di Massimo Gramellini
La Stampa, 19 febbraio 2015
Un ergastolano si suicida in prigione e sulla pagina Facebook di un sindacato di polizia penitenziaria compaiono commenti di tenebra: "un rumeno di meno", "mi chiedo cosa aspettino gli altri a seguirne l'esempio". Stupore, scandalo, indignazione. E il solito carico insopportabile di ipocrisia. Come se molti secondini non avessero mai formulato questi pensieri anche prima che la tecnologia permettesse loro di farli conoscere a tutti. Come se, oltre a pensarli, non li avessero già espressi fin troppe volte in pestaggi e torture.
Ma, soprattutto, come se si trattasse di qualche malapianta cresciuta in un giardino di rose anziché dell'ovvia conseguenza di un sistema in cui carcerieri e carcerati condividono le stesse brutture e combattono l'ennesima guerra tra poveri. La galera in Italia non è un centro di recupero, ma una soffitta orrenda dove stipare rifiuti umani che almeno metà della popolazione vorrebbe vedere sparire per sempre, non fosse altro perché teme che qualche garbuglio legale riesca a rimetterli in libertà molto prima del meritato e del dovuto.
Le statistiche urlano che il carcere riesce a cambiare soltanto chi lavora, possibilmente in un luogo sano. Eppure nella pratica comune i condannati vivono da parassiti e la pena viene espiata in ambienti fetidi e brutali, tranne per chi è abbastanza ricco e mafioso da potersi permettere un trattamento privilegiato. Rendere civili le carceri e dare un senso alla galera non porta voti, quindi è considerato uno spreco. La politica ci risparmi almeno la sua indignazione per la beceraggine di certi immondi carcerieri. È lei ad averli disegnati così.
di Ludovico Martocchia
www.europinione.it, 19 febbraio 2015
Nessuno si occupa più del sovraffollamento delle carceri: tutto è stato risolto? Per il governo sì, anche se la situazione è ancora critica. Le condizioni pietose delle prigioni italiane negano il diritto più basilare di ogni persona umana, italiana o straniera: la dignità.
La situazione delle carceri dimostra il livello di civiltà di un paese. Lo ripetiamo spesso, un concetto che tutti sostengono. Però poi, in fin dei conti, cosa ci importa di chi sta dall'altra parte? Per noi, dell'Italia "metà giardino", usando le parole di Francesco De Gregori, non è rilevante se tre delinquenti vivono in meno di sette metri quadrati di spazio. Tanto, appunto, sono delinquenti, mica persone. Ancor di più se sono stranieri o tossico dipendenti.
In base all'ultimo rapporto del Consiglio d'Europa, aggiornato a settembre, in Italia sarebbero 64.835 i detenuti per una capacità totale delle celle di 47.703 posti. In poche parole per 100 posti ci sono 148 detenuti, contro una media europea di 95. Dati vecchi: il ministro della giustizia Orlando insieme al nuovo responsabile del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Santi Consolo ha in parte rassicurato: "nei 202 istituti italiani non abbiamo più nessun detenuto ristretto in spazi di meno di tre metri quadri: abbiamo aggiunto circa 2.000 posti, recuperati grazie al lavoro nelle strutture degli stessi detenuti". Una buona notizia, anche se i Radicali, famosi per queste battaglie, smentiscono. Sembrerebbe che la media sia giusta, ovvero che ci siano più di tre metri per ogni detenuto, ma permangono almeno 70 istituti con un sovraffollamento che va da 130% al 210%, secondo la segretaria radicale Rita Bernardini che riporta i dati del Dap.
A quanto pare le circostanze non sono chiare ed effettivamente se la drammatica situazione in cui vivono i carcerati italiani fosse realmente risolta, assomiglierebbe ad un miracolo. I dati dell'Istituto Antigone in parte sostengono un'effettiva riduzione dei detenuti, sarebbero 53 mila grazie al decreto svuota carceri emanato l'agosto scorso dal governo in risposta alle sentenze della Corte di Strasburgo. Tuttavia il focus si sposterà sulla condizione degli stranieri nelle celle per l'assenza di interpreti, probabilmente una delle questioni più gravi che porta ad una vera e propria discriminazione - bisogna anche ricordare che circa il 34% della popolazione carceraria è straniera.
