di Errico Novi
Il Dubbio, 19 giugno 2019
Non era nell'indice delle priorità. Al tavolo sulla giustizia di oggi il guardasigilli Alfonso Bonafede e la ministra della Lega Giulia Bongiorno avrebbero dovuto discutere di riforma del processo, punto. Poi si è aggiunto il Csm e l'urgenza di modificare il sistema per l'elezione dei togati, quanto meno.
Ma il caso Palamara e l'uragano di veleni non risparmia ricadute persino sui vertici delle più alte magistrature, e ha così riscoperchiato il tema che è alla base di tutto: le intercettazioni. Oggi i massimi esponenti di Cinque Stelle e Lega ne parleranno, certo, alla presenza di Giuseppe Conte. Ma Bonafede farà una richiesta: tenere il tema fra parentesi. Lasciare, prima, che arrivino indicazioni dal tavolo tecnico aperto presso il ministero della Giustizia da lui guidato. Una task force che vede allertati già da tempo i più alti dirigenti di via Arenula, dal capo del dipartimento Affari di giustizia allo stesso portavoce del guardasigilli, Andrea Cottone.
Al tavolo, ieri, il ministro Bonafede ha invitato due figure chiave: il presidente dell'Ordine dei giornalisti Carlo Verna e il presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin. Parteciperanno alla riunione sulle intercettazioni prevista per venerdì presso il ministero. Poi il guardasigilli fisserà successivi incontri "in cui saranno chiamati a partecipare gli addetti ai lavori e le loro associazioni" : innanzitutto l'Unione Camere penali e l'Anm. Ma è significativa la scelta di partire dai due soggetti istituzionali dell'informazione da una parte e dell'avvocatura dall'altra.
Significativa anche la location interna individuata per l'incontro di venerdì: la sala Livatino, quella in cui di solito il ministro tiene le conferenze stampa. L'incontro di dopodomani dovrebbe consentire di raccogliere le istanze innanzitutto delle due "controparti" invitate. Da lì si capirà cosa può essere tradotto in nuove disposizioni. L'architrave, per Bonafede, resta il "diritto all'informazione". A questo assioma non si sfugge.
Ma il caso Csm ha chiarito ancora una volta che c'è un altro aspetto altrettanto ineludibile, in particolare con gli assurdi riferimenti al consigliere giuridico di Sergio Mattarella, Stefano Erbani: e tale altro aspetto è la dignità delle persone. A ricordarlo è proprio Mascherin, in un comunicato diffuso ieri, subito dopo che lo stesso Bonafede ha reso noto l'invito ad avvocati e giornalisti: dal punto di vista della professione forense, spiega il vertice del Cnf, "la libertà di informazione è sacra e strumento di democrazia evoluta" così come "più che sacra è la dignità di ogni persona, che non deve essere mai oggetto di una pena non più in vigore da tempo, ovvero la gogna".
Chiaro riferimento alla necessità di bilanciare gli interessi e i valori in gioco. D'altronde lo stesso presidente del Consiglio forense nota "la tempestività della convocazione del tavolo sulle intercettazioni" come un "segno di sensibilità e attenzione al tema da parte del ministero della Giustizia". Ancora, Mascherin si dice certo che "la sensibilità di avvocati e giornalisti favorirà una soluzione scevra da luoghi comuni, parole d'ordine e ricerca del consenso: una soluzione che, garantendo serenità a chi opera nel mondo dell'informazione, salvaguardi la persona. Il buon giornalismo e la buona avvocatura non potranno che trovarsi d'accordo, fornendo così un importante contributo alla politica", conclude il presidente del Cnf.
Dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti è inevitabile attendersi un approccio almeno in parte diverso, nel bilanciamento fra diritto all'informazione e prevenzione del "processo mediatico".
Ma nella sua nota, il presidente dell'Ordine Carlo Verna non tiene del tutto ai margini il secondo aspetto: l'invito di Bonafede, che Verna ringrazia, "sarà l'occasione per sottolineare la nostra posizione per un'informazione libera e priva di bavagli, nonché la disponibilità a proporre e trovare soluzioni nell'interesse del bene comune e per il bilanciamento di diritti contrapposti". È un segnale di disponibilità che pare incrociarsi perfettamente con quello di Mascherin e concede al tavolo di dopodomani un accettabile margine di manovra.
Certo si deve già partire da una divergenza politica di base: Movimento 5 Stelle e Lega hanno posizioni non perfettamente sovrapponibili, sul punto. Tutt'altro. Se Bonafede non intende porre limiti al diritto di informare, Salvini e Bongiorno vorrebbero evitare "la prassi incivile delle intercettazioni senza rilievo penale che finiscono sui giornali".
