di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 giugno 2019
In alcune carceri italiane c'è un problema relativo alla mancanza di acqua. Nel carcere siciliano di Enna, ad esempio, si teme una esplosione dal punto di vista igienico sanitario a causa dell'emergenza idrica. Per questo motivo, e non solo, decine di detenuti del carcere siciliano di Enna hanno protestato pacificamente rifiutando di entrare nelle loro celle. L'acqua è solitamente garantita dalla presenza di una cisterna che a causa di perdite, da qualche mese, nelle tubature non riesce a riempirsi completamente.
Nel periodo invernale la situazione è stata risolta grazie ai Vigili del Fuoco che hanno utilizzato le loro autobotti per garantire il rifornimento idrico al carcere ma nel periodo estivo a causa del carico di lavoro l'operazione è praticamente impossibile.
La gestione del carcere ha più volte sollecitato un intervento da parte di Acquaenna (società per azioni che gestisce il servizio idrico di Enna) che ha sempre sostenuto di non avere nessuna competenza in quanto si tratterebbe, in base a delle ispezioni effettuate, di un danno in una zona di non sua competenza. I detenuti chiedono aiuto affinché si possa risolvere al più presto una situazione che potrebbe anche degenerare soprattutto dal punto di vista igienico- sanitario.
Così come al carcere Pagliarelli di Palermo dove, da qualche giorno, i detenuti dell'alta sicurezza hanno deciso di rifiutare il cibo della mensa a causa della mancanza d'acqua nelle docce. Le uniche pietanze accettate sono quelle che provengono dall'esterno, cioè dai familiari. Parliamo di un carcere non semplice da gestire, anche perché c'è un sovraffollamento che complica le cose: 1380 persone recluse in una struttura per 700 posti.
Questo è anche il motivo del perché l'acqua non basta per farsi le docce. A causa del caldo, amplificato dalla struttura, l'acqua è indispensabile per rinfrescarsi tutti i giorni. Ma così non è possibile. Così come, sempre in Sicilia, è stata la volta del carcere agrigentino, dove alcuni giorni fa, alcuni detenuti hanno appiccato un incendio nelle celle dov'erano ristretti, dando fuoco ai materassi. Il motivo? La mancanza d'acqua.
Da non dimenticare, questa volta in Campania, la situazione della mancanza perenne dell'acqua nel carcere di Santa Maria Capua Vetere visto che parliamo di una struttura costruita senza alcun allaccio idrico. I reclusi sono costretti a passare un'altra estate senza l'acqua potabile e la gara d'appalto europeo per far fronte a questo problema è ancora in alto mare.
A vivere il disagio sono 1049 detenuti, a fronte di una capienza di 819 posti, che sono ospitati nella struttura, prossimamente ampliata grazie alla prevista costruzione di due nuovi padiglioni. Il tasso di affollamento è oltre 120%, in linea con il dato nazionale sul sovraffollamento delle carceri italiane.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2019
Corte d'appello di Napoli - Sezione I penale - Sentenza 16 ottobre 2018 n. 6421. La circostanza aggravante dell'utilizzo del metodo mafioso, prevista in generale dall'articolo 7 del Dl 152/1991 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata), può ritenersi sussistente anche a carico di un soggetto che non faccia parte di un'associazione di tipo mafioso. Per la sua configurabilità, infatti, è necessario che l'autore del reato, attraverso la metodologia criminale mafiosa, riesca a coartare effettivamente la volontà della vittima, ovvero riesca a consumare il reato per mezzo di un comportamento comunemente ritenuto proprio di chi appartenga ad un clan mafioso. Questo è quanto emerge dalla sentenza 6421/2018 della Corte d'appello di Napoli relativa ad un episodio di estorsione aggravata.
I fatti - La vicenda prende le mosse da un episodio risalente a venti anni fa, quando due uomini appartenenti alla associazione camorristica del clan dei casalesi, avvalendosi della forza di intimidazione derivante dalla loro notoria appartenenza al sodalizio criminale, costringevano un imprenditore a versare due milioni delle vecchie lire, commettendo il fatto con le modalità indicate dall'articolo 416bis cp, ovvero pressandolo con diverse "visite" e minacciando la chiusura dell'attività. All'esito delle indagini e dopo il processo di primo grado, i due imputati venivano condannati per il reato di estorsione, aggravata dalla circostanza soggettiva del far parte di un'associazione mafiosa (articolo 628 comma 3 n. 3-629 comma 2 cp) e da quella oggettiva dell'utilizzo del metodo mafioso (articolo 7 Dl 152/1991).
