di Rocco Buttiglione
Il Garantista, 8 marzo 2015
Ferve alla Camera ed anche sui giornali la discussione sulla prescrizione. C'è il rischio che si contrappongano fra di loro in modo assoluto valori ed interessi legittimi fra i quali è necessario raggiungere invece una ragionevole mediazione. Tutti noi vogliamo che i colpevoli (ed in modo particolare i colpevoli di corruzione) siano puniti e vadano in galera.
Perché questo possa avvenire ci deve essere il tempo ragionevolmente necessario per fare i processi. Nel caso dei reati di corruzione, si dice, il reato spesso viene scoperto in ritardo perché la vittima non denuncia. Per questo la prescrizione deve essere lunga. Se il reato, per esempio, viene scoperto quindici anni dopo essere stato commesso ed un processo non dura meno di cinque o sei anni per poter fare il processo occorre che la prescrizione non scatti prima che siano trascorsi almeno 21 anni dalla commissione del reato.
La prescrizione breve non permetterebbe di perseguire il reato. Incoraggiati dalla prossimità del termine di prescrizione i corrotti utilizzeranno tutti gli artifici dilatori possibili per prolungare il processo fino alla prescrizione. Hanno dunque ragione i cosiddetti giustizialisti, quelli che, se potessero, farebbero una legge che dice: "prescrizione mai"? Forse no. Il mondo infatti è fatto di colpevoli ma anche di innocenti accusati ingiustamente.
Ci sono i reati che vengono scoperti in ritardo ma ci sono anche i reati che vengono scoperti precocemente. Immaginate un innocente accusato ingiustamente il cui procedimento giudiziario inizia immediatamente dopo la presunta commissione del reato. Se la prescrizione cade a 20 anni dalla commissione del reato noi a questo innocente rubiamo la vita. Il processo prolungato, infatti, diventa esso stesso una pena. Esso mette in discussione la affidabilità e quindi la vita stessa di una impresa che può vedersi negato l'accesso al credito, la piena disponibilità delle proprie risorse, la possibilità di partecipare agli appalti. Esso mette in discussione la onorabilità di una persona e la possibilità di perseguire il proprio percorso professionale, mette in discussione la stabilità della famiglia... Non è bello sentirsi additare pubblicamente come i figli o il coniuge di un corrotto... Può tutto questo durare venti anni? Quale risarcimento materiale e morale può bilanciare una vita distrutta?
Forse dovremmo distinguere fra loro due problemi che oggi in Italia sono invece indissolubilmente connessi. Un problema è quello della prescrizione ed un problema diverso è quello della durata del processo. Il calvario dell'imputato innocente inizia non nel momento in cui teoricamente è stato commesso il reato ma nel momento in cui riceve un avviso di garanzia. E se dicessimo che i termini di prescrizione sono non uno solo ma due?
C'è un tempo di prescrizione del reato e c'è un tempo di prescrizione del processo. Il primo può anche essere lungo, il secondo deve essere breve. Dal momento in cui inizia l'indagine, dal momento in cui viene emesso l'avviso di garanzia e viene messa in dubbio la onorabilità del cittadino, lo stato deve avere un tempo limitato per provare la verità del suo sospetto. Se non vi riesce, il processo si esaurisce.
Diciamo, per esempio (i tempi indicati hanno solo un valore esemplificativo) che lo stato ha cinque anni per provare la colpevolezza dell'accusato. Il fatto presunto può essere avvenuto quindici anni o solo un giorno prima dell'avvio dell'indagine ma il processo non può durare più di un tempo limitato. In altre parole bisogna impedire che il prolungamento dei tempi di prescrizione si traduca in un aumento dei tempi del processo. Il processo breve è un diritto del cittadino, garantito costituzionalmente. Se la legge garantisse i tempi brevi del processo ci sarebbero certo meno remore nell'accettare i tempi lunghi della prescrizione.
C'è infine, in altri stati europei, ancora un altro termine di prescrizione. Esso riguarda la esecuzione della pena. Se lo stato non riesce ad eseguire la pena per un tempo molto lungo deve venire il momento in cui lo stato rinuncia a far valere la sua pretesa. La esecuzione della pena ha la funzione di difendere la società contro una possibile ripetizione del comportamento illegale. Se sono passati molti anni senza che il comportamento criminoso si sia ripetuto è ragionevole pensare che sia venuta meno la pericolosità del reo. La funzione di prevenzione e difesa sociale viene meno. La esecuzione della pena ha anche la funzione di emendare il reo. È vero che tutto quello che facciamo rimane in noi e ci rende uomini migliori o uomini peggiori. E però anche vero che proprio per questo noi cambiamo nel tempo e, dopo molti anni dalla commissione del reato, il reo forse è già stato emendato dalla vita. Rimane la funzione meramente retributiva della pena ma essa, separata dalle altre, perde molta parte della sua ragion d'essere.
