ilcittadinoonline.it, 18 maggio 2019
Mercoledì 22 maggio con i detenuti di Alta Sicurezza studenti della sede carceraria dell'Istituto "B. Ricasoli". Chef per un giorno pronti ad accogliere gli ospiti con un pranzo "oltre le sbarre". Mercoledì 22 maggio la Casa di reclusione di Ranza, a San Gimignano, ospita la terza edizione di "Insieme con gusto", iniziativa che vede protagonisti i detenuti del circuito di Alta Sicurezza che studiano nella sede carceraria dell'Istituto Enogastronomico di Colle Val d'Elsa, indirizzo dell'Istituto d'Istruzione superiore statale "Bettino Ricasoli" di Siena. I detenuti - corsisti delle classi III, IV e V C - prepareranno antipasti, primi e secondi piatti e dessert per circa 80 persone presenti su invito.
L'iniziativa "Insieme con gusto" è stata avviata nel 2017 e ripetuta con crescente interesse e partecipazione sia da parte degli ospiti che dei detenuti studenti, pronti a cimentarsi ai fornelli e a mettere in campo la creatività in cucina che anima anche il loro blog "Scriviamo...con gusto, scriviamocongusto.wordpress.com, dove vengono raccolte ricette e riflessioni degli stessi studenti delle cinque classi dei regimi di Media e Alta Sicurezza. Grazie al blog e ad altri progetti didattici, gli studenti riescono a valorizzare le loro potenzialità e capacità con laboratori dedicati alla cucina e occasioni di confronto con il mondo esterno.
di Paolo Benanti
settimananews.it, 18 maggio 2019
Negli Usa si registra un sempre maggiore utilizzo delle AI per il sistema giudiziario e penitenziale. Algoritmi di calcolo del rischio di recidiva - risk assestment - utilizzando i dati passati se aiutano e velocizzano il sistema penale dall'altro possono semplicemente perpetrare errori o pregiudizi passati. Cosa fare?
Se l'uso che facciamo dei sistemi di intelligenza artificiale è limitato agli algoritmi che animano il machine learning per i feed di notizie di Facebook o i risultati di ricerca in Google, questa potrebbe non avere un enorme impatto personale. Tuttavia alla conferenza Data for Black Lives, tenutasi prima settimana di maggio, tecnologi, esperti legali e attivisti della comunità informatica hanno voluto guardare all'AI in prospettiva mettendo in piedi un confronto sul sistema di giustizia penale americano. In questo ambito un algoritmo può determinare la traiettoria della vita di una persona.
Qualche dato - Gli Stati Uniti imprigionano più persone di qualsiasi altro paese al mondo. Alla fine del 2016, quasi 2,2 milioni di adulti erano detenuti in carceri o prigioni e altri 4,5 milioni erano in altre strutture correzionali. In altre parole, nel 2016, 1 adulto ogni 38 americani era sotto una qualche forma di supervisione correzionale. L'incubo di questa situazione è uno dei pochi problemi che uniscono i politici di ogni schieramento.
Vi è un'enorme pressione per ridurre il numero di prigioni senza rischiare un aumento della criminalità. Per questo le corti degli Stati Uniti si sono rivolte a strumenti automatizzati nel tentativo di gestire gli imputati attraverso il sistema legale in quello che ritengono il modo più efficiente e sicuro possibile. È qui che inizia la parte affidata all'intelligenza artificiale di tutta la questione.
AI e criminalità - I dipartimenti di polizia utilizzano algoritmi predittivi per definire strategie su dove inviare le pattuglie in servizio. Le forze dell'ordine utilizzano sistemi di riconoscimento facciale per aiutare a identificare i sospetti. Queste pratiche hanno richiesto un necessario esame per capire se e come effettivamente migliorino la sicurezza o se semplicemente perpetuino delle disuguaglianze già esistenti nel sistema sociale.
I ricercatori e i difensori dei diritti civili, ad esempio, hanno ripetutamente dimostrato che i sistemi di riconoscimento facciale possono fallire in modo spettacolare, in particolare per gli individui che non sono di etnia caucasica. Un celebre caso ha meritato la cronaca quando un AI ha scambiato dei membri del Congresso per criminali condannati.
