di Ezio Mauro
La Repubblica, 4 luglio 2019
Basato com'è sull'istinto, sui gesti, sugli slogan e su una formidabile capacità di creare e interpretare lo spirito dei tempi, il populismo è l'unico modello politico che non ha bisogno di avere una teoria, perché la suscita a spintoni mentre procede per la sua strada, e la inventa dentro il fuoco del conflitto permanente con un nemico d'occasione, dato ogni volta in pasto alla pubblica opinione.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 4 luglio 2019
Per superare la procedura di infrazione sul debito, bastava qualche miliardo. Per superare la procedura di infezione del garantismo, non basterà qualche decennio. Salvini e Di Maio: indagine sul doppio giustizialismo che minaccia le nostre libertà.
In politica ci sono oscenità che si possono cancellare con un tratto di penna, con una promessa rivista, con un aggiustamento dei conti, con una correzione a una manovra e ci sono poi oscenità che una volta sdoganate diventano strutturali, entrano a far parte della nostra vita, si trasformano in una nuova e raccapricciante normalità.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 4 luglio 2019
Il procuratore generale della Cassazione si difende in una lettera ai colleghi. Ma anche Unicost invoca le dimissioni. Riccardo Fuzio, procuratore generale della Cassazione, reagisce alla rivelazione delle sue conversazioni con Luca Palamara con una strategia in tre mosse.
di Francesco Petrelli*
Il Dubbio, 4 luglio 2019
Nessuno avrebbe voluto aprire quella porta. Epistemologicamente parlando si è evidentemente trattato di un caso di serendipità: si sta cercando una cosa e se ne trova un'altra. La Procura perugina indagava su una ipotesi di corruzione e ha trovato invece l'accesso a un mondo sommerso della magistratura. La questione non è irrilevante perché la preterintenzionalità della "scoperta" mette in imbarazzo scoperti e scopritori.
di Dario Ferrara
Italia Oggi, 4 luglio 2019
Conta la gravità del reato senza alcun automatismo per determinare le pene accessorie su reati per i quali la legge indica un termine di durata non fissa: è dunque il giudice a decidere caso per caso utilizzando i parametri ex articolo 133 Cp.
Le S.U. penali della Cassazione con un vero e proprio revirement con sentenza 28910/19 di ieri superano il proprio orientamento espresso nella sentenza 6240/15. Pesa il cambio di rotta della Consulta con la sentenza 222/18 in materia di reati fallimentari, che ha espresso un'opzione netta contro l'equiparazione della sanzione alla durata della pena principale: nelle sanzioni complementari, infatti, è più marcata la funzione di prevenzione speciale, che richiede dunque una modulazione personalizzata e correlata al disvalore del fatto illecito.
La svolta nella giurisprudenza costituzionale maturava almeno dal 2012. Così ora la Suprema corte perde il riferimento che ha portato alla decisione del 2015 e offre una lettura alternativa dell'art. 37 Cp che tiene conto dell'interpretazione del trattamento sanzionatorio e della sua funzione.
La pena principale ha soprattutto funzione retributiva e rieducativa con un trattamento orientato al graduale reinserimento sociale del condannato; quelle accessorie, invece, hanno altre e più spiccate funzioni rispetto alla rieducazione personale, specie nelle ipotesi interdittive e inabilitative rispetto a determinati incarichi o attività: vale a dire allontanare il reo dal contesto operativo, professionale, economico e sociale nel quale sono maturati i fatti criminosi, che può indurlo a violare di nuovo i precetti penali.
Si tratta quindi di pene complementari da mettere in relazione con la gravità della condotta e la personalità del responsabile che non devono riprodurre la durata della sanzione principale.
Il giudice del merito, insomma, ben può procedere a una valutazione discrezionale nell'ambito della cornice edittale disegnata dalla singola disposizione di legge: il tutto sulla base della ricostruzione probatoria dell'episodio criminoso e dei parametri ex articolo 133 Cp, dandone conto con una congrua motivazione.
di Simona Musco
Il Dubbio, 4 luglio 2019
La cassazione smonta il caso che ha "ispirato" la riforma. Angelo Peveri non sparò per legittima difesa, ma con modalità "criminali", solo per dare una lezione a Dorel Jucan, il rumeno che si era introdotto nelle sue proprietà per rubare gasolio. E per farlo lo ha inseguito, malmenato e fatto inginocchiare, puntando la pistola al petto e sparando a bruciapelo con un fucile a pompa, dall'alto verso il basso, senza che la sua vittima potesse difenderli.
