di Tania Careddu
Left, 18 maggio 2019
"Nonostante l'impegno e le parole di gran parte degli operatori del diritto, nonostante il lavoro quotidiano umanocentrico e garantista di una moltitudine di poliziotti, educatori, assistenti sociali, magistrati, avvocati, esperti, studiosi, nonostante il susseguirsi di sentenze delle Corti che hanno posto limiti all'esercizio illimitato del potere di punire, nonostante i discorsi alti e densi provenienti da autorità morali indiscusse, enorme è il rischio di un declino che porti ad affermare che l'articolo 27 della Costituzione sia un orpello formale di cui liberarsi (...) È in questa lotta impari tra un'idea costituzionale e legale di pena e una proposta politica moralmente violenta nonché palesemente incostituzionale che si inserisce il rapporto di Antigone 2019", Il carcere secondo la Costituzione.
di Marco Magnano
riforma.it, 18 maggio 2019
Il nuovo rapporto sul carcere presentato dall'Associazione Antigone sottolinea la distanza tra la pena reale e quella prevista dalla Carta fondamentale. Un paradosso in un Paese in cui calano i reati. Giovedì 16 maggio l'Associazione Antigone, che da quasi trent'anni monitora e studia il sistema carcerario italiano, ha presentato il suo XV rapporto annuale, dedicato al rapporto tra "pena reale" e "pena secondo la Costituzione", due termini che oggi risultano piuttosto distanti e che dovrebbero essere riavvicinati.
di Annalisa Ausilio
repubblicadeglistagisti.it, 18 maggio 2019
Sono universitari, faticano sui libri, sostengono esami puntando alla laurea. Tutto dietro le sbarre. Sono "studenti-detenuti" iscritti nei sedici poli universitari penitenziari, nati da protocolli di intesa fra università, amministrazioni carcerarie, enti regionali, cooperative e associazioni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 maggio 2019
Il rapporto dell'associazione dedica un capitolo all'edilizia penitenziaria. È in evoluzione l'edilizia penitenziaria? È la domanda posta in un capitolo, a firma di Alice Franchina, del quindicesimo rapporto di Antigone dal titolo "Il carcere secondo la Costituzione" presentato mercoledì a Roma.
di Ugo Magri
La Stampa, 18 maggio 2019
Quando ci rappresenta agli occhi del mondo, un presidente deve sempre esporre in vetrina il meglio, i nostri lati buoni. A maggior ragione se idealmente ha di fronte Papa Francesco, la più elevata tra le coscienze morali del pianeta. Ecco perché Sergio Mattarella, a colloquio con Osservatore Romano, Radio Vaticana e Vatican News, si è preoccupato anzitutto di garantire: gli italiani rimangono brava gente, non è che di colpo sono diventati tutti malvagi.
Anzi, le persone generose e solidali rappresentano ancora la netta maggioranza. Poi certo, ha dovuto riconoscere il presidente, "affiorano rumorosamente atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui".
Comportamenti gravi, "da censurare con severità", ha aggiunto. Però si tratta pur sempre di "fenomeni minoritari, sempre esistiti". In Italia di odiatori ne circolavano ben prima che avessero inventato i social, idem gli xenofobi e i razzisti. Semmai la vera differenza rispetto al passato sta nel loro atteggiamento, oggi particolarmente sfacciato. I cattivisti non hanno più vergogna di mostrarsi tali, sentono di avere le spalle coperte.
Nessuno li emargina, addirittura vengono corteggiati. "Sembrano attenuate le remore che prima ne frenavano la manifestazione", sintetizza il capo dello Stato. Il quale ovviamente si astiene dal tirare in ballo i politici, tantomeno Salvini, a pochi giorni dalle elezioni europee. A proposito di Europa: Mattarella non ci sta a fare di ogni erba un fascio. Considera sbagliato prendersela genericamente con l'Unione, con Bruxelles e con le istituzioni Ue.
A sgualcire il sogno europeo "spesso è l'egoismo degli Stati", puntualizza il presidente della Repubblica. La vera zavorra è rappresentata "dal freno posto da alcuni Paesi" che impediscono i passi avanti, e poi cinicamente danno la colpa dei ritardi all'Europa. Anche qui: il presidente non cita Orbàn né, tantomeno, gli altri amici dei sovranisti. Ma nell'ascoltarlo, vengono subito in mente.