Tecnicamente non ci sono molti anelli della catena che si offrono a un intervento. E la stessa avvocatura ha più volte fatto notare la "criticità" di una delle previsioni- chiave del "congelato" decreto Orlando, quella per cui la selezione iniziale delle intercettazioni da trascrivere nei verbali sarebbe stata affidata in gran parte alla polizia giudiziaria. In tal modo gli elementi raccolti sarebbero quasi tutti inconoscibili per lo stesso difensore.
Considerato che Bonafede pare fermo nell'escludere sanzioni più aspre per il giornalista, la sola possibilità per arginare il flusso di conversazioni dalle Procure ai giornali resterebbe dunque quella di limitare, negli atti di pm e gip, il richiamo delle comunicazioni intercettate ai soli "brani essenziali".
Sul punto, il presidente dei giornalisti Verna, interpellato dal Dubbio, non nasconde le proprie perplessità: "Limitare il giudice nella conoscibilità degli atti mi pare in ogni caso inappropriato: è giusto che chi deve decidere sulla concessione di una misura cautelare abbia a disposizione tutti gli elementi", spiega, "e possono essere preziosi anche quelli che, pur privi di immediato rilievo penale, hanno comunque rilevanza sociale.
Altro è riportare negli atti della fase preliminare conversazioni in cui emergono fatti relativi esclusivamente alla sfera privata e più intima delle persone coinvolte. Ma vorrei ricordare", osserva il presidente dell'Ordine dei giornalisti, "che chi scrive già si espone a rischi di azioni da parte dei soggetti a cui fa riferimento. Già opera perciò un autonomo controllo: innanzitutto in osservanza delle nostre prescrizioni deontologiche e, appunto, anche in vista delle conseguenze a cui è esposto. Si può ipotizzare una norma che ribadisca l'invalicabilità del limite già richiamato dalla disciplina della privacy e dalla deontologia", dice Verna, "ma non sarebbe accettabile un cappio intorno al collo della libertà di stampa o a quello del giudice".
I margini sono stretti, e in ogni caso il percorso per individuare una sintesi si preannuncia tutt'altro che breve. Su un aspetto però il presidente del Cnf Mascherin sarà chiaro: l'attuale disciplina del divieto di intercettare il difensore, fissata all'articolo 103 del codice di procedura penale, è insufficiente.
Non basta l'inutilizzabilità delle comunicazioni tra avvocato e assistito che fossero comunque captate, dal momento che tali comunicazioni resterebbero comunque conoscibili da parte del pubblico ministero. Si tratta di un vulnus al quale lo stesso decreto Orlando poneva rimedio in forma solo parziale e sul quale il Consiglio nazionale forense chiederà una disciplina finalmente chiara.
Da ultimo, a proposito di eventuali limiti per pm e gip nel richiamare i brani intercettati, andrebbero eventualmente considerate anche le eventuali conseguenze per i magistrati che violassero il vincolo. Potrebbero essere previste conseguenze sul piano disciplinare.
Ma nel caso, sarebbe prevedibile la risposta molto negativa da parte dell'Associazione nazionale magistrati, visto che conseguenze analoghe sono già ipotizzate nella proposta di legge sugli errori giudiziari che determinano l'ingiusta detenzione, attesa a breve nell'aula di Montecitorio.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 19 giugno 2019
Mercoledì 19 giugno la Corte esamina il ricorso di otto Regioni sulla "legge Salvini": Sardegna e Basilicata, ora al centrodestra, lo hanno ritirato. Il Piemonte chiede il rinvio.
Tensioni, imbarazzi e polemiche segnano l'avvicinarsi del primo giudizio costituzionale sull'operato del governo gialloverde, a un anno dalla sua nascita. Domani è fissato davanti alla Corte Costituzionale il processo sul primo decreto sicurezza, varato l'anno scorso, e bissato con un nuovo decreto solo pochi giorni fa.
Fonti legali raccontano che due Regioni - Sardegna e Basilicata - che avevano presentato ricorso si sono precipitate a ritirarlo dopo che le recenti elezioni hanno visto il successo di coalizioni di centrodestra a trazione leghista e la sconfitta del centrosinistra, che aveva avviato l'iniziativa. La terza, il Piemonte, avrebbe fatto altrettanto (così si era espresso il neogovernatore Alberto Cirio in campagna elettorale) se la trattativa tra i partiti sulla distribuzione degli assessorati non lo avesse impedito. Per ritirare il ricorso, infatti, serve una delibera di giunta e quella piemontese non si è ancora riunita, se non per l'insediamento.
La questione è seguita con attenzione e preoccupazione dalla Consulta, per le implicazioni non tanto processuali quanto politiche e istituzionali. Nei giorni scorsi ci sono state comunicazioni informali tra Roma e Torino per capire l'orientamento della Regione Piemonte. Il governatore Cirio ha dato mandato agli avvocati di chiedere un rinvio dell'udienza, per dare modo alla giunta di riunirsi e deliberare. Ma è una corsa contro il tempo, oltre che una strada non semplice. La richiesta di rinvio sarà discussa domani in apertura di udienza, ma non è detto che la Corte possa soddisfarla.
