di Guido Vitiello
Il Foglio, 7 marzo 2015
In un racconto di Poe, "La Sfinge", un uomo vede dalla finestra un mostro terrificante, più imponente di una nave da guerra, che discende sul pendio di una collina. Scopre poi che si trattava di una sfinge testa di morto, una farfalla piuttosto inquietante ma pur sempre una farfalla, che si arrampicava su un filo di ragno.
Solo per via di un'illusione ottica gli era apparsa così grande da oscurare la collina. Più mi appassionavo al dibattito sulla responsabilità civile dei magistrati, più mi tornava in mente questo racconto. Vezzi letterari, dirà qualcuno: non era più semplice evocare la montagna che partorisce un topolino? E no, qui bisogna aver cura di scegliere bene i simboli, tanto più che la battaglia sulla responsabilità civile, si può dire, non vive che di quelli.
È così oggi, e in fondo era così anche nel 1987, l'anno del referendum tradito. Tutto sta a capire che uso si fa delle armi simboliche. Ho ripreso in mano l'utilissimo "Storia di un referendum" di Raffaele Genah e Valter Vecellio.
Uscito un mese dopo la vittoria del sì, il libro ricostruiva la campagna referendaria e includeva un'antologia del dibattito dell'epoca. Molte pagine danno un brivido di déjà-vu degno di un racconto di Poe. Il fronte del no agitava già allora le stesse sfingi testa di morto gabellate per mostri: il richiamo ricattatorio ai giudici che rischiano la vita, il sospetto di una vendetta orchestrata dai ladri (i politici) contro le guardie, lo spettro del giudice intimidito dall'imputato ricco, le profezie sul collasso dei tribunali, la denuncia lacrimevole di un clima punitivo.
I difensori del sì erano più cauti sugli effetti di un'eventuale legge, ma altrettanto persuasi del suo valore di simbolo: era l'occasione per aprire una discussione nazionale sul ruolo del magistrato e sui confini dell'azione giudiziaria. Uno scontro simbolico quanto si vuole, ma con gli stendardi ce le si dava di santa ragione.
Andò a finire come sappiamo, ma fu se non altro un grande momento di verità. Oggi le cose sono diverse, e non solo perché non c'è stata l'occasione, in sé così teatrale, di un referendum. Se Berlusconi per vent'anni ha parlato da lupo e agito da agnello, conducendo una battaglia quasi solo simbolica, il ministro Orlando agisce come un agnello un pò più robusto e dentuto ma parla, inspiegabilmente, come un abbacchio.
La timidezza con cui difende la sua stessa legge ha del surreale. Rassicura i magistrati che non devono arrabbiarsi, che la legge non cambierà il loro lavoro, che c'è sempre modo di ritoccarla, che la si potrà correggere (un maligno dirà: sabotare) per via di giurisprudenza, che tanto saranno dei giudici a giudicare altri giudici, e che avranno presto in dote nuovi strumenti d'indagine a segno che la politica si fida di loro.
Se il referendum servì ad aprire un dibattito, Orlando mostra una gran fretta di chiuderlo. Ha in mano poco più di un simbolo, e neppure vuole usarlo. Nel 1987 la questione era discussa come un segmento del problema più vasto della responsabilizzazione del pm: si parlava di meccanismi di carriera, di controlli di professionalità, di riforma del Csm, gli audaci sfioravano perfino il tabù dell'obbligatorietà.
