore della magistratura.
Il pm del tribunale di Roma, Luca Palamara, accusato dalla procura di Perugia di corruzione, ha già sostenuto due interrogatori. Oggi i suoi avvocati depositeranno una memoria difensiva di circa 70 pagine con le ricevute relative ad acquisti, viaggi e la ristrutturazione della casa. Dovrebbero scagionarlo dal sospetto di essere stato corrotto dal lobbista Fabrizio Centofanti per favorire gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore. Palamara deve rispondere anche del tentativo, ipotizzato dai pm umbri, di condizionare le nomine ai vertici delle procure di Roma, Perugia, Brescia e Gela attraverso una cordata di magistrati con l'avallo dei parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri.
L'inchiesta umbra potrebbe influenzare la riforma del Csm. Ieri i Giuristi democratici hanno dato l'allarme: "Lo scandalo rischia di rendere negativo, agli occhi dei cittadini, il ruolo della magistratura in un momento in cui la stessa magistratura è sotto attacco da parte del governo, che spinge per realizzare la separazione delle carriere e per introdurre criteri di priorità nella trattazione dei procedimenti, imposte dall'esecutivo, mettendo in discussione il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale". Oggetto dell'analisi anche l'iniziativa del Viminale contro i giudici che hanno pronunciato sentenze favorevoli all'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo: "Quello del ministro è un intervento di inedita e inaudita gravità. Il tentativo esplicito è quello di colpire magistrati sgraditi al Viminale mediante un'opera di dossieraggio". Il risultato, secondo i Giuristi democratici, sarebbe "portare il pm sotto il controllo della maggioranza di governo e porrebbe in grave crisi l'autonomia della magistratura". Cristina Ornano, segretaria di Area (la corrente dei magistrati progressisti) avverte: "Il tema non è solo la corruzione. Il tema è soprattutto quello di un tentativo di etero-direzione della giustizia da parte di una lobby occulta. Un brigare per interessi personali alle spalle della democrazia".
Per concludere: "Siamo contrari alla proposta di riforma costituzionale del Csm (che prevede la separazione delle carriere, un doppio autogoverno, la diminuzione del numero dei togati) e all'introduzione del sorteggio. Si tratta di progetti che vogliono gerarchizzare la magistratura, dunque renderla più controllabile dall'esterno".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 7 giugno 2019
David Ermini, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. "Eletto con un patto? Ho dimostrato autonomia". "Salvini sui magistrati? Non si può avere nei loro confronti un pregiudizio di malafede. Neanche da parte di un ministro".
"Abbiamo dimostrato la capacità di evitare la paralisi dell'istituzione e di andare avanti nonostante i gravi fatti venuti alla luce in questi giorni, sotto la guida e le indicazioni del capo dello Stato", spiega David Ermini, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura finito nell'occhio del ciclone dopo l'inchiesta giudiziaria che ha svelato gli accordi sottobanco tra magistrati e politici sulle nomine dei vertici delle Procure, che ha portato alle dimissioni di un componente e all'autosospensione di altri quattro.
Resta un Csm azzoppato, almeno finché non si risolve la vicenda dei consiglieri autosospesi, dei quali l'Associazione nazionale magistrati chiede le dimissioni...
"Questo è un punto che va chiarito e definito in tempi brevissimi, con senso di responsabilità da parte di tutti oltre che nel rispetto delle garanzie per le persone coinvolte. In ogni caso il Csm è già in grado di continuare a funzionare regolarmente".
In che consiste la "ferita profonda" di cui ha parlato nel plenum straordinario?
"Non posso entrare nello specifico di atti tuttora coperti dal segreto, ma resta il giudizio di estrema gravità su ciò di cui si è venuti a conoscenza. Non riferito agli scambi di opinioni, bensì ai ruoli di chi è stato coinvolto in certe situazioni. Non si può pensare di ipotizzare e pianificare strategie o comportamenti, in vista di decisioni che devono essere prese qui dentro, al di fuori del Consiglio e con persone che non ne fanno parte. Quando si viene eletti al Csm, da parte dei giudici o del Parlamento, si diventa responsabili di ciò che si fa nei confronti dell'istituzione e del presidente della Repubblica che la guida, non di chi ci ha votato".