Dobbiamo ragionare di prescrizione senza chiudere gli occhi ciascuno alle ragioni degli altri: a quelle dei cittadini onesti che hanno diritto di vedere puniti i delinquenti ed a quelle degli accusati innocenti che hanno il diritto di non passare la vita sotto processo. Dobbiamo tenere conto equamente delle ragioni degli uni e di quelle degli altri. Ci riusciremo meglio, forse, se distingueremo i tempi di prescrizione del reato da quelli di durata massima del processo.
Infine un ultimo dubbio: c'è oggi in Italia una emergenza prescrizione che ci obbliga a legiferare in fretta e con rigore anche eccessivo per evitare che tantissimi delinquenti sfuggano alla pena per il decorrere dei tempi di prescrizione? Forse no se è vero che i reati che si prescrivono sono solo il 4% del totale.
di Rocco Buttiglione
Il Garantista, 8 marzo 2015
Ferve alla Camera ed anche sui giornali la discussione sulla prescrizione. C'è il rischio che si contrappongano fra di loro in modo assoluto valori ed interessi legittimi fra i quali è necessario raggiungere invece una ragionevole mediazione. Tutti noi vogliamo che i colpevoli (ed in modo particolare i colpevoli di corruzione) siano puniti e vadano in galera.
Perché questo possa avvenire ci deve essere il tempo ragionevolmente necessario per fare i processi. Nel caso dei reati di corruzione, si dice, il reato spesso viene scoperto in ritardo perché la vittima non denuncia. Per questo la prescrizione deve essere lunga. Se il reato, per esempio, viene scoperto quindici anni dopo essere stato commesso ed un processo non dura meno di cinque o sei anni per poter fare il processo occorre che la prescrizione non scatti prima che siano trascorsi almeno 21 anni dalla commissione del reato.
La prescrizione breve non permetterebbe di perseguire il reato. Incoraggiati dalla prossimità del termine di prescrizione i corrotti utilizzeranno tutti gli artifici dilatori possibili per prolungare il processo fino alla prescrizione. Hanno dunque ragione i cosiddetti giustizialisti, quelli che, se potessero, farebbero una legge che dice: "prescrizione mai"? Forse no. Il mondo infatti è fatto di colpevoli ma anche di innocenti accusati ingiustamente.
Ci sono i reati che vengono scoperti in ritardo ma ci sono anche i reati che vengono scoperti precocemente. Immaginate un innocente accusato ingiustamente il cui procedimento giudiziario inizia immediatamente dopo la presunta commissione del reato. Se la prescrizione cade a 20 anni dalla commissione del reato noi a questo innocente rubiamo la vita. Il processo prolungato, infatti, diventa esso stesso una pena. Esso mette in discussione la affidabilità e quindi la vita stessa di una impresa che può vedersi negato l'accesso al credito, la piena disponibilità delle proprie risorse, la possibilità di partecipare agli appalti. Esso mette in discussione la onorabilità di una persona e la possibilità di perseguire il proprio percorso professionale, mette in discussione la stabilità della famiglia... Non è bello sentirsi additare pubblicamente come i figli o il coniuge di un corrotto... Può tutto questo durare venti anni? Quale risarcimento materiale e morale può bilanciare una vita distrutta?
Forse dovremmo distinguere fra loro due problemi che oggi in Italia sono invece indissolubilmente connessi. Un problema è quello della prescrizione ed un problema diverso è quello della durata del processo. Il calvario dell'imputato innocente inizia non nel momento in cui teoricamente è stato commesso il reato ma nel momento in cui riceve un avviso di garanzia. E se dicessimo che i termini di prescrizione sono non uno solo ma due?
C'è un tempo di prescrizione del reato e c'è un tempo di prescrizione del processo. Il primo può anche essere lungo, il secondo deve essere breve. Dal momento in cui inizia l'indagine, dal momento in cui viene emesso l'avviso di garanzia e viene messa in dubbio la onorabilità del cittadino, lo stato deve avere un tempo limitato per provare la verità del suo sospetto. Se non vi riesce, il processo si esaurisce.