Ma lo strumento più controverso, che sta pian piano irraggiando il sistema giuridico USA, interviene di gran lunga dopo che la polizia ha arrestato qualcuno. Si stanno diffondendo degli algoritmi di valutazione del rischio criminale.
Gli strumenti di valutazione del rischio sono progettati per fare una cosa: prendere in considerazione i dettagli del profilo di un imputato e dare un punteggio di recidiva: un numero singolo che stima la probabilità che lui o lei tornerà a commettere un crimine.
Un giudice quindi utilizza il punteggio per una miriade di decisioni: quale tipo di servizi di riabilitazione dovrebbero ricevere particolari imputati, se dovrebbero essere tenuti in custodia prima del processo e quanto gravi dovrebbero essere le loro condanne. Un punteggio basso apre la strada per un esito più lieve. Un punteggio elevato fa esattamente il contrario.
La logica per l'utilizzo di tali strumenti algoritmici è che se è possibile prevedere con precisione il comportamento criminale, è possibile allocare le risorse di conseguenza, sia per la riabilitazione che per le pene detentive. In teoria, riduce anche qualsiasi pregiudizio che influenza il processo, perché i giudici stanno prendendo decisioni sulla base di raccomandazioni basate sui dati e non sul loro istinto.
A questo punto però appare evidente qual è il problema fondamentale di questi sistemi. Gli strumenti di valutazione del rischio che utilizziamo oggi sono spesso guidati da algoritmi addestrati su dati storici connessi al crimine.
Come già detto in altri post, gli algoritmi di apprendimento automatico utilizzano le statistiche per trovare schemi nei dati. Quindi, se si danno "in pasto" dei dati storici sulla criminalità a un algoritmo, questo sceglierà i modelli associati al crimine. Ma questi schemi sono correlazioni statistiche, in nessun caso le correlazioni individuate sono forme di causazione.
Piove?
Cerchiamo di spiegare questa differenza. Partiamo da una domanda quotidiana: "Piove?". Una risposta basata su un'analisi scientifica tradizionale si fonda sulla causazione. La scienza, in particolare la meteorologia, ci dice che una nube è formata da miliardi di goccioline d'acqua, ciascuna delle quali è a sua volta formata da circa 550 milioni di molecole d'acqua. Queste goccioline sono il risultato dell'evaporazione dell'acqua da oceani, mari, corsi d'acqua dolce, vegetazione e suolo. Il vapore acqueo viene quindi portato verso l'alto da correnti ascendenti; salendo, l'aria si raffredda e raggiunge la saturazione.
Tuttavia questo non è sufficiente per provocare la condensazione del vapore, dato che la goccia d'acqua formatasi tende a sua volta ad evaporare. In condizioni normali non si potrebbe avere la condensazione del vapore e quindi la formazione di nubi, neanche in presenza di sovrasaturazioni del 500%. Fortunatamente, nell'aria sono presenti particelle di pulviscolo atmosferico e cristalli di ghiaccio che agiscono come "nuclei igroscopici" o "di condensazione" (di dimensioni comprese tra 0,1 e 4 µm) che promuovono e agevolano la trasformazione di stato delle particelle di vapore.
Le precipitazioni e quindi la pioggia possono avvenire però solo quando la forza peso risulterà maggiore della resistenza offerta dal moto ascendente che ha portato alla formazione della nube stessa e che tende a mantenere le goccioline in sospensione. Occorrono centinaia di milioni di goccioline di nube per formare una goccia di pioggia del diametro compreso tra 200 µm e qualche millimetro. I due principali meccanismi di formazione sono l'accrescimento per coalescenza e il processo Bergeron-Findeisen.
Nonostante il meccanismo di formazione della pioggia sia sempre pressoché lo stesso, le cause dell'innesco di questo fenomeno possono avere varie origini: lo scontro tra fronti caldi e freddi che provoca un moto ascendente di aria umida, che raggiunge quindi il punto di rugiada e inizia il processo di coalescenza; la pioggia convettiva, causata da un forte riscaldamento del suolo diurno che provoca un moto convettivo di umidità anche molto intenso che può scatenare temporali, in genere limitati ad un'area geografica circoscritta; il sollevamento orografico per via della morfologia del terreno che obbliga aria umida a risalire e quindi scaricare l'acqua sotto forma di pioggia. È tipico in questo caso la formazione di un'ombra pluviometrica; grandi eventi atmosferici che periodicamente provocano la pioggia, come i monsoni o i cicloni tropicali.
