di Giambattista Anastasio
Il Giorno, 20 febbraio 2015
"No, cari miei, non ho fatto nessuna stupidaggine! Chi lotta per il proprio Paese dovrebbe essere cento volte più forte, sono sorpreso che non ci siamo ancora organizzati in migliaia per andare a inforcare tutti i cialtroni che con arroganza e cupidigia campano alle nostre spalle e ci riempiono la vita di spese!".
Nessun segno di pentimento. E tiene a farlo sapere sulla sua bacheca Facebook, del tutto pubblica: non è necessario aver stretto la virtuale amicizia per poterla consultare. Torna sul luogo del "delitto", l'agente della polizia penitenziaria. Proprio su un'altra pagina Facebook, quella dell'"Alleanza sindacale della polizia penitenziaria", aveva postato il commento dello scandalo: "Consiglio di mettere a disposizione più corde e sapone".
Un consiglio rivolto a chi come lui lavora in carcere. Così aveva voluto commentare la notizia del suicidio del detenuto rumeno Ioan Gabriel Barbuta, 40 anni, condannato all'ergastolo nel 2013 per un omicidio commesso sei anni prima e infine impiccatosi in cella ad Opera solo venerdì sera.
Un commento che, insieme ad un'altra ventina dello stesso tenore, ha provocato, nell'ordine, l'apertura di un'indagine interna da parte del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap), un incontro tra il capo dello stesso Dipartimento, Santi Consolo, e il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, la trasmissione di un rapporto in Procura e, ieri, la sospensione dei 16 poliziotti penitenziari individuati come gli autori dei post apparsi sul web.
Scrive, l'agente in questione, qualche ora prima che le sospensioni fossero ratificate. Ma poco importa la consecutio temporum, poco sarebbe cambiato a giudicare dal tenore del nuovo post. Si spiega, l'agente, certo. Ma, soprattutto, rilancia. "Nel caso mi stiate controllando dopo i commenti al vetriolo sul mostro (già, il mostro ndr) che si è impiccato in carcere, ho un messaggio per voi...": questo l'incipit.
"Non sono diverso da tante altre persone, lavoro, mangio e penso quanto sia duro far funzionare le cose, ogni giorno e ogni notte dormo con un occhio aperto perché non mi sento al sicuro, mia moglie dice che ho fatto una cazzata...". Ecco, allora, il rilancio, intriso di un risentimento che va oltre la vita all'interno del carcere. Ce l'ha con tutti, l'agente. "No, cari miei, non ho fatto nessuna stupidaggine! Chi lotta per il proprio Paese dovrebbe essere cento volte più forte, sono sorpreso che non ci siamo ancora organizzati in migliaia per andare a inforcare tutti i cialtroni che con arroganza e cupidigia campano alle nostre spalle e ci riempiono la vita di spese!".
Quindi il monito: "State attenti! Io non sono un sintomo di disagio, sono uno di quei pericolosissimi uomini che non vogliono subire! Forse qui intorno ce ne sono altri". Infine, il post scriptum: "Invece di perdere tempo con me, tenete d'occhio quelli che si muovono invisibili al di sopra delle regole, non usano il telefono, hanno auto con targhe straniere o rubate e in questo momento girano anche intorno a casa vostra...".
Un riferimento, questo, proprio alla vicenda di Barbuta: secondo quanto emerse dall'inchiesta, il rumeno uccise perché sorpreso mentre tentava di rubare l'auto di quella che sarebbe poi diventata la sua vittima, l'agricoltore padovano Guerrino Bissacco.
di Martino Pillitteri
Vita, 20 febbraio 2015
Francia e Italia cercano di affrontare il problema della radicalizzazione islamista senza legiferare sotto la spinta del populismo penale. Reclutamento di personale qualificato e realizzazione di cinque distretti/ aree dedicate dove raggruppare 167 detenuti di fede islamica di cui 60 ritenuti intensamente radicalizzati.
É il piano messo a punto del ministero della Giustizia francese per affrontare il fenomeno della radicalizzazione nelle carceri.
Ogni distretto accoglierà 20-25 detenuti; di loro si occuperanno 100 educatori e psicologi,74 nel 2015 e 26 nel 2016, e 60 nuovi imam, che si aggiungono agli attuali 181 sparsi tra le carceri di tutta la Francia. I musulmani costituiscono più della metà dei 68.000 detenuti del paese.
"Le prigioni favoriscono i processi di radicalizzazione in quanto sono luoghi dove le persone convivono in uno spazio ristretto e non hanno niente altro da fare che parlare gli uni agli altri" sostiene Francesco Ragazzi ricercatore e professore di scienze politiche alla Leiden University. "Ci sono dei musulmani che entrano in prigione come dei semplici praticanti ma poi diventano vittime dell'ambiente e finiscono per entrare nelle reti violente o network legati alla jihad".
