di Antonio Polito
Corriere della Sera, 31 luglio 2018
Per quanto non esistano statistiche ufficiali delle aggressioni motivate da "odio razziale", basta sfogliare i giornali per accorgersi che qualcosa è cambiato. Qualcosa è cambiato. Per quanto non esistano statistiche ufficiali delle aggressioni motivate da "odio razziale", basta sfogliare le collezioni dei giornali per accorgersi che qualcosa è cambiato.
Negli anni passati, pur nel pieno di arrivi ben più massicci e caotici di stranieri, imparagonabili ai numeri di oggi ormai sotto controllo, non si era registrata una tale frequenza di atti di violenza contro persone di etnia e colore di pelle diverso dal nostro. Sono episodi differenti tra loro, e solo la Giustizia potrà accertare i moventi e sanzionare i colpevoli. Ma tutti sarebbero difficili da immaginare se non si fosse ormai prodotto uno sdoganamento culturale della xenofobia. Ecco una prova di quanto quel complesso di sentimenti, emozioni e senso comune che va sotto il nome di cultura popolare, possa condizionare i comportamenti di una comunità.
Le idee certe volte contano di più dei fatti. Ed è per questo che vanno maneggiate con cura. L'idea nuova che circola in Italia da un po' di tempo è il "cattivismo". Non si tratta solo del rovesciamento del vecchio "buonismo" della sinistra, basato sulla retorica secondo la quale i fenomeni migratori sono troppo grandi per essere governati, dunque non si può che accogliere chiunque e comunque arrivi. Una tesi che alla lunga ha prodotto l'effetto opposto, confermando le peggiori paure degli italiani: che cioè la Repubblica avesse rinunciato a ogni sovranità sulle proprie frontiere, e che il fenomeno fosse ormai fuori controllo. Salvini ne ha raccolto i frutti a piene mani.
Ma il "cattivismo" di cui ormai molti menano vanto (un giro su Twitter può essere istruttivo) è qualcosa di più: è la convinzione che sia in corso una "invasione" ostile e perfino organizzata, e che quindi esista una giustificazione morale, se non ancora giuridica, a difendersi. Alla guerra come alla guerra; e in guerra, si sa, pietà l'è morta. Si può definirlo razzismo? No, in senso stretto. Perché non è (ancora) fondato sulla proclamazione della superiorità biologica e storica della nostra etnia. Ma sicuramente genera forme di discriminazione razziale, secondo la definizione della Convenzione delle Nazioni Unite, che così definisce "ogni differenza, esclusione e restrizione della parità dei diritti in base a razza, colore della pelle e origini nazionali ed etniche". Di qui l'allarme per i tanti episodi di intolleranza e di violenza.
Non siamo per fortuna in Italia neanche lontanamente vicini ai livelli che i conflitti razziali hanno avuto e hanno tuttora altrove. Ma questo non vuol dire che, di imitazione in imitazione, non si possa raggiungere prima o poi la massa critica di "volenterosi carnefici" necessaria per innescare una reazione a catena di punizioni e vendette. Meglio dunque agire prima che lamentarsi dopo. Per questo ci eravamo permessi qualche tempo fa, dalle colonne di questo giornale, di suggerire al ministro dell'Interno Matteo Salvini di non indulgere al "cattivismo", per quanti consensi gli abbia portato o gli possa portare.
Nel ruolo istituzionale che oggi ricopre, e che gli consente di usare la forza coercitiva dello Stato, non si può fare propaganda politica, e si deve anzi produrre qualsiasi sforzo per scongiurare il rischio di conflitto tra italiani e non. Non solo perché lo Stato democratico difende l'incolumità e la dignità di chiunque, compresi gli immigrati. Ma anche perché l'esplodere di quel conflitto sarebbe il fallimento della promessa di "legge e ordine" che il titolare del Viminale ha fatto agli italiani.
Si può condurre con efficacia una politica di chiusura o di controllo dell'immigrazione senza accettare alcuna discriminazione razziale. Paesi perfettamente democratici e liberali, come gli Usa, il Regno Unito, la Francia, l'Australia, hanno di volta in volta nella loro storia aperto o chiuso le frontiere ai migranti, ma sempre vigilando con attenzione contro ogni rischio di scontro tra "nativi" e "newcomers", fino al punto di ricorrere anche a forme di discriminazione positiva: aiutando cioè gli ultimi arrivati a integrarsi scalando posizioni nel lavoro, negli studi, nell'amministrazione pubblica. A Salvini non si può chiedere tanto: la sua politica è "prima gli italiani".
È una posizione legittima, purché tra gli italiani vengano annoverati anche coloro che lo sono senza essere nati da noi, come Daisy Osakue, la campionessa di lancio del disco aggredita a Moncalieri e che vestirà l'azzurro agli Europei, sempre che il suo occhio guarisca.
Ma al ministro dell'Interno si può certamente chiedere di usare la sua popolarità e il suo consenso per spegnere i bollenti spiriti di alcuni nostri connazionali. Innanzitutto bisogna separare radicalmente gli atti di violenza a sfondo razziale da ogni pretesa giustificazione sociale. Di fronte al pestaggio di un ragazzo nero mentre sta lavorando, come il giovane cameriere di Partinico, non ha alcun senso ricordare che gli italiani sono esasperati per i reati commessi dagli immigrati.
Tra le due cose non c'è nesso, ammesso che non si voglia suggerire che se ne può punire uno per educarne cento. Che poi è esattamente ciò che venne in mente al "giustiziere" di Macerata: se ne andò in giro a sparare a giovani neri innocenti per vendicare le colpe di tre spacciatori nigeriani nell'orribile morte della povera Pamela. Allo stesso modo il ministro potrebbe evitare di dare un sapore ideologico, o peggio ancora nostalgico, alla sua politica di contrasto dell'immigrazione clandestina, fenomeno tra l'altro in calo proprio grazie alla sua azione di governo.
Con il linguaggio del corpo e delle T-shirt che maneggia con assoluta maestria, il ministro ci ha fatto sapere in questi giorni che ama avere molti nemici perché questo gli dà molto onore, o che l'"offesa è la migliore difesa". Mai una volta che gli venga l'idea di esibire una scritta con una frase del Vangelo tipo "beati gli operatori di pace", o un articolo della Costituzione che "riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo"? Avrebbe un grande valore se il ministro dell'Interno, uomo del tutto al riparo da ogni sospetto di buonismo, magari di ritorno da una visita ai bagnasciuga sui quali ferma sbarchi e "vu cumprà", si facesse un giorno fotografare al capezzale di un immigrato vittima di un'aggressione a sfondo razziale. Sarebbe un testimonial straordinario di una Repubblica che sa essere severa con ogni illegalità, e giusta con tutte le vittime dell'illegalità.
di Enrico Cicchetti
Il Foglio, 31 luglio 2018
Il 25 luglio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha messo in guardia contro la deriva da "far west" che sta prendendo l'Italia, "dove un tale compra un fucile e spara dal balcone colpendo una bambina di un anno, rovinandone la salute e il futuro". E sono almeno sei i casi di cittadini stranieri che, negli ultimi due mesi, sono divenuti bersaglio di "cecchini urbani" senza un apparente motivo. Solo negli ultimi giorni e dopo le parole di Mattarella - provocate anche dal caso della bambina rom colpita a Roma con una pistola ad aria compressa da un ex dipendente del Senato - a Vicenza e Caserta altri due migranti sono stati feriti da cittadini italiani. Mentre è di ieri il caso del presunto ladro marocchino inseguito ad Aprilia da due 40enni del posto che armati (l'uomo, uscito di strada con la sua macchina, è morto ndr).