Rimane il fatto che tra i problemi delle carceri italiane non ci siano solo i metri abitali e quindi le strutture antiquate, ma anche l'incertezza della pena. La lentezza della giustizia italiana fa sì che ci siano oltre il 35% dei reclusi in attesa di una sentenza. Tanto per aggiungere, mancano anche le opportunità di lavoro socialmente utili, che rappresentano il pilastro per un sistema penitenziario con l'obiettivo della reintegrazione nella società.
Anzi si potrebbe dire che le carceri italiane sembrano destinate alla "reintegrazione nella criminalità", vista la tendenza recidiva di coloro che hanno scontato la pena. Peggiora i dati della giustizia italiana anche un altro numero: dal 1991 si sono susseguiti 23 mila casi di ingiusta detenzione. L'esempio lampante è di Giuseppe Gullotta, in carcere per 22 anni anche se innocente. Gli avvocati spingono per un risarcimento di svariati milioni di euro che difficilmente arriveranno. In prima linea c'è l'opposizione dell'Avvocatura di Stato.
Si potrebbe parlare anche di un altro fattore: i decessi e i suicidi (131 in totale nel 2014). Non è un caso che in nove anni di presidenza, Giorgio Napolitano sia intervenuto con un solo messaggio alle camere, proprio sul sovraffollamento delle carceri, proponendo amnistia e indulto. Le critiche sono state tante, anche giustificate, perché a beneficiare di un tale provvedimento potrebbe essere prima di tutto chi in carcere non c'è andato mai - per reati di concussione, abuso d'ufficio, peculato e corruzione.
Insomma, garantire la vivibilità nelle carceri è senza ombra di dubbio necessario. Primo per un'utilità sociale: carceri decenti vogliono dire anche detenuti maggiormente reinseribili nella società e che non tornano a delinquere. Secondo, perché rappresenta un dovere morale garantire la dignità umana di una persona. Tra l'altro è un diritto appartenente a tutte le tradizioni della storia italiana su cui si basa la Costituzione: la tradizione cattolica per l'attenzione agli ultimi, la tradizione socialista per la considerazione di chi vive in condizioni di assoluta disuguaglianza, la tradizione liberale perché il diritto ad una vita dignitosa è un diritto inalienabile della persona umana.
Ansa, 19 febbraio 2015
È morto nell'ospedale di Torrette ad Ancona Achille Mestichelli, un ascolano di 53 anni che era detenuto nel carcere di Ascoli Piceno. Per il decesso è indagato con l'accusa di omicidio preterintenzionale un compagno di cella, Mohamed Ben Alì, tunisino di 24 anni, arrestato nei giorni scorsi nell'ambito di una operazione antidroga. Secondo le testimonianze degli altri detenuti rinchiusi nella stessa cella (due italiani e due tunisini), Alì avrebbe spinto Mestichelli che sarebbe caduto battendo violentemente la testa.
L'uomo aveva riportato gravi lesioni e un trauma cranico, e nella notte fra il 13 e il 14 febbraio scorsi era stato ricoverato nell'ospedale di Ancona, dove era stato operato d'urgenza. Oggi i medici hanno dichiarato la morte cerebrale. La famiglia di Mestichelli ha autorizzato l'espianto degli organi. Domani il pm Umberto Monti affiderà l'autopsia.
di Carlo Macrì
Corriere del Mezzogiorno, 19 febbraio 2015
Il piccolo Cocò Campolongo, 3 anni, è stato ucciso per vendetta nei confronti del nonno Giuseppe Iannicelli, 52 anni, trafficante di droga di Cassano allo Ionio. L'uomo voleva pentirsi e raccontare il traffico di stupefacenti nell'Alto cosentino. Sapeva, però, che la sua vita era in pericolo e perciò portava con sé il nipote, convinto che la presenza del bimbo potesse evitargli rappresaglie. Una precauzione che non ha fermato i killer.
Il 16 gennaio 2014 Giuseppe Iannicelli, la compagna "Betty" Taoussa, 27 anni, e il piccolo Cocò (sotto) sono stati uccisi a colpi di pistola e mitraglietta e i loro corpi dati alle fiamme dentro una Punto, in campagna a Cassano. Una strage che commosse anche il Papa che a Cassano, nel corso di una messa per ricordare il piccolo, aveva "scomunicato" i mafiosi.
La decisione di pentirsi Giuseppe Iannicelli l'avrebbe comunicata con una lettera dal carcere alla moglie Maria Rosaria Lucera, anche lei in galera per spaccio. "Ci hanno abbandonato, non abbiamo più soldi e siamo arrestati" avrebbe detto l'uomo che scontava una pena a 10 anni.
