di Francesco Grignetti
La Stampa, 7 marzo 2015
Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, Pd, è un ligure poco incline alla retorica. Eppure stavolta, a proposito dei reati ambientali, approvati due giorni fa dal Senato e ormai in dirittura d'arrivo, dice: "È una svolta storica".
Adnkronos, 7 marzo 2015
su prescrizione aumenti irragionevoli, non è il premier ad averli voluti. Sulla giustizia non può prevalere l'anima giustizialista del Pd. È il messaggio che Angelino Alfano trasmette a Matteo Renzi in un'intervista al "Corriere della Sera", nella quale si dice tuttavia convinto che sulle norme riguardanti prescrizione, corruzione e intercettazioni Ap e Pd troveranno un punto d'intesa. "Prendiamo la riforma del lavoro: Renzi - afferma il ministro dell'Interno - ha potuto fare sponda sull'area riformista e moderata della maggioranza.
E così auspichiamo che succeda sul tema giustizia". L'obiettivo, aggiunge Alfano, deve essere "superare quella parte del Pd che è conservatrice sul lavoro e giustizialista sulla giustizia". "Renzi fin qui non ha fatto prevalere le anime giustizialiste e conservatrici. Noi abbiamo già colto un obiettivo storico dei moderati italiani, la responsabilità civile dei magistrati.
Anche sul resto non ci sottraiamo al confronto". Alfano ricorda che qualche giorno fa in commissione giustizia alla Camera è stato "approvato l'inasprimento delle pene per corruzione. Siamo favorevoli agli aumenti degli anni per la prescrizione e a una prescrizione ancor più lunga per i reati di corruzione. Ma una parte del Pd ha imposto aumenti ulteriori, non più ragionevoli. Non scarichiamo sui cittadini la lentezza della giustizia: se un uomo viene assolto dopo 30 anni che se ne fa dell'assoluzione?"
"Farò un esempio. Reato di corruzione per atto contrario a dovere di ufficio: la prescrizione - spiega il ministro dell'Interno - è stata portata da 10 a 15 anni e mezzo. Il voto in commissione che abbiamo avversato l'ha fatta arrivare a 18 anni. Sono convinto che con Orlando e Boschi troveremo un punto d'accordo. Non è Renzi che ha voluto questo ulteriore innalzamento dei termini". Altro punto dolente è il falso in bilancio sul quale "il governo presenterà un emendamento in commissione con un punto di equilibrio che tuteli le imprese piccole e medie e gli imprenditori in buona fede. Deve essere punito solo chi ha consapevolmente tratto in inganno. Anche in questo caso va sconfitto il giustizialismo: non gettiamo sugli imprenditori l'alone del sospetto per qualsiasi errore commesso".
C'è poi l'aspetto delle intercettazioni. Il progetto del presidente del Senato Grasso prevedeva intercettazioni a prescindere dalle pene. "Sulle intercettazioni - conclude il ministro dell'Interno - abbiamo già assistito a troppi abusi. È una materia da regolare in generale, tenendo conto delle esigenze delle indagini, della privacy, della libertà di stampa e del fatto che si tratta di uno strumento molto invasivo".
di Nico D'Ascola (Senatore di Area Popolare)
Il Garantista, 7 marzo 2015
Nel complesso dibattito sulla prescrizione e sulla sua applicazione ai reati contro la pubblica amministrazione, occorre partire da un dato ufficiale del Ministero della Giustizia. Risulta che allo stato della vigente legislazione, quindi senza alcun incremento delle pene e dei termini di prescrizione, solo il 3% circa di questi reati si prescrive. Non si può tuttavia negare che la diffusione e la gravità crescente di un simile fenomeno incide sulla efficienza, sul buon andamento e sulla imparzialità della P.A., oltre che sulla economia nazionale e sulla connessa immagine internazionale dell'Italia.
Ciò giustifica, pertanto, già sul piano retributivo un aumento delle pene e un più duro regime della prescrizione. È per tali ragioni che Area popolare ha condiviso - sino ad un certo punto - il progetto legislativo volto a punire molto più severamente questi reati. Tuttavia, proprio al fine di escludere ogni dubbio e per comprendere bene gli esatti termini della questione, è necessario esemplificarla, assumendo quale termine di paragone il delitto di corruzione propria.
Attualmente il termine di prescrizione di questo delitto è di 10 anni. A seguito degli interventi riformatori proposti e condivisi da Area popolare, raggiungerebbe la soglia di 15 anni e 6 mesi (risparmio al lettore lo strazio dei calcoli intermedi). Un incremento, quindi, molto severo in grado di eliminare del tutto quella fisiologica, ma gracilissima percentuale di prescrizioni del 3% dalla quale siamo partiti.
Possiamo pertanto concludere che l'obiettivo di rendere di fatto non prescrittibili tali reati può dirsi così già raggiunto. Ciò peraltro senza nemmeno interrogarsi sulla legittimità di un così drastico risultato. Ma se le cose stanno in questi termini - e sfido chiunque a dimostrare il contrario - c'è da chiedersi per quali ragioni si pretende un ulteriore aumento dei termini di prescrizione sino a 18 anni. Proposta, questa, che ha determinato il voto contrario di Area popolare a Montecitorio e la conseguente rottura in seno alla maggioranza.