Diciamo, per esempio (i tempi indicati hanno solo un valore esemplificativo) che lo stato ha cinque anni per provare la colpevolezza dell'accusato. Il fatto presunto può essere avvenuto quindici anni o solo un giorno prima dell'avvio dell'indagine ma il processo non può durare più di un tempo limitato. In altre parole bisogna impedire che il prolungamento dei tempi di prescrizione si traduca in un aumento dei tempi del processo. Il processo breve è un diritto del cittadino, garantito costituzionalmente. Se la legge garantisse i tempi brevi del processo ci sarebbero certo meno remore nell'accettare i tempi lunghi della prescrizione.
C'è infine, in altri stati europei, ancora un altro termine di prescrizione. Esso riguarda la esecuzione della pena. Se lo stato non riesce ad eseguire la pena per un tempo molto lungo deve venire il momento in cui lo stato rinuncia a far valere la sua pretesa. La esecuzione della pena ha la funzione di difendere la società contro una possibile ripetizione del comportamento illegale. Se sono passati molti anni senza che il comportamento criminoso si sia ripetuto è ragionevole pensare che sia venuta meno la pericolosità del reo. La funzione di prevenzione e difesa sociale viene meno. La esecuzione della pena ha anche la funzione di emendare il reo. È vero che tutto quello che facciamo rimane in noi e ci rende uomini migliori o uomini peggiori. E però anche vero che proprio per questo noi cambiamo nel tempo e, dopo molti anni dalla commissione del reato, il reo forse è già stato emendato dalla vita. Rimane la funzione meramente retributiva della pena ma essa, separata dalle altre, perde molta parte della sua ragion d'essere.
Dobbiamo ragionare di prescrizione senza chiudere gli occhi ciascuno alle ragioni degli altri: a quelle dei cittadini onesti che hanno diritto di vedere puniti i delinquenti ed a quelle degli accusati innocenti che hanno il diritto di non passare la vita sotto processo. Dobbiamo tenere conto equamente delle ragioni degli uni e di quelle degli altri. Ci riusciremo meglio, forse, se distingueremo i tempi di prescrizione del reato da quelli di durata massima del processo.
Infine un ultimo dubbio: c'è oggi in Italia una emergenza prescrizione che ci obbliga a legiferare in fretta e con rigore anche eccessivo per evitare che tantissimi delinquenti sfuggano alla pena per il decorrere dei tempi di prescrizione? Forse no se è vero che i reati che si prescrivono sono solo il 4% del totale.
Askanews, 8 marzo 2015
La nuova rilevazione del dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria conferma la tendenza: in questo inizio di 2015 torna a crescere, in maniera lenta ma costante, il numero dei detenuti nelle carceri del Lazio. Lo rende noto il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Il 5 marzo i reclusi presenti nei 14 istituti della Regione erano 5.728, 26 in più rispetto a dieci giorni fa 130 in più rispetto al 31 dicembre 2014. Anche se, rispetto ad un anno fa, le presenze fanno registrare un - 1.150 (al 4 febbraio 2014 6.856 presenze).
"Avevamo già segnalato questa inversione di tendenza dopo mesi ininterrotti di dati in calo - ha detto Marroni - Il fatto che i numeri crescano in maniera lenta ma costante può voler dire che le norme "svuota carceri" varate in questi anni dai diversi governi stanno perdendo la propria spinta propulsiva, ma anche che, probabilmente, si è arrivati ad un limite fisiologico di presenze ad di sotto del quale non si può scendere con questo tipo di legislazione".
Dall'Ufficio del Garante fanno notare che i numeri sono lontani dalle medie di oltre settemila presenze registrate fino a due anni fa ma il sovraffollamento fa sempre segnare un + 600 presenze rispetto alla capienza regolamentare degli istituti regionali, fissata dal Dipartimento a quota 5.114. A livello nazionale, il Lazio si conferma al quarto posto nella graduatoria delle Regioni italiane con il maggior numero di detenuti dietro Lombardia con 7.889 presenze, Campania con 7.327 e Sicilia con 5.895).
