di Agnese Pini
Il Giorno, 21 febbraio 2015
Rino Raguso, classe 1977 è vice segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp. "Mi hanno detto: adesso non fare tu qualcosa di inconsulto. Ma io li ho fermati: non mi conoscete proprio, ho risposto, risparmiatemi almeno certi commenti".
Questo glielo hanno detto dopo la lettera di sospensione dal servizio...
"Sì, ore 14 di giovedì. Nessun preavviso. Solo tre pagine al computer in cui si diceva che avevo leso l'immagine dell'amministrazione penitenziaria".
di Antonio Bevere
Il Manifesto, 21 febbraio 2015
Nel nostro ordinamento giuridico prevede e punisce il reato di riduzione o mantenimento in schiavitù e il reato di riduzione o mantenimento in servitù. La rilevanza penale del disumano sfruttamento dell'uomo sull'uomo e la predisposizione degli strumenti per punire severamente i responsabili sono presenti nell'ordinamento giuridico dello Stato fascista.
Nel codice Rocco, con l'impegno assunto dalla Convenzione di Ginevra del 1926, all'art. 600, erano previste due ipotesi criminose: la riduzione in schiavitù e la riduzione in condiziona analoga alla schiavitù.
La nozione di schiavitù era fornita dall'art.1 della Convenzione di Ginevra del 1926 che la definisce come "lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o alcuno di essi".
La norma, introdotta con la legge del 2003 e modificata con un decreto legislativo del 2014, scandisce con maggiore chiarezza la duplice ipotesi criminosa: 1) riduzione e mantenimento in schiavitù, nella quale il soggetto attivo "esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà", trattandola quindi come una cosa e utilizzandone la capacità lavorativa senza limite e senza possibilità di resistenza della vittima. 2) riduzione e mantenimento in servitù, nella quale il soggetto attivo "riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all'accattonaggio o comunque a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento e comunque al compimento di attività illecite che ne comportino lo sfruttamento. La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di vulnerabilità, di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona".
In entrambi i casi il colpevole è punito con la reclusione da otto a venti anni; la pena "è aumentata da un terzo alla metà se i fatti di cui al primo comma sono commessi in danno di minore degli anni diciotto o sono diretti allo sfruttamento della prostituzione o al fine di sottoporre la persona offesa al prelievo di organi".
Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo nelle forme e nei contenuti più incivili può aver luogo quindi in vari campi (sesso, accattonaggio, prostituzione, lavoro, commercio di organi umani), ma alcune riforme legislative in corso di attuazione nel mercato del lavoro ci inducono a trattare solo l'attuale ipotesi di riduzione o mantenimento in servitù, sotto il profilo del cd lavoro servile, che è ben scandito dal comma 1 (secondo periodo) e dal comma 2 dell'art. 600 c.p. che hanno sostituito la più vaga ipotesi residuale del vecchio testo del codice fascista (condizione analoga alla schiavitù).
Dal testo della norma e dall'interpretazione effettuata dalla dottrina e dalla giurisprudenza, emerge un'esauriente descrizione dei soggetti attivi e passivi, della condotta, dell'evento di questo reato.
Il soggetto attivo è chi (datore di lavoro o chi - cd caporale - eserciti i poteri corrispondenti), approfittando di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità dell'altro contraente, talvolta avvalendosi del reclutamento e avviamento al lavoro in violazione del divieto di intermediazione, stipuli un accordo o crei una situazione di fatto (Cass. n. 3909/1990) in cui la persona che presti la propria opera (il lavoratore dipendente) in uno stato di soggezione continuativa (cioè di limitazione della propria libertà di autodeterminazione) costringendola a prestazioni lavorative che ne comportano lo sfruttamento (tipo servitù della gleba (cfr. Cass. n. 2841/2007).
Passando all'esame della giurisprudenza consolidatasi sulla schiavitù va innanzitutto riconosciuto alla sentenza n. 2841/2007 il ruolo di pietra angolare, per passare da una interpretazione della norma del codice penale non simbolica , ma funzionale a un tutela effettiva della dignità della persona, che si traduca nel rispetto effettivo dell'art. 36 della Costituzione .
Va da sé che gran rilievo può avere la funzione dell'interpretazione giurisprudenziale, nel tracciare precisi confini tra trasgressione delle norme di diritto civile e trasgressione di norme di diritto penale
Nel complesso la giurisprudenza ha correttamente rilevato che si tratta di un reato a condotta multipla e a forma libera, con evento a forma vincolata (che comprende lo stato di soggezione e la prestazione che ne deriva), di natura permanente (la protrazione dell'offesa del bene tutelato della personalità individuale dipende dalla volontà dell'agente) e abituale ( più condotte della stessa specie si ripetono nel tempo, come si desume dalla definizione dell'evento come soggezione continuativa‚ accompagnato da una pluralità di prestazioni del soggetto passivo).
In relazione alla nozione di stato di soggezione e della correlata limitazione della libertà di autodeterminazione del contraente più debole del rapporto di lavoro, la giurisprudenza più recente ha stabilito che non è necessaria, per la sussistenza del reato, la totale privazione della libertà personale del lavoratore.