Italia Oggi, 18 maggio 2019
Su 60.549 detenuti presenti nelle carceri italiane, di cui 20.322 di nazionalità straniera, sono 462 alla data di oggi, si legge in una nota del ministero della giustizia, quelli monitorati per rischi connessi alla radicalizzazione e al proselitismo di matrice jihadista. Di questi, 209 sono sottoposti a un livello di attenzione classificato come alto.
Nelle carceri italiane, un detenuto su 3 è straniero. E da qui parte la lotta alla radicalizzazione Jihadista. Su 60.549 detenuti presenti nelle carceri italiane, di cui 20.322 di nazionalità straniera, sono 462 alla data di oggi, si legge in una nota del ministero della giustizia, quelli monitorati per rischi connessi alla radicalizzazione e al proselitismo di matrice jihadista.
Di questi, 209 sono sottoposti a un livello di attenzione classificato come alto (soggetti per reati connessi al terrorismo internazionale e soggetti di particolare interesse per atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo, radicalizzazione o reclutamento); 112 a un livello medio (detenuti che all'interno dell'istituto penitenziario abbiano posto in essere atteggiamenti che fanno presupporre la loro vicinanza all'ideologia jihadista); 141 a un livello basso (quelli che meritano un approfondimento di analisi, al fine di poter essere inseriti negli altri due livelli o mantenuti al terzo o estromessi dal monitoraggio).
Inoltre, ai 462 monitorati negli istituti, devono aggiungersi poi altri 92 detenuti che da inizio anno sono stati sottoposti a profilazione, ma successivamente sono usciti dal carcere: di questi, 25 ritenuti pericolosi, espulsi all'atto della scarcerazione.
"Si tratta di numeri di peso, che testimoniano del fondamentale ruolo svolto dall'Amministrazione Penitenziaria e, in particolare, dell'opera degli uomini del Nucleo Investigativo Centrale (Nic) del Corpo di Polizia Penitenziaria nell'attività di prevenzione e di contrasto al terrorismo internazionale, con particolare riferimento a quello jihadista", si legge nella nota del dicastero guidato da Alfonso Bonafede. "È sempre più nel carcere infatti che si concentra l'attenzione al fenomeno della radicalizzazione, che, oggi, vede proprio gli istituti penitenziari al centro delle strategie di prevenzione e contrasto al terrorismo di matrice islamica.
Lo sanno bene al Dap e lo sanno benissimo i poliziotti penitenziari del Nic che, a fronte di una crescita esponenziale dei detenuti da monitorare, hanno affinato nel tempo strumenti e metodologie destinati all'analisi dei soggetti e perfezionato le attività di coordinamento e di condivisione delle informazioni con le altre Forze di polizia e le Agenzie di sicurezza".
"L'osservazione quotidiana dei dati inerenti la vita intramuraria e i contatti con l'esterno di tutti i soggetti monitorati si trasforma così in una raccolta sempre più completa di informazioni basata sull'analisi proveniente dal contesto penitenziario che approda sui tavoli dell'Autorità Giudiziaria (quando ci sono fatti di interesse investigativo o giudiziario) nonché su quelli dei vertici dell'Amministrazione Penitenziaria, della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, per poi essere condivisi, nell'ambito del Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (Casa), con le altre Forze di polizia e le Agenzie di informazioni e sicurezza interna ed esterna. Non a caso gli stessi soggetti istituzionali dai quali provengono i riconoscimenti più importanti al Corpo di Polizia Penitenziaria per l'attenzione e la sensibilità sviluppata in materia".
di Ilario Lombardo
La Stampa, 18 maggio 2019
Il capo dell'esecutivo gioca di sponda con i grillini per evitare il Cdm prima del voto: il testo così com'è è incostituzionale. Ma la Ragioneria dello Stato boccia Di Maio sulla famiglia: le risorse previste finora non sono certe bensì solo "eventuali". Alle otto di ieri sera dal Viminale confermano che sono stati risolti tutti i nodi tecnici sul Decreto sicurezza bis.
"Il testo - si dice - dovrà essere all'ordine del giorno del prossimo Consiglio dei ministri". Non "sarà" ma "dovrà". Una terminologia che gronda preoccupazione, perché a Palazzo Chigi si sta alzando una muraglia per boicottare la norma voluta da Matteo Salvini all'ultima curva della campagna elettorale.
Il canovaccio sui migranti è il pezzo forte della sua narrazione, ma questa volta potrebbe incagliarsi nella resistenza a oltranza non solo del M5S ma anche di Giuseppe Conte. È il premier, dopotutto, a mettere in dubbio che il Cdm si terrà davvero lunedì come previsto: "Non è stato ancora fissato e vedremo quali sono le priorità".