A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione, che con le motivazioni della sentenza di condanna a 4 anni e mezzo dell'imprenditore piacentino di fatto ha riscritto la storia che ha portato alla riforma della legittima difesa. Fu proprio il suo caso, infatti, a spingere il ministro Matteo Salvini a spingere sull'acceleratore per portare in aula la riforma, che poi riuscì ad ottenere a marzo scorso, con il sì in Senato del testo poi divenuto legge. Ma in questa storia, secondo gli Ermellini, in realtà di legittima difesa non c'è alcuna traccia: l'azione messa in atto da Peveri, secondo la sentenza, è soltanto un tentato omicidio.
Tutto accadde il 5 ottobre del 2011, quando Peveri, dopo aver sorpreso alcuni ladri intenti a sottrarre carburante dai serbatoi di alcuni mezzi di sua proprietà, parcheggiati in un luogo incustodito, sparò tre colpi (sostenendo di avere puntato in aria, circostanza smentita dalle indagini), ferendo uno dei ladri a un braccio.
La banda si dileguò e tutto sembrava esser finito lì. Ma poco dopo Jucan tornò a recuperare l'auto, abbandonata prima della fuga nel cantiere. E lì trovò Peveri ad attenderlo assieme ad un suo operaio. I due lo immobilizzarono, per poi sbattergli più volte la testa per terra. E fu a quel punto che Peveri sparò il quarto colpo, a poco più di un metro dal petto di Jucan, costretto ad inginocchiarsi. Una storia finita con una lunga convalescenza e una pena a 10 mesi per tentato furto per Jucan. E molto diversamente per Peveri.
L'imprenditore aveva sostenuto di aver sparato un solo colpo, tesi non riscontrata dal numero di bossoli trovati sul posto. Dopo aver sparato a Jucan al petto, aveva ricaricato poi "volontariamente" almeno tre volte l'arma, che, però, si era inceppata, lasciando un colpo in canna inesploso. Situazioni in aperto contrasto con la tesi difensiva del ferimento accidentale.
Peveri, secondo i giudici, "aveva indubbiamente agito con la volontà di ledere Jucan", sparando, peraltro, con un "un micidiale fucile a pompa a breve distanza dalla vittima inerme e diretto al torace", indifferente "alle conseguenze del suo gesto, e dunque con previsione e volontà, in via alternativa, del ferimento oppure della morte".
Non si parla mai, nella sentenza, di legittima difesa, ma di "azione criminale", compiuta, peraltro, con "odiose modalità", rappresentate dalle "ripetute percosse inferte, anche con un corpo contundente, a vittima non armata, che invano esternava supplichevoli manifestazioni di pentimento, esplosione a distanza ravvicinata di un colpo da un micidiale fucile a pompa diretto al torace della vittima". Azioni motivate, oltretutto, non dalla volontà "di bloccare i ladri", bensì "di dar loro una lezione".
Per Salvini, che ha anche annunciato - pur non potendolo fare - di voler chiedere la grazia a Mattarella, il caso Peveri era invece la prova dell'urgenza di una riforma sulla legittima difesa. Una norma che, secondo un'altra pronuncia della Cassazione, ha effetto retroattivo, ma che non può essere applicata all'imprenditore piacentino, che agì al di fuori del suo domicilio, in un parcheggio non custodito, e soprattutto animato soltanto dalla volontà di punire in maniera esemplare i ladri. L'imprenditore, che dopo la condanna aveva ricevuto in cella la visita di Salvini, che si era impegnato a farlo stare "in galera il meno possibile", è stato condannato anche per le lesioni personali aggravate nei confronti del complice di Jucan, Andrei Ucrainet, colpito di striscio dal fucile a pompa mentre scappava lungo il fiume Tidone.