A ben riflettere, la risposta al quesito è intuitiva. Spingendo i termini di prescrizione ben oltre un limite già molto elevato e di piena garanzia, non sembra si miri al già raggiunto obiettivo di rendere più duro il complessivo trattamento penalistico di questi reati. Infatti, l'eccesso così perseguito trasforma il risultato preso di mira in qualcosa di nettamente diverso. In altri termini, così facendo si rischia, in netto contrasto con il dettato costituzionale, di incidere molto negativamente sulla durata dei processi penali.
Ciò peraltro in netta controtendenza con tutti i tentativi di ridurne i tempi, dato che la prescrizione, tra l'altro, ha proprio la funzione di assicurami la ragionevole durata. Su queste posizioni da noi avversate grava poi un vero e proprio cortocircuito. Infatti, taluni ritengono che della prescrizione beneficino soltanto i colpevoli, abili nel sottrarsi alla pena. Ciò però contrasta, non solo con il principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza, ma soprattutto con i fatti i quali dimostrano che la magistratura, nei diversi gradi di giudizio, assolve a vario titolo una certa percentuale di imputati di ogni reato e, quindi, anche di quelli contro la PA. Per non dire poi del fatto che così oltretutto si elude una questione della quale le società civili dovrebbero farsi carico.
Quella della difesa dell'innocente. Esigenza che, nel contesto di una legislazione davvero equilibrata e costituzionalmente orientata dovrebbe tra l'altro valere di più della pur molto condivisibile necessità di condannare il colpevole. In altri termini, se la durata dei processi dovesse diventare eccessiva, l'eventuale riconoscimento della innocenza dell'imputato, se troppo tardivo, perderebbe il suo stesso significato. Considerazioni analoghe possono farsi anche per la persona offesa che su posizioni opposte ha un identico interesse alla celerità del processo. In conclusione e cercando si semplificare al massimo, quanto alla prescrizione del reato si possono proporre due modelli esplicativi di sistemi politici del tutto opposti, che possono orientare le scelte - per l'appunto altrettanto politiche - dei cittadini.
Si può delineare un assetto dei rapporti tra Stato e cittadini che ponga al centro dell'interesse legislativo il primo. Così facendo, però, si prefigurano relazioni di tipo autoritario. Poiché lo Stato ha posto taluno al centro del suo interesse punitivo, per ciò solo avrebbe il potere di perseguirlo anche in tempi irragionevolmente lunghi, con ciò tra l'altro scaricando sul cittadino la sua stessa inefficienza e l'incapacità di dotarsi di un processo di durata contenuta. In alternativa si profila un modello del tutto compatibile con l'assetto democratico della nostra Costituzione. Al centro si pone la persona.
Lo Stato, in presenza di condizioni tassative, ha il potere - dovere di punirla. Tuttavia, il potere punitivo è a termine, in quanto il processo deve avere una durata ragionevole e comunque compatibile con il diritto costituzionale di difendersi provando. In assenza di queste garanzie minime, la stessa differenza tra colpevole e innocente finirebbe paradossalmente per premiare il primo. Riflettano i cittadini su quale dei due modelli preferiscono.
9Colonne, 7 marzo 2015
Udienze che si tengono negli angusti uffici dei magistrati perché non ci sono aule a sufficienza, organici insufficienti sia tra il personale amministrativo che tra quello togato, un processo civile telematico azzoppato da una scarsità di mezzi e di formazione che rischiano di allungare, anziché accorciare, i tempi della giustizia.
È questa la fotografia scattata dal primo Report Aiga sulla giustizia in Italia, realizzato grazie al lavoro di tutte le sezioni territoriali dell'Associazione italiana giovani avvocati e presentato oggi ad Ancona nel corso del Focus nazionale sull'ordinamento giudiziario. Aiga ha raccolto attraverso una serie di questionari diffusi in tutti i tribunali italiani le principali criticità che ancora oggi contribuiscono alla maglia nera assegnata all'Italia dal rapporto Ocse sulla giustizia civile, secondo il quale nel nostro paese occorrono 564 giorni per concludere il primo grado di un procedimento, contro una media di 240 giorni e i 107 giorni del Giappone, primo classificato. Per una giustizia efficiente servono prima di tutto spazi adeguati e, secondo il Report Aiga, i tribunali italiani non sono in grado di soddisfare le necessità del sistema.
Alla domanda "Gli spazi riservati alle udienze sono sufficienti allo svolgimento dell'attività?", infatti, il 56,1% degli intervistati risponde di no. Il dato scorporato per territori mostra che il problema degli spazi inadeguati è sentito soprattutto al Sud, dove il no raggiunge il 78,9%. Stesso problema con gli spazi riservati alle cancellerie: a livello italiano, il 53,7% li ritiene inadeguati, con un picco al Sud (63,2%).
"Nell'elaborazione del report - spiega la presidente di Aiga Nicoletta Giorgi - sono arrivate molte segnalazioni di udienze saltate per mancanza di spazi o celebrate negli uffici dei magistrati, che certo non sono stati progettati con questa funzione. In generale, a un generale problema di spazi insufficienti o inadeguati si è aggiunta la revisione della geografia giudiziaria: spesso, l'accorpamento di più tribunali non è stato accompagnato da un conseguente adeguamento degli spazi. Del resto, lo stesso è avvenuto sul fronte degli organici".