Il metodo mafioso - I giudici d'appello confermano il verdetto di condanna, rimodulando il trattamento sanzionatorio, e si soffermano sulla contemporanea sussistenza delle due aggravanti, entrambe ritenute correttamente sussistenti dal Tribunale. Ebbene, afferma la Corte, le due circostanze aggravanti ben possono concorrere essendo le stesse ancorate a presupposti fattuali differenti: quella extra codicistica "presuppone l'accertamento che la condotta di reato sia stata commessa con modalità di tipo mafioso, pur non essendo necessario che l'agente appartenga al sodalizio criminale"; quella codicistica "si riferisce alla provenienza della violenza o minaccia da soggetto appartenente ad associazione mafiosa, senza la necessità di accertare in concreto le modalità di esercizio di tali violenza o minaccia né che esse siano attuate utilizzando la forza intimidatrice derivante dall'appartenenza alla associazione".
Ciò posto, nel caso di specie giustamente è stata contestata l'aggravante mafiosa sia sotto il profilo soggettivo, dunque dell'appartenenza al clan, sia sotto il profilo oggettivo, dunque del metodo mafioso. Quanto a quest'ultimo, sottolinea il Collegio, è sufficiente che l'agente "riesca a coartare effettivamente la volontà della vittima ed a consumare il reato ed abbia un comportamento minaccioso tale da richiamare alla mente ed alla sensibilità del soggetto passivo quello comunemente ritenuto proprio di chi appartenga ad un sodalizio del genere".
di Angela Geraci
Corriere della Sera, 26 giugno 2019
La Corte di Strasburgo ha rigettato il ricorso del governo italiano. La Corte di Strasburgo ha rigettato la richiesta del governo italiano di pronunciarsi di nuovo sul caso di Amanda Knox. L'Italia, a gennaio, è stata condannata per aver violato il diritto alla difesa dell'americana che fu accusata, condannata e poi assolta per il delitto di Perugia. Il panel che ha valutato la richiesta ha rifiutato infatti di inviare il caso alla Grande Chambre, una specie di Cassazione della Corte. La sentenza emessa contro l'Italia diventa quindi definitiva.
Il risarcimento: 18.400 euro - Il nostro Paese dovrà dunque versare ad Amanda 10.400 euro per danni morali - lei ne aveva chiesti invece 500mila - e 8mila euro per le spese legali. La giovane aveva anche chiesto 30mila euro per la procedura davanti alla Corte e più di due milioni di euro per le spese sostenute dai suoi genitori per i tanti processi in Italia: in tutto sette anni di battaglie legali in cui i verdetti sono stati ribaltati più volte fino all'assoluzione finale. Oggi per il delitto di Meredith Kercher resta in carcere Rudy Guede, condannato a 16 anni.
L'interrogatorio incriminato - La sentenza della Corte di Strasburgo riguarda la procedura con cui la giustizia italiana ha condannato Amanda Knox per calunnia: durante l'interrogatorio al centro del ricorso - quello del 6 novembre 2007 - l'americana accusò Patrick Lumumba, cittadino congolese, di avere ucciso Meredith ma dopo pochi giorni l'uomo fu assolto e lei condannata per calunnia a tre anni di reclusione. Durante quell'interrogatorio però non erano presenti né legali né interpreti che potessero aiutare la ragazza, da poco in Italia. In tutto Amanda ha trascorso in carcere quattro anni. Da innocente. Lo scorso 15 giugno è tornata per la prima volta nel nostro Paese, ospite del festival della giustizia penale di Modena. Adesso la principale occupazione della 31enne è la lotta agli errori giudiziari attraverso l'associazione "Innocent project" e, soprattutto, la sua testimonianza.
di Madi Ferrucci
Il Manifesto, 26 giugno 2019
Rifiutate oltre 50 iscrizioni per l'istituto tecnico. Stessi comportamenti nel resto d'Italia. Lo chiamano "ozio forzato" nel gergo del carcere. È una condizione che vivono molti detenuti quando mancano attività di rieducazione all'interno delle strutture carcerarie.