Ora è più comodo scambiare la parte per il tutto, e qualche incauto festeggia dicendo che finalmente i nostri magistrati saranno responsabili come nel resto del mondo civile, omettendo che i magistrati del mondo civile quella concentrazione abnorme di potere e di arbitrio se la sognano. Ecco perché la montagna che partorisce un topolino mi pare un simbolo inadatto. È semmai un topolino che, ingigantito ad arte, impedisce di vedere la montagna, proprio come la farfalla di Poe eclissava la collina.
www.varesenews.it, 7 marzo 2015
Dopo il successo ottenuto con il laboratorio di cioccolateria la casa circondariale di via per Cassano conquista apprezzamenti grazie a quello di panificazione. Il direttore: "Merito di un miglioramento delle condizioni carcerarie". "Un pane così buono non l'ho mai mangiato, sembra fatto nel forno a legna". È questo il tenore dei commenti di chi ha assaggiato il pane prodotto dai detenuti del carcere di Busto Arsizio, un prodotto artigianale che si sta conquistando una fetta di mercato, oltre che allo spaccio interno dove gli agenti di Polizia Penitenziaria ne fanno incetta, anche al di fuori delle mura perimetrali della struttura di via per Cassano. Nella casa circondariale ci hanno preso gusto per il gusto, verrebbe da dire con un gioco di parole, anche perché la fama nella realizzazione di prodotti gastronomici i detenuti bustocchi se l'erano già conquistata con il cioccolato venduto con il nome di "Dolci Libertà".
Questa volta tocca al pane e ai prodotti di gastronomia e pasticceria. Non solo pane ma anche pizze, focacce, hot dog, crostate e crostatine, biscotti e pasticceria artigianale escono ogni giorno dal carcere con le loro fragranze per raggiungere le panetterie che hanno stretto un accordo con la cooperativa sociale Luna (
Il direttore del carcere Orazio Sorrentini è orgoglioso del successo che sta riscontrando la panetteria:"Eravamo partiti con tre e ora sono cinque i detenuti assunti nel laboratorio dove si produce il pane, aumentano anche i detenuti che lavorano a quello del cioccolato, altro nostro fiore all'occhiello". Sorrentini aggiunge anche un nuovo progetto legato ad Expo: "Cinque detenuti, tutti stranieri, parteciperanno ad Expo nell'ambito di un progetto per i lavori socialmente utili grazie ad un accordo tra il Tribunale di sorveglianza di Milano e il Provveditorato".
Proseguono, infine, i lavori per lo spazio all'aperto che si spera di aprire a giugno. Il direttore non nasconde la soddisfazione per un effettivo miglioramento della qualità della vita all'interno del carcere, dopo gli anni bui del sovraffollamento: "Il calo numerico prosegue permettendo la diminuzione del numero dei detenuti di un terzo rispetto alle medie di oltre un anno fa: ora siamo a 304 - spiega e conclude - questo miglioramento ha fatto sì che diminuissero i gesti di autolesionismo e le sanzioni disciplinari nei confronti dei detenuti".
Adnkronos, 7 marzo 2015
"Abbiamo trovato una struttura piccola e molto particolare, con condizioni di detenzione relativamente buone e un discreto rapporto tra detenuti e personale carcerario. Alcuni aspetti sono da migliorare, a cominciare dalle dotazioni igienico-sanitarie, ma in generale non abbiamo riscontrato problemi gravi come in altre carceri toscane.
Tuttavia, è inaccettabile che gran parte del penitenziario sia ad oggi inutilizzabile perché i lavori di ristrutturazione non sono stati portati a termine dalle imprese e da molto tempo l'amministrazione non riesca a sbloccare una situazione paradossale che si traduce in uno spreco inaccettabile di denaro pubblico".
Così le parlamentari toscane di Sinistra Ecologia e Libertà, la senatrice Alessia Petraglia e la deputata Marisa Nicchi, dopo la visita alla casa circondariale di Arezzo, conclusasi oggi in tarda mattinata. "Poter contare su un numero aggiuntivo di celle permetterebbe di dare fiato al nostro sistema carcerario, in grande difficoltà, e di rispondere al problema del sovraffollamento - proseguono Petraglia e Nicchi. Lo scaricabarile tra amministrazioni sta portando al deterioramento di un bene pubblico. Chiederemo al Governo di intervenire con risorse e azioni concrete per far ripartire i lavori e per migliorare la sezione occupata fino ad oggi dai detenuti. Poter contare su un sistema carcerario umano, in grado di rieducare chi ha sbagliato preparandolo alla vita fuori è una priorità assoluta per il nostro Paese".