È stato infatti stabilito che, ai fini della configurabilità del reato di riduzione in schiavitù, è necessaria la costituzione, da parte dell'agente, dello stato di soggezione continuativa, che determina una compromissione di durata prolungata nel tempo della capacità di autodeterminazione della persona offesa, senza che sia necessaria un'integrale privazione della libertà personale: rapportato alla limitazione in concreto alla libertà del dipendente, la soggezione e lo sfruttamento lavorativo non sono esclusi nel caso di residua libertà di autodeterminazione che non intacchi il contenuto essenziale della supremazia del soggetto attivo (Cass. n. 8370/2014; n. 25408/2014; n. 44385/2013).
Fa comunque riflettere sulla mobilità di questo confine, sia l'incalzare della crisi dell'occupazione, sia un orientamento interpretativo, secondo cui non integra l'evento di riduzione o mantenimento di persone in stato di soggezione consistente nella privazione della libertà individuale, "la condotta dell'offerta di un lavoro con gravose prestazioni in condizioni ambientali disagiate verso un compenso inadeguato, qualora la persona si determini liberamente ad accettarla e possa sottrarsi una volta rilevato il disagio concreto che ne consegue" (Cass. n. 13532/2011) .
Dinanzi al pericolo di configurazione di questo tipo di libertà fittizia, che escluda lo stato di soggezione continuativa, c'è da chiedersi quale libertà sia riconoscibile al contraente debole, nell'anno in corso e in quelli a venire, di sottrarsi al lavoro servile previsto e punito dal codice penale (confinato finora nell'agricoltura del Meridione), dinanzi al consolidamento della disoccupazione in tutto il paese, aggravata dalla modifica delle norme sulle mansioni, sul controllo a distanza dei lavoratori dipendenti, sull'ampliamento dei contratti a termine, sulla facoltà dei contratti collettivi a livello aziendale di disciplinare il rapporto di lavoro anche in deroga alla legge, sulla riduzione a ipotesi marginali della reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo.
Ansa, 21 febbraio 2015
Il 26 giugno 1993 il Dap inviò al ministro della Giustizia, Giovanni Conso, una nota dove si proponeva di non prorogare più di trecento provvedimenti di 41 bis "per creare un clima positivo di distensione nelle carceri". Nel novembre del 1993 il ministro lasciò decadere il carcere duro per 334 detenuti. Su questa circostanza ha deposto Andrea Calabria, ex direttore dell'ufficio detenuti del Dap, durante il processo sulla trattativa Stato-mafia. "Non ricordo bene come siano andate le cose - ha spiegato - Sul piano della valutazione politica del ministro non so nulla".
"Per i rinnovi del 41 bis - ha detto - serviva una motivazione circostanziata, basata non solo sulla posizione giuridica ma anche di elementi individualizzati. Il problema proveniva da una formulazione generica del 41 bis, che adesso è molto più preciso". Secondo la Procura, la sostituzione del direttore del Dap Nicolò Amato con Adalberto Capriotti costituì il tentativo di mettere alla guida del Dipartimento un uomo che avrebbe garantito il suo sostegno al dialogo sul carcere duro ai boss avviato da parte dello Stato con la mafia.
Per evitare nuove stragi e omicidi eccellenti, sempre secondo i pm, pezzi delle istituzioni avrebbero trattato con Cosa nostra concedendo, oltre all'impunità al boss Bernardo Provenzano, un alleggerimento dei 41 bis realizzato, nel novembre del 1993, con la mancata proroga di oltre 300 provvedimenti di carcere duro. "La nota - ha detto Calabria - aveva a che fare con la situazione interna alle carceri perché l'estensione del 41 bis a molti detenuti aveva creato una serie di problemi anche a livello di gestione. Emettere il 41 bis per un soggetto che veniva dalla libertà era abbastanza semplice, cosa diversa era la proroga.
Questo ci ha costretto a chiedere, man mano che i decreti arrivavano a scadenza, informazioni ai servizi centrali, alla polizia, ai carabinieri, alle procure". Il pm Nino Di Matteo ha chiesto a Calabria come mai il 29 ottobre, appena prima che Conso desse il suo benestare per il mancato rinnovo dei 41 bis, la Procura di Palermo ricevette una nota nella quale si chiedeva un parere per prorogare o meno il carcere duro per i 334 detenuti per i quali il regime penitenziario sarebbe scaduto il 2 novembre.
"Un tempo troppo ristretto - ha ammesso Calabria, che firmò quella richiesta. Di sicuro sono informazioni che avevamo già chiesto in passato e in quel caso cercavamo solo di fare il punto della situazione. Del resto, le forze dell'ordine non avevano l'obbligo di risponderci a quei tempi. Comunque, anche se i 41 bis erano scaduti, nulla impediva, nel caso fossero pervenute informazioni sui detenuti che andassero verso una indicazione di carcere duro, che fossero ripristinati".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 21 febbraio 2015
Ancora sovraffollamento, celle troppo piccole, troppi detenuti con problemi di handicap e invasione di topi. Continua il sopralluogo da parte del garante dei detenuti Franco Corleone negli istituti della regione toscana. Dopo la visita del carcere di Arezzo dove ha riscontrato numerosi problemi, è stata la volta del carcere di Prato e quello di Lucca.