Ieri mattina il sindacato degli insegnanti Rsu-Sgb dell'istituto tecnico-industriale "J. Von Neumann" di Rebibbia ha comunicato lo stato di agitazione e ha inviato una lettera alle autorità competenti contro il taglio delle iscrizioni. Secondo i dati del sindacato saranno solo 32 le classi concesse al distaccamento dell'Istituto presente all'interno del carcere. Le classi necessarie sarebbero 40 ma l'ufficio scolastico regionale è stato categorico: l'indirizzo tecnico commerciale potrà accogliere solo 100 nuove iscrizioni a fronte delle 157 richieste, mentre per l'indirizzo commerciale ci sarà un taglio di altri 37 posti.
Al momento gli studenti del distaccamento carcerario dell'istituto sono circa 800. Molti insegnanti hanno cercato di ridurre le iscrizioni alla fonte contenendo le richieste, altri invece si sono opposti con forza: "Siamo pronti a scioperare a settembre se non ci verrà data risposta. I tagli sono stati decisi dall'ufficio scolastico regionale e rappresentano un'applicazione in senso rigido della riforma Gelmini. L'istruzione però è un diritto e la nostra Costituzione parla di una pena che deve tendere alla rieducazione del condannato. Com'è possibile farlo senza scuola?", denuncia Barbara Battista, insegnante e sindacalista dell'Rsu-Sgb.
Un caso simile è stato denunciato di recente dall'associazione Antigone, che dal 1998 gestisce un osservatorio sulle condizioni di detenzione in Italia. L'allarme riguarda 4 istituti superiori in provincia di Cosenza nelle carceri di Castrovillari, Paola, Rossano e Cosenza, dove le classi tagliate sono ben 32. L'associazione ha scritto al Direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale per la Calabria ma per il momento nessuna risposta.
Nel 2018 degli 86 istituti visitati da Antigone, solo il 26,9 % dei detenuti risultava coinvolto nei percorsi di formazione scolastica e in 3 istituti quest'offerta risultava del tutto assente. Non va meglio nel 2019, dove la percentuale scende al 22,6 % ed altri 5 istituti risultano privi di qualsiasi offerta formativa.
"Non è solo questione di rieducazione, si tratta di un diritto. Se si vuole sicurezza bisogna essere certi di riconsegnare alla società persone che hanno avuto la possibilità di riadattarvisi costruendo un percorso diverso rispetto a quando sono entrati. Non a caso il diritto all'istruzione è previsto anche dall'ordinamento penitenziario", dichiara Claudio Paterniti dell'Osservatorio di Antigone. Un libro, un corso di inglese, un laboratorio di informatica: sono modi di garantire a ciascun detenuto la dignità di essere umano. Se è vero che un uomo non si definisce solo per quel che mangia, togliere la possibilità di studiare a un detenuto non sembra meno grave del privarlo di un pasto caldo.
Per il diritto allo studio nella periferia e nel carcere di Rebibbia (sindacatosgb.it)
Lo scorso anno scolastico oltre 150 studenti reclusi non hanno avuto una classe, stessa sorte ai tanti studenti "liberi" che si sono visti rifiutare l'iscrizione alle sedi di San Basilio e Tiburtino. Quest'anno a Rebibbia le iscrizioni "scomparse" sono 94, delle sole classi prime per giustificare il diniego delle classi necessarie. Con questa amara constatazione il Collegio Docenti dell'IISS "J. von Neumann" di Roma (con sedi a San Basilio, Tiburtino e Rebibbia) il 12 giugno ha decido di non riconfermare l'Accordo con il Centro Provinciale dell'Istruzione per gli Adulti, fintanto il Miur e l'Ufficio Scolastico Regione Lazio non si impegnino ad accordare un incontro sulla situazione della loro scuola.
È stata una decisione importante vista l'insistenza del Miur a pretendere una firma, di fatto un consenso alla Riforma Gelmini che ha provocato tagli alle ore di lezione e alle classi non solo all'istruzione per gli Adulti: lo scambio che si vuole è un aumento del lavoro burocratico in cambio di una riduzione da 5 a 3 anni del corso di studi per gli studenti/adulti. L'USR del Lazio ha addirittura scritto che le classi saranno al massimo 32 per Rebibbia, senza alcuna considerazione su numero di studenti o sulle condizioni strutturali!