Per la Lega è un affronto. "Non risulta alcun rinvio. Tutti i nostri ministri sono stati allertati per lunedì da giorni nella data che sia Di Maio sia Salvini hanno dato come disponibile". Resta il fatto che non c'è una convocazione ufficiale con un orario preciso. In realtà, da quanto si apprende, il Cdm dovrebbe tenersi ma solo come appuntamento interlocutorio, senza approvazioni significative. Conte gioca di sponda con i grillini per evitare di accogliere al tavolo dei ministri un testo essenziale per Salvini, a cinque giorni dalle elezioni.
Le criticità emerse nel pre-consiglio di giovedì confermano le prime impressioni avute da Conte sui "profili di incostituzionalità" del testo per come è stato presentato. Dai tecnici di Chigi, del ministero del Lavoro e delle Infrastrutture il decreto è definito "sconclusionato". Molti dubbi su almeno due passaggi li nutrono anche al Colle. Per stroncare il lavoro delle Ong Salvini prevedrebbe sanzioni a chi porta aiuti in mare e contemplerebbe uno svuotamento delle funzioni del ministero dei Trasporti. Una "forzatura" per concentrare nelle mani dell'Interno il controllo sulla navigazione che non piace a Conte.
Il caso della nave Sea Watch piomba con un tempismo perfetto, mentre i duellanti di governo se le danno di santa ragione. L'imbarcazione è il terreno dello scontro, tenuto fino a oggi sotterraneo, tra il premier e il leader della Lega. Conte ha fatto sapere di volersi tenere il più possibile lontano dalla mischia elettorale. Ma è Salvini a tirarlo dentro. Il capo del governo però non replica e si limita a invitare "tutti i ministro a mantenere toni adatti a chi rappresenta le istituzioni". E aggiunge: "Io, secondo Costituzione, coordino l'attività dei ministri. Di tutti i ministri, nessuno escluso".
La difesa è tutta del M5S: "L'attacco di Salvini al presidente Conte sul tema dei migranti è l'ennesimo maldestro tentativo di spostare l'attenzione dalle continue notizie di rappresentanti della Lega coinvolti in casi di corruzione" fanno sapere fonti grilline di governo. Ma le stesse fonti fanno un passo in più e sintetizzano così il ragionamento dei vertici 5 Stelle: "Salvini è un pugile suonato dopo che gli ultimi sondaggi hanno registrato un pesante calo. Un classico: quando un politico si crede onnipotente inizia la sua discesa".
Ma il bollettino della rissa quotidiana registra anche un colpo assestato dalla Lega. Quando il ministro della Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana, definisce "incerta" (rispetto ai suoi emendamenti), la strada del decreto confezionato da Di Maio per dare aiuti ai nuclei familiari, sa già che è arrivata una bocciatura dalla Ragioneria dello Stato al testo promosso dal grillino. Vengono definite "eventuali" le risorse destinate e ottenute, secondo i calcoli di Di Maio, dai risparmi sul Reddito di cittadinanza.
Il capo politico M5S, in cerca di nuove misure da mettere in vetrina al posto del sussidio, reagisce con fastidio alle indicazioni del Ragioniere: "Non esistono problemi di copertura" ribatte. In sintesi: i controlli trimestrali sul Reddito permetteranno di accertare quali sono le somme cumulate in un fondo ad hoc; l'Inps ha già accertato i risparmi e sempre l'ente pubblico si occuperà di attivare i fondo ed erogare le somme per le famiglie "prima del 2020". Erogazione che, messa così, agli occhi del Tesoro, resta al momento virtuale.
di Fausto Carioti
Libero, 18 maggio 2019
Il M5S tentato di utilizzare le inchieste per scatenare la crisi. Il Carroccio: se ci trattano da corrotti crolla tutto. Giuseppe Conte si prepara ad aprire i porti alla nave della ong tedesca Sea Watch, che ha imbarcato 65 immigrati in acque libiche, e Matteo Salvini interviene per bloccarlo: "Non c'è presidente del Consiglio o ministro dei Cinque Stelle che tenga, in Italia i trafficanti di esseri umani non arrivano più".