Nel giorno in cui i carabinieri hanno denunciato per lesioni aggravate dall'odio razziale uno dei membri del branco che ha malmenato un 19enne senegalese nel palermitano, il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha spiegato che "aggredire e picchiare è un reato, a prescindere dal colore della pelle di chi lo compie, e come tale va punito". Ma ha anche aggiunto che "i reati commessi ogni giorno in Italia da immigrati sono circa 700, quasi un terzo del totale, e questo è l'unico vero allarme reale contro cui da ministro sto combattendo". L'idea di un legame migranti-criminalità rilanciata da Salvini è un'ipotesi molto diffusa tra gli italiani, che secondo uno studio annuale della Commissione Europea sono fra i più preoccupati dall'immigrazione in tutta Europa. Ma c'è un vero allarme per i reati commessi dagli stranieri?
Cominciamo da una premessa: il numero dei reati è in calo, anche quelli commessi dagli stranieri. Una tendenza in atto in tutta l'Unione Europea, dove fra il 2003 e il 2012 il numero dei reati compiuti in un anno è diminuito del 12 per cento. Uno dei dati citati da chi sostiene che gli stranieri compiano più reati degli italiani è quello della popolazione carceraria. Ma secondo l'ultimo "pre-rapporto di metà anno sulle carceri" di Antigone, l'associazione che da anni si batte per i diritti dei detenuti, il tasso di detenzione degli stranieri in Italia è diminuito di oltre 2 volte negli ultimi 10 anni.
"Non c'è un'emergenza stranieri, non c'è un'emergenza sicurezza connessa agli stranieri", si legge nel documento presentato oggi dall'associazione. "I detenuti stranieri sono addirittura diminuiti in termini assoluti rispetto al 2008, quando il numero dei non italiani residenti in Italia regolarmente o irregolarmente era la metà. Avrebbe dovuto raddoppiare. Invece no. Ogni diversa interpretazione e ogni allarme sono pura mistificazione". La stessa cosa che aveva detto nel 2016 il capo della polizia Franco Gabrielli: "I numeri parlano chiaro: non c'è stato alcun incremento di reati rispetto all'aumento della presenza di immigrati".
L'associazione evidenzia che, in totale, tra stranieri e italiani, "gli ingressi in carcere dalla libertà sono stati 24.380 nei primi mesi del 2018, in calo rispetto alle 25.144 persone entrate nel primo semestre del 2017. Il segno di un'attività criminale non in aumento. I detenuti, che sono 58.759, crescono ma di poco. Sono aumentati di 672 unità in 5 mesi. Ci sono 8.127 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare".
"Gli stranieri sono il 33,8 per cento della popolazione detenuta. Gli stranieri non europei sono 13.490, ossia il 22,9 per cento della popolazione detenuta. Nell'ambito di questo 22,9 per cento, la presenza di detenuti con regolare permesso di soggiorno, seppur non stimata ufficialmente, è - secondo indagini a campione effettuate nei grandi istituti di pena - inferiore al 20 per cento". Per essere ancora più chiari gli extracomunitari regolari in carcere sono circa 3.000. Come i detenuti di origine lombarda, pari a 2.966 unità. "Se sommiamo i detenuti con regolare permesso di soggiorno a quelli comunitari si arriva a circa 8.000 unità, cioè il 13 per cento circa della popolazione detenuta, un numero più o meno pari ai 7.546 detenuti di origine siciliana".
"Il patto di inclusione paga - si legge ancora nel rapporto. Garantisce sicurezza. Questo è particolarmente evidente guardando ad alcune comunità straniere insediatesi in Italia da più di dieci anni. Ciò accade in quanto quella comunità diventa parte integrante dell'economia e della società italiana. Di conseguenza diminuisce il rischio per i suoi membri di finire in carcere. Gli ucraini hanno un tasso di detenzione più o meno identico a quello degli italiani. Poco superiore è il tasso di detenzione di moldavi, romeni, etiopi, ungheresi. La regolarizzazione è anche funzionale alla sicurezza del paese, alla riduzione dei crimini. Una grande regolarizzazione degli attuali irregolari determinerebbe, alla luce dei dati statistici, un'ulteriore riduzione della presenza di detenuti stranieri".
Quanto avvenuto nella comunità rumena è paradigmatico: "Negli ultimi 5 anni i detenuti rumeni sono diminuiti di 1.103 unità, scendendo da 3.661 a 2.558, nonostante il numero degli immigrati rumeni in Italia sia andato aumentando. Come si evince dai dati, man mano che passa il tempo dal suo insediamento in Italia una comunità esprime un minor numero di detenuti al proprio interno".
Secondo i dati dell'Amministrazione penitenziaria aggiornati al 30 giugno 2018 la comunità straniera più numerosa nelle carceri italiane è quella marocchina (3.700 detenuti, cioè il 18,6 per cento del totale degli stranieri), seguita da albanesi (2.505, cioè il 12,6 per cento) e rumeni (2.558, cioè il 12,9 per cento). Se aggiungiamo i tunisini (2.137, cioè il 10,7 per cento) vediamo che le prime quattro nazionalità da sole pesano per più della metà (54,8 per cento). Nessuna di queste nazionalità rientra tra quelle più presenti tra le persone sbarcate negli ultimi anni che nel 2015 erano eritrea, nigeriana e somala; nel 2016 nigeriana, eritrea e guineana; nel 2017 nigeriana, guineana e ivoriana. Nelle carceri i cittadini nigeriani ed eritrei - le due nazionalità maggiormente presenti tra gli immigrati sbarcati negli ultimi anni - sono rispettivamente 1.125 e 57, cioè il 5,7 per cento e lo 0,3 per cento del totale degli stranieri detenuti.
Gli stranieri commettono reati meno gravi rispetto agli italiani - È straniero il 44,6 per cento dei detenuti cui è stata inflitta una pena inferiore a un anno (e dunque per reati di scarsa gravità) e solo il 5,6 per cento degli ergastolani (che sono complessivamente 1.726). Considerando i reati più gravi, come ad esempio la criminalità organizzata, il 98,7 per cento dei detenuti condannati per tali delitti è italiano e solo l'1,2 per cento è straniero. Nonostante questo nella prima metà del 2016 sono stati approvati in tutto 19.128 affidamenti in prova ai servizi sociali, di cui solamente 2.722 a detenuti stranieri (circa il 14 per cento). Nello stesso periodo di tempo, i domiciliari - cioè la possibilità di scontare l'ultima parte della pena a casa propria - sono stati concessi a 14.136 detenuti italiani e solamente a 3.306 stranieri.
È vero, come dice Salvini, che negli ultimi anni più o meno un terzo delle persone detenute è di origine straniera. Ma, come riassunto bene da Luca Misculin sul Post, uno studio del 2016 di Francesco Palazzo, docente di Diritto penale all'università di Firenze, lo considera un dato fuorviante per analizzare il rapporto fra immigrazione e criminalità. Palazzo confronta la percentuale dei detenuti stranieri (circa un terzo) con la popolazione complessiva degli stranieri in Italia che è molto minore, intorno all'8 per cento: si potrebbe dedurne che il loro tasso di criminalità sia superiore a quello degli italiani.