Secondo il garante, la struttura di Prato risulta "complessa", stretta tra "luci ed ombre" e con un'alta concentrazione di detenuti in specifici reparti. Il sovraffollamento dichiarato da Corleone si riferisce al reparto di alta sicurezza in cui stanno in 67, invece dei 48 previsti, e dove si contano "tre persone per cella, alcune delle quali con pene detentive lunghe". Nonostante il limite dei 3metri quadrati a persona sia rispettato "considero stravagante - ha dichiarato sempre il garante - l'idea che in celle di 14 mq si possano alloggiare tre brande.
Lo spazio minimo vitale ne risente pesantemente". Corleone ha quindi verificato la presenza di persone con handicap per le quali già la cella "costituisce una invalidità". L'accesso al bagno è, per esempio, "difficoltoso" e la loro sistemazione non è "idonea".
La complessità del carcere è data inoltre dalla presenza di collaboratori di giustizia e sex offender sistemati oltre la capienza ordinaria e per i quali la stessa struttura lamenta carenza di personale e mancanza di progetti specifici. "Ho già inviato una lettera all'assessore Luigi Marroni - ci tiene ad informare Corleone - proprio per immaginare azioni di recupero per coloro che si sono macchiati di reati sessuali e che, in assenza di progetti specifici e abbandonati nelle celle, al termine della pena potrebbero essere nella stessa condizione e a rischio recidiva". La situazione igienico-sanitaria riscontrata, è "difficile".
Il carcere è situato in località Maliseti, luogo che in origine indicava una zona paludosa. "L'umidità è notevole - ha osservato Corleone, proprio oggi sono arrivati i nuovi materassi ma le condizioni restano gravi. Mi aspetto che Asl e Comune facciano le verifiche del caso vista anche la triste abitudine di buttare gli scarti del cibo fuori dalle celle con il conseguente aumento della voracità e della presenza di topi".
Nel reparto di media sicurezza, invece, è applicata la procedura della cosiddetta "vigilanza dinamica", ovvero le celle aperte per otto ore al giorno. "È un dato positivo - chiosa Corleone - che si aggiunge alla presenza di una sede del polo universitario che però registra la presenza di sole sette persone a fronte delle 17 previste su carta". E il Garante quindi osserva: "Voglio verificare perché non è pienamente utilizzato, anche in ragione dell'importanza che potrebbe avere in termini di reinserimento dei carcerati".
Corleone ha quindi concluso la sua visita ricordando le numerose lettere ricevute dai detenuti nelle quali si chiede "attenzione" alle condizioni sanitarie. "Non sono riuscito a parlare con il responsabile della struttura sanitaria - conclude il Garante - perché da contratto la sua presenza è limitata a sole tre ore al giorno. Non credo sia una soluzione adeguata. Solleciterò un intervento perché alcuni detenuti non sembrano in condizioni compatibili con il carcere o meritano di essere trasferiti in altre strutture".
Poi è stata la volta del carcere di Lucca dove ha riscontrato altri problemi. "Abbiamo superato le criticità di sovraffollamento del passato con punte di 200 detenuti ma ad oggi - spiega Corleone - ancora le presenze non corrispondono alla capienza. Le celle non sono adatte alla reclusione, sono troppo piccole, la sala colloqui non è a norma e il locale infermeria è inadeguato". Anche in questo carcere, quindi, il degrado avanza.
Per Corleone nel carcere San Giorgio di Lucca bisognerebbe "eliminare il bancone divisorio tra detenuto e visitatore nella sala colloqui, annettere un locale all'infermeria e ristrutturare la seconda sezione da dedicare alle attività ricreative e culturali dei carcerati".
Con queste modifiche al San Giorgio - sempre secondo il garante - ci sarebbe una situazione più accettabile. La Casa circondariale di Lucca, ha ricordato il garante, "ha una capienza di 91 carcerati e ne ospita 121, dei quali 72 tossicodipendenti. Il carcere è piccolo ed è ubicato in una struttura antichissima all'interno delle mura di cinta della città in pieno centro storico, e in origine ospitava un convento di monache di clausura per poi essere trasformato in penitenziario in epoca napoleonica". Il tour nelle carceri toscane continua e probabilmente troveranno altre spiacevoli "sorprese".
Sesto Potere, 21 febbraio 2015
"Tra le principali cause, se non la principale, del dilagare della criminalità ci sono leggi colabrodo infarcite di scappatoie per i delinquenti. Vanno cambiate e indurite immediatamente, a cominciare dal taglio della condizionale, dall'ampliamento dell'istituto della legittima difesa, dall'aumento delle pene e dalla certezza che vengano scontate.
Governo e Parlamento la smettano di dilapidare tempo su epocali quanto discutibili riforme e comincino a occuparsi seriamente delle reali necessità dei cittadini". Lo dice oggi il Presidente della Regione del Veneto Luca Zaia.
