Ansa, 9 marzo 2015
Nel dicembre del 2013, l'ex poliziotto Theodore Dyer è stato condannato in primo grado per violenza sessuale su una bambina di 9 anni. Dyer, 66 anni, è stato condannato al carcere a vita per i suoi crimini disgustosi, ma non aveva idea che la sua vita sarebbe effettivamente finita in prigione: l'uomo è stato ucciso dal suo compagno di cella, Steven Sandison, per niente pentito dell'omicidio. Il 51enne Sanderson, ha infatti educatamente spiegato al giudice il motivo per cui ha ammazzato Dyer: "L'ho ucciso perché era uno stupratore di bambini".
Sandison, in galera per un omicidio commesso nel 1991, ha spiegato di essere venuto a conoscenza del crimine commesso dal suo compagno di cella poiché l'ex poliziotto ne parlava in continuazione, e non riusciva più a sopportarlo.
di Alessandro Barbano
Il Mattino, 8 marzo 2015
Cosa valgono cento corruttori arrestati, altrettante ruberie di denaro pubblico scongiurate, una rete grigia di complicità e di clientele spezzata, cosa vale la fine di questo marciume, che puzza e indigna e accende la fiamma della piazza con la miccia di deputati forcaioli, cosa valgono il decoro delle istituzioni e la trasparenza della pubblica amministrazione rispetto alla sorte di un solo innocente, a cui vengano sottratte per errore o per convenienza investigativa la libertà, gli affetti, il lavoro, la reputazione, con una custodia cautelare ingiusta che suoni come una condanna preventiva?
Nulla valgono. Meno di zero. Cento malversazioni scoperte non valgono un solo uomo in carcere senza un motivo fondato. Ma non c'è più nessuno in questo Paese a dirlo forte e chiaro. Anzi, chi osasse sostenerlo sarebbe tacciato di ideologia o di immoralità, o comunque di non capire la gravità del malcostume che affligge l'Italia, di non riconoscere le priorità.
Lo diciamo allora noi. Lo assumiamo come paradigma civile: tra la corruzione di molti e l'ingiusta punizione di uno solo, temiamo di più quest'ultima. Non abbiamo mai creduto che la giustizia e la libertà dovessero sgomitare l'un l'altra per farsi spazio. Ma se qualcuno proprio riuscisse a convincerci del contrario, non avremmo dubbi nel preferire una libertà senza giustizia a una giustizia che trionfasse a danno della libertà. Poiché non siamo disposti a riconoscere nessuna emergenza che giustifichi una compressione dei diritti fondamentali.
Crediamo che sia giunta l'ora che queste idee tornino a circolare nel discorso pubblico senza paura, a essere promosse nelle scuole, sui media, nei libri, nelle piazze e nelle stanze della democrazia delegata, a illuminare la coscienza di chi decide.
A seccare la malapianta del giustizialismo, che uomini accecati e politici senza scrupoli innaffiano senza tregua da un quarto di secolo nel nostro Paese. A fermare la moltiplicazione di leggi illiberali, che confondono le coordinate della Giustizia con quelle della giustizia cautelare. Che considerano la prescrizione un intralcio al trionfo della verità e non una garanzia irrinunciabile del cittadino contro il rischio di essere perseguito, o meglio, perseguitato dall'azione punitiva dello Stato per un tempo inaccettabile.
Inaccettabile è di certo l'allungamento della prescrizione per il reato di corruzione da dieci fino a diciotto, o in alcuni casi a ventuno anni e nove mesi, approvato in commissione giustizia alla Camera su proposta del governo. Non solo perché si fa fatica a capire quale sia dopo vent'anni l'interesse pubblico alla punizione. Ma soprattutto perché un simile schema penale finge di ignorare che è una barbarie lasciare il colpevole, e non solo l'innocente, sotto lo schiaffo dell'indagine per un tempo più che doppio rispetto alla pena massima prevista per il reato commesso. Non c'è giustizia che sia tale se non riconosca anche ai rei un processo ragionevolmente rapido e un minimo di garanzie.