Capito questo per poter rispondere alla domanda di cui sopra basterà vedere dove si generano quelle cause e tolte le cause togliamo l'effetto. Se per le questioni meteorologiche individuare le cause è più semplice parlando di fenomeni regolati da relazioni, per quanto complesse, matematiche e strettamente deterministiche, per il comportamento umano questo da sempre è risultato assai arduo.
Grazie alla correlazione alla domanda "Piove?" possiamo rispondere in maniera diversa. Se possiamo avere i dati di apertura degli ombrelli possiamo rispondere: "Piove dove ora si stanno aprendo gli ombrelli". E se questi dati storici sono sufficienti possiamo anche fare delle previsioni sul comportamento della pioggia. Il punto però è che non c'è modo solo correlando i dati di rispondere a una domanda sulla causa. In altri termini non sappiamo se sono gli ombrelli che si aprono che causano la pioggia o se la pioggia causa l'apertura degli ombrelli.
Se siamo disposti a non interrogarci sulle cause la correlazione ci può però fornire risposte su dove sta accadendo un fenomeno. Questo è un tipo di risposta che può aiutare molto per altri tipi di domande. Per esempio se sono un venditore ambulante di ombrelli questa informazione mi aiuta ad incrementare il mio business. Se faccio il fisico dell'atmosfera la correlazione ombrello e pioggia però non aumenta la mia conoscenza dell'atmosfera.
Il sistema carcerario statunitense - Se un algoritmo ha trovato, ad esempio, che il reddito basso è correlato con un'elevata recidiva, nessuno pensa che il basso reddito abbia effettivamente causato il crimine. Ciascuno può richiamare alla memoria numerose persone che, anche con reddito basso, vivono vite dignitose e più che oneste. Ma questo è esattamente ciò che fanno gli strumenti di valutazione del rischio: trasformano le intuizioni correlative in meccanismi di punteggio causale.
Ora le popolazioni che storicamente sono state colpite in modo sproporzionato dalle forze dell'ordine, specialmente quelle a basso reddito e minoritarie, sono a rischio di essere ulteriormente oltraggiate e vessate con punteggi di recidiva elevati. Di conseguenza, l'algoritmo potrebbe amplificare e perpetuare i pregiudizi incorporati nei dati e generare dati ancor più distorti alimentando così un circolo vizioso.
Poiché la maggior parte degli algoritmi di valutazione del rischio sono proprietari, e quindi inaccessibili alla loro struttura computativa per la tutela della proprietà intellettuale, è anche impossibile mettere in questione le loro decisioni o renderle responsabili.
Il dibattito su questi strumenti infuria ancora. Lo scorso luglio, oltre 100 tra attivisti dei diritti civili e organizzazioni a sostegno delle comunità e delle minoranze, tra cui l'Aclu e la Naacp, hanno firmato una dichiarazione che esorta a non utilizzare la valutazione del rischio nel percorso penale. Allo stesso tempo, sempre più giurisdizioni e stati, tra cui la California, si sono rivolti a questi strumenti sperando di poter sistemare le carceri sovraffollate e un sistema giudiziario e correttivo al limite.
Se mal utilizzata o implementata senza un'adeguata valutazione etica e sociale, la valutazione del rischio basata sui dati potrebbe essere un modo per ripulire e legittimare dei sistemi oppressivi. In questo senso, per esempio, è da leggere la denuncia di Marbre Stahly-Butts, direttore esecutivo di Law for Black Lives che ha detto sul palco di una conferenza, che è stata ospitata al Mit Media Lab. È un modo per distogliere l'attenzione dai problemi reali che interessano le comunità a basso reddito e minoritarie, come le scuole private e l'inadeguato accesso all'assistenza sanitaria.
Come minoranze e popolazioni svantaggiate, ha detto Stahly-Butts: "Non siamo rischi. Siamo bisogni". Ancora una volta appare evidente che per gestire questa frontiera dell'innovazione abbiamo bisogno di strumenti epistemologi adeguati e di un algor-etica che dia forma ad algoritmi responsabili.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 18 maggio 2019
"Il sistema non favorirà più i legami familiari". I dem bocciano la riforma: figli separati dai genitori. Un sistema di immigrazione "basato sul merito", che garantisca insieme la sicurezza degli Stati Uniti, e l'accesso da parte delle persone più qualificate. È la riforma proposta ieri da Trump, che però si è scontrata subito con la bocciatura da parte dalla leadership democratica al Senato e alla Camera, dove i repubblicani non hanno i voti necessari a far approvare la legge.