Nella stessa udienza sono stati riuniti tutti i ricorsi sul decreto sicurezza, in gran parte sovrapponibili. Quindi da un lato avrebbe poco senso separarli; dall'altro diventerebbe imbarazzante (e assumerebbe una coloritura eccessivamente politica e partigiana) un ritiro in blocco delle Regioni passate al centrodestra, che lasciasse a controbattere con il governo solo Regioni a guida Pd: Calabria, Umbria, Marche, Emilia-Romagna, Toscana.
Varato nell'autunno dello scorso anno e presentato in conferenza stampa a Palazzo Chigi come "decreto Salvini", il pacchetto sicurezza è stato il fiore all'occhiello della nuova e restrittiva politica del ministro dell'Interno in materia di immigrazione e ordine pubblico. Contestato sin da principio da Ong, sindaci e associazioni giuridiche, il decreto viene sbandierato dal Viminale come causa della drastica riduzione dei permessi umanitari concessi ai migranti e indirettamente della riduzione degli sbarchi, poiché anche i potenziali partenti si sono accorti che in Italia "la pacchia è finita".
L'applicazione delle norme più controverse ha subìto finora non pochi inciampi giudiziari. I tribunali di merito hanno sancito la irretroattività del decreto per i migranti arrivati prima dell'autunno 2018, consentendo loro di godere dei permessi umanitari poi aboliti. La Cassazione ha avuto orientamenti contrastanti e si pronuncerà a sezioni unite.
Quanto al divieto di iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo, su cui il sindaco di Palermo Leoluca Orlando aveva guidato l'obiezione di coscienza, finora i tribunali lo hanno depotenziato con ordinanze e sentenze che hanno provocato l'ira di Salvini. Espressa in prima battuta con l'accusa ai giudici di "fare politica", con conseguente intimazione a "candidarsi alle elezioni" se vogliono sfidarlo. Infine con l'inedito mandato, conferito all'Avvocatura dello Stato, di raccogliere informazioni sulle opinioni politiche degli stessi giudici, al fine di ricusarli (cosa impossibile a processo concluso). Trovata che ha fatto parlare di dossieraggio istituzionale, suscitando la protesta dell'Associazione nazionale magistrati.
In questo clima, si può immaginare quanto delicata sia la decisione cui è chiamata la Corte costituzionale, e quanto inevitabilmente destinata a scatenare reazioni politiche. Sono 26 le norme costituzionali, tra cui gran parte dei principi fondamentali contenuti nei primi articoli, e 6 quelle della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, di cui i ricorsi denunciano la violazione.
Le Regioni lamentano che gli effetti del decreto sicurezza incidono su un'ampia sfera di loro competenze, in parte le compromettono, provocando la lesione di diritti fondamentali in materia sociale e sanitaria. Il tutto operato con un decreto legge blindato dalla fiducia, senza che esistessero i requisiti costituzionali di "straordinaria necessità e urgenza", essendo quella dell'immigrazione una "emergenza immaginaria". Il governo ha risposto rivendicando la propria competenza esclusiva sul tema e argomentando che il decreto ha finalmente fermato il ricorso massiccio a permessi umanitari fondati su motivazioni generiche, come dimostrano le statistiche.
Tra ricorsi, risposte del governo e memorie delle parti, depositate fino agli ultimi giorni disponibili, sui tavoli dei giudici si sono accumulate centinaia di pagine di argomentazioni giuridiche particolarmente complesse. Per questo motivo per istruire il processo sono stati nominati cinque relatori (un terzo di tutta la Corte): Amoroso, Barbera, Cartabia, De Petris, Zanon. In grado non solo di affrontare le questioni sulla base delle diverse competenze, ma anche di garantire la massima copertura culturale agli orientamenti che la Corte prenderà. Non sfugge la particolare suscettibilità politica del tema. Basti dire che nei ricorsi compaiono accuse di "impronta xenofoba" e "intento discriminatorio" del decreto, dettato da "sentimenti persecutori rispetto agli stranieri", al punto da evocare il rischio di una torsione dell'equilibrio costituzionale verso "derive autoritarie stile Orban". Frasi che il governo ha chiesto alla Corte di cancellare dagli atti ufficiali.
di Kristin Santucci
ilcapoluogo.it, 19 giugno 2019
Aumentano sovraffollamento, casi di autolesionismo e suicidi. E quel Garante che continua a mancare. Carceri al centro dell'attenzione mediatica, ma come si è arrivati a questo punto? Numeri e dettagli dagli Istituti penitenziari. Lo sciopero della fame delle due detenute del carcere di L'Aquila e la conseguente occupazione, da parte degli anarchici, della sala Rivera di Palazzo Fibbioni, torna a riaccendersi la luce sulle carceri, d'Abruzzo in particolar modo. Proprio l'Abruzzo, infatti, come regione, manca all'appello per la figura del Garante dei Detenuti. Tema, questo, più volte affrontato dalla redazione del Capoluogo. Questa volta, a fare il punto, è l'avvocato Salvatore Braghini, presidente dell'associazione Antigone, onlus che si occupa dello stato dei detenuti in Italia e in Europa.