E proprio quello degli organici è il secondo problema evidenziato dal Report Aiga sulla giustizia in Italia. Una problematica a due facce: in tutti i tribunali italiani, infatti, si lamenta una grave carenza sia nel numero di magistrati che in quello degli amministrativi.
Nel dettaglio, alla domanda "Il numero di magistrati è sufficiente in relazione al numero di cause esistenti sul ruolo?", la risposta è un secco "No" da parte del 90,2% degli intervistati. Il picco si registra nel Centro Italia, dove il dato è del 100%. Seguono il Nord con il 93,3% e il Sud con l'84,2%. "La condizione di insufficienza degli organici - sottolinea la presidente Giorgi - è certificata dallo stesso Consiglio Superiore della Magistratura, che quantifica in 1.081 i posti vacanti negli uffici giudiziari italiani.
Sottolineiamo però che lo stesso Csm segnala come 145 magistrati siano attualmente fuori ruolo, cioè distaccati a fare altro: consulenti ministeriali, componenti di uffici legislativi, dirigenti di dicastero. Forse è il momento di ridefinire le priorità ed è tempo che chi ha vinto un concorso in magistratura torni a svolgere l'attività giurisdizionale o scelga di farsi da parte e lasciare posto a qualcun altro".
Ma la carenza di personale si fa sentire anche sul fronte degli amministrativi. L'82,9% degli intervistati risponde infatti "No" alla domanda "Le unità di personale amministrativo sono sufficienti in relazione ai magistrati?".
In questo caso, il picco si registra nell'Italia settentrionale, con i "No" a quota 93,3%, contro l'85,7% del Centro e il 73,7% del Sud. "La seria intenzione di cambiare l'andamento del sistema giustizia - evidenzia la presidente dei giovani avvocati italiani - deve puntare ad un incremento delle prestazioni anche degli uffici amministrativi trovando una soluzione efficace al sovraccarico esorbitante: lo stesso Ministero della giustizia stima al 18% la scopertura degli organici. È fondamentale, poi, accelerare sull'Ufficio del Processo, struttura stabile di staff capace di affiancare il magistrato nel suo lavoro quotidiano".
Le carenze di organico e la riorganizzazione della geografia giudiziaria hanno prodotto in parte un aumento dei tempi necessari agli adempimenti di cancelleria. Alla domanda "I tempi necessari agli adempimenti di cancelleria sono aumentati?" risponde "Sì" il 46,3% degli intervistati. Stesso risultato per la domanda "I tempi necessari alle notificazioni a mezzo Unep sono aumentati?", riferita agli Uffici Notificazioni, Esecuzioni e Protesti. Nel Report Aiga si registra inoltre un certo aumento dei tempi necessari al rilascio di provvedimenti corredati di formule esecutive, aumentati per il 41,46% degli intervistati.
"La fase esecutiva del processo - sottolinea la presidente di Aiga - deve essere posta sotto la lente e va prevista una semplificazione per il rilascio delle formule esecutive. Solo in questo modo la Giustizia sarà davvero dalla parte del cittadino, perché è proprio nell'esecuzione della sentenza che questa si compie. In quest'ottica, si deve forse pensare a una riforma dei soggetti che applicano i procedimenti. Grande cavallo di battaglia dell'Associazione italiana giovani avvocati è quella per l'applicazione del Processo Civile Telematico. Su questo fronte, il Report Aiga mostra che, nonostante sia ormai entrato pienamente in vigore, il Pct zoppichi ancora.
La domanda "I tempi necessari alla verbalizzazione in udienza sono aumentati con la verbalizzazione telematica?" lo dimostra. Risponde infatti "Sì" un intervistato su tre (34,1%), contro il "No" del 26,8% del campione. Ma a far riflettere sono le risposte "Altro" (39%), che vanno da "Dipende dai giudici" a "Molti giudici fanno ancora uso della verbalizzazione cartacea" ai moltissimi "Non è ancora operativa".
E un atto di semplificazione come la presentazione di materiali su pen drive è impossibile nel 70,7% dei casi. "Il Processo Civile Telematico - ricorda Nicoletta Giorgi - nasce con l'obiettivo di snellire i tempi della Giustizia. Se non viene applicato correttamente, l'effetto può essere opposto. Il Report Aiga dimostra che esiste un freno evidente all'applicazione del Pct.
Ci chiediamo dunque: è la strumentazione che manca? È una questione culturale? Serve più formazione? La Giustizia, quella telematica in particolare, ha fame di risorse e sete di formazione. Chiediamo al ministro Orlando di provvedere a colmare al più presto queste lacune e a tutte le figure coinvolte nel sistema Giustizia di collaborare per smettere di indossare quella maglia nera che fa dell'Italia il Paese dei tribunali inefficienti".
di Luigi Frasca
Il Tempo, 7 marzo 2015
Processi in aule di fortuna, organici insufficienti, uso dei computer quasi sconosciuto. Udienze che si tengono negli angusti uffici dei magistrati perché non ci sono aule, organici insufficienti sia tra il personale amministrativo che tra quello togato, un processo civile telematico azzoppato da una scarsità di mezzi e di formazione che rischiano di allungare, anziché accorciare, i tempi della giustizia. È questa la fotografia scattata dal primo Report Aiga sulla giustizia in Italia, realizzato grazie al lavoro di tutte le sezioni territoriali dell'Associazione italiana giovani avvocati e presentato ad Ancona nel corso del Focus nazionale sull'ordinamento giudiziario.
