di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 7 luglio 2019
Consultando i motori di ricerca, la parola inglese "borderization" chiama essenzialmente in causa la politica russa nel Caucaso. Traducendo e spiegando in italiano, significa che a partire dal 2011 le forze russe presenti nelle due regioni che, dopo il conflitto dell'agosto 2008, si sono separate dalla Georgia - Abkhazia e Ossezia del Sud - hanno iniziato a installare marcatori di frontiera, filo spinato, trincee e barriere lungo le cosiddette Linee amministrative di confine, in precedenza poco più di un'indicazione sulle mappe.
Amnesty International ha analizzato le conseguenze di questa politica che, di fatto, istituisce un confine internazionale: gravi limitazioni alla libertà di movimento, famiglie separate, mezzi di sussistenza che finiscono "dall'altra parte", strutture sanitarie non più accessibili, minacce d'arresto per chi cerca di varcare la frontiera senza permessi ufficiali sempre più difficili da ottenere.
Secondo le autorità della Georgia, alla fine del 2018 i villaggi divisi in due erano almeno 34 e tra 800 e 1000 famiglie avevano perso i loro terreni agricoli. L'impatto è stato letale anche su quello che una volta era un vivace commercio transfrontaliero, poiché i produttori locali non hanno più accesso ai mercati.
di Giusy Criscuolo
reportdifesa.it, 6 luglio 2019
Sulla base degli ultimi avvicendamenti nazionali ed internazionali, che hanno visto la cattura, l'arresto e la condanna di simpatizzati jihadisti, che hanno tramato in un recente passato su suolo italiano, abbiamo pensato di rivolgerci ad una voce autorevole, che può spiegarci cosa accade negli Istituti Penitenziari italiani con i soggetti in questione. A margine della recente presentazione di React - Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo, Report Difesa ha intervistato il Direttore Generale del Dap, Roberto Calogero Piscitello.
di Mariarosaria Guglielmi*
La Repubblica, 6 luglio 2019
I fatti emersi dall'indagine di Perugia pongono tutta la magistratura di fronte a un'enorme responsabilità: restituire alla collettività la certezza di una Giustizia affidata a un'istituzione sana; dare risposte credibili allo smarrimento che ha colto l'opinione pubblica, e gli stessi magistrati, di fronte a un così grave tradimento del senso più profondo dei valori di indipendenza e di imparzialità che devono guidarci nell'esercizio della nostra funzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 luglio 2019
Dopo la tragedia di Rebibbia, avvenuta a settembre del 2018, dove una mamma detenuta ha ucciso due suoi figli piccolissimi reclusi assieme a lei, sembrava che finalmente il governo fosse pronto a metterci mano per risolvere il problema dei bimbi dietro le sbarre. È passato quasi un anno, ma tutto tace. Eppure l'emergenza rimane.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 6 luglio 2019
Il nostro sistema giudiziario è ormai precipitato in una crisi senza fondo dopo il grave scandalo delle intercettazioni telefoniche divulgate nei giorni scorsi. Un messaggio del Capo dello Stato alle Camere sarebbe lo strumento più adatto per la revisione.
di Simone Canettieri
Il Messaggero, 6 luglio 2019
Bonafede annuncia entro 10 giorni ddl delega su processo penale, civile e nuovo Consiglio. Pressing del Carroccio: premi legati all'efficienza. Dieci giorni per chiudere. La riforma della giustizia - una legge delega che comprenderà i processi penali, civili e il Csm - arriva alla stretta finale. E la Lega è pronta a chiedere al Guardasigilli Alfonso Bonafede una serie di punti che ritiene "irrinunciabili", perché già frutto della mediazione di queste ultime settimane anche con i rappresentanti delle categorie toccate (avvocati e magistrati).
di Massimo Lensi
Corriere Fiorentino, 6 luglio 2019
Le vampate di caldo africano di questi giorni hanno portato di nuovo l'attenzione sul carcere di Sollicciano. Il neo presidente del Consiglio comunale fiorentino ha simbolicamente iniziato il suo mandato proprio da lì, mentre il garante regionale dei detenuti ha avviato un digiuno per assicurare, finalmente, l'avvio della seconda cucina interna. Due esempi che sono solo la punta di un lodevole tessuto connettivo sociale e politico che sotto l'effetto dell'emergenza caldo riesce a far parlare dell'"emergenza Sollicciano" sui mezzi di informazione.