Il Messaggero, 4 luglio 2019
Prima sentenza di condanna in Italia per tortura, reato introdotto poco più di un anno fa. Quattro anni e sei mesi al capo-banda e 4 anni ad altri tre della stessa banda: sono le condanne inflitte ieri in abbreviato dal Tribunale per i Minorenni di Milano a quattro 15enni accusati di aver segregato, picchiato e torturato un loro coetaneo, in un garage di Varese lo scorso novembre.
L'obiettivo era ottenere informazioni su un suo amico che la gang voleva rintracciare. La condanna più alta è stata inflitta dal giudice al minore ritenuto la mente del sequestro e del pestaggio del quindicenne, legato e picchiato con un bastone di ferro.
A quanto è emerso era pronto a lasciare l'Italia con la madre prima di essere arrestato. L'accusa aveva chiesto condanne per un totale di 21 anni, sostenendo che tutti e quattro i giovani imputati non abbiano mostrato segni di ravvedimento ed empatia con la vittima.
giustizianews24.it, 4 luglio 2019
Il Garante dei detenuti fa lo sciopero della fame per protesta. Celle bollenti e sovraffollate: le carceri toscane diventano per i detenuti una bolgia infernale. Per questa ragione il garante dei detenuti Franco Corleone ha iniziato lo sciopero della fame. "La protesta di Corleone - spiega una nota - nasce dal fatto che il Palazzo di Giustizia di Prato è stato chiuso per l'ondata eccezionale di caldo, ma nessuno si interessa della situazione dei detenuti".
"Nel carcere fiorentino di Sollicciano molti frigoriferi non funzionano. Il risultato sono cibi che deperiscono molto rapidamente e brodaglia al posto di acqua" denuncia il garante. Nonostante un "timido" segnale da parte della direzione, secondo Corleone "molto c'è ancora da fare". Nel Giardino degli Incontri, la struttura pensata dall'architetto Michelucci per i momenti tra detenuti e famiglie, "il bar non funziona" rileva ancora il garante, che mira ad "ottenere certezze su molte questioni che riguardano la vita in carcere".
Per questo, dice Corleone "le ragioni del mio digiuno aumentano. Ancora attendo risposte sul destino del cambio di destinazione del Gozzini a istituto femminile e ancora non è dato sapere quando aprirà la nuova sezione per le attività culturali, artistiche e di studio a Lucca".
Intanto la petizione per la costruzione di un teatro stabile nel carcere di Volterra ha raccolto oltre 2mila firme, riscuotendo notevole successo. "Qualche spiraglio si apre" dichiara Corleone, che annuncia una conferenza stampa della Compagnia di Volterra il prossimo 11 luglio con il direttore artistico Armando Punzo.
di Marcello Toffalini
verona-in.it, 4 luglio 2019
A Montorio il sovraffollamento di 200 persone è la prima causa di conflitti. Le condizioni di vita nelle carceri italiane non aiutano il reinserimento sociale. Recentemente il Corriere di Verona, ha pubblicato un articolo sulle condizioni del carcere di Montorio: una vera "caienna", secondo Angiola Petronio, che con quella parola ha voluto sintetizzare la situazione esposta da Margherita Forestan, Garante dei diritti dei detenuti nella Casa Circondariale, in una seduta del Consiglio comunale di Verona.
Gli ospiti di un carcere sono costretti a vivere in celle di pochi metri quadrati, quasi sempre in assenza di un minimo di "privacy", conducendo una vita che, a dir poco, civile non è, malgrado gli sforzi dei collaboratori esterni, delle guardie e del direttore nel fornire centri d'interesse sportivo o attività culturali, di sartoria o di officina.
Perché la privazione della libertà personale non implica, né dovrebbe implicare mai, il degrado personale, culturale e sociale dei detenuti. Ed il colmo è che quella di Montorio avrebbe dovuto essere una struttura per detenuti in attesa di giudizio, quindi potenzialmente ancora innocenti, invece è lentamente diventata un sito per condannati in via definitiva.
Ma facciamo parlare i numeri. Ci sono 335 posti, ma dentro sono ospitate 525 persone: 474 uomini e 51 donne. Dati del 2018, perché nel frattempo i detenuti sono già aumentati (oggi sono 550). Il sovraffollamento di almeno 200 persone, che rende inumano l'ambiente interno fino ad incattivire i rapporti interni dentro le celle, è la prima causa di inumanità e di conflitti; la seconda è che, senza un numero adeguato di pedagogisti e di altro personale di sostegno, sono difficili i percorsi di reinserimento nella vita sociale esterna.