La logica dei "risparmi" sulla scuola sta producendo ben altri costi sociali in tutto il territorio della periferia romana, in termini di abbandono scolastico tra i figli dei lavoratori e delle fasce popolari. Lo spostamento dei finanziamenti dalle ore di lezione su progetti e progettini, sull'alternanza scuola lavoro o alla finta meritocrazia sta minando la funzione di riscatto che la scuola per le giovani generazioni dentro e fuori il carcere. Altro che "legalità", altro che impegni per l'educazione, l'istruzione per tutta la vita o la rieducazione.
I lavoratori rivendicano classi in più, aumento dei docenti di sostegno, del personale Ata (collaboratori scolastici, tecnici, e amministrativi). Rivendicano, il rispetto della trasparenza amministrativa, della democrazia e della collegialità nella gestione della scuola: il minimo per poter assolvere ai propri compiti in sicurezza per gli studenti, le famiglie. Per rompere il muro dell'indifferenza delle istituzioni e della connivenza di dirigenti e sindacati collaborazionisti, SGB sostiene la mobilitazione dei lavoratori e degli studenti, proclamando lo stato di agitazione di tutto il personale e se necessario fino allo sciopero.
vivienna.it, 26 giugno 2019
Quarantasei detenuti del carcere circondariale di Piazza Armerina ieri sera hanno rifiutato di rientrare nelle loro celle. La pacifica protesta è dovuta dai disagi causati dalla mancanza di acqua all'interno della struttura carceraria che rende ancora più problematica la permanenza forzata di chi sta scontando una pena.
L'acqua è solitamente garantita dalla presenza di una cisterna che a causa di perdite, da qualche mese, nelle tubature non riesce a riempirsi completamente. Nel periodo invernale la situazione è stata risolta grazie ai Vigili del Fuoco che hanno utilizzato le loro autobotti per garantire il rifornimento idrico al carcere ma nel periodo estivo a causa del carico di lavoro l'operazione è praticamente impossibile.
La gestione del carcere ha più volte sollecitato un intervento da parte di Acquaenna che ha sempre sostenuto di non avere nessuna competenza in quanto si tratterebbe, in base a delle ispezioni effettuate, di un danno in una zona di non sua competenza. I detenuti chiedono aiuto affinché si possa risolvere al più presto una situazione che potrebbe anche degenerare soprattutto dal punto di vista igienico-sanitario.
Ristretti Orizzonti, 26 giugno 2019
Il Consiglio comunale di Napoli ha istituito il Garante cittadino dei detenuti, una figura presente già in altre realtà italiane che si affiancherà al già esistente Garante regionale. Il 25 giugno 2019, giorno in cui è stata discussa e approvata in Consiglio Comunale la delibera di giunta (promossa dall'assessore alle politiche sociali, Roberta Gaeta) risalente ad agosto di un anno fa, può essere una data storica per i Radicali per il Mezzogiorno Europeo, da tempo impegnati sulla questione.
A commentare la notizia dell'istituzione del Garante cittadino dei detenuti è stato l'avvocato Raffaele Minieri, membro del comitato nazionale di Radicali Italiani, esponente di spicco dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo nonché ideatore della proposta che ha visto la sua realizzazione nel voto dell'assemblea di via Verdi, dopo una lunga battaglia iniziata un anno e mezzo fa con la raccolta firme all'esterno del carcere di Poggioreale.
"Accogliamo con grande soddisfazione la notizia dell'istituzione del Garante cittadino dei diritti dei detenuti - ha dichiarato l'avvocato Minieri - Abbiamo investito le nostre energie in questa proposta sin da gennaio 2018, mentre il Paese si avviava ad una campagna elettorale assurda. Tuttavia il Garante è solo una tappa di un impegno più lungo e profondo che è finalizzato ad assicurare ai cittadini detenuti e ai loro familiari il rispetto dei loro diritti. Dobbiamo assumerci la responsabilità di far conoscere al Paese le condizioni di emergenza in cui versano le carceri italiane, partendo da Napoli che è l'emblema della gravità della situazione. Ora attendiamo che venga individuato subito il profilo migliore perché è urgente mettersi al lavoro. Intanto noi non ci fermiamo e a breve saremo di nuovo in visita ispettiva a Poggioreale perché la situazione è di nuovo critica".