Palazzo spiega che per sostenere una cosa del genere non possiamo utilizzare questi dati. La maggiore concentrazione di detenuti stranieri si spiega soprattutto col fatto che i condannati stranieri "hanno una maggiore difficoltà ad accedere alle misure alternative al carcere", sia perché non possono permettersi una difesa diversa da quella d'ufficio sia perché a volte non dispongono delle condizioni necessarie per ottenere le misure in questione, come una casa o un lavoro stabile.
In sostanza, gli stranieri tornano a delinquere con maggior frequenza degli italiani perché sono quelli che passano più tempo in carcere per reati di piccola entità, per i quali in media gli italiani usufruiscono di pene alternative. Un paradosso suffragato dalle statistiche: sempre secondo Antigone il tasso di recidiva è del 68,4 per cento tra coloro che hanno scontato una pena in carcere e solo del 19 per cento tra coloro che hanno scontato una pena in misura alternativa.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 31 luglio 2018
Usare un linguaggio razzista per diffondere poveri e indecenti concetti allo scopo di fomentare e usare le paure fa di Salvini un ministro pericoloso ma non fa dell'Italia un paese razzista. Il Truce e le nuove parole del consenso.
Il Truce è un razzista, uno xenofobo attivo, e un furbo fesso. Di tutto questo ha scarsa contezza. Il demagogo giovane, inesperto, e questo entro certi termini vale anche per il suo vice socio, non sa distinguere tra la funzione pubblica in materia di sicurezza e di governo e il putridume del linguaggio privato, occasionale, mefitico e ribaldo, che colpisce chi ha un altro colore della pelle e labbra spesse o una fisionomia forastica e un accento pesante e spesso di una sonorità ridicola all'orecchio bianco e nativo.
È razzista quando dice: "Il razzismo non c'è, ma gli immigrati delinquono", come se non sapesse che certi reati di strada e di forte allarme sociale da sempre sono principalmente appannaggio dei miserabili, e certo nella scala dell'integrazione sociale e del benessere la "pacchia" degli immigrati in Italia è relativa, che un terzo dei reati di strada sia ascrivibile a gente disintegrata che viene da fuori può stupire, appunto, solo un fesso. È razzista quando si volta dall'altra parte, o giù di lì, di fronte a un suo fan che spara ai neri a Macerata, all'impazzata, credendo di vendicare una povera ragazza finita male, tragicamente, e divenuta simbolo della "violenza dei nigeriani", dei neri.
Bossi raccontava barzellette sui bingo bongo, sfruculiava il razzismo e la xenofobia domestica nella forma del nativismo, che è un male capace di infettare qualunque popolo o sezione di popolo, è una postura d'insolenza e di violenza verbale, e nel privatissimo di una battuta di cui si vergogna Berlusconi non ci è andato piano nel commento su una fidanzata di Balotelli. Ma i due avevano altro per la testa, la libertà dallo stato fiscale e magari il federalismo o l'invenzione di una nazione mai vista, la fumettistica e ambigua Padania.
Nella testa del Truce, al contrario, alligna l'invenzione di un popolo che non vuole convivere con la realtà, che vuole respingere, espellere, magari impallinare, dare la caccia a quelli che non sono confortevolmente italiani e bianchi. E quando queste invenzioni diventano oratoria politica di uno che ha successo, che ha chiesto e ottenuto un certo consenso, e ora che è al governo vuole moltiplicarlo con questi mezzi, sono guai.
La mia impressione è sempre stata, a leggiucchiare di storia e cultura, che noi non c'entriamo gran che con il razzismo biologico nel senso in cui l'espressione può essere usata in Europa per i polacchi, per i tedeschi, per gli austriaci e in parte per la Francia cosiddetta de souche, del profondo, o per i nordamericani del sud, in particolare, eredi di una civilizzazione fondata sulle pratiche della schiavitù e poi di lunghi anni di segregazione.
Però abbiamo avuto le leggi razziali, e una condiscendenza diffusa, anche culturale, verso le radici intellettualmente pietose e moralmente rancide del razzismo e dell'antisemitismo. Secondo me, in materia di razza, se esista poi la questione, e di nativismo, il popolo in Italia si farebbe volentieri i fatti suoi, può sbertucciare, irritarsi, maramaldeggiare sugli zingari, ma dare fuori di matto, perseguitare e imporre soluzioni di forza aberranti, non mi pare il tratto dell'arcitaliano.
È il tratto possibile delle sue classi dirigenti quando del popolo fanno l'uso alla Truce. Da noi mancano principi universalistici saldi, non siamo un posto da dichiarazioni dei diritti dell'uomo e del cittadino, l'esecuzione del Duce non ebbe nulla del martirio regicida, niente della sua solennità cupa, della sua inevitabilità tragica, fu una vendetta, un reato di strada per così dire. Siamo brava gente, anche molto cattiva, che ha saputo fare buon uso del proprio cinismo, di una assoluta mancanza di idealismo, di una mollezza di princìpi che affascina e stuzzica i viaggiatori del bel paese, anche brutto quando vuole, da che mondo è mondo.
Il razzismo come tragedia moderna ci sarebbe virtualmente estraneo. Dispersi e senza Patria, quando qualcuno se la inventa a nostro nome. e chiama miticamente alle armi con discorsi che coincidono con fatti orrendi di spregio sociale e razziale, lì comincia a manifestarsi però un vero problema. Non so se ci sia un'emergenza razzismo, certo il Truce può stare sicuro. Se continuerà a usare quel linguaggio e a diffondere quei poveri e indecenti concetti allo scopo di fomentare e usare le paure, sarà sempre più e meglio seguito. Il che è un'emergenza: l'emergenza Salvini al Viminale.
di Piero Sansonetti
Il Dubbio, 31 luglio 2018
Linciaggio. Voi conoscete il significato di questa parola? Probabilmente sì. E dunque siete in linea di massima più colti, o comunque migliori conoscitori del linguaggio, della quasi totalità dei giornalisti italiani, compresi i direttori. Linciaggio (legge di Lynch: sono incerte le generalità esatte di questo signor Lynch, pare fosse un giurista della Virginia, fine 700) è il processo popolare, o anche il non processo, seguito dall'esecuzione della pena capitale nei confronti di una persona sospettata di avere commesso un delitto piccolo o grande.
Di solito, negli Stati del Sud degli Usa (dove il linciaggio imperversò per un paio di secoli e proseguì ancora fino a oltre la metà del novecento), veniva adoperato il linciaggio solo per gli autori di reati gravissimi. La violenza sessuale (ma solo se era di un nero contro una bianca) e l'omicidio (idem).
L'altra notte ad Aprilia, a due passi da Roma, vicino ad Anzio, in una località dove in questo periodo passa le vacanze un pezzetto della media e piccola borghesia romana, è stato compiuto un linciaggio. Alcuni cittadini, sospettando che un signore di origine marocchina fosse un ladro, lo hanno inseguito e ucciso. In questo caso senza processo. È stato sufficiente scorgere uno zainetto nel quale, forse, erano nascosti degli strumenti adatti allo scasso (credo di automobili). Diciamo meglio: senza processo e senza reato, visto che questo signore del Marocco non aveva rubato niente, era disarmato, non era violento, non aveva minacciato nessuno, era in fuga, ma non in fuga dalla legge, in fuga dalla furia degli inseguitori.