Succede anche questo, a nove giorni dalle Europee. Va da sé che l'idea di Conte non è farina del suo sacco: dietro c'è Luigi Di Maio, la cui linea ormai prevede l'opposizione a qualunque cosa dica o faccia il ministro dell'Interno, e che da un'umiliazione di Salvini sul terna dell'immigrazione avrebbe tutto da guadagnare. I sondaggi che girano tra i grillini, peraltro, rafforzano la loro convinzione che sfidare la Lega consenta di recuperare qualche punto. Va in scena così l'ennesima giornata scandita da insulti e minacce.
A Salvini replica infatti Di Maio, scagliandogli contro l'ingiuria più grave: essere tale e quale all'altro Matteo, quello del Pd. "Non posso commentare la prepotenza e l'arroganza di questo tipo, che ricorda Renzi quando gli chiedevano di far dimettere la Boschi", dice il ministro del Lavoro. "Di uomini soli al comando ne abbiamo già avuti", incalza, "e non ne sentiamo la mancanza". La questione che rischia di fare esplodere tutto in realtà è un'altra, e Di Maio ci arriva subito dopo: "Questa prepotenza, soprattutto sull'immigrazione, aumenta quando la Lega è in difficoltà con gli scandali di corruzione".
Nella narrazione dei Cinque Stelle, gli alleati sono infetti al pari dei peggiori partiti della prima repubblica. Il non detto è la fantomatica inchiesta giudiziaria di cui tra gli addetti ai lavori si vocifera da giorni, pronta a schiantarsi su uno o più esponenti apicali della Lega. Il leader grillino allude ogni volta che può. L'altro giorno aveva detto che "il governo va in crisi solo sulla corruzione". Sul Fatto di ieri, nuòvo messaggio cifrato: "Se alcune inchieste territoriali", come quella sulla giunta di Legnano in cui è spuntata un'intercettazione riguardante Salvini, "dovessero arrivare più in alto, ci sarebbero dei problemi".
Perfetto per rafforzare i sospetti dei leghisti, convinti che tra il M5S e certe procure esista un canale diretto. È un'idea che inizia a prendere corpo trai pentastellati, quella di far saltare l'esecutivo sulla questione giustizia. I vantaggi non mancherebbero: il reddito di cittadinanza è stato varato, così come la cancellazione della prescrizione, mentre Salvini non avrebbe la "tassa piatta", l'autonomia delle regioni del Nord, la riforma del processo e le altre cose che gli sono state promesse.
A Di Maio e i suoi basterebbe rivedere il limite dei due mandati (nel movimento già se ne sta discutendo) e ricostruire i rapporti col Partito democratico sull'asse giustizialismo-spesa pubblica, per provare a rimediare un altro giro. Nulla più di una tentazione, al momento. Dipenderà da cosa accadrà sul fronte giudiziario e dal risultato delle Europee: se quest'ultimo non sarà troppo brutto per il M5S, la crisi di governo diventerebbe un rischio accettabile.
Magari usando come detonatore la vicenda di Edoardo Rixi, viceministro leghista alle Infrastrutture, che a fine mese saprà se verrà condannato nel processo di primo grado sulle "spese pazze" dei consiglieri liguri, dopo che la procura ha chiesto per lui una condanna a tre anni e quattro mesi. I grillini già dicono che in quel caso dovrà mollare la poltrona, e sarebbe il secondo salviniano dopo Armando Siri. Quanto può durare un'alleanza in cui uno dei due soci confida che l'altro venga crivellato dalle inchieste?
Risponde il capogruppo del Carroccio a Montecitorio, Riccardo Molinari: "Un conto è il teatrino della campagna elettorale, un conto è quando si fa una differenza antropologica tra onesti e disonesti e si mettono i propri alleati dall'altra parte del mondo. Quando manca la fiducia e se Di Maio è convinto che la Lega sia un partito di corrotti, andare avanti diventa molto complicato". Lo stesso Salvini ha smesso di fingersi ottimista: il governo, dice, "va avanti dopo le elezioni europee se c'è chi mantiene la parola data. Dai Cinque Stelle vedo troppi no".
di Simone Canettieri
Il Messaggero, 18 maggio 2019
Rompere l'alleanza sul tema delle garanzie faciliterebbe la ricomposizione del centrodestra. La distanza rimane siderale tra Lega e M5S. E non solo perché adesso, con gli arresti e le inchieste che incalzano le cronache, il tema della giustizia è diventato centrale nella campagna elettorale del governo. La riforma del processo penale e civile rischia di essere il primo vero incidente per i gialloverdi subito dopo le Europee.