Quanto alla scuola se ne fa molta "anche perché sono convinta che la cultura, lo sport, mostrino a queste persone l'altra medaglia della vita", parola del Garante dei diritti. Ed è bello sapere che ben 135 uomini e 10 donne l'anno scorso hanno frequentato corsi di alfabetizzazione e di scuola primaria inferiore. Altri 29 sono stati studenti dell'istituto alberghiero Berti. In 23 hanno seguito il corso liceale e in 4 sono iscritti all'università.
Va detto, in appoggio agli sforzi per una detenzione più umana e meno pesante, che chi è ancora in attesa di giudizio ha l'aspettativa di mostrare la sua innocenza e maggiormente si batte contro il degrado, mentre chi ha avuto una condanna definitiva, per quanto lunga, ha la speranza di uscire prima o dopo, agevolata dal reinserimento sociale del pentito. Perché questo è infatti il senso della pena inflitta al carcerato, non certamente quello di metterlo in cella e di "buttare la chiave", come si sente spesso ripetere da uomini di "governo", in cerca di voti, veri ladri di consenso e di vita.
Dunque: rendere più facile da praticare la "messa alla prova" e rendere più umani gli ambienti carcerari. Sono queste le chiavi di volta di una vera riforma dell'Ordinamento penitenziario affinché il detenuto, al termine di un percorso di reinserimento sociale, una volta uscito non torni più a delinquere, con beneficio suo e della sicurezza dell'intera società.
Infatti, com'è giusto che sia, un detenuto è condannato ad una riduzione della sua libertà di movimento ma non anche alla privazione degli altri diritti umani. In questo senso è giusto aderire all'appello di Roberto Saviano "Perché delle carceri bisogna parlare", pubblicato sull'Espresso del 9 giugno, per rendere pubblica la necessità di una Riforma dell'Ordinamento giudiziario, nel senso sopra indicato.
Se pensiamo che la cosa si sarebbe potuta realizzare già alla fine del 2017 e comunque prima delle ultime elezioni (4 marzo 2018) vengono i brividi: le responsabilità al riguardo da parte del centro-sinistra, "rottamatore" ma inconcludente sui diritti umani, sono troppo evidenti ed oggi, verosimilmente, con i venti che tirano, quella Riforma sembra spostarsi in avanti. Quanto?
Apprendiamo, sempre in giugno, un'ulteriore limitazione ai danni dei detenuti di alcune carceri della Calabria. Susanna Marietti (Associazione Antigone), così ci informa: "Sembra che oggi nelle carceri di Castrovillari, Paola, Rossano e Cosenza siano stati cancellati tutti i corsi di scuola secondaria superiore, se non per qualche classe quinta rimasta senza troppo criterio. Ben 34 classi sarebbero state soppresse. I docenti dell'istituto tecnico industriale Enrico Fermi di Castrovillari, destinatari di trasferimenti forzati, si stanno attivando per ricorsi a titolo personale. Gli studenti detenuti iscritti ai corsi, niente affatto in numero irrisorio, resteranno in cella a oziare sulla branda".
Non c'è più solo l'insano e allarmante sovraffollamento a contrastare la rieducazione personale e sociale del detenuto: nell'ottica della progressiva riduzione delle spese carcerarie siamo capaci persino di mettere al bando anche la riqualificazione culturale dei detenuti.
Temo notizie di trattamenti penitenziari men che umani, che avvengono già nella Casa di Montorio per il cronico sovraffollamento o nelle carceri calabresi. Dove la pena inflitta sembra contraria al senso di umanità o al reinserimento sociale del detenuto, che sono invece condizioni e diritti non alienabili, almeno secondo la nostra Costituzione (art. 27, comma 3).