A raccontarlo al procuratore aggiunto di Catanzaro Vincenzo Luberto è stato Battista Iannicelli, fratello di Giuseppe. La lettera non è stata trovata. Ma forse qualcuno aveva deciso di tappargli la bocca. La vita di quell'uomo per i suoi carnefici valeva 50 centesimi, come la moneta trovata sul luogo della strage. Battista Iannicelli ha parlato anche delle visite di suo fratello a casa degli Abbruzzese, noti come gli "zingari", clan sanguinario la cui roccaforte è a Cassano. Anche a quegli incontri Iannicelli portava il nipotino.
www.gonews.it, 19 febbraio 2015
È una struttura "complessa", stretta tra "luci ed ombre" quella fotografata dal garante dei detenuti della Regione Toscana, Franco Corleone, in visita oggi, mercoledì 18 febbraio, al carcere di Prato. Secondo per capienza, l'istituto penitenziario conta 605 presenze per una capienza teorica di 700. Ma il sovraffollamento dichiarato da Corleone si riferisce al reparto di alta sicurezza in cui stanno in 67, invece dei 48 previsti, e dove si contano "tre persone per cella, alcune delle quali con pene detentive lunghe".
Nonostante il limite dei 3mq a persona sia rispettato "considero stravagante - ha dichiarato il garante - l'idea che in celle di 14 mq si possano alloggiare tre brande. Lo spazio minimo vitale ne risente pesantemente". Corleone ha quindi verificato la presenza di persone con handicap per le quali già la cella "costituisce una invalidità".
L'accesso al bagno è, per esempio, "difficoltoso" e la loro sistemazione non è "idonea". La complessità del carcere è data inoltre dalla presenza di collaboratori di giustizia e sex offender sistemati oltre la capienza ordinaria e per i quali la stessa struttura lamenta carenza di personale e mancanza di progetti specifici. "Ho già inviato una lettera all'assessore Luigi Marroni proprio per immaginare azioni di recupero per coloro che si sono macchiati di reati sessuali e che, in assenza di progetti specifici e abbandonati nelle celle, al termine della pena potrebbero essere nella stessa condizione e a rischio recidiva".
La situazione igienico-sanitaria riscontrata, è "difficile". Il carcere è situato in località Maliseti, luogo che in origine indicava una zona paludosa. "L'umidità è notevole", ha osservato Corleone. "Proprio oggi sono arrivati i nuovi materassi ma le condizioni restano gravi. Mi aspetto che Asl e Comune facciano le verifiche del caso vista anche la triste abitudine di buttare gli scarti del cibo fuori dalle celle con il conseguente aumento della voracità e della presenza di topi". Nel reparto di media sicurezza, invece, è applicata la procedura delle celle aperte per otto ore al giorno.
"È un dato positivo" che si aggiunge alla presenza di una sede del polo universitario che però registra la presenza di sole sette persone a fronte delle 17 previste su carta. "Voglio verificare perché non è pienamente utilizzato", ha osservato il Garante anche in ragione "dell'importanza che potrebbe avere in termini di reinserimento dei carcerati".
Corleone ha quindi concluso la sua visita ricordando le numerose lettere ricevute dai detenuti nelle quali si chiede "attenzione" alle condizioni sanitarie. "Non sono riuscito a parlare con il responsabile della struttura sanitaria perché da contratto la sua presenza è limitata a sole tre ore al giorno. Non credo sia una soluzione adeguata. Solleciterò un intervento perché alcuni detenuti non sembrano in condizioni compatibili con il carcere o meritano di essere trasferiti in altre strutture".
Ristretti Orizzonti, 19 febbraio 2015
"Desta forti perplessità la decisione assunta dai medici del carcere di Oristano di sospendere a un ergastolano palermitano 71enne un farmaco contro tremori e spasmi, precedentemente prescritto dai colleghi di Fossombrone dopo visita neurologica e psichiatrica.
Ciò soprattutto perché ne aveva confermato la prescrizione, fino al 2020, il medico di Massama in occasione della visita d'ingresso nella Casa Circondariale oristanese". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", accogliendo la segnalazione dei familiari di Francesco Di Matteo, preoccupati per le conseguenze sul congiunto, e del legale del detenuto avv. Federica Poltronieri.
"Il farmaco, prescritto per controllare una sindrome dovuta alla prolungata assunzione di antidepressivi, veniva assunto - osserva Caligaris - dal detenuto dal 4 marzo 2014 in seguito a visita psichiatrica e neurologica. La terapia è proseguita anche quando l'uomo, in regime di alta sicurezza, è stato trasferito a Massama il 27 settembre successivo.