Ansa, 7 marzo 2015
Nel carcere di Parma è arrivato il gruppo di continuità che garantirà il funzionamento del sistema di video sorveglianza e videoregistrazione. A darne notizia è il deputato Pd Davide Mattiello, componente delle Commissioni Giustizia e Antimafia, il quale spiega che il gruppo di continuità è stato montato e sarà testato nelle prossime settimane.
"Uno strumento atteso - spiega Mattiello - che garantisce prima di tutto il lavoro degli operatori della polizia penitenziaria e del Gom, il gruppo operativo mobile. Sono grato al capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Santi Consolo e ai funzionari del suo dipartimento per la sollecitudine dimostrata. C'è ancora molto lavoro fa fare per verificare complessivamente la tenuta del 41 bis nelle carceri italiane: è diffusa la preoccupazione relativa alla possibilità di fatto che detenuti pericolosi al 41 bis, riescano comunque a controllare i propri traffici. Su questo continuerà senz'altro l'impegno della Commissione Antimafia", conclude Mattiello.
La questione del rischio back out al supercarcere di Parma, dove sono reclusi detenuti del calibro di Massimo Carminati, presunto capo di "Mafia Roma" e boss del calibro di Raffaele Cutolo e Totò Riina, era stato sollevato dallo stesso Mattiello che il 30 dicembre scorso era andato in visita al penitenziario di Parma dove aveva incontrato Carminati. Nei giorni scorsi, il neo capo del Dap, Santi Consolo, in audizione davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, aveva affermato che la disfunzione del sistema di video sorveglianza e di video registrazione è nota dal gennaio del 2013, che da allora ci sono stati 33 blackout immediatamente ripristinati nel 2013, 47 nel 2014, 10 nel 2015; che ci sono stati 27 blackout lunghi nel 2013, 44 nel 2014, 8 nel 2015. In quella occasione garantì alla Commissione presieduta da Rosy Bindi che l'intervento riparatore sarebbe finalmente stato eseguito nel giro di una decina di giorni. Oggi la notizia che il gruppo di continuità è stato finalmente montato.
di Loredana Di Cesare
Il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2015
Serviranno 180 giorni per rifare la sala e rimuovere gli anacronistici e illegali "separatori". Nel frattempo un avviso informa che non si potranno più visitare i detenuti nel giorno di massima affluenza dei parenti. Protesta l'associazione Antigone. Il direttore Mariani: "Disponibili a rivedere la decisione".
Da circa una settimana nella bacheca del carcere di Rebibbia c'è un avviso rivolto ai detenuti: "I colloqui del sabato saranno sospesi per sei mesi". Il sabato - a differenza delle altre occasioni di colloquio infrasettimanali - è l'unico giorno in cui i parenti, figli inclusi, possono incontrare i detenuti senza dover rinunciare a scuola o lavoro. "Le visite del sabato sono sacrosante - dice Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale - perché è impensabile che i coniugi, per incontrarsi, siano costretti a prendere un giorno di ferie e che i bambini saltino un giorno di scuola. Speriamo che prevalga il buon senso e che vengano garantiti i colloqui nei giorni extra lavorativi. A rimetterci non devono essere i più deboli".
Il punto è che il penitenziario di Rebibbia ha urgenza di ristrutturare alcune aree dell'Istituto, in particolare proprio le sale colloquio, rimuovendo i banconi separatori, vietata per legge e che ancora persistono, nonostante le numerose condanne della Corte europea di Strasburgo che ne vieta l'uso, fatta eccezione per i regimi carcerari duri, come il 41 bis. L'eliminazione di questa barriera anacronistica rappresenta certamente un vantaggio poiché favorirà, nel futuro, un contatto diretto tra il detenuto e i propri familiari. Nell'immediato, però, comporta ostacoli alle visite: i detenuti e gli internati possono usufruire di sei colloqui al mese, della durata di un'ora ciascuno.