Fabrizio Ferrante
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2019
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 25 giugno 2019. Più spazio ai risarcimenti punitivi, se gli avvocati non svolgono la loro funzione di primo filtro. L'abuso del diritto all'impugnazione scatta quando i motivi, oltre ad essere confusi, non sono coerenti con il contenuto della sentenza impugnata o non autosufficienti, quando si richiede una rivalutazione nel merito, o quando si solleva un vizio non invocabile secondo il codice di rito civile. In questi casi, oltre al pagamento delle spese si aggiunge una somma da versare alla controparte. E questo a prescindere dal dolo o dalla colpa grave. Con la sentenza 16898, la Cassazione usa la mano pesante, nei confronti del ricorrente che aveva presentato un ricorso incomprensibile e teso ad ottenere un terzo grado di giudizio, nell'ambito di un procedimento per il reato diffamazione - di cui si riteneva vittima - dal quale era già uscito sconfitto nei gradi di merito. La Suprema corte torna sulla funzione sanzionatoria per lite temeraria, prevista dall'articolo 96 del Codice di rito civile calcando la mano - anche in virtù dell'evoluzione dei principi in materia dei danni punitivi - sulla funzione sanzionatoria, allo scopo di contenere l'abuso del processo. I giudici chiariscono che la condanna alle spese in caso di soccombenza, prevista dal terzo comma dell'articolo 96, configura una sanzione di tipo pubblicistico, autonoma e indipendente rispetto alle ipotesi di responsabilità aggravata indicata dai primi due commi. Ed con queste cumulabile, in nome del contenimento dello strumento processuale. Senza che, per la sua applicazione sia necessario, riscontrare l'elemento soggettivo del dolo e della colpa grave: basta che la condotta rientri nell'abuso del diritto.
Il maggiore spazio attribuito dalla giurisprudenza ai "risarcimenti punitivi" si giustifica perché la responsabilità civile ha anche uno scopo deterrente e non il solo fine di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subìto la lesione. Per queste ragioni la Cassazione allarga la sfera del non consentito "punendo" oltre ai ricorsi pasticciati e non legati alla sentenza da impugnare, anche le richiesta di una revisione dei "fatti" e i vizi infondati. Nel mirino dei giudici finiscono i ricorsi non finalizzati alla tutela dei diritti e a ottenere giustizia, ma destinati a far lievitare il volume del contenzioso "ostacolando la ragionevole durata dei processi pendenti e il corretto impiego delle risorse necessarie per il buon andamento della giurisdizione".
Nello specifico il ricorrente oltre alle spese, e al contributo unificato, paga anche 2.500 euro alla controparte. I suoi motivi erano tutti inammissibili ed esposti in un modo non più compatibile con un ordinamento che deve contemperare l'esigenza di un accesso universale alla giustizia, con il principio della durata ragionevole del processo. Nella necessità di dissuadere azioni dilatorie e defatiganti va valorizzata la sanzionabilità dell'abuso dello strumento giudiziario. Per dare spazio alla tutela dei soggetti meritevoli, il primo filtro è affidato alla prudenza degli avvocati che va unita alla responsabilità delle parti.
di Paolo Siani
La Repubblica, 26 giugno 2019
Domenica, in qualità di parlamentare e insieme alla mia collega Michela Rostan e alla consigliera regionale Bruna Fiola, ho fatto una cosa che il garante dei diritti dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello mi aveva più volte invitato a fare: sono stato al carcere di Poggioreale. Così, dopo la visita al carcere di Lauro, sono entrato in quello che viene definito l'inferno di Poggioreale.
La direttrice Maria Luisa Palma ci ha accompagnato in alcuni padiglioni che hanno tutti il nome di una città, ci ha mostrato le celle, quelle vecchissime, inguardabili, quelle nuove appena ristrutturate, guardabili, e quelle che gli stessi detenuti stanno ristrutturando. Tutte, le vecchie e le nuove, sono sovraffollate. Ho contato anche 14 detenuti in una cella, con una sola finestra. Non si respirava. Da poco la Regione ha dotato ogni cella di un frigorifero.
Ho visto le varie infermerie ad ogni piano con dottoresse volenterose e valorose e la psicologa che, con le sue colleghe e un gruppo di detenuti, cura un bellissimo giardino all'interno del carcere. E ancora piccole biblioteche con libri antichi e meno antichi. E poi ho visto i volti delle guardie carcerarie che vivono in quell'inferno e che lo affrontano con una carenza di 200 unità. Sì, avete letto bene, duecento unità in meno.