Farhad Khosrokhavar, sociologo presso la Scuola di Parigi di Studi Avanzati in Scienze Sociali ed esperto dei fenomeni di radicalizzazione, sostiene che i detenuti più pericolosi siano quelli che sanno camuffarsi. "La maggior parte delle persone che si radicalizza in prigione non si fa crescere la barba e non partecipa alle alla preghiera collettiva del Venerdì . Quelli che lo fanno di solito sono i più innocui".
Anche in Italia il tema della radicalizzazione nelle carceri non è sottovalutato. "Occorre contenere i rischi di radicalizzazione nelle carceri, tenendo presente che oltre un terzo dei detenuti proviene da paesi islamici" ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando intervenendo al convegno "Stato islamico e minaccia jihadista: quale risposta?", organizzato a Roma mercoledì 18 febbraio presso il Centro Alti studi per la difesa da Fondazione Icsa e Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza.
Le carceri, ha spiegato, "sono dei luoghi in cui si può strutturare una visione estremista dell'Islam, con capacità di proselitismo, ma bisogna assicurare il diritto di culto negli istituti per evitare l'effetto boomerang come Guantánamo".
Secondo il Guardasigilli "serve una riflessione sui percorsi di radicalizzazione che possono avvenire in carcere, ma bisogna stare attenti a legiferare sotto la spinta del populismo penale. Se si riduce l'area dei diritti c'è il rischio di favorire il proselitismo, agevolando la visione di un Occidente nemico dell'Islam". Il ministro ritiene che siano indispensabili strumenti di sostegno ai detenuti, spesso fragili sul piano culturale, familiare, economico e a rischio di finire vittime della propaganda jihadista.
Dati
Circa il 35% dei detenuti nelle carceri italiane proviene da Paesi di religione islamica, principalmente dal Maghreb, soprattutto da Marocco e Tunisia. Un carcere su quattro ha un locale adibito stabilmente alla preghiera. È quanto emerge dallo studio "Le Moschee negli istituti di pena" del ministero della Giustizia, pubblicato nel febbraio del 2014. Spaccio di droga e furto i reati più diffusi, oltre a reati minori, come falsificazione di documenti o resistenza a pubblico ufficiale.
Su un totale di 64.760 detenuti al 30 settembre 2013 (a fine anno si era scesi a circa 62.500 mila, ndr), circa 23 mila erano gli stranieri e 13.500 gli originari di Paesi islamici. Fra i musulmani osservanti dietro le sbarre 102 hanno la cittadinanza italiana e nel 2013 sono stati segnalati 19 convertiti.
Dallo studio emerge che i musulmani osservanti sono poco meno di 9.000, e in 52 istituti sui 202 censiti possono riunirsi in preghiera in salette adibite a moschee. Nelle carceri dove le carenze strutturali non lo consentono, la preghiera avviene nelle celle o nei momenti di socialità e nei cortili interni. Le carceri - si premette nello studio, con riferimento al rischio di una diffusione del radicalismo religioso - sono un luogo dove "gli estremisti possono creare una rete, reclutando e radicalizzando nuovi membri attraverso una campagna di proselitismo, facilitata anche dalle difficili condizioni di sovraffollamento e dalla mancanza di risorse, vanificando così i tentativi di rieducazione e di reinserimento".
Per questo per chi è accusato di terrorismo è prevista "la rigorosa separazione dalla restante popolazione detenuta", al fine di ridurre i rischi di proselitismo. "È comunque doveroso ipotizzare che, anche nei circuiti comuni - prosegue l'analisi - vi possano essere detenuti integralisti di spessore", che possono trovarsi a contatto con "soggetti fragili, facilmente influenzabili".
Fra i musulmani osservanti vi sono attualmente 181 imam, figure guida per la preghiera e di riferimento spirituale. A loro si aggiungono nove imam esterni che offrono con regolarità assistenza religiosa ai detenuti, una quindicina di mediatori culturali e circa 60 volontari.
Ansa, 20 febbraio 2015
"Vivevamo in una tomba. Questo è il sistema carcerario italiano. Bisogna raccontare tutto perché il silenzio è il loro miglior alleato". Lo racconta Davide Rosci, giovane di sinistra condannato per devastazione a 6 anni per gli scontri di Roma dell'ottobre 2011. A Rosci, ai domiciliari a Teramo dal febbraio 2014, è stato tolto il divieto di comunicare con l'esterno e su Facebook scrive le sue esperienze carcerarie.