Per una giustizia efficiente servono prima di tutto spazi adeguati e, secondo il Report Aiga, i tribunali italiani non sono in grado di soddisfare le necessità del sistema. Alla domanda "Gli spazi riservati alle udienze sono sufficienti allo svolgimento dell'attività?", infatti, il 56,1% degli intervistati risponde di no.
"Nell'elaborazione del report - spiega la presidente di Aiga Nicoletta Giorgi - sono arrivate molte segnalazioni di udienze saltate per mancanza di spazi o celebrate negli uffici dei magistrati, che certo non sono stati progettati con questa funzione. In generale, a un generale problema di spazi insufficienti o inadeguati si è aggiunta la revisione della geografia giudiziaria: spesso, l'accorpamento di più tribunali non è stato accompagnato da un conseguente adeguamento degli spazi. Del resto, lo stesso è avvenuto sul fronte degli organici".
Proprio quello degli organici è il secondo problema evidenziato dal Report Aiga: in tutti i tribunali italiani, infatti, si lamenta una grave carenza sia nel numero di magistrati che in quello degli amministrativi. Nel dettaglio, alla domanda: "Il numero di magistrati è sufficiente in relazione al numero di cause esistenti sul ruolo?", la risposta è un secco "no" da parte del 90,2% degli intervistati.
"La condizione di insufficienza degli organici - sottolinea la presidente Giorgi - è certificata dallo stesso Consiglio superiore della magistratura, che quantifica in 1.081 i posti vacanti negli uffici giudiziari italiani".
Grande cavallo di battaglia dell'Associazione italiana giovani avvocati è quella per l'applicazione del Processo civile telematico. Su questo fronte, il Report Aiga mostra che, nonostante sia ormai entrato pienamente in vigore, il Pct zoppica ancora. La domanda "I tempi necessari alla verbalizzazione in udienza sono aumentati con la verbalizzazione telematica?" lo dimostra.
Risponde infatti "sì" un intervistato su tre (34,1%), contro il "no" del 26,8% del campione. Ma a far riflettere sono le risposte "altro" (39%), che vanno da "Dipende dai giudici" a "Molti giudici fanno ancora uso della verbalizzazione cartacea", ai moltissimi "Non è ancora operativa". E un atto di semplificazione come la presentazione di materiali su pen drive è impossibile nel 70,7% dei casi.
"Il Processo civile telematico - ricorda Nicoletta Giorgi - nasce con l'obiettivo di snellire i tempi della giustizia. Se non viene applicato correttamente, l'effetto può essere opposto. Ci chiediamo: è la strumentazione che manca? È una questione culturale? Serve più formazione? La giustizia, quella telematica in particolare, ha fame di risorse e sete di formazione. Chiediamo al ministro Orlando di provvedere a colmare al più presto queste lacune e a tutte le figure coinvolte nel sistema giustizia di collaborare per smettere di indossare quella maglia nera che fa dell'Italia il Paese dei tribunali inefficienti".
www.ilfarmacistaonline.it, 7 marzo 2015
Oggi in Sicilia all'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto e lunedì a Mantova all'Opg di Castiglione dello Stiviere. Sono le prime due tappe di un "viaggio" dei componenti della Commissione presieduta da De Biasi per un confronto sulla situazione dei presidi in vista della loro chiusura.
La Commissione Igiene e Sanità del Senato ha deciso di avviare una serie di visite presso alcuni Opg italiani per verificare i percorsi di superamento degli Opg previsti dalla normativa vigente e sostenere il lavoro dei vari soggetti interessati.
Oggi, una delegazione composta dai senatori Nerina Dirindin, Venera Padua e Domenico Scilipoti Isgrò dopo la visita all' all'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, avrà una serie di audizioni alla Prefettura di Messina con l'Assessore alla Sanità della regione, Lucia Borsellino, il Presidente del Tribunale di sorveglianza di Messina, il Dipartimento salute mentale di Palermo e con altre personalità di associazioni sociali e sanitarie.
Lunedì prossimo, invece, sarà delegazione guidata dalla Presidente Emilia Grazia De Biasi a visitare l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione dello Stiviere. Oltre alla Senatrice De Biasi, la delegazione sarà composta dalle Senatrici Nerina Dirindin e Paola Taverna, accompagnate dal Dottor Silvio Biancolatte, Consigliere e Capo ufficio segreteria della Commissione, e dai Marescialli dei Nas dei Carabinieri Massimo Tolomeo e Claudio Vuolo.
Anche in questo caso dopo la visita in ospedale sono state programmate presso la Prefettura di Milano audizioni con l' Assessore alla sanità della Regione Lombardia, Mario Mantovani, l'Assessore alla sanità della Regione Piemonte, Antonino Saitta; il Presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, Pasquale Nobile De Santis, e altre personalità impegnate nel settore.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 7 marzo 2015
Opg addio. I sogni e le paure dei 106 detenuti nel più antico Ospedale psichiatrico giudiziario d'Italia, aspettando l'imminente chiusura.