Il governatore prende spunto da un'inchiesta pubblicata tra ieri e oggi da un diffuso quotidiano locale, dalla quale emerge tra l'altro che nel Capoluogo Berico è in carcere per furti e rapine solo un condannato su tre. "Vicenza è uno spaccato estremamente significativo di tutto il Veneto - dice Zaia - e in questa provincia nel 2014 sono stati compiuti quasi 18.500 reati. Che solo un condannato su tre sia in carcere è un dato gravissimo, che grida vendetta e che dimostra aldilà di ogni ragionevole dubbio che leggi colabrodo eccessivamente buoniste e garantiste vanificano la battaglia quotidiana condotta da Forze dell'Ordine e Magistratura. Loro li buttano dentro e poi un cavillo qualsiasi li rimette fuori. Per uno Stato che vorrebbe essere di diritto è una vergogna".
"Faccio appello alle coscienze di tutti i Parlamentari - aggiunge Zaia - perché questa è una richiesta forte della quale mi faccio io interprete, ma che viene dalla popolazione veneta, che percepisce sempre di più la criminalità come una piaga gravissima e chiede risposte. Da dove devono venire se non dalla legge?".
"Anche ieri, intanto - aggiunge Zaia - le cronache dicono che in Veneto sono stati compiuti numerosi reati e stavolta, a farne maggiormente le spese, è stata Padova: all'Arcella un giovane coraggioso è riuscito a bloccare due ladri che avevano già fatto fuori 11 garage su 20; a Loreggia predoni già nel giardino di una casa sono stati bloccati dal pianto di una bambina che ha richiamato l'attenzione del padre; derubata la mamma del tecnico Salviato, da poco liberato dopo un rapimento in Libia; svuotato un negozio di biciclette a Cittadella; serie di colpi in tutta la città e provincia.
Intanto i cittadini di Teologridano la loro esasperazione per i furti in casa. Nel Veneziano, un commerciante di Jesolo sorprende 3 ladri in casa, li mette in fuga e ammette che, se fosse stato armato, avrebbe sparato; ladro scatenati a Caorle con 3 case svaligiate al quartiere Sansonessa; a Campagna Lupia, rubati 130 quintali di pesce con un carro frigo. A Treviso l'ennesima baby gang all'opera in pieno centro ha accerchiato una cittadina per rubarle la borsetta. Nel vicentino sono state razziate case, macchine e scuole e i Sindaci chiedono di incontrare il Prefetto".
"Se i responsabili di questi reati verranno presi dalle Forze dell'Ordine e saranno condannati dai magistrati - conclude Zaia - si sappia che solo uno su tre andrà davvero in carcere, gli altri due potranno continuare indisturbati. Lo Stato di diritto si è arreso".
Corriere Adriatico, 21 febbraio 2015
Ieri mattina l'avvocato Umberto Gramenzi si è recato nel carcere di Marino per incontrare il suo assistito, Mohamed Ben Alì, il ventiquattrenne tunisino indagato dalla Procura di Ascoli per la morte in carcere di Achille Mestichelli. Nel corso del colloquio l'avvocato Gramenzi ha potuto raccogliere la versione dei fatti fornita dall'extracomunitario. I motivi della tragica rissa sarebbero da ricondurre ad una banale discussione, una delle tante che si registrano frequentemente nelle celle del carcere in cui sono costretti a vivere i detenuti in condizioni difficili per il sovraffollamento, scoppiata fra Mestichelli e il tunisino.
"Stando a quanto mi ha riferito il mio assistito - dice l'avvocato Gramenzi - i due si sono attaccati per futili motivi. Sembrerebbe che ad un certo punto Mestichelli abbia cercato di addossarsi a Mohamed il quale ha reagito spintonandolo energicamente".
"Mestichelli si è sbilanciato ed ha tentato di aggrapparsi alla branda senza però riuscirvi". "Dapprima ha battuto la testa contro uno sgabello di ferro e poi è finito sul pavimento restandovi esanime. Ben Alì mi ha giurato che non era sua intenzione causare al compagno di cella conseguenze tanto gravi. A suo dire si sarebbe trattato di una fatalità".
di Melania Carnevali
Il Fatto Quotidiano, 21 febbraio 2015
Quello della città toscana è il primo carcere in Italia ad aprirsi a questa novità. Inoltre i familiari potranno monitorare il loro stato di salute attraverso uno sportello informativo. La sanità dentro le carceri deve essere uguale a quella fuori. È partendo da questo sacrosanto principio che l'Asl di Massa Carrara ha avviato due progetti all'interno della casa di reclusione massese, facendo da apripista in Italia nel miglioramento dell'assistenza sanitaria dei detenuti.
O meglio: nel creare quelle pari opportunità in campo sanitario, tra il dentro e il fuori, che in Italia non esistono. Punto primo: i detenuti potranno scegliersi il medico di fiducia e non saranno più costretti ad avere il primo disponibile. Punto secondo: i familiari potranno monitorare il loro stato di salute attraverso uno sportello informativo; quello che forse i parenti dei vari Stefano Cucchi, Marcello Lonzi, Aldo Bianzino e di tutti i strani morti "per cause naturali" sotto la custodia dello Stato avrebbero desiderato. Quello di Massa è il primo (e al momento unico) carcere in Italia ad aprirsi a questa novità.