"Io sono stato messo in isolamento al famigerato Mammagialla di Viterbo dove la cella era di 6 mq scarsi sotto uno scantinato buio stile film Saw (per intenderci la finestra era all'altezza della strada) - ha postato Rosci - l'ambiente era sudicio al massimo, lo sporco ovunque, il materasso in spugna puzzava di piscio ed era tutto rotto, il cuscino sempre in spugna mi è stato dato a metà perché bruciato, la porta del bagno non c'era, l'acqua non era potabile e in 5 giorni non me l'hanno detto, i termosifoni non funzionavano e dalle finestre entravano gli spifferi d'aria gelata. Si stava ad una temperatura di 2 gradi.
La notte ho dormito all'addiaccio con indosso tutti i vestiti che mi avevano lasciato, compreso il giubbotto, perché le mie cose erano in un altro stanzino. Ho sofferto il freddo come non mai". Rosci è in attesa della sentenza di Cassazione, e nelle carceri italiane è stato 355 giorni, come puntualizza lui stesso. "Il cibo - prosegue nel racconto - che mi veniva passato era scondito e la carne puzzava di morto. Per un mese ci hanno fornito due rotoli di carta igienica della peggiore qualità. L'acqua c'era solo in determinate ore della giornata e come detto non era potabile perché contenente l'arsenico.
Il passeggio ci veniva negato e comunque era da soli in un tugurio/corridoio di 10 mq. Le docce non avevano la luce e ci era consentito farla per poco tempo, tutto era allagato e pieno di muffa. Ricordo sui muri il sangue ovunque e le frasi di misericordia, rabbia e preghiere dei poveri cristi che come me avevano avuto la sventura di entrare lì sotto.
Nella cella vicino alla mia c'erano due ragazzi che stavano scontando il 14 bis e per loro il mio cuore ancora piange. Praticamente - conclude la sua testimonianza su Fb - dovevano passare 6 mesi li sotto nelle condizioni che vi ho descritto e per di più senza tv e possibilità di uscire e avere colloqui regolari con i propri cari".
di Domenico Ciruzzi (Vicepresidente Unione Camere Penali)
Il Garantista, 20 febbraio 2015
Ora finalmente sappiamo a chi si ispira il dottor Gratteri per la sua proposta di riforma in tema di videoconferenze: a Ridley Scott, il regista di Biade Runner. L'incondivisibile progetto di riforma cd. "Gratteri" prevedrebbe, tra le altre cose, che la partecipazione in videoconferenza - da strumento eccezionale ed assolutamente residuale - divenga strumento principe (rectius, unico) nell'ipotesi di imputati o dichiaranti detenuti.
La partecipazione a distanza in videoconferenza è innegabilmente un surrogato della partecipazione tipica. La presenza soltanto virtuale sacrifica il sacrosanto diritto dell'imputato ad essere fisicamente presente al suo processo.
La più sofisticata ripresa televisiva non potrà mai sostituire compiutamente la presenza fisica del dichiarante. Viene infatti frantumato il contesto spaziale e temporale del processo attraverso una mediazione telematica che comporta inevitabilmente una scomposizione del processo di apprendimento dei saperi, che vengono percepiti da soggetti tra loro distanti.
Quella virtuale è una forma di comunicazione diversa, le cui differenze, rispetto alla percezione e all'interazione reale, sono molteplici e divergenti. Tutti concordiamo nel comprendere la differenza tra il recarci a teatro per assistere ad uno spettacolo dal vivo o visionare un filmato; comprendiamo che a teatro non vi è la quarta parete e che l'emozione nasce da quel contatto fisico tra attore e saettatore che si materializza
attraverso la percezione di una oralità e gestualità, di silenzi repentini o interminabili, o assordanti, di mimica facciale o corporea. Durante questo rito, lo spettatore partecipa con silenzi composti oppure sorridendo con circospezione o in modo liberatorio oppure anche assecondando e facilitando il monologo, il dialogo, la singola battuta: lo spettatore percepisce che vi è un processo d'interazione con l'attore-dichiarante e sa che la pièce - nonostante il copione già scritto - non è uguale tutte le sere. Sa che l'evento di quella sera è unico e tale resterà per sempre, perché la rappresentazione viene condizionata dal tipo di pubblico che vi è in sala ogni sera. Il singolo spettatore sa che la sua presenza fisica contribuisce alla nascita di uno spettacolo diverso, anche senza alcuna comunicazione verbale con l'interprete-narratore.