Nel distretto della Corte d'Appello di Napoli, su cento persone che entrano in carcere per mano della procura e del gip, ce ne sono 40 che escono grazie al Riesame. Vuol dire che quasi la metà delle custodie preventive è indebita, cioè illegittima. E cioè che in uno stato di diritto c'è un numero spropositato di persone private della loro libertà contro le regole del diritto. Può forse considerarsi questo un effetto collaterale, o paradossale, ancorché accettabile della giustizia? Nel frattempo la riforma della carcerazione preventiva salta da quasi due anni di commissione in commissione, tra un ramo e l'altro del Parlamento, senza che giunga ad approvazione.
Purtroppo la piega che ha assunto il dibattito sulla cosiddetta riforma della giustizia non dimostra nulla di buono. Pensata per garantire una parità effettiva tra accusa e difesa, per imporre al processo una ragionevole durata, per porre fine alla mostruosità di intercettazioni abnormi usate in maniera abnorme nel circuito giudiziario-mediatico, essa sembra voltarsi in un indiscriminato e spesso incoerente aumento delle pene per singole fattispecie di reato e in una crescente pervasività delle misure cautelari. C'è un disegno preciso dietro questo slittamento persecutorio: alzare sopra i cinque anni la pena minima per reati come corruzione e falso in bilancio non ha nessun significato punitivo, se non quello indiretto di consentire a pm e gip di usare a piene mani - come se non lo facessero già abbastanza - lo strumento delle intercettazioni e degli arresti, altrimenti non consentiti.
Di fronte all'emergenza reale di una corruttela diffusa, figlia del blocco sociale, della mortificazione del merito, dell'inamovibilità dei funzionari pubblici e, da ultimo, di una crisi economica che si è tradotta negli anni in un arretramento civile del Paese, la politica non sa inventare niente di meglio che un grande fratello dalle mille orecchie e dalle altrettante manette. Così, in nome di una legislazione che ha sostituito la norma con l'emergenza, crescono dal penale fino al contabile le ordinanze che compulsano la libertà individuale, sottraggono la proprietà privata, condizionano l'autonomia della politica. Tutto in nome dell'urgenza e senza un contraddittorio che sia reale.
Se da una parte il governo propone e impone una tardiva ancorché doverosa responsabilità civile dei giudici, dall'altra il fuoco della giustizia si sposta sempre di più dal giudicato alle indagini preliminari, nelle quali le misure mediatico-cautelari giocano il ruolo di una condanna anticipata dagli esiti irreversibili. Con l'effetto, tra l'altro, di depotenziare il processo nei suoi passaggi successivi, marginalizzando la competenza dei magistrati che, in quanto più in alto nella scala gerarchica, potrebbero offrire maggiori garanzie di una valutazione terza e imparziale. Carnelutti diceva che il processo è già una pena.
Figuriamoci se non lo sono i verbali su conversazioni private, che non riguardano solo Berlusconi ma anche centinaia di migliaia di cittadini intercettati e messi in piazza. E che dire dei sequestri e delle confische assunte in camera di consiglio o, nel caso della Corte dei Conti, per mano di un procuratore che dispone il blocco di beni e conti correnti senza alcun contraddittorio, come facevano i pretori nel vecchio codice inquisitorio, salvo successiva conferma nell'udienza di convalida?
È giustizia o barbarie quella a cui non pochi politici plaudono, finché bussa alla porta degli altri, salvo poi rinnegarla quando giunge anche per loro il giorno del giudizio? Vale per costoro il vaticinio di Danton, diretto al patibolo, davanti alla casa di Robespierre: "Infame, tu mi seguirai".
di Filippo Facci
Libero, 8 marzo 2015
Sulla giustizia fioccano trattative - essenzialmente tra Pd e Ncd - come se si trattasse di una spartizione politica e non di un confronto tra riforme utili o inutili. Un emendamento Pd-Scelta civica ha addirittura proposto che i tempi di prescrizione della corruzione passino da 10 anni a quasi 22, un'eternità che lascia perplessi anche molti esponenti della maggioranza.
di Sara Menafra
Il Messaggero, 8 marzo 2015
Tira un vento gelido nei rapporti tra Pd ed Area popolare dopo la rottura di metà settimana sui temi di prescrizione e corruzione. Ncd non sembra disposto a piegarsi, come ha fatto capire anche il ministro Angelino Alfano nell'intervista rilasciata ieri al Corriere della sera. L'obiettivo, ha detto, deve essere "superare quella parte del Pd che è conservatrice sul lavoro e giustizialista sulla giustizia".