Sempre nel Lazio, si conferma in aumento la percentuale dei detenuti in attesa di giudizio definitivo: nel Lazio attualmente sono 2.218, il 38,72% del totale, contro il 37,39% di un mese e mezzo fa. Nel dettaglio, 1036 sono i reclusi in attesa di giudizio di I grado, e 1.182 i condannati non definitivi. I condannati definitivi sono invece 3.506, il 61,21%, conclude il Garante.
www.primonumero.it, 8 marzo 2015
Si è ferito con una lametta da barba venerdì sera nella cella di sicurezza del penitenziario di Larino, ma l'agente di guardia se n'è accorto e ha chiamato i soccorsi. Medicato e suturato in ospedale, ora il 32enne arrestato per rapina e violenza non è in pericolo ma le sue condizioni sono serie. Il giovane era scomparso da Crotone ed era arrivato in treno a Campomarino dove con un bastone di legno aveva cercato di rapinare due famiglie per procurarsi un'auto durante una serata rocambolesca, terminata con l'arresto dei carabinieri. In carcere aveva cercato di evadere rinchiudendo gli agenti in cella e prendendo le chiavi.
Ha cercato di evadere la notte tra lunedì e martedì scorsi, quando subito dopo l'arresto - avvenuto a Campomarino - ha rinchiuso due agenti di polizia penitenziaria in cella impossessandosi delle chiavi e provando a fuggire. È stato fermato prima, ed è rimasto fino a venerdì sera in una cella di sicurezza del cercare di Monte Arcano a Larino. Poi, ieri, ha tentato di togliersi la vita.
Il giovane di nazionalità romena che era scomparso da Isola di capo Rizzuto in Calabria e a Campomarino lido aveva tentato per ben due volte di procurarsi un'auto minacciando le famiglie proprietarie con un grosso bastone, si è tagliato la gola usando una lametta da barba.
È accaduto nel tardo pomeriggio di ieri, 6 marzo. I.O., queste le sue iniziali, si è lacerato la gola mentre si trovava rinchiuso in una cella del penitenziario, da solo. L'agente di turno tuttavia se n'è accorto prima che accadesse l'irreparabile. Ha visto l'uomo coperto di sangue e ha chiamato i colleghi, quindi i soccorsi del 118.
Il romeno, che evidentemente ha una storia ancora tutta da ricostruire, è stato trasportato d'urgenza nel Pronto Soccorso dell'ospedale San Timoteo e qui affidato ai medici del reparto che lo hanno medicato e suturato. Il taglio è abbastanza profondo ma la lama non è arrivata alla giugulare: dunque l'uomo non è in pericolo di vita sebbene le sue condizioni restino gravi. Si trova in una camera di sicurezza ospedaliera, ma non a Termoli, piantonato dagli agenti penitenziari.
L'episodio va ad aggiungersi a una vicenda piena di punti interrogativi, e apre al sospetto che il giovane soffra di gravi disturbi psichici. Era stata sua moglie, dalla Calabria, a dare l'allarme attivando le ricerche a Campomarino. Nel comune molisano, lunedì sera, il cittadino romeno era stato arrestato dai carabinieri della stazione locale e dai colleghi della Compagnia di Termoli al termine di una serata rocambolesca.
L'uomo ha minacciato due famiglie residenti in zona Marinelle, al lido, con un bastone di legno. Voleva un'auto per fuggire e allontanarsi dopo essere arrivato - per ragioni ancora ignote - in Molise col treno. Prima la fuga attraverso un canale di bonifica, poi l'aggressione ai militari dell'Arma che erano piombati nel giardino della seconda abitazione.
Secondo la ricostruzione dei militari dell'Arma ha fatto di tutto per sfuggire all'arresto, tanto che quando è stato infine trasferito in carcere per tentata rapina e violenza contro pubblico ufficiale, ha cercato di evadere in una maniera che pare ispirata a un film. Ha aggredito gli agenti di polizia penitenziaria, ha rubato loro le chiavi e li ha rinchiusi nel Reparto del carcere dove era stato portato, con l'obiettivo di scappare.
Altre guardie lo hanno però affrontato e bloccato. "I poliziotti - aveva fatto il sindacato autonomo d polizia carceraria - nonostante fossero feriti, sono riusciti a contattare gli altri agenti di servizio in carcere, che hanno rintracciato l'uomo all'interno della struttura detentiva e lo hanno immobilizzato, conducendolo in cella".
Nei giorni scorsi è stato interrogato dal Gip e si trovava in attesa di processo con rito abbreviato. Ma I.O. in carcere non ci vuole stare. E così ieri ha provato a togliersi la vita usando una lametta per la barba, secondo una modalità diffusa tra i detenuti.
di Giampiero Calapà
Il Fatto Quotidiano, 8 marzo 2015
Qui mi danno tutto quello che mi serve, mi trattano bene e sono in buona salute". Parola di Massimo Carminati, considerato dalla procura di Roma il capo indiscusso di Mafia Capitale, detenuto in regime di massima sicurezza (41bis) nel carcere di Parma. Lo aveva già assicurato a Davide Mattiello, deputato della commissione antimafia, il 30 dicembre.