Parlando nel Rose Garden della Casa Bianca, il presidente ha illustrato i principi di un piano che sarebbe frutto del compromesso tra l'ala intransigente del suo consigliere Miller, deciso a diminuire anche l'immigrazione legale, e quella più pragmatica del genero Kushner, che ha in mente l'esigenza degli imprenditori di attirare talenti. Trump ha iniziato dalla sicurezza, tema che lo ha sempre contraddistinto.
Ha ripetuto la volontà di costruire il muro per fermare gli illegali, e tenere fuori i criminali, dando così soddisfazione alla sua base bianca, timorosa di essere scavalcata dalle minoranze. Quindi ha spiegato le linee generali della sua proposta. Il piano immaginato lascerebbe il numero totale degli immigrati ammessi negli Stati Uniti grosso modo invariato, privilegiando però il merito come criterio di ammissione, rispetto ai legami familiari. Oggi in America entrano legalmente un milione e centomila persone all'anno. Il 12% delle carte verdi viene assegnato sulla base delle qualità, mentre due terzi degli immigrati sono sponsorizzati da parenti che già si trovano nel Paese. Circa 50.000 permessi sono poi distribuiti con una lotteria aperta a tutto il mondo, con alcuni limiti per le nazioni che hanno già avuto molti ingressi.
Il nuovo piano punta a lasciare intatto il numero complessivo degli immigrati ammessi negli Usa, rovesciando però i criteri di selezione. Le carte verdi assegnate in base al merito saliranno dal 12% al 57%, mentre gli accessi consentiti attraverso i legami famigliari scenderanno da due terzi a un terzo. La lotteria verrà eliminata, e verrà introdotto un visto chiamato "Build America", per favorire chi può aiutare a costruire l'economia del paese. Per essere ammessi bisognerà passare un test di educazione civica, e un background criminale.
Poi sarà necessario conoscere l'inglese, e la pratica sarà aiutata da eventuali offerte lavoro. Le carte verdi andranno in maggioranza a chi potrà dimostrare di guadagnare sopra una certa soglia, per non penalizzare i lavoratori americani che ricevono compensi bassi. Chi studia e vuole creare nuove imprese sarà aiutato a restare, mentre oggi chi riceve borse di studio come la Fulbright è costretto a tornare nel paese d'origine. Il piano non tocca la questione del Deferred Action for Childhood Arrival, ossia il piano Daca, voluto dal presidente Obama per evitare la deportazione di circa 800.000 illegali, portati negli Usa dai genitori quando erano bambini. La Casa Bianca ha detto che i "dreamers" non sono stati inclusi perché sono un tema troppo divisivo, ma la verità è che intende usarli come pedina di scambio quando dovrà trattare con i democratici l'approvazione della legge.