"La protesta delle due detenute per la loro condizione di isolamento nel carcere dell'Aquila, che ricordiamo è un Istituto di massima sicurezza, è un serio allarme sulla condizione dei detenuti in Abruzzo. Registro con soddisfazione che un consigliere regionale dell'Aquila, di fronte ad episodi come questo, ha sollevato il tema della finalità rieducativa della pena. Di certo tale episodio allarma non poco, se analizzato insieme ai dati del 2018".
"Ci segnalano che la piaga del sovraffollamento, dell'autolesionismo e dei suicidi, che il 2018 ha visto aumentare in Italia, con 63 episodi, rispetto al 2017, non risparmia le carceri abruzzesi. Troviamo un indicatore preoccupante del disagio della comunità carceraria nelle aggressioni agli agenti di polizia da parte dei detenuti, come ci racconta la cronaca relativa ai fatti più gravi, con le violenze di inizio anno nel carcere di Teramo e, andando indietro ad un anno fa, con un detenuto nell'ala di alta sicurezza del penitenziario di Sulmona che ha ferito un agente, gettandogli addosso olio bollente. Ricordiamo poi il detenuto che si è suicidato impiccandosi nel carcere San Donato di Pescara nel maggio del 2018".
"Vi sono problematiche comuni a tutti gli istituti, tra cui segnalerei la carenza di personale penitenziario e di area pedagogica, l'insufficienza dei percorsi di formazione, specie professionale, l'insufficienza delle proposte rieducative e le scarse opportunità di lavoro all'esterno del carcere. Sul piano sanitario si evidenzia l'inadeguatezza degli spazi e delle prestazioni sanitarie, in particolare le attese per alcune visite specialistiche e la crescita di detenuti con problemi psichiatrici, alcuni dei quali si trovano in carcere a causa dell'incapienza della R.E.M.S di Barete. Per presentare tali criticità ho chiesto di essere ascoltato, come negli anni precedenti, dalla V Commissione del Consiglio regionale (Sanità - Sicurezza sociale e del lavoro - Istruzione)".
"Funziona abbastanza bene la sorveglianza dinamica 24 su 24, in alcuni casi durante le attività trattamentali i detenuti non sono sorvegliati e le celle aperte 9 ore al giorno, ciò che allenta molto le tensioni. In alcune realtà come Pescara ed Avezzano, grazie al lavoro del personale e alla risposta del territorio, gli istituti realizzano diverse attività sociali, formative, culturali e professionali.
Ha cominciato a funzionare a pieno ritmo la sartoria presso la Casa Lavoro di Vasto offrendo una risposta importante all'esigenza di lavoro per gli internati della struttura. A Teramo è stata allestita una moderna sezione a custodia attenuata con trattamento avanzato, destinato alle madri con bambini sotto i 3 anni.
A Sulmona si porta avanti un progetto regionale di custodi della biodiversità e le lavorazioni interne sono molto sviluppate. A Lanciano il carcere ospita una produzione di semilavorati per l'industria dolciaria, dove lavorano fianco a fianco detenuti e liberi. Mentre il carcere di Chieti collabora con la Provincia, ad Avezzano è operativa un'intesa con il Comune per impegnare i detenuti in lavori socialmente utili".
"L'intervento del consigliere regionale Di Benedetto si concludeva con un appello a risolvere al più presto il nodo del Garante regionale dei detenuti. Sono ben 9 anni che è stata approvata la legge che ha istituito tale figura di garanzia. Di recente si è chiuso il bando per presentare le candidature, speriamo che sia la volta buona, me lo auguro in particolare per i detenuti nelle carceri d'Abruzzo e per quanti, reclusi o internati, si sentono senza punti di riferimento e disperati".
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 19 giugno 2019
Corte di cassazione - Sezione IV - Sentenza 19 giugno 2019 n. 26888. In caso di incidente con feriti, il passeggero non ha l'obbligo di imporre al conducente di un veicolo a motore di fermarsi e prestare l'assistenza occorrente: tuttavia, se dalle indagini emerge che egli ha incitato il guidatore a fuggire o omettere soccorso risponderanno tutti e due, a titolo di concorso, dei reati previsti dai commi 6 (omissione dell'obbligo di fermarsi) e 7 dell'articolo 189 (omissione di soccorso) del Codice della Strada. È quanto ha stabilito la Cassazione, con la sentenza 26888, depositata ieri.
