Agi, 3 aprile 2015
Ha scontato 30 anni in carcere, nel braccio della morte, ma era innocente. Anthony Ray Hinton sarà finalmente libero domani, all'età di 59 anni, dopo essere stato imprigionato nel 1985 con l'ingiusta accusa di aver ucciso due uomini. Lo processarono per rapina e omicidio di due titolari di un ristorante sebbene non vi fossero testimoni o impronte digitali sulla scena del crimine. L'anno dopo un altro ristorante fu rapinato e il suo proprietario ferito da colpi d'arma da fuoco. Fu lui a identificare Hinton, anche se al momento del reato quest'ultimo si trovava a 24 km di distanza dal ristorante derubato.
Ma Hinton è nero, hanno affermato i suoi legali, e questo particolare razziale ha giocato un ruolo di non poco conto nel fornire un "esempio da manuale dell'ingiustizia". La polizia andò in casa della madre e lì trovo la pistola dell'uomo. Poi affermò che l'arma era stata utilizzata in tutti e tre i crimini. Quella stessa pistola è stata analizzata, trent'anni dopo, da altri esperti, tra cui un ex agente del Fbi: in realtà non aveva nulla a che fare con quei reati. Lo scorso anno, il nuovo processo, che a restituito l'onore all'uomo ma non il tempo passato in galera.
La Presse, 3 aprile 2015
La Lituania ha riaperto un'indagine penale sulle accuse secondo cui funzionari della sicurezza di Stato avrebbero aiutato la Cia a gestire una prigione segreta nel Paese. Lo annuncia un portavoce della procura generale in un'e-mail inviata a Reuters. I procuratori avevano chiuso l'indagine quattro anni fa, ma hanno deciso di riaprirla dopo che l'anno scorso il Senato Usa ha pubblicato i dettagli relativi a una struttura segreta della Cia, senza fornirne la localizzazione, che coincideva con le notizie relative a un sito in Lituania. Attivisti per i diritti umani e avvocati che si occupano degli uomini imprigionati dalla Cia sostengono che la Lituania, stretto alleato Usa, facesse parte di una rete globale di siti segreti utilizzati dalla Cia per trattenere e interrogare sospetti di al-Qaeda dopo gli attacchi dell'11 settembre del 2001. Le autorità della Lituania non hanno mai riconosciuto di avere ospitato una prigione della Cia e il governo Usa non ha mai rivelato dove si trovassero le strutture, ammettendone però l'esistenza e ammettendo che in alcuni casi i detenuti siano stati torturati.
www.direttanews.it, 3 aprile 2015
Gli Stati Uniti sono un paese dove tutto è possibile e soprattutto dove possono convivere molteplici modi di pensare. Non solo, ma essendo uno Stato federale, possono convivere anche tante leggi e decisioni giuridiche diverse, talvolta di segno opposto. Mentre il Paese è percorso da una forte discussione sui diritti degli omosessuali che vede da una parte, con in testa il presidente Barack Obama, chi lotta per l'ampliamento dei diritti dei gay fino al matrimonio, e dall'altra chi lotta per togliere diritti alle coppie dello stesso sesso, come recentemente accaduto in Indiana, arriva ora una notizia che farà senz'altro discutere. Infatti un giudice federale ha ordinato al Dipartimento correzionale della California di provvedere all'intervento chirurgico per il cambiamento di sesso di un detenuto transessuale.
Il giudice della Corte distrettuale statunitense Jon Tigar a San Francisco ha stabilito poche ore fa che negare la riassegnazione chirurgica del sesso al cinquantunenne Michelle-Lael Norsworthy (nome di nascita è Jeffrey Bryan Norsworthy) viola i suoi diritti costituzionali e perciò ha disposto che lo Stato della California (e quindi i contribuenti) debba pagare per tale intervento. Secondo fonti ufficiali, l'intervento potrebbe costare ai cittadini californiani quasi 100.000 dollari. Il detenuto transessuale ha 51 anni ed è stato condannato per omicidio nel 1987. Il giudice nel suo dispositivo ha scritto: "Michelle-Lael Norsworthy si identifica in una donna dal 1990. Tutti gli elementi raccolti dimostrano che l'unico trattamento medico adeguato per la sua disforia di genere sia l'operazione chirurgica per il riassegnamento del sesso da farsi il prima possibile". La richiesta di tale operazione era stata negata in passato dal Dipartimento correzionale che ora potrebbe fare ricorso contro la decisione del giudice federale. A meno di clamorosi dietrofront l'operazione si farà a breve nell'ospedale più vicino al carcere in cui è detenuta Michelle-Lael (al secolo Jeffrey Bryan Norsworthy).