La Speaker della Camera Pelosi, e il leader della minoranza al Senato Schumer, hanno subito bocciato il piano. Schumer ha detto che "non è un serio tentativo di riformare l'immigrazione, ma un documento anti immigrati". Pelosi ha aggiunto: "Cosa vuol dire merito? La famiglia non ha merito? Quando separi i figli dai genitori peggiori solo le cose". Kushner ha descritto la proposta come un punto di partenza per la discussione, sapendo che così non ha alcuna possibilità di essere approvata al Congresso. Il sospetto dei democratici è che Trump l'abbia lanciata solo per galvanizzare la sua base in vista delle presidenziali del 2020, invece di negoziare una vera soluzione.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 17 maggio 2019
Rapporto Antigone sul carcere. Quando i numeri crescono inevitabilmente in galera si tende a stare peggio. È strano raccontare l'ultimo anno di vita nelle carceri italiane partendo da un dato che a prima vista sembra contraddittorio, inspiegabile, illogico. Eppure il sistema penale e quello penitenziario non di rado si sottraggono alla logica e alla razionalità.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 17 maggio 2019
L'Associazione segnala le condizioni di vita della popolazione carceraria: con 60.439 detenuti, il sovraffollamento nelle prigioni italiane sfiora il 120%. Il sovraffollamento delle carceri aumenta, i reati no. Le donne sono solo il 4,4% dei detenuti; diminuiscono gli omicidi; crescono i suicidi dentro.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 17 maggio 2019
Abbiamo presentato la mattina di giovedì 16 maggio a Roma il XV Rapporto sulle carceri dell'associazione Antigone, alla presenza del Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e del Capo del Dipartimento della Giustizia minorile e di comunità Gemma Tuccillo. Da 21 anni entriamo in tutte le carceri italiane per adulti e per minori e ci preoccupiamo di raccontare all'esterno quella vita reclusa che troppo spesso si vorrebbe rimuovere e dimenticare.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 maggio 2019
Oggi si presenta a Pisa il libro di Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria. "Uomini come bestie, il medico degli ultimi", è il libro che verrà presentato - con interventi del calibro di Adriano Sofri - venerdì alle ore 17 e 30 a Pisa, presso l'Istituzione Cavalieri di Santo Stefano, a Piazza dei Cavalieri.
L'autore è il professore Francesco Ceraudo, pioniere della Medicina Penitenziaria Italiana, che per 40 anni ha diretto, da medico di primissimo ordine, il centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa. Un uomo che si era sempre distinto per la sua indipendenza, anche al costo di entrare in rotta con le autorità. La prima volta dopo la morte del giovane anarchico Serantini, quando si accertò che il medico del carcere di Pisa l'aveva visitato in ritardo e frettolosamente.
Al giovane che lamentava un malessere generale con forti dolori alla testa prescrisse unicamente una borsa di ghiaccio. Quel medico venne allontanato dal servizio e fu chiamato proprio Ceraudo a sostituirlo. All'epoca il centro era importante e da lì erano passati tutti, dai detenuti "ultimi della terra" a quelli cosiddetti "eccellenti", dai mafiosi come Brusca e Liggio, a ex terroristi.
Sì, perché il carcere ammala e Ceraudo lo sa benissimo. "Il carcere - spiega il professore è un fondo d'imbuto in cui scivolano fatalmente tutte le malattie del nostro tempo e del nostro mondo. La malattia è la manifestazione più sbrigativa della povertà e dello sradicamento contemporaneo". Dagli anni bui del terrorismo fino alle carceri superaffollate. È il doloroso percorso cronologico che Francesco Ceraudo compie in quest'opera, unica nel suo genere.
Professore, dopo 40 anni di esperienza perché ha sentito la necessità di scrivere questo libro?
La definizione di "necessità" è corretta. Avevo acquisito dei documenti, fatto valutazioni, vissuto esperienze e mi dispiaceva che andasse tutto disperso. Nel frattempo sono intervenute delle modifiche legislative nell'ambito della medicina penitenziaria e certe circostanze ed esperienze furono cosi prorompenti da meritare di non passare in sordina. Inizialmente è stato un cammino, lungo e faticoso: ho avuto delle resistenze, soprattutto da parte delle grandi case editrici. Mi rispondevano che il carcere non ha mercato, non interessa come argomento.
Secondo lei hanno ragione a dire che la tematica carceraria non è adatta al mercato?
Bisogna vedere come ci si pone. A Pisa ci sarà la presentazione del libro e c'è già tanta attesa, ma anche tanta curiosità. Quando andai alla casa editrice Ets di Pisa, che lo ha pubblicato, forse proprio perché il carcere era quello di Pisa, ne ho riscontrato subito la massima disponibilità. Ci sono argomenti che riguardano tematiche, tra cui la strage di Bologna, la rivolta di Porto Azzurro, dove peraltro fui coinvolto anche personalmente. Nel mio libro non faccio interpretazioni, fornisco i fatti: lascio le interpretazioni al lettore. Sulla strage di Bologna racconto dei fatti. A mio avviso Francesca Mambro e Valerio Fioravanti non c'entrano nulla. Lo dico dopo aver passato in rassegna alcuni elementi e circostanze e la mia conclusione è che loro sono estranei ai fatti. Se mi si chiede chi è stato, rispondo che non sono io a doverlo dire; posso dire invece che sia Mambro che Fioravanti sono stati sinceri nelle loro dichiarazioni ammissive rese a processo. Per esempio, su Francesca Mambro, che è stata mia paziente per tanti anni a Pisa e che ha riferito con molta chiarezza ciò di cui è stata responsabile, penso che a proposito della strage di Bologna sia estranea. Fui anche chiamato come testimone al processo sulla strage di Bologna: a dire il vero non ero contento di dover andare a rendere testimonianza. Un'amica mi anticipò infatti che in Procura a Bologna si vociferava che avrei potuto essere in pericolo per delle dichiarazioni che potevo rendere. Sono dovuti arrivare alla quarta citazione di testimone per portarmi con accompagnamento coattivo innanzi alla Corte: come testimone raccontai quello che sapevo, parlando per sette ore e venendo ascoltato. Alla fine fui sorpreso nel leggere in sentenza che come teste ero stato ritenuto assolutamente inattendibile. Fu un fatto per me eclatante, ma forse mi consentì di non diventare un bersaglio.