di Liana Milella
La Repubblica, 8 marzo 2015
Non scrivono di "sciopero bianco". Anzi, ufficialmente lo negano. Ma gli alti magistrati della Cassazione, giusto in queste ore, stanno seriamente pensando a una clamorosa protesta contro la legge sulla responsabilità civile, che è entrata in vigore il 4 marzo. Ufficialmente lo negano. Ma gli alti magistrati della Cassazione, giusto in queste ore, stanno seriamente pensando a una clamorosa protesta contro la legge sulla responsabilità civile, che è entrata in vigore il 4 marzo.
di Laura Caico
Roma, 8 marzo 2015
Dopo il recente caso di Roberto Helgl, ex presidente della Camera di commercio di Palermo, arrestato dai carabinieri in flagranza di reato per aver riscosso una tangente di 100mila euro da un imprenditore, abbiamo chiesto al Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti di fare il punto della giustizia in Italia. Procuratore, cosa può dirci in merito al caso di Helgl?
www.grnet.it, 8 marzo 2015
La Sezione Prima del Consiglio di Stato, su richiesta di parere da parte del Ministero dell'Interno in merito agli effetti del decreto legge 23 febbraio 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), ha precisato che nei confronti degli appartenenti alle Forze dell'Ordine, "il questore dovrà disporre che allo stesso siano ritirate le armi detenute a qualsiasi titolo, compresa l'arma di ordinanza, anche se ciò comporti per l'interessato l'impossibilità di adempiere a pieno ai compiti d'istituto e lo esponga a provvedimenti disciplinari e di stato".
L'articolo 8, comma 2, del decreto legge 23 febbraio 2009, n. 11, prevede che: "Il questore, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l'istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale. Copia del processo verbale è rilasciata al richiedente l'ammonimento e al soggetto ammonito. Il questore valuta l'eventuale adozione di provvedimenti in materia di armi e munizioni".
A tal proposito il Ministero dell'Interno ha interrogato il Consiglio di Stato circa "l'applicabilità dei provvedimenti in materia di armi a coloro che necessitano dell'arma per lo svolgimento dell'attività lavorativa, come nel caso dell'arma di ordinanza in dotazione agli appartenenti alle forze dell'ordine" soprattutto perché "il ritiro dell'arma d'ordinanza comporta l'impossibilità di espletare il servizio con conseguente necessità di definire la posizione giuridico-amministrativa dell'interessato".
La risposta del Consiglio di Stato è stata lapidaria: "Per scelta del legislatore, l'ammonimento fa venir meno i requisiti soggettivi al cui possesso è subordinato il rilascio delle autorizzazioni in materia di armi e ne comporta la revoca ai sensi del coordinato disposto degli artt. 11 e 42 del T.U.L.P.S." anche perché "non possono sussistere dubbi che nel bilanciamento dei contrapposti interessi (salvaguardia dell'incolumità delle potenziale vittime degli atti persecutori e necessità di disporre dell'arma d'ordinanza per l'assolvimento del servizio di polizia) debba prevalere il primo sul secondo. Pertanto, nel caso dell'ammonizione di appartenente alle forze di polizia, il questore dovrà disporre che allo stesso siano ritirate le armi detenute a qualsiasi titolo, compresa l'arma di ordinanza, anche se ciò comporti per l'interessato l'impossibilità di adempiere a pieno ai compiti d'istituto e lo esponga a provvedimenti disciplinari e di stato".
"Ovviamente - precisa il Consiglio di Stato, nel caso di appartenenti a corpi diversi dalla Polizia di Stato, il provvedimento con cui si dispone il ritiro dell'arma in dotazione non potrà che essere indirizzato ai superiori dell'interessato, sui quali graverà l'obbligo di ottemperare". "Si deve, pertanto, concludere - ribadisce il Consiglio di Stato - che l'applicazione del secondo comma dell'art. 8 del d.l. n. 11 del 2009 da parte del questore non può essere limitata dalle esigenze connesse all'espletamento dell'attività lavorativa, neppure quando si tratti di appartenenti alle forze dell'ordine".
di Ilario Lombardo
Secolo XIX, 8 marzo 2015
Ma l'ex deputato attacca il governo: mancano aiuti concreti alle vittime. Giulia Bongiorno, avvocato, ex deputato, da presidente della commissione Giustizia alla Camera fu co-protagonista della stesura e dell'approvazione della legge che ha istituito il reato di stalking. Una battaglia, quella contro la violenza sulle donne, che continua a portare avanti attraverso la Onlus Doppia Difesa, fondata assieme alla showgirl Michelle Hunziker.