È un reato gravissimo quello commesso, sembra, da due cittadini di Aprilia. Per questo reato saranno processati e la magistratura deciderà se sono colpevoli o innocenti e quale pena meritano. Noi - come per tutti - speriamo che la pena non sia eccessiva e speriamo che - se sono colpevoli gli sia data la possibilità di riabilitarsi e di capire cosa sia la giustizia vera e cosa, invece, la furia e il delitto.
Però restiamo sgomenti di fronte all'atteggiamento della stampa. Tutta. La grande maggioranza dei giornali italiani ieri non aveva questa notizia in prima pagina. L'hanno messa in prima solo le grandi testate (ma non tutte) come il Corriere, la Repubblica, il Messaggero e il Fatto, però nessuna di loro gli ha dedicato il titolo più importante della prima pagina (quella che noi giornalisti, in gergo, chiamiamo "l'apertura").
Eppure non c'è dubbio che il linciaggio ieri era la notizia nuova più importante del giorno. Il Corriere e la Repubblica hanno preferito parlare dei dissidi nel governo e tra governo e opposizione, sulla Rai e sull'Ilva (temi sicuramente importantissimi, per carità, ma che campeggiavano da diversi giorni, senza rilevanti novità), Il Fatto gli ha preferito anche altre notizie come una inchiesta nella quale ha accertato che il Pd è in crisi. In nessuno dei titoli dedicati al linciaggio - nessuno - si parla di linciaggio. (A occhio neppure in nessuno degli articoli). In molti titoli la parola "ucciso" è sostituita dalla parola "muore".
Bene. Io non credo, francamente, che la totalità dei giornalisti italiani che si sono occupati dell'omicidio di Aprilia - e dei direttori che hanno deciso se e come collocarlo in prima pagina, e usando quali parole - non conoscano il termine linciaggio e la differenza tra la forma verbale attiva - "morire" e la forma - passiva - "essere ucciso".
E allora, perché questa prudenza? C'è una sola risposta: è la nuova political correctness. La correttezza politica, il galateo, vogliono che di fronte a un vicepremier che sostiene che il problema non sono questi delitti ma i piccoli furti commessi dagli immigrati, e che esclude che in Italia ci sia il razzismo - e un altro vicepremier che difende il suo collega sostenendo che se il suo amico vicepremier dice così, evidentemente è così... - vadano attenuati i toni delle polemiche e anche dell'informazione. Si sta ai fatti e basta.
Quali sono i fatti? Che quel ragazzo del Marocco è morto e che probabilmente aveva in auto un piede di porco. Bene: questo si riferisce. Punto. È morto un ragazzo del Marocco che aveva in macchina un piede di porco. Razzismo? Linciaggio? Clima d'odio? Caccia all'immigrato (anzi, al negro)? La risposta è secca: andiamoci piano con le ideologie.
E così, mentre è del tutto chiaro, a chiunque voglia vedere, che in Italia sta montando una ondata razzista, non solo xenofoba (e il nuovo episodio di ieri contro la nostra campionessa di atletica lo conferma) le voci che restano a gridare l'allarme sono sempre di meno e sempre più flebili e isolate. Quella del Papa, quella del Presidente Mattarella, qualche rivista cattolica sbeffeggiata dall'intero schieramento di quelli che Travaglio (che ne fa parte) chiama "i giornaloni".
Questo che vuol dire? Che Salvini è un razzista e che è stato lui, spalleggiato dai 5 Stelle a creare questo clima? No, anche questa è una scemenza. Non so se Salvini sia un razzista (anche se sin qui ha fatto molto poco per smentirlo, e certo non lo aiutano a questo scopo le citazioni, consapevoli o no, di Mussolini...), so che il razzismo in Italia e in molti paesi d'Europa sta montando e si sta radicando in una parte molto grande dell'opinione pubblica.
E non è certo una manovra politica di Salvini né di Grillo. Il problema è che i partiti politici a questo dovrebbero servire: ad affermare principi di buon senso. A dialogare con il popolo e ad influenzare il popolo. Se non muovono un dito per affermare questi principi, e se anzi immaginano di poter trarre vantaggi elettorali dalla crescita di un senso comune razzista, fanno un pessimo servizio al nostro paese. La citazione di Manzoni usata qualche giorno fa dal presidente della Repubblica è assolutamente calzante: "Il buonsenso c'era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune". Per quanto tempo ancora deve restare nascosto, clandestino?
di Mario Giordano
La Verità, 31 luglio 2018
"Bisogna dare ai magistrati una norma chiara. Con la Lega niente divisioni e non credo si rischi il Far West". Il Guardasigilli annuncia un giro di vite e aggiunge: "Faremo in modo di celebrare il processo solo quando è necessario: chi si è difeso legittimamente non deve attraversare anche il calvario giudiziario".
Bonafede ha molti altri assi nella manica, a partire dal Daspo per i corrotti: "Chi paga le mazzette deve sapere che rischia ben più del carcere". E sull'agente sotto copertura assicura: "Non è come l'agente provocatore. Estenderemo un istituto che è già previsto, così da rendere il nostro Paese un leader a livello europeo nella lotta alla corruzione".
Ministro Bonafede, lei si sente giustizialista?
"Per nulla".
Davide Casaleggio ci ha detto che il giustizialismo è un'aberrazione.
"Per me è una bandierina".
Una bandierina?
"Sì, una di quelle sventolate per far diventare la giustizia motivo di finta divisione politica".
E chi la sventola questa bandierina?
"Ormai solo qualche nostalgico. Io, da ministro, ho come principale obiettivo quello di far uscire la giustizia dal pantano politico".
Come?
"Ragionando solo nell'interesse dei cittadini".
Va beh, ma come? Passiamo alle cose concrete.
"Passiamo".
Lei sta preparando il Daspo per i corrotti.
"Esiste già un articolato".
E che dice?
"Dice che chi è condannato in via definitiva per corruzione non potrà più stipulare contratti con la pubblica amministrazione. A vita".
A vita?
"A vita. Chi paga le mazzette deve sapere che rischia non solo il carcere, ma qualcosa che lo limiterà per sempre".
Effetto deterrente.
"Sì, effetto deterrente. Ma poi si ottiene un altro risultato: si ripulisce il mercato dai corrotti".
Lei vuole introdurre anche l'agente sotto copertura. È il famoso agente provocatore?
"No, è diverso".
In che cosa?
"L'agente provocatore provoca il reato. L'agente sotto copertura s'infiltra nel sistema e scopre i reati che esistono".
Ma gli infiltrati non esistono già?
"Certo".
E che cosa cambia?
"Che finora erano previsti solo per alcuni reati, come terrorismo e traffico di stupefacenti. Non per la corruzione. E mi faccia dire una cosa cui tengo molto".
Che cosa?
"Con queste due norme (Daspo e agente sotto copertura) l'Italia diventa leader a livello europeo nella lotta alla corruzione".
Se le dico che la difesa è sempre legittima, lei cosa risponde?
"Che non è così".
Ma la legge va cambiata?
"Sì, voglio essere sicuro che, se una persona è stata attaccata e si è difesa legittimamente, non debba anche attraversare il calvario dei tre gradi di giudizio".
E come si fa?
"Bisogna dare ai magistrati una norma più chiara, senza zone d'ombra. Stiamo lavorando al testo".
Che cosa cambierà in pratica?
"Si eviterà di andare sempre a processo, come avviene oggi".
Si agevoleranno le archiviazioni?