Però anche la sua elezione a vicepresidente è stata frutto di un accordo tra le correnti coinvolte in questa vicenda, Magistratura indipendente e Unità per la costituzione, con l'avallo del Pd e in particolare del deputato Cosimo Ferri. Non si sente un po' in imbarazzo, per questo?
"Ho interpretato la mia elezione come un momento di equilibrio tra poteri, proprio perché in Parlamento non facevo parte dell'attuale maggioranza. Ma mi sono dimesso dal Pd ancor prima della nomina a vicepresidente, il giorno stesso in cui sono entrato in questo palazzo. Da allora ho tenuto lo stesso atteggiamento nei confronti di tutti, senza guardare a chi mi ha votato e chi no. E sono grato a quei consiglieri che, pur non avendomi votato, hanno riconosciuto la mia correttezza, nel plenum dell'altro giorno".
Pare che, nei colloqui intercettati, sia i consiglieri presenti che il suo ex collega Luca Lotti si lamentassero dei suoi comportamenti...
"Non voglio parlare di quello che altri dicevano. Posso dire che se qualcuno pensava di poter influenzare la mia azione da vicepresidente s'è sbagliato. L'unica guida che riconosco è quella del capo dello Stato, nell'interesse dell'istituzione, senza alcun tipo di condizionamento".
Avete parlato di riscatto e di nuove pratiche, ma come si traduce in concreto?
"Con comportamenti lineari e trasparenti. Sulle nomine dei capi degli uffici, ad esempio, si dovrà seguire il criterio cronologico, dando la precedenza a quelli scoperti da più tempo, in modo da evitare le nomine "a pacchetto" che possono celare accordi sottobanco, come li chiama lei. E per le sedi più importanti approfondendo ogni aspetto, come bisognava fare per la Procura di Roma e come si dovrà fare per quella di Torino, con l'audizione dei candidati. Non può più accadere che una simile richiesta venga bocciata".
Pure lei denuncia la degenerazione del correntismo?
"Le correnti in magistratura ci sono sempre state, e anche qui dentro ho imparato ad apprezzare il valore delle diversità di vedute, tra i diversi gruppi, su come si deve interpretare il funzionamento del servizio giustizia. Ma quando si fanno delle scelte, che riguardino un incarico da affidare o un giudizio da dare, il criterio non può essere l'appartenenza. Bisogna guardare al merito, alla professionalità, e soprattutto utilizzare sempre gli stessi criteri. La discrezionalità delle scelte è fisiologica, ma dev'essere basata su competenze e meriti, non su altro. È così che si fanno gli interessi della magistratura e dei cittadini, che nella magistratura devono continuare ad avere fiducia".
Anche dopo quello che è venuto fuori?
"Questa è una nostra responsabilità, e confido che sapremo esercitarla da subito. Per questo ribadisco che anche dopo quello che è accaduto il Csm è fin d'ora in grado di proseguire il proprio lavoro. Che peraltro non si limita alle nomine".
Si torna a discutere di riforma del Csm, a partire dal sistema elettorale...
"È una competenza del Parlamento su cui non mi pronuncio. Mi limito a confermare la mia contrarietà all'ipotesi del sorteggio; perché sarebbe incostituzionale, e per l'irrazionalità nella selezione dei candidati".
Nel frattempo il ministro dell'Interno Salvini ha ripreso ad attaccare i giudici che, dice lui, fanno politica attraverso le sentenze e disapplicano le leggi non gradite...
"I giudici sono cittadini come gli altri e come gli altri hanno le proprie opinioni, ma quando prendono una decisione lo fanno sulla base delle leggi applicate con competenza, equilibrio, buon senso e terzietà. È questo che ne legittima i provvedimenti. Se sbagliano ci sono le impugnazioni e i ricorsi, ma non si può avere nei loro confronti un pregiudizio di malafede. Neanche da parte di un ministro".
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 7 giugno 2019
L'ex magistrato Nordio: "È un bene che ora siano vittime di indagini invasive spesso usate con una certa disinvoltura. È la nemesi". È a un dibattito a Pordenone, ma Carlo Nordio non si sottrae al tema del giorno: "Siamo alla nemesi storica".