E, paradossalmente, se ciò è vero addirittura per il teatro - ove vi è un testo scritto ed attori professionisti - come si può sostenere che sia identico un contro esame sostenuto in un'aula rispetto a quello affrontato con presenze virtuali in un filmato? Forse si auspica che sempre più i dichiaranti siano attori che si attengano ad un copione già scritto?
È evidente che la partecipazione a distanza pone interrogativi circa la compatibilità con i principi naturali del giudizio, quali il contraddittorio, l'oralità, l'immediatezza dibattimentale. L'imputato, come un pesce dietro un oblò, dalla postazione remota percepirà sempre - peraltro con probabili interruzioni o sfasamenti audio-visivi - una visione incompleta e frammentaria dell'udienza dibattimentale, alla cui partecipazione non può attribuirsi il requisito della effettività.
La comunicazione a distanza è stata giustamente definita una "caricatura dell'oralità" (Giuseppe Frigo) ed in contrasto con precise disposizioni regolamentatrici del sistema accusatorio italiano: l'articolo 146 disp. att. ad esempio, sancisce che "il seggio delle persone da sottoporre ad esame è collocato in modo da consentire che le persone stesse siano agevolmente visibili sia dal giudice che dalle parti".
Ma se davvero si ritiene "neutro" il sistema di comunicazione a distanza sì da non comprimere il diritto di difesa, si provi allora a ribaltare il problema e a chiedere ai pm: sarebbero disposti ad interrogare a distanza gli indagati che potrebbero collaborare o le persone informate sui fatti che si mostrano reticenti?
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 20 febbraio 2015
In Italia sono solo lo 0,6% del totale: un decimo della media europea. La Germania, invece punisce i colletti bianchi più dei pusher. Trentacinque carcerati a uno: ecco lo "spread" che la Germania ci infligge sul rispetto delle regole della sana economia. I "colletti bianchi" che violano le leggi fiscali o finanziarie, a Berlino e dintorni, sono sbattuti in galera con una durezza da noi impensabile: 7.986 detenuti loro, solo 230 noi.
Fermi a un decimo della percentuale europea. E torna la domanda: è un caso se gli stranieri preferiscono investire altrove? I dati che ci inchiodano come un paese eccessivamente permissivo nei confronti dei corsari dell'aggiotaggio, della truffa fiscale, delle insider trading, della bancarotta fraudolenta e di tutti gli altri reati legati alla criminalità finanziaria ed economica sono contenuti nel rapporto 2014 del Consiglio d'Europa, appena pubblicato, sulla popolazione carceraria nel nostro continente e in alcuni paesi dell'area come l'Azerbaijan o l'Armenia. Rapporto curato da Marcelo F. Aebi e Natalia Delgrande, dell'Università di Losanna.
C'è di tutto, nel dossier. Sappiamo che i detenuti di tutte le prigioni europee messi insieme sono 1.679.217 pari a una media di 140 ogni centomila abitanti, che le celle sono per quasi la metà sovraffollate, che gli stranieri sono mediamente uno su quattro e arrivano in Svizzera al 74% della popolazione carceraria, che la loro età media è di 35 anni, che tutto compreso (dal cibo alla manutenzione dei penitenziari allo stipendio degli agenti di custodia) costano 97 euro al giorno pro capite, che ogni anno si uccidono in 5 ogni 10.000.
I dati più interessanti, però, sono quelli sul tipo di detenuti. Perché è lì che emerge nettamente la scelta delle priorità che ogni paese assegna alle diverse emergenze. Puoi scoprire così che in Italia (ultimi dati disponibili: 2013) su 39.571 condannati con sentenza definitiva il 16,3% era dentro per omicidio o tentato omicidio, il 5,1% per stupro, il 14,7% per rapina, il 5,2% per furti più o meno aggravati e addirittura il 37,9%, cioè la maggioranza relativa, per reati legati alla droga. Una percentuale immensa rispetto ai "colletti bianchi".
Basti dire che, in numeri assoluti, gli spacciatori in cella sono 14.994 contro 230 condannati per reati economici e finanziari. Ora, è ovvio che l'eroina, la cocaina e le altre droghe sono un problema. Ma è un'emergenza che vale per tutta l'Europa. Ed è impressionante, invece, lo squilibrio tra i diversi paesi. Se da noi è in carcere un "colletto bianco" ogni 65 spacciatori, in Irlanda ce n'è uno ogni 23, in Spagna uno ogni 9, in Inghilterra uno ogni 7, in Danimarca uno ogni 6, in Olanda e in Svezia uno ogni 4, in Finlandia e in Croazia uno ogni due.