A rivolgersi alla Corte era stato il passeggero di un'autovettura che era stato condannato, in concorso con il conducente, per i menzionati reati stradali, a una sanzione penale e alla sospensione della patente per 5 anni. L'auto su cui viaggiavano i due imputati, in ora notturna, aveva investito un pedone, che aveva riportato lesioni gravissime. Il conducente e il passeggero si erano allontanati dal luogo dell'incidente senza fermarsi e fornire indicazioni sulla propria identità: successivamente, avevano parcheggiato l'auto, eliminato il parabrezza frantumatosi per l'urto con il corpo della vittima ed erano tornati a casa.
La Cassazione ha assolto il passeggero dopo un'attenta analisi della figura del trasportato, resasi necessaria per l'assenza di definizioni tassative all'interno del titolo 5 del Codice della Strada, che contiene le norme di comportamento. Secondo la Corte, l'articolo 189 distingue quattro figure: l'utente della strada, il conducente, le persone coinvolte in un incidente e le persone danneggiate. La categoria delle persone coinvolte nell'incidente, in particolare, è più ampia di quella degli utenti, cioè coloro che attivamente utilizzano la strada, a mezzo di un'attività come condurre o camminare e in questa rientra il passeggero, che è passivamente traportato dal conducente.
Il Codice della Strada, all'articolo 189 comma 2, estende anche a questa figura delle regole di condotta, ovvero attivarsi per salvaguardare la sicurezza della circolazione e adoperarsi perché non vengano modificati i luoghi e disperse le tracce dell'incidente. Tuttavia, detta norma non parifica la posizione degli utenti della strada a quella delle persone coinvolte nell'incidente, perché solo ai primi vengono imposti gli obblighi di fermarsi in caso di incidente e prestare soccorso, la cui inosservanza comporta le responsabilità penali previste dai commi 6 e 7 della stessa norma, mentre ai secondi, che rivestono un ruolo non attivo - esclusa quindi la conduzione di un veicolo o comunque l'utilizzazione diretta della strada, come può fare un pedone - impone solo oneri solidaristici privi di sanzione penale. Tuttavia, nel caso in cui il passeggero abbia agevolato in qualunque modo - dunque anche in termini di mera istigazione verbale - la fuga o l'omissione di soccorso commessa dal conducente, egli ne risponderà secondo le regole generali del concorso di persone di reato: istigazione la cui prova, nel caso in esame, non è stata però raggiunta
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 giugno 2019
La situazione dei 2.400 detenuti, 800 in più della capienza prevista, è ormai al limite. Dopo la protesta di domenica il Garante regionale Ciambriello ne chiede il commissariamento e l'Unione delle Camere Penali ha dichiarato lo stato di agitazione.
Non si placano le polemiche dopo la rivolta dei detenuti reclusi in una delle sezioni più affollate di Poggioreale. La miccia che ha fatto scoppiare la ribellione - ricordiamo - è stato il mancato trasferimento in ospedale di un detenuto affetto da febbre alta. Il garante regionale dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello chiede ufficialmente il commissariamento.
"La situazione è gravissima se mettiamo insieme sovraffollamento, problemi igienico- sanitari e il gran caldo di questi giorni - denuncia il Garante. Io qui voglio denunciare pubblicamente che per ristrutturare quattro padiglioni ci sono 12 milioni già stanziati". Ciambriello quindi conclude con una richiesta: "Hanno iniziato i sopralluoghi ma rischiamo di ristrutturare 4 padiglioni tra due anni: chiedo ufficialmente un commissariamento".
In effetti, a Poggioreale ci sono oltre 2400 persone, 800 in più della capienza prevista con tutti i 10 padiglioni attivi, ma oggi due non sono agibili e uno lo è a metà. Così i detenuti sono costretti a vivere in maniera insostenibile e non mancano, infatti, celle con dai sei agli otto reclusi che non possono avere - di fatto - nemmeno uno spazio di socialità. Non a caso, l'attivista napoletano Pietro Ioia, sempre in prima fila per denunciare il mancato rispetto dei diritti dei detenuti, definisce il carcere di Poggioreale un "mostro di cemento".
È intervenuto anche il capo del Dap Francesco Basentini, che ha rivisitato il carcere di Poggioreale. Con lui erano presenti la direttrice dell'Istituto, Maria Luisa Palma, il provveditore regionale Giuseppe Martone e il garante per i detenuti in Campania, Samuele Ciambriello. Basentini è entrato in molte celle del padiglione Salerno, parte interessata della rivolta, ripristinata dal comandante Gaetano Diglio e dal provveditore regionale Giuseppe Martone. "Dottore in questo carcere noi abbiamo bisogno di non essere più trattati come belve in gabbia", queste sono le parole di un detenuto riportate dal quotidiano Il Mattino, rivolte al capo del Dap.