E lo ripete all'avvocato Giosuè Bruno Naso a ogni visita, l'ultima poco più di un mese fa. Per Naso, però, la situazione è diversa: "Difendo Carminati da 30 anni. La sua vita è appesa a un filo dal 1981, da quando un agente della Digos gli ha sparato a bruciapelo in faccia da pochi metri e un proiettile gli è rimasto in testa".
Succedeva al confine con la Svizzera, il "Nero" di Romanzo Criminale diveniva così il "Cecato", mentre falliva il tentativo di fuga da una retata in corso negli ambienti dell'estrema destra eversiva dei Nar. "Si salvò - dice Naso - grazie all'imprudenza del primo medico che lo operò: sollevò letteralmente a mani nude il cervello di Massimo. Comunque la sua vita rimane tanto appesa a un filo, e al carcere di Parma lo hanno capito, che il 41bis è stato possiamo dire forzato, anche se forse è un'esagerazione, per permettere l'arrivo dall'esterno di alcune speciali bendature".
Riguardo il carcere di Parma, luogo di detenzione anche del capo dei capi di Cosa nostra Totò Riina, proprio il deputato Mattiello ha denunciato la grave disfunzione del sistema di videosorveglianza e videoregistrazione. E inquietante è stata la risposta del capo del Dap Santi Consolo, in audizione alla commissione antimafia: "I problemi alla videosorveglianza sono noti dal gennaio 2013, da quel momento ci sono stati 33 black-out nel 2013, 47 nel 2014 e 10 nel 2015, subito risolti. Purtroppo ci sono stati anche dei black-out lunghi: 27 nel 2013, 44 nel 2014 e 8 nel 2015". Proprio nei giorni scorsi l'impianto è stato sistemato grazie all'installazione di gruppi elettrogeni di continuità in grado di evitare il sovraccarico. Ma per Mattiello "rimane un fatto: non sappiamo e non sapremo mai se qualcuno abbia approfittato di questi black out per eludere le regole previste dal regime carcerario. Chiedo al ministro Andrea Orlando di individuare le responsabilità, anche di un possibile dolo".
Sul fronte processuale appare sempre più chiaro che la strategia difensiva proverà a negare l'ipotesi dell'esistenza stessa di una mafia romana, magari arrivando quasi ad ammettere i reati di corruzione: "Da parte di Carminati -replica l'avvocato Naso -non vi sarà alcuna ammissione di sorta, né il processo offre, allo stato delle indagini, alcuna prova di responsabilità dello stesso in ordine di ipotesi di corruzione contestate".
I pm accusano il Cecato di associazione mafiosa, estorsione aggravata, trasferimento fraudolento di valori, corruzione, turbativa d'asta e false fatturazioni. "Noi sosteniamo - spiega Naso - che se le indagini hanno fatto emergere un contesto di rapporti, relazioni, condotte, comportamenti tra soggetti operanti nell'ambito delle istituzioni capitoline che in qualche misura sia riconducibile a consuetudini familistiche, partitiche, di gruppi affaristici e di interessi privati nelle quali sono ravvisabili episodi corruttivi, nulla hanno dimostrato in ordine all'esistenza di una realtà di mafia, quella vera, quella che costituisce un pericolo per l'ordine pubblico.
Altra cosa è dire che nel nostro Paese è diffusa una cultura mafiosa che è diversa dalla fattispecie penale e che permea in sé anche il funzionamento delle istituzioni. Ad esempio, talvolta lo sfruttamento della prostituzione assume i connotati della riduzione in schiavitù ma sarebbe assurdo, e pertanto illegittimo, vedere in ogni sfruttatore, in ogni pappone, uno schiavista. Lo stesso deve valere per i reati di mafia che non sono tali solo perché riconducibili a gruppi collusi con istituzioni corrotte".
Inoltre, per Naso "le accuse di estorsione sono le più risibili, sono state elevate e confermate in sede di riesame, senza interrogare le presunte persone offese, talune delle quali non si sono riconosciute nel ruolo delle vittime sacrificali loro attribuito e non certo per paura di eventuali ritorsioni ma per la distorsione dei fatti generata dalla sola lettura orientata e preconcetta delle intercettazioni".
Certo è difficile escludere il ruolo che può giocare in questo caso proprio la paura di ritorsioni, anche rileggendo quanto scrive su Mafia Capitale nell'ordinanza di arresto il gip Flavia Costantini: "La forza di intimidazione del vincolo associativo, autonoma ed esteriorizzata, e le conseguenti condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano, sono generate dal combinarsi di fattori criminali, istituzionali, storici e culturali".