di Anna Rossomando (Commissione Giustizia Pd)
Il Garantista, 2 aprile 2015
La chiave per uscire dall'impasse nei rapporti tra giustizia e politica deve essere ricercata in un'autentica cultura delle garanzie e della legalità. Garantismo non vuol dire impunità, ma osservanza del principio di legalità, prima, dopo e durante il processo. Non può esserci il primato della legalità senza regole e garanzie, e il diritto è il limite alla politica intesa come mero potere.
di Luigi Amicone
Tempi, 2 aprile 2015
Vanno ripristinati lo stato di diritto e il diritto a un giusto processo, la diffusione delle intercettazioni (tutte) va vietata fino al dibattimento. Mentre da Napoli suona la campana per D'Alema, il ministro della Giustizia rassicura il circo mediatico-giudiziario.
di Domenico Ciruzzi (Vicepresidente Unione Camere Penali)
Il Garantista, 2 aprile 2015
"La gente ha il diritto di sapere". È questa l'affermazione - ingannevole ed in linea con l'ancor più stupido slogan "intercettateci tutti" - sovente utilizzata per giustificare lo scempio delle migliaia di trascrizioni di intercettazioni telefoniche gettate in pasto all'opinione pubblica. La gente ha diritto di sapere, è vero; ma il diritto alla conoscenza - perché sia effettivo - necessità di due pre-condizioni imprescindibili: la pluralità delle fonti informative ed il rispetto delle regole di acquisizione della notizia.
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 2 aprile 2015
Pubblici ministeri in cerca di pubblicità e di un titolo del telegiornale: andrebbe vietata la pubblicazione dei loro nomi. Se il Parlamento avesse approvato, ai tempi della Prima Repubblica, la proposta di legge del deputato Dc Carlo Casini che vietava la pubblicazione del nome e della foto dei magistrati requirenti, forse il signor John Henry Woodcock oggi farebbe un altro mestiere. E nessuno, neppure il Presidente del consiglio, saprebbe chi sono i signori Raffaele Cantone e Nicola Gratteri.
di Beatrice Borromeo
Il Fatto Quotidiano, 2 aprile 2015
È difficile decidere quale sia la proposta che farà innervosire di più i criminali, tra quelle presentate dalla commissione guidata da Nicola Gratteri per modernizzare la giustizia penale. Basti pensare alla modifica della prescrizione che, invertendo la tendenza del passato (leggi "salva- Previti"), non sarà più uno strumento utilizzato per eludere le condanne, dato che smetterà di decorrere dopo la sentenza di primo grado. Non sono da meno l'introduzione del reato di auto-riciclaggio, l'informatizzazione della macchina giudiziaria e la riorganizzazione del sistema penitenziario, che verrà accentrato in un unico "Corpo di Giustizia" alle dipendenze del Guardasigilli. Gli obiettivi della commissione sono ambiziosi: garantire la ragionevole durata dei processi e ripristinare l'effetto deterrente delle pene. Per farlo, la commissione ha schiacciato il tasto "update", partendo da riforme tanto urgenti quanto ovvie eppure mai concretizzate prima. Ecco alcune delle principali novità delle oltre 250 pagine della relazione che, da qualche giorno, è al vaglio del premier Renzi, del sottosegretario Delrio e del ministro della Giustizia Orlando.
di Dino Martirano
Il Corriere della Sera, 2 aprile 2015
Sul difficile campo del Senato la maggioranza ha vinto (165 voti favorevoli, 74 contrari, 13 astenuti) e ha portato a casa il primo tempo della legge anticorruzione (il testo ora passa alla Camera), che reintroduce il reato di falso in bilancio e inasprisce le pene per la corruzione ma anche per l'associazione mafiosa ("Un passo avanti che aspettavamo da tempo" ha detto l'Anm). Hanno votato a favore Partito democratico, Alleanza Popolare e Sel, contro Forza Italia e Movimento Cinque Stelle, astenuta la Lega.