L'amministrazione penitenziaria, attraverso la visione delle critiche condizioni in cui riversano i detenuti, ha dichiarato di intervenire rapidamente. "Dal sopralluogo e dagli incontri - si legge nel comunicato - è emerso che la protesta provocata dal presunto ritardo nelle cure a un detenuto ritenuto in gravi condizioni di salute, hanno in realtà solo fatto precipitare una situazione determinata dallo stato di gravi condizioni di fatiscenza del padiglione. Condizioni di deterioramento strutturale innegabili, per affrontare le quali è stato disposto un programma di lavori, da interventi immediati per rendere vivibile il reparto".
All'indomani di questo ultimo evento, si è mossa anche l'Unione delle camere penali italiane proclamando lo stato di agitazione. "La dura protesta esplosa nel carcere di Napoli- Poggioreale per ottenere il ricovero ospedaliero di un detenuto in gravi condizioni di salute - si legge nella delibera dell'Ucpi - è l'ennesima rivolta nelle carceri italiane dove sovraffollamento, caldo, mancanza di acqua, condizioni igieniche drammatiche, assenza di attività trattamentali, ricoveri urgenti non eseguiti rendono la detenzione un inferno fuori legge: 148 le morti in carcere nel 2018, 57 ad oggi nel 2019. Un morto ogni 3 giorni. Una strage di Stato a cui non si vuole porre rimedio".
L'Unione delle camere penali italiane nel denunciare le condizioni di ingravescente illegalità nelle carceri di tutto il Paese, alle quali "corrisponde la totale indifferenza del governo, che anzi ha scelto di determinarne il collasso grazie alla adozione di politiche securitarie e carcero- centriche", proclama lo stato di agitazione dei propri iscritti e riserva ogni altra e più dura iniziativa di protesta.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 19 giugno 2019
Gli avvocati protestano contro la Corte d'Appello di Venezia. La Corte d'Appello di Venezia "rigetta sistematicamente i ricorsi" presentati contro le sentenze di primo grado da parte dei richiedenti asilo. La denuncia arriva alla Camera avvocati immigrazionisti del Triveneto, i quali hanno intrapreso l'iniziativa comune di chiedere "verbalizzare la loro contrarietà a quella che sembra essere una regola per la corte veneziana".
In pratica - denunciano gli avvocati che si occupano di diritto dell'immigrazione - i giudici di appello hanno una percentuale di accoglimento dei ricorsi presentati dai migranti tendente allo zero, con conseguente "rigetto sistematico dei ricorsi; rifiuto del rinnovo di istruttoria, nonché la revoca dell'ammissione al patrocinio a spese dello Stato, già disposta dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati, che solo in questa sede - ed in questa materia - consegue ineluttabilmente al mancato accoglimento della domanda". In pratica, una doppia discriminazione per i richiedenti asilo: nessuna chance di veder accolto il ricorso, ma anche condanna al pagamento delle spese processuali e revoca del patrocinio a spese dello Stato.
"Questa iniziativa si pone nel solco di un'attività di contrasto a prassi del Foro lagunare non sempre tutelanti i diritti degli stranieri, a cominciare dal c. d. "Protocollo della Sezione Specializzata di Venezia", adottato nel marzo del 2018 e tutt'ora utilizzato, senza alcun preventivo coinvolgimento degli avvocati immigrazionisti e degli Ordini distrettuali", scrivono gli avvocati del Cait. Il riferimento è ad un protocollo - molto discusso all'epoca della sottoscrizione tra l'Ordine di Venezia e il presidente del Tribunale e nei fatti in pratica non applicato - che contiene due previsioni molto contrastate: che "l'audizione del ricorrente verrà condotta esclusivamente dal giudice o dal Got delegato, senza l'intervento del difensore" e l'obbligo per i difensori di comunicare al giudice se "siano a conoscenza di malattie infettive del ricorrente".
Il tema delle richieste d'asilo continua ad essere di primaria importanza per le Corti d'Appello italiane, nonostante la creazione di sezioni specializzate e, soprattutto, nonostante il decreto Minniti- Orlando nel 2017 abbia di fatto abolito il secondo grado di giudizio per le decisioni del tribunale in materia migratoria. Quelle che attualmente la Corte di Venezia sta affrontando, dunque, sono le impugnazioni precedenti all'entrata in vigore della norma.