A idearla e promuoverla sono stati Franco Alberti, responsabile del presidio distrettuale del carcere massese e Bruno Bianchi, vicedirettore sanitario dell'Asl, che chiariscono a ilfattoquotidiano.it che per uguaglianza nel diritto alla salute fra detenuti e liberi "non s'intende solo uguaglianza nell'offerta dei servizi sanitari", ma "pari opportunità nell'accesso al bene nei livelli di salute e delle particolari condizioni di vita in regime di libertà".
Prima di questo progetto, infatti, i detenuti nel penitenziario massese - come ancora nel resto d'Italia - erano costretti a farsi visitare dal medico di turno. Succedeva quindi che il medico fosse uno sconosciuto e che cambiasse ogni settimana. Mancava il rapporto di fiducia fra il medico e il paziente e, soprattutto, la continuità nella diagnosi.
"In questo modo la sanità è completamente inefficiente - spiega Alberti - perché ogni visita è come se fosse la prima. La percezione del detenuto poi è quella di una sanità repressiva e non curativa. E anche questo è un fattore che può provocare patologie". E infatti, stando alle statistiche, i detenuti hanno più bisogno di cure rispetto ad altri.
Se si guarda lo stato di salute di quelli toscani rispetto ai cittadini liberi si nota infatti che il 41% dei carcerati soffre di disturbi psichiatrici rispetto al 2,5% degli altri. O, solo per fare un altro esempio: oltre l'11% dei detenuti soffre di malattie infettive e parassitarie rispetto al 2% dei non detenuti. "Curare i detenuti - chiarisce il vicedirettore sanitario - significa rendere la loro detenzione migliore e creare un percorso di rieducazione".
I 240 detenuti del penitenziario di Massa quindi hanno potuto scegliersi il medico di fiducia fra gli 8 del presidio sanitario. Ognuno dei quali ha giorni e orari di visita stabiliti, proprio come fuori dal carcere. Per le emergenze rimane il medico di turno e ci sono poi 13 specialisti (psicologo, ortopedico, chirurgo). Per quanto riguarda lo sportello informativo: è situato in uno dei locali del carcere, sarà aperto il primo e il terzo mercoledì del mese e permetterà ai parenti (previo consenso dei detenuti) di accedere alla cartella clinica. A dare le informazioni, al momento, è il responsabile del presidio, ma in futuro ci saranno gli stessi medici di fiducia. Insomma, un modello che si spera venga emulato nelle altre carceri.
Questo, sia chiaro, prima del 2008 non sarebbe stato possibile. Prima della finanziaria del governo Prodi infatti le competenze del servizio sanitario nelle carceri erano in mano al Ministero di Grazia e Giustizia. Solo nel 2008 sono state trasferite a quello della Salute e si è creata la possibilità di portare la sanità pubblica dentro le mura del carcere. Certo, molto, quasi tutto, dipende ancora dall'amministrazione penitenziaria e dalla sua apertura a questo tipo di iniziative.
Nel caso massese l'Asl ha trovato terreno fertile, tant'è che il servizio sanitario all'interno dell'istituto penitenziario massese è una chicca, se confrontato al resto d'Italia. Dal 2002 quel carcere è diventato anche un punto di riferimento regionale per soggetti disabili autosufficienti, anche transitori, che necessitano di riabilitazione fisica e di soggetti affetti da Hiv di livello intermedio. È stata creata una palestra all'interno dell'infermeria per la riabilitazione e percorsi assistenziali per i pazienti sieropositivi. È stata fatta poi formazione del personale sanitario e penitenziario "perché curare un detenuto non è come curare un cittadino libero", chiarisce il responsabile del presidio. Certo, rimangono criticità come la palestra ridotta, le poche ore di riabilitazione, il sovraffollamento carcerario (240 detenuti con una capienza di 176 posti letto), ma quello che conta, adesso, è il buon esempio.
di Patrizia Soffientini
Libertà, 21 febbraio 2015
Carcere, sempre più dolente e ora anche "muto". Lo testimoniano i recenti episodi di autolesionismo, i tentativi di suicidio, la sospensione del giornale Sosta Forzata quando ancora nel novembre 2013 la direttrice della Casa circondariale, Caterina Zurlo, scriveva nel suo editoriale sulla pubblicazione: "Continuiamo così, nella speranza dell'ascolto ma consapevoli soprattutto dell'importanza di poterci esprimere e prima ancora riflettere e valutare in un'assoluta libertà che nessuno potrà - questa, sì - mai toglierci. Avanti tutta, a vele spiegate, Sosta Forzata!".
Quale sia oggi la "temperatura" dietro le mura delle Novate lo chiediamo al garante delle persone detenute, Alberto Gromi.
La cronaca degli ultimi giorni ci consegna fatti gravi. Il sovraffollamento è superato, il disagio e la disperazione no.
"In carcere, in generale, e in quello di Piacenza in particolare i tentativi di suicidio sono molto numerosi. Piacenza ha una situazione dove l'eccellenza è la sanità, la struttura psichiatrica e psicologica di sostegno, persone con problemi psichiatrici vengono trasferite molto spesso qui e in quest'alta percentuale di detenuti con problemi psichiatrici va inquadrato il tema dei suicidi e dei tentativi di suicidio. L'autolesionismo ha altre motivazioni, viene praticato soprattutto fra detenuti di una certa cultura, come i magrebini. Anche nei loro Paesi se in un ufficio pubblico non ottengono ciò che vogliono, si tagliano. Questo dà molti problemi ai detenuti non appartenenti a quella cultura che all'improvviso si trovano la cella piena di sangue. In carcere, non va dimenticato, c'è anche un'attenzione altissima verso l'Hiv, la sieropositività. Questo crea molti conflitti".