Gli incontri con familiari, conviventi e terze persone sono richiesti attraverso prenotazioni dal detenuto stesso e autorizzati dal direttore del penitenziario. E il sabato è il giorno della settimana in cui si raggiunge il picco massimo di prenotazioni. Sebbene si tratti di un'interruzione temporanea (180 giorni), è stata sufficiente per destare la preoccupazione dei reclusi, i quali si vedono limitare la possibilità di mantenere un rapporto costante con i loro affetti più stretti. Poi, ci sono coniugi e figli dei detenuti, spesso minori, che incontreranno altre difficoltà, come per esempio, conciliare le visita nei giorni feriali con gli impegni lavorativi e scolastici. E infatti la Commissione ministeriale per le questioni penitenziarie, presieduta da Mauro Palma, per quanto riguarda i rapporti delle persone sottoposte a misure restrittive con il proprio mondo affettivo e relazionale, ha previsto già dal 2013 che i colloqui debbano essere organizzati su sei giorni alla settimana, prevedendo almeno due pomeriggi per i minori che vanno a scuola.
E proprio al fine di favorire questa pratica, si sottolinea nel documento, devono essere inclusi anche i giorni festivi. Il fattoquotidiano.it ha interpellato il direttore del carcere di Rebibbia, Mauro Mariani, chiedendogli se fosse una misura necessaria, se non ci fosse un'altra possibilità, senza sospendere questa occasione. "Abbiamo pensato al sabato per accelerare i lavori di ristrutturazione delle sale adibite ai colloqui. Si tratta di un sacrificio chiesto per un periodo limitato". Ma, seppure la decisione sia stata già presa, Mariani al fattoquotidinao.it dichiara anche d'essere pronto a ragionare verso soluzioni alternative: "Se dovessero giungere delle segnalazioni significative da parte dei reclusi, contrari alla scelta dell'Istituto, siamo disposti a rivalutare la decisione".
di Chiara Nardinocchi
La Repubblica, 7 marzo 2015
Un provvedimento annunciato dal ministro Orlando che prevede il pagamento a mercede per i reclusi nelle carceri del milanese occupati nell'accoglienza dei visitatori o come facchini per tutta la durata dell'esposizione. Saranno cento i detenuti che prenderanno parte all'Expo 2015 di Milano, un evento che richiamerà nei sei mesi della sua durata milioni di visitatori. Grazie a un accordo stipulato dal Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria (Prap) di Milano e la società Expo spa, i cento saranno impiegati nell'accoglienza dei visitatori, nei punti informativi o come facchini. Un lavoro che sarà remunerato in base alla legge 354 del 1975 che prevede per i condannati il pagamento a mercede, ovvero inferiore di un terzo rispetto agli standard previsti nei contratti collettivi nazionali. Dei cento 35 provengono dalla casa di reclusione di Opera, 35 da Milano Bollate, 10 dalla Casa Circondariale di Monza, 20 dagli uffici di esecuzione penale esterna di Milano tra persone sottoposte all'affidamento in prova ai servizi sociali.
Prigioni ed Expo. La collaborazione tra il ministero di Giustizia e l'esposizione ha dato vita al programma Le carceri milanesi per Expo che si sviluppa su tre punti. L'assunzione dei cento detenuti è infatti solo il primo passo di un progetto che vuole avvicinare l'opinione pubblica a temi come l'inclusione sociale. La seconda iniziativa, un convegno organizzato dal Prap sull'importanza del lavoro nelle carceri come veicolo di reinserimento per chi torna in libertà avrà luogo all'interno dei padiglioni dell'Expo e vedrà tra i partecipanti anche il ministro della giustizia Andrea Olando.