Proprio per continuare l'assunzione regolare del farmaco, i medici di Fossombrone hanno dotato il paziente di una sufficiente scorta di medicinale in grado di coprire il periodo di stabilizzazione nella nuova residenza. All'atto dell'ingresso nell'Istituto oristanese, in occasione della ineludibile visita, il farmaco è stato confermato fino al 2020".
"Nel frattempo l'uomo a ottobre è stato sottoposto a visita psichiatrica che ha confermato la prescrizione farmacologica rimandando per la successiva prosecuzione a un nuovo esame neurologico che è stato puntualmente richiesto il 9 ottobre 2014. Anche le due successive visite psichiatriche del mese di novembre hanno confermato la terapia che però - sottolinea Caligaris - è stata interrotta il 19 dicembre scorso senza che sia stato eseguito l'esame neurologico".
"Lo sconcerto per la decisione assunta nasce anche dal fatto che non risulta sia stato prescritto un farmaco alternativo a quello assunto in precedenza laddove si tratta di composti chimici che richiedono un continuum terapeutico.
Insomma sono trascorsi circa 4 mesi dalla richiesta di accertamento neurologico. È vero purtroppo che i tempi di attesa non sono decisi dai medici penitenziari quanto dalla disponibilità dei posti nei presidi esterni. Resta però il fatto che da circa 2 mesi a un detenuto non viene più somministrato un farmaco nonostante - conclude la presidente di SDR - le reiterate conferme da parte degli psichiatri. Un situazione che fa riflettere anche perché può avere conseguenze invalidanti su una persona che ha il diritto alle cure come tutti i cittadini".
www.monzatoday.it, 19 febbraio 2015
La collaborazione tra il Consorzio Parco e Villa Reale e la Casa Circondariale ha avviato tre ristretti a un tirocinio formativo per il lavoro in esterna.
Dalla cella all'aria aperta per occuparsi di manutenzione del verde e di piccoli lavori all'interno del Parco di Monza. Grazie alla collaborazione tra il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza e la Casa Circondariale e alla convenzione stipulata con Manpower Srl tre detenuti del carcere monzese hanno intrapreso un percorso di attività lavorativa esterna.
L'iniziativa, attuata al termine del periodo di reclusione, ha l'obiettivo di garantire l'acquisizione di una specifica professionalità, spendibile nel processo di reinserimento sociale, nell'intento di abbattere la recidiva con interventi rieducativi e di riabilitazione. Il 26 gennaio i tre detenuti hanno intrapreso il tirocinio extracurricolare (previsto dall'art. 4, comma 1, della Legge 381/1991) e il percorso formativo terminerà il 25 aprile. Per il primo mese è previsto un orario part-time, mentre nei successivi due la collaborazione sarà a tempo pieno: in questo periodo i tirocinanti saranno affiancati da un tutor e si occuperanno di piccoli interventi di manutenzione del verde, taglio erba, raccolta foglie e ramaglie, sistemazione vialetti.
Sarà un'opportunità importante per la riabilitazione e il reinserimento che consentirà loro sotto la guida di un esperto di imparare le tecniche di sistemazione dell'arredo urbano e di potatura, l'utilizzo di attrezzature agricole e degli strumenti di protezione. "La collaborazione con il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza è stata fondamentale: i comuni intenti hanno reso possibile un progetto di valore sociale. Grazie alla sensibilità e alla disponibilità della direzione del Consorzio è stato possibile cementare ancor di più l'integrazione con il territorio e far conoscere le iniziative dell'Istituto. L'auspicio è che possano essere intraprese altre forme di utile collaborazione reciproca" ha dichiarato Maria Pitaniello, direttore della Casa Circondariale di Monza.
di Erika Guerra
www.mole24.it, 19 febbraio 2015
Raramente il carcere viene dipinto come un luogo da cui può anche scaturire qualche risultato positivo e il più delle volte ci si riduce a parlare unicamente del sovraffollamento e dei costi che gravano sulle casse pubbliche.
Ci sono persone e associazioni, però, che vogliono fare in modo che i detenuti possano continuare a mantenersi attivi imparando o continuando a praticare un mestiere, in modo da contrastare la condizione di disagio in cui vivono e da aiutarli a diventare nuovamente membri attivi della società. I progetti che negli ultimi anni hanno coinvolto i detenuti del carcere di Torino sono tanti, ma uno sta riscuotendo un particolare successo: la realizzazione delle borse Trakatan.