"Non ho interesse ad agevolare le archiviazioni. Faremo in modo di celebrare il processo solo quando si deve celebrare".
La Lega è d'accordo?
"Il mondo mediatico sta cercando elementi divisivi. Invece con il ministro Matteo Salvini c'è piena sintonia su questo punto".
Ma si rischia il Far West?
"Non esiste. Nessun Far West, nessuna proliferazione delle armi. Ci accusano di tutto, ma anche su questo tema stiamo togliendo tutte le bandierine ideologiche".
Lei ha bocciato la riforma penitenziaria, che è stata letta da molti come uno svuota carceri.
"Lì c'è stato un comportamento irresponsabile del precedente governo".
Perché?
"Hanno fatto sparire la delega prima del voto, per paura del giudizio popolare. Poi l'hanno ritirata fuori dopo che hanno perso le elezioni".
Voi ci rinuncerete?
"Non su tutto. Solo sulla parte che mina alla radice la certezza della pena. E la eserciteremo invece su una parte minoritaria, ma importante".
Quale?
"Quella che riguarda i minori e il lavoro per i detenuti".
Secondo lei c'è stato un ricorso eccessivo a pene alternative e permessi premio in questi ultimi anni?
"C'è stato un uso schizofrenico di diversi strumenti".
Quali per esempio?
"Per esempio la liberazione anticipata speciale che era arrivata a prevedere uno sconto di 75 giorni ogni sei mesi. Ma le pare? Per un cittadino normale sei mesi iniziano al primo gennaio e finiscono al 30 giugno. Per un detenuto, invece, cominciavano il primo gennaio e finivano a metà aprile".
Le carceri però sono sovraffollate. Ne costruirete di nuove o pensa a un mondo senza carceri, come dice Beppe Grillo?
"Intanto faremo interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria".
Doveroso, ma i posti restano quelli.
"No, già con la manutenzione si potrebbero aumentare i posti tanto da raggiungere quasi il livello ottimale".
E le carceri nuove?
"Si sta valutando quante ne servono. Ma la prospettiva a lunghissimo termine, che è quello che emergeva dal post di Beppe Grillo, è investire nella cultura della legalità, in modo che si riduca il bisogno delle carceri".
Vaste programme, direbbe il generale De Gaulle.
"Ma io comincerò da cose concrete. Per esempio: oltre che nei tribunali e nelle carceri, andrò anche nelle scuole. Per dare un'idea diversa della giustizia".
Aspettando l'idea diversa della giustizia, c'è la possibilità di mandare i detenuti stranieri a scontare la pena nel loro Paese?
"Sì, una volta appurato che le carceri in quel Paese non siano un inferno".
Una volta appurato, che si fa?
"Bisogna fare accordi bilaterali in cui si prevede la possibilità di trasferimento senza il consenso dei detenuti".
Perché oggi ci vuole il consenso dei detenuti?
"Sì. E ovviamente, visti gli sconti di pena, i permessi e le altre facilitazioni del nostro ordinamento, nessuno accetta".
Ma ha già impostato accordi bilaterali di questo tipo?
"Sì, stiamo lavorando con la Romania".
I tribunali sono anche intasati dai ricorsi degli immigrati cui è stato negato il diritto d'asilo...
"C'è appena stata una riforma su questo punto. Prima di intervenire bisogna vedere come funziona".
Il ministro Salvini dice che li dietro c'è il business degli studi legali con il gratuito patrocinio...
"No, dal mio punto di vista non c'è alcun business. Gli avvocati fanno il loro mestiere rispettando la legge".
Un altro tema di discussione è la prescrizione. Lei la vuole fermare dopo la sentenza di primo grado.
"Questo è il punto di partenza".
Un attacco al garantismo?
"No, una misura di buon senso. Che rispetta i cittadini. E anche il bilancio dello Stato".
Il bilancio dello Stato?
"Sa quanti soldi vengono sprecati? Si fanno indagini, processi di primo grado. E poi finisce
tutto a tarallucci e vino".
Però con il blocco della prescrizione si rischia l'intasamento dei tribunali.
"Infatti questa misura va di pari passo con gli investimenti nella giustizia".
Non si potrebbe introdurre, come proposto dalla Verità, l'impossibilità di ricorso in appello da parte della Procura, in caso di assoluzione?
"Ma il processo non è un percorso afflittivo...".
No?
"No, è un modo per accertare la verità. E il secondo grado serve appunto a questo: ad accertare meglio la verità. Tutt'al più...".
Tutt'al più...
"Per sgravare un po' i tribunali, io sarei favorevole a eliminare il divieto della reformatio in peius".
Cioè il principio per cui, oggi, se un condannato fa ricorso, non può avere in appello una pena superiore a quella avuta in primo grado.
"Esatto. Oggi in pratica tutti i condannati fanno ricorso...".
È una misura allo studio?
"No, non è nel contratto di governo. È un'opinione personale".
Quanto dovrebbe durare secondo lei un giusto processo?
"Non più di quattro anni. Per tutti e tre i gradi".
Ci si arriverà?
"Sto investendo molte energie sul processo telematico. In autunno avremo novità importanti".
Ma i tribunali non stanno chiusi troppo? I magistrati non fanno troppe ferie?
"No, i magistrati italiani sono fra i più produttivi, se non i più produttivi, a livello europeo. E lavorano tantissimo a casa".
Lo stato dei tribunali, invece, è disastroso. A Bari è un bel pasticcio...
"A Bari il pasticcio era che si facevano le udienze nelle tende. Mi criticano per questo?".
No, la criticano perché per togliere le tende è stato affittato l'immobile di un amico dei clan mafiosi. A un milione di euro l'anno.
"Stiamo facendo approfondimenti".
È stato un errore?
"Lo vedremo. Noi abbiamo seguito le regole per cercare di dare a Bari la soluzione migliore".
Ci sono altri tribunali in quelle condizioni?
"In quelle condizioni, no. Ma ci sono tanti tribunali in condizioni critiche. Mi sto muovendo per cercare di intervenire".
Quindi a breve potrebbe intervenire su altri casi?
"Sì. Però è meglio agire a livello strutturale. I campanelli d'allarme a Bari c'erano da tempo. Bisogna riuscire a muoversi in tempi più rapidi".
Capitolo intercettazioni. Lei ha citato Consip e Renzi le ha risposto: "O sei in malafede o non hai capito". Poi dice che lei dovrebbe occuparsi di Lanzalone e dello scandalo di Roma.
"Renzi ormai dice sempre la stessa cosa. Ha un repertorio vecchio. Ma se lui critica vuol dire che la direzione è giusta".
Ma c'era davvero una relazione tra le norme sulle intercettazioni e Consip?
"Non mi sono riferito solo al caso Consip. Ho detto semplicemente che nella scorsa legislatura il provvedimento sulle intercettazioni aveva un'impennata di attenzioni da parte del Parlamento in coincidenza degli scandali giudiziari. Magari era solo una coincidenza".
Ma a proposito di scandali giudiziari: si è pentito di aver presentato Lanzalone alla Raggi?
"Di cosa mi dovrei pentire? La giustizia farà il suo corso, siamo in attesa. Ma in quel momento io ho presentato un eccellente avvocato alla sindaca Raggi".
Torniamo per un attimo alle intercettazioni. C'è stato un eccesso nell'utilizzo e nella pubblicazione?
"Se questo è il problema, questa riforma lo avrebbe aggravato, ledendo fra l'altro il diritto di difesa".