Alimenti "fatti in carcere". Il progetto iniziale prevedeva l'utilizzo di padiglioni all'interno dell'esposizione dove esibire alcuni prodotti coltivati nelle case circondariali del milanese. Ma per mancanza di fondi da parte del ministero di Giustizia, gli stand saranno allestiti nella casa di reclusione di Milano Bollate, non molto distante dall'area espositiva di Rho dove saranno organizzate visite e saranno presentate e vendute le opere dei detenuti. Inoltre la casa circondariale di Milano "San Vittore" grazie al bando dedicato alle "produzioni carcerarie" del padiglione italiano ospiterà la Libera scuola di cucina.
Comunicato Sappe, 7 marzo 2015
Nel penitenziario S. Agostino di Savona è stata effettuata un'operazione di prevenzione all'introduzione di sostanze stupefacenti con l'impiego di unità cinofile della Polizia Penitenziaria, nel mentre Katr Mohamed algerino di 43 anni albenganese di residenza, detenuto per reati di rapina ed altri collegati alle sostanze stupefacenti, si gode la sua latitanza, il reparto della Polizia Penitenziaria che nelle prime ore dall'evasione avvenuta dall'ospedale di Albenga dove era stato ricoverato in quanto sospetto da malattia contagiosa quale la Tbc, durante una perlustrazione in un caseggiato abbandonato nel comune di Loano, presumibilmente frequentato da stranieri e dove poteva aver trovato rifugio l'evaso, la Polizia penitenziaria rinviene un bilancino di precisione, alcuni telefoni cellulari, soldi per circa 150 € e alcune dosi di sostanze stupefacente. Gli uomini della Penitenziaria hanno sequestrato il tutto e messo a disposizione dell'autorità giudiziaria.
Il Sappe, nel vivacizzarsi con i colleghi che, anche in maniera volontaria si sono attivati sul territorio dando ampia manifestazione di professionalità. La segreteria regionale del Sappe, ritorna nuovamente sull'argomento della sanità penitenziaria ricordando che più volte il Sappe ha denunciato che il tallone d'Achille per le evasioni è proprio il ricovero ospedaliero o le visite specialistiche che, almeno in Liguria, avvengono senza sicurezza, con i detenuti lasciati anche per ore in luoghi comuni insieme ad altri pazienti, così avviene a Genova e Sanremo. Condizione che praticamente azzera l'aspetto sicurezza e benché il Sappe abbia più volte chiesto all'assessore regionale alla sanità Claudio Montaldo di rivedere tale condizione valutando la necessità di individuare per la scorta dei detenuti che si recano nei luoghi di cura, un percorso o luogo che possa garantire un minimo di sicurezza, ad oggi si sono ottenute solo promesse, ma con le promesse i detenuti evadono.
Ansa, 7 marzo 2015
Margherita Oggero per tre volte sarà nel carcere di Torino, il Lorusso e Cotugno, nell'ambito della 13/a edizione di "Adotta uno scrittore", l'iniziativa del Salone Internazionale del Libro. Oggero incontrerà le studentesse del Centro d'Istruzione per Adulti attivato presso la sezione femminile. Il primo appuntamento, l'11 marzo, sarà dedicato ai romanzi proposti dall'autrice, libri che hanno avuto un significato particolare nella sua vita di lettrice. Il secondo, il 25 marzo, sarà incentrato sul romanzo di Margherita Oggero "Risveglio a Parigi"; il terzo, il 15 aprile, saranno le studentesse a proporre i titoli su cui riflettere nel corso dell'incontro.
"Adotta uno scrittore", rivolto sin dai suoi esordi alle scuole superiori, quest'anno coinvolge 25 autori. Si tratta però di un'iniziativa che riserva da sempre spazio e attenzione alle realtà formative nate in contesti di disagio o difficoltà. Sono i progetti speciali: quello presso la Casa di reclusione Rodolfo Morandi di Saluzzo, quello per i ragazzi ricoverati all'Ospedale Regina Margherita di Torino e, da quest'anno, quello dedicato alla sezione femminile del Lorusso e Cotugno. In dodici anni, Adotta uno scrittore ha permesso a più di 7.000 ragazzi di oltre 240 classi piemontesi, di adottare 217 scrittori e a 97.000 studenti di entrare gratuitamente al Salone Internazionale del Libro. L' iniziativa è realizzata grazie al sostegno dell'Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte che riunisce le Fondazioni Cassa di Risparmio di Alessandria, Asti, Biella, Bra, Cuneo, Fossano, Saluzzo, Savigliano, Torino, Tortona, Vercelli e la Compagnia di San Paolo.