Un episodio simbolo è quello dell'imprenditore Massimo Perazza, malmenato da Riccardo Brugia (anche lui ora al 41bis) il 5 dicembre 2012 per un debito di 600 euro, in quel caso vittima del sodalizio, ma sparito dai radar, forse al riparo in Sudamerica, già dieci giorni dopo la retata del 2 dicembre 2014; quando veniva accusato dai pm romani, insieme a cinque sospetti complici, dei quali tre graduati della Marina militare, per una truffa da 7 milioni di euro: il rifornimento di carburante (mai arrivato) al porto di Augusta per mezzo di un'imbarcazione naufragata nel 2013, il cui equipaggio risulta in parte ancora disperso.
Tornando a Carminati, sostiene l'avvocato Naso, "non è certo un santo, ma ha già patito lunghe e penalizzanti custodie cautelari per fatti dei quali poi è stato ampiamente assolto e scagionato. Il teorema preconcetto indica il mio assistito come personaggio equivoco al soldo di potentati economici e politici che tramano nell'ombra per l'affermazione di forze oscure, ovviamente di destra, antidemocratiche e persecutorie".
La Nuova Sardegna, 8 marzo 2015
Raccolta di firme dei detenuti per chiedere il ripristino del turno: "Molti di noi hanno bisogno di terapie, è rischioso". C'è molta preoccupazione tra i detenuti del carcere di Alghero perché dal primo marzo la struttura penitenziaria rimane senza infermiere durante la notte.
Il turno notturno è stato sospeso su decisione del commissario dell'Asl e dietro indicazione del responsabile del servizio. La motivazione sarebbe quella di poche richieste da parte della popolazione carceraria nella fascia notturna, da qui la decisione di spostare l'infermiere nel carcere di Bancali a Sassari, dove a quanto pare sarebbe stata rappresentata una situazione di emergenza. I detenuti hanno predisposto una petizione - corredata da un centinaio di firme - che è stata inviata al commissario dell'Asl e alla direzione del carcere.
di Simone Innocenti
Corriere Fiorentino, 8 marzo 2015
Alessandro Manca, paziente dell'ospedale psichiatrico, era ricercato da giorni. Nella notte l'avvistamento in un circolo Arci, nella zona di Grignano, da parte di alcune persone e la chiamata al 113. L'uomo è stato riportato all'Opg di Montelupo.
È stato rintracciato a Prato dalla polizia nella notte fra venerdì e sabato, Alessandro Manca, il paziente dell'Opg di Montelupo evaso martedì mattina dalla sorveglianza degli operatori sanitari che lo avevano in custodia. Quando gli agenti di polizia lo hanno trovato - alle 22.30 circa di ieri - era al circolo Arci "Cherubini" di Grignano (quartiere di Prato), dov'era in atto una festa per bambini. Il 113 era stato allertato da numerose chiamate di genitori, "preoccupati - come riferisce la polizia - per lo sguardo dell'uomo che continuava a fissare i bambini".
Tra i genitori c'era anche uno psichiatra che ha riconosciuto immediatamente Manca: indossava gli stessi abiti del giorno della fuga, appariva malnutrito. Appena rintracciato dagli agenti e portato fuori dal circolo l'uomo ha tentato di fuggire nuovamente, dando calci e pugni ai poliziotti, che lo hanno dunque ammanettato e condotto in questura.
L'uomo è stato poi riaccompagnato all'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo. Nei giorni scorsi c'erano state alcune segnalazioni a San Gimignano e a Signa, alle porte di Firenze, poi rivelatesi inesatte. I carabinieri avevano anche controllato le abitazioni dei familiari dell'uomo, nel Pratese, non trovando però nessuna traccia.
L'uomo, 45 anni, originario di Prato, era scappato poco dopo le 10 di mercoledì mattina. Tre infermieri dell'Asl di Prato, secondo una ricostruzione confermata anche dall'azienda, dopo essere entrati nella sala d'attesa dell'ufficio della polizia municipale - secondo quanto ricostruito - hanno atteso che un vigile terminasse alcune incombenze con un'altra persona. Pochi secondo dopo, gli infermieri e l'uomo sono andati fuori.