Per non dire di paesi come la Germania dove i delinquenti in giacca e cravatta condannati per avere maneggiato il denaro sporco della mala-economia sono perfino più dei pusher: 7.986 contro 7.555. Il che significa una cosa sola. Che un paese serio, se vuole tenere in ordine la propria economia, la propria libertà di concorrenza, le proprie regole commerciali in modo che chi investe si senta davvero tutelato non ha alternative: deve colpire gli spacciatori di mala-economia con la stessa fermezza con cui colpisce gli spacciatori di coca. Ma è così, da noi? Dicono le cronache che la settimana scorsa un giovane straniero è stato condannato a 5 anni per un grammo di droga. Sarà stato recidivo, ma è impossibile non notare la sproporzione con sentenze di condanna in Cassazione emesse per grandi finanzieri e banchieri dei quali non ricordiamo un solo giorno di carcere. Per non dire delle fine di altre vertenze.
Prendiamo un'Ansa di pochi giorni fa: "L'azione di responsabilità contro gli ex amministratori di Seat Pagine Gialle non ci sarà più. L'assemblea degli azionisti, riunita a Torino, ha accettato a maggioranza la proposta degli ex manager: 30 milioni di euro per chiudere con il passato e voltare pagina. Una cifra molto distante dai 2,4 miliardi ipotizzati dall'azione di responsabilità nei confronti di alcuni amministratori della società, tra i quali l'ex ad Luca Majocchi e l'ex presidente Enrico Giliberti, deliberata dall'assemblea a marzo 2014, ma il segnale della volontà di chiudere definitivamente una pagina buia. Venti milioni saranno pagati da due compagnie di assicurazione, gli altri 10 dai fondi che erano azionisti di riferimento della società dal 2003 al 2012. L'accordo chiude ogni possibilità di rivalsa da parte della società nei confronti degli ex amministratori".
Per carità: tutto certamente in ordine. Ma una transazione da 2,4 miliardi a 30 milioni di euro di cui 20 coperti dall'assicurazione... Fatto sta che con la sua miserabile quota dello 0,6% di detenuti per reati economici e finanziari anche nell'anno di Mario Monti ed Enrico Letta, a dispetto di tutti i proclami loro e dei governi precedenti, l'Italia sta in coda. Con un decimo della media europea, salita al 5,9%. Un decimo! La verità, dimostra una mappatura delle riforme dal 2000 a oggi condotta da Grazia Mannozzi dell'ateneo dell'Insubria, è che gli inasprimenti dichiarati sono stati tanti ma "curiosamente a queste dinamiche di inasprimenti sanzionatori su singole fattispecie o su gruppi di illeciti si sottraggono solo i reati economici". Mettetevi ora nei panni di un investitore straniero: vi incoraggerebbero a venire qui numeri e fatti come quelli ricordati e la prospettiva che se un socio vi tirasse un bidone non avreste manco la soddisfazione, magari dopo anni e anni, di vederlo finire in galera?
Il World investment report 2014 ricorda che l'Italia, per capacità di attrazione di investimenti diretti esteri, è oggi dietro l'Olanda, il Cile, l'Indonesia o la Colombia dopo aver perso negli anni della crisi, dice il Censis, il 58% del precedente bottino... E l'ultima tabella elaborata dalla Cgia di Mestre su dati Ocse vede il nostro paese contare sui flussi di investimento stranieri per lo 0,8% del Pil. Un dato che corrisponde a poco più della metà (1,4%) della media Ocse ed è lontano da quelli di Ungheria, Repubblica Ceca, Messico, Austria, Spagna, Paesi Bassi... Arriveremo un giorno o l'altro a prendere atto, finalmente, che la guerra alla cattiva economia, alla finanza di rapina, all'evasione, alla corruzione, non è solo un dovere morale ma anche un'opportunità di sviluppo economico e civile? Se poi si cominciano a vedere i segnali della ripresa.
ww.camerepenali.it, 20 febbraio 2015
Avevamo ragione a ritenere che la Giornata della Giustizia organizzata dall'Anm serviva sostanzialmente per opporsi al disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati. La Giornata della Giustizia organizzata dall'Anm serviva sostanzialmente per opporsi al disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati.
L'idea fuorviante che si voleva accreditare è che la magistratura opera nel migliore dei modi e che una legge che intenda consentire ai cittadini di coltivare azioni risarcitorie, per i danni subiti a causa di decisioni sbagliate, costituisca una minaccia per l'indipendenza e l'autonomia della magistratura. In poche parole, si sosteneva che la proposta del Governo di rendere più agevole per i cittadini le azioni nei confronti dello Stato, in caso di errori determinati da dolo o colpa grave, non fosse equilibrata e frutto della volontà di colpire chi, ogni giorno, contrasta il crimine. Un messaggio tanto suggestivo quanto errato.