Ad oggi, le corti italiane sono alle prese con un arretrato significativo, che a Venezia - secondo quanto spiegato in gennaio dalla presidente della Corte, Ines Marini - tocca quota "1900 ricorsi, presentati prima dell'abolizione dell'appello". Nel 2018, invece, i fascicoli pendenti in primo grado erano 4mila, con 7mila richieste di gratuito patrocinio.
Oggi, dunque - stando a quanto denunciato dagli avvocati che patrocinano proprio questi ricorsi in Corte d'Appello i giudici di secondo grado avrebbero deciso, nei fatti, di rigettare tutti i ricorsi. Che si tratti di un giudizio ponderato e confermativo del primo grado, oppure una scelta per macinare più velocemente l'arretrato, impossibile dirlo.
Resta, tuttavia, l'indignazione degli avvocati che annunciano come l'iniziativa di mettere a verbale la propria contrarietà alla decisione della Corte "verrà mantenuta per tutte le prossime udienze e si affianca all'attività di coinvolgimento degli Ordini già intrapresa da Cait sul piano istituzionale; ad oggi, inoltre, non sono escluse ulteriori forme di protesta".
di Leonardo Rinella*
Gazzetta del Mezzogiorno, 19 giugno 2019
Il terremoto che in questi giorni ha interessato la magistratura associata e l'organo di autogoverno dei giudici può destare meraviglia solo in chi è completamente estraneo al mondo giudiziario o in chi è dolosamente ipocrita, perché il pesante intervento delle correnti associative nelle nomine ai posti direttivi, in barba ad ogni criterio di meritocrazia, risale fin dai tempi dell'entrata in funzione del Consiglio superiore della magistratura, perché ricordo i colleghi più anziani che rimpiangevano i tempi in cui era il ministro della giustizia che operava le scelte.
Del resto Bari è passata alla storia quando tutti i magistrati di quella Procura, uniti come non mai, si sollevarono in una clamorosa protesta contro una nomina che aveva portato ai vertici della Procura generale un magistrato che non aveva mai ricoperto incarichi inquirenti e che aveva il solo merito di essere amico di un potente componente il Csm, mentre era aspirante a tale posto un valoroso magistrato del livello del dott. Lerario, che aveva fino a quel momento retto con capacità ed equilibrio la Procura di Bari. All'epoca l'ingiustizia fu sanata grazie a una sentenza del Tar Lazio che stracciò letteralmente la delibera del Csm.
Ho voluto ricordare questo caso perché fu clamoroso e ne fui testimone diretto, ma l'intervento correntizio avveniva (ed avviene) per qualsiasi avvenimento che interessi la vita giudiziaria. Ricordo che un anno bisognava nominare tre magistrati coordinatori del tirocinio degli uditori giudiziari. Un incarico privo di qualsiasi potere ma strettamente tecnico in quanto il magistrato coordinatore deve solo seguire il tirocinio del magistrato nei vari momenti ed aspetti, ma pur sempre utile alle correnti, perché il coordinatore poteva anche influenzare l'iscrizione del giovane collega a questa o a quella corrente.
Bene. Io, non iscritto all'associazione feci la domanda, ma, pur essendo il più anziano, non fui nominato ma furono scelti tre colleghi più giovani: uno di magistratura democratica, uno di magistratura indipendente ed uno di unità per le costituzioni, le tre correnti all'epoca esistenti. Ed allora togliamoci la maschera di ipocrisia e guardiamoci negli occhi.
Sono cambiati i vertici dell'associazione e si sono dimessi i quattro componenti del Consiglio Superiore della Magistratura implicati nei fatti. Ma siamo sicuri che questo comporterà la cessazione di un sistema che vede le correnti ancora condizionare pesantemente tutta l'organizzazione giudiziaria?
*Procuratore Generale onorario della Cassazione
Il Centro, 19 giugno 2019
Di Benedetto (Lista Legnini): "Subito la nomina". Smargiassi (M5S): "In 5 anni voi non lo avete fatto". "L'Abruzzo è forse l'unica regione a non avere il garante per i detenuti. Auspico che la nomina venga discussa il prima possibile in Consiglio regionale". Così Americo Di Benedetto, consigliere regionale del gruppo Legnini Presidente, su una questione che per anni è stata al vaglio del consiglio abruzzese nella passata legislatura. Anche per motivi legati alla esigenza di una maggioranza qualificata, ma anche per problemi in seno alla maggioranza, il centrosinistra non è riuscita ad effettuare la nomina. Il consigliere di centrosinistra che è all'opposizione, nella nota sottolinea che "nel carcere dell'Aquila due detenute del reparto di massima sicurezza sono in sciopero della fame dal 29 maggio. Protestano per l'isolamento a cui sono costrette e denunciano una struttura chiusa e dura.