Ma pensa che sia necessaria una limitazione delle intercettazioni?
"Mi rendo conto che 1 a questione è delicatissima. E per questo voglio riscrivere la normativa, ascoltando tutti".
Questo governo dura cinque anni?
"Anche dieci".
Ottimista.
"Scherzi a parte, le dico che dopo il primo mese e mezzo questo è il governo più solido che io abbia mai visto in azione".
E dopo cinque anni di governo insieme sarà possibile presentarsi alle elezioni separati?
"Per quanto mi riguarda, io ho il limite del doppio mandato. Tornerò a fare l'avvocato".
di Francesco Merlo
La Repubblica, 31 luglio 2018
In questo 2018, da Moncalieri a Catania, è la caccia al nero il delitto dell'estate, che non è solo la stagione delle zanzare e dei pensieri cattivi, ma anche della violenza seriale e del crimine che, ripetendosi come un orrendo tormentone, diventa un vizio maligno, una patologia sociale, una sottocultura nazionale di orrore e di morte.
Per esempio rimanda, questa caccia al nero estiva, ai sassi gettati dai cavalcavia che, nell'estate del 2014, divennero valanghe di pietre. E fu chiaro a tutti che la criminale - e non inedita - bravata, qualche volta mortale, in quel 2014 si contagiava per imitazione, si riproduceva per emulazione. Gli episodi denunziati furono infatti 90 e i minorenni fermati 70.
E abbiamo anche avuto l'estate degli aggressori delle prostitute, dei pirati della strada, dei barboni dati a fuoco, dei coltelli in discoteca. È vero che l'espressione "razzismo diffuso" applicata a un ritornello dell'estate ha un suono orribile, ma questa infocata caccia al nero è così ripetuta, così replicata e così imitata che davvero sembra la versione demoniaca di "Sapore di sale", di "Vamos alla playa/ todos col sombrero", e poi di "Ostia Fregene Rimini Riccione/ un'altra estate un'altra canzone".
E può finire come ad Aprilia dove Hady Zuady, marocchino di 43 anni, è stato ucciso a pugni e calci perché "ladro", o come in Piemonte dove all'atleta nera Daisy Osakue, 22 anni, che rischia di perdere l'occhio, sono state lanciate uova da un'auto in corsa. E pensate a cosa ha trasformato in un razzista quel normale milanese di 55 anni che ha visto un nero parlare al telefono in cingalese e dunque lo ha inseguito al grido di "parla italiano!" Secondo voi, chi dei due emanava un afrore selvatico, arcaico e animalesco, il senegalese al telefono o il milanese che lo ha aggredito con un coltellino e una rabbia aggravata dall'inconsistenza, dalla mancanza dell'offesa?
Siamo i primi a pensare che la sociologia vada applicata ai delitti di nera con estrema prudenza, ma per esempio nell'estate del 2010 la cronaca ha cominciato a registrare casi di violenza familiare finiti con l'acido sul viso. E a poco a poco, di nuovo per contagio, l'acido si è imposto, in un'escalation di donne, e qualche volta di uomini, sfregiate dagli ex. La barbarie dell'acido - nitrico, solforico, cloridrico - che i mafiosi abitualmente usano per sciogliere i cadaveri e farli sparire, entrò nel degrado delle famiglie, sostituendo, che so?, la rottura dei piatti, il "torno da mia madre", il "vado a comprare le sigarette".
L'acido, che è il massimo dell'offesa con il minimo della spesa, fu la spia rivelatrice di un monstrum italiano, della ferocia che stava avvelenando il Paese, dai forconi al teppismo politico spacciato per rivoluzione, sino al femminicidio appunto: l'acido fu il dettaglio rivelatore d'epoca. Ebbene oggi, la spia d'epoca è il razzismo. L' estate italiana, oltre che dalle vespe e dalle sciocchezze sui social, è infatti dominata dalla caccia al nero. Così nel piazzale della stazione di Catania, come raccontano i testimoni, alle 9.30 del mattino, un autista del bus per Taormina ha chiuso le porte in faccia a un gruppetto di africani che stavano per salire muniti di biglietto. Li ha lasciati a terra e se n'è andato: tiè.
In provincia di Vicenza, un operaio nero è stato ferito da un pallino di piombo sparato dalla terrazza di un appartamento, mentre a Partinico l'agguato è avvenuto al grido di "sporco negro" e poi l'aggressore si è scusato così: "Avevo bevuto qualche birra di più". Come si sa, il primo ad aprire la caccia a neri fu, in campagna elettorale, Luca Traina a Macerata, che in galera a Piacenza adesso riceve fiorì, regali, messaggi di solidarietà - "sei un grande": insomma affetto, sostegno e offerte di denaro. Sono passati cinque mesi e solo ora, nel pieno dell'estate italiana che con i suoi ormai abituali 40 gradi arroventa e rincretinisce il Paese, la caccia al nero si sta diffondendo in tutto il territorio nazionale, "isole comprese" dicevano i piazzisti di una volta, con la creatività del maligno.
Ma poiché nel Paese del sole che corrode i nervi, in luglio ed agosto i misfatti e i reati si contagiano nell'aria opprimente insieme alle gastriti, alle coliti, ai deliri, alla sbracatezza e al sudore, può anche darsi che uno fosse davvero ubriaco e che l'altro abbia sparato ma non mirato. E c'è pure quello che "non sapevo che era nero".
Ci sono poi quelli che "è tutta un'esagerazione della sinistra pietista e buonista", e quelli che "nessuno si occupa delle uova lanciate ai bianchi". Può darsi insomma che il razzismo stia per ora mostrando solo la sua faccia cretina. E forse è anche così che vanno raccontate queste orribili storie, con il codice dei cretini: spaventosi, fantasmagorici, tragicomici, colossali cretini. Come appunto all'ospedale di Giulianova, provincia di Teramo, dove a Ibrahima Diop, naturalizzato italiano di 39 anni, sposato con un'italiana e padre di un sedicenne, è stato detto di rivolgersi al reparto Veterinaria.
Chissà le risate di questi cretini. La caccia al nero è come allegro tormentone, dunque, proprio come qualsiasi altro refrain identitario delle piccole variazioni che poco alla volta cambiano un Paese: da "A A Abbronzatissima" a "Sento il mare dentro a una conchiglia", sino al Salento dei Negramaro e alla taranta. Canzoni e delitti: i tormentoni di quest'estate sono la caccia al nero e "andale andale / portami giù dove non si tocca".
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 31 luglio 2018
Non sappiamo ancora se il lancio di uova contro Daisy Osakue, e gli altri più gravi e recenti episodi di aggressione a persone di colore siano motivati da odio sovranista, da irresponsabile spirito emulativo, da grossolana stupidità o da tutte queste cose insieme. Ma di fronte alle allarmate reazioni di chi teme l'affermarsi nel nostro Paese di una nuova mistica razziale intollerante e violenta possiamo fare alcune osservazioni.
Primo. È quasi banale dire che questi reati vanno al più presto accertati e puniti, e che, se fosse dimostrata l'aggravante della discriminazione, la sanzione dovrebbe essere, come si dice, esemplare. Non perché crediamo nella sua efficacia deterrente, ma perché dimostrerebbe la serietà di uno Stato che mantiene le sue promesse: severità contro gli intolleranti, e severità contro i clandestini. La legalità non può conoscere eccezioni. Chiudere un occhio nei confronti di un razzista è esattamente come chiudere un occhio davanti al reato commesso da un immigrato irregolare.