Avvocato, dai dati del Viminale si rileva un aumento delle violenze domestiche, mentre in Liguria si assiste a un incremento di reati di stalking.
"Questo avviene perché molte situazioni che prima erano sommerse, adesso vengono alla luce: grazie alla legge tantissime donne che prima avevano paura di denunciare, ora si rivolgono alla giustizia. È qualcosa che mi riempie di orgoglio, anche perché spesso alle denunce seguono risultati immediati".
Eppure, la legge appare non avere un effetto deterrente.
"Le leggi, soprattutto, quando le scrivi bene, servono e sono efficaci. Certo, però, questo non significa che siano risolutive. Dopo l'approvazione della norma sono mancati aiuti, investimenti, e opportune modifiche al codice di procedura penale. A parte la legge sullo stalking, le donne non hanno ricevuto nient'altro. E la politica, anche ai vertici istituzionali, ha le sue colpe".
Tipo?
"Per esempio è stato eliminato il ministero delle Pari Opportunità. E quando l'ho fatto presente mi è stato risposto che alla fine non aveva prodotto granché. La reputo una miopia che tradisce un grave disinteresse per i problemi che vivono le donne e non solo. Come dimostra l'operato di Matteo Renzi".
Ma come, scusi, Renzi sta aumentando le quote rosa nei ministeri, nelle aziende di Stato, nelle liste elettorali.
"Il premier è uno che predica bene e razzola male. Sotto il profilo di un aiuto concreto alle donne non sta facendo nulla. Né leggi, né investimenti. Ho letto che è ancora vacante il ruolo di consigliere per le Politiche di contrasto alla violenza di genere del Viminale e annoto anche una cosa che, in questa cornice, fa un po' da ciliegina: ieri Renzi non è andato al Quirinale, per il discorso del presidente della Repubblica durante le celebrazioni della Giornata internazionale della Donna. C'erano tutte le istituzioni, tranne lui. Non si può non essere presenti in queste occasioni, qualsiasi siano le priorità. È un'assenza gravissima, che prova il suo totale disinteresse per le questioni delle donne".
Quali aiuti, economici e non, servirebbero?
"Nuove misure per accelerare i tempi delle indagini e consentire ai processi di partire, senza troppi slittamenti. Le donne sono incentivate a denunciare se hanno fiducia nella giustizia, non se si ritrovano ostaggio di essa, senza che i loro persecutori siano puniti. E poi bisognerebbe dare una mano alle tante associazioni, come la mia Onlus, che lavorano da sole e soltanto con le proprie forze".
di Francesco Lo Dico
Il Garantista, 8 marzo 2015
Si è preso l'ergastolo che era appena maggiorenne, poi gli assassini veri hanno confessato.
Aveva 17 anni e sognava di prendere la patente, Mirko Turco. Era un ragazzo di Gela come tanti. E invece qualcuno ha trasformato la sua vita in un incubo. Nel 1998, sette pentiti lo accusano di aver ucciso selvaggiamente Fortunato Belladonna, un sedicenne arso vivo, e Orazio Sciascio, un salumiere crivellato da un clan.
Mirko subisce processi per quindici anni, e si fa dieci anni di galera. Salvo poi scoprire, nel 2011, che il ragazzo, oggi un uomo di 35 anni cresciuto in gattabuia, era innocente. La procura generale di Caltanissetta ha insistito: ha chiesto il rigetto della revisione del processo. Ma la corte di Appello di Messina ha respinto la richiesta della procura generale e ha accolto l'istanza di revisione. Ieri Mirko Turco è stato assolto con formula piena per non avere commesso il fatto. La condanna all'ergastolo è stata revocata. Lo aveva detto dal primo minuto: "Io sono innocente*. Ma qualcuno ha creduto a tante, troppe menzogne. Chissà se c'è qualcuno disposto a pentirsene.