www.radiowebitalia.it, 7 marzo 2015
"Un Attimo" è il nuovo singolo dei Boomdabash, disponibile da oggi giovedì 5 marzo in free-download. La reggae band salentina si prepara con questo singolo a dare il via ai lavori per il prossimo album, un nuovo capitolo per una delle realtà più interessanti ed innovative del panorama italiano, caratterizzata dal suo inconfondibile sound che intreccia dialetto salentino e inglese giamaicano.
Il video di "Un Attimo? è stato prodotto da Soulmatical per la regia di Mauro Russo di Calibro Nove ed è stato interamente girato all'interno della Casa Circondariale Borgo S. Nicola di Lecce con la partecipazione degli attori/detenuti della compagnia teatrale "Io ci Provo", operante all'interno della struttura. Ogni secondo di riprese è un frammento di vita vera e reale nel penitenziario salentino ed il risultato è stato un'esplosione di sorrisi, volti, speranze e sogni.
"Incontrare i detenuti e girare il video all'interzo del penitenziario di Lecce è stata una delle esperienze più belle e toccanti di tutti i nostri dodici anni di carriera.
L'entusiasmo con cui gli ospiti della struttura hanno accolto l'iniziativa è stato grandioso e prova che purtroppo in questi luoghi ci sono persone, uomini come noi, che amano, si emozionano e sanno sorridere alla vita. Il carcere è uno di quei luoghi contro cui il pensiero comune, troppo spesso mosso da pregiudizi e preconcetti, si scaglia con rabbia, quasi fosse il contenitore di tutti i mali del mondo. "Un Attimo" vuole distruggere questi pregiudizi, è un inno al perdono e alla ragione. Gli errori sono ostacoli che fanno parte del percorso di vita di ogni uomo, avere la possibilità' di potervi porre rimedio un diritto di tutti".
di Valter Vecellio
Il Garantista, 7 marzo 2015
La Direzione Nazionale Antimafia ha invitato il Parlamento a depenalizzare la marijuana. Ma contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dai giornalisti, quella che è mia vera notizia la si è potuta leggere ieri solo su questo giornale, e su un paio di siti on line. L'unica cosa che non si può fare in questi casi è proprio quella che si fa: ignorare la notizia, censurarla, evitare di discuterla, magari per dire: che scempiaggini dicono Franco Roberti e i magistrati della Dna.
"Spetterà al legislatore valutare se, in un contesto di più ampio respiro (ipotizziamo almeno europeo, in quanto parliamo di un mercato ormai unitario anche nel settore degli stupefacenti), sia opportuna una depenalizzazione della materia...".
La "materia" di cui si auspica la depenalizzazione sono le sostanze stupefacenti; l'invito che il legislatore valuti "se" e "come", viene dalla Direzione Nazionale Antimafia. Si ammetterà che se un simile auspicio, un simile invito, viene dalla Dna, l'unica cosa che non si può fare è proprio quella che si fa: ignorare la notizia, censurarla, evitare di discuterla, magari per dire: che scempiaggini dicono Franco Roberti, i magistrati della Dna; che corbellerie scrivono nella relazione che consegnano al Parlamento.