Un casus belli che potrebbe portare l'esecutivo dritto dritto al tunnel della crisi. Nessuno evoca questo scenario apertamente, ma quando ci sarà da mettere le mani ai codici per evitare che dal r gennaio lo stop alla prescrizione diventi una "bomba atomica sui processi" (copyright Giulia Bongiorno) allora le frizioni e "i non detti" di queste ultime settimane diventeranno plastici. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dice che la riforma è pronta, con il via libera delle associazioni magistrati e avvocati, e che sarebbero state recepite anche le osservazioni del Carroccio. "Mancano i passaggi finali - dicono da via Arenula - peccato che i nostri alleati abbiano disertato gli ultimi due appuntamenti per chiudere la pratica".
Dalla Lega danno un'altra versione: Giulia Bongiorno, ministro della Pa ma responsabile Giustizia del partito di Salvini, non ha mai visionato alcuna bozza, dunque non ha mai recepito alcun testo. Ergo: non c'è stato ancora un confronto "nel merito". Rimane tra i due partner di governo un approccio culturale agli antipodi che potrebbe spingere il Carroccio alla rottura su un tema identitario (idem per il M5S) ritornando così con il centrodestra.
Bongiorno ripete da settimane: io voglio essere costruttiva e aperta al confronto, lasciando però inalterati i miei e i nostri principi. Dunque da parte del ministro non è in atto alcuna controriforma del processo penale, però Bongiorno non derogherà ai principi della Lega: garanzia degli imputati, tempi certi, nessuno strapotere ai pm e separazione delle carriere (argomento però che non si trova nel contratto di governo).
Si intravede così uno scontro pronto a esplodere già dalla settimana dopo il voto per le Europee. Dice infatti Bonafede: "La riforma l'ho già scritta. Un pacchetto, quindi, già esiste: certo è che non si tratterà più di una giustizia a favore o contro qualcuno. Ora di giustizia si discute, ma a favore dei cittadini".
Ma mai come in questa fase la sfiducia tra i partner è alle stelle. Anzi dal M5S spiegano: "Vogliono bloccare il nuovo processo penale? Facciano pure, poi così si faranno esplodere in mano la famosa bomba atomica, perché dal 1° gennaio 2020 lo stop alla prescrizione entrerà comunque in vigore". La Lega ha le idee talmente chiare che è pronta a mettere sul tavolo le idee che Giulia Bongiorno si porta da dietro da una vita di attività professionale.
Ci sarà un punto di mediazione? "Chi lo sa", chiosano appunto dal Carroccio. Il clima è impazzito, soprattutto dopo gli arresti della città-simbolo di Legnano. Di Maio getta nell'aria il ritorno di una nuova Tangentopoli, Salvini lo stoppa così: "Fortunatamente i tempi di tangentopoli sono passati" e che non esiste la "presunzione di colpevolezza".
Pesano le inchieste giudiziarie, a partire da quella che si è abbattuta sul Pirellone, ma anche lo strappo sul caso di Armando Siri. Nemmeno il tempo di far metabolizzare la revoca del sottosegretario leghista, che i grillini sono pronti ad andare all'assalto di Edoardo Rixi. Il 30 maggio è attesa la sentenza del processo sulle cosiddette spese pazze dei consiglieri regionali liguri, in cui anche il viceministro è imputato (il procuratore aggiunto Francesco Pinto ha chiesto una condanna 3 anni e 4 mesi). Per Luigi Di Maio dovrà lasciare in caso di condanna.
"Se pensano che dopo le elezioni cambierà qualcosa e che con la minaccia di far cadere il governo il M5S accetterà di tenersi un condannato nell'esecutivo, continuano a non capire il valore dell'anti-corruzione per il Movimento", sottolineano i pentastellati in reazione alle parole del capogruppo della Lega Riccardo Molinari secondo cui "quando manca la fiducia e se Di Maio è convinto che la Lega sia un partito di corrotti, andare avanti diventa molto complicato". Chi non ci sta è Rixi. Che parla "di Vietnam quotidiano" e accusa gli alleati di rincorrere "a strumenti che forse sono più vicini regimi totalitari". Parole che non lasciano presagire un'intesa.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 18 maggio 2019
Dopo il caso striscioni, al Viminale c'è chi teme di ritrovarsi con un corpo etichettato come "polizia personale del ministro dell'Interno". Striscioni sequestrati, felpe indossate ai comizi, selfie pro e contro, i voli, e ora pure i video degli studenti nelle scuole. Ogni giorno, una polemica. Non è facile essere polizia ai tempi di Matteo Salvini. La fortissima impronta politica che il leader leghista ha impresso alla sua guida del Viminale è la grande novità di questo 2019.