Durante la visita la direttrice aveva una parola per tutti i detenuti, sembrava li conoscesse tutti, uno per uno. Conosceva le loro storie e si rammaricava di quello che oggi rappresenta Poggioreale, ma ci ha raccontato di tanti progetti messi in campo, di tanto volontariato. Ma è tutto troppo poco. Le condizioni di detenzione sono durissime e non credo che in tale contesto i detenuti possano uscire da qui come persone migliori. Come ci siamo detti durante la visita con Michela Rostan, come me profondamente colpita ed emozionata, a chi ha sbagliato è giusto togliere la libertà ma non la dignità.
Altrimenti falliremo nell'obiettivo di recuperarne il più possibile per togliere criminali dalla strada. Abbiamo visto uomini alla prima detenzione provare a raccontarci la loro storia, tra le lacrime. Sostenevano, come è logico, che la loro detenzione è ingiusta. Quelle lacrime me le ricorderò sempre. A quegli uomini va data una possibilità di riscatto. Sono uscito profondamente turbato ma grato a Samuele Ciambriello di avermi fatto conoscere un mondo difficile. Tutti sapevano di Samuele, che trascorre molto del suo tempo con i detenuti. Ognuno aveva una richiesta per lui e lui ascoltava tutti.
Appena usciti ci siamo detti che adesso dobbiamo metterci al lavoro per far sì che i 12 milioni messi a disposizione dal ministero per le Infrastrutture (già tempo fa) per riqualificare il penitenziario siano finalmente spesi per ottenere condizioni di vivibilità più decenti per detenuti e polizia penitenziaria. Soldi già impegnati che non siamo in grado di spendere.
Dobbiamo metterci al lavoro perché lo "spesino" venga rivisto, perché nelle biblioteche arrivino libri belli, attraenti, nuovi. Gli autori napoletani potrebbero inviare ogni loro nuovo libro al carcere di Poggioreale: sono certo che Maurizio De Giovanni, Lorenzo Marone e tanti altri lo farebbero con gran piacere. A loro dico di parlarne con Samuele. E poi ci siamo impegnati per fare in modo che in ogni cella ci sia un ventilatore. Troveremo un modo per far arrivare 400 ventilatori a Poggioreale per rendere questa estate meno bollente.
gaiaitalia.com, 26 giugno 2019
Si è concluso con un riscontro quanto mai soddisfacente il progetto dedicato ai detenuti della casa circondariale di Brissogne "Itinerari di consapevolezza", organizzato dall'Associazione socio culturale "Il Calicanto" di Hône in collaborazione con il Consiglio regionale della Valle d'Aosta e l'Assessorato regionale della sanità, salute e politiche sociali.
L'iniziativa, che si è svolta dal 5 aprile al 21 giugno 2019, si è articolata in due attività educativo culturali: "Chi sono io?", una serie di incontri per approfondire la conoscenza di se stessi da un punto di vista olistico (mente, corpo, spirito), e un laboratorio di "arte-terapia", strutturato in quindici appuntamenti.
Per perseguire lo scopo di ampliare la conoscenza del percorso svolto e della sua valenza, nonché per sensibilizzare la collettività sulla realtà carceraria, l'Associazione "Il Calicanto" ha deciso di allestire una mostra dei lavori eseguiti, con l'illustrazione dei passaggi dei vari incontri. L'esposizione, prima ospitata nel carcere di Brissogne, da mercoledì 26 a sabato 29 giugno è visitabile nei locali della caffetteria della Cittadella dei Giovani di Aosta, aperta dalle 7.30 alle 12 e dalle 18 alle 20.30. L'obiettivo di "Itinerari di consapevolezza" è consistito nel creare per le persone detenute occasioni di occuparsi concretamente, di acquisire conoscenze e abilità in diversi settori, di sviluppare capacità e competenze relazionali.
Entrambe le attività proposte hanno ottenuto un risultato positivo, incontrando il favore e l'interesse dei partecipanti, che hanno dimostrato disponibilità, concentrazione ed impegno crescenti e hanno manifestato gratitudine per l'opportunità offerta. Il ciclo di incontri "Chi sono io?" si è tenuto dal 5 al 17 aprile, affrontando diversi argomenti: i Chakra (relatrici Maria Teresa Aliberti e Silvia Fusinaz), la cura del sé (relatrice Cristina Faoro), il senso della vita (con Paolo Recaldini), le costellazioni familiari (a cura di Leonardo Vidale), onora il padre e la madre (con Andrea Penna).