Secondo. È non solo improprio ma addirittura fatale evocare lo spettro del razzismo solo perché, in pochi giorni, si sono verificati alcuni episodi particolarmente odiosi.
È già accaduto che alcuni crimini abbiano avuto reiterazioni significative in stretti limiti temporali. Nessuno ne conosce la ragione, ma gli addetti del settore lo sanno per esperienza. Ci furono momenti in cui sembravamo circondati da sacerdoti pedofili, da violentatori notturni, da truffatori seriali e da uxoricidi. Poi il vento cambia, e si ripropongono allarmi nuovi.
Prima di trarre conclusioni sbagliate, sarebbe bene disporre di uno spettro statistico più vasto. Sempreché, naturalmente, si voglia adottare un criterio razionale, e non esclusivamente emotivo, o politicamente conveniente.
Terzo, e consequenziale. Coloro i quali gridano al dilagante razzismo davanti a questi eventi recenti, non si rendono conto di mettersi sullo stesso piano dei razzisti veri, e di avallarne le ragioni. Perché, se fosse vero che una mezza dozzina di episodi di intolleranza etnica esprimono una sedimentazione consolidata di questi insani pregiudizi tra i nostri cittadini, lo stesso criterio potrebbe essere usato, in modo simmetrico, nei confronti degli immigrati clandestini.
Potrebbe essere usato, ad esempio, da chi ha subìto un furto, una rapina, o una qualsiasi violenza da parte di un extracomunitario irregolare. O da chi, anche senza essere stato vittima di un reato, si sia sentito semplicemente discriminato all'incontrario: in treno o in autobus, dove c'è chi paga il biglietto e chi no, o al Pronto Soccorso, dove la minaccia di una denuncia per discriminazione suggerisce, o impone, al medico un trattamento preferenziale nei confronti dell'immigrato. E poiché questi esempi non sono né rari né isolati, si dovrebbe concludere che, come alcune manifestazioni di razzismo farebbero dell'Italia un Paese razzista, così questi episodi dovrebbero fare di tutti i migranti una turba di privilegiati mascalzoni.
Concludo. Come gli immigrati irregolari non sono tutti delinquenti, così l'Italia non è affatto un Paese razzista. Lo ha dimostrato nella sua storia passata e recente, accogliendo e assorbendo, in pace e fraternità, un numero crescente di esuli sfortunati. Ma anche i buoni sentimenti incontrano i limiti della misura, della compatibilità, e in definitiva del buon senso. Se oggi molti cittadini, soprattutto tra gli anziani e i meno abbienti, si sentono insicuri nella propria incolumità e nei propri beni, e, perché no, discriminati nella loro stessa identità culturale, questo dipende dal fatto che i flussi massicci e incontrollati del recente passato hanno sconvolto gli equilibri di una società uscita, da troppo poco tempo, dalla povertà e dalla paura. Credere che le esortazioni profetiche a un'assimilazione rapida e indolore siano convincenti e produttive, è un'ingenua e astratta aspirazione. L'unico rimedio possibile risiede nella riaffermazione della legge: che però sia, come deve essere, davvero uguale per tutti.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 31 luglio 2018
Corte di cassazione, sentenza 30 luglio 2018, n. 36505. Il principio che ha portato la Corte europea per i diritti dell'uomo ad accogliere il ricorso di Bruno Contrada - e annullare la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa - non si può applicare a chi è in situazioni analoghe a quelle dell'ex 007. Lo specifica la Cassazione, nella sentenza 36505 depositata ieri.
Per la Corte di Strasburgo il reato era frutto di un'evoluzione giurisprudenziale non ancora consolidata all'epoca dei fatti (1979-1988). La non sufficiente chiarezza dell'"imputazione" impediva al ricorrente di conoscere la pena che rischiava. Di qui l'obbligo per l'Italia - condannata per violazione l'articolo 7 della Cedu sulla legalità della pena - di cancellare con incidente di esecuzione la sentenza definitiva. Dopo la decisione della Corte si era ipotizzato che altri condannati potessero eccepire la violazione della Cedu in condanne per azioni commesse prima del consolidamento giurisprudenziale, fatto coincidere con la sentenza delle Sezioni unite "Demitry" del 1994.
Ma la Cassazione ha escluso la portata generale di quanto affermato a Strasburgo sull'ex numero due del Sisde e respinto il ricorso di un condannato in una situazione sovrapponibile. I giudici precisano che l'annullamento della sentenza è il risultato dell'applicazione dell'articolo 46 della Cedu in base al quale è vincolante il giudicato europeo. La Cassazione aveva però chiarito, in modo inequivocabile, che l'articolo 46 impone di allinearsi a Strasburgo, solo per il caso di cui si controverte.
Ma i princìpi sul concorso esterno in associazione mafiosa affermati sul caso Contrada non sono esportabili, fuori degli obblighi Cedu, anche perché in contrasto col nostro sistema penale.
La decisione di Strasburgo partiva, infatti, dall'assunto che il reato in questione sia di origine giurisprudenziale. Un'affermazione che, per la Cassazione, "si pone in termini problematici rispetto al modello di legalità formale al quale è ispirato il nostro sistema penale, in cui non solo non è ammissibile alcun reato di "origine giurisprudenziale", ma la punibilità delle condotte illecite trova il suo fondamento nei principi di legalità e tassatività". Profili di problematicità che sono ancora più accentuati se quanto sostenuto della Cedu viene letto alla luce della sentenza delle Sezioni unite del 2005 (33478) sul modello di punibilità del concorso esterno in associazione mafiosa. La decisione non consente dubbi sulle ragioni che rendono legittimo applicare nel sistema penale l'istituto concorsuale. Il Supremo collegio non ha "creato" una nuova fattispecie incriminatrice. Il reato non è frutto di una "fantasia" giurisprudenziale ma è il risultato di una ricostruzione sistematica e armonica del nostro ordinamento. E la conclusione è che la responsabilità penale, per il contributo esterno al "clan" scatta quando il concorrente è consapevole di dare il suo "apporto" a un'attività illecita svolta in forma associata, di cui conosce obiettivi e struttura, anche se non ha aderito.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 31 luglio 2018
La leader radicale: "Grazie al linguaggio di questo governo qualcuno si sente legittimato ad aggredire chiunque abbia la pelle scura".
"Le politiche e il linguaggio di questo governo, e in particolare del ministro Salvini, hanno sdoganato umori malsani che finora erano più controllati, e le aggressioni di queste settimane contro persone dalla pelle scura lo dimostrano". Emma Bonino è una testimone diretta del clima di intolleranza che attraversa l'Italia. La settimana scorsa la senatrice di +Europa è intervenuta in aula in difesa dei migranti e le sue parole sono state coperte dagli insulti di parte della maggioranza. "Pensavo che il mio intervento potesse essere accolto con maggiore rispetto e attenzione, senza tanti "buu, buu" da curva sud. Così non è stato", commenta.
Dodici aggressioni in due mesi. Cosa pensa stia accadendo al Paese?
Credo sia qualcosa che covava sotto la cenere, anche se abbastanza evidente da mesi, e adesso sta esplodendo. Ovviamente questo sentimento di intolleranza viene da lontano, ma l'accelerazione delle ultime settimane è impressionante e mi auguro che finalmente qualcuno si preoccupi e non lo attribuisca alle visioni di qualche buonista di passaggio, possibilmente radical chic. È evidente che il nuovo vocabolario, e non solo, di questa compagine governativa, e in particolare del ministro Salvini, ha sdoganato umori malsani che finora erano un po' più controllati.