"Abbiamo rischiato e abbiamo vinto", sintetizza il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd): "Sapevamo che c'erano posizioni diverse e dunque sono molto soddisfatto per un risultato per un traguardo che non era scontato". Raggiante il Guardasigilli, entusiasta il presidente del Consiglio: "Contro il malaffare ce la stiamo mettendo tutta, grazie sentito ai senatori del Pd e degli altri partiti che hanno votato il testo". Poi a Fi e ai grillini: "Fare ostruzionismo e un inganno che forse funziona il tempo di un click". Matteo Renzi ha dunque auspicato che ora la Camera approvi in tempi rapidi il ddl anticorruzione e il Senato la legga sulla prescrizione: "Saremo più che rapidi", ha assicurato Orlando.
Eppure, al Senato, il governo ha di nuovo rischiato. In mattinata c'è mancato davvero poco che la maggioranza andasse sotto proprio sulla reintroduzione del reato per il falso in bilancio. Lo scrutinio segreto, le assenze e una generale sottovalutazione del rischio hanno determinato una vera situazione di pericolo quando sono stati posti in votazione gli emendamenti all'articolo 8: quello di Giacomo Caliendo (Fi), che prevedeva più elasticità nelle valutazioni e nelle stime da presentare al giudice per giustificare i bilanci, è stato respinto per un pugno di voti: cinque per l'esattezza. La scena poi si è ripetuta anche sulla votazione dell'articolo su falso in bilancio: approvato per appena quattro voti.
In altri tempi sarebbe scattato l'allarme generale. Invece, il massimo conoscitore dei numeri e degli umori del Senato, Paolo Naccarato (Gal), cresciuto alla scuola di Cossiga, dice che "Renzi deve stare sereno perché il Senato non lo tradirà mai: più aumenta il pericolo per il governo, più arrivano truppe di rinforzo per sostenerlo".
Nel merito del testo anticorruzione il vice ministro della Giustizia Enrico Costa (Ap) parla di "tassello fondamentale per cementare ulteriormente l'alleanza di governo". Si vedrà quando in aula al Senato arriverà la legge sulla prescrizione che i centristi di Alfano vorrebbero ridimensionare in senso garantista.
Ma sul complesso degli interventi in materia di etica pubblica è stato il presidente dei senatori dem a contestualizzare il voto con la "fase" che sta vivendo il Paese: "Questa legge è certamente utile ma da sola non basta davvero. Davanti a un indebolimento dello Stato è necessario ristabilire un ambiente pubblico capace di asciugare l'acqua in cui sguazza la corruzione... Apprendiamo ogni giorno l'esito di nuove inchieste in cui sono coinvolti politici, amministratori - anche del nostro partito - magistrati, uomini delle forze dell'ordine, esponenti della Chiesa. Il bubbone della corruzione ci obbliga a un'analisi di verità. L'imperativo etico di battere la corruzione non può dunque esaurirsi qui". Senza fondi neri la corruzione nuota in cattive acque e questo, ha aggiunto Zanda non senza vis polemica "avrebbe meritato il voto del M5S che invece ascolta i referendum della rete".
Andrea Cioffi (M5S), che aveva parlato in precedenza, era già indirizzato su un'altra linea: "C'è un'epidemia di corruzione che non può essere curata con l'aspirina. Ci vuole l'accetta. Metaforicamente parlando, ovviamente".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2015
"Ce la stiamo mettendo tutta", esulta, via Facebook, Matteo Renzi, dopo il sì del Senato al pacchetto anticorruzione. "Siamo - prosegue il premier - quelli che hanno affidato a Raffaele Cantone la guida dell'Anac, quelli che con il decreto Madia hanno previsto i commissariamenti per gli appalti pilotati come nel caso dell'Expo e del Mose. Lo avevamo promesso a dicembre, lo ripetiamo sempre, chi ruba paga e restituisce fino all'ultimo centesimo". Infine, una stoccata ai 5 Stelle: "Chi è eletto nel Parlamento, se davvero vuole combattere il malaffare, esercita il proprio ruolo, scrivendo, discutendo, migliorando e infine approvando le leggi che contrastano la corruzione. Fare ostruzionismo e dire sempre di no - avverte il presidente del Consiglio - è un inganno che forse funziona il tempo di un click ma che gli elettori sanno sempre riconoscere".