Che così si esprime: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Reinserimento sociale compreso e ben auspicato.
di Tommaso Di Giannantonio
Corriere del Trentino, 4 luglio 2019
"Educatori e polizia, l'organico è carente". La Garante Menghini: clima generale di insoddisfazione. La relazione annuale del Garante dei diritti dei detenuti, presentata ieri mattina alla sala Aurora di Palazzo Trentini, non è una semplice fotografia della Casa circondariale di Spini di Gardolo.
Ma è piuttosto un'istantanea che cattura il movimento di una situazione carceraria in continua evoluzione, evidenziando i passi in avanti che sono stati fatti, ma anche, e soprattutto, le criticità riscontrate. Prima tra tutte la carenza di educatori e di operatori penitenziari che genera inevitabilmente uno stato di frustrazione all'interno delle celle.
Sfogliando alcune delle pagine del rapporto 2018 riecheggiano così le grida dei detenuti della rivolta di Natale. Allo stato attuale sono soltanto 3 gli operatori dell'area educativa, a fronte di una dotazione organica di 6 educatori prevista sulla base dell'originaria capienza massima di 240 persone. Ad oggi, oltretutto, i detenuti sono ben oltre la cifra di paragone.
"Attualmente le presenze sono 296 e il numero continuerà a salire dopo la flessione registrata nel periodo successivo alla rivolta", ha specificato la garante dei diritti dei detenuti Antonia Menghini. Dopo la manifestazione di protesta scoppiata lo scorso dicembre a seguito del suicidio di un detenuto di origini tunisine, infatti, erano stati trasferiti 58 detenuti. Le presenze erano scese così da 348 a 290, di cui il 68% sono straniere (circa il doppio rispetto alla media nazionale sia per la localizzazione del carcere in una zona di frontiera e sia per i continui trasferimenti che passano per la C.c. di Spini di Gardolo).
Ma come gli educatori, anche gli operatori della Polizia penitenziaria sono costretti a lavorare sotto organico. Rispetto alle 229 unità previste, al momento sono appena 172 gli agenti impiegati nella Casa circondariale di Spini di Gardolo. Tutto ciò "provoca un clima di generale insoddisfazione e di agitazione tra i detenuti, che devono attendere tempi molto lunghi prima di avere una risposta ad una richiesta - ha spiegato Antonia Menghini - Sia che si tratti di una richiesta di colloquio con la direzione, con il comando o con gli operatori e sia che si tratti di una risposta da parte della magistratura di sorveglianza".
A rincarare la dose è anche la mancanza di una struttura specifica per le persone detenute affette da disagio psichico. Ancora oggi vengono quasi sempre collocate in modo permanente nella sezione infermeria, nonostante rappresenti soltanto una soluzione temporanea. "In questo modo il detenuto non ha alcun accesso alle attività trattamentali - si legge nella relazione delle attività della garante, impegnata lo scorso anno in 400 colloqui con le persone detenute - e finisce col vivere in una situazione che evidentemente, alla lunga, rischia talvolta di compromettere ulteriormente il suo quadro di stabilità psichica e emotiva".
Dati alla mano, inoltre, senza innescare una logica di causa-effetto, nel 2018 è stato registrato un significativo aumento degli atti di autolesionismo: 34 eventi, quasi il doppio rispetto al 2017. Così come sono raddoppiati i suicidi, da 1 a 2. In confronto ai casi di suicidio registrati negli ultimi sei-sette anni in tutti gli altri istituti penitenziari e in dieci case circondariali del centronord, il tasso di sucidi della Casa circondariale di Spini di Gardolo risulta al di sopra della media. Difronte a questo quadro preoccupante ad aprile - in seguito anche alla rivolta divampata prima di Natale - è stato approvato il Piano provinciale di prevenzione delle condotte suicidarie che ha dato vito ad un gruppo di lavoro operativo.
"Nel primo incontro che si è tenuto qualche giorno fa tra la direzione del carcere e l'Azienda provinciale per i servizi sanitari - ha fatto sapere la garante dei diritti dei detenuti - è emersa la volontà di stilare un documento concreto che crei una rete di operatori capace di intercettare le situazioni di rischio".
Ad inizio anno, inoltre, l'Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) ha comunicato che gli assistenti sociali riprenderanno ad entrare in carcere per svolgere colloqui con i detenuti, attività questa che mancava da più di tre anni.