Sta dicendo che ora c'è qualcuno che si sente legittimato a compiere aggressioni?
Esattamente, assistiamo alle conseguenze non solo di politiche che non approvo, ma anche di linguaggi che sono volgarmente crudeli e gratuiti. Dire che i migranti sono in crociera è più di un insulto, è un'ingiuria perché sappiamo tutti cosa si lasciano alle spalle questi signori. È un liberi tutti, uno sdoganamento degli impulsi peggiori che fino a poco tempo fa c'erano ma erano più controllati.
Però Salvini nega l'emergenza e cita Mussolini, mentre per Di Maio non si tratta di razzismo.
Ognuno può raccontarsi quello che vuole e mettersi la benda sugli occhi, sta di fatto che gli episodi delle ultime settimane sono tutti, dico tutti contro persone dalla pelle scura e contro una bambina rom. Per altro sarà anche vero che tanti nemici tanto onore, come scrive il ministro Salvini, ma posso permettermi di ricordare che quella fase politica non è finita in modo brillante?
Si è passati dal "È finita la pacchia" riferito ai migranti che provano ad arrivare in Italia, alle aggressioni a chi in Italia vive e lavora.
Una volta che sdogani un tabù poi non hai più modo di controllarlo, ed è quello che sta succedendo. Se poi a questo vogliamo aggiungere l'arrivo dell'ipotetico decreto sicurezza, capisci bene dove stiamo andando.
Non si attaccano solo i migranti: nel mirino ci sono anche diritti acquisiti come le unioni civili, l'aborto...
C'è un trend reazionario, più che conservatore, sui diritti civili e gratuitamente crudele contro i migranti che serve solo a ottenere il consenso dell'opinione pubblica, ma nessun risultato politico. La miscela comincia a diventare esplosiva, se vogliamo anche per quanto riguarda la violazione dello stato di diritto. Per esempio sulla competenza dei ministeri e dei ministri. Abbiamo il vicepremier e ministro degli Interni che di volta in volta è padre di famiglia, ministro degli Esteri, delle Infrastrutture e dei porti. Spero davvero che tutto questo cominci a preoccupare qualcuno.
Di questa miscela esplosiva fa parte anche la retorica sulle legittima difesa?
Certo, la difesa di ciascuno di noi deve essere garantita dalle istituzioni, altrimenti il ministro degli Interni che ci sta a fare? Più armi circolano, più vengono usate e più incidenti ci sono.
È d'accordo con Ilvo Diamanti quando sostiene che in giro c'è voglia di un uomo forte?
Ma non è una tendenza nuova, basta pensare agli ultimi venti anni. Da Berlusconi in poi abbiamo avuto l'uomo forte o l'uomo rottamatore, cambia la volgarità e la durezza ma il concetto è quello. Dopo di che c'è questa passione tutta italiana di salire sul carro del vincitore, salvo poi che gli italiani sono anche velocissimi a scendere.
L'ex premier Paolo Gentiloni propone di creare un'alleanza per l'alternativa e tra i possibili partecipanti ha fatto anche il suo nome. La convince questa proposta?
Non so bene cosa voglia dire, quando me ne parlerà starò a sentire. In questi mesi io non ho avuto contatti con il Pd né loro con me, quindi ho fatto le mie battaglia con l'associazione Coscioni, per i diritti civili, i migranti, la giustizia. Guardi che il capitolo giustizia del famoso contratto è spaventoso. Ora cosa voglia fare il Pd non lo so, per il momento so cosa facciamo noi, cioè da una parte la campagna "L'Europa che accoglie", dall'altra cerchiamo di resistere per quello che possiamo a questa deriva. Io non sono una pessimista, ma credo veramente che la democrazia liberale, già imperfetta di suo, sia a rischio. Il tutto inserito in una fragilità europea piuttosto evidente.
Il segretario del Pd Martina propone per settembre una manifestazione contro il razzismo. Non rischia di essere troppo tardi?
Non ho capito perché a settembre, abbiamo già le infradito ai piedi e il pareo? È da un bel po' che qualcuno doveva prendere coscienza di quello sta accadendo nel Paese, perché questo borboglio sotto traccia, ma con tracce molto evidenti, viene da lontano. Penso alla Hannah Arendt de "La banalità del male": tutte le volte che lanciavo l'allarme su quanto stava accadendo mi sentivo rispondere "Eh ma cosa vuoi che sia?" Salvo che poi, di scalino in scalino, siamo arrivati a un episodio violento al giorno. Allora senza aspettare settembre forse si può fare qualcosa prima.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 31 luglio 2018
Corte di cassazione - Sentenza 30 luglio 2018 n. 36437. A seguito di un accertamento da parte della polizia giudiziaria, per contestare il reato di mancato allontanamento dal territorio italiano non è necessario produrre il decreto di espulsione emesso dal Questore. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza n. 36437del 30 luglio 2018, accogliendo il ricorso del Procuratore generale presso la Corte di Appello di Trieste contro la decisione del locale giudice di pace che invece aveva assolto l'imputato, di origine serba, in quanto mancava "un riscontro documentale alla testimonianza dell'operante". L'ufficiale infatti aveva riferito di avere proceduto (nel marzo 2016) al controllo e all'identificazione dell'imputato che risultava colpito dal provvedimento di espulsione emesso dal Questore (nel dicembre 2015), senza però produrlo in giudizio.
Per la Suprema corte le dichiarazioni testimoniali, "purché credibili e riferite a fatti specifici di diretta cognizione, non necessitano, in vista dell'utilizzazione probatoria, di riscontri esterni perché, in assenza di specifici e riconoscibili elementi idonei a giustificare il sospetto di dichiarazioni consapevolmente false, il giudice deve presumere che il testimone abbia correttamente riferito quanto a sua effettiva conoscenza e deve limitarsi a verificare la compatibilità tra il contenuto delle dichiarazioni testimoniali e le altre risultanze probatorie". E nel caso specifico il giudice di pace non aveva espresso dubbi sulla credibilità del testimone né aveva esercitato i poteri istruttori.
La Cassazione ha così accolto il ricorso della Procura statuendo che nel giudizio di rinvio il Giudice di pace dovrà attenersi ai seguenti principi di diritto: "le dichiarazioni testimoniali dell'ufficiale di polizia giudiziaria, purché credibili e riferite a fatti specifici, non necessitano, in vista dell'utilizzazione probatoria, di riscontri". "Il giudice, qualora ritenga insufficienti gli elementi probatori acquisiti mediante la dichiarazione testimoniale dell'ufficiale di polizia giudiziaria in merito all'esistenza di un fatto giuridico - presupposto all'oggetto dell'accertamento - del quale l'operante abbia avuto conoscenza per ragioni di ufficio, ha il dovere di esplicitare le ragioni per le quali ritenga di non procedere ai sensi dell'art. 507 c.p.p., in quanto il potere di disporre anche d'ufficio l'assunzione di nuovi mezzi di prova rientra nel compito del giudice di accertare la verità ed ha la funzione di supplire all'inerzia delle parti o a carenze probatorie, quando le stesse incidono in maniera determinante sulla formazione del convincimento e sul risultato del giudizio".
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