Critiche da parte di Forza Italia che ha votato contro quella che ha definito una "norma propaganda e incostituzionale". Sì da Alleanza popolare che subito ha alzato la posta chiedendo una riforma della giustizia. No, invece, dai grillini. Loro che avevano chiesto - e non ottenuto - il Daspo per politici corrotti e l'introduzione dell'agente provocatore anche per i reati contro la pubblica amministrazione, alla fine, dopo le consultazioni on line, hanno deciso per il no.
Nel merito, il disegno di legge, che adesso passa alla Camera, ha un evidente filo conduttore, al netto della revisione strutturale del falso in bilancio: l'aumento generalizzato delle sanzioni per i principali reati contro la pubblica amministrazione. A partire dalla corruzione propria per finire a quella in atti giudiziari, non trascurando l'induzione indebita, il peculato e la corruzione impropria. Ma nel segno di una maggiore severità vanno anche le misure sul licenziamento del pubblico dipendente oggetto di condanna o la sospensione dall'esercizio della professione oppure, ancora, l'allungamento dell'interdizione a contrattare con la pubblica amministrazione.
Pene più severe anche per chi commette il reato di associazione mafiosa, si arriva a 26 anni. Per coloro che fanno parte di un'associazione mafiosa formata da tre o più persone la reclusione va da 10 a 15 anni (ora 7-12); da 12 a 18 (ora 9-14) per i promotori, gli organizzatori e coloro che dirigono l'associazione mafiosa; se l'associazione è armata, da 12 a 20 (ora 9- 15); per chi è al comando da 15 a 26 anni (ora 12 - 24).
Altro cardine del testo approvato dal Senato è poi l'irrigidimento sulle misure pecuniarie. Due esempi: il patteggiamento viene condizionato al alla avvenuta integrale restituzione del prezzo del reato, mentre, con il giudizio di condanna, per alcuni delitti considerati più gravi, sarà ordinato il pagamento di una somma di denaro di importo pari all'ammontare di quanto ricevuto dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di pubblico servizio (figura quest'ultima che adesso viene espressamente innestata anche nella concussione). Come pure si mette un nuovo paletto alla concessione della sospensione condizionale della pena, subordinandola a forme di riparazione pecuniaria a favore dell'amministrazione danneggiata.
Dai più impegnati magistrati contro la corruzione e dall'Anm era stato poi sollecitato un intervento premiale a favore dei collaboratori di giustizia. Già previsto nel disegno di legge presentato dall'attuale presiedente del Senato Piero Grasso, lo sconto è stato poi, in Aula, ulteriormente aumentato potendo arrivare adesso da un terzo alla metà della pena prevista.
Rafforzate poi le prerogative dell'Autorità anticorruzione, alla quale dovranno, ogni 6 mesi, confluire nuove informazioni fornite dalle stazioni appaltanti e da parte dei pubblici ministeri quando decideranno di esercitare l'azione penale per i reati di corruzione. All'Autorità sono poi affidati, innalzando il tasso di trasparenza, nuovi poteri di controllo sui contratti di appalto sinora secretati.
Non è passata poi la proposta di introdurre in maniera specifica l'impiego di agenti provocatori con il compito di azioni sotto copertura per fare emergere l'attività criminale.
Sulla prescrizione, infine, il disegno di legge va letto in parallelo con la riforma più generale votata dalla Camera (e adesso al Senato), nella quale si agisce sui termini congelandoli in caso di condanna, ma, per corruzione propria e impropria e in atti giudiziari, è previsto un aumento della metà. Se fossero in vigore entrambi i disegni di legge, la corruzione verrebbe prescritta non prima di 15 anni, come ipotesi base (10 più 5), a fronte degli attuali 12 (8 più 4).
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