Il caldo afoso e opprimente fa anche scherzi utili. Sappiamo, poi, che il direttore del carcere ha ripristinato eccezionalmente le aperture delle celle e il libero movimento nelle sezioni del penitenziario. Una decisione giunta a seguito della protesta pacifica del popolo ristretto, che ha deciso di far capire all'universo mondo, o almeno agli addetti ai lavori, che se è legittimo parlare di rieducazione del condannato, quando si è ristretti in celle sovraffollate e a 40 gradi, senza poter avere una bottiglia di acqua fresca per via dei guasti ai frigoriferi, l'esecuzione della pena sfuma in una forma intollerabile di tortura "civile".
Il detenuto, conviene ricordarlo, è una persona consegnata nelle mani dello Stato che si assume la responsabilità della sua integrità fisica e su di lui veglia. I simboli in una città sono importanti, solo dai simboli, infatti, si può capire meglio l'ordito di un'intera comunità. Sollicciano è un carcere, a Firenze tutti sanno che è stato costruito da fantasiosi architetti che vollero modellarlo a forma di giglio, simbolo dell'antica Fiorenza, anche se ai più sembra piuttosto un carciofo.
Ha stanze che definire celle è un insulto all'architettura, le docce sono coperte di muffa verde e i cessi s'intasano di continuo; i corridoi, però, sono ricchi di opere del surrealismo con i vetrocementi esplosi. Un tempo il carcere era in città alle Murate, prima ancora alle Stinche e, andando a ritroso nei secoli, al Bargello e nelle sotterranee Burella.
Ma sempre dentro le mura e parte tangibile della città. Ora, invece, come a vergognarsene, si trova a Sollicciano, su un'antica palude tra l'Arno e la Greve: lontano, espulso dalla vista di tutti, scollegato dalla vita di Firenze, idealmente messo a riposare sul lato invisibile e inaccessibile della città fragile. Quando l'afa smetterà di mordere, il rientro nella normalità farà tornare l'emergenza Sollicciano una cosa lontana, adeguata solo a chi ne fa punto di osservazione metaforica.
Affinché ciò non accada, propongo allora che, passata la stagione canicolare, il sindaco metta in cantiere una giornata di riflessione sugli stati generali dell'esecuzione di pena a Firenze, per creare un ponte tra i tre istituti penitenziari nel nostro territorio comunale e la cittadinanza.
Una giornata non solo per far parlare dell'emergenza Sollicciano, ma per costruire, tutti insieme, le soluzioni per un nuovo modello di relazioni tra chi è in esecuzione di pena e chi deve fare il massimo per tutelare la nostra civiltà giuridica e il rispetto per l'integrità della persona. *Associazione Progetto Firenze
di Maria Chiara Vinciguerra*
Corriere della Sera, 6 luglio 2019
Il caso Assange e la tutela degli informatori. Per alcuni patriota dell'umanità e ingiusto martire nella promozione di trasparenza e libertà, per molti altri truffatore, spia o cospiratore, con il suo recente arresto Julian Assange ha rivelato ancora una volta le contraddizioni intrinseche del dibattito sui whistleblower (cioè gli informatori), polarizzato tra promotori o critici della tutela degli stessi. Antoine Deltour (WikiLeaks), Andrea Franzoso (caso Ferrovie Nord) ed Edward Snowden sono solo alcuni tra i tanti altri whistleblower che pagano giornalmente il prezzo delle proprie segnalazioni a livello personale e professionale.
L'attacco ai danni di Assange e la sua categoria viene giustificato sulla base di presunta cospirazione, faziosità e spionaggio. Eppure, le principali organizzazioni sovranazionali e internazionali - non ultimi il Consiglio d'Europa, l'Ue e l'Ocse - da anni lodano il coraggio e il valore societario dei whistleblower come strumento chiave nella lotta internazionale contro la corruzione. Secondo il Consiglio d'Europa (2014), la protezione dei medesimi rappresenta un aspetto cruciale della libertà d'espressione e di coscienza, mentre per l'Ocse i whistleblower facilitano l'individuazione di malefatte organizzative, frode e corruzione.
La tutela legislativa dei whistleblower è ormai da decenni divenuta realtà nei Paesi anglofoni (in Uk nel 1998, negli Usa nel 1989), laddove solo una recente innovazione nel contesto dell'Europa continentale. Secondo la Commissione Europea, solo 10 Paesi membri hanno introdotto meccanismi esaustivi per la tutela dei whistleblower. Tra questi, l'Italia ha introdotto nel novembre 2017 dei provvedimenti legislativi a tutela dei whistleblower in modifica del decreto legislativo del 20 marzo 2001, mentre il Parlamento Europeo ha raggiunto la maggioranza per l'introduzione di una direttiva a protezione dei whistleblower lo scorso aprile 2019, previo consenso a breve del Consiglio dei ministri.