Non c'è invero una ragione plausibile per ritenere immuni da responsabilità chi giustamente si occupa di verificare le responsabilità altrui, tanto più che, anche in questo caso, l'accertamento sarebbe sempre effettuato dalla stessa magistratura. L'Anm pare si prepari ad un'altra mobilitazione con la possibilità di proclamare un'astensione ed in più valuta di chiedere un incontro con il Presidente della Repubblica "per esporgli le valutazioni" sul disegno di legge, anche rispetto "ai suoi profili di incostituzionalità". Nulla da dire, evidentemente, sulle decisioni che il sindacato delle toghe riterrà di assumere in merito all'astensione, invece qualcosa sulla ipotizzata audizione con il Presidente della Repubblica desideriamo dirlo. L'Anm è stata sentita, come l'Unione delle Camere Penali e altri, sul disegno di legge.
Anche il Csm si è espresso a riguardo. Alla politica spetta la sintesi e al Parlamento la decisione finale. Il Capo dello Stato, nel promulgare le leggi, ne verifica la costituzionalità, ma non è previsto un parere preventivo o interdittivo. Questo per quanto alla forma, che non è mai priva di significato. In merito alla sostanza, siamo certi che se il Presidente della Repubblica riterrà di accogliere la ipotizzata audizione, non sulla riforma della giustizia in generale, ma sulla responsabilità civile dei magistrati, vorrà ascoltare anche gli altri soggetti che hanno espresso pareri, e dunque anche l'Unione delle Camere Penali, perché le norme sulla responsabilità della magistratura, come quelle sull'ordinamento giudiziario, non interessano esclusivamente i magistrati, ma riguardano tutti i cittadini.
di Nadia Francalacci
Panorama, 20 febbraio 2015
Proseguono le polemiche dopo il caso del benzinaio di Vicenza che ha colpito il rapinatore. Ma quando la legge consente di usare le armi?
"È ora di finirla con questa Italia da Far West dove i veri criminali spesso e volentieri la fanno franca, mentre a rischiare di andare in galera è la gente onesta che tenta di difendersi come può. Graziano Stacchio ha agito per legittima difesa, lo Stato non dovrebbe indagarlo ma fargli un encomio". Sono le parole l'europarlamentare vicentina Mara Bizzotto, sulla rapina che poche settimane fa, è finita nel sangue a Ponte di Nanto, Vicenza, dopo che un benzinaio ha sparato per difendere se stesso e un commerciante dall'ennesima rapina. Il benzinaio, dopo la morte di uno dei rapinatori, è stato indagato per eccesso di legittima difesa. Ma le polemiche e il malumore tra la popolazione non accenna a placarsi.
Ma che cosa prevede la legge sulla legittima difesa, modificata nel 2006? Il cittadino può davvero difendersi o è preferibile che subisca in silenzio per evitare guai processuali che potrebbero aprirgli persino le porte del carcere? Lo abbiamo chiesto a Stefano Toniolo, avvocato penalista ed associato dello Studio Martinez & Novebaci di Milano.
Quando è possibile usare un'arma legittimamente detenuta senza incorrere in conseguenze giudiziarie?
"L'articolo 52 del codice penale prevede una cosiddetta causa di giustificazione che rende non punibile chi abbia commesso un fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa. I requisiti delle legittima difesa sono quindi sostanzialmente tre:
1- la difesa deve essere necessaria (per cui non è configurabile l'esimente quando l'agente abbia avuto la possibilità di allontanarsi);
2- il pericolo dell'offesa deve essere attuale (intendendosi come attuale un pericolo presente o incombente e non futuro o già esaurito);
3- la difesa deve essere proporzionata alla offesa (non vi sarà proporzione nel caso di conflitto fra beni eterogenei, allorché la consistenza dell'interesse leso - ad esempio vita o incolumità fisica - sia più rilevante sul piano dei valori costituzionali rispetto a quello difeso - ad esempio il proprio patrimonio).
Nel 2006 è stata introdotta una modifica normativa che ha stabilito che nei casi di violazione di domicilio (o dei luoghi ove si esercita l'attività professionale) sussiste per legge il rapporto di proporzione se taluno, già legittimamente presente all'interno del domicilio, usi un'arma legittimamente detenuta, o altro mezzo idoneo, al fine di difendere la propria o la altrui incolumità oppure i beni propri o altrui, purché in questo secondo caso non vi sia desistenza e vi sia pericolo d'aggressione".
"L'eccesso di difesa" per il quale fino ad ora si poteva venire condannati, non esiste più. Che cosa prevede concretamente la legge?