Si aspettava questo sconquasso dentro le solenni stanze del Csm?
"È vent'anni che scrivo queste cose e lo dico senza alcun compiacimento".
Politica e giustizia vanno a braccetto?
"Adesso tutti si scandalizzano per le riunioni carbonare fra i consiglieri e i politici, ma da sempre la politica la fa da padrona a Palazzo dei Marescialli e nell'Associazione nazionale magistrati. Basta riflettere sulle correnti che sono costruite a imitazione dei partiti, con una destra, un centro e una sinistra".
Sì, ma la legge prevede che un po' di politica ci possa e ci debba essere attraverso i consiglieri laici.
"Certo, ma i laici, che sono una minoranza, quando arrivano a Palazzo dei Marescialli dovrebbero interrompere ogni rapporto con i partiti. Solo che non va così".
Le nomine sono davvero pilotate?
"Certo. Se non hai la sponsorizzazione di questa o quella corrente non puoi aspirare a guidare uffici importanti. Le correnti fanno e disfano accordi, le correnti barattano i posti".
A danno del talento e delle capacità delle singole toghe?
"Non è detto. A volte vengono scelti personaggi di primo piano, ma il criterio è quasi sempre quello della lottizzazione. E la riprova di questa consuetudine è la valanga di ricorsi che intasano Tar e Consiglio di Stato. E che spesso si concludono con la vittoria dei ricorrenti".
L'inchiesta di Perugia che cosa aggiunge a questo quadro?
"I fatti ipotizzati, se confermati, sarebbero gravissimi. Per questo sarebbe stato bene chiudere le indagini prima di divulgare episodi di cui non siamo ancora certi, ma il mondo va cosi. Per i comuni mortali e ora anche per le toghe. Conosciamo il contenuto delle indagini a pezzi e bocconi direttamente dai giornali, con il rischio di errori ed errate valutazioni".
Siamo alla nemesi storica.
"Appunto. La politica ha sempre strumentalizzato la giustizia: bastava un avviso di garanzia per essere messi fuorigioco. Ora lo stesso meccanismo dilaga dentro la magistratura e il Csm: la giustizia strumentalizza la giustizia".
Fra l'altro si procede sulla base di intercettazioni che sono scivolose per definizione.
"Certo. Quelle di cui parliamo in questi giorni sono parziali, incomplete, non sono state trascritte con i sacri crismi, ma a questo punto è bene che i magistrati assaggino sulla loro pelle queste tecniche investigative molto, molto invasive, utilizzate in tutti questi anni con una certa disinvoltura".
In questo caso si è andati oltre con il trojan inserito nel telefonino di Luca Palamara.
"Con il trojan ascolti tutto quello che viene detto al telefono e vicino al telefono, abolendo la vecchia distinzione fra intercettazioni telefoniche e ambientali. Questo strumento mi lascia perplesso ma il decreto spazza-corrotti ha esteso la sua applicabilità anche ai reati di corruzione e non solo di mafia. Solo che la nuova disciplina entra in vigore il 1 luglio. Per questo io temo che tutti questi atti siano nulli".
Lei ha sempre attaccato la contiguità fra politica e giustizia. Non è cambiato niente dai tempi di Mani pulite?
"Pensi che una ventina d'anni fa fui convocato dai probiviri dell'Anm allora guidata da Elena Paciotti proprio per aver detto questa banale verità. Mi dissero che li avevo offesi con le mie parole, io mandai a quel paese l'Anm e di quella storia non si è saputo più nulla. Ma la patologia rimane: pensi a quante toghe sono entrate in Parlamento a metà o a fine carriera. Insomma, non siamo ingenui: le candidature non si costruiscono in 24 ore, evidentemente ci sono rapporti consolidati nel tempo".
Come si esce da questa situazione?
"Io la mia proposta l'ho formulata da tempo, almeno per il Csm: questo stato di cose si supera con il sorteggio".
Con i dadi?