"E cosa succederà quando chiuderanno gli Opg? Io non voglio tornare nel reparto psichiatrico di un carcere perché gli unici che mi hanno aiutato sono stati gli infermieri e gli psicologi, mi fanno parlare e ridere... mi hanno fatto capire, e ricordare di quando mi legavano da piccolo perché non volevo lavorare". Gennaro è rinchiuso nel reparto 6 di Aversa, uno di quelli dove la sorveglianza è più accurata, con i poliziotti all'interno, i blindati aperti solo per una parte della giornata e la porta principale sbarrata perché gli internati qui non possono uscire nemmeno nel piccolo cortile recintato e sorvegliato. Nove anni fa Gennaro viveva a Forcella e faceva la vita tra Roma e Napoli, il cubista - "anche al Piper!", dice mentre mostra le foto sbiadite come è il ricordo del mondo oltre le sbarre - a colpi di "cocaina, acidi e anabolizzanti". Ma poi ha passato quasi un quarto della sua vita in carcere per un reato indicibile, cominciando da Secondigliano e finendo il suo viaggio di dolore dentro gli Ospedali psichiatrici giudiziari di mezza Italia.
È uno di quegli internati che si sono "ammalati" durante l'espiazione della pena in un carcere "normale" (in gergo, in art.148 del codice penale). Poi ci sono i "prosciolti" (quelli che non sono imputabili perché considerati completamente incapaci di intendere e volere), i "seminfermi", e coloro che sono ancora in attesa di giudizio e che sono - come sempre - la maggior parte: 29 degli attuali 106 ospiti del manicomio giudiziario più antico d'Italia. Una magnifica struttura, quella di Aversa, con padiglioni, giardini e aree verdi, che dal 1876 campeggia nel centro della città campana e che è destinata purtroppo a rimanere un carcere, "non sappiamo se casa circondariale o a custodia attenuata - racconta la direttrice Elisabetta Palmieri -. Sicuramente però riassorbirà tutto il personale penitenziario dell'Opg, gli 80 agenti e i 35 civili". Come saranno riallocati invece gli altri lavoratori, i 130 sanitari che affiancano - con molte difficoltà organizzative - i dipendenti del Dap, nessuno lo sa.
Per fortuna di strada, dagli albori, da quando conteneva fino a mille persone compresi donne e bambini, ne ha fatta tanta perfino questo manicomio criminale che oggi appare al meglio possibile, con le pareti riverniciate quasi ovunque, le docce piastrellate e i bagni in ogni cella. Ma nei letti - da due a quattro per stanza - fungono da materassi pezzi maleodoranti e sporchi di gommapiuma. Il mobilio è inesistente, e quando c'è cade a pezzi. E, malgrado tutti gli sforzi del personale, il sudicio e il decadente sono le note preponderanti di ogni ambiente. Eppure, perfino così siamo ben lontani dal panorama che si presentò nel settembre 2008 agli occhi degli osservatori inviati dalla Commissione europea contro la tortura, la cui relazione costò all'Italia una condanna del Consiglio d'Europa.
"Un inferno", ammette la direttrice che è qui dal 2012. "C'erano 350 internati per una capienza massima di 200 posti, due stanze con i letti di contenzione e un reparto chiamato "La Staccata", dove si tenevano i prosciolti, che poi venne chiuso perché era in condizioni impossibili", racconta il comandante degli agenti penitenziari, Luigi Mosca, che si ricorda anche di Francesco Caruso, allora deputato di Rifondazione comunista, asserragliato nel 2008 nelle stanze della direzione per protestare contro il sovraffollamento disumano e che se ne andò solo quando arrivarono gli ispettori. E anche i soprusi erano tutt'altro che rari. Forse anche perché, come racconta Mosca, "il personale penitenziario non è mai stato formato adeguatamente per lavorare con i malati psichici". Poi, nel 2011, dopo la visita della commissione parlamentare d'inchiesta sul Ssn capitanata dall'allora senatore Ignazio Marino, dopo il video-choc e le cronache sui giornali, "qualcosa cominciò a cambiare".
Ma è negli ultimi mesi - dalla legge 81/2014 entrata in vigore nel giugno scorso che dopo due proroghe ha stabilito la chiusura degli Opg entro il 1° aprile 2015 - che si è impressa una forte accelerazione alle dimissioni degli internati considerati non più pericolosi. "È la stessa magistratura di sorveglianza che sprona ora le Asl a predisporre i progetti terapeutici-riabilitativi (Ptri) necessari per dimettere gli internati che hanno completato un percorso di cura oppure che hanno superato il limite massimo di permanenza negli Opg, il quale non dovrebbe superare la pena edittale del reato", raccontano la direttrice, il comandante e il capo area pedagogica, Angelo Russo.
Provengono soprattutto dalla Campania e dal Lazio, i 106 internati nei sei reparti funzionanti di Aversa, qualcuno dall'Abruzzo e dal Molise, pochi gli stranieri. Alla fine di ottobre erano 130, come testimonia Emilio Lupo, di Psichiatria democratica, che periodicamente visita il manicomio aversano. "Ogni settimana ci sono due o tre nuovi arrivi, ma le uscite sono certamente in numero superiore", fa il conto Mosca. Da aprile in poi però, stando alla legge, coloro che rimarranno negli Opg e che non saranno stati considerati nel frattempo dimissibili dovrebbero tornare nei luoghi di residenza, smistati nelle Rems (Residenze sanitarie per l'esecuzione delle misure di sicurezza) che sostituiranno gli Opg, approntate da ciascuna Regione per il proprio bacino di utenza e che a regime saranno gestite totalmente dalle Asl e non più dall'amministrazione penitenziaria (Dap). Il quadro della situazione però, secondo Psichiatria democratica, "è allarmante": "Dalla seconda relazione trimestrale dei ministeri di Giustizia e Salute sullo stato di avanzamento del piano di dismissione degli Opg, si evince che solo quattro Regioni hanno dichiarato di essere in grado di rispettare la scadenza senza ricorrere al privato: Emilia Romagna, Campania, Calabria e Friuli Venezia Giulia, quest'ultima ricorrendo a strutture a gestione mista pubblico/privato.