Terminato con la persona, il vigile è andato fuori dato che non li vedeva entrare: li voleva chiamare. A quel punto gli accompagnatori gli hanno detto che era scappato correndo verso la piazza. L'Asl di Prato ha segnalato l'evento al risk manager. Le ricerche, condotte dalla polizia penitenziaria, sono iniziate immediatamente, concentrandosi sulle coline limitrofe alla città della ceramica, soprattutto Malmantile, nel comune di Lastra a Signa, dove sarebbe stato avvistato, ma per adesso non è stato rintracciato.
L'uomo, il 18 maggio 1999, aveva ucciso la madre nella loro abitazione di Galciana (Prato). Accusato di omicidio volontario fu assolto perché incapace di intendere e volere e internato all'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino (Firenze), prima di essere ammesso a fruire di una licenza di esperimento in comunità terapeutica.
L'uomo lo scorso anno era già fuggito ed era stato poi rintracciato ed arrestato. Nell'aprile dello scorso anno si era allontanato dalla comunità terapeutica "Tiziano" di Aulla (Massa). I carabinieri lo ritrovarono poi a Montecatini dopo alcuni accertamenti e in seguito a una segnalazione dell'Ufficio di sorveglianza di Firenze, che aveva ripristinato la misura detentiva dopo l'arbitrario allontanamento dalla struttura.
di Dario Stefano Dell'Aquila e Antonio Esposito
La Repubblica, 8 marzo 2015
Questo martedì, un collettivo di cittadini e studenti ha riaperto, provocatoriamente, le porte dell'ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Sant'Eframo, struttura monumentale quanto nascosta allo sguardo dei più, all'angolo tra via Imbriani e via Salvatore Rosa. "Restituiamo l'ex Opg al quartiere" è scritto ora su uno striscione che fa bella mostra non solo sulle mura del vecchio manicomio, ma anche sulla pagina Facebook dedicata, che in poco tempo ha raggiunto migliaia di contatti.
Chi, assieme a Sergio Piro e a tanti altri, date le condizioni detentive insostenibili e inumane degli internati, si è battuto a lungo perché quel posto chiudesse, non può che sostenere l'importanza di questa "riapertura", non solo per il suo valore simbolico, non solo per il richiamo a restituire uno spazio negato alla città, ma anche e soprattutto per il dovere di costruire memoria.
Le testimonianze sulle condizioni detentive inumane e sull'uso dei letti di contenzione a Sant'Eframo erano note sin dagli anni 70. In parte emersero durante il processo che coinvolse nel 1977 l'allora direttore - che fu prosciolto poi da ogni accusa - procedura relativa ai presunti favori concessi all'illustre detenuto Raffaele Cutolo. Una struttura nata come monastero, con celle di reclusione al di fuori di ogni standard penitenziario, che per lunghi anni ha funzionato come luogo di esclusione e sofferenza. Chi scrive è stato testimone, in una visita parlamentare, dell'odore di urina e feci e di internati abbandonati nei propri escrementi in celle lisce e spoglie. Nel 2003, durante una visita ispettiva, il consigliere regionale Francesco Maranta incontrò Vito De Rosa, da cinquant'anni rinchiuso nell'Opg di Napoli. Il suo caso ebbe così risalto nell'opinione pubblica, che nel 2003 Vito De Rosa fu graziato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
Nel 2008 gli internati furono, frettolosamente, trasferiti nel complesso penitenziario di Napoli-Secondigliano, perché, nonostante inopportune azioni di risistemazione strutturale, restavano non garantite le condizioni minime di sicurezza. Da allora, l'intero complesso, rimasto nella disponibilità del Ministero della Giustizia, giace silenzioso e inutilizzato. Un monumento del dolore lasciato nell'abbandono. L'incuria del tempo sta incidendo su di una struttura che invece ha bisogno di costante manutenzione e cura.
La chiusura di tutti gli Opg, fissata al 31 marzo prossimo, seppure con tante zone d'ombra ancora tutte da chiarire, dovrebbe, finalmente, far archiviare questi luoghi, qualcosa di cui parlare in termini passati. Ma archiviare, appunto, non vuol dire dimenticare, tutt'altro. Significa custodire perché tutti possano ricordare, perché si sedimenti una memoria collettiva che faccia da monito e strumento per non ripetere ancora gli orrori del passato.
I manicomi sono stati un luogo di violenza istituzionale, dove si sono definite pratiche e discipline di sopraffazione. Come in tante altre parti d'Italia ma non ancora a Napoli e in Campania, occorre, consapevolmente, trasformarli, lasciando, al contempo, traccia di ciò che sono stati, recuperando e restituendo diritto di narrazione e parola alle storie, alle vite che in quei luoghi sono state offese, ridotte al silenzio, cancellate. Bisogna trasformare ciò che è stato luogo di segregazione ed esclusione in spazi di libertà e opportunità.