Una volta entrata in vigore, i Paesi Ue avranno due anni per armonizzare la propria legislatura secondo la nuova direttiva. Il paradigma secondo cui la tutela dei whistleblower sia uno strumento chiave nella lotta contro la corruzione segue il modello teorico della modernizzazione dello stato, ovvero l'introduzione graduale di leggi anti-corruzione, integrità o whistleblowing che vadano a individuare episodi di corruzione una volta verificatisi, invece che prevenirne l'occorrenza a priori.
Tuttavia, secondo Rose-Ackerman tale paradigma risulta efficace solo laddove la corruzione non sia condizione sistemica di un Paese. In studi empirici recentemente condotti con la professoressa Mungiu-Pippidi, abbiamo confermato tale logica, in quanto la sola introduzione di una legge a tutela dei whistleblower non è stata trovata statisticamente correlata a una migliore governance o controllo della corruzione.
Se la tutela legislativa dei whistleblower non comporta né un miglior controllo della corruzione né quantomeno una migliore governance, perché proteggere la categoria dei whistleblower? Le sole leggi a tutela dei whistleblower non possono essere uno strumento efficace anticorruzione. Tuttavia, leggi altamente esaustive (vedi Whistleblower Index) sono state provate avere una maggiore efficacia nel cambiare i livelli di corruzione in un Paese.
Solamente laddove episodi di corruzione siano circostanza rara, non la norma, e dove ci sia totale libertà di stampa, ci si può aspettare che le leggi a tutela dei whistleblower diventino un efficace strumento deterrente anticorruzione. I provvedimenti recentemente adottati nel contesto europeo e italiano a tutela dei whistleblower vanno in ogni caso accolti con favore in quanto incentivano una cultura di trasparenza organizzativa e responsabilità collettiva: riprova di ciò viene data dall'incremento sostanziale in denunce di casi di corruzione in Italia dall'introduzione del decreto nel 2017 (dalle 384 segnalazioni nel 2017 alle 783 nel 2018, secondo Agi).
Nondimeno, fino a quando il focus della lotta alla corruzione e ai fenomeni di criminalità organizzata consisterà in una cura a posteriori, e non in misure preventive, cambiamenti sostanziali nella qualità della governance e nel controllo della corruzione saranno difficilmente plausibili.
*University of Cambridge
di Alberta Pierobon
Il Mattino di Padova, 6 luglio 2019
"Questo posto è tanto bello ma dopo andiamo a fare una passeggiata fuori, perché qui mi ricorda tanto il carcere". E non ha torto il detenuto K., giovane ma nei guai fin da ragazzino: niente di clamoroso ma con il cumulo delle pene si sta facendo un bel po' di anni.
È uno dei dieci "ragazzi" che martedì sera, dotati di permesso del magistrato di sorveglianza, sono usciti dal carcere Due Palazzi per partecipare al concerto organizzato dall'associazione Coristi per Caso nel cortile del Castello Carraresi, appunto carcere fino a 30 anni fa. Non usciva da quasi nove anni, il giovane K., che ha voluto essere accompagnato in tabaccheria ad acquistare cartoline e biglietti da spedire ai suoi compagni del carcere, che avrebbe rivisto poche ore dopo. Vedersi arrivare posta in cella è una gioia, e lui lo sa bene.
Lui che, senza famiglia, è arrivato a Padova da ragazzino, scatenato e incontrollabile. Prima la comunità per minori non accompagnati e poi i guai, il carcere. Appena fuori dal Due Palazzi una cosa voleva fare, una sola, con insistenza, telefonare a Tina Ceccarelli dell'associazione Famiglie contro la droga, che per qualche anno l'ha ospitato in comunità. "Le voglio bene, mi ha aiutato tanto e io le ho combinato tanti di quei casini. Ma le ho sempre detto la verità e lei lo sapeva: hai fato questo, è vero? Sì, l'ho fatto. A lei dicevo tutto".
Accordata la telefonata, lunghi minuti in cui condensare anni di vita e di carcere, in cui esprimere gratitudine e tanto affetto. Dieci detenuti hanno avuto il permesso di uscire dal carcere alle 17 e rientrare alle 23 per partecipare al "loro concerto" al Castello. Quello del coro e del laboratorio musicale del Due Palazzi.