Ben 10 Regioni - Veneto, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna - non sono state in grado di indicare un termine certo per la presa in carico dei propri internati". In Piemonte poi, denuncia ancora Pd, si ricorrerà al "privato accreditato" e con paradossi inspiegabili: "La regione invierà gli internati sottoposti a regime di alta sicurezza a Castiglione delle Stiviere ma al contempo la provincia di Bolzano invierà i suoi alla comunità "Mauriziana" in Piemonte, mentre la Liguria invierà i suoi internati a Castiglione delle Stiviere". La Campania avrebbe già quasi pronte due residenze, a Baronia (Av) e a Calvi Risorta (Ce). Un'idea di come saranno queste Rems la si può avere nel reparto 9A, uno dei due padiglioni di Aversa gestiti esclusivamente da personale sanitario, dove vivono gli internati più "dimissibili".
La polizia non entra, rimane oltre il giardino; le celle sono aperte tutto il giorno, come pure il portone d'ingresso. Florindo è contento di vedere una cronista del manifesto, perché ha "conosciuto Valentino Parlato" e da giovane faceva "il funzionario del Pdup". Gioca a carte con José Luis, che è uno dei pochi internati (37 su 106) a cui è concesso il lusso di lavorare. Luca, "il sindaco", invece si alza poco dal suo letto, ma è "spensierato e in ottima compagnia".
Marco ha 41 anni, da 14 negli Opg, "stavo per fare il carabiniere"; per lui è quasi pronta una comunità terapeutica. Ivano, alle spalle Roma e anni di cocaina, oggi recita poesia su una ragazza che vede "oltre il muro dietro il quale sto morendo". Paolo, viterbese di 40 anni con "quasi una laurea in tasca" e uno sguardo lucido, non si capacita di essere approdato in un manicomio. "Da un mese sono qui e non sono ancora riuscito a vedere il mio avvocato né il garante dei detenuti - dice - malgrado abbia presentato tutte le "domandine" necessarie". Preferirebbe tornare al Regina Coeli, aggiunge, il carcere che ha conosciuto più volte per spaccio di droghe leggere. L'ha scontata tutta, la sua pena a 4 anni, "e non sono mai stato riconosciuto tossicodipendente", però "il marchio di recidivo" non aiuta di certo.
Carlo è teramano, ha 30 anni, in cura col metadone da dieci, e da quando ne aveva 17 entra e esce dalle galere: "Ho rapinato tutti i negozi che stanno sulla strada di Pannella", dice con un sorriso contagioso riferendosi al leader Radicale suo concittadino. "Avevo paura del lager di Aversa, ma invece sono qui da otto mesi e mi ha fatto bene". Sicuramente lo ha aiutato poter svolgere, pagato dal Dap, un lavoro così importante come piantonare notte e giorno il suo compagno di cella: "Giacomo è schizofrenico, tenta il suicidio in continuazione, legge la bibbia e mi chiama "fariseo" - racconta Carlo - ogni tanto mi picchia perché non gli faccio fare le docce fredde durante la notte come lui vorrebbe, oppure perché gli do solo 20 sigarette al giorno". "Dopo un lungo percorso riabilitativo - spiega l'educatore - Carlo potrebbe essere dimesso a breve". "Quando esco però - progetta il ragazzo - voglio un certificato di salute mentale. Perché sia chiaro: io qui dentro non ci voglio tornare più".
www.imgpress.it, 7 marzo 2015
A quattro anni dall'approvazione della legge di riforma delle madri detenute con i figli (8 marzo 2011), sono ancora una quarantina i bambini che vivono con le loro mamme nelle carceri italiane. Denunciando questa grave violazione dei diritti dell'infanzia Terre des Hommes, assieme all'Associazione A Roma, Insieme e Bambinisenzasbarre, esprimono forte preoccupazione per l'assenza di una politica nazionale realmente funzionale alla risoluzione di questo delicato e urgente problema.
Al 30 giugno 2014 risultano essere 43 le madri detenute in Italia con al seguito i propri figli, per un totale di 44 bambini presenti nelle nostre carceri. Nel 2011 una legge di riforma (n.62/2011) prevedeva per le detenute madri prive di una casa e con un profilo di bassa pericolosità le Case Famiglie Protette come alternativa al carcere, o alla carcerazione attenuata delle cosiddette Icam (Istituti a Custodia Attenuata per Detenute Madri). A tutt'oggi però non ne risulta aperta nessuna in Italia e i bambini rimangono in carcere, con gravi conseguenze sul loro benessere e corretto sviluppo.
Il problema sembra essere di carattere squisitamente economico: le Case Famiglia Protette infatti devono essere identificate dagli enti locali e da loro finanziariamente sostenute. Nulla invece può essere fatto ricadere sull'amministrazione penitenziaria, come chiarisce la legge 62/2011 laddove afferma che il principio del "senza oneri aggiuntivi per il Ministero".