Prendi un ragazzo non ancora maggiorenne che sogna la patente. E che a due passi dal traguardo, va a sbattere contro la mala-giustizia italiana: sette pentiti lo accusano, lo condannano per due omicidi, gli danno due ergastoli, si fa dieci anni di galera e quindici anni di processi e poi un giorno di marzo del 2015 gli dicono "scusa, ci siamo sbagliati, sei innocente". È successo a Gela, a un ragazzino che si chiamava Felice Mirko Eros Turco. E che ora, dopo dieci anni vissuti da mostro, è un uomo di 35 anni che ha passato i suoi anni migliori a marcire in galera.
Lo hanno incastrato Mirko. Gli hanno fottuto l'esistenza. I mafiosi bugiardi che lo hanno lasciato con il cerino in mano, gli sbirri che lo hanno trattato come un criminale spietato, i magistrati che hanno fatto strame della sua dignità e della sua esistenza, Orazio Sciascio e Fortunato Belladonna. E attorno a questi due nomi, a questi due morti ammazzati come cani, che si attorciglia la storia di Mirko. Tutto comincia nel 1998, quando Mirko ha ancora diciassette anni e gli manca poco per prendere la patente.
L'11 agosto di quell'anno viene ritrovato il corpo di un sedicenne: si chiama Fortunata Belladonna ma a dispetto del nome viene ritrovato carbonizzato in un canneto nei pressi del lungomare di Gela. È quasi irriconoscibile. È stato torturato, interrogato e poi strangolato con un cordino. Gli è stato infilato un panno di daino in bocca. Arso vivo. Cosa nostra lo ha ucciso perché ritiene che il ragazzo sia coinvolto nell'omicidio di Orazio Sciascio. Qualcuno mormora che doveva essere solo una punizione. Il giovane, avvicinatosi alla malavita, era un "cane ca nun canusci patruni", come dicono in Sicilia. Di questa morte, la Corte d'assise di Caltanissetta incolpa proprio Rosario Trubia, che confessa altri fatti di sangue e inizia a collaborare con la giustizia insieme ad altri affiliati del clan Emmanuello e i fratelli Emanuele, Sergio e Angelo Celona. E viene incolpato anche il nostro Mirko, lo hanno detto i pentiti. E stato lui: condanna all'ergastolo, i magistrati non hanno dubbi. Neppure il tempo di vedersi sul groppone un omicidio che non ha commesso, che a Turco ne viene appioppato un altro. Quello di Orazio Sciascio.
Sciascio è un ex operaio di mulino in pensione, ha 67 anni e gestisce una salumeria insieme alla moglie Rosaria Caci. Alcuni banditi entrano nel negozio, gli chiedono il pizzo, lui reagisce e lo fanno fuori a revolverate. Ha due figli carabinieri. Di pagare non ne vuole sapere. Ma loro, i mafiosi, non vogliono fargli sconti. La firma di questo omicidio è come una macchina usata che nessuno vuole. Passa di mano in mano, di nome in nome, Ma il cerino finisce in mano a Mirko Turco. A incastrarlo è proprio la vedova di Sciascio, Rosaria Caci, che in un faccia a faccia non ha il minimo dubbio. Lo indica. È stato Mirko. Ma il seguito della storia, delle indagini, lo stuolo di falsi pentiti, contro-pentimenti, finalmente porta alla verità nel 2012. Con l'omicidio del salumiere, Turco non c'entra nulla. La corte di appello di Catania revoca la condanna di Turco e lo assolve per l'omicidio di Sciascio. I responsabili individuati sono Salvatore Rinella e Salvatore Collura. Resta però la condanna per Belladonna, il ragazzo arso vivo nel canneto. Tutto è messo nero su bianco soltanto nel dicembre del 2011.
Due collaboratori di giustizia, Carmelo Massimo Billizzi di 41 anni e Gianluca Gammino di 37 anni, affiliati al clan Madonia di Gela, vengono condannati rispettivamente a 19 e a 18 anni di reclusione. Si sono autoaccusati dell'omicidio del 16enne Fortunato Belladonna: hanno confessato di averlo ammazzato loro il 14 luglio del 1998. Mirko si è già fatto dieci anni di carcere per due omicidi che non ha mai commesso. Ha ottenuto la revisione del processa e la libertà dalla Cassazione nel 2008.