La garanzia della certezza della pena non può escludere la tutela dei diritti basilari delle persone, men che meno privarle di un senso di umanità", si legge ancora nella nota. "Ma l'Abruzzo", continua Di Benedetto, "ha diversi istituti penitenziari e tutti con tante problematiche. Alla luce di queste considerazioni si rileva ancor più l'urgenza della nomina del Garante regionale dei detenuti".
Ma arriva la replica del M5S che dice: "Ha il sapore della beffa leggere le parole del consigliere Di Benedetto, che chiede a gran voce la nomina di un Garante dei detenuti dopo che per 5 anni il suo centrosinistra non è stato in grado di intavolare un dialogo costruttivo per individuare una figura abruzzese, senza dover andare a pescare fuori dalla Regione".
Ad affermarlo è il consigliere regionale Pietro Smargiassi. "Ricordo perfettamente", spiega, "come la scorsa giunta abbia rinviato per decine di sedute il problema, disinteressandosene completamente. Non posso soprassedere sull'ottuso atteggiamento di chi per 54 mesi di governo si è ostinato a presentare sempre un solo nome, per ragioni probabilmente diverse da quella della competenza che mai nessuno si è permesso di contestare.
Rita Bernardini è senza dubbio una persona preparata e voce di rilievo sulla tematica delle carceri, ma non può essere considerato l'unico profilo spendibile. Le condanne da lei riportate, seppur relative ad atti di disobbedienza civile, rappresentano un fattore sul quale non si può soprassedere. Per questo il M5S provò, invano, a presentare alla Giunta e al presidente una rosa di nomi di spicco. L'augurio", conclude il 5 Stelle, "è che, contrariamente a quanto successo col centro sinistra, il governo regionale voglia aprire un dialogo diverso per arrivare alla nomina di una personalità abruzzese, di comprovata esperienza e sensibilità sul tema".
di Veronica Altimari
romatoday.it, 19 giugno 2019
Al via l'Orto solidale, iniziativa promossa dal Centro oratori di Roma e Medicina solidale: centro estivo per i bambini che vivono nelle occupazioni. Parola d'ordine: solidarietà. Ma anche accoglienza, socialità, incontro. Questo quanto accade nella struttura di Isola Solidale a partire da oggi, martedì 18 giugno, in via Ardeatina.
Un'opportunità di crescita, formazione e attività estiva a beneficio di oltre 50 bambini provenienti per lo più dall'occupazione Spin Time Labs di via Santa Croce in Gerusalemme, balzata agli onori della cronaca per la riaccensione della corrente elettrica da parte dell'elemosiniere del Papa, Konrad Krajewski, lo scorso 12 maggio.
I piccoli che in questi giorni prenderanno parte al campo estivo "Bambini al centro è promosso dall'associazione Medicina Solidale e dal Centro oratori romani con il sostegno di McDonald's e Comunità e Servizi srl. Un momento di incontro e formazione che non va a beneficio solo dei bambini,. L'Isola solidale infatti da oltre 50 anni a Roma accoglie i detenuti (grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000) che hanno commesso reati per i quali sono stati condannati e che si trovano agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunte a fine pena, si ritrovano prive di riferimenti familiari e in stato di difficoltà economica.
"Sono loro a curare l'orto, a preparare la merenda e a seguire i bambini nelle loro attività - spiega Alessandro Pinna, presidente di Isola solidale - quindi questo progetto a un duplice aspetto. Da un lato i più piccoli imparano il rispetto della natura, dall'altro a chi è in situazione di fine pena un'opportunità di incontro con la società esterna".
irpiniaoggi.it, 19 giugno 2019
Il Garante campano delle persone private della liberà personale, Samuele Ciambriello, ha scritto agli organi di informazione per denunciare la situazione che si registra nel carcere di Avellino, a Bellizzi Irpino, dove i detenuti rifiutano di rientrare in cella, dopo il periodo di aria, per la carenza di acqua e l'impossibilità a rinfrescarsi e lavarsi.
Lo stato di tensione, che potrebbe degenerare in una forma di protesta più intensa e preoccupante per le guardie carcerarie, viene così descritta: "Nelle carceri si sta consumando un'altra emergenza, non meno preoccupante, la carenza idrica, che in questi giorni di caldo rovente sta gettando nel caos diversi istituti penitenziari, limitando la fornitura d'acqua nelle ore notturne. È una scelta inadeguata e improduttiva".
Lo stesso Ciambriello fa sapere: "La società Alto Calore che gestisce il servizio idrico, deve rafforzare la fornitura per i 582 detenuti presenti. In questo carcere dal 2012 c'è un nuovo reparto, che conta quindi 150 detenuti in più, ma il sistema non funziona a regime. Non è stata adeguata la rete idrica e arriva un quantitativo di acqua inferiore alle necessità. Già nel 2015 ci fu una rivolta dei detenuti per questa emergenza", avverte con preoccupazione Samuele Ciambriello.
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