All'assenza di Case Famiglia Protette fa da contraltare invece una politica ministeriale di forti investimenti in favore delle Icam, che dal 2011 ad oggi sono diventate tre: Milano, Venezia e Cagliari. Tuttavia queste strutture hanno un costo elevato a fronte di evidenti inadeguatezze, rispetto alle esigenze di protezione, cura e crescita dei bambini ospitati. Si tratta infatti di Istituti detentivi, pur attenuati, l'utenza accolta è molto varia (donne incinte, madri con bambini, padri); e si riscontra un'ampia differenza di età dei bambini che possono accedervi (0 - 10 anni). Di contro le Case Famiglia Protette risponderebbero al bisogno di un ambiente a misura di bambino, di un supporto efficace alla genitorialità e all'inserimento sociale delle madri, di una risposta variabile rispetto alle specifiche esigenze di età dei bambini accolti, nonché infine, di un minor costo di gestione. Pertanto si configurano come la soluzione migliore per le detenute madri con le caratteristiche definite dalla legge 62/11.
Terre des Hommes, Aromainsieme e Bambinisenzasbarre tornano a chiedere quindi che, senza alcun onero aggiuntivo per il Ministero della Giustizia, siano stornati dei fondi dal piano di costruzione delle nuove Icam in favore delle Case Famiglia Protette. Stante l'esiguo numero dei bambini presenti nelle carceri, infatti, poche Case Famiglia Protette identificate localmente potrebbero essere finalmente attivate e rese sostenibili se anche il Ministero riconoscesse a esse un minimo contributo. Tale impegno, infatti, sarebbe sufficiente a rendere più accettabile agli enti locali, già stremati dai continui tagli di bilancio, l'assunzione delle proprie responsabilità a tutela di questi bambini.
Terre des Hommes da 50 anni è in prima linea per proteggere i bambini di tutto il mondo dalla violenza, dall'abuso e dallo sfruttamento e per assicurare a ogni bambino scuola, educazione informale, cure mediche e cibo. Attualmente Terre des Hommes è presente in 65 paesi con oltre 840 progetti a favore dei bambini. La Fondazione Terre des Hommes Italia fa parte della Terre des Hommes International Federation, lavora in partnership con Echo ed è accreditata presso l'Unione Europea, l'Onu, Usaid e il Ministero degli Esteri italiano.
A Roma, Insieme è un'associazione di volontariato che si occupa da diciotto anni dei bambini che si trovano nel carcere di Rebibbia detenuti al seguito delle proprie madri. L'associazione offre una serie di servizi volti a rendere la vita di questi bambini quanto più vicina, nel possibile, a quella che spetterebbe loro di diritto. Parallelamente ai servizi sul territorio e le uscite settimanali del sabato, A Roma, Insieme svolge, da sempre, una forte azione di lobbying sulle istituzioni per incidere positivamente sul quadro legislativo che disciplina questo delicato settore, con particolare riguardo alla condizione dei bambini.
Bambinisenzasbarre è un'associazione impegnata in Italia in ambito penitenziario nei processi di sostegno psicopedagogico alla genitorialità in carcere con un'attenzione particolare ai figli, colpiti dall'esperienza di detenzione di uno o entrambi i genitori. Priorità dell'azione di Bambinisenzasbarre è la cura e il mantenimento della relazione figlio/genitore durante la detenzione di uno o di entrambi di questi, nonché la tutela del diritto del figlio alla continuità del legame affettivo.
Adnkronos, 7 marzo 2015
In occasione della Festa dell'8 marzo sono molte le iniziative organizzate nelle carceri italiane per le detenute e che le vedono protagoniste. Tra le tante segnalate dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, quella di Rebibbia, a Roma, dove si terrà una manifestazione promossa dall'Ufficio del capo del dipartimento e dal Comitato pari opportunità della Polizia penitenziaria. Uno spazio di circa un'ora sarà interamente dedicato e curato dalle donne detenute. In scaletta anche "La tavola dell'alleanza!, breve proiezione video relativa all'arazzo ricamato dalle donne detenute, che celebra la vita e la pace attraverso la metafora dei fili e della tessitura. Fra trama e ordito, sei donne di nazionalità diversa, detenute a Rebibbia, hanno realizzato l'arazzo che raffigura la mappatura del genoma umano.
A Civitavecchia ci sarà una giornata di incontro con le detenute, perlopiù straniere, che daranno lettura di storie di vita vissuta. Il lavoro è stato coordinato dalla mediatrice culturale dell'Ente di formazione Erfap e dall'Associazione teatrale Sanguegiusto, in collaborazione con l'insegnante di lingua italiana. Sarà presente anche il referente territoriale dell'Unicef Pina Tarantino con cui l'istituto da anni collabora per la realizzazione delle Pigotte, le bambole di pezza vendute in beneficenza a favore dei bambini.