"Con la sorte, come si fa per il Tribunale dei ministri e per i giudici popolari che danno anche l'ergastolo. Si prepara una lista di personalità specchiate e di prestigio: giudici di Cassazione, avvocati di lunga esperienza, professori universitari e da quel cesto si pescano i consiglieri. È l'unico modo, a mio parere, per spezzare il legame fra eletti e elettori. Una vicinanza che stride. Ancora di più nella formazione della Sezione disciplinare del Csm, insomma il tribunale della magistratura".
Che cosa non va nella Disciplinare?
"Il paradosso, chiamiamolo così, è clamoroso: i giudici vengono scelti dentro il Csm dai magistrati. Fatte le debite proporzioni è come se l'inquisito eleggesse la corte che dovrà decidere se assolverlo o condannarlo".
Intanto lo scandalo dell'inchiesta di Perugia si allarga. Il Csm assomiglia a una Asl o a una municipalizzata fra incursioni dei politici, nomine, veleni e gossip. Esagerazioni?
"Capisco che il popolo guardi con sconcerto ad una realtà che pareva immacolata ed è invece il crocevia di scorribande e scontri fra opposte fazioni. Questo mi addolora ma purtroppo non mi sorprende".
di Mauro Anetrini
L'Opinione, 7 giugno 2019
Metti che, in Italia, ci siano 8mila magistrati circa. A fronte dei pochi indagati, la maggior parte dei loro colleghi lavora in silenzio, lontano dai clamori e dai giochi di potere. Quei "pochi", tuttavia, al netto delle responsabilità individuali (o di gruppo, per dirla chiaramente), hanno creato una rete di controllo intollerabile in un Paese democratico. Hanno fatto esattamente ciò che, nei convegni pubblici, contestano al mondo politico, diventando essi stessi centro di un potere occulto, sottratto ad ogni controllo e, anzi, capace di condizionare o sostituirsi alla politica.
Quando parlavamo di governo dei Giudici, ci riferivamo proprio a questo: ad un sistema e non sporadici episodi. Avanti così non si può andare. Non è possibile che qualcuno possa pensare di controllare il Paese attraverso le nomine dei Procuratori di Roma, Milano e di coloro che, in forza delle regole sulla competenza, vigilano sul loro operato. Qualche cosa bisognerà pur fare, estendendo l'intervento ben oltre (e addirittura indipendentemente da) la separazione delle carriere. Però, non dobbiamo neppure dimenticare gli "altri", quelli che lavorano in silenzio, il cui operato rischia di essere delegittimato senza motivo. Invertiamo la prospettiva: se davvero vogliamo cambiare le cose, pensiamo ai "buoni", proteggiamo loro (e noi stessi) e scriviamo regole che impediscano loro di cedere alle tentazioni. Equilibrio e moderazione, non vendetta.
Dopo lo scandalo, molti magistrati hanno inteso ribadire la loro incondizionata adesione al principio secondo il quale il Giudice deve essere indipendente, sottolineando la connotazione morale del concetto di indipendenza. Giusto, giustissimo, anzi: sacrosanto. Ma qui non è in discussione l'indipendenza della magistratura. Qui parliamo di un sistema di potere che ha piegato leggi ed istituzioni ad interessi inconfessabili, facendosi scudo anche o soprattutto con l'indipendenza. Strano, vero? Quelli che dovrebbero essere impermeabili agli altri poteri, scelgono di usarli, intimidirli, condizionarli e di costruirci la carriera e le fortune personali. Ad occhio, direi che l'indipendenza non c'entra affatto. Mercanteggiare cariche in nome dell'indipendenza non mi sembra una bella cosa.
Mettiamola così: facciamo due o tre ritocchini alle leggi vigenti e allarghiamo un po' lo spettro dei controlli sull'operato extragiudiziario dei magistrati. L'obbligo di rendiconto sulle amicizie e sui regali ricevuti non mina la vostra indipendenza. In compenso, mette tranquilli noi, che (pensate un po') siamo costretti dalla legge a fidarci di voi.
di Danilo Paolini
Avvenire, 7 giugno 2019
Il re è nudo, finalmente. Nude le correnti togate, nudi i palazzi del potere giudiziario e politico, nudi certi giornali. Ma occorre dire con chiarezza che queste oscene nudità, che adesso tutti vedono in seguito all'inchiesta della procura di Perugia sul sostituto procuratore di Roma Luca Palamara e alle violente ripercussioni che la vicenda sta avendo sul Consiglio superiore della magistratura e sull'Associazione nazionale magistrati, erano ben individuabili in controluce (e talvolta in piena luce) da anni. E solo degli osservatori davvero distratti, o molto ipocriti, possono affermare di non averne mai avuto alcun sentore. Due cose due su questa storia di nomine, correnti, amicizie, regolamenti di conti e cene romane, perciò, vanno messe in fila, perché parlano da sole.