Ad ogni appuntamento hanno preso parte dalle 10 alle 17 persone. Il laboratorio di "arte-terapia", articolato dal 30 aprile al 21 giugno, è stato condotto da Daniela Crisafi. I 10 iscritti hanno lavorato con costanza, riuscendo a rielaborare i loro vissuti, esprimendo attraverso la pittura emozioni anche legate ad esperienze o ricordi dolorosi. In tal modo, l'esperienza del processo creativo, individuale e di gruppo, è diventata fattore terapeutico.
di Dario Pasquini*
Ristretti Orizzonti, 26 giugno 2019
I migranti soccorsi in mare dalla nave Sea Watch 3 si trovano da più di dieci giorni a bordo di tale imbarcazione, che staziona in acque internazionali, al limite della "frontiera" italiana. La situazione di stallo si è creata per effetto di tre diverse scelte.
La prima è quella del Comandante della nave, che, sulla base di valutazioni che trovano conferma nell'orientamento di Organizzazioni internazionali come il Consiglio d'Europa, ha considerato non sicuro il porto indicato dalle Autorità libiche e ha indirizzato all'Italia molteplici richieste di indicazione di un porto sicuro, senza ottenere alcun riscontro positivo. La seconda scelta è stata operata dalle Autorità dell'Olanda, Paese del quale la nave batte bandiera, che non hanno ritenuto di inviare alcun tipo di supporto alla propria imbarcazione bloccata in mare. La terza è stata operata dalle Autorità competenti italiane, che il 16 giugno hanno notificato alla nave Sea Watch 3 un divieto di ingresso, transito e sosta nelle nostre acque.
Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà non può né intende intervenire su scelte politiche che esulano dalla propria stretta competenza. Tuttavia, è suo dovere agire per fare cessare eventuali violazioni della libertà personale, incompatibili con i diritti garantiti dalla nostra Carta, e che potrebbero fare incorrere il Paese in sanzioni in sede internazionale. In particolare, ribadisce che le persone e loro vite non possono mai divenire strumento di pressione in trattative e confronti tra Stati. Ritiene inoltre che la situazione in essere richieda la necessità di verificare se lo Stato italiano, attraverso le sue Autorità competenti, stia integrando una violazione dei diritti delle persone trattenute a bordo della nave.
Ricorda in tal senso che la Corte europea dei diritti umani nella sentenza di condanna dell'Italia nel caso "Hirsi Jamaa c. Italia" (2012), ha argomentato che tutte le forme di controllo dell'immigrazione e delle frontiere sono sopposte alle norme in materia di diritti umani, qualunque sia il personale incaricato di queste operazioni e il luogo in cui esse si svolgano.
Il Garante nazionale si interroga se nel caso della Sea Watch 3, sia proprio il pur legittimo esercizio della sovranità da parte del nostro Paese a determinare giurisdizione e responsabilità nei confronti delle persone, incluso almeno un minore non accompagnato, bloccate in condizioni sempre più gravi al confine delle sue acque. Del resto, l'esercizio stesso del divieto e la sua attuazione implicano che il Paese garantisca l'effettività dei diritti derivanti dagli obblighi internazionali alle persone bloccate: di non essere sottoposti a trattamenti inumani o degradanti; di non essere rinviati in Paesi dove ciò possa avvenire; di avere la possibilità di ricorrere contro l'attuale situazione di fatto di non libertà davanti all'autorità giudiziaria; di richiedere protezione internazionale.
L'esercizio della giurisdizione italiana sull'imbarcazione sembra inoltre confermato dalla valutazione delle vulnerabilità delle persone a bordo a cui è stato permesso lo sbarco: non può essere però questa la sola via d'uscita dalla situazione presente che, a parere del Garante, sta degenerando.
Anche in osservanza dell'obbligo che questa Autorità di garanzia ha nel proprio Codice etico, che impone di trasmettere tempestivamente all'Autorità giudiziaria eventuali ipotesi di reato ai danni di persone detenute o private della libertà di cui abbia avuto conoscenza, il Garante nazionale nei giorni scorsi ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma per richiedere una verifica su eventuali aspetti penalmente rilevanti nell'attuale blocco della Sea Watch 3.
*Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale
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