Solo che il gioco della sovrapposizione tra i due ruoli sta creando un fenomeno tra i più sgraditi tra chi veste la divisa blu: trovarsi al centro dell'arena politica e non al di sopra. È questo il senso di quel durissimo botta e risposta, via tweet, tra Roberto Saviano e il prefetto Franco Gabrielli, quando il Capo della polizia ribadì: "La polizia di Stato serve il Paese e non è piegata ad alcun interesse di parte".
Già, ma lo scivolamento progressivo verso il cuore della fornace è nei fatti. Si prenda il caso degli striscioni sequestrati prima dei comizi di Salvini. "Ai tempi di Cossiga - racconta Giuseppe Tiani, segretario del sindacato Siap - lavoravo in una Digos. Era il tempo in cui dappertutto si scriveva Cossiga con la K. Noi intervenivamo sempre". Gli fa eco Enzo Letizia, dell'associazione funzionari di polizia: "Tutti strumentalizzano perché tutti vorrebbero che all'avversario politico si facesse quel che non tollerano per essi".
E infatti sono stati sempre sequestrati gli striscioni contro Berlusconi o contro Prodi, per non parlare di come è stata contrastata l'animosità contro Renzi o contro Maria Elena Boschi. Spiegazione ufficiale: "Uno striscione provocatorio è ovvio che venga esaminato: può nascondere un'insidia, o potrebbe scatenare la reazione dei fan di quel partito, o comunque essere una perturbazione delle libertà costituzionali. Guai a permettere ai facinorosi, di destra come di sinistra, d'impedire il regolare svolgimento dei comizi".
Non sfugge a nessuno, però, che Salvini ci abbia messo del suo. E i sindacalisti lo invitano alla cautela. Dice Tiani, con sottile ironia: "Il ministro dovrebbe considerare l'enorme visibilità di cui gode, gli effetti indesiderati, e un po' di sobrietà non guasterebbe. Anche perché ci sono menti meno illuminate della sua...".
Neanche a farlo apposta, ieri un candidato della Lega alle elezioni comunali di Spinea (Venezia) ha scatenato altre polemiche perché ha usato sue foto in divisa da Vigile del Fuoco per i manifesti. Piccoli Salvini crescono. Al Viminale insomma temono di ritrovarsi con una polizia di Stato etichettata come "polizia personale salviniana" che neanche ai tempi di Scelba. Il rischio è la delegittimazione. Anche perché qualcuno sbanda pericolosamente.
Si prenda quel segretario regionale del sindacato autonomo Sap, che ha dichiarato: "Il connubio tra Lega e polizia di Stato è divenuto indissolubile". Dalla sponda opposta, ha subito reagito Daniele Tissone, il segretario del sindacato affiliato alla Cgil, il Silp: "Dichiarazioni gravissime. La nostra credibilità, talvolta anche a torto, è legata a comportamenti che non sono quelli della stragrande maggioranza di noi, correndo cosi il rischio di farci ripiombare nel clima tipo quello del post-G8".
Ancora più duro è stato Tiani, criticando la "deriva culturale di esponenti del mondo sindacale e politico che portano in sé i prodromi di un neo-autoritarismo delle forze di polizia, una sottocultura che va arginata e respinta". Anche il segretario generale del Sap, Stefano Paoloni, si rende conto che quella frase era infelice. Perciò dice: "La politica nazionale del sindacato è dettata dal sottoscritto e l'autonomia non si discute".
Detto questo, sono innegabili certe vicinanze. "Ma non solo con la Lega - dice ancora Paoloni - e praticamente tutte le richieste del nostro sindacato sono state recepite nel Contratto di governo. Stiamo uscendo dal periodo del pregiudizio ideologico contro di noi". D'altra parte il legame con Salvini viene da lontano. "Gli ho regalato io la prima felpa della polizia, quando venne a una nostra manifestazione in piazza Montecitorio". Era l'ottobre del 2016.
- Avvocato in Costituzione. Bonafede: "una scelta fondamentale"
- Avvocato in Costituzione, il sì delle toghe riflette la scelta di Calamandrei sul Csm
- Tortora, la lezione europea
- Toscana: carceri, Rossi scrive al ministro della Giustizia "fermiamo le morti per gas"
- Sdegna: il dramma dei cuochi delle carceri "ci stanno licenziando, siamo disperati"