Nel suo libro passa in rassegna dei personaggi che ha potuto incontrare. Tra questi c'è anche Angelo Siino, il "ministro dei lavori pubblici" della mafia...
Siino era un tipo molto attento e prudente, poi è divenuto un collaboratore. Era una persona che sapeva destreggiarsi, che aveva la fiducia di Totò Riina, ma anche di altri che potevano essere in contrapposizione. Nel libro, a proposito di lui, racconto di un attacco ischemico che ebbe. Ricoverato al centro clinico, mi resi conto della cosa e lo dissi all'autorità giudiziaria. Fu così che da Roma Nicolò Amato, allora Capo del Dap, mandò un'ispezione a Pisa per verificare se quello che avevo scritto fosse vero. Vennero i medici ispettori e accertarono che era tutto realistico. Amato aveva ipotizzato che ci fosse stata una tresca tra me e il Siino. Poi, un giorno, dopo qualche anno, andai al carcere e incrociai Nicolò Amato: scoprii che nel frattempo era diventato l'avvocato di Siino.
Ci sono altri personaggi che cita nel suo libro?
Il più complicato era Vittorio Mangano. Prendeva aria vicino al mio studio. Ho avuto modo di parlargli in quelle passeggiate. Disse che era lui l'uomo più amato e cercato dai magistrati; disse che lui era stato scelto da Dell'Utri e che doveva stare attento ai figli di Berlusconi, che non fossero sequestrati. Disse anche che non avrebbe mai parlato e che sarebbe stato "come un pesce": muto. Incontrai anche Mario Moretti. Lui veniva dal carcere di Novara, era stato aggredito e aveva un problema all'articolazione della mano sinistra. Arrivò per un intervento di chirurgia plastica. Prima dell'intervento mi volle parlare: in maniera minacciosa, mi disse di stare attento a quello che avrei fatto e che in sala operatoria non ci sarebbe dovuto entrare nessuno. Poi capii che lui aveva saputo che sarebbe arrivato il generale Dalla Chiesa e per questo motivo temeva che quest'ultimo potesse entrare in sala operatoria e approfittare dell'anestesia per farlo parlare. Alla fine l'intervento riuscì molto bene al punto che Moretti si complimentò con me e lo staff. Uno che mi ha lasciato il segno fu invece Francis Turatello, detto "Faccia d'angelo". Un personaggio che ci sapeva fare. Racconto nel libro di un episodio particolare. Un giorno ci fu un ammutinamento nella cella di una degenza: sei detenuti si barricarono e minacciarono di dar fuoco ai materassi e al resto. Nel momento in cui venivo avvertito della vicenda stavo parlando con Turatello. Lui sentì la cosa e mi disse "dottore mi dia l'autorizzazione, che ci vado a parlare io". Ero sempre stato prudente, ma credevo anche nelle iniziative. Andai a comunicare la sua disponibilità e stranamente il comandante mi dette il nulla osta: tutti conoscevamo il grande carisma di Turatello. Andammo alla cella e appena lo videro, rimasi basito: si inginocchiarono per baciargli la mano. Lui disse "ragazzi non ci si comporta così" e in due minuti risolse il problema.
La prefazione del suo libro è scritta da Adriano Sofri, uno scritto lungo ben 17 pagine...