In questo documento, consegnato al legislatore non solo si scolpisce quello che si è appena citato. Si parla anche di "oggettiva inadeguatezza di ogni sforzo repressivo", contro lo spaccio e l'uso di droghe leggere. Se ne dovrebbe fare una traduzione e trarne conclusioni: da una parte una profonda revisione delle modalità e delle misure concrete più idonee a garantire, anche in questo ambito, il diritto alla salute del cittadino; ma anche la loro sicurezza e incolumità; e soprattutto "pesare", le ricadute che la depenalizzazione indiscutibilmente comporta in termini di "alleggerimento" del carico giudiziario: libererebbe energie umane (magistrati, poliziotti), e risorse da utilizzare più utilmente per il contrasto delle mafie nazionali e internazionali che, se ci si pensa bene, hanno tutto l'interesse a che il proibizionismo resti in vigore.
Ora direttamente ai direttori dei giornali e dei mezzi di comunicazione, ai giornalisti, ai commentatori di ogni colore politico e tendenza: le affermazioni della Dna sono o no una "notizia"? Se la risposta è no, per favore spieghino perché non lo è. Se al contrario è una notizia, per favore spieghino perché non l'hanno riferita, non l'hanno commentata. Hanno lasciato lo scoop a questo al "Garantista", alla segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini che questo giornale ha ospitato; e a un paio di giornali on line: "Linkiesta" e "ibtimes.com".
Dal momento che quella relazione si è parlato e scritto, i casi possono essere: a) hanno parlato, scritto e commentato quella relazione senza leggerla, fidandosi dei bignamini forniti dalle agenzie di stampa, facendo riassunti di riassunti; ma non sono andati direttamente alla fonte; questo può dare la misura delle pigrizie, delle superficialità, che spesso sono la cifra della categoria cui chi scrive appartiene sempre meno orgogliosamente; b) la notizia la si voleva dare, commentare, discutere, ma una superiore volontà, una sorta di "Big brother" lo impedisce.
C'è poi una terza possibilità: queste sono notizie sgradite, sgradevoli: ragionare sul fallimento della politica proibizionista implica una serie di conseguenze che si vogliono accuratamente evitare; ma ormai non c'è quasi più bisogno di impartire la "direttiva", modello agenzia Stefani. Ormai il riflesso può dirsi pavloviano, e vale per questo come per mille altre questioni.
Per fare un esempio paradigmatico: qualcuno sa dire perché tutte le esternazioni, i messaggi, le comunicazioni dell'ormai presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano sono state tutte ampiamente pubblicizzate, dibattute, condivise o respinte; per una sola presa di posizione non c'è stato nulla: quella relativa allo stato della Giustizia in Italia, il solenne messaggio costituzionale inviato al Parlamento: non è solo la denuncia degli orrori e degli abomini che vengono consumati "in nome del popolo italiano"; contiene precise, inderogabili, obbligate soluzioni, se si vuole come si deve, ottemperare alle prescrizioni delle giurisdizioni nazionali ed internazionali.
Un altro esempio: riguarda il presidente della Repubblica in carica Sergio Mattarella; e ci si riferisce a quello che appare quasi un inciso nell'intervento alla Scuola Superiore della Magistratura a Scandicci del 24 febbraio scorso: "L'ordinamento della Repubblica esige che il magistrato sappia coniugare equità e imparzialità, fornendo una risposta di giustizia tempestiva per essere efficace, assicurando effettività e qualità della giurisdizione...".
Acqua fresca in un paese normale. Ma l'Italia non è un paese normale; e infatti il presidente della Repubblica, con la souplesse che è la sua cifra, sente la necessità di sottolineare la "straordinarietà" di quest' "acqua fresca"; la cosa dovrebbe pur far riflettere: Mattarella dice è che la giustizia, per essere tale, deve essere ragionevolmente rapida; un qualcosa che è in continuità con l'"irragionevole durata dei processi" denunciata dal suo predecessore. Nessuno vuole tirare per la giacchetta il presidente; ma è pur significativo quello che ha detto. Non meno indicativo che sia stata lasciata cadere.