"La nuova normativa non ha escluso per legge l'eccesso di difesa che tuttora è presente nel nostro ordinamento, ma ha solo stabilito che uno dei tre requisiti sopra esposti sia presuntivamente ritenuto sussistente in determinati casi, che, per semplicità di definizione, possono essere per l'appunto contestualizzati nell'alveo delle ipotesi di violazione di domicilio (ad es. un ladro in casa, una rapina in un negozio, eccetera).
In altre parole le modifiche apportate hanno riguardato solo il concetto di proporzionalità, mentre l'imputato, per poter vedere riconosciuta la legittima difesa, dovrà comunque provare gli ulteriori presupposti, ossia l'attualità dell'offesa e l'inevitabilità dell'uso delle armi come mezzo di difesa della propria o dell'altrui incolumità. Inoltre, come si è visto, la reazione a difesa dei beni è legittima solo quando non vi sia desistenza (ad esempio il ladro o il rapinatore stanno scappando) e sussista un pericolo attuale per l'incolumità fisica dell'aggredito o di altri".
Molti cittadini hanno paura a reagire. Secondo lei, la legge sulla legittima difesa presenta delle lacune? Chi subisce una rapina, ad esempio, e reagisce sparando è davvero tutelato?
"La questione è particolarmente complessa. Se da un lato la legge certamente non può consentire un utilizzo indiscriminato della forza e delle armi, dall'altro però è chiaro che non si possa vivere nel terrore di difendere l'incolumità propria e quella delle persone a noi care. È difficile generalizzare ed ogni situazione deve essere analizzata in concreto.
Ciò detto, a mio avviso la normativa, pur essendo un po' macchinosa, contempla un adeguato bilanciamento delle due esigenze. Resta poi come sempre ineludibile, per una corretta applicazione delle disposizioni di legge, l'utilizzo di una giusta dose di buon senso".
di Giuditta Boscagli
Tempi, 20 febbraio 2015
Gentile ministro Orlando, le scrivo perché oggi rimbalza ovunque la notizia degli agenti di Polizia penitenziaria che sui social network esultano per la morte di un detenuto, definendo feccia coloro che dietro le sbarre vi sono ancora. Indignano le affermazioni riportate dai media, ma quando il clamore mediatico tace, quando nella quotidianità il lavoro degli agenti procede, e con esso la vita dei detenuti, la situazione è forse migliore di questo momento?
Lei ha appena permesso che un'eccellenza in questo settore, un'opportunità che per anni ha reso pienamente uomini i detenuti, gli operatori esterni e gli agenti incaricati alla sorveglianza, potesse essere schiacciata e distrutta con un colpo di decreto. Lei ha appena fatto morire una decina di esperienze in cui i detenuti non erano per niente considerati una feccia ed anzi avevano l'occasione di poter guardare a se stessi in modo nuovo e vedersi lavoratori, portatori di utilità e di bene, oltre che di un salario.
Le carceri italiane non sono degne di un Paese sviluppato e gli agenti di polizia penitenziaria lavorano ogni giorno in condizioni di una precarietà imbarazzante per uno Stato che vuol definirsi civile e all'avanguardia: si continua a parlare di recidiva eccessiva, di incapacità dei detenuti a migliorare la loro posizione e come soluzione non si ha loro da offrire che una cella sovraffollata, condizioni igienico-sanitarie per niente dignitose, rapporti con i familiari difficilissimi da gestire e ridottissimi per numero e ore a disposizione?
Se a questo aggiungiamo anche che in tutta la pubblica amministrazione (anche nelle scuole statali in cui io insegno) la formazione del personale, in ingresso e in itinere, si rivela molto spesso insufficiente o inadeguata al contesto in cui poi si va a lavorare, ecco allora spiegato perché oggi io mi sento assolutamente indignata per quel che gli agenti hanno scritto, ma per nulla stupita.
Da dove iniziare a mettere ordine? Come aiutare l'opinione pubblica a condannare e a non condividere quanto apparso sui social network in queste ore? A Lei è affidato il compito di trovare una strada, ma un consiglio io mi sento di darglielo: sostenga e non uccida quelle esperienze virtuose in cui il detenuto si sente accompagnato, accolto, risollevato dal baratro in cui si è buttato. Metta mano al sistema carcerario e trovi una soluzione al sovraffollamento e alle condizioni non dignitose in cui gli agenti lavorano e i carcerati vivono.
Guardi e insegni a guardare ad ogni detenuto come ad un uomo, che si è perduto lungo una strada di errori spesso dolorosi e portatori di un grande male, ma che può sempre riprendere il cammino e fare della propria esistenza un'avventura meravigliosa per sé e per gli altri, dentro o fuori dalle sbarre.