Allora dove risiede la radice del disagio?
"Attualmente, lo confermo, non è più legato al sovraffollamento, o meglio, le celle del vecchio padiglione sono fatte per una persona, ce ne stanno due ma senza i problemi di prima, quando erano in tre e ciò era fuori dai parametri indicati dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dal governo. Il problema è un altro. Voglio ricordare, a questo proposito, l'importantissima circolare del provveditore regionale sull'umanizzazione della pena, a commento della disposizione di apertura delle celle nelle carceri di media sicurezza, questa apertura c'è anche a Piacenza. Ma i detenuti vagano per ore nei corridoi, non sanno cosa fare, diventano fondamentali allora il lavoro, la scuola, la cultura e i vari corsi".
Cosa si sta facendo, in concreto?
"Bisogna chiarire che si fa una certa confusione, anche da parte del volontariato, fra intrattenimento e formazione. Tutto serve, l'intrattenimento è utile, ma è necessaria una serie di attività che responsabilizzino il detenuto, il quale è meglio venga coinvolto anziché restare in una situazione passiva. Sono necessarie attività che aiutino la riflessione e l'auto consapevolezza".
In tal senso fa molto discutere la sospensione del giornale Sosta Forzata: come la giudica, ci sono dei margini per recuperare?
"Ci sono due aspetti. Un aspetto è la lesione del diritto di espressione dei detenuti. E questo un garante lo deve affermare: è una lesione grave. Il secondo aspetto è che manca uno strumento che in termini penitenziari si dice "trattamentale", vale a dire tutta l'attività di rieducazione e socializzazione. Sosta Forzata è un giornale che, come tutti quelli che lo leggono possono constatare, riporta riflessioni e non notizie, se non raramente. Perché la redazione di Sosta Forzata lavora sulla scrittura autobiografica, consente una riflessione sulla propria vita, c'è tutta una letteratura sulla funzione terapeutica della scrittura autobiografica.
Normalmente escono tre numeri all'anno, ma tutte le settimane un gruppo di dieci o quindici detenuti - e sono pochi, il lavoro dovrebbe riguardare moltissimi detenuti - fanno una riflessione su di sé, questo li porta a prendere consapevolezza del proprio reato, non è un percorso facile. La riflessione che normalmente il detenuto fa, essendo in carcere, il suo unico obiettivo riguarda il processo, la liberazione anticipata, l'amnistia, se ci sarà o non ci sarà, il permesso-premio. E siccome non ha risposte o comunque non ne ottiene di immediate, struttura soltanto un atteggiamento di rabbia e di rivendicazione. Si sente vittima. Lui non può sentirsi vittima, ma noi lo costringiamo in questa strettoia. Ci sono altre esperienze, ad esempio una volontaria va tutte le settimane ad incontrare un gruppo particolare di detenuti, i cosiddetti protetti, i sex offender, per far emergere una riflessione".
Ma ci sono senz'altro degli equilibri e dei confini da rispettare.
"Nel carcere come nella scuola e in tutte le istituzioni totali, penso ai manicomi degli Anni 70, alle caserme, a quelle che non sono comunità volute ma costrette, si è cercato di introdurre all'interno, essendo strutture fortemente istituzionalizzate, elementi di comunità, di relazioni calde, quello che definiamo come umanizzazione. Questi due elementi convivono in equilibrio molto precario, l'istituzione continuamente tenta di prevaricare la comunità e la comunità reagisce e cerca di imporsi, di difendersi. Secondo me, bisognerebbe trovare una mediazione. Sosta Forzata è espressione della comunità del carcere, deve riprendere cercando di dialogare con l'istituzione, con l'amministrazione penitenziaria, anche magari trovando un modus vivendi concordato e previsto nei limiti del possibile: come si forma la redazione, che caratteristiche deve avere, quali i vincoli non superabili che l'istituzione pone. Rafforziamola questa esperienza, non spegniamola".
www.cittadellaspezia.com, 21 febbraio 2015
L'ex sindaco presenta il suo libro con un colloquio con i detenuti di Villa Andreino. L'avvocato Alessandra Ballerini: "La politica non deve rincorrere la pancia della gente, semmai deve elevare le coscienze". "La vera felicità non sono i soldi ma la libertà". Parole che hanno un significato ancora più incisivo, se pronunciate di fronte ad una quarantina di detenuti.
Le ha pronunciate l'ex sindaco della Spezia, Giorgio Pagano, parafrasando il presidente uruguaiano Pepe Mujica, nel corso dell'incontro in cui ha spiegato di fronte ai carcerati di Villa Andreino i contenuti del suo ultimo libro, "Non come tutti" (Edizioni Cinque Terre), attraverso di una conversazione con Alessandra Ballerini, avvocato civilista, specializzato in diritti umani e immigrazione.