Riparte dal Villaggio Penitenziario di Uta, nell'area industriale di Cagliari, "Un sorriso oltre le sbarre", il progetto di solidarietà per le donne private della libertà giunto alla sesta edizione. Promossa dall'associazione Socialismo Diritti Riforme, coordinata da Maria Grazia Caligaris, con la collaborazione della sezione cagliaritana della Fidapa (Federazione italiana donne arti professioni affari), presieduta da Silvia Trois, l'iniziativa intende sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sulla condizione delle donne detenute e delle agenti della Polizia penitenziaria. L'evento, in programma domenica 8 marzo alle 9.30 nel carcere "Ettore Scalas", prevede un incontro nella sezione femminile dell'istituto dove verranno affrontate le diverse problematiche relative alla permanenza in carcere. Spettacolo musicale alla Casa Circondariale di Vercelli, presso la sala teatro dell'istituto, allestita con manufatti a tema realizzati nell'ambito del laboratorio di lavori femminili.
Nel corso dell'evento, l'assessore alle politiche sociali consegnerà alle donne detenute i riconoscimenti per aver contribuito alla realizzazione dei manufatti in lana per l'evento "Vercelli si veste di lana 2014". E poi ad Avellino, dove i volontari della Comunità di Sant'Egidio distribuiranno mimose e biscotti per i figli delle detenute, a Perugia, dove è prevista la proiezione di un film a cura dei volontari della Croce Rossa Italiana con dibattito finale, e a Pisa, con un incontro ricreativo organizzato dal gruppo "Donne e carcere" che cura il laboratorio di scrittura creativa all'interno della sezione femminile.
Carlo Nordio
Il Messaggero, 7 marzo 2015
I provvedimenti che il governo intende introdurre per combattere la corruzione si possono riassumere così: aumento delle pene e allungamento dei termini di prescrizione. Nella maggioranza si è aperto un vivace dibattito, cioè uno scontro, e si è persino parlato di crisi. Sarebbe un peccato che la stabilità politica, di cui il Paese ha tanto bisogno, fosse compromessa da questioni così futili. L'aumento delle pene infatti non produrrà né vantaggi né danni. In un sistema sfasciato come il nostro, dove i processi sono eterni e le sanzioni incerte, è illusorio pensare che la minaccia di un'ipotetica galera possa intimidire i corrotti.
Per capirlo basta formulare una semplice domanda: credete davvero che, se la corruzione fosse stata punita con due o tre anni in più, episodi come l'Expo o il Mose non si sarebbero verificati? Perché se credete a questo potete anche credere all'asinello che vola.
Sulla prescrizione invece il discorso è più serio, ma di facile soluzione. Per i pazienti lettori digiuni di diritto proverò a spiegarlo in termini semplici. Prescrizione significa che, passato un certo numero di anni, il delitto si considera come non avvenuto. Questo lasso di tempo, in giuridichese chiamato "termine", è tanto più lungo quanto più il reato è grave. Alla fine, però, quasi sempre cala il sipario: il tempo non è solo padre di verità, ma anche di oblio.
L'esempio più lacerante fu il processo a Klaus Barbie, il boia di Lione. La Francia non lo processò per l'omicidio di Jean Moulin, perché erano passati quarant'anni. Il macellaio gestapista fu invece condannato per delitti contro l'umanità, tanto gravi da esser considerati imprescrittibili. Da noi funziona, più o meno, allo stesso modo.
La tradizionale giustificazione di questa scelta è che, con il decorso degli anni, lo Stato perde interesse a punire. Ad essa se n'è però aggiunta, di recente un'altra, secondo noi più importante e razionale: che se la lunghezza del processo dev'essere ragionevole, come vuole la Costituzione, un cittadino non può restare indefinitamente sulla graticola giudiziaria. Una volta inquisito, egli ha il diritto di sapere, entro un termine certo e possibilmente breve, se sarà condannato oppure no.
E qui arriviamo al nocciolo della questione. Gli attuali termini di prescrizione sono troppo brevi per giustificare la rinunzia dello Stato a punire, ma anche troppo lunghi per la tollerabilità emotiva di una persona inquisita. Si prenda la frode fiscale, o la gran parte dei reati economici: si prescrivono, grosso modo, in otto anni. È ragionevole pensare che dopo così poco tempo lo Stato perda interesse a incriminare l'evasore?
Evidentemente no, anche perché questi reati sono di accertamento difficile, richiedono esami documentali, riscontri bancari e altro: quando arriva la denuncia metà dei termini è già trascorsa. E nessuno griderebbe allo scandalo se fossero aumentati, e anche raddoppiati. Ma sette o otto anni sono anche troppi per la durata di un processo. Uno Stato che non sappia concludere in un tempo così lungo è a dir poco incivile: perché per l'inquisito, innocente o colpevole che sia, questi anni sono un'eternità. Aumentarli, come si vorrebbe far ora, sarebbe una dichiarazione di rassegnata impotenza: peggio che un crimine, sarebbe un errore.
Si possono comporre i due interessi, quello collettivo a punire il reato e quello individuale alla rapidità del giudizio? Certo che si può. Basta far decorre i termini di prescrizione non, come accade ora, dalla commissione del delitto, ma dal momento in cui il malcapitato viene inquisito. Distinguere cioè la prescrizione del reato, che è troppo breve, da quella del processo, che è troppo lunga. Lo Stato può anche aspettare anni prima di accorgersi che un crimine è stato commesso; ma non può tenere per decenni il l'imputato nell'incertezza. Può accusarti anche dopo dieci anni, ma non impiegarne altrettanti per assolverti o condannarti. Semplice vero? Forse troppo per essere realizzabile. Perché il genio dell'ovvio, diceva Pascal, è come la troppa luce: ti impedisce di vedere.
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