Con Adriano Sofri ho passato dieci anni come medico penitenziario. Lo considero uno scrittore, anzi un poeta quando parla di carcere. Ho scelto lui per la prefazione del mio libro e sono rimasto allibito di quanto fosse corposa. Ha parlato di ogni capitolo, in ogni capitolo c'è lui.
Il suo libro affronta anche il diritto all'affettività negata e l'ergastolo ostativo...
Certamente. La negazione dell'affettività in carcere è la conseguenza di malattie, fisica e psichica. All'estero, perfino in Albania, hanno le camere dell'amore, in Italia ancora non ci sono. C'è ovviamente anche un capitolo sull'ergastolo. Posso solo ricordare da medico che dopo un certo periodo di anni noi cambiamo le nostre cellule cerebrali, come ha ben evidenziato lo scienziato Umberto Veronesi
Uno dei capitoli più attuali è quello di Stefano Cucchi...
Luigi Manconi venne nominato Presidente della Commissione Parlamentare e mi chiese una consulenza sul caso. La vicenda di Stefano non è stato gestito bene dai medici. Nel film, che è indubbiamente bello, si chiude una porta ma non si capisce che cosa sia successo e si lascia all'immaginazione, ovviamente anche perché era in corso il processo. A questo punto, sorge il problema: anche tenendo presente che il medico di guardia del carcere non fece il suo dovere fino in fondo non capendo che gli ematomi evidenti non potevano essere dovuti alla caduta delle scale, come aveva dichiarato Cucchi. Dal primo minuto che fu portato all'Ospedale Pertini il primario sarebbe dovuto intervenire, ma non ha mai visto né visitato Cucchi. All'ospedale Stefano presentava una glicemia altissima. È stato completamente abbandonato dal punto di vista terapeutico: da medico penso che si sarebbe dovuti intervenire immediatamente e fare un certificato di incompatibilità con la carcerazione, così che il magistrato avrebbe potuto mandarlo agli arresti domiciliari.
Come vede il futuro del carcere?
Lo vedo nero, il governo non fa altro che chiedere più carcere per tutto. Ho avuto la fortuna di conoscere Vassalli e Conso, non ci sono paragoni con il governo attuale. Basti ricordare che il capo del Dap ha negato contro ogni evidenza il sovraffollamento in carcere seppur persino il ministro stesso abbia dovuto ammetterlo. Per la mia esperienza ritengo che il carcere non debba essere la prima soluzione, ma una extrema ratio, per questo è importante valorizzare le pene alternative. Ma soprattutto bisogna mettersi in testa che la pena non può che essere riabilitativa e non afflittiva.
di Annalisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 17 maggio 2019
In Italia diminuiscono i reati ma aumentano le condanne e cresce l'affollamento nelle carceri. Gli istituti penitenziari accolgono sempre più italiani e meno stranieri, poche le donne, ma ben 55 i bambini reclusi con le loro madri, tanti i tossicodipendenti (un quarto dei detenuti) e troppi i suicidi. È il quadro che emerge dall'annuale rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia redatto dall'Associazione Antigone, che si batte per i diritti in carcere, condotto attraverso l'attività di osservazione che l'associazione svolge dal 1998 in tutti gli istituti penitenziari del paese.
"Una situazione drammatica - ha spiegato il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, presentando a Roma il rapporto - con ben 8 mila detenuti in più rispetto solo a quattro anni fa e 3 mila rispetto all'inizio dello scorso anno, e un tasso di affollamento del 120 per cento che rischia di farci tornare presto alla situazione per cui Strasburgo ha condannato l'Italia". "L'aumento delle presenza in carcere - ha aggiunto Gonnella - rende i detenuti anonimi. Oscura le loro sofferenze e la loro disperazione. Anche così si può spiegare l'aumento dei suicidi. Ma serve ricordare che ogni persona che si uccide in prigione è una sconfitta delle istituzioni tutte". E a fronte di 60.439 detenuti reclusi al 30 aprile scorso, di cui 2659 donne (il 4 per cento del totale) ci sono stati 67 casi di suicidio con un tasso di 11,4 episodi ogni 10 mila detenuti. Nel 2018, secondo il rapporto, erano stati venti di meno. In carcere dunque ci si uccide quasi 18 volte di più che in libertà. Inoltre, secondo Antigone, in alcune carceri il tasso di suicidi è troppo elevato rispetto alla media: è il caso di Taranto dove negli ultimi dodici mesi in quattro si sono tolti la vita.