"L'iniziativa di oggi - hanno spiegato nell'introduzione Licia Vanni, responsabile dell'Area trattamentale, e Agostino Codispoti, funzionario giuridico pedagogico, che hanno organizzato l'evento - è la prima di una serie di incontri che proseguirà il mese prossimo con la presentazione di Fifty, il libro di Paolo Asti. Stiamo affrontando un periodo difficile, che vede le prigioni riempirsi delle classi più povere della popolazione. Abbiamo pensato di invitare Pagano e Ballerini perché crediamo che siano tra i pochi che hanno ancora la capacità di trasmettere un po' di fiducia".
Di fronte a una platea attenta e interessata, Alessandra Ballerini ha preso la parola per presentare l'autore: "Con Giorgio condivido alcune passioni, tra queste quella per la Costituzione e l'uguaglianza. Troppo spesso si pensa che aiutando gli ultimi si tolgano diritti agli altri, invece è fondamentale tenere salda la mira verso il principio dell'uguaglianza. Questo è uno dei concetti che emergono dalla lettura del libro".
Pagano ha quindi spiegato perché nel corso del suo mandato dedicò tanta attenzione all'avvio di attività che coinvolgessero anche i detenuti, come per il ripristino delle aiuole di Passeggiata Morin. "Per conoscere un Paese bisogna andare a vedere lo stato delle sue galere. E il carcere deve essere un momento di rieducazione", ha esordito il presidente dell'associazione Mediterraneo tenendo in mano il volume che ha come copertina la fotografia di un murale realizzato da un detenuto proprio all'interno di Villa Andreino.
"Come dice Italo Calvino ne Le città invisibili, nell'inferno in cui viviamo dobbiamo cercare ciò che non lo è. Questo è il ruolo della politica, questo è il compito della sinistra. Dobbiamo evitare il rischio di combattere una guerra tra ultimi e penultimi: non si può cercare di dare lavoro ai disoccupati togliendo diritti a chi un'occupazione ce l'ha. È chi possiede, chi è ricco che deve rinunciare a qualcosa. Ritornando alla metafora dell'inferno, ciò che non lo è, è la parte migliore di noi: il vero cambiamento è personale, prima che sociale. La vera riforma è quella della nostra vita. Nella comunità di San Benedetto - ha detto Pagano, ricordando Don Andrea Gallo - faccio notare che gli assistiti, dopo aver cambiato la loro vita, esserne ritornati padroni, diventano assistenti".
Oltre agli aspetti sociologici, nell'incontro sono stati affrontati anche temi riguardanti l'attualità italiana: "La politica - ha affermato l'avvocato Ballerini, riferendosi alle dichiarazioni di Matteo Salvini contro i soccorsi agli immigrati nel canale di Sicilia - non deve rincorrere la pancia della gente, non ne deve cavalcare le paure. Semmai deve fare il contrario: deve elevare le coscienze, deve insinuare il dubbio".
Pagano ha infine ripercorso le tappe del suo ultimo periodo da sindaco. "Nella mia vita ho sempre avuto la libertà come faro, e il potere è un elemento che la limita fortemente. Per questo rimasi al mio posto per completare il mandato invece di dare le dimissioni per andare verso la Camera dei deputati. La mia canzone è "Like a Rolling Stone", la canzone del cambiamento, della rottura. Non credevo più nel mio stesso partito che stava per trasformarsi, vedevo il degrado incipiente e ho deciso di cambiare vita, di fare attività politica dal basso. Per questo nel mio libro dico che la sinistra non può essere come tutti, deve distinguersi, anche proponendo soluzioni che possono essere impopolari. La Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi riempiono le carceri di persone che non costituiscono un reale pericolo per la società, bisognerebbe parlare di amnistia e di abolizione di queste leggi, anche se oggi sul tema della sicurezza la linea è all'esatto opposto".
Un giovane detenuto di 27 anni ha portato la sua testimonianza di immigrato: "Avevo 14 anni e navigammo per 6 ore su un gommone. Sbarcai a Lecce e presi il treno a Bari, scesi alla stazione spezzina senza conoscere nessuno. Venni affidato ai servizi sociali e oggi sono qua per scontare un errore che ho commesso: spero di avere una seconda occasione per ricostruirmi una vita. Quando partii dall'Albania il mio Paese stava molto peggio, mentre in Italia tutto sembrava andare a gonfie vele. Per quel viaggio rischioso pagai un milione di lek, l'equivalente di 700 euro".
La situazione è cambiata e oggi un giovane albanese potrebbe attraversare l'Adriatico senza doversi imbarcare illegalmente. "Oggi dall'Albania all'Italia non occorre il visto d'ingresso, per tre mesi un cittadino albanese - ha concluso l'avvocato Ballerini - può stare sul territorio italiano. La sinistra deve proporre idee rivoluzionarie, proprio come questa: 13 anni fa nessuno avrebbe pensato che la situazione sarebbe cambiata in questo modo. Perché oggi non possiamo fare una proposta simile per altri Paesi in guerra, attraverso un visto per asilo? Il viaggio aereo costerebbe meno, non ci sarebbero i rischi di due giorni e due notti di gommone, non ci sarebbero tante risorse a disposizione delle mafie e il 2014 non si sarebbe concluso con quattromila cadaveri ripescati tra le onde".
www.pisatoday.it, 21 febbraio 2015
Dalla necessità di una ristrutturazione totale della cucina all'abbandono dei lavori nell'edificio Gs1, passando per un eccessivo numero di detenuti, molti dei quali condannati per reati di droga connessi alla legge Fini-Giovanardi. Ecco cosa è emerso dalla visita di Franco Corleone.