Nati dall'idea imprenditoriale di due giovani creativi, questi accessori vengono fatti serigrafare all'interno della casa circondariale Lorusso e Cotugno e sono stati apprezzati anche all'estero per la loro originalità. Le borse, infatti, vengono già vendute in Giappone e, più generalmente, in Asia e nel 2015 i due imprenditori intendono aprirsi anche al mercato statunitense. Il successo di Trakatan dimostra che le imprese che decidono di impiegare dei detenuti non solo concretizzano la propria volontà di restituire un messaggio positivo alla società e al territorio, ma sono effettivamente in grado di dare ai propri clienti un prodotto di qualità e dal design innovativo.
Le collaborazioni esterne, però, non sono l'unico tipo di attività cui hanno partecipato i detenuti torinesi in questo periodo. In una conferenza stampa tenutasi la settimana scorsa (con la partecipazione della Fondazione Saint Gobain e della Compagnia di San Paolo), sono infatti stati presentati i risultati ottenuti nella riqualificazione degli ambienti carcerari, che ha coinvolto anche 40 detenuti. Gli interventi promossi sono di vario tipo: dalle migliorie in ambito energetico alla realizzazione di uno spazio che permetta alle mamme di trascorrere del tempo in carcere con i loro bambini. Questo progetto è particolarmente importante non solo perché è stata un'ulteriore occasione di formazione professionale per i detenuti, ma anche perché ha permesso loro di essere direttamente coinvolti nel rendere più vivibile l'ambiente del carcere e di migliorare la permanenza di chi ha fiducia nel ritorno ad una vita normale.
di Anna Grazia Concilio
www.romatoday.it, 19 febbraio 2015
Anche i detenuti di Rebibbia potranno esercitare il loro diritto di cittadinanza. Sciascia: "Questo protocollo d'intesa è fondamentale". È stata approvata la delibera per il Protocollo d'Intesa tra il Municipio IV e il garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Grande la soddisfazione in Municipio del Presidente Sciascia e l'assessore Muto. Il Presidente Emiliano Sciascia dichiara: "Questo protocollo d'intesa è fondamentale perché permette alle persone domiciliate, residenti o dimoranti nel Comune di Roma, prive della libertà personale o comunque limitate nell'autonomia, di esercitare i propri diritti di partecipazione alla vita civile e di fruire dei servizi messi a disposizione sul territorio, in questo caso di quelli anagrafici".
Maria Muto, assessore alle politiche sociali, servizi alla persona, Attività di promozione della Famiglia e dell'Infanzia e alle Politiche di promozione della salute del Municipio, aggiunge: "Regolarizzare la propria situazione anagrafica e vedersi rilasciare i documenti è un diritto-dovere per tutti. Con questo protocollo d'intesa si intende garantire anche ai detenuti della Casa Circondariale di Rebibbia di poter esercitare il loro diritto di cittadinanza e di poter gestire la loro situazione genitoriale in tutte le azioni di rilevanza giuridiche e sociali necessarie alla partecipazione alla vita civile"
di Paolo Mesolella
www.caserta24ore.it, 19 febbraio 2015
Pubblicato e reso disponibile dal sito del "Tribunale Dreyfus" un dossier di una decina di pagine redatto da Domenico Letizia, attivista dell'associazione "Nessuno Tocchi Caino" e già segretario dei Radicali Caserta, sullo stato delle problematiche della struttura penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere.
Il dossier analizza le problematiche della casa circondariale sammaritana dall'estate del 2012 fino alla fine del 2014. Sfogliando le varie pagine si evidenziano le emergenze: la mancanza periodica di acqua per i detenuti, l'alto tasso di sovraffollamento, problematiche legate ai prezzi con le ditte esterne che appaltano beni di prima necessità ai detenuti, le difficoltà della polizia penitenziaria e del personale penitenziario, la mancanza di adeguate cure mediche per i detenuti. Tra le pagine vengono analizzate anche le varie iniziative intraprese, nel corso di questi anni, per tentar di non far calare l'attenzione sulla struttura penitenziaria e le proposte avanzate. Il Tribunale Dreyfus, presieduto da Arturo Diaconale direttore de "L'Opinione", agisce come "tribunale ombra" per svolgere contro-processi sui casi più eclatanti e significativi emettendo giudizi morali e politici che fanno discutere, raccoglie e mobilita le vittime della malagiustizia in nome dei principi dello stato di diritto e della democrazia liberale.
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