Non a caso quello pugliese è uno degli istituti penitenziari più affollati d'Italia, con un tasso di presenze del 199 per cento. Ciò limita lo spazio vitale e possibili attività rivolte ai detenuti, prime fra tutte il lavoro e la formazione professionale. Il 18,8 per cento delle celle in Italia, tra cui quelle del carcere di Opera a Milano e Secondigliano e Poggioreale a Napoli, non rispetta il parametro dei 3 metri quadrati per detenuto, soglia considerata dalla Corte di Strasburgo minima, al di sotto della quale c'è il rischio di trattamento inumano e degradante.
La presenza degli stranieri è diminuita negli ultimi dieci anni di oltre mille unità mentre crescono i detenuti italiani. E mentre in Europa, a fronte di una diminuzione dei reati si segnalano meno detenuti, anche in Italia i reati sono calati (del 24 per cento le rapine, del 3,3 gli omicidi, del 10 i furti in abitazione) ma di contro il tasso di detenzione è cresciuto del 7,5 per cento. Il rapporto di Antigone sfata dunque la credenza che il nostro Paese sia lassista con chi delinque.
"È vero il contrario se il 17 per cento delle condanne va dai 10 ai 20 anni a fronte di una media europea di 11 anni". "Vi è dunque una tendenza dei giudici - rileva il rapporto - a elevare le pene comminate". Un dato fortemente negativo è anche quello relativo al ricorso all'isolamento disciplinare, "che costituisce un surplus di sofferenza rispetto alla pena in sé", aumentato negli ultimi 5 anni di ben 10 volte.
Di positivo, invece, si registra l'aumento al ricorso alle pene alternative al carcere ma, secondo Antigone, si sceglie sempre di più la detenzione domiciliare, "misura più custodiale e meno tesa alla reintegrazione sociale". Infine nelle carceri si registra una carenza di personale del 16 per cento così come pochi sono gli educatori, in media uno ogni 78 detenuti, e i mediatori culturali di cui oltre il 60 per cento degli istituti è privo.
"Il rischio che lo sguardo di Antigone, occhio della società civile, mostra - ha commentato il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma - è quello che il carcere sia il luogo della marginalità sociale e dell'indifferenza di una società rancorosa.
La stessa analisi è emersa dalla recente relazione al Parlamento del Garante nazionale, frutto di un mandato istituzionale intrusivo e forte. Chiara da entrambi gli sguardi emerge la necessità di ridare al carcere visibilità e riportarlo nella discussione politica, primo passo per superare quel senso di abbandono che troppo spesso sembra ultimamente caratterizzarlo".
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 17 maggio 2019
Si è esaurito l'effetto dei provvedimenti che avevano allentato la pressione sulle carceri. E così, nonostante non si registri una crescita negli ingressi, né nel numero dei delitti compiuti, i detenuti continuano ad aumentare.
di Silvia Morosi
Corriere della Sera, 17 maggio 2019
In totale i detenuti sono 60.439 e il tasso di sovraffollamento in alcuni istituti arriva a toccare il 150 per cento. L'associazione lancia l'allarme per la crescita dei suicidi: "Nel giro di due anni si tornerà ai numeri della sanzione europea". Più di sessanta mila, 60.439 per la precisione. Sono i detenuti nelle carceri italiane, ottomila in più rispetto a quattro anni fa, nonostante non si registri un aumento degli ingressi né dei delitti commessi. Tra loro, 2.659 sono le donne (il 4,4 per cento del totale), di cui 51 madri con i loro 55 i bambini di età inferiore a 3 anni. Per quanto riguarda gli stranieri, dal dicembre 2017 a oggi sono calati dello 0,67 per cento, a dimostrazione che "non esiste un allarme stranieri detenuti". In questa situazione, il tasso di sovraffollamento (il rapporto tra presenze e posti letto) sfiora il 120 per cento, e in 42 istituti (uno su cinque) il 150 per cento. I dati sono riportati nel 15esimo rapporto sulle condizioni di detenzione dell'associazione Antigone: "Il carcere secondo la Costituzione".