Alle 18 le prove, un gran caldo, tutti sul palco, già emozionati, la voce potente di A. in una canzone con testo georgiano e musica araba, poi tutti in coro (assieme ai coristi volontari che una volta alla settimana vanno al Due Palazzi a fare le prove di quello che è ufficialmente diventato un vero coro), poi di nuovo il solista S. con le modulazioni vocali della musica montenegrina. Poi ancora in coro, diretti da Giulia Prete, a cantare canzoni popolari dal mondo.
Non sono potuti uscire tutti i componenti del coro Due Palazzi e nemmeno del laboratorio musicale che da quest'anno impegna una ventina di detenuti nel rapporto a tu per tu con uno strumento. Manco a dirlo i magrebini e gli africani pestano sui tamburi come non ci fosse un domani.
A tirare le fila, senza impazzire, tre musico-terapeuti della cooperativa Universi musicale, Daniele, Wilson ed Elena, tre eroi a tirar fuori musica da quelle sedute iniziali in cui pareva di essere nel manicomio dei suoni. Soddisfatto il direttore del carcere, Claudio Mazzeo, che si era incaponito nel voler il concerto e si è fatto in quattro per facilitare le cose. Un'energia speciale si è involata da quel palco e sono piovuti calorosi applausi.
di Roberta Rampini
Il Giorno, 6 luglio 2019
Il concetto di recupero con un doppio significato, ambientale e sociale. Nel primo caso perché vengono recuperate ogni anno fino a 3.000 tonnellate di rifiuti elettronici, nel secondo caso perché si recuperano persone, cioè si dà un'opportunità lavorativa ai detenuti.
È questo l'impianto di trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici realizzato all'interno del carcere di Bollate, con un finanziamento di 2 milioni di euro di Regione Lombardia, e gestito dalla società LaboRaee del Gruppo A2a. In funzione dall'aprile 2018, oggi impiega cinque detenuti ma a pieno regime i lavoratori-detenuti saranno 10-15.
La struttura occupa una superficie di circa 3.000 metri quadrati, è dotata di un impianto fotovoltaico per l'autoproduzione di energia green. Dopo un anno di sperimentazione ieri mattina è stato presentato ufficialmente: "Si tratta di un progetto virtuoso che unisce l'attenzione all'ambiente e al terzo settore, dimostrando come una proficua collaborazione tra pubblico e privato possa approdare all'inclusione sociale in un'ottica di vera sostenibilità", dichiara Cosima Buccoliero, direttore aggiunto della casa di reclusione. Anche Pietro Buffa, nuovo direttore del Provveditorato per la Regione Lombardia dell'amministrazione penitenziaria, ha sottolineato la bontà del progetto, mentre l'assessore a Mobilità e Ambiente del Comune di Milano, Marco Granelli, ha evidenziato l'impegno del carcere nella raccolta differenziata.
Il trattamento dei rifiuti viene effettuato su due linee di smontaggio, la prima dedicata a tv, monitor e grandi elettrodomestici come lavatrici e lavastoviglie, l'altra per i piccoli prodotti come telefoni cellulari, personal computer e periferiche, apparecchiature audio e video, utensili e giocattoli elettrici. I detenuti smontano i rifiuti e vengono recuperati metalli ferrosi e non ferrosi (rame, ottone, bronzo, stagno), componenti informatiche come schede elettroniche, hard disk, processori e alimentatori.
"Questo impianto rappresenta un esempio di inclusione e un'opportunità di sviluppo professionale per le persone coinvolte nel progetto: per questa ragione la componente umana del lavoro vuole essere valorizzata rispetto all'automazione del processo", ha dichiarato Valerio Camerano, amministratore delegato del Gruppo A2a.
"Il recupero della materia, ma ancor di più il recupero delle persone. A partire dall'ottica dell'economia circolare si realizza un progetto che ha come fondamento la valorizzazione dell'uomo, che non è più guardato come scarto, ma come un soggetto che mette in gioco la sua umanità - commenta Raffaele Cattaneo, assessore regionale all'Ambiente. Auspico che questa idea possa ampliarsi ad altri territori e istituti della Regione, al fine di valorizzare le buone pratiche che qui si stanno sperimentando in tema di recupero e riuso delle materie". Altri partner del progetto sono Eni e Ecodom.
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