Agi, 20 febbraio 2015
Un intervento urgente per porre rimedio alle criticità penitenziarie: lo chiede il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria (Sappe) al ministro della Giustizia, Andrea Orlando.
"Un detenuto suicida, 2 morti per cause naturali, 65 episodi di autolesionismo, 10 tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria, 22 ferimenti, 14 colluttazioni e, complessivamente, 784 detenuti coinvolti in più manifestazioni di protesta per amnistia, indulto e migliori condizioni di detenzione: questo - dice Capece - quel che è accaduto nella Calabria penitenziaria lo scorso anno".
I problemi e le disfunzioni gestionali e operative riguardanti gli istituti penitenziari della Calabria, secondo il Sappe, sono significativi: "Per questo - dice - è ancor più scandaloso che la regione sia da cinque anni priva della figura di vertice e di coordinamento del provveditore regionale. Ma al ministro Orlando chiediamo interventi urgenti per la Casa circondariale di Catanzaro, dove occorre una rivisitazione urgente dei sistemi tecnologici di sicurezza e dell'area destinata ai controlli per l'accesso ai familiari ai colloqui.
Sotto il profilo strutturale e funzionale, poi, - aggiunge - necessitano interventi nel nuovo padiglione detentivo e nei locali della mensa, non sottovalutando un adeguato incremento di personale. Si tenga conto che a Catanzaro si sono contati 20 episodi di autolesionismo, il tentato suicidio di un detenuto e 2 colluttazioni". Il Sappe segnala al Guardasigilli le criticità delle altre sedi penitenziarie della Calabria, dove al 31 gennaio scorso erano detenute 2.450 persone, chiedendo ad esempio la riapertura del carcere di Lamezia Terme.
"Locri e Palmi - aggiunge - sono attualmente prive della figura del funzionario direttivo. A Rossano, occorre intervenire circa l'organizzazione dell'attività lavorativa del personale. La soppressione del Tribunale determina scompensi quotidiani, dal momento che è stato accorpato a quello di Castrovillari. Sede, quest'ultima, nella quale - fa rilevare - l'autoparco è in condizioni disastrose sia per veicoli non sicuri a causa dei chilometri percorsi, sia per guasti che non sono riparabili a causa di carenza di fondi La popolazione detenuta, poi, particolarmente promiscua determina rischi in occasione dei colloqui. I sistemi tecnologici di sicurezza sono inadeguati e insufficienti, strutturalmente, occorrono interventi in parecchi settori dell'istituito".
Per il leader del Sappe, infine, a Paola (Cs) sono da incrementare le unità femminili di Polizia Penitenziaria: "la situazione è precaria in occasione dei colloqui. Ma in realtà - continua Capece - è da potenziare l'organico complessivo, anche in relazione all' apertura recente di un reparto detentivo. E a Palmi i reparti detentivi sono da ristrutturare, come prevede il regolamento penitenziario e la legge sulla salubrità e sicurezza".
Ansa, 20 febbraio 2015
Il pm di Ascoli Piceno Umberto Monti ha affidato al prof. Adriano Tagliabracci l'incarico di effettuare l'autopsia sul corpo di Achille Mestichelli, il 53enne ascolano morto ieri nell'ospedale regionale Torrette di Ancona dov'era stato ricoverato il 13 febbraio a seguito di lesioni alla testa riportate nel carcere di Ascoli dov'era detenuto. Per la sua morte è indagato per omicidio preterintenzionale il compagno di cella, Mohamed Ben Alì, un tunisino di 24 anni in carcere perché coinvolto nell'inchiesta "Medusa" su un vasto giro di stupefacenti.
Sia l'indagato che i familiari di Mestichelli hanno a loro volta nominato periti di parte. L'autopsia è stata fissata per domani alle 16 nell'obitorio dell'ospedale Torrette. La famiglia di Mestichelli ha dato l'assenso alla donazione degli organi. Tagliabracci dovrà accertare se il trauma cranico per cui l'ascolano è stato ricoverato prima ad Ascoli e poi ad Ancona, sia compatibile con la ricostruzione emersa dalle prime indagini dei carabinieri, che hanno sentito gli altri quattro detenuti presenti nella cella dove Mestichelli e Ben Alì, la sera del 13, avrebbero avuto una lite. Il tunisino avrebbe spinto l'ascolano che è caduto battendo violentemente la testa su uno sgabello di ferro. Tagliabracci dovrà anche accertare se, oltre alle ferite alla testa, la vittima ha riportato ulteriori traumi.
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