Per tornare alla questione sollevata dalla Dna, qualche altra non inutile "divagazione": concentrare gli sforzi sui pesci grossi, e non occuparci di quelli piccoli, buoni per rimpolpare le statistiche sulle operazioni condotte brillantemente e con successo, circa diecimila persone uscirebbero dal carcere; oltre che giusto (si tratta quasi sempre di persone bisognose di cure, ed è notorio che nel carcere non ci si cura), si decongestionerebbe la situazione delle nostre prigioni; il criminologo Federico Varese calcola un risparmio di 1.124.640 euro al giorno, che potrebbero essere utilizzati più utilmente. Ovviamente se ne dovrebbe e potrebbe discutere. Non lo si fa.
Questa miscela di censura, superficialità, letterale ignoranza non è la prima volta che produce i suoi micidiali risultati. È il 1998 quando l'allora Procuratore Generale della Corte di Cassazione Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, nella solenne cornice dell'apertura dell'Anno Giudiziario, rileva che una politica esclusivamente repressiva, come quella attuata fino ad oggi in Italia, non basta a stroncare il fenomeno, che "occorre dunque trovare nuove strade, nuove soluzioni al problema...è necessario considerare con grande attenzione le nuove impostazioni criminologiche e terapeutiche condotte in alcuni paesi, mediante iniziative non di liberalizzazione, ma di somministrazione controllata delle droghe, sulla base di prescrizioni mediche, inserite in programmi di assistenza e di reinserimento dei tossicomani". Anche allora nessuno si accorge di quel "passaggio" della relazione; solo l'occhiuto Marco Pannella coglie l'importanza dell'affermazione, e la "rivela". Ma anche allora, dopo le rituali polemiche dei soliti Gasparri e Giovanardi, nessun vero dibattito, nessun vero confronto.
Del resto... trent'anni fa in un libro che non stranamente non suscita particolare clamore, si può leggere che "... Se le droghe fossero legalmente disponibili, ogni possibile profitto da questa inumana attività, sparirebbe in larga misura, perché il tossicomane potrebbe comperare da una fonte meno cara...il singolo tossicomane avrebbe netti vantaggi dalla legalizzazione della droga. Oggi le droghe sono sia estremamente care sia di qualità molto incerta. I tossicomani sono spinti a collegarsi con i criminali per ottenere la droga e diventano criminali essi stessi per finanziare l'abitudine. Corrono costantemente rischi di morte e di malattia.
Si stima che da un terzo a metà di tutti i reati di natura violenta o contro la proprietà negli Stati Uniti siano commessi o da tossicomani dediti ad attività criminali per finanziare la loro abitudine, o da scontri tra gruppi rivali di spacciatori o nel corso dell'importazione e della distribuzione di droghe illegali. Con la legalizzazione delle droghe, la criminalità di strada crollerebbe immediatamente.
Di più, tossicomani e spacciatori non sono il soli ad essere corrotti. Quando sono in gioco somme immense, è inevitabile che qualche poliziotto relativamente sottopagato o qualche altro funzionario pubblico - anche tra quelli ben pagati - soccomba alla tentazione del facile arricchimento...per quanto le droghe siano dannose per quanti le usano, è nostra ponderata opinione che cercare di proibirne l'uso fa ancora più male sia a chi le usa sia a noi. La legalizzazione delle droghe ridurrebbe simultaneamente il numero dei delitti e migliorerebbe il rispetto della legge. È difficile immaginare qualunque altro singolo provvedimento che possa dare un maggiore contributo alla promozione della legge e dell'ordine...
Questo libro non è stato scritto da Pannella, come pure potrebbe sembrare. Questo libro si chiama "Contro lo Status Quo", ed è stato scritto da un premio Nobel dell'economia americano e da sua moglie, dichiaratamente conservatori, sia pure venati da libertarismo, come solo negli Stati Uniti può accadere, dei Clint Eastwood dell'università, per capirci. Si chiamavano Milton e Rose Friedman. Pensarci sopra non sarebbe male; su quello che dicevano, valido anche oggi; e sul perché non lo si è fatto e non lo si continua a fare. Vedi un po' a che approdi ci può portare la relazione della Dna al Parlamento.
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