Per questo, salutiamo con gioia questa "spontanea" riapertura del vecchio manicomio, perché ci sembra rappresenti la pratica di chi non si arrende alla banalità del "non può essere altrimenti", di chi vuole rompere le catene dell'oblio. Per questo ci rivolgiamo, in primo luogo, al Sindaco di Napoli, perché compia tutti i passaggi necessari per restituire questo bene alla città nei modi e nelle forme più aperte e inclusive. "Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti" scriveva Jorge Luis Borges. Restituire questo spazio alla città significa, per l'appunto, fare memoria e rimettere assieme i frammenti di tante vite dimenticate e internate come un mucchio di specchi rotti.
www.ottopagine.it, 8 marzo 2015
Il segretario dell'Osapp Vincenzo Palmieri scrive al direttore Marcello. Problemi al Carcere di Ariano Irpino dove l'Organizzazione Sindacale Autonoma di Polizia Penitenziaria protesta per le condizioni di lavoro degli agenti. Da qui la lettera del segretario regionale Vincenzo Palmieri che annuncia manifestazioni e sit-in.
"La scrivente segreteria regionale - si legge nella missiva - nonostante le copiose missive inviate in precedenza verso la direzione in indirizzo, le quali a tutt'oggi, non solo non hanno trovato riscontro ma non sono neanche stati adottati da parte della direzione iniziative risolutive tese a eliminare le problematiche evidenziate sulle questioni sia strutturali che organizzative, che continuano a penalizzare in tutti i sensi non solo i diritti soggettivi degli appartenenti al Corpo colà in servizio che ogni giorno tra mille difficoltà adempiono i compiti istituzionali a loro demandati. Per tanto, in mancanza di risposte concrete, questa O.S. annuncia che a breve si vedrà costretta a intraprendere unitamente ai rappresentanti locali iniziative a cominciare dall'astensione della Mos e il coinvolgimento dei mezzi di stampa per denunciare attraverso un sit-in di protesta, le pessime condizioni di vivibilità in cui versa la struttura in questione, il totale abbandono e la scarsa sensibilità dell'Amministrazione Penitenziaria dimostrata a ogni livello verso il personale di Polizia Penitenziaria".
Adnkronos, 8 marzo 2015
A teatro l'8 marzo per celebrare la festa della donna ricordando il dramma della violenza e del femminicidio: la compagnia "Stabile Assai" dei carcerati di Rebibbia e il laboratorio teatrale dell'Unicredit circolo Roma "Karma e Coraggio", porteranno sul palco del teatro San Gelasio "Nessuno escluso", monologhi e storie di vita quotidiana che raccontano la quotidianità della condizione della donna tra soprusi e violenze.
Una rappresentazione che vede coinvolti nella recitazione attori professionisti come Blas Roca Rey, Melissa Manna e Monica Rogledi, il gruppo di attori amatoriali del Circolo Unicredit e i detenuti delle case di reclusione di Rebibbia e di Spoleto, con la regia di Patrizia Spagnoli. "Uno spettacolo - si legge nella nota - che vuole essere un modo diverso per celebrare una festa che rischia di cadere negli stereotipi coinvolgendo diverse realtà sociali e coinvolgendo, operazione coraggiosa, coloro che la società l'hanno tradita violando le sue regole. Il senso dello spettacolo non ricalca lo schema classico dello spettacolo di denuncia ma insegue l'obiettivo di alimentare una presa di coscienza delle persone sul fatto che la questione femminile è un problema di tutti, non solo delle donne".
"Le donne dagli inizi degli anni 70 sono vissute come fenomeno antagonista dell'universo maschile. Si tratta di stereotipi difficili da modificare, perché le donne che lavorano, le donne che possono divorziare, le donne che possono abortire, le donne che possono vivere con tranquillità la propria omosessualità, rappresentano una rivoluzione culturale epocale, e quindi difficile da essere introiettata in soli quattro decenni. Ma la via è questa.
Superando gli sterili atteggiamenti compassionevoli, ma rivendicando il diritto di esistere. In una sola ottica: quella della comunità solidale, di una comunità in cui tutti siamo disponibili verso gli altri, ad affrontarne i problemi e a tentare una conciliazione mediatrice tra il conflitto e l'identità. Questo deve valere per tutti. Nessuno Escluso", conclude la nota.
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