Ai distratti, per esempio, si può utilmente rammentare un passaggio di una lettera firmata dall'allora capo dello Stato, e presidente del Csm, Giorgio Napolitano al suo vice a Palazzo dei Marescialli, Michele Vietti. Napolitano lamentava "i prolungati ritardi riferibili anche al trascinarsi di contrasti o tentativi di accordo tra le diverse componenti di rappresentanza della magistratura" nella nomina dei capi di due importantissime procure, Reggio Calabria (il cui vertice era vacante da un anno) e Palermo. Nella lettera, datata febbraio 2013, il presidente ricordava di avere "negli ultimi anni più volte richiamato alla pesante ricaduta" di tali dinamiche correntizie "sul prestigio del Csm".
Più volte, negli ultimi anni. Non ieri. Nel 2014, poi, poco prima di Natale il presidente interviene al Plenum di Palazzo dei Marescialli per bacchettare quei pubblici ministeri che assumono atteggiamenti "impropriamente protagonistici" e per rimandare a un suo precedente discorso in cui spiegava che il Consiglio non deve "farsi condizionare nelle sue scelte da logiche di appartenenza correntizia".
Si potrebbe ancora andare indietro nel tempo e arrivare al furioso scontro del 2008 tra le procure di Salerno e Catanzaro per l'inchiesta "Why not", che al Csm riportarono tra l'altro in superficie precedenti spaccature correntizie su uno dei magistrati coinvolti. Ma preferiamo ricordare quanto ha detto appena qualche mese fa, a settembre dello scorso anno, l'attuale presidente della Repubblica e del Csm Sergio Mattarella, ricevendo al Quirinale i membri del Consiglio superiore nuovi e quelli uscenti: ai "laici" ha ricordato che, pur essendo eletti dal Parlamento, "non sono rappresentanti di singoli gruppi politici"; ai togati, invece, che "non possono e non devono assumere le decisioni secondo logiche di pura appartenenza".
Come si vede, in questa breve rassegna ritroviamo tutto ciò che si sta "scoprendo" in questi giorni: le lotte tra correnti per le nomine apicali, i regolamenti di conti tra magistrati anche tramite l'utilizzo di uno strumento a loro assai caro come l'obbligatorietà dell'azione penale, i rapporti "privilegiati" di certe toghe con alcuni media, le amicizie o inimicizie con determinati esponenti politici. Senza generalizzare, ovviamente. Ma il problema esiste ed è noto da tempo.
I distratti, così, sono serviti. Quanto agli ipocriti, forse ricorderanno che ai tempi della Prima Repubblica si diceva che la guida della Procura di Roma equivaleva quanto due ministeri. Era una battuta? Fino a un certo punto, forse. Ma la domanda più importante riguarda probabilmente il sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura, che dopo la riforma del 2002 - con la riduzione del numero dei componenti e l'introduzione del collegio unico nazionale, che non hanno evidentemente risolto i problemi di cui parliamo - non è stato più ritoccato.
Ci ha provato nella scorsa legislatura l'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando, ma senza successo. Perché? Eppure una buona riforma andrebbe innanzi tutto a vantaggio della stessa magistratura e del suo organo di autogoverno - insieme magari al contenimento della 'mondanità' e dell'attivismo extra-giudiziario di alcune (poche) toghe - rendendoli più forti quando denunciano tentativi di delegittimazione o attentati di marca politica, persino con indecenti "liste di proscrizione", all'autonomia e all'indipendenza sancite dalla Costituzione.
Ha detto bene il vicepresidente del Csm Davide Ermini al Plenum straordinario di tre giorni fa: "O sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti". Anche perché qualsiasi diverso atteggiamento avrebbe un insopportabile sapore di vecchio.
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