Tappa a Pisa oggi per il garante dei detenuti della Regione Toscana Franco Corleone, che nel suo tour dei penitenziari toscani, ha fatto visita al carcere Don Bosco per fare il punto sulla situazione della struttura e sulle condizioni dei detenuti.
"Secondo il direttore, per rendere vivibile il carcere Don Bosco di Pisa servirebbero 60 interventi di ristrutturazione o manutenzione. Da quello che ho visto stamani, il più urgente sarebbe senza dubbio quello della cucina, che presenta una situazione drammatica - ha esordito Corleone - le prescrizioni dell'Asl sono puntuali, ma secondo la direzione gli interventi sull'esistente non risolverebbero i problemi, per cui sarebbe necessario smantellare l'attuale cucina e realizzarne una nuova in altri locali".
La questione della mancanza di risorse e anche la questione di un loro non corretto utilizzo torna più volte nelle parole di Corleone. "Il Don Bosco è un carcere sul quale, pur non essendo vecchissimo, pesa fortemente l'inadeguatezza delle strutture - ha detto - la sezione femminile, ad esempio, che ospita 11 detenute su una capienza massima di 13, ha riaperto da poco dopo alcuni lavori di ristrutturazione per eliminare problemi idraulici. Ebbene, si sono mantenuti i servizi igienici aperti senza alcun rispetto della privacy. È l'emblema di un'amministrazione che non ha le idee chiare, che quando spende i pochi soldi a disposizione lo fa per interventi che alla fine non rispondono alle indicazioni dei regolamenti".
Un altro esempio "di uso discutibile delle risorse" è rappresentato "dall'edificio Gs1, che doveva diventare il centro clinico nazionale per i detenuti sottoposti al regime del 41bis". L'impresa, ha spiegato il garante, "ha abbandonato i lavori per mancati pagamenti e ora ci sono ovunque materiali di risulta abbandonati e arbusti che d'estate possono rappresentare un pericolo di incendio o un rifugio per i ratti.
Non so quanto sia costato questo intervento, ma adesso ci ritroviamo con una cattedrale nel deserto. Anche questo dà la misura di un'amministrazione penitenziaria cieca e irresponsabile nella chiarezza degli obiettivi e nella gestione del denaro pubblico". Svolti solo per metà anche i lavori al centro clinico del carcere, "dove oltretutto la presenza della dirigente sanitaria è ridotta perché è oberata di incarichi".
La struttura di Pisa, ha ricordato Corleone, ospita 235 persone rispetto alla capienza massima di 216. Il 30 per cento dei detenuti ha una condanna per reati di droga connessi alla legge Fini-Giovanardi. "Dovremo però approfondire - ha aggiunto - per capire se a loro carico gravino condanne per altri tipi di reato. Comunque, anche qui come ieri a Lucca, è emerso il problema del mancato inserimento presso le comunità terapeutiche dei detenuti per reati di droga. È un problema, questo, che richiede una soluzione".
Il polo universitario, che può accogliere 16 detenuti, è frequentato soltanto da 6 o 7 persone. "È una situazione del tutto simile a quella di Prato e su questo punto serve avviare una riflessione particolare per rilanciare queste strutture" ha evidenziato ancora il garante.
Corleone ha ricordato inoltre che è partito il progetto per la raccolta differenziata dei rifiuti e che sono attivi, a rotazione, 40 posti per lavori domestici interni al carcere e che solo 2 o 3 persone hanno un'occupazione fuori dal penitenziario; i semiliberi sono 16, le telefonate sono con le schede "e quindi le comunicazioni sono libere" e ci sono 5 animatori, "anche se ne servirebbero di più. Ma al solito, mancano risorse. Per nuovi animatori, che magari dovrebbero essere dei Comuni e non dell'amministrazione penitenziaria, e anche per i direttori. Il carcere di Pisa, ad esempio, non ha un vicedirettore ed è un grande limite per un carcere complesso come questo".
Corleone ha aggiunto "la grande preoccupazione" per la sicurezza rispetto alle condizioni di vivibilità: "Dall'esterno, ad esempio, non possono essere introdotti né tabacchi né trucchi. Capisco che possano esserci stati episodi di introduzione in carcere di sostanze vietate, ma questo clima di soli divieti toglie libertà e, soprattutto, non responsabilizza i detenuti".
Infine, il garante ha auspicato che rientri in funzione a pieno regime la biblioteca della sezione femminile. In questa stessa sezione, inoltre, "la cucina potrebbe essere utilizzata per fare corsi o impiantare attività per fare produzioni da vendere all'esterno. Sarebbe utile, anche perché molte detenute, in prospettiva dell'uscita, devono saper affrontare al meglio i problemi di affidamento o della sospensione di affidamento dei figli. Emerge, insomma, "un limite nell'affrontare la questione degli affetti delle persone recluse", a significare che "per molti reati sarebbero utili altre misure di pena".
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