Ma l'ultima parola, la parola definitiva che insieme alla libertà gli restituisce anche la sua dignità di uomo arriva solo ieri, dopo molte altre complicazioni. La procura generale di Messina ha insistito: ha chiesto il rigetto della revisione del processo ai danni dell'ex ragazzino invecchiato in carcere per le chiacchiere di sette pentiti. Ma la corte di Appello di Messina ha respinto la richiesta della procura generale e accoglie l'istanza di revisione. Ieri Mirko Turco è stato assolto con formula piena per non avere commesso il fatto. La condanna all'ergastolo è stata revocata. Lo aveva detto dal primo minuto in galera: "Io sono innocente". Ma qualcuno ha creduto a tante bugie. Chissà se c'è qualcuno disposto a pentirsene.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 8 marzo 2015
E così un altro poveretto, stavolta un ragazzino, è finito nel tritacarne spietato della legge sui pentiti: si è fatto dieci anni in cella, da prima di compiere i diciotto fino ai ventotto, è entrato in carcere da bambino ed è uscito quando la sua gioventù era già finita. Ha avuto la vita stravolta, non potrà mai essere risarcito. Né lui, né la sua famiglia, i genitori, gli amici.
Chi è il colpevole di questa atroce ingiustizia (che sebbene sia atroce, vedrete, avrà pochissimo risalto sui giornali perché è una notizia che non va nella direzione della santificazione della magistratura)? È lo Stato. È possibile affrontare le cause vere di queste ingiustizie, che sono sempre di più, sempre più clamorose e sempre più sottovalutate?
Se davvero vogliamo affrontare le cause, in modo molto laico, dobbiamo mettere in discussione la legge sui pentiti. Perché il fenomeno del pentitismo ormai è fuori controllo e oltretutto è maneggiato da una magistratura che molto spesso non è all'altezza.
Ogni volta che si prova a criticare la legge sui pentiti e a metterne in discussione la sua modernità e la sua efficacia, qualcuno risponde citando il sacro nome di Giovanni Falcone. Che sicuramente, nel suo lavoro, si avvalse largamente di questa legge.
Il problema è che Falcone era un magistrato straordinario, con capacità professionali fuori dal comune e una grande visione dei problemi che fronteggiava. Falcone seppe gestire in modo magistrale un pentito magistrale, e cioè Tommaso Buscetta. E seppe scartare, con grande intelligenza, altri pentiti, che utilizzavano la "collaborazione" come strumento per sviare le indagini, o per ottenere impunità o per demolire i propri rivali.
Cioè: la mafia fa un largo uso di questa legge. La magistratura molto spesso - anche per non essere subalterna al pentitismo mafioso - decide di governare il pentito, e quindi non di usarlo per "acquisire" notizie, ma per avere conferme alle proprie ipotesi. In questo modo le testimonianze dei pentiti, in un numero molto alto di casi, non hanno nessuna utilità per la verità e sono un'arma atomica che può devastare il luogo dove viene fatta esplodere, modificare i rapporti di forza nella malavita, modificarli anche all'interno della magistratura, e travolgere carriere, immagini, vite di persone oneste o comunque non colpevoli di quei reati.
L'obiezione al mio ragionamento è: se togli ai magistrati l'arma del pentitismo ne indebolisci le capacità di indagine e di contrasto alla mafia. Questo è vero solo in parte. Perché probabilmente la fine della legislazione "premiale" per i pentiti, almeno nell'immediato, indebolirebbe alcune strategia mafiose. E poi perché la fine di questa abitudine a poggiare tutte le indagini solo su pentitismo e intercettazioni costringerebbe la magistratura ad affinare i propri strumenti di indagine, i metodi, l'uso della polizia, lo studio, la ricerca delle prove.
Ma ammettiamo anche che la cancellazione della legge sui pentiti dovesse ridurre le capacità di penetrazione dello Stato nei santuari mafiosi. Sarebbe una ragione sufficiente per mantenere in vita una legge medievale e che distorce la verità? La domanda vera è questa.
Una volta lo chiesi al Procuratore di Reggio Calabria, Cafiero de Raho: "Lei crede che sia più importante il diritto al diritto o il diritto al risultato"? In altre parole: lei crede che l'obiettivo di avere un risultato nelle indagini giustifica, in alcune occasioni, la violazione dello Stato di diritto? Lui mi rispose senza esitazione: "No". Appunto. Aboliamola questa legge, perché ormai è diventata una legge-schifezza.
- Lettere: due proposte